Movimento dei Focolari

La fraternità nella città

Al centinaio di partecipanti al 1° Incontro “Giovani per la pace”, tutti fortemente interessati alla nuova visione politica ed impegnati in varie iniziative locali, si sono aggiunti, all’evento conclusivo, altri 150 giovani, per vivere insieme la “pratica della fraternità nella città”, in un quartiere a rischio di Zipaquirà (a 15 minuti da Tocancipà), abitato da ex-guerriglieri dell’M-19 – Movimento del 19 aprile – che ha cessato le ostilità nel 1988. Alcuni membri dell’M-19 si sono attualmente integrati in politica. Le condizioni del quartiere sono di estrema povertà e la delinquenza è diffusa. Lì i giovani si sono dati da fare, coinvolgendo gli abitanti, con una vendita di abbigliamento, frutto di una raccolta realizzata precedentemente dagli stessi giovani, servizio di parrucchiere e di misura-zione della vista, un’azione ecologica per le strade, una festa con tantissimi bambini, un pran-zo allestito per 2000 persone, tutto in un clima di amore e coinvolgimento attivo di quasi tutti gli abitanti del posto, del sindaco e di un consigliere comunale. Alla partenza il sentire comune, dalle esperienze e impressioni comunicate, era la certezza che la fraternità è l’unica strada per la pace e l’unità, e che nell’oscuro tunnel del dolore sociale nel quale si vive, un seme di vita nuova in questa regione è stato gettato.

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Omelia di Sua Santità Benedetto XVI durante la Messa nella spianata di Marienfeld

