Movimento dei Focolari
In Slovacchia: un’opportunità per l’Economia di Comunione

In Slovacchia: un’opportunità per l’Economia di Comunione

A giugno, in due città slovacche, è stato presentato il libro che racconta la vita dello scomparso imprenditore francese dell’Economia di Comunione (EdC), François Neveux. Il primo appuntamento si è svolto il 12 giugno a Košice nella sala della libreria Panta Rhei, che non è riuscita a contenere il vasto pubblico: erano presenti persone provenienti non solo dalle città vicine, ma anche dalla Polonia, l’Ucraina e la Repubblica Ceca. Inoltre, i partecipanti avevano le più varie esperienze professionali e di vita; hanno assistito imprenditori e studenti, disoccupati e impiegati pubblici. Per l’occasione si sono recati in Slovacchia i coordinatori dell’EdC in Francia e la moglie Françoise. Insieme hanno descritto François Neveux, come un “imprenditore di rapporti”. La loro testimonianza, nella quale hanno potuto riportare tanti piccoli e grandi fatti della sua vita, è stata particolarmente apprezzata, perché se le “teorie” possono essere soggette a discussione e possono emergere pareri contrastanti, una vita come quella di François non lascia spazio ad argomenti discordi. Françoise, infine, ha avuto la possibilità di firmare il libro e di avere colloqui personali con i partecipanti. Il 13 giugno l’evento si è spostato a Bratislava, capitale del Paese e qui erano presenti anche vari politici interessati all’EdC. Molto vivace il momento di dialogo alla fine della presentazione. Un politico commentava: “La filosofia che sta alla base di Edc ci può aiutare a scrivere leggi sul lavoro innovative, realizzando politiche nuove. L’Economia di Comunione è la strada”. L’evento è stato oggetto anche di un servizio della TV cattolica slovacca Lux, che ha contribuito così a diffondere lo spirito che anima il progetto. Nella capitale della Slovacchia è presente anche un’azienda storica che ha aderito all’EdC: In Vivo. Un’impresa che da anni produce e vende ceramiche, ha la sua sede nel centro storico di Bratislava ed è molto apprezzata e conosciuta per la sua originalità. In Vivo è nata nel 1991, subito dopo la nascita del progetto, su ispirazione di Chiara Lubich in Brasile quello stesso anno. “I rapporti costruiti certamente non si sono esauriti con la presentazione del libro” – scrive la slovacca Maja Calfova – al contrario ne sono nati nuovi e quelli già esistenti ne sono usciti rafforzati”, tanto che anche la locale commissione dell’EdC ne ha tratto nuove energie. Uno dei membri è arrivato ad affermare: “Dentro di noi sentiamo che non possiamo darci pace finché l’EdC non sia incarnata nel nostro Paese ed in quelli più vicini”. (altro…)

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Vittoria Salizzoni, una biografia

Un libro ‘scritto col cuore’, la testimonianza di una delle prime giovani protagoniste che seguirono Chiara Lubich fin dall’inizio, a Trento, in un’avventura spirituale che ha coinvolto negli anni milioni di persone. Quando si parla di Chiara e delle sue ‘prime compagne’, c’era anche lei, Vittoria Salizzoni, per tutti “Aletta”, in quel primo gruppo insieme a Dori Zamboni, Graziella De Luca, Silvana Veronesi, Bruna Tomasi, Palmira Frizzera, Gisella e Ginetta Calliari, Natalia Dallapiccola, Giosi Guella, Valeria Ronchetti, Lia Brunet, Marilen Holzauser. Aletta ha vissuto con Chiara agli albori dei Focolari e i suoi ricordi, alcuni dei quali inediti, tratti dai suoi discorsi o interventi, presentano il carattere episodico del vissuto. Così come i resoconti della sua azione, svolta per un quarto di secolo a dare impulso al Movimento dei Focolari nei Paesi del Medio Oriente. Memorie, quindi, dallo stile semplice e spontaneo, che non intendono abbozzare una storia del Movimento, ma da cui si evince la vitalità e il coraggio che hanno accompagnano eventi e viaggi. Oggi, al traguardo dei suoi 87 anni, a chi le chiede come stia, risponde: “Mi sento ricca…”. Riportiamo dal nuovo volume (Aletta racconta… una trentina con Chiara Lubich, Collana Città Nuova Per), uno stralcio in cui racconta degli anni in Libano, durante la guerra (1975-1990). «Credevamo al Vangelo in mezzo alle bombe e all’odio, ai feriti e ai morti, quasi un’oasi di persone che cercavano di attuare l’amore scambievole e la comunione dei beni, non solo tra loro, ma anche con altri, anche musulmani. Ci fu un grande aiuto vicendevole, ad esempio una vera e propria gara nel mettere in comune abitazioni e appartamenti: molte famiglie aprirono le loro case per quelli che risiedevano nelle zone più pericolose. Coloro che avevano case in montagna o in luoghi sicuri ospitavano altri che erano rimasti senza alloggio. Quando scarseggiavano i viveri, chi aveva pane lo distribuiva a chi ne era privo. Così per l’acqua. Chi andava ad attingerla per sé diceva agli altri: “Dateci i vostri bidoni, la prenderemo anche per voi”, e si trattava di fare lunghe file, per ore accanto alle fontane, sempre nel timore che potessero iniziare i bombardamenti. Di sicuro momenti di smarrimento ci furono, ma il sostenersi a vicenda spiritualmente aveva come conseguenza l’aiutarsi materialmente. Tutti scaturiva da lì e non come una società di mutuo soccorso, bensì come una società dove si vive il Vangelo. Vivevamo tutti quanti nella stessa condizione, avevamo quindi solo da amare e questo la guerra non lo impedì, anzi. Si può dire che ci formò. Sentivamo il continuo sostegno del Movimento [dei Focolari] e la vicinanza di Chiara Lubich, che ci seguiva sempre, nei momenti così difficili e travagliati della situazione libanese». (altro…)

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Accendere nei giovani la fiamma

Il nostro sistema di educazione ha avviato nel mondo uomini che non comprendono più la società nella quale devono vivere. Questo sistema è destinato a distruggere la nostra civiltà e la sta già distruggendo. Inutile dare la colpa ai politici, agli uomini d’affari, agli avvocati… Abbiamo dato a molti dei nostri ragazzi la prima spinta a mettersi nella carriera della criminalità. È colpa nostra se le strade sono gremite di giovani delinquenti. È tempo di riparare a questa pazzia. È tempo di raccogliere questa gioventù, così preziosa per la società, e alimentarla alle sorgenti della Vita.

