Movimento dei Focolari
I Focolari attendono con gioia il Papa

I Focolari attendono con gioia il Papa

PapaFrancescoColombia«Verrò come pellegrino di speranza e di pace, per celebrare con voi la fede nel nostro Signore e anche per imparare dalla vostra carità e dalla vostra perseveranza nella ricerca della pace e dell’armonia». Così Francesco, parlando in spagnolo, si è presentato al «caro popolo della Colombia» in un videomessaggio a poche ore dalla partenza per Bogotà. Citando il motto della visita , ha ricordato che «abbiamo sempre bisogno di fare un primo passo per qualsiasi attività e progetto». Questo «ci spinge anche ad essere i primi ad amare, a costruire ponti, a creare la fratellanza. Ci incoraggia ad uscire per andare incontro all’altro, a tendere la mano e a scambiarci il segno della pace». La Colombia, dice il Papa, è una «terra ricca di storia, cultura, fede, uomini e donne che hanno lavorato con determinazione e perseveranza per renderla un luogo in cui regna l’armonia e la fratellanza, in cui il Vangelo è conosciuto e amato, dove dire fratello e sorella non risulta un segno strano, ma un vero e proprio tesoro da proteggere e difendere». DSCN5406La comunità dei Focolari si prepara con gioia all’arrivo di Papa Francesco. Da Bogotà ci scrive Yolima Martínez: «Come membri del Movimento dei Focolari, lo accoglieremo con grande entusiasmo, affinché il suo messaggio possa riempire la nostra terra di speranza». La Colombia – spiega – si trova in una fase di transizione, profonde divisioni sociali continuano a persistere. «Sappiamo però, come Chiara Lubich ci ha insegnato, che tutti siamo candidati all’unità, quindi crediamo che le parole del Santo Padre saranno per tutti una chiamata alla pace, alla riconciliazione e alla tolleranza, indipendentemente dal credo o dal modo di pensare». Grande il clima di aspettativa, specialmente per i cristiani. «I giovani, convocati dalla Chiesa locale, si sono preparati a questa visita curando non solo gli aspetti logistici, ma soprattutto la propria anima in vista di questo incontro. La Escuela Sol Naciente, a Tocancipà (a nord di Bogotà, dove sorge il Centro Mariapoli), con l’aiuto del programma di Sostegno a distanza del Movimento Famiglie Nuove, è rivolta a bambini e ragazzi dai 3 anni ai 15 anni, per formarli globalmente, come persone sensibili ai valori della solidarietà, della pace e dell’ecologia. DSCN5422Quindici studenti e due insegnanti parteciperanno dell’Eucaristia presieduta dal Papa, tra questi Milena: «Sono felice di incontrare Papa Francesco, perché è una delle persone più vicine ai giovani, ci capisce e ci invita a seguire Dio e costruire una società migliore». Laura: La visita del Papa ci ispira ad essere migliori e ad aiutare tutti, non solo i cristiani ma anche quelli che la pensano diversamente. Andrés: «Il Papa è una figura molto importante nella cultura attuale, quindi per noi sarà l’occasione per apprendere dalla sua saggezza». Tutti i membri del Movimento – continua Yolima – saranno presenti nelle varie celebrazioni eucaristiche, particolarmente a Bogotá e Medellín. Tra questi Lucia e suo marito Pedro, che avranno la possibilità di avvicinare il Santo Padre. Insieme ai responsabili del Movimento in Colombia, porteranno il saluto di tutta la comunità. Lucia: «Avremo l’occasione di avvicinarci per qualche minuto. Il nostro desiderio è quello di andare come figli di Chiara, di ringraziarlo per il suo amore per il Movimento e assicurargli le nostre preghiere». Una pausa nella frenesia quotidiana, un invito a fermarsi. «Nei giorni in cui Papa Francesco visiterà il nostro Paese – conclude Yolima – avremo, attraverso di lui, la possibilità di fare un incontro personale. Quello con Gesù». Ascoltare il video messaggio (altro…)