Parole del Santo Padre all’inizio della Celebrazione

Avrei voluto percorrere col papamobile tutto il territorio in lungo e in largo per essere possibilmente vicino a ciascuno singolarmente. Per le difficoltà dei sentieri non era possibile, ma saluto ciascuno con tutto il cuore. Il Signore vede e ama ogni singola persona. Tutti noi formiamo insieme la Chiesa vivente e ringraziamo il Signore per questa ora in cui Egli ci dona il mistero della sua presenza e la possibilità di essere in comunione con Lui. Sappiamo tutti di essere imperfetti, di non poter essere per Lui una casa appropriata. Per questo cominciamo la Santa Messa raccogliendoci e pregando il Signore di rimuovere da noi tutto ciò che ci separa da Lui e separa noi gli uni dagli altri. Ci faccia così il dono di celebrare degnamente i Santi Misteri. *** Cari giovani! Davanti all’Ostia sacra, nella quale Gesù per noi si è fatto pane che dall’interno sostiene e nutre la nostra vita (cfr Gv 6, 35), abbiamo ieri sera cominciato il cammino interiore dell’adorazione. Nell’Eucaristia l’adorazione deve diventare unione. Con la Celebrazione eucaristica ci troviamo in quell’”ora” di Gesù di cui parla il Vangelo di Giovanni. Mediante l’Eucaristia questa sua “ora” diventa la nostra ora, presenza sua in mezzo a noi. Insieme con i discepoli Egli celebrò la cena pasquale d’Israele, il memoriale dell’azione liberatrice di Dio che aveva guidato Israele dalla schiavitù alla libertà. Gesù segue i riti d’Israele. Recita sul pane la preghiera di lode e di benedizione. Poi però avviene una cosa nuova. Egli ringrazia Dio non soltanto per le grandi opere del passato; lo ringrazia per la propria esaltazione che si realizzerà mediante la Croce e la Risurrezione, parlando ai discepoli anche con parole che contengono la somma della Legge e dei Profeti: “Questo è il mio Corpo dato in sacrificio per voi. Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio Sangue”. E così distribuisce il pane e il calice, e insieme dà loro il compito di ridire e rifare sempre di nuovo in sua memoria quello che sta dicendo e facendo in quel momento. Che cosa sta succedendo? Come Gesù può distribuire il suo Corpo e il suo Sangue? Facendo del pane il suo Corpo e del vino il suo Sangue, Egli anticipa la sua morte, l’accetta nel suo intimo e la trasforma in un’azione di amore. Quello che dall’esterno è violenza brutale – la crocifissione -, dall’interno diventa un atto di un amore che si dona totalmente. È questa la trasformazione sostanziale che si realizzò nel cenacolo e che era destinata a suscitare un processo di trasformazioni il cui termine ultimo è la trasformazione del mondo fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15, 28). Già da sempre tutti gli uomini in qualche modo aspettano nel loro cuore un cambiamento, una trasformazione del mondo. Ora questo è l’atto centrale di trasformazione che solo è in grado di rinnovare veramente il mondo: la violenza si trasforma in amore e quindi la morte in vita. Poiché questo atto tramuta la morte in amore, la morte come tale è già dal suo interno superata, è già presente in essa la risurrezione. La morte è, per così dire, intimamente ferita, così che non può più essere lei l’ultima parola. È questa, per usare un’immagine a noi oggi ben nota, la fissione nucleare portata nel più intimo dell’essere – la vittoria dell’amore sull’odio, la vittoria dell’amore sulla morte. Soltanto questa intima esplosione del bene che vince il male può suscitare poi la catena di trasformazioni che poco a poco cambieranno il mondo. Tutti gli altri cambiamenti rimangono superficiali e non salvano. Per questo parliamo di redenzione: quello che dal più intimo era necessario è avvenuto, e noi possiamo entrare in questo dinamismo. Gesù può distribuire il suo Corpo, perché realmente dona se stesso. Questa prima fondamentale trasformazione della violenza in amore, della morte in vita trascina poi con sé le altre trasformazioni. Pane e vino diventano il suo Corpo e Sangue. A questo punto però la trasformazione non deve fermarsi, anzi è qui che deve cominciare appieno. Il Corpo e il Sangue di Cristo sono dati a noi affinché noi stessi veniamo trasformati a nostra volta. Noi stessi dobbiamo diventare Corpo di Cristo, consanguinei di Lui. Tutti mangiamo l’unico pane, ma questo significa che tra di noi diventiamo una cosa