29 Mag 2016 | Centro internazionale, Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Dare alla Legge un volto umano e di ricerca di una giustizia basata sul valore della fraternità, sono il forte messaggio che Maria Voce, avvocato e presidente del Movimento dei Focolari, ha dato ad un pubblico di 300 persone riunite lo scorso 25 maggio alla Facoltà di Giurisprudenza della Catholic University of Eastern Africa (CUEA), a Nairobi (Kenya). Erano studenti di diritto e scienze sociali, professori, membri della Facoltà, staff dell’università. Nel suo discorso dal titolo “Il Diritto nella società contemporanea”, Maria Voce spiega come con l’evoluzione della società, la correttezza dei comportamenti è stata sistematizzata nella comunità, e col raggiungimento dell’identità politica di uno Stato è stata incorporata nelle Costituzioni, nei suoi codici o in altre leggi. Con l’avvento del Cristianesimo, secondo la presidente dei Focolari, «emerge, come valore di riferimento, una legge superiore che viene da Dio, il solo Giusto e che è comunicata all’umanità in Gesù: la legge dell’amore».

© CSC Audiovisivi – Verônica Farias
Maria Voce si sofferma, poi, sullo sviluppo del sistema legislativo in Africa dove costata che «è molto forte la tendenza comunitaria per cui l’individuo non è mai considerato in modo isolato, ma sempre come membro di una comunità (famiglia, clan, stirpe, tribù), verso la quale ha doveri e responsabilità e dalla quale riceve aiuto, sostegno e protezione». Sostiene, inoltre, che la spiritualità di comunione vissuta dai membri dei Focolari, sta cominciando ad influenzare la costruzione del tessuto sociale e quindi le regole che governano ogni comunità umana. E per spiegarlo, si rifà ad alcuni punti della spiritualità dell’unità Il primo: la scoperta di Dio come Amore. «Questa comprensione ci porta a vivere la “maggiore giustizia”. Se giustizia è dare a ciascuno il suo – ci dicevamo -, poiché tutto è di Dio, dà tutto a Dio e sarai giusto!». Il secondo: l’impegno ad adempiere la Volontà di Dio «conduce alla scoperta del fondamento della legalità, intesa come coerenza fra il nostro agire e la scelta fondamentale che abbiamo fatto, cioè la scelta di Dio-Amore». E il terzo: l’amore al prossimo. Per Maria Voce «non si può prescindere da esso per riconoscere efficacemente la dignità di ogni uomo (di ogni donna) ed i suoi diritti inviolabili». 
© CSC Audiovisivi – Verônica Farias
E parlando dell’amore reciproco, ricorda che «l’uomo nasce sociale per natura ed ha bisogno degli altri, come gli altri hanno bisogno di lui». E aggiunge che «l’amore reciproco è legge di collaborazione che, facendo scoprire in ognuno un dono d’amore, è il cemento della società e l’equilibrio del diritto». «Ci dà coraggio l’esperienza del Movimento che ci appare come la verifica di una ipotesi di vita intessuta di rapporti personali basati sul principio dell’unità, testimonianza che è possibile una giuridicità impostata sul comandamento nuovo quale norma fondamentale della vita di relazione», ha concluso. Dopo il suo intervento, il Decano della Facoltà di Legge, Dott. Maurice Owuor, sottolinea l’attualità del discorso di Maria Voce, perché “l’amore è un valore capace di sorreggere le nostre leggi”. E afferma che “dovremmo mettere più enfasi nell’educare i cittadini ai valori come l’amore, la fraternità, l’adempimento delle leggi non per paura delle sanzioni ma perché è una cosa buona in sé”. A conclusione, segue un forum aperto a commenti e domande. Rispondendo a chi le chiede sugli effetti della giustizia sul bene comune, Maria Voce afferma che «non è la legge che contribuisce al bene comune, ma la persona, contribuendo a promuovere leggi giuste». E lascia una sfida agli studenti: «Mi auguro che da tanti di voi possano nascere molte buone leggi».
