9 Feb 2013 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Sociale, Spiritualità
“Sempre alla ricerca di qualcosa che mi rendesse veramente felice, provavo di tutto. Qui, ho capito che la felicità che bramavo nelle cose, non l’avrei mai trovata. Un’altra felicità, vera e profonda era tutta da scoprire.” Quando Daniele De Patre arriva al Pag-asa Social center, fa un’esperienza che gli cambia la vita profondamente. I volti di quella gente e la povertà di quegli ambienti, spesso visti in tv, diventano qualcosa di tangibile. A Tagaytay (60 Km circa da Manila) nelle Filippine, le case sono costituite da una sola stanza, col pavimento in terra battuta e senza acqua corrente. Le famiglie non hanno accesso ai servizi socio-sanitari e non hanno opportunità lavorative. In questa zona rurale e povera, molti bambini sono abbandonati a se stessi e spesso non hanno un’identità legale, per cui rimangono esclusi dai servizi sociali primari, quali l’educazione, la salute ed eventuali supporti economici. Restano in balia di lavori inumani e di attività criminose.
Il Centro, attraverso il sostegno a distanza di Azione per Famiglie Nuove, svolge numerose attività in campo sanitario educativo e della formazione professionale, con un accompagnamento per 400 minori. L’ambulatorio medico tratta pazienti con disabilità permanenti. È qui che, come fisioterapista volontario, Daniele comprende la necessità di un diverso approccio terapeutico, impostato su una continua interazione e un rapporto di scambio reciproco con i pazienti. Traducendo le letterine che i bambini sostenuti a distanza scrivono ai donatori, Daniele si sente coinvolto nel loro mondo. Percepisce le gioie, le difficoltà le speranze di quei ragazzini, che poi durante le visite nei barrios osserva e incontra di persona. La vita a Teramo, città di provenienza di Daniele, adesso è lontana, così come i suoi 26 anni, trascorsi tra lavoro e uscite con amici. “Vedere situazioni di povertà molto profonde e radicate – commenta – è stato difficile da accettare. Ma pian piano, ho anche scoperto una solidarietà ed una generosità tra le persone che mi ha fatto pensare che il vero paese ad essere in difficoltà era forse il mio, con l’indifferenza, l’isolamento e la chiusura d’animo…”. “Una volta – racconta – siamo giunti in un barrio così infangato che non era davvero possibile salire la collina con le infradito. Così io ed Heero abbiamo lasciato le ciabatte in fondo alla via. Di ritorno non c’erano più…, ma dopo due giorni le abbiamo ritrovate al Centro sociale”. “Non mi scorderò – continua – quel giorno in cui siamo andati a far visita ad un barrio, pioveva così tanto che ci eravamo praticamente persi, ma tre bambini ci hanno visto e raggiunto sotto la pioggia, e felicissimi ci hanno fatto da guida”. In quei mesi a Tagaytay Daniele ha trovato, in ogni atto di generosità, quello che cercava: “la vita è molto più di ciò che si può misurare”. Tutto ciò che nella sua vita agiata a Teramo era gratuito e scontato, qui andava sudato duramente: cibo, abiti, medicinali e qualsiasi altra cosa. “Voglio anch’io mettere un mattone – scrive – per la costruzione di un mondo in cui io e i miei fratelli possiamo mangiare allo stesso modo, avere entrambi la facoltà di studiare e istruirci, avere il modo di vestirci e di giocare senza elemosinare, avere un tetto ed un letto sul quale poggiare il capo la notte e sognare che, finalmente, un mondo più giusto non rimane soltanto un’utopia” . (altro…)
8 Feb 2013 | Chiesa, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità

Claudio, Antoanetta, Marinella, Giorgio
«Romania, 1996. Con Gheorghe, mio marito, e 3 figli, lasciamo il nostro Paese, come tanti altri connazionali, in cerca di lavoro e di un futuro migliore per i nostri figli. Siamo partiti alla cieca, senza neanche sapere dove avremmo dormito la notte arrivati a Torino. Una settimana ospiti da amici rumeni, poi una casa in affitto. Completamente vuota. Abbiamo dormito per una settimana per terra su un piumone, fortuna che era estate! La paura ci attanagliava. I nostri figli, che in Romania andavano bene a scuola, ora avrebbero potuto continuare a studiare? Avevamo fatto il passo giusto? Avremmo trovato lavoro? Dopo un po’ di tempo, l’alloggio dove abitiamo deve essere lasciato: il rischio per il padrone di casa di affittare a dei clandestini è troppo elevato. Altro momento difficile: dove andremo? 