Se i risultati non sono buoni – chi tra noi può rigettarne la responsabilità? Ciascuno esamini la propria coscienza e riesamini la propria filosofia! Poiché rifiutiamo gli insegnamenti della religione ci riesce difficile accorgerci delle mutilazioni più gravi del laicismo. Aver allontanata la religione dalla nostra vita significa aver ridotta la cultura all’erudizione, la vita alla tecnica, la scienza ai manuali. Significa aver privato lo spirito dell’uomo dei valori dello spirito. Significa aver tolto alla società i principi costitutivi per comporsi e reggersi, averle sottratto il criterio di scelta tra il bene e il male, col senso della responsabilità e la coscienza della colpa. Una cultura senza Dio è una cultura a cui manca l’idea d’un giudice infallibile, e quindi d’una sanzione sicura e immancabile d’ogni atto umano. E un cittadino che non crede e ignora una sanzione eterna facilmente è portato ad abusare del fratello, anche perché ignora che si tratta d’un abuso morale. L’uomo impara come si fa una macchina e ignora come fosse fatto lui. Sa a che cosa serve l’atmosfera e ignora a che servisse l’anima. Educare, formare è accendere una fiamma. Se si vuole formare giovani capaci di sollevarsi oltre il guadagno economico e il piacere sensuale, bisogna innalzarli con una fede superiore alla materia e al senso. L’uomo si solleva con un impulso superumano, che non lo fa superuomo, ma lo conferma sembianza di Dio. Questo impulso ascensionale si chiama amore di Dio e genera per naturale espansione l’amore all’uomo. Genera fame e sete di giustizia e il giovane, di essa avido, porta questa fame nella società. La fiamma accesa va alimentata e il giovane va educato a custodire e aumentare calore e luce, ha bisogno di un’educazione che non dura nella sola infanzia, ma si svolge dalla nascita alla morte, e cioè tutto il tratto in cui occorre vampare e fare luce. Essa ha bisogno di alimento, e l’alimento è vario, sono parole, libri, spettacoli, e sono sopra tutto esempi ed esperienze. Questa fiamma viva fa sperimentare la grazia divina che spinge verso gli esseri più tormentati, meno dotati, i deboli, i vinti, i disprezzati, per compensare in loro col nostro dono le nostre deficienze. Tenderci è necessario, come è necessario tendere alla salute, pure se si è malati, anzi proprio perché si è malati. Occorre concorrere tutti a suscitare un ordine di pace e di forza, di collaborazione e d’altruismo, diventare divulgatori della verità. Igino Giordani in: La società cristiana, Città Nuova, 2010 (ed. Salesiana, 1942).

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Dammi la pazienza, Signore

Una riflessione sulla virtù “coraggiosa” che nasce dal fiducioso abbandono all’amore di Dio. In un mondo frenetico, stressato, che vive secondo la logica del “tutto e subito”, la virtù della pazienza appare davvero anacronistica e fuori moda. Viene percepita come un atteggiamento passivo e sottomesso alle avversità. Ma è veramente così? Che cos’è la pazienza? Attingendo ad alcuni testi dell’Antico e Nuovo Testamento, l’Autore traccia un percorso di riflessione su questa virtù presentandola come un atto di coraggiosa sopportazione dei limiti, delle difficoltà, dei dolori. Nasce dalla consapevolezza che non siamo assoluti protagonisti della nostra vita e che la serenità e la pace sono il risultato di un fiducioso abbandono all’amore e all’onnipotenza di Dio. (altro…)

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Van Thuân, un vescovo clandestino

Venerdì 5 luglio, a Roma, si chiuderà il processo diocesano di beatificazione e canonizzazione del cardinale François Xavier Nguyên Van Thuân. Vietnamita, cattolico, fu rinchiuso 13 anni nella carceri di Saigon, appena nominato arcivescovo della capitale. Nel 1998 Giovanni Paolo II lo vuole presidente di Giustizia e pace.  Città Nuova editrice segnala alcuni titoli pubblicati, che raccontano la sua intensa e profonda esperienza umana e spirituale sotto un regime ostile alla fede e messo in crisi dalla sua testimonianza. VIVERE LE VIRTÙ alla luce della Scrittura e del Concilio Vaticano II (2012) Una raccolta di alcuni dei pensieri del Cardinal Van Thuan composti clandestinamente in carcere che tematizzano le virtù cristiane, di cui lui stesso è stato testimone coraggioso e coerente.  IL CAMMINO DELLA SPERANZA testimoniare con gioia l’appartenenza a Cristo (2010) «Questo libro è come una fonte fresca, limpida, inesauribile. È grondante di Vangelo. Per le sue mille massime, lo intitolerei: «Mille gocce di Vangelo»” (dalla presentazione del Card. Roger Etchegaray) Scritte nel corso dei suoi 13 anni di carcere, ricopiate clandestinamente, queste pagine di diario sono state il sostegno di migliaia di persone. Il manoscritto è giunto fino a noi grazie ai boat people, in fuga dal Vietnam e che grazie a questi scritti hanno trovato coraggio, fede e speranza pur nel dramma. Lucia Velardi (ed.) SPERA IN DIO! 100pagine di F.-X. Nguyên Van Thuân (2008) L’invito coerente, semplice e al tempo stesso solenne a non chiudere le porte alla speranza, ma anzi a coltivarla in sé e a suscitarla intorno a sé. DIECI A DA RICORDARE NELLA VITA Un itinerario di meditazione e di preghiera (2013, in uscita) A come Adorare, Ascoltare, Amare, Accettare…10 A che richiamano atteggiamenti chiave dell’essere cristiani. Un breve ma profondo itinerario di preghiera e meditazione nella forma della “decina”, più che della “novena”, sull’esempio di un grande testimone del nostro tempo. François Xavier Nguyên Van Thuân, dopo gli studi a Roma, dal 1967 è stato vescovo di Nhatrang (Vietnam). Nel 1975 è nominato arcivescovo coadiutore di Saigon (Hochiminhville). Viene arrestato poche settimane dopo perché accusato di complotto e di piani sovversivi contro il governo comunista. Dei suoi tredici anni in prigione, nove li ha trascorsi in isolamento. Liberato nel 1988, nella quaresima del 2000 Giovanni Paolo II lo invita in Vaticano per gli esercizi spirituali alla Curia Romana. L’anno successivo lo nomina cardinale. È morto a Roma il 16 settembre 2002. (altro…)

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Essere educatori

Partendo dall’originale esperienza della giovane maestra Silvia Lubich (la fondatrice dei Focolari, più nota come Chiara) il volume si apre a tematiche pedagogiche attualissime: il valore della tradizione e dell’innovazione, la formazione delle coscienze, le questioni aperte dai nuovi saperi, la richiesta di nuove competenze, il bisogno di rinnovamento della didattica, la centralità della relazione educativa, dell’accettazione e del dialogo. Il volume contiene il dvd La maestra Silvia non aveva la matita rossa http://vimeo.com/50673907 con interviste agli ex alunni di Chiara Lubich. Attraverso l’ascolto di queste interviste ci si potrà introdurre in un ambito poco conosciuto della sua vita e riflettere su come tante problematiche e scelte educative di allora si ripropongano nella loro piena attualità e urgenza. Michele De Beni, psicoterapeuta e pedagogista, è stato docente di Educazione degli Adulti, Scuola Internazionale di Scienze della Formazione (SISF),Venezia. Da anni collabora al Master “Intercultural Competence and Management”, Centro Studi Interculturali, Università di Verona ed è attualmente coordinatore del Progetto interuniversitario e interassociativo di “Educazione interculturale”, in collaborazione con l’Università di Skopje (Macedonia). È autore di numerose pubblicazioni. Per Città Nuova ha pubblicato Comunicare per amare (Roma 2006) e Educare. La sfida e il coraggio (2010) e dirige con Ezio Aceti e Giuseppe Milan la collana Percorsi dell’educare. (altro…)