Willy Niyansaba
Testo dell’intervento di Maria Voce: “Il diritto nella società contemporanea”
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25 Mag 2016 | Centro internazionale, Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Che cosa è l’inculturazione oggi? «È l’incarnazione della luce del Vangelo nelle culture africane», dichiara Maria Voce rivolgendosi ai 305 partecipanti alla Scuola per l’inculturazione tenutasi la scorsa settimana alla cittadella dei Focolari “Mariapoli Piero” che sorge nei pressi di Nairobi (Kenya). La gioia, la sorpresa, l’entusiasmo sono gli stessi di quando, nel 1992, Chiara Lubich aveva posto la prima pietra della Mariapoli e, quindi, anche della scuola di inculturazione che vi sarebbe sorta. La fondatrice dei Focolari aveva infatti immaginato nella cittadella una scuola per un dialogo a tutto campo tra il Vangelo e le culture africane, una scuola che avrebbe dato un nuovo impulso all’evangelizzazione. E il copresidente Jesús Morán precisa: «Farsi uno è il modo più profondo di inculturazione. Si tratta di un’esperienza che Chiara fece qui in Africa e che poi propose come metodo anche a tutti noi nel mondo. Il “farsi uno” prende a modello Gesù nel suo abbandono in croce, quando cioè per amore dell’umanità Egli ha voluto farsi nulla, un nulla d’amore. Anche noi come Lui, di fronte alle diverse culture dobbiamo imparare a farci nulla, per poi sperimentare che non si tratta di un nulla che annulla, ma di un nulla che arricchisce». Per molti partecipanti questa affermazione contiene la risposta alle tante sfide del continente africano, compresa quella dell’inculturazione. Ma anche una risposta al fenomeno della globalizzazione.
«L’inculturazione è necessaria – rilancia Morán –. Col nostro vivere la spiritualità dell’unità possiamo avvicinare la cultura dell’altro nel rispetto della sua verità e scoprire, nel dialogo, la bellezza delle diversità, non solo in Africa ma in tutto il mondo». «Un mondo – sottolinea Maria Voce – che sta portando sulle spalle tante sofferenze per la mancanza di armonia e di pace. Col profondo “farsi uno” si favorisce l’inculturazione, la quale può rappresentare un possibile percorso di riconciliazione». A 24 anni dalla sua fondazione, «la scuola – rileva ancora Maria Voce – ha messo a punto quegli strumenti individuati fin dall’inizio, giungendo alla sua seconda generazione». E guardando al futuro aggiunge: «stiamo entrando in una nuova fase della scuola, che vedrà forse un suo ulteriore moltiplicarsi». Parole, queste della presidente, che risuonano come «una chiamata ad una nuova consapevolezza e responsabilità», come molti osservano, per proseguire sulla strada di quell’inculturazione che Chiara aveva intuito dopo essere stata, a partire dagli anni ’60, a contatto con i popoli africani. In particolare la presidente dei Focolari si sofferma sulla comprensione che nel ‘92 Chiara aveva avuto riguardo la luce del Vangelo, una “luce bianca” capace di penetrare ed illuminare le diverse culture facendole così diventare dono reciproco e dono per il mondo. «Maria Voce – dice Peter del Camerun – ha riorientato il nostro cuore alla nostra specifica vocazione che è incarnare la spiritualità dell’unità che non impone ma che, come diceva Chiara, è una “luce bianca” che illumina. La globalizzazione sta seguendo un processo inarrestabile nel quale il dono specifico nostro è la vita del Vangelo». «Tornando a casa – si chiede Nicodème del Burundi –, mi pare di capire che devo cominciare da me stesso, vivendo il Vangelo nella realtà sociale e politica, nei conflitti, per essere una risposta d’amore alle attese di molti paesi dell’Africa. Non si può aspettare». (altro…)
19 Mag 2016 | Dialogo Interreligioso, Famiglie, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale, Spiritualità

Foto: Rosario De Rosa
Latina, è una città del centro Italia, la più giovane della penisola, costruita durante il ventennio fascista sul terreno bonificato dell’Agro Pontino. La sua popolazione è già in origine “mista”, con provenienze da varie regioni, arricchita oggi dalla maggiore varietà culturale, frutto delle correnti migratorie. Basma si è trasferita lì 18 anni fa, con il marito Ben, dalla Tunisia. In Italia sono nati i loro due figli. «Un giorno – racconta – mentre aspettavo mio figlio più piccolo fuori dalla scuola, ho conosciuto un’altra mamma italiana, con cui piano piano è nata una profonda amicizia. Fino a quel momento, avevo conosciuto tanti cristiani o che almeno dicevano di esserlo, che mi avevano