Vallo dal Passo Croce
“Chiediamo a don Vincenzo”, dice una mia amica. È un sacerdote di una parrocchia fuori Torino: Vallo. La sua prima risposta è negativa, ma mentre ancora siamo lì a cercare una soluzione, squilla il telefono: è don Vincenzo che dice di aver trovato la soluzione abitativa giusta per noi. La gioia è incontenibile! E ancor più nei giorni successivi, quando questo sacerdote, senza attendere il nostro arrivo nella sua parrocchia, ci fa arrivare a casa i beni di prima necessità e questo si ripeterà settimanalmente. Finalmente lasciamo la casa di Torino e partiamo alla volta di Vallo. Sono passati 13 anni da allora, ma nella mia memoria resterà sempre impressa l’accoglienza di quei primi giorni. Eravamo una famiglia numerosa, all’epoca avevamo 3 figli, adesso 4, ma fin dai primi istanti ci siamo sentiti accolti e accettati amorevolmente, come se fossimo di famiglia. Quando siamo arrivati – con poche cose, 3-4 borse – una casa della parrocchia era già pronta per noi. C’era la cucina, con tutto il necessario, il salotto e le camere da letto con i letti già pronti. Vedere quella casa è stata una cosa meravigliosa. Inaspettatamente bella, i bambini, che erano piccoli, se ne sono subito innamorati e l’abbiamo sentita nostra. 
Don Vincenzo
Mi sentivo talmente a casa da chiedermi se fossi nata a Vallo o in Romania. Cosa avevo fatto per meritarmi tutto questo amore? Non deve essere stato facile per la comunità accogliere e, inizialmente, provvedere a tutti noi. Chi si interessava per i nostri permessi di soggiorno; chi ci portava la verdura dell’orto per farci risparmiare nella spesa o chi ci dava consigli; oppure chi ha accettato che i libri dei figli venissero pagati a rate. Ad un anno dalla nascita dell’ultima figlia, arriva finalmente per me la conferma di un lavoro fisso. Ma… a chi lasciare la bambina? Una persona ha dato la sua disponibilità ad occuparsene in mia assenza, senza chiedere nulla in cambio, e continua tutt’ora. Tutte queste cose, e molte altre che non ho detto, facevano nascere in me una domanda. Ma perché queste persone si comportano così? Con il tempo ho capito: avevano scoperto Dio Amore e a loro volta cercavano di rispondere al suo amore amando. Ho provato anche io. A questo Amore di Dio, che si è manifestato attraverso tanti della mia comunità, ora cerco di rispondere a mia volta, amando i fratelli che incontro ogni giorno». (altro…)
7 Feb 2013 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Senza categoria
Gabriel de Almeida ha 25 anni. Rio de Janeiro, dov’è nato, è una metropoli brasiliana attiva e dinamica: sarà sede della prossima Giornata Mondiale della Gioventù e dell’edizione 2014 della Coppa del mondo di calcio. E dalla grande Rio, Gabriel ha portato all’Istituto Universitario Sophia (IUS) anche la vivacità e lo slancio verso il futuro della popolazione carioca. L’itinerario di studio che sta concludendo presenta vari punti di interesse. Perché ti sei iscritto allo IUS? «Portata a casa la laurea in Relazioni internazionali, sentivo la necessità di fare un passo oltre i confini delle teorie politiche e di esplorare l’orizzonte dell’umanesimo. Dopo più di quattro anni e mezzo all’università, mi ritrovavo… con una grande sete: cercavo dove e come rispondere alle mie domande. I racconti di alcuni miei amici che avevano già frequentato Sophia mi hanno fatto intuire che proprio lo IUS poteva essere il posto giusto. Perché hai scelto la specializzazione in “Ontologia trinitaria”, tu che hai alla spalle studi politici? Che rapporto c’è tra i due percorsi? «Sono arrivato a Sophia pensando di seguire la specializzazione in politica; era una scelta più che naturale per me. Ma dopo qualche mese, sono venute a galla due nuove impressioni. La prima era di meraviglia: la meraviglia di trovarmi a conoscere chi è Gesù, forse per la prima volta in un modo così personale, soprattutto frequentando il corso sul Vangelo di Marco. La seconda: una nuova comprensione di me stesso maturata in occasione di un seminario su temi teologici; mi sono sentito “capace” di avvicinarmi al pensiero di Gesù, a ciò che Paolo chiama il “noûs christos”. Non per una qualche ambizione di conoscere il senso di tutto, di arrivare a possedere la logica del reale, ma per la scoperta di un luogo pienamente umano da cui leggere il mondo e le sue sfide, rispettandone i linguaggi e le ragioni.