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Onestà, un valore aggiunto

«Circa due anni fa, nel giro di tre mesi, la mia dentatura si deteriora in modo drammatico. Vado dal dentista chiedendo un preventivo per i vari interventi da fare. Un colpo al cuore! Sono ben 10.000 Franchi svizzeri. Condividendo la decisione con mia moglie, vista l’urgenza, si decide di accettare il preventivo del medico e di procedere con le cure. La cura dura alcuni mesi e quindi abbiamo il tempo di prepararci all’importante spesa. Alla penultima seduta dal dentista vengo informato che sono subentrate alcune difficoltà e che quindi la spesa sarebbe aumentata per un totale di Fr. 11.280. Per restare nel preventivo mi propone di pagare Fr. 10.000 in ‘nero’. Probabilmente la proposta del dentista nasce dal desiderio, dato che sono suo cliente da tantissimi anni, di farmi risparmiare. Chiedo di dare la risposta alla prossima seduta perché ne voglio parlare ancora con mia moglie e decidere insieme. La spesa già preventivata era già grande per noi e 1.280 Franchi in più sono una grossa cifra. La tentazione di risparmiare è tanta! Subentra il pensiero che una parte potrebbe servire per aiutare qualcuno, o che si potrebbe darli in beneficenza, e tante altre scuse. Alla fine però decidiamo che come cristiani è giusto pagare la fattura completa. Dando la risposta al dentista, abbiamo cercato di volergli bene, ringraziandolo per la sua premura verso di noi per non metterlo in imbarazzo spiegandogli la ragione della nostra scelta. La provvidenza non si è fatta attendere! Lo scorso aprile nel compilare la dichiarazione dei redditi ho inserito la fattura del dentista. L’8 giugno, la risposta nel “date e vi sarà dato” giunge puntuale, con l’arrivo della cartella delle tasse per l’anno fiscale 2012. Dal riepilogo delle varie voci: federali, cantonali e comunali, ho costatato che per l’anno fiscale 2012 le mie tasse risultano inferiori di Fr. 1.611,25 rispetto a quelle dell’anno prima. Calcolando la differenza 1.611,25 – 1.280 ho risparmiato 331,25 Franchi!». (altro…)

Trento, città della pace

http://vimeo.com/68603474 10 anni fa i bambini di una classe hanno iniziato con la loro maestra a tirare “il dado dell’amore”. Oggi, l’iniziativa si è estesa ai bambini di tutte le classi di Trento. I loro “atti d’amore” pubblicati sul giornale del Comune arrivano nelle case delle famiglie della città. E anche quest’anno l’appuntamento per tutti è stato in piazza Duomo. Il servizio con le immagini di Paolo Holneider e Donato Chiampi.  (altro…)

Luglio 2013

«Tutta la legge trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso»* Chi ama però non evita soltanto il male. Chi ama si apre sugli altri, vuole il bene, lo fa, si dona: arriva a dar la vita per l’amato. Per questo, Paolo scrive che nell’amore del prossimo non solo si osserva la legge, ma si ha «la pienezza» della legge. «Tutta la legge trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso» Se tutta la legge sta nell’amore del prossimo, occorre vedere gli altri comandamenti come mezzi per illuminarci e guidarci a saper trovare, nelle intricate situazioni della vita, la via per amare gli altri; bisogna saper leggere negli altri comandamenti l’intenzione di Dio, la sua volontà. Egli ci vuole obbedienti, casti, mortificati, miti, misericordiosi, poveri… per realizzare meglio il comandamento della carità. «Tutta la legge trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso» Ci si potrebbe chiedere: come mai l’Apostolo omette di parlare dell’amore di Dio? Il fatto è che l’amore di Dio e del prossimo non sono in concorrenza. L’uno, l’amore del prossimo, è anzi espressione dell’altro, l’amore di Dio. Amare Dio, infatti, significa fare la sua volontà. E la sua volontà è che amiamo il prossimo. «Tutta la legge trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso» Come mettere in pratica questa parola? È chiaro: amando il prossimo; amandolo veramente. Ciò significa: dono, ma dono disinteressato, a lui. Non ama, colui che strumentalizza il prossimo per i propri fini, anche i più spirituali, come può essere la propria santificazione. Occorre amare il prossimo, non noi stessi. È indubbio, però, che chi ama così si farà santo davvero; sarà «perfetto come il Padre», perché ha compiuto il meglio che poteva fare: ha centrato la volontà di Dio, l’ha messa in pra­tica: ha adempiuto pienamente la legge. Non saremo forse esaminati alla fine della vita unicamente su questo amore?

Chiara Lubich


Parola di vita pubblicata in Città Nuova, 1983/10, p.40.

In Slovacchia: un’opportunità per l’Economia di Comunione

Siria: nella notte del dolore, il miracolo della solidarietà

«Noi stiamo bene. Da Damasco e da Aleppo vi salutiamo! In questo momento un gruppo di noi è ad un incontro di giovani, che si fa ormai da due mesi regolarmente in una parrocchia, perché vogliono conoscere l’ideale dell’unità. Certo, la “notte” nel Paese si fa sempre più scura, non si sa fino a quando ce la faremo a resistere sia a livello di stress, che a livello economico. I prezzi sono alle stelle, la gente nella grande maggioranza pensa solo a garantirsi il cibo, perché tutto il resto è diventato superfluo e questo per persone abituate a lavorare è come uno schiaffo, sentono che anche la loro dignità è stata calpestata da questa guerra. In tante località o quartieri poi si convive con il rischio, quando si esce di casa, ci si chiede: rientreremo? Ci sono poi i due Vescovi e i due sacerdoti rapiti di cui non si sa assolutamente nulla e per i quali si levano preghiere incessanti come per le altre persone rapite. Ma in questa “notte”, ve lo possiamo assicurare, c’è una luce molto forte e sono le parole di Gesù, l’insegnamento di Chiara Lubich, che ci ripete di vivere l’attimo presente, di amare, restare uniti, tenere viva la presenza spirituale di Gesù tra noi. E allora ecco il miracolo che davvero ci stupisce: viviamo “fuori di noi”, per gli altri, non pensiamo che ad amare, a disarmarci continuamente di fronte ai risentimenti o anche alla rabbia che si può provare nel cuore, a migliorare i rapporti tra noi e con tutti. Questo ci fa restare in una certa normalità, ci dà la pace e in tanti sentiamo che è proprio qui il nostro posto, perché proprio qui si può portare l’unità e la serenità, e di questo la gente è assetata. Un giovane che fa il servizio militare e lavora negli uffici, in un posto che subisce molti attacchi, ci ha raccontato che durante uno degli ultimi, molto forti, mentre scappava con i colleghi nel rifugio, si è reso conto che uno di loro era stato colpito e giaceva a terra. Per un attimo il dubbio: “Torno indietro ad amare questo fratello o continuo a scappare?”. Nel cuore, chiara, una voce che gli diceva: “Non avere paura, Io sono con te”. È tornato indietro, si è tolto la camicia per arrestare il sangue che scendeva dalla gamba e ha aspettato, sotto i colpi, l’arrivo dell’ambulanza. In questo momento in cui ci sentiamo uniti a tutti voi, vorrei ringraziare ciascuno degli aiuti che ci arrivano in vari modi e che ogni volta ci commuovono. Sono un segno di quella realtà di famiglia che ci accompagna sempre. Sono preziosissimi, ci permettono di fare sentire a Gesù nel fratello quell’amore che ognuno di voi ha per Lui, di consolarLo, di darGli la forza di resistere e non disperare. Se siamo qui è perché voi e tanti con voi ci siete e ci sono, e allora quindi un grandissimo grazie, grazie e un saluto speciale da tutti qui, dalla Siria». Maria Voce, a nome delle migliaia di persone collegate via internet, risponde: «Anche noi siamo qui perché voi ci siete, e continuiamo a essere insieme a portare avanti tutto insieme, a pregare, a sostenervi in tutti i modi che possiamo!». Si possono far arrivare aiuti concreti alla Siria attraverso l’AMU (Associazione Mondo Unito). Le coordinate bancarie le trovate sul sito dell’AMU-Emergenza Siria. (altro…)