dato un’impressione negativa del cristianesimo, dove tutto era permesso e non si vedeva la differenza fra bene e male. Con questa nuova amica cristiana, abbiamo iniziato a confrontarci sulla nostra fede e scoprivamo sempre più di avere tanto in comune: ognuna di noi aveva messo Dio al centro della sua vita. Lei mi offriva sempre un passaggio in macchina all’uscita da scuola, abitavamo vicino; e così abbiamo iniziato a frequentarci coinvolgendo anche le nostre famiglie, e ho scoperto che dietro questa nuova amica c’era un popolo di cristiani che vivevano tutti per Dio». L’amicizia cresce, con semplici scambi di doni, e conoscenza reciproca: cuscus per tutta la famiglia accompagnato da un servizio di piatti tunisino, una cena insieme. «Abbiamo attraversato la città a piedi, come usiamo noi, e loro dicevano di aver scoperto una città nascosta, popolata da tutti gli amici musulmani». Poi una serata tunisina con contributo libero per sostenere le spese scolastiche dei ragazzi, in un periodo in cui il papà aveva avuto un incidente sul lavoro. Gli amici cristiani mettono a disposizione la casa allestendo un‘ambientazione araba con tappeti, tende, cuscini, tavolini bassi e candele. «Abbiamo fatto insieme la spesa e Basma ha cucinato – raccontano –. Grande è stata la gioia nel constatare di aver raggiunto la cifra esatta per l’acquisto dei libri. Una serata bellissima in cui abbiamo fatto nostra la cultura araba e ci siamo sentiti fratelli. Nel consegnare la cifra, il biglietto diceva: “Grazie per questo viaggio nella tua terra che ci hai fatto fare con te. La tua famiglia di Latina”. Il pianto commosso di Basma ha saldato questo legame fra tutti». 
Foto: Rosario De Rosa
Poi, improvvisa, la malattia e la morte del marito. «Prima di lasciarci Ben mi ha affidato a questi amici cristiani. Io per prima ne sono rimasta stupita: c’erano i suoi familiari, i fratelli di Moschea, ma forse lui sentiva che con loro c’era veramente un rapporto basato su Dio. Ben è morto lasciandoci in un profondo dolore. Eravamo soli in terra straniera. Io non avevo la forza di vivere», confida Basma. In quei giorni segnati dal dolore, gli amici si alternano nell’accudire la famiglia, preparando da mangiare e cercando di spronarla a ricominciare. «Il suo dolore era il nostro, i suoi figli, i nostri», raccontano. Danno vita ad una grande comunione di beni per sostenerli nel primo periodo. Dopo pochi giorni, una persona si presenta con dieci sacchi di verdura che la proprietaria aveva voluto regalare. La “Provvidenza”, come la chiamano gli amici cristiani, diventa contagiosa, e anche Basma comincia a condividere quanto riceve. Finalmente arriva la proposta di un lavoro. Ma il turno comincia alle quattro del mattino in una fabbrica distante dalla città. Una delle amiche si propone di accompagnarla. Da questo gesto inizia una catena di passaggi, in modo da condividere il peso e riuscire a farcela. «In questo nuovo ambiente di lavoro – racconta Basma -, anche io ho iniziato ad amare tutti, compreso chi mi considerava un nemico a causa del mio velo. Ora c’è un’atmosfera molto bella e i miei amici non devono più accompagnarmi perché i colleghi si offrono di farlo. Nei primi giorni difficili mi ripetevo una frase che avevo sentito dai miei fratelli cristiani: “Dove non c’è amore, metti amore e troverai amore.” È proprio così, l’amore è contagioso». Maria Chiara De Lorenzo (altro…)
18 Mag 2016 | Centro internazionale, Chiara Lubich, Chiesa, Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità

Foto © Ernst Ulz – CSC Audiovisivi
«Il 15 maggio Maria Voce e Jesús Morán, presidente e copresidente dei Focolari, nel primo giorno della loro visita in “Africa”, hanno ricevuto il benvenuto degli abitanti della Mariapoli Piero, in Kenya, tra suono di tamburo e grida di gioia», racconta Liliane Mugombozi, direttrice di New City Africa. «Ringraziando i giovani per il loro caloroso benvenuto, Maria Voce confida di aver ricevuto molti messaggi da varie parti del mondo. Colpisce che anche le comunità dei Focolari in Siria abbiano mandato i loro saluti agli africani e assicurato le loro preghiere. “Ringraziamo Dio che ci sia la pace in Kenya – ha detto Maria Voce – e ricordiamoci di quei Paesi dove la pace non c’è. Viviamo questi giorni affinché il nostro vivere in pace possa in qualche modo essere un contributo alla pace in tutto il mondo”». “Prima una fiamma, adesso un incendio, ha invaso tutta l’Africa, un incendio d’amore tra noi!” Quando penso alla Mariapoli Piero oggi, – scrive Liliane – mi tornano in mente le parole di questa canzone composta dai giovani del Focolare nell’anno 2000, durante la visita di Chiara Lubich a Fontem (Camerun)». Situata a circa 27 km dalla città di Nairobi, la Mariapoli Piero si estende su 18 ettari di terra verde. «Nel 1992, anno della sua fondazione, questa cittadella era proprio una piccola fiamma, un seme, che dopo 24 anni è cresciuto fino a diventare un grande incendio, un albero». «Nel suo discorso inaugurale in quel 19 maggio, Chiara Lubich aveva augurato che questo seme potesse diventare un grande albero “con i rami che potrà ospitare tanti uccelli proprio come il regno di Dio narrato da Gesù e cioè tante persone provenienti d’ogni dove che vengono a vedere come s’impara l’unità; come si pratica l’unità; come la si può irradiare attorno; come sarà il mondo là dove l’unità invocata da Gesù e voluta dallo Spirito nei nostri tempi è realizzata”. 
Foto © Ernst Ulz – CSC Audiovisivi
«Negli anni questa “profezia” è diventata un’esperienza in corso – spiega Liliane Mugombozi – Con le varie realizzazioni la Mariapoli ospita molte persone da tutta l’Africa e oltre, di tutte le estrazioni, di diverse religioni e fedi, bambini, giovani e adulti, uomini e donne, sacerdoti, vescovi e laici per vivere e testimoniare che l’unità è possibile. È un luogo di formazione alla spiritualità dell’unità e alle sue concrete realizzazioni nella società. Come ha detto un giovane 21enne, Michael: “è come un laboratorio dove facciamo le nostre più significative esperienze di vita, dove questo modo di vivere porta numerosi semi di fraternità”». «L’esperienza fatta dagli abitanti– sia stabili che temporanei – della Cittadella è proprio quella della famiglia, una famiglia legata da quell’amore reciproco basato sul Vangelo. È un processo di formazione in corso, nella vita quotidiana, con lo scopo di costruire “comunità cristiane mature” (Christifideles laici, 34)». «La caratteristica di questa cittadella, tracciata ancora da Chiara Lubich, è l’Inculturazione: “La nota specifica poi della cittadella, che è la vocazione del Movimento in Africa, sarà un accento particolare su un nostro preciso dovere e cioè: l’evangelizzazione. Per realizzare ciò questo centro si specializzerà nell’inculturazione”. Nasce così la Scuola per l’Inculturazione: il suo scopo è quello di approfondire la vita del Vangelo cercando di dialogare – dalla prospettiva della spiritualità dell’unità – con le varie culture e prassi dei popoli africani». https://vimeo.com/146788855 (altro…)
12 Mag 2016 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Sociale, Spiritualità
Il Festival per la pace conclude in Ecuador la Settimana Mondo Unito, expo di azioni fraterne promossa dai giovani del Movimento dei Focolari. Il racconto di Francesco Ricciardi, della delegazione internazionale che ha percorso le strade del paese latino americano, in un’esperienza in cui è emersa fortemente la vocazione comunitaria dell’America del Sud. «Strumenti tradizionali e moderni si uniscono per dar vita ad una festa. Sul palco, si susseguono giovani dell’Africa, dell’Asia, dell’Europa, delle Americhe… Insomma, oggi tutto il mondo è presente a Quito! “Anche nella distruzione delle scorse settimane – ci dice Juan Carlos – abbiamo visto generarsi una catena di generosità e solidarietà”. Sul palco si susseguono tante esperienze concrete del dopo terremoto. Jesús, ad esempio, racconta: «Quando abbiamo visto le prime immagini, ci siamo resi conto della gravità dei danni. Con alcuni amici abbiamo organizzato una raccolta di beni di prima necessità, lavorando dalla mattina fino a notte fonda, per amore dei nostri fratelli e sorelle». Continua Natalia: «Ci siamo diretti nei luoghi devastati dal terremoto per rispondere a questo grido di dolore. All’inizio non era chiaro come poter essere di aiuto. Ho capito, che potevo amare ascoltando, per accogliere il dolore di chiunque incontravo». David racconta che «ho visto mani disinteressate che non hanno tardato un solo secondo a donare cibo, acqua, medicine, denaro; e mani che, anche se non avevano niente, si sono messe a disposizione per aiutare. Ho assistito ad un Ecuador frantumato da disperazione, paura, fame e sete; ma ho anche visto volti di gioia, la soddisfazione e la speranza di ricevere un aiuto disinteressato. Ho lavorato a fianco di persone che si sono lasciate tutto alle spalle: il lavoro, gli studi e le proprie famiglie per aiutare chi aveva perso tutto. Ho potuto guardare da vicino la bontà degli ecuadoriani e non solo».