Sei iscritto al secondo anno: hai avviato la preparazione della tesi? «Sì, ho già scelto il tema, la fenomenologia dello “straniero”, se così si può dire, un argomento di grande impatto in politica, ma che voglio analizzare a partire dai suoi fondamenti filosofici. Mi trovo dunque ad avere di nuovo a che fare con la politica, ma il mio sguardo sarà diverso, perché tratterò i flussi migratori che attraversano le società contemporanee facendo emergere, da un “luogo” di conoscenza che si ispira alle ragioni dell’Amore, nuove declinazioni politiche e culturali. Sei allo IUS da quasi due anni: come definiresti questo tempo che stai vivendo? Vorrei continuare ad usare la metafora del “luogo”: Sophia è prima di tutto un luogo da dove guardare…
le mille e variegate realtà umane a partire dalla fraternità, da una idea profondamente innovativa di socialità. Inoltre Sophia mi sta dando gli strumenti non solo per riflettere, ma anche per agire concretamente tenendo al centro la persona in tutta la ricchezza delle sue relazioni. So che infiniti momenti di “meraviglia” mi attendono ancora, di quella meraviglia filosofica che anticipa e svela la conoscenza, e insieme agli altri studenti e a tutta la comunità dello IUS mi sento più che mai in cammino. Fonte:Istituto Universitario Sophia (altro…)
6 Feb 2013 | Cultura, Dialogo Interreligioso, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
“Scoprire le Scritture nell’induismo, buddhismo, confucianesimo, taoismo, islam e cristianesimo ed il loro contributo alla pace e all’armonia” è il titolo del corso che ha radunato 290 membri del Movimento dei Focolari, provenienti da India, Pakistan, Indonesia, Filippine, Giappone, Corea, Vietnam, Myanmar, Cambogia, Australia e numerosi partecipanti provenienti dalle diverse regioni della Thailandia. Un vero spaccato dell’Asia, con lo scopo di approfondire la conoscenza delle grandi religioni orientali e formarsi ad un dialogo maturo. L’appuntamento era molto atteso, dopo l’ultima edizione nel 2011 tenutasi nelle Filippine, nella cittadella “Mariapoli Pace”, vicino a Manila. La scuola è stata aperta dal preside della Scuola del Dialogo con le Religioni Orientali (SOR), l’arcivescovo di Bangkok, Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij, che nel suo saluto inaugurale ha affermato, tra l’altro: «Le diverse religioni considerano le loro Scritture sacre con modalità diverse. Ma una cosa le accomuna, e questo è fondamentale: sono tutte fonti di sapienza». Competenti relatori hanno offerto i loro interventi: il Dr. Seri Phongphit di Bangkok per il Buddhismo Theravada, il Dr. Donald Mitchell per il Buddhismo Mahayana, i professori Adnane Mokrani per l’Islam, Philipp Hu per il Confucianesimo, Stephen Lo per il Taoismo e Luciano Cura per l’Induismo. Il vescovo Roberto Mallari delle Filippine ha presentato le sue riflessioni sull’Esortazione Apostolica Verbum Domini. E come tema che riassumeva tutta la scuola, Andrew Recepcion, presidente dell’Associazione internazionale dei missiologi, ha offerto una illuminante lezione sulla nuova evangelizzazione in Asia (IACM), in relazione al dialogo interreligioso.