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Giuseppe Maschi, testimonianza di amore concreto

La zona del Veronese era stata flagellata dal maltempo, mettendo i corsi d’acqua a rischio di esondazione; il 17 maggio Giuseppe nella cantina della propria abitazione è stato travolto da una massa di acqua e fango fuoriuscita dal torrente Mezzane che aveva rotto gli argini poco più a nord. A fianco dei volontari della protezione civile e delle forze dell’ordine impegnati nelle ricerche, si sono avvicendati dalla primissima ora moltissimi conoscenti e membri del Movimento dei Focolari di cui Giuseppe e la moglie, Maria Grazia, da molti anni facevano parte. Questa immediata, spontanea, viva testimonianza di amore concreto, nello spalare, sgombrare, pulire è stata anche un’espressione di gratitudine verso la vita di Giuseppe, spesa nell’amore e nella donazione verso la moglie e le due figlie, verso altre famiglie, nell’ambito professionale e nella parrocchia. «La sua è stata una vita donata nell’amore. Vorremmo vivere questo momento in compagnia di Dio, Mistero di Amore trinitario. E lasciarci confortare dalla sua Parola di verità». Così mons. Giuseppe Zenti, vescovo di Verona, si è espresso nell’omelia della messa funebre per Giuseppe Maschi, il 21 maggio scorso. Quel giorno l’intero paese di Lavagno si è stretto attorno a Giuseppe ed ai suoi familiari. Mons. Zenti è rientrato appositamente da Roma dove era impegnato nei lavori della Conferenza Episcopale, ed ha presieduto la cerimonia concelebrando insieme a 14 sacerdoti, alla presenza del Prefetto di Verona Perla Stancari, il Presidente della Provincia Giovanni Miozzi, il sindaco di Lavagno Simone Albi e numerosi rappresentanti delle Forze dell’ordine. «Giuseppe era un uomo generoso, pieno d’amore – afferma mons. Zenti nell’omelia -; lo può testimoniare la sua famiglia, la parrocchia dove era collaboratore, soprattutto come catechista insieme alla moglie, e l’ambito civile. Lo potete testimoniare voi, accorsi così numerosi. Per ispirare la sua vita all’amore ha fatto parte della famiglia dei Focolari, il cui carisma è appunto l’attuazione concreta, nella ferialità, del comando del Signore: ‘Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi’». «Sono qui con voi – continua il vescovo – anch’io avvolto come voi nel silenzio cupo dell’anima, nel buio angoscioso del cuore, come quello provato da Gesù sulla croce: “Si fece buio su tutta la terra… Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Su questo silenzio facciamo risuonare e su questo buio facciamo scendere la Parola di Dio, che come lampada rischiara i passi nostri barcollanti nel groviglio di interrogativi esistenziali che ci attanagliano e mostrano l’insufficienza della ragione di fronte al mistero dell’uomo, specialmente di fronte al mistero della morte». E il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in una lettera letta alla fine della cerimonia dal prefetto Stancari, manifesta «vicinanza ed affetto alla famiglia Maschi colpita negli affetti più cari da questo grave lutto. Con essa, anche a tutti i cittadini di Lavagno che hanno subito danni dall’alluvione che ha colpito il paese». Concetti ribaditi nel telegramma inviato dal presidente del Consiglio dei ministri, Enrico Letta: «Il mio commosso e fraterno saluto e la mia vicinanza alla famiglia di Giuseppe Maschi e a tutti i cittadini di Lavagno». (altro…)

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Online il nuovo sito dedicato a Chiara Luce Badano

Life, Love, Light ovvero vita, amore, luce. Questo trinomio abbinato al nome e all’esperienza di Chiara Luce Badano dai giorni della sua beatificazione, continua a correre sul Web grazie al sito ufficialmente dedicato alla giovane di Sassello – www.chiaraluce.org, apprezzato e visitato da persone di tutte le età; da alcuni giorni questo sito si presenta ampliato ed arricchito nella veste grafica, nei contenuti, nei servizi offerti. Tra le novità, l’attesa sezione LOVE che riguarda la spiritualità vissuta da Chiara Luce,  l’aggiornamento delle iniziative portate avanti dalla “Fondazione Chiara Badano”, la sezione “A Sassello” riguardante il Centro di Spiritualità nella località de La Maddalena, frazione appunto di Sassello (Italia), paese natale di Chiara Luce. Inoltre in “Pubblicazioni” si segnalano novità editoriali, CD, DVD. È ampliata anche l’offerta linguistica con l’aggiunta della lingua portoghese. Denominatore comune è il desiderio di diffondere il messaggio di questa giovane testimone del Vangelo e farne “risplendere sul moggio” la cristallina luminosità. Chiara Luce è presente anche in facebook. La pagina è molto apprezzata e conta oltre 54.000 contatti; ma al di là dei numeri, la vita e la profondità di Chiara Luce contagiano e sollevano: “Sono un po’ giù di morale – commenta qualcuno – e appari tu con il tuo volto candido con il tuo sorriso genuino con i tuoi occhi pieni d’amore e come per magia il mio cuore si tranquillizza: grazie“. (altro…)

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Burundi, campo sfollati Maramvya

Stefano Comazzi, responsabile all’Azione per un mondo unito del settore progetti (AMU), ha visitato, insieme a CASOBU (la controparte locale di AMU), le principali località del Burundi raggiunte dai progetti che portano avanti nelle province di Ruyigi, Kayanza e Bujumbura. Ecco il suo racconto: «Nella zona rurale di Bujumbura, nel Comune di Mutimbuzi, c’è un campo per sfollati chiamato “Maramvya”, dove è in corso un nostro progetto a favore delle famiglie. Costretti per ben 2 volte a spostarsi nel giro di pochi mesi, gli sfollati hanno vissuto prima in un’area periferica di Bujumbura – un vero e proprio pantano -, poi in un terreno vicino all’aeroporto, nel Comune di Butirere. Il nuovo campo, però, è più lontano dalla città e più scomodo da raggiungere. Da circa 4 mesi sono stati assegnati alle famiglie dei lotti di terreno sui quali potranno costruirsi le loro case. Ho potuto vedere che alcuni hanno già iniziato a tirare su qualche semplice casetta in mattoni di fango e paglia. Ma a molti mancano i mezzi necessari e c’è il rischio che la terra venga venduta per pochi soldi a speculatori interessati ad edificare immobili più grandi. Al momento della mia visita, sotto una grande tenda, era in corso una sessione di raccolta dei dati anagrafici da parte di un giovane incaricato da CASOBU, al fine di consentire la registrazione in Comune delle famiglie e dei minori, permettendo quindi l’accesso ai servizi sanitari e scolastici. Questa registrazione è piuttosto complicata perché la gente è passata sotto l’amministrazione di altri due comuni. In pratica è necessario verificare presso ciascuno di essi se non vi siano registrazioni precedenti ed eventualmente procedere alle rettifiche necessarie. Tutto questo processo avviene in modo manuale, e quindi richiede molto tempo e cura da parte degli operatori di CASOBU. Circa la situazione dell’accesso all’acqua, vi è un solo punto di distribuzione pubblico, con una fontana che dista circa mezzo chilometro dall’insediamento, dove ho visto una piccola folla di donne e bambini. Dai loro racconti risulta che spesso le code iniziano al mattino presto, anche alle tre, e l’attesa dura molte ore. La pressione dell’acqua è infatti insufficiente, e l’attesa per riempire le taniche dura a lungo. Parlando con il sindaco abbiamo saputo che è allo studio un progetto per l’intera area nord della città, con tubature di diametro e portata adeguate ed una cisterna di raccolta dell’acqua proprio vicino al campo. Tuttavia, nell’attesa che tale progetto trovi concreta realizzazione, CASOBU valuterà eventuali soluzioni temporanee che possano in qualche modo alleviare il disagio della popolazione nel rifornirsi di acqua.» Fonte: Azione per un Mondo Unito online Scheda del progetto Come collaborare: Burundi, Campo sfollati Maramvya (altro…)