Vangelo vissuto: seguire Gesù

Vangelo vissuto: seguire Gesù

20170904-01L’ubriaco Per caso avevo assistito ad una rissa tra un ubriaco e un gruppo di ragazzi che, disturbati da lui, gli si erano rivoltati contro pestandolo. Tutto era avvenuto in brevissimo tempo. Rialzatosi a fatica e sputando sangue (aveva perso due denti), l’ubriaco ha cominciato a inveire e a minacciare vendetta contro gli assalitori, che nel frattempo s’erano dileguati. Eravamo rimasti solo io e quell’uomo scartato, odiato e ridotto male, nel quale Gesù mi chiedeva di essere amato. Vincendo un certo timore (e se, infuriato com’era, se la fosse presa anche con me?), l’ho provveduto di fazzoletto per asciugarsi il sangue. Poi, interessandomi a lui, che mi enumerava i suoi problemi di salute ed altri guai, gli ho procurato la sigaretta di cui aveva bisogno; soprattutto ho cercato di distoglierlo dall’idea di vendicarsi. Non è stato facile calmarlo. Temevo, fra l’altro, il ritorno di quei ragazzi e il riaccendersi della violenza. Sono rimasto con lui ad ascoltarlo fin quando s’è deciso ad andarsene a casa. O. – Italia La pace Mio padre lavorava in un cantiere navale. Durante uno sciopero, negli anni Ottanta, è stato bastonato a morte. Da allora la nostra vita è cambiata, anche se ero troppo piccolo per rendermene conto. Ne riparliamo con la mamma soltanto quando arriva qualche riconoscimento o in occasione di qualche manifestazione storica. Lei ci ha insegnato il valore della pace e a non cercare mai la vendetta. Oggi, da adulto, so che il valore da trasmettere alle nuove generazioni è proprio questo bene che viene da Dio ma che comincia in me, da me. S. K. – Polonia Ammalata A volte provo dei momenti di ribellione, ma poi prevale il desiderio di credere all’amore di Dio e dei fratelli. Cerco di non lasciarmi abbattere dalla sofferenza, di non fermarmi mai su me stessa e di non pesare sugli altri. Quando a causa della chemio ho perso i capelli, la mia amica Bruna mi ha detto: «I tuoi capelli sono contati. Donali a Gesù come fiori in segno del tuo amore». Anche la mia malattia ha un senso, e per questo ringrazio Dio. Brigitte – Germania Serenità sorprendente Mi ero dimenticata di avvertire la reception della scuola che uscivo con i bambini e quando sarei tornata. Per questo, al ritorno, mi attendeva tutta una serie di rimproveri. È stato umiliante dover ammettere il mio errore davanti a colleghi e direzione, anche perché tutti mi guardavano con ostilità, perfino chi era stato sempre cordiale verso di me. Ma traendo forza dal Vangelo ho accettato la sconfitta cercando di trasformarla in amore verso tutti: immaginavo come si sarebbero sentiti nella mia condizione e comprendevo la loro disapprovazione. Perfino la bidella, che aveva cambiato modo di rivolgersi a me, è diventata oggetto di nuova stima. A una collega che mi ha chiesto come facevo a mantenermi serena dopo tutto quello che mi era capitato, ho spiegato che come cristiana trovo nella verità una forza e una fonte di pace che mi dà il coraggio di ricominciare. I giorni successivi ero sorpresa io stessa dall’atmosfera distesa che regnava fra tutti. J.L. – Ungheria (altro…)

Che tutti siano uno

Che tutti siano uno

20170902-01«Che tutti siano uno». È una parola fantastica. Credo che di più belle e grandi non se ne possano pensare. Fa sognare un mondo diverso da quello che ci circonda, sbriglia la fantasia nell’immaginazione di quello che sarebbe la società se questa meravigliosa parola fosse attuata. Immaginiamo… Un mondo dove tutti si amano, dove tutti hanno i medesimi sentimenti; dove le carceri sono sparite e i carabinieri e la polizia non hanno senso; dove sui giornali, al posto di cronache nere – passate di moda – subentrano cronache d’oro, di fatti divinamente belli, profondamente umani. Un mondo dove si canta, Sì, si gioca, si studia, si lavora, ma tutto in armonia, dove ognuno fa quello che fa per far piacere a Dio e agli altri. È un mondo, credo, che vedremo solo in Paradiso… Eppure Gesù quelle parole le ha dette per noi, sulla terra. […] Ho aperto il Vangelo e ho trovato un’altra frase, che mi è sembrata stranamente affine con questa: come vi fosse tra questa ed il nostro motto un segreto legame. Essa dice: «Quando sarò innalzato sulla croce, tutti attirerò a me» (cf. Gv 12,32). […] «Quando sarò innalzato sulla croce…». Ma allora Gesù non ha fatto di tutti una sola cosa con le bellissime sue parole, o con i suoi straordinari miracoli … È stata la croce il suo segreto. È stato il dolore che ha risolto il problema di farci figli di Dio e quindi tutti uno fra di noi. Che sia allora il dolore la strada, la chiave, il segreto dell’unità di tutti? Della trasformazione d’un mondo noioso e spesso cattivo in un mondo gioioso, brillante di amore, paradiso anticipato? Sì, è così. Per quel poco che ne sappiamo, i santi, i veri intelligenti, hanno tutti dato grande valore al dolore, alla croce. E sono stati essi che si sono trascinati dietro le moltitudini ed hanno dato spesso il timbro all’epoca in cui vivevano, con benefica influenza anche sui secoli futuri. «C’è un posto vuoto sulla croce!», mi disse un sacerdote quand’ero piccolina; e girò un crocifisso che aveva sul tavolo mostrandomi il retro. «Questo posto – continuò – lo devi occupare tu». E va bene! Se è così, eccoci pronti! Che attendiamo? Fra il resto i dolori, piccoli o grandi, presi bene o presi male ci sono sempre nella vita… Ma non siamo opportunisti! Siamo cristiani. È in croce Gesù? Voglio andarci anch’io. Accetterò tutte le piccole croci della mia vita con gioia. Sì, con gioia, anche se forse qualche lacrima scapperà. Ma in fondo al cuore dirò a Lui che mi ascolta: «Sono contenta, perché soffrendo con Te ti aiuto ad attirare tutti a Te e s’avvicinerà il giorno in cui si compirà il tuo immenso desiderio: «Che tutti siano uno». Chiara Lubich Da “Colloqui con i gen”. Anni 1966-1969, Città Nuova, Roma 1998, pp. 35 – 36 (altro…)