Il fatto che la SOR si sia svolta per la prima volta fuori della sua sede nella cittadella di Tagaytay, ha permesso ai partecipanti di immergersi nella realtà del Buddhismo theravada, tipico della Thailandia e di tutto il sud-Est asiatico. L’approccio al Buddhismo non si è limitato solo ad approfondire le sue Scritture a livello accademico, ma è sceso nella vita concreta, grazie alle esperienze di Metta e Beer, entrambi buddisti in amicizia con i Focolari dagli anni ‘80. Molto efficace e profondo il video che raccoglie le impressioni dei monaci buddisti sul loro rapporto personale con Chiara Lubich, corredate da esperienze vissute nell’incontro con l’ideale dell’unità: un motivo di ispirazione per tutti i presenti. Il Prof. Donald Mitchell, non potendo essere presente personalmente, ha svolto la sua lezione via skype collegando la SOR di Bangkok e la Purdue University, degli USA. L’atmosfera di comunione ha permesso ai partecipanti di comprendere le lezioni non solo intellettualmente, ma anche spiritualmente. Molti dicevano di aver compreso il dialogo interreligioso in un modo più profondo, come uno stile di vita, e non tanto come un’attività da svolgere. La “SOR 2013” è stata particolarmente significativa per l’Asia, nell’Anno della Fede; e il dialogo interreligioso è risultato,
non solo un ponte nella conoscenza delle religioni e culture, ma uno sprone per approfondire la propria fede cristiana. P. Vicente Cajilig, (O.P.), sottolineava che il dialogo interreligioso del Movimento dei Focolari offre, in modi diversi, delle risposte concrete alle deliberazioni date dalla FABC (Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia). I partecipanti sono ritornati nelle loro nazioni grati per l’ideale dell’unità che porta a vivere le Scritture, la Parola, che fa scoprire il “vero sé, vero essere”, e con l’impegno rinnovato a vivere il carisma dell’unità più intensamente per essere un dono nella Chiesa. (altro…)
4 Feb 2013 | Centro internazionale, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Difficile immaginare un luogo più vivibile di Wellington. È vero, qui siamo in estate, il sole splende e la temperatura è ideale. È vero, Eolo in queste ore non soffia troppo impetuoso, nella città considerata la più ventosa al mondo, dopo Chicago. È vero, in questo weekend si svolge la Seven’s Cup, la maggior competizione di rugby a sette del Paese: la gente usa mascherarsi per l’occasione, per la gioia dei fotografi. Ma Wellington in ogni caso è veramente incantevole. Al Saint Mary’s College della capitale, appena sopra le cattedrali cattolica e anglicana, nel weekend del 2 e 3 febbraio si riunisce la comunità neozelandese dei Focolari, più di 200 persone provenienti dalle due principali isole che costituiscono il Paese, appartenenti sia alla maggioranza non indigena che alla minoranza maori, la popolazione locale per cui la è “Aotearoa” (la terra della lunga nuvola bianca). A differenza dell’Australia, dove la convivenza tra gli aborigeni e i non-indigeni presenta ancora gravi difficoltà, qui in Nuova Zelanda le relazioni interetniche sono molto meno problematiche, grazie agli sforzi congiunti delle autorità civili, religiose e culturali. Il Paese pare ormai un vero esempio di convivenza pacifica.
Non poteva essere che una karana, il popolare inno danzato maori, a salutare l’arrivo degli ospiti di Roma. Canti corali si alternano a potenti grida – di sfida e di accoglienza nello stesso tempo –, come in qualche modo abbiamo conosciuto dai massimi ambasciatori della Nuova Zelanda nel mondo, i favolosi All Blacks, la squadra di rugby più forte che esista sul pianeta. Un breve ma efficace percorso storico – fatto di immagini, suoni, danze e testimonianze – permette agli ospiti e ai locali di riprendere, valorizzare e capire meglio la vicenda di un popolo composito ma unito, che ha saputo, grazie anche e soprattutto alla presenza cristiana, avere una reale coesione sociale. Che ha permesso di vantarsi dell’invidiabile qualità di coloro che non hanno nemici e che sanno accogliere. Istruttivo, non c’è che dire. Soprattutto in un’epoca in cui l’immigrazione è all’ordine del giorno, anche qui, proveniente in primo luogo dai Paesi asiatici. Welcome home, benvenuti a casa canta la band che coniuga sonorità europee con ritmi e interpunzioni locali, in un mix suggestivo.