Ritrovare nel prossimo un fratello

Quando si è lasciato spogliare della fede in Dio, l’uomo ha subìto la più grande truffa. Dove poi egli non è stato spogliato della fede in Dio, talora l’ha perduta lo stesso per essersene dimenticato. Ora l’uomo paga spesso il prezzo di queste lunghe dimenticanze, in fondo si è dimenticato del suo stesso essere uomo. Sta in una casa che non riconosce più per sua, e difatti gli è divenuta prigione. Sta con uomini, in cui non ravvisa più i fratelli, il legame che li vincola è formato dal segreto di sfruttarsi l’un l’altro. Va in una scuola, legge giornali, osserva prodotti di una scienza, per cui la verità gli è deformata, sì che ha finito col non conoscere più l’oggetto e col dubitare del soggetto, è trattato e si tratta come un fantasma. Questa dimenticanza si ricapitola nella dimenticanza di Dio. Se si riconosce Dio, si diventa liberi verso gli uomini in terra. Questi uomini risultano allora fratelli, e l’unico sentimento dovuto loro è l’amore. Ritrovando l’uomo, torniamo a vederne la sua dignità. Nei suoi limiti vediamo la sua grandezza, mentre ne constatiamo la miseria. Esso può crollare, ma resta stirpe d’un Dio. La miseria è sua, la grandezza gli è conferita da Uno più grande. Il quale vuole che nella prova noi cresciamo su noi stessi, che utilizziamo la sciagura per esercitare le grandi virtù, giustizia, carità, pietà; che valorizziamo la morte per la vita, la povertà economica per la ricchezza spirituale, al punto che il nostro patrimonio sia tutto patrimonio dello spirito, e la nostra dignità non dipenda dallo stato economico, ma dalla forza del carattere, dalla rassegnazione eroica, dalla vittoria che per noi e in noi il bene riporta sul male. Allora siamo produttori di vita. Questa è la prova a cui assistono cielo e terra, e il cui scioglimento apre un’eternità. Se si passa tra le miserie immiserendoci anche nell’anima, se si reagisce al negativo abbrutendoci, se si crolla prostrandoci nella disperazione e logorandoci, noi sciupiamo stupidamente la nostra fatica, sporchiamo senza dignità le nostre lacrime, denutriamo l’anima. L’amore eroico trasforma il dolore in letizia, le nostre pene diventano strumento per esercizi spirituali: le sciagure pongono a ciascuno un’esigenza di santità, e cioè di umanità perfetta, essendo perfezionata dalla grazia. Tratto da: Igino Giordani, La rivolta morale, Capriotti Editore, Roma 1945 www.iginogiordani.info (altro…)

In Slovacchia: un’opportunità per l’Economia di Comunione

Spagna: fraternità con l’Africa

«Sembra ieri quando abbiamo iniziato a collaborare con il progetto Fraternità con l’Africa – racconta un gruppo di volontari dei Focolari della Spagna -. Era l’aprile 2009 e per la diffusione del progetto abbiamo organizzato diverse attività nel nostro paese, Aljucer (Murcia), che si sono concluse con una cena di beneficenza. Ora siamo già alla quinta edizione». Il progetto nasce nel 2006 a Budapest: nel corso del Volontarifest, evento internazionale che raccolse migliaia di persone nella capitale ungherese, col motto “La terra è un solo paese. Siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero, fiori dello stesso giardino”, si lanciò un progetto che promuove borse di studio per i giovani africani in diversi ambiti, insieme all’idea di fare delle proprie città, posti nei quali “brilli” la cultura della fraternità. Un gruppo di volontari di Aljucer, lì presente, decide di aderire alla proposta. «Ci siamo sentiti chiamati in causa, e nel 2007 abbiamo iniziato a dare forma legale ad un’associazione che ci aiutasse a raggiungere l’obiettivo: Aljucer, un paese che promuova la cultura della fraternità. Molte le attività realizzate da allora, anche con altre associazioni, ma la nostra attività principale continua ad essere il progetto Fraternità con l’Africa». Ogni anno affisioni di manifesti, coinvolgimento degli esercizi commerciali, che spesso collaborano nella diffusione del progetto donando prodotti per il sorteggio alla cena di beneficenza, dalla quale ricavare fondi per le borse di studio. «La cena annuale per il progetto Fraternità con l’Africa è un appuntamento atteso. Si aggiungono sempre nuove persone. Non avevamo mai superato le 90 persone ma questo anno eravamo 125, un numero “importante” per un paese come il nostro, colpito come molti altri dalla crisi». Si spiega il funzionamento del progetto: il numero delle borse di studio assegnate, i fondi raccolti, gli ambiti educativi promossi e le esperienze degli studenti. Alla fine, in un clima di festa, sorteggio dei regali, e conclusione con la collaborazione artistica di alcuni artisti locali. Con una novità: la gradita presenza di Carlos Piñana di Cartagena, chitarrista di “flamenco” e professore del Conservatorio Superiore di Murcia, che insieme a quattro suoi alunni ha dato vita ad un recital di chitarra “flamenca”. «Siamo contenti – continuano i protagonisti della vicenda – perché crediamo che questi eventi siano serviti per promuovere un po’ di più la cultura della fraternità. Cultura che ci fa uguali, che ci fa sentire fratelli, motivo più che sufficiente per lavorare gli uni per gli altri, gli uni con gli altri.» Fonte: www.amu-it.eu Aljucer, un paese che promuove la cultura della fraternità (altro…)

Video: USA Expo 2013

 Lingua: Italiana. Produzione Movimento dei Focolari (Roma). All rights reserved. Un laboratorio a Chicago il 27/28 aprile 2013 per presentare le micro realizzazioni in atto in tutto il Paese. (altro…)