sola. L’adorazione, abbiamo detto, diventa unione. Dio non è più soltanto di fronte a noi, come il Totalmente Altro. È dentro di noi, e noi siamo in Lui. La sua dinamica ci penetra e da noi vuole propagarsi agli altri e estendersi a tutto il mondo, perché il suo amore diventi realmente la misura dominante del mondo. Io trovo un’allusione molto bella a questo nuovo passo che l’Ultima Cena ci ha donato nella differente accezione che la parola “adorazione” ha in greco e in latino. La parola greca suona proskynesis. Essa significa il gesto della sottomissione, il riconoscimento di Dio come nostra vera misura, la cui norma accettiamo di seguire. Significa che libertà non vuol dire godersi la vita, ritenersi assolutamente autonomi, ma orientarsi secondo la misura della verità e del bene, per diventare in tal modo noi stessi veri e buoni. Questo gesto è necessario, anche se la nostra brama di libertà in un primo momento resiste a questa prospettiva. Il farla completamente nostra sarà possibile soltanto nel secondo passo che l’Ultima Cena ci dischiude. La parola latina per adorazione è ad-oratio – contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e quindi in fondo amore. La sottomissione diventa unione, perché colui al quale ci sottomettiamo è Amore. Così sottomissione acquista un senso, perché non ci impone cose estranee, ma ci libera in funzione della più intima verità del nostro essere. Torniamo ancora all’Ultima Cena. La novità che lì si verificò, stava nella nuova profondità dell’antica preghiera di benedizione d’Israele, che da allora diventa la parola della trasformazione e dona a noi la partecipazione all’”ora” di Cristo. Gesù non ci ha dato il compito di ripetere la Cena pasquale che, del resto, in quanto anniversario, non è ripetibile a piacimento. Ci ha dato il compito di entrare nella sua “ora”. Entriamo in essa mediante la parola del potere sacro della consacrazione – una trasformazione che si realizza mediante la preghiera di lode, che ci pone in continuità con Israele e con tutta la storia della salvezza, e al contempo ci dona la novità verso cui quella preghiera per sua intima natura tendeva. Questa preghiera – chiamata dalla Chiesa “preghiera eucaristica” – pone in essere l’Eucaristia. Essa è parola di potere, che trasforma i doni della terra in modo del tutto nuovo nel dono di sé di Dio e ci coinvolge in questo processo di trasformazione. Per questo chiamiamo questo avvenimento Eucaristia, che è la traduzione della parola ebraica beracha – ringraziamento, lode, benedizione, e così trasformazione a partire dal Signore: presenza della sua “ora”. L’ora di Gesù è l’ora in cui vince l’amore. In altri termini: è Dio che ha vinto, perché Egli è l’Amore. L’ora di Gesù vuole diventare la nostra ora e lo diventerà, se noi, mediante la celebrazione dell’Eucaristia, ci lasciamo tirare dentro quel processo di trasformazioni che il Signore ha di mira. L’Eucaristia deve diventare il centro della nostra vita. Non è positivismo o brama di potere, se la Chiesa ci dice che l’Eucaristia è parte della domenica. Al mattino di Pasqua, prima le donne e poi i discepoli ebbero la grazia di vedere il Signore. D’allora in poi essi seppero che ormai il primo giorno della settimana, la domenica, sarebbe stato il giorno di Lui, di Cristo. Il giorno dell’inizio della creazione diventava il giorno del rinnovamento della creazione. Creazione e redenzione vanno insieme. Per questo è così importante la domenica. È bello che oggi, in molte culture, la domenica sia un giorno libero o, insieme col sabato, costituisca addirittura il cosiddetto “fine-settimana” libero. Questo tempo libero, tuttavia, rimane vuoto se in esso non c’è Dio. Cari amici! Qualche volta, in un primo momento, può risultare piuttosto scomodo dover programmare nella domenica anche la Messa. Ma se vi ponete impegno, constaterete poi che è proprio questo che dà il giusto centro al tempo libero. Non lasciatevi dissuadere dal partecipare all’Eucaristia domenicale ed aiutate anche gli altri a scoprirla. Certo, perché da essa si sprigioni la gioia di cui abbiamo bisogno, dobbiamo imparare a comprenderla sempre di più nelle sue profondità, dobbiamo imparare ad amarla. Impegniamoci in questo senso – ne vale la pena! Scopriamo l’intima ricchezza della liturgia della Chiesa e la sua vera grandezza: non siamo noi a far festa per noi, ma è invece