La ancor breve storia del “popolo nato dal Vangelo”, quello di Chiara Lubich, non poteva che cominciare con il Salmo: «Chiedilo, e ti darò in eredità tutte le nazioni, fino agli ultimi confini della Terra». Qui siamo esattamente agli antipodi di Trento, proprio agli ultimi confini… Una storia cominciata con un adulto olandese, Evert Tros, e con un giovane neozelandese, Terry Gunn, che avevano deciso di cominciare a vivere alla maniera evangelica, seguendo l’esempio della maestrina di Trento. Una storia proseguita più tardi con l’arrivo del focolare, accolto dall’arcivescovo Tom Williams, ora cardinale emerito di Wellington, che tra l’altro aveva conosciuto il carisma dell’unità a Roma, nel 1960, durante le Olimpiadi romane. Per raggiungere poi, in tempi diversi, tutte le principali città della nazione e anche tante zone rurali. È una comunità, quella dei Focolari locali, che appare uno spaccato fedele della società, sia per le diverse età presenti, sia per la composizione “sociologica”con maori e non-maori, ricchi e meno ricchi, immigrati recenti e meno recenti. Bill Murray è un elder, cioè un anziano della sua tribù, Ngati Apa. Con decisione afferma: «Dopo aver conosciuto il focolare ho cambiato non poco la mia vita e il mio modo di essere elder. L’amore di Gesù ormai è parte integrante del mio modo di fare. Ogni mio giudizio o decisione vengono sostenuti dall’amore che ho appreso da Chiara». Riconosce l’importanza dei Focolari per la Nuova Zelanda anche l’attuale arcivescovo di Wellington, mons. John Dew: «Nella secolarizzazione presente lo Spirito ha inviato alcuni carismi per rendere sempre nuovi i messaggi del Vangelo. Qui in Nuova Zelanda vedo che i Focolari hanno capito il popolo e le sue esigenze, e sanno operare con fantasia e coraggio». Alle comunità provenienti dalle città di tutta la Nuova Zelanda, praticamente dall’estremo Nord alle propaggini più meridionali del Paese, si rivolgono Maria Voce e Giancarlo Faletti. «I viaggi che ho fatto mi hanno permesso di conoscere le bellezze di tanti popoli. Figurarsi di voi, che vivete in un Paese così bello e ricco di umanità», ha esordito la presidente, suscitando l’applauso della sala. Anche qui emerge, come già era accaduto in Australia, la forte influenza della secolarizzazione e della multiculturalità. Sono domande esistenziali quelle che vengono poste dai giovani e giovanissimi, sull’esistenza di Dio, sulla salvezza portata da Gesù, sulla libertà che
l’uomo ha di peccare, sulla forza di cambiare sé stessi, su cosa si può fare per chi non ha una casa o un lavoro, sulle gravi piaghe innocenti della follia… Sono i figli delle famiglie cristiane che si pongono tali domande, ad evidenziare una nuova, vasta frontiera di evangelizzazione. Le riposte – «sono un cercare insieme, non affermazioni tutte fatte», precisa Maria Voce – indicano l’amore di Dio come risposta credibile e la via della condivisione, dell’unità, come metodo per riuscire a non fallire sotto al peso di tale domande. Altre domande vertono sulla non-credenza, sulle difficoltà nell’educazione alla fede. Maria Voce e Giancarlo Faletti cercano anche in questo caso di dar coraggio, di suggerire la forza dell’unità come risposta, come luogo dove trovare le risposte adeguate. E invitano tutti, anche chi non crede, a mettersi insieme per dare una testimonianza adeguata ai tempi e alle situazioni. Altra domanda impegnativa: «Dio è irrilevante nella vita della maggioranza della gente. Tendiamo perciò a non parlare di Dio. Sappiamo che per prima cosa bisogna amare i nostri prossimi, ma basta? Bisogna anche parlare?». Risponde Giancarlo Faletti: «Dobbiamo vedere Gesù in ognuno e quindi ognuno va amato come se parlassimo con Gesù. Questa è la base. Dopo che l’abbiamo fatto, sentiremo la necessità di parlare ad ognuno nel modo più adeguato per lui». Ma c’è di più: «Dobbiamo saper scegliere i comportamenti giusti, non facendo certe cose o addirittura lasciando certe situazioni. Poi bisogna in qualche modo