In Slovacchia: un’opportunità per l’Economia di Comunione

Filippine: giovani in azione per un Paese più solidale

«Mentre a Gerusalemme si svolgevano le celebrazioni per la Settimana Mondo Unito, anche noi preparavamo alcune attività qui a Manila», raccontano i Giovani per un Mondo Unito (GMU) delle Filippine. Per loro, il collegamento con la Terra Santa è stato il punto di partenza per la settimana, piena di appuntamenti: 10 “frammenti di fraternità” (così sono chiamate le azioni dei Giovani per un Mondo Unito raccolte nello United World Project) in contemporanea, il 4 maggio a Manila, e al nord, a Baguio e in altre città. La settimana è cominciata con una festa per l’unità, chiamata BRIDGE (ponte): tutti collegati con Gerusalemme, poi con i GMU di altre città delle Filippine, e infine pronti a partire per le diverse attività previste: da programmi alimentari, ad azioni ambientali, a visite negli ospedali e tra i meno fortunati. 379 i giovani iscritti, solo a Manila. Sono andati a Sulyap ng Pag-asa, centro abitativo dove opera il Movimento dei Focolari nei sobborghi disagiati e affollati di Quezon City. I GMU svolgono regolarmente l’attività di sostengo alimentare. Al Sinag Hospital, che offre cure e servizi ai pazienti in risposta all’invito di Gesù nel Vangelo ad amare soprattutto i più poveri, hanno sperimentato che trascorrendo il proprio tempo con i pazienti, il resto dei loro problemi sono sembrati piccoli. Altra attività alla città dei ragazzi, una casa per centinaia di bambini di strada, gestito dal Dipartimento del Welfare. I giovani ne hanno incontrati 147 tra gli 8 e i 17 anni. Tempo trascorso insieme, cura, canzoni e ballo: i GMU hanno potuto condividere anche il loro segreto, “l’arte di amare”. E i bambini hanno a loro volta offerto alcune canzoni e danze. Il Munting Tahanan ng Nazareth ospita, invece, persone con handicap fisico e mentale. «Con la nostra visita – spiegano i GMU – volevamo condividere l’amore di Dio presente nei nostri cuori, chiunque noi siamo». Giovani donne vittime di abusi vivono a Marillac Hills, dove da tempo le ragazze dei Focolari vanno a trovarle. Per la fiducia accresciuta, in questa occasione il centro ha permesso che anche i ragazzi partecipassero. E poi le azioni nei centri Bukas Palad (a mani aperte), espressioni sociali dei Focolari nate in risposta alla diffusa povertà, che col motto “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, forniscono servizi nel campo della salute, educazione e costruzione della comunità. I giovani sono stati sia nel Social Center di Tramo, Pasay e Tambo, Paranaque che a La Union nel nord. Nel primo, con i ragazzi del centro si è svolta un’azione ecologica per ripulire una zona vicino a un torrente, felici di rendere Tramo, il loro quartiere, un posto più pulito. Nel secondo, i giovani del nord delle Filippine hanno realizzato 6 diversi workshop dalla cucina alla pallacanestro, con 55 bambini. Altra attività, sempre nel nord, è stata l’azione ecologica per ripulire Pagudpud, una meta turistica molto frequentata. E ancora il Fazenda U-Day a Masbate, dove invitare gli amici a passare alcune ore insieme tra musica ed esperienze su come vivere e promuovere la fraternità. A conclusione della settimana i tanti giovani coinvolti si sono ritrovati per la giornata “BRIDGE 2.0, un progetto per l’unità”. Era il momento, finite tutte le attività, di prendere un impegno per il futuro: con una firma su una grande bacheca, ciascuno poteva scegliere di impegnarsi ad essere un ponte per un mondo unito. A sottolinearlo, i Giovani per un Mondo Unito delle Filippine, usano le parole di Maria Voce, che il 1° maggio ai giovani radunati a Loppiano, in Italia, aveva detto: «Dopo aver costruito un ponte, se non si cammina, rimane un materiale inerte, un materiale che non serve. E allora, il ponte serve proprio per unire. Serve proprio per incoraggiarvi ad attraversarlo per incontrarvi. Non vi stancate. Il ponte c’è per questo. Fare il primo passo significa voltarvi verso i giovani che avete affianco e dire, se potete, o dimostrare, che veramente siete pronti a fare qualcosa per loro, con loro». (altro…)

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Congo. Un medico di fronte alla sfida dell’AIDS

«Sono medico, specialista in malattie infettive, e sono in contatto con i pazienti sieropositivi e malati di AIDS da circa 30 anni. Sono il referente per questa patologia nell’ospedale dove lavoro a Kinshasa (Congo). Cerco di partecipare alla trasformazione della società nella quale vivo. Creare una società nella quale l’uomo sia al centro dei membri della comunità è stato così uno degli obiettivi della mia vita. Ho deciso di fare il medico per mettermi al servizio dei miei fratelli. Mi sono trovato, così, ad affrontare una grande sfida: condizioni di lavoro sempre più degradanti e stipendi insignificanti, che non aiutavano i medici ad acquisire una coscienza professionale e all’onestà. Per sopravvivere, bisognava lavorare in organismi internazionali o in cliniche private. Molti miei colleghi sono emigrati in Europa e negli Stati Uniti. Anch’io sono stato tentato ad emigrare ma, dopo aver riflettuto con mia moglie, abbiamo deciso di restare nel Paese accettando la situazione: malati poveri, condizioni difficili di lavoro, mancanza di materiale e a volte tentativi di corruzione. All’inizio temevamo di essere contagiati dal virus per le scarse condizioni igieniche; e le strutture sanitarie carenti non ci davano alcuna garanzia. In quel periodo il nostro Paese era in piena crisi socio-economica e politica. Non ricevevamo più aiuti dalla cooperazione internazionale. Poi è scoppiata la guerra con il carico di drammi che ogni conflitto porta con sé. Avevamo grandi difficoltà a curare i malati di AIDS, ma abbiamo continuato ed è stata davvero l’occasione di vivere concretamente l’amore. La nostra azione si è focalizzata su alcune attività dirette alla cura dell’AIDS e alla prevenzione. Per la cura dei malati, con l’aiuto dell’ associazione Azione per un Mondo Unito (AMU) è stato possibile costruire una struttura sanitaria completa di laboratorio di analisi. Inoltre, è stato avviato un programma di cura a base di farmaci specifici, finalmente disponibili anche in Africa e garantiti a tutti, anche ai più poveri. Tutto ciò è stato il frutto di recenti scelte da parte dell’ONU nelle strategie di lotta contro l’AIDS. Per la prevenzione, è stata avviata in maniera sistematica la formazione di educatori con il compito di intervenire sul piano psicologico, sociologico e morale presso i giovani e le famiglie, al fine di operare nella popolazione un cambiamento di comportamenti. Incentivando, anche, lo sviluppo di attività produttive per migliorare l’alimentazione di base. Il contenuto principale dei corsi consiste nel dare informazioni complete e corrette sulla trasmissione e prevenzione della malattia. Per questo si cerca di approfondire l’origine e gli effetti del virus sul sistema immunitario e i mezzi di prevenzione. Ciò che mi dà coraggio è lavorare insieme a medici del Movimento dei Focolari e ad altri che, come me, sentiamo di mettere il malato al primo posto».  (M.M. Congo) (altro…)

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Ecuador: vivere una Mariapoli