lo stesso Dio vivente a preparare per noi una festa. Con l’amore per l’Eucaristia riscoprirete anche il sacramento della Riconciliazione, nel quale la bontà misericordiosa di Dio consente sempre un nuovo inizio alla nostra vita. Chi ha scoperto Cristo deve portare altri verso di Lui. Una grande gioia non si può tenere per sé. Bisogna trasmetterla. In vaste parti del mondo esiste oggi una strana dimenticanza di Dio. Sembra che tutto vada ugualmente anche senza di Lui. Ma al tempo stesso esiste anche un sentimento di frustrazione, di insoddisfazione di tutto e di tutti. Vien fatto di esclamare: Non è possibile che questa sia la vita! Davvero no. E così insieme con la dimenticanza di Dio esiste come un boom del religioso. Non voglio screditare tutto ciò che c’è in questo contesto. Può esserci anche la gioia sincera della scoperta. Ma, per dire il vero, non di rado la religione diventa quasi un prodotto di consumo. Si sceglie quello che piace, e certuni sanno anche trarne un profitto. Ma la religione cercata alla maniera del “fai da te” alla fin fine non ci aiuta. È comoda, ma nell’ora della crisi ci abbandona a noi stessi. Aiutate gli uomini a scoprire la vera stella che ci indica la strada: Gesù Cristo! Cerchiamo noi stessi di conoscerlo sempre meglio per poter in modo convincente guidare anche gli altri verso di Lui. Per questo è così importante l’amore per la Sacra Scrittura e, di conseguenza, importante conoscere la fede della Chiesa che ci dischiude il senso della Scrittura. È lo Spirito Santo che guida la Chiesa nella sua fede crescente e l’ha fatta e la fa penetrare sempre di più nelle profondità della verità (cfr Gv 16, 13). Papa Giovanni Paolo II ci ha donato un’opera meravigliosa, nella quale la fede dei secoli è spiegata in modo sintetico: il Catechismo della Chiesa Cattolica. Io stesso recentemente ho potuto presentare il Compendio di tale Catechismo, che è stato anche elaborato a richiesta del defunto Papa. Sono due libri fondamentali che vorrei raccomandare a tutti voi. Ovviamente, i libri da soli non bastano. Formate delle comunità sulla base della fede! Negli ultimi decenni sono nati movimenti e comunità in cui la forza del Vangelo si fa sentire con vivacità. Cercate la comunione nella fede come compagni di cammino che insieme continuano a seguire la strada del grande pellegrinaggio che i Magi dell’Oriente ci hanno indicato per primi. La spontaneità delle nuove comunità è importante, ma è pure importante conservare la comunione col Papa e con i Vescovi. Sono essi a garantire che non si sta cercando dei sentieri privati, ma invece si sta vivendo in quella grande famiglia di Dio che il Signore ha fondato con i dodici Apostoli. Ancora una volta devo ritornare all’Eucaristia. “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo” dice san Paolo (1 Cor 10, 17). Con ciò intende dire: Poiché riceviamo il medesimo Signore ed Egli ci accoglie e ci attira dentro di sé, siamo una cosa sola anche tra di noi. Questo deve manifestarsi nella vita. Deve mostrarsi nella capacità del perdono. Deve manifestarsi nella sensibilità per le necessità dell’altro. Deve manifestarsi nella disponibilità a condividere. Deve manifestarsi nell’impegno per il prossimo, per quello vicino come per quello esternamente lontano, che però ci riguarda sempre da vicino. Esistono oggi forme di volontariato, modelli di servizio vicendevole, di cui proprio la nostra società ha urgentemente bisogno. Non dobbiamo, ad esempio, abbandonare gli anziani alla loro solitudine. Non dobbiamo passare oltre di fronte ai sofferenti. Se pensiamo e viviamo in virtù della comunione con Cristo, allora ci si aprono gli occhi. Allora non ci adatteremo più a vivacchiare preoccupati solo di noi stessi, ma vedremo dove e come siamo necessari. Vivendo ed agendo così ci accorgeremo ben presto che è molto più bello essere utili e stare a disposizione degli altri che preoccuparsi solo delle comodità che ci vengono offerte. Io so che voi come giovani aspirate alle cose grandi, che volete impegnarvi per un mondo migliore. Dimostratelo agli uomini, dimostratelo al mondo, che aspetta proprio questa testimonianza dai discepoli di Gesù Cristo e che, soprattutto mediante il vostro amore, potrà scoprire la stella che noi seguiamo. Andiamo avanti con Cristo e viviamo la nostra vita da veri adoratori di Dio! Amen.   (altro…)