spiegarsi. Dobbiamo vedere nella nostra vita un annuncio di Gesù e dell’amore di Dio». «Vedo nel Movimento, in qualche modo, la Chiesa così come dovrebbe essere. Come far sì, allora, che tutti sperimentino Gesù in mezzo (Mt 18,20)?», chiede un’aderente del Movimento. E Maria Voce: «Giovanni Paolo II ha detto qualcosa di simile: “Vedo in voi la Chiesa postconciliare”. Come far sì, allora, che tutta l’umanità esperimenti la presenza di Gesù in mezzo? Non sappiamo quando, ma accadrà, perché Gesù lo vuole avendo chiesto al Padre l’unità (Gv, 17,21). Ma ci chiede di aiutarlo a realizzare questo sogno. La nostra parte è quella di stabilire in mezzo all’umanità dei piccoli fuochi, di persone unite nel nome di Gesù. Magari solo due, ma insieme: in una scuola, in un ospedale, in un band, anche in un campo di cricket. Due persone sole, un piccolo fuoco. Ma tanti piccoli fuochi ad un certo punto si collegheranno con gli altri fuochi. E il fuoco diventerà sempre più grande, anche se non sappiamo molto spesso dove il fuoco ha già attaccato. È certo che Dio sta lavorando. E allora cooperiamo anche noi con lui, accendendo e tenendo accesi questi piccoli fuochi». Quest’oggi Wellington è il centro del “popolo nato dal Vangelo”, e non più l’ultimo confine della Terra. di Michele Zanzucchi, inviato (altro…)
3 Feb 2013 | Chiesa, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Ben 150 sono stati i partecipanti di diverse famiglie religiose provenienti da tutta Europa, ma anche da Libano, Perù e Brasile al convegno organizzato dal Movimento dei Focolari, dal 22 al 25 gennaio, per il mondo religioso, realizzato nel Centro Mariapoli di Castelgandolfo in contemporanea con i sacerdoti e diaconi che partecipano della vita del Movimento. Giancarlo Faletti, copresidente dei Focolari, in quei giorni in viaggio in Indonesia e Oceania con Maria Voce, si è fatto presente con un messaggio nel quale riconosceva l’importante lavoro svolto dai religiosi in quelle nazioni per diffondere la spiritualità dell’unità: “Ancora una volta è stato forte per me sentire una grande e profonda riconoscenza per i nostri religiosi che hanno portato l’Ideale dell’unità in quelle terre lontane, piantando così il seme di quella che sarebbe poi diventata con gli anni la famiglia dei Focolari”. Molto intenso il programma, che ha visto i religiosi incontrarsi con alcuni rappresentanti del Centro internazionale dei Focolari, con mons. Piero Coda, preside dell’Istituto Universitario Sophia e con Marco Tecilla, il primo focolarino. Inoltre, hanno dato il loro contributo anche Padre Fabio Ciardi, della Scuola Abbà (Centro Studi del Movimento) ed il giornalista Paolo Loriga dell’Editrice Città Nuova. Particolarmente importante, però, è risultato essere lo scambio intessuto con le nuove generazioni. I Giovani per un Mondo Unito hanno presentato l’United World Project, nato dall’esperienza del Genfest e che sta entrando adesso in una tappa molto calda. Grande interesse ha destato anche la proposta dei Meeting, per il 2014, dal titolo: “Yes, We, Gospel“. Questo progetto mondiale per le nuove generazioni della vita consacrata, che si realizzerà in varie parti del mondo, si propone tre obiettivi: far conoscere sempre di più il carisma dell’unità, rendere visibile il volto giovane della vita consacrata e far sperimentare la bellezza della comunione tra i carismi.
Il titolo, “Yes, We, Gospel”, è stato spiegato da P. Theo Jansen e vuol significare: Yes, cioè il si all’Ideale dell’unità; We, a voler sottolineare che questo si costruisce insieme, non individualmente; infine Gospel: la pluralità dei carismi che le tante famiglie religiose mostrano con la loro sola presenza, carismi che rifioriscono nel giardino della Chiesa se sono insieme. A questo proposito Maria Voce ha mandato uno slogan, ispirato in un noto scritto di Chiara Lubich, per i partecipanti del congresso in sintonia con questo programma: “Guardare tutti i fiori. L’altro è un fiore del nostro giardino”. (altro…)