«La prima festa, il primo viaggio, il primo appuntamento, il primo ballo… non si dimenticano mai! le prime volte, avvenimenti che quando li ricordiamo ci commuovono, regalandoci un sorriso o una lacrima. Cosi come già mi succede ricordando la mia prima Mariapoli, da poco conclusa. Avevo ricevuto l’invito da un caro amico e, nonstante dubbi e incertezze, ho deciso di partecipare. Quando sono arrivato a Esmeraldas – città abitata prevalentemente da afrodiscendenti, con tradizione, cucina e ritmo particolari – conoscevo forse 10 persone delle 350 che partecipavano alla Mariapoli, sentendomi perciò un “perfetto estraneo”. Ho dovuto condividere la stanza con due sconosciuti, pregando che non russassero, e poi ho partecipato a riunioni, tavole rotonde, momenti di incontro con persone mai viste prima… ma ascoltando le loro esperienze, i loro sogni, la maniera in cui cercavano la loro felicità e quella dei loro prossimi, ho sentito la fiducia necessaria per lanciarmi anch’io a parlare di me. Tra le varie meditazioni, quella che mi ha più colpito è stata una lettera che Giovanni Paolo II ha scritto a Chiara dove invita i membri del Movimento ad essere “apostoli del dialogo”. Come farlo? Ascoltando e aprendoci al prossimo. Mi è venuto in mente mio padre, che tra poco compirà 85 anni e sta rimanendo senza amici perchè tanti sono già in cielo. Ho capito che posso essere suo amico, ascoltandolo nelle cose che gli interessano: con lui non posso parlare di I-pad o Internet, ma ugualmente posso amarlo e stare più tempo con lui. l titolo della Mariapoli diceva: “L’altro da me un altro me”. Un’esperienza molto forte in questo senso è stata andare a visitare le detenute del carcere femminile e sentir cadere molti pregiudizi e indifferenze, scomprendo che sempre possediamo qualcosa da donare: l’amore. Ma la Mariapoli non è stata solo impegno e meditazioni, nel talent-night, dove ognuno donava i suoi talenti artistici, mi sono divertito come poche altre volte mi era successo. Inoltre, è stata splendida la Messa afro: la rappresentazione esatta della gioia che esiste nei nostri cuori quando partecipiamo ad un incontro con Dio. Quando sono rientrato nella mia città, nonostante sia ritornato con lo stomaco vuoto – per non aver mangiato i famosi piatti tradizionali a base di pesce, come il corviches o l’encocao -, il mio cuore era completamente pieno di amore. Ci è stato detto che la Mariapoli inizia veramente quando torniamo a casa, nella nostra routine. Ho cercato, allora, di mettere in pratica quanto avevo imparato, in particolare cercando di vedere il volto di Gesù in tanti fratelli con cui avevo a che fare durante il giorno. Posso sicuramente affermare che quella di Esmeraldas è stata la mia prima Mariapoli, ma non sarà certo l’ultima».


Mariápolis Esmeraldas Flickr photostream Per info sulle Mariapoli nel mondo: www.focolare.org/mariapolis (altro…)

In Slovacchia: un’opportunità per l’Economia di Comunione

Le spie rosse dell’amore

Crisi di coppia? Quali segnali non vanno sottovalutati? Come intervenire prima che sia troppo tardi? Il Volume, edito da Città Nuova, cerca di rispondere a questi interrogativi. Come una macchina. Senza il carburante, l’olio e un motore pienamente efficiente, non cammina. Le spie rosse del cruscotto si accendono segnalando che qualcosa non va; forse è un guasto di poca importanza, ma che può farsi serio. Diventa allora necessario intervenire prima che sia troppo tardi. È così anche per il rapporto di coppia. Si verificano talvolta incomprensioni, malintesi e dissapori che non vanno sottovalutati. Sono il segnale, dapprima irrilevante poi sempre più evidente, di una difficoltà tra i due. È importante fare attenzione a queste “spie dell’amore” per evitare che la crisi si aggravi. Quali sono i segnali più frequenti di una crisi imminente? Cosa fare e cosa non fare in questi casi? Con competenza e leggerezza insieme Ventriglia risponde con utili consigli pratici. Rino Ventriglia è neurologo, psicoterapeuta, analista transazionale, da sempre appassionato dell’uomo. È direttore della Scuola di Psicoterapia ad indirizzo analitico. Per Città Nuova con RitaDella Valle ha pubblicato Comunicare nella coppia (2011). (altro…)

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Argentina: l’EdC al Foro MoveRSE

L’ONG MoveRSE, che ha sede a Rosario (Argentina), ha organizzato il 24 maggio scorso, nella sede della Borsa di Commercio, l’edizione 2013 del “Foro MoveRSE”. Si tratta di un convegno dedicato alla Responsabilità Sociale e Sostenibile (RSE) che ogni anno convoca responsabili dei settori imprenditoriali, governativi e civili, con l’obiettivo di confrontarsi sulle principali sfide che ogni gestione imprenditoriale deve affrontare in favore di uno sviluppo sostenibile, partecipativo e trasparente. In quest’ambito e nel settore delle “Iniziative Sostenibili” – una serie di progetti presentati alle 300 persone presenti nell’Auditorio – Francisco Buchara, della Commissione Giovanile di Economia di Comunione (EdC) ha presentato l’originale progetto nato in Brasile nel 1991 e al quale aderiscono un migliaio circa di aziende in tutto il mondo. “A differenza di altre imprese solidali – ha esordito Buchara – che prima producono e poi decidono come utilizzare gli utili (donarli, destinarli ad un progetto sociale, altre iniziative benefiche), le aziende di Economia di Comunione, sin dalla loro nascita puntano a generare ‘beni relazionali’. Cioè beni non materiali, non consumabili individualmente, ma legati ai rapporti interpersonali. Beni scarsi, quindi, che perché nascano hanno bisogno di almeno due persone, e che necessariamente generano reciprocità”. Buchara continua la sua esposizione definendo i pilastri dell’EdC: “…i poveri, i primi protagonisti dell’EdC che nasce, appunto, per ridurre il divario sempre più grande fra povertà e ricchezza; le aziende; i poli industriali; e una cultura della condivisione. Essa, sta a fondamento dell’EdC che vuole immettere nell’agire economico un nuovo modo di fare impresa”. Il giovane imprenditore sorprende quando spiega che “il progetto dell’EdC nasce da un carisma; come le banche che, come si sa, sono nate dal carisma francescano. Si può perciò affermare che i carismi sono importanti anche per l’economia, perché riescono a vedere prima e più lontano”. Il suo intervento viene corredato dalla presentazione di due aziende che aderiscono all’EdC: una Agenzia di Turismo, Boomerang Viajes (di Buenos Aires), e Dimaco, importante centro di distribuzione di materiale da costruzione (di Paraná, città al nord est dell’Argentina). In comune hanno l’atteggiamento di porsi al servizio, dando origine ad una catena positiva. Un esempio? “Un giorno – racconta German Jorge di Dimarco – mi chiama al telefono il nostro principale concorrente per chiedermi di anticipargli del cemento perché gli altri fornitori non gli davano più credito; attraversava una situazione finanziariamente difficile. Per anni aveva scommeso forte sul mercato, anche mettendomi contro il muro. Avevo l’occasione di vendicarmi o di restare fedele alle scelte dell’EdC e cambiare i nostri rapporti. La felicità che ho provato quando mi sono deciso a dargli quanto mi chiedeva valeva per me molto di più del cemento. Ed è questo modo di rapportarci, anche con la concorrenza, che rafforza la nostra reputazione. E spesso ci vengono offerte nuove possibilità di lavoro, quasi senza bisogno di andare a cercarle”. (altro…)

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Sacerdoti. Quattro mesi a Loppiano