Momenti artistici rendono la festa ancora più gradevole e preparano ad accogliere le tante testimonianze. Melany racconta: «Quando ho iniziato a cantare nel coro universitario, ho capito che per guadagnare un posto nel gruppo i miei compagni non esitavano ad offendere ed insultare. Un giorno ho deciso di condividere le canzoni che avevo scritto. È stato il primo passo. Da allora, tutto è cambiato. Anche altri hanno cominciato a condividere tanti talenti nascosti che, finalmente, potevano mostrarsi senza timore! Il rapporto tra tutti è migliorato moltissimo. L’8 maggio 2015, abbiamo organizzato un concerto di musica latino americana con l’obiettivo di trasmettere il valore della fraternità». Giorgio e Lara, giovani libanesi che, seppur in mezzo ad una delle più sanguinose guerre della storia, trovano la forza per amare tutti: «La guerra in Siria ha causato più di 6,5 milioni di rifugiati nello stesso Paese e 3 milioni sono fuggiti verso i Paesi vicini. Nonostante ciò, centinaia di manifestazioni sono state organizzate in tutto il Medio Oriente per raccogliere fondi e beni di ogni genere e testimoniare insieme, cristiani e musulmani, che l’unità è possibile. Concerti, feste, veglie di preghiera hanno trasformato la paura in speranza, l’odio in perdono, la vendetta in pace. Tante famiglie, pur se con poche risorse economiche, hanno accolto i rifugiati iracheni. In Siria molti ci hanno detto che “l’amore vince tutto, anche quando sembra impossibile”». David e Catalina, presentano le “Scuole di Pace”, iniziativa promossa in collaborazione con l’Istituto Universitario Sophia: «L’obiettivo è quello di creare spazi di formazione teorica e pratica per approfondire la relazioni con se stessi, con gli altri, con il creato, con gli oggetti e con la trascendenza. La fraternità universale può creare una politica al servizio dell’uomo; un’economia basata sulla comunione; un’ecologia in equilibrio: la Terra casa di tutti». Una realizzazione concreta dello United World Project. Il festival dell’inculturazione si conclude con Samiy, giovane indigeno della comunità Kitu Kara: «Abbiamo vissuto una settimana nella quale abbiamo sperimentato che è possibile portare la fraternità, l’unità, la solidarietà e la pace nella nostra vita, nel nostro ambiente ed in tutto il nostro pianeta. L’umanità è viva; il nostro impegno è personale, ma possiamo farcela solo se ci sentiamo parte di una comunità. Oggi abbiamo assistito alla bellezza della diversità e alla ricchezza delle culture». La gioia, ormai, è incontenibile. E così, durante le canzoni conclusive, ci si trova a ballare tutti nell’arena! Giovani e adulti, bambini e ragazzi. Tutti a far festa e gioire. Ma non è gioia effimera, è consapevolezza che siamo in tanti, un popolo che vuole fare dell’Amore la propria bandiera. E come dicono Lidia e Walter «questa non è una conclusione. Questo è solo l’inizio!». Fonte: Città Nuova online (altro…)