Benedetto XVI: dalla GMG, l’auspicio di una grande primavera di speranza per l’Europa e il mondo

Benedetto XVI: dalla GMG, l’auspicio di una grande primavera di speranza per l’Europa e il mondo

“Un’intuizione profetica dell’indimenticabile” predecessore, destinata a segnare una “grande primavera di speranza” per l’Europa e il mondo: così Benedetto XVI ha definito la Giornata Mondiale della Gioventù.

All’udienza generale, mercoledì 24 agosto, il Papa ha parlato della sua esperienza in Germania, ripercorrendone le tappe e i momenti più significativi, davanti a 7 mila persone di quattro continenti che gremivano l’Aula Paolo VI, tra le quali spiccavano una delegazione interreligiosa proveniente da Nagasaki e una di religiosi buddisti. Dal discorso di Benedetto XVI: “La Provvidenza divina ha voluto che il mio primo viaggio pastorale fuori d’Italia avesse come meta proprio il mio Paese di origine e avvenisse in occasione del grande incontro dei giovani del mondo, a vent’anni dall’istituzione della Giornata Mondiale della Gioventù, voluta con intuizione profetica dall’indimenticabile mio Predecessore. Non cesso di rendere grazie a Dio per il dono di questo pellegrinaggio, del quale conserverò un grato ricordo.  L’abbraccio ideale con i giovani partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù è cominciato sin dal mio arrivo all’aeroporto di Colonia/Bonn ed è andato facendosi sempre più carico di emozioni percorrendo il Reno dal molo di Rodenkirchenerbrucke sino a Colonia, scortati da altre cinque imbarcazioni rappresentanti i cinque continenti. Suggestiva è stata poi la sosta di fronte alla banchina del Poller Rheinwiesen dove attendevano già migliaia e migliaia di giovani con i quali ho avuto il primo incontro ufficiale, chiamato opportunamente “festa di accoglienza” e che aveva come motto le parole dei Magi “Dov’è il re dei Giudei che è nato?” (Mt 2, 2a). Sono stati proprio i Magi le “guide” per quei giovani pellegrini verso Cristo. Quanto è significativo che tutto questo sia avvenuto mentre ci avviamo verso la conclusione dell’Anno Eucaristico voluto da Giovanni Paolo II! Il tema dell’Incontro “Siamo venuti per adorarlo”, ha invitato tutti a seguire idealmente i Magi, e a compiere insieme a loro un interiore viaggio di conversione verso l’Emanuele, il Dio con noi, per conoscerlo, incontrarlo, adorarlo, e, dopo averlo incontrato e adorato, ripartire poi recando nell’animo la sua luce e la sua gioia.  

A Colonia i giovani hanno avuto modo a più riprese di approfondire queste tematiche spirituali e si sono sentiti sospinti dallo Spirito Santo ad essere testimoni di Cristo, che nell’Eucaristia ha promesso di restare realmente presente tra noi sino alla fine del mondo. Ripenso ai vari momenti che ho avuto la gioia di condividere con loro, specialmente alla veglia di sabato sera e alla celebrazione conclusiva di domenica. A queste suggestive manifestazioni di fede si sono uniti milioni di altri giovani da ogni angolo della terra, grazie ai provvidenziali collegamenti radio televisivi.

Ma vorrei qui rievocare un incontro singolare, quello con i seminaristi, giovani chiamati ad una più radicale sequela di Cristo, Maestro e Pastore. Ho voluto che ci fosse un momento specifico dedicato a loro, anche per mettere in risalto la dimensione vocazionale tipica delle Giornate Mondiali della Gioventù. Non poche vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata sono sbocciate, in questi venti anni, proprio durante le Giornate Mondiali della Gioventù, occasioni privilegiate nelle quali lo Spirito Santo fa sentire la sua chiamata. Nel contesto ricco di speranza delle Giornate di Colonia, si colloca molto bene l’incontro ecumenico con i rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali. Il ruolo della Germania nel dialogo ecumenico è importante, sia per la triste storia delle divisioni che per la parte significativa svolta nel cammino di riconciliazione. Auspico che il dialogo, quale scambio reciproco di doni, contribuisca inoltre a far crescere e maturare quella “sinfonia” ordinata ed armonica che è l’unità cattolica. In tale prospettiva, le Giornate Mondiali della Gioventù rappresentano un valido “laboratorio” ecumenico. E come non rivivere con emozione la visita alla Sinagoga di Colonia, dove ha sede la più antica Comunità ebraica tedesca? Con i fratelli ebrei ho fatto memoria della Shoà, e del 60° anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti. Quest’anno ricorre il 40? anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra aetate, che ha inaugurato una nuova stagione di dialogo e di solidarietà spirituale tra ebrei e cristiani, nonché di stima per le altre grandi tradizioni religiose. Tra queste, un posto particolare occupa l’Islam, i cui seguaci adorano l’unico Dio e si rifanno volentieri al patriarca Abramo. Per tale ragione ho voluto incontrare i rappresentanti di alcune Comunità musulmane, ai quali ho manifestato le speranze e le preoccupazioni del difficile momento storico che stiamo vivendo, auspicando che siano estirpati il fanatismo e la violenza e che insieme si possa collaborare nel difendere sempre la dignità della persona umana e tutelare i suoi diritti fondamentali.  