«Dopo un’esperienza pastorale come viceparroco durata undici anni, il mio vescovo, prima di affidarmi la parrocchia, mi ha dato l’opportunità di trascorrere quattro mesi nella cittadella di Loppiano, nel Centro di formazione per noi sacerdoti diocesani. Qui mi sono trovato con una ventina di sacerdoti e seminaristi venuti da tante parti del mondo per vivere un’esperienza evangelica di comunione, nella linea della spiritualità dell’unità. Tra noi sacerdoti all’inizio non era facile comunicare a motivo della lingua. Ad esempio, quando è arrivato Yvon del Madagascar che parlava solo francese, per comunicare con lui dovevo tradurre dall’italiano all’inglese e Peter degli Stati Uniti dall’inglese al francese. Era laborioso, ma lo facevamo con tutta la fraternità possibile e ci siamo capiti benissimo. In questa scuola di vita tutto si fa in concordia: pregare, meditare insieme, lezioni ricche di approfondimento teologico, biblico, pastorale nei più diversi ambiti; ma anche lavorare in giardino, in cucina, lavare i pavimenti, tradurre in varie lingue, insegnare l’italiano, giocare a calcio… Questo non limitarsi alle attività tipiche del prete per fare anche tanti lavori manuali, come ha fatto per trent’anni Gesù a Nazareth, fa di questo corso una vera scuola integrale. Servire – ad esempio – la domenica alla mensa, assieme a religiosi e laici che condividono questa esperienza, accogliere con un bel pranzo i numerosi visitatori di Loppiano, apparecchiare e poi lavare le pentole, i piatti, ecc… una mole di cose che, solo insieme agli altri, si riesce a fare: anche con gusto. È solo un particolare delle attività che si svolgono qui, ma per me era tutto nuovo ed è stato un bell’insegnamento. Il fatto di lavorare dal lunedì al venerdì nella falegnameria, mi ha fatto apprezzare in un modo diverso il sabato e la domenica, come fa la mia gente in parrocchia. Per lavorare nell’artigianato (verniciatura, lisciatura, lavorazione del legno) è stato necessario imparare ad usare bene la vista, l’udito e il tatto; e a dosare la forza muscolare, altrimenti si rischia di rovinare i pezzi o i macchinari. L’artigianato è una scuola di attenzione e delicatezza, caratteristiche fondamentali nella vita, specialmente nella vita di un prete. Anche la Messa quotidiana ha acquistato un sapore diverso. Ad esempio offrire il lavoro al momento dell’offertorio è una cosa molto più concreta quando ti fa male la schiena perché hai passato la mattinata chinato a zappare la terra o a levigare un legno… Inoltre, sbrigare i lavori di casa tutti insieme mi ha aiutato a superare il pressapochismo. Certe cose le avevo sempre fatte ma, confrontandomi con gli altri, ho scoperto che c’è un modo migliore di farle. E cioè che non basta fare il bene, bisogna farlo bene! Mi sento molto arricchito da questi pochi mesi vissuti in una “scuola integrale” di vita. Il lavoro manuale mi ha fatto capire di più la vita della mia gente, e che cosa significhi testimoniare la fede sul luogo di lavoro. Ed ho riscoperto il sacerdozio regale di ogni cristiano che deve essere alla base del mio sacerdozio ministeriale. (Tratto dalla rivista di vita ecclesiale Gen’s) (altro…)

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Sharing with Africa, primi passi

«Siamo arrivate alla Mariapoli Piero (Nairobi, Kenya) la mattina del 10 maggio, accolte come sanno fare gli Africani: sorrisi e abbracci gratuiti per tutti! Questo perché al centro delle loro giornate c’è la persona, e lo abbiamo scoperto attraverso le loro vite, i racconti delle loro tribù che ci sono state presentati durante la Scuola d’Inculturazione. È stato arricchente entrare in tutte queste culture, scoprirne i punti in comune e ciò che invece le distingue. Oltre a chi era giunto dai paesi dell’Africa subsahariana, erano presenti una quindicina di giovani provenienti dai paesi vicini al Kenya: Uganda, Tanzania, Burundi, Ruanda, ma anche Madagascar, Zambia, Angola, Malawi…due dal Sudamerica che vivono per un periodo nella cittadella e noi 5: oltre me, Chiara, Giulia, Aurelio e Paula. Ci è stata spiegata la nascita del progetto e proposte due attività: raggiungere i Samburu nella Savana e vivere con loro 4 giorni intervistandoli e conoscendone le radici e il perché della loro cultura; prestare il proprio aiuto fra il centro nutrizionale di Madare, slum di Nairobi, e Njabini, villaggio a 2600 metri di altezza. In un gruppo di 8 abbiamo deciso per la seconda attività. Il primo giorno siamo stati accolti in una cappella di latta, di giorno centro nutrizionale e di sera Tempio di Dio. La realtà dello slum è pesante, c’è una condizione di miseria assoluta, un degrado sociale che tocca il disumano, eppure si innalza la dignità della persona che non molla e che si aggrappa a quell’unica certezza: Dio Amore. Alcune suore italiane, missionarie a Madare dagli anni Settanta, ci hanno confermato quanto sia forte la fede, e quanto questa porti all’aiuto reciproco. La stessa responsabile del centro nutrizionale è nata e cresciuta nello slum; ora, abbracciata la spiritualità dell’unità, ha messo in piedi questa attività dove, oltre ad assicurare un’istruzione minima e due pasti al giorno, insegna ai bambini l’arte di amare attraverso il dado dell’amore. Questi, arrivati a casa, irradiano tutta la famiglia sfidandosi a vicenda in una gara d’amore che rende anche la vita spiritualmente più piena. Il giorno seguente a Njabini. Dopo 3 ore di viaggio, siamo stati accolti da una famiglia composta da Mama Julia, Papa Joseph, Mary, Absunta e Anthony, originari della tribù Kikuyu. Siamo stati con loro 3 giorni, aiutando nei lavori domestici, nei campi e con il bestiame. L’ultima sera, durante un momento di condivisione, ho proprio sentito che quella era ormai diventata la mia famiglia, e non mi sono più sentita una “mzungu” (bianca) in mezzo a loro! E mama Julia ci ha confidato: “Prima che arrivaste pensavo di avere quattro figli, ora sento di averne 8 in più!”. Sento di non essere tornata, perché credo che i viaggi siano di sola andata. Qualcosa in me è cambiato per sempre: sono arricchita di una cultura diametralmente opposta alla mia, e più consapevole dei punti di forza e di debolezza del mio modo di vivere. Una cosa è sicura, ho fatto della filosofia dell'”Ubuntu” la mia filosofia di vita: posso realizzarmi come persona solo nel momento in cui entro in relazione con l’Altro e lo metto al centro della mia vita. Che poi, in fondo, si tratta di quell’amore al fratello predicato da un Tale più di duemila anni fa e che la nostra Chiara ci ha puntualmente ricordato». (Elena D. – Italia) (altro…)

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Tonino Bello. Una biografia dell’anima

“Chi spera, cammina e non fugge. Si incarna nella storia e non si aliena. Costruisce il futuro, non lo attende con pigrizia soltanto. Ha la grinta del lottatore, non la rassegnazione di chi disarma”. Una spiritualità fresca, adeguata ai tempi che stiamo vivendo. “Tempi difficili, eppure stupendamente belli” questo lo spirito di don Tonino (1935-1993) un uomo “in piedi”, testimone di una Chiesa al servizio degli ultimi, degli immigrati, dei più poveri; aperta alla società,capace di far sentire Dio vicino ad ogni uomo. Domenico Amato, che ha conosciuto personalmente don Tonino, ne ripercorre la vita: il cammino spirituale, l’impegno per la pace e il dialogo come Presidente nazionale del movimento Pax Christi; gli ultimi anni della sua vita segnati dalla dolorosa malattia che lo ha colpito, ma non lo ha fermato. Il ritratto fedele di un sacerdote, infaticabile testimone dell’amore di Dio. Domenico Amato Assistente ecclesiastico nell’Azione Cattolica Italiana, è stato Assistente Nazionale del Movimento Studenti di A.C.. Attualmente è Vicario Generale della Diocesi di Molfetta ed è stato Direttore del Settimanale Diocesano «Luce e Vita». Dal 2008 è Vice-postulatore della Causa di Canonizzazione di Dio Antonio Bello, di cui ha curato insieme ad un comitato scientifico l’edizione critica dell’Opera Omnia di mons.Antonio Bello. http://editrice.cittanuova.it/s/524917/Tonino_Bello.html (altro…)