Vangelo vissuto: Riconoscere la grandezza del Creatore

Vangelo vissuto: Riconoscere la grandezza del Creatore

PdV 2Nuova fioritura «Come cristiani avevamo deciso, mia moglie e io, di adottare due sorelline. Purtroppo, a causa di amicizie sbagliate, entrambe sono finite nel giro della droga. Da allora è iniziato per noi un calvario: aborti, figli indesiderati, problemi con la giustizia. Ci siamo impegnati a essere per loro, ancor più di prima, uno spazio di accoglienza e di pace. Ora la più grande sta riprendendosi e oltre alla sua bambina vuole prendersi cura, con noi, anche del bambino della sorella, che è ancora dentro il tunnel della droga. Noi siamo spettatori di una delicatissima rifioritura».  (M e D. H. – Svizzera) L’innocente assolto «Di professione sono avvocato. Diversi mesi fa ho preso le difese di un sudanese accusato di essere uno scafista e per di più parte integrante di un’associazione a delinquere. Era stato trovato alla guida di un barcone che trasportava 119 migranti, tra cui donne e bambini. Nei colloqui avuti con lui in carcere mi si è chiarito che si trattava di un profugo come gli altri ma, essendo stati abbandonati dallo scafista, aveva avuto il coraggio di mettersi alla guida del natante nonostante l’inesperienza, pur di salvare sé stesso insieme gli altri. Purtroppo non era stato creduto. Facendomi carico della sofferenza di questo giovane, mi sono proposto di dimostrarne l’innocenza al di là del fatto che a causa della sua condizione di indigenza non mi avrebbe potuto pagare. Certo, avrei potuto usufruire del patrocinio dello Stato, il quale però non sempre effettua i pagamenti o, se li effettua, non sono adeguati. Ma lui era un mio fratello. Durante il processo ho fatto del mio meglio per difenderlo. Fino a ottenere la sua assoluzione». (S. – Italia) La “congiura” «Come altre volte, papà aveva bevuto più del dovuto e c’era tensione in casa. Poiché nessuno parlava, mi son fatta coraggio e, fissandolo negli occhi, gli ho detto il dolore e lo smarrimento provocati in noi da questa sua debolezza. Dopo di me anche gli altri fratelli sono intervenuti. Le cose sono cambiate; in famiglia è nata una specie di congiura e ora papà fa di tutto per essere fedele al suo proposito di non bere. Far finta di niente non era stata una soluzione: per aiutarlo era stato necessario dirgli, per amore, la verità. E insieme ci siamo riusciti».  (N.N. – America del Sud) La riconoscenza di un figlio «Più passa il tempo più cresce la mia riconoscenza verso mamma. Dopo che papà ci ha abbandonati, lei ha continuato a lavorare duramente senza far mancare nulla a noi quattro figli. Un giorno è andata al funerale del cognato ed è tornata a casa con un bambino di otto mesi tra le braccia. Sua sorella non era nelle condizioni di occuparsene. Siamo cresciuti così. Penso che il bene che ora anima le famiglie di noi figli sia un frutto della grandezza di nostra madre, che non ha badato a sé stessa ma è sempre stata in donazione». (C. A. – Polonia) (altro…)