Cari Fratelli e Sorelle, dal cuore della “vecchia” Europa, che nel secolo scorso ha conosciuto orrendi conflitti e regimi disumani, i giovani hanno rilanciato all’umanità del nostro tempo il messaggio della speranza che non delude, perché fondata sulla Parola di Dio fattasi carne in Gesù Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza. A Colonia i giovani hanno incontrato e adorato l’Emanuele nel mistero dell’Eucaristia ed hanno meglio compreso che la Chiesa è la grande famiglia mediante la quale Dio forma uno spazio di comunione e di unità tra ogni continente, cultura e razza, una “grande comitiva di pellegrini” guidati da Cristo, stella radiosa che illumina la storia.

Gesù si fa nostro compagno di viaggio nell’Eucaristia, e nell’Eucaristia – dicevo nell’omelia della celebrazione conclusiva mutuando dalla fisica un’immagine ben nota – porta “la fissione nucleare” nel cuore più nascosto dell’essere. Solo quest’intima esplosione del bene che vince il male può dar vita alle altre trasformazioni necessarie per cambiare il mondo. Preghiamo ora perché i giovani da Colonia rechino con sé la luce di Cristo, che è verità e amore e la diffondano dappertutto. Confido che grazie all’aiuto dello Spirito Santo e alla preghiera della Vergine Maria, potremo così assistere ad una primavera di speranza in Germania, in Europa e nel mondo intero.   (altro…)

Spagna – Paesi Baschi – Lotta contro la repressione dei diritti dei baschi

Sono nata nei Paesi Baschi, nel nord della Spagna, vicino alla frontiera francese. Appartengo ad una etnia stabilitasi in quella terra da millenni, con cultura, tradizioni e lingua proprie, che sono state conservate intatte, tramandate dai genitori ai figli. Dopo la guerra civile spagnola sono emerse varie tendenze separatiste nei confronti dello Stato spagnolo. Alcuni gruppi politici, poi, incrementavano le tensioni e le divisioni e incitavano i baschi alla ribellione. Verso gli anni ’70 la situazione è peggiorata: la nostra cultura e la nostra identità non solo non venivano riconosciute dal governo spagnolo, ma ci era persino proibito parlare la nostra lingua. Nonostante questo, nella mia famiglia siamo sempre stati educati alla pace, anche quando intorno a noi il clima di ostilità dilagava. Tanti nostri amici si sono rifugiati nella clandestinità, alcuni sono stati arrestati, altri sono morti. Noi pure abbiamo provato il dolore di avere un familiare in carcere, la mia casa è stata schedata e siamo stati messi sotto il controllo della polizia. Sentivo che dovevo fare qualcosa per manifestare il rifiuto di queste forme di repressione. Ho cominciato a frequentare ambienti che organizzavano manifestazioni clandestine per la libertà e in favore dei giovani detenuti. Ma questo modo di lottare mi schiacciava sempre più. Proprio in quel tempo ho conosciuto la storia di Chiara Lubich e delle sue prime compagne. La loro grande scoperta, che Dio è amore, è diventata la mia: per me è stata una folgorazione! Mi sono sentita avvolta dalle braccia del Padre e quel senso di vuoto, di orfanezza vissuto sino a quel momento, è diventato una luminosa pienezza. Ho trovato la mia identità. Ho coinvolto subito la mia famiglia e le mie amiche, e mettendoci ad amare siamo usciti dal nostro mondo angoscioso. Ricordo la gioia incontenibile quando, spinta dalla frase del Vangelo: “Se tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta all’altare e vai a riconciliarti con lui” , ho voluto fermarmi a parlare con una persona da cui ero divisa da tempo per motivi politici. L’amore ha minato anche la grande paura che avevo dei poliziotti. Un giorno stavo in macchina con due amiche e ci siamo trovate in mezzo ad una manifestazione. Nella fretta di allontanarmi, sono andata a finire proprio tra i poliziotti che sparavano pallottole di gomma. Mi sono ricordata: “Amate i vostri nemici” , e sono scesa dall’auto con una grande pace, diretta verso di loro. Ho spiegato quello che mi era successo e sono rimasta di stucco: il capo della polizia ha fermato il traffico e mi ha fatto uscire contro mano dalla zona pericolosa. Dietro la divisa che tanto temevo ho trovato dei fratelli. È stata la conferma che quando si ama con l’amore che viene da Dio si trascinano anche gli altri ad amare nello stesso modo. Nel liceo basco in cui lavoravo come segretaria mi era stato ordinato di non ricevere nessuno che non parlasse la lingua basca. Era un modo per far pressione sul governo con lo scopo di ottenere maggior rispetto per la nostra cultura, ma a me sembrava un’imposizione inaccettabile. “Qualunque cosa avrete fatto al più piccolo…, l’avrete fatta a me”: non potevo chiudere la porta in faccia a Gesù perché non parlava basco! Ho iniziato a ricevere tutti senza distinzioni, facendo da tramite per evitare incontri diretti con la direzione della scuola. All’inizio è andato tutto liscio, ma poi sono stata scoperta. Eppure, nessuno ha avuto il coraggio di rimproverarmi, anzi ho saputo che i miei superiori approvavano il mio modo di agire. Non mi bastava però rimanere nella sfera privata: ero convinta che questa vita evangelica avrebbe avuto un impatto sociale. Nel ’96 Chiara Lubich ci invitava a reagire contro tutto quello che non è pace. Era un’autentica rivoluzione. Superando ogni timore, con i miei amici ho aderito ad un’iniziativa per manifestare pubblicamente contro la violenza terrorista dell’ETA, che vìola continuamente la volontà del popolo basco. Così, ogni lunedì, alle otto di sera, in più di cento punti del paese, esprimiamo nelle piazze e nei quartieri, con quindici minuti di silenzio, il nostro disaccordo, contro ogni tipo di violenza. Gli estremisti contestano queste manifestazioni pacifiche e fanno di tutto perché desistiamo dal nostro impegno: spesso cercano di spaventarci con insulti e atteggiamenti ostili, ci tirano oggetti e ci fotografano per schedarci nella lista nera. Conosciamo alcuni di loro, vicini di casa, colleghi di lavoro, e viviamo autentiche lacerazioni. Ma la certezza che per costruire l’unità bisogna essere pronti a dare la vita come ha fatto Gesù ci appare sempre più come l’unica via. La cerchia delle persone che vogliono costruire la pace si allarga: mamme, bambini, giovani. “Oggi ho scoperto che c’è una generazione nuova – ci ha detto un giorno un uomo in una piazza –, e mi è nata nel cuore la speranza per il futuro”. Maria U.(Paesi Baschi)   (altro…)

Mai soli nella prova

Il doppio stipendio Abito in una piccola città dell’interno dello stato di Santa Catarina, nel sud del Brasile, dove le prospettive di lavoro sono scarse e gli stipendi insufficienti. Nella ditta dove lavoro faccio la parcheggiatrice, un lavoro pesante, tutto il giorno sotto il sole o sotto la pioggia. Un giorno mio padre viene a trovarmi e mi confida la sua difficoltà, per quel mese, a coprire le spese della casa. Con la mia situazione economica era impossibile poterlo aiutare. Ho provato un gran dolore. Mi sono però ricordata che ho un Padre in Cielo e mi sono rivolta a Lui con fiducia di figlia, sapendo che non ci lascia mai soli nella prova e certa che avrebbe provveduto al necessario. Proprio in quei giorni ho ricevuto un’offerta di lavoro più vantaggiosa in un’altra azienda. Andando a presentare le dimissioni sono rimasta sorpresa quando il caposettore mi ha offerto un doppio stipendio in ricompensa del mio sforzo per aver compiuto bene il lavoro e per l’impegno con il quale ho cercato di stabilire rapporti veri con i colleghi. In quel “doppio” stipendio ho colto la risposta del Padre comune che aveva provveduto alle necessità del mio papà, che ricevendolo non ha potuto trattenere le lacrime! (S.J. – Brasile) Tratto da Quando Dio interviene – Esperienze da tutto il mondo, Città Nuova Editrice 2004

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