Una settimana di lavoro per conoscere da vicino la realtà dei ragazzi e dei giovani di tutto il mondo, le loro ambizioni, speranze, paure, attese, e per ascoltare la loro voce. Ne uscirà un documento condiviso, che confluirà, insieme agli altri contributi pervenuti, nell’”Instrumentum laboris” in vista del Sinodo di ottobre, definito da Papa Francesco “non sui, ma dei giovani”. «In questa Riunione presinodale – ha spiegato il Segretario generale del Sinodo, Card. Lorenzo Baldisseri – cercheremo di comprendere meglio cosa pensano di se stessi e degli adulti, come vivono la fede e quali difficoltà incontrano a essere cristiani, come progettano la loro vita e quali problemi riscontrano nel discernimento della loro vocazione, come vedono la Chiesa oggi e come invece la vorrebbero». Saranno presenti cattolici, di altre confessioni cristiane e di altre religioni, rappresentanti di associazioni e movimenti, ma anche non credenti, o provenienti da situazioni di disagio come il carcere o la tossicodipendenza. Anche Stella Marilene, 24 anni, e Nelson, 29, del Movimento dei Focolari, parteciperanno ai lavori (con loro vi sarà anche Noemi Sánchez, una giovane del Paraguay). Mentre attendono con trepidazione quel giorno, li abbiamo incontrati al centro internazionale dei Gen, dove si sta lavorando intensamente agli appuntamenti mondiali del 2018: oltre al Sinodo di ottobre, anche ilGenfest di Manilaa luglio.Qual è la situazione dei giovani nel vostro Paese? «Nel Salvador – risponde Nelson – la situazione generale dei giovani è diversa tra dentro e fuori le città. Fuori la vita è più difficile, mancano i servizi, l’educazione è garantita solo fino alla scuola dell’obbligo. Nonostante questo i giovani hanno aspirazioni grandissime e una maggiore determinazione a realizzare i propri sogni». «In Burundi – spiega Marilene – stiamo vivendo una grave crisi politica. La disoccupazione è alta e anche l’incertezza per il futuro. I giovani spesso lasciano il Paese per cercare altrove delle prospettive». Alla Riunione, dicono, svolgeranno il compito di facilitatori dei gruppi linguistici in spagnolo e francese. «Sarà il nostro “granito de arena”, un piccolo contributo – spiega Nelson – ma lo faremo con tutto il cuore». E Marilene: «Tramite il sito ufficiale del sinodo e i social network collegati, tutti i giovani potranno far sentire la propria voce e inviare proposte, anche chi non potrà partecipare direttamente». A proposito di comunicazione, al di là dei timori con cui spesso gli adulti guardano i giovani, per il rischio di staccarsi dalla “realtà” e immergersi in una piazza virtuale, cosa significa per voi comunicare? «I tempi sono cambiati – risponde Nelson – siamo immersi nella tecnologia, che effettivamente aiuta ad accorciare le distanze. Ma dobbiamo cercare di renderla più umana possibile. Cellulare e tablet avvicinano, ma comunicare “faccia a faccia” con chi abbiamo realmente davanti è un’altra cosa. In questo noi giovani possiamo fare il primo passo». «Per una comunicazione autentica dobbiamo pensare “cosa” comunichiamo», incalza Marilene. Nel suo messaggio per la giornata della gioventù, che concluderà la Riunione presinodale, Papa Francesco accenna alle “paure” dei giovani. «Spesso i giovani hanno paura di andare avanti, di fare scelte da cui non potranno poi tornare indietro. Personalmente – spiega Marilene – io cerco di vivere la volontà di Dio nel momento presente. Ognuno ha una propria storia, e io mi affido a Lui con fiducia». E Nelson: «In un mondo così materialista, spesso il messaggio che gli adulti passano ai giovani è quello di studiare, lavorare, guadagnare, comprare una bella casa. Il dialogo tra la prima e la seconda generazione è importante, ma non deve distruggere i sogni. Insieme, la nostra energia e la loro sapienza possono fare molto». Essere ascoltati significa prendersi delle responsabilità. «È una grande responsabilità portare la voce dei giovani. Una opportunità offerta dalla Chiesa, che vuole dialogare con tutti, non solo con i cattolici. In questo noi gen possiamo offrire la nostra esperienza, perché già abbiamo cominciato a camminare insieme, cristiani, di altre fedi e anche non credenti. Per questo rinnovo un appello a tutti i giovani: anche a distanza, partecipate! Facciamo sentire la nostra voce». Chiara Favotti (altro…)
La Comunità di Sant’Egidio compie 50 anni. Una storia cominciata il 7 febbraio 1968, a Roma, da Andrea Riccardi insieme a un piccolo gruppo di liceali che volevano cambiare il mondo. «Abbiamo scoperto in questi anni, insieme a tante persone nel mondo, la gioia del Vangelo», ha dichiarato il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo.«A Sant’Egidio, nel cuore di Trastevere (Roma) – si legge nel comunicato diffuso per l’occasione – è partita un’avventura che ha portato la Comunità nelle periferie umane ed esistenziali dei diversi continenti, dall’impegno tra i poveri di ogni condizione fino ai programmi per la cura dell’Aids e la registrazione anagrafica, dal dialogo interreligioso al lavoro per la pace». Il prossimo sabato 10 febbraio “il popolo di Sant’Egidio” si radunerà nella basilica romana di San Giovanni in Laterano per una celebrazione presieduta dal Cardinale Segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin. A nome dei Focolari ci sarà la presidente Maria Voce, insieme ad alcuni suoi collaboratori. Nel suo caloroso messaggio ringrazia «vivamente lo Spirito Santo per il carisma che ha elargito alla Chiesa e all’umanità e per i frutti scaturiti in questi cinquant’anni di vita, grazie anche alla vostra fedeltà». Aggiunge che «la Comunità, sparsa oggi in 70 Paesi, ha contribuito e contribuisce a edificare la pace nel mondo, attraverso un dialogo coraggioso a tutti i livelli e con un’attenzione del tutto particolare verso i più dimenticati dalla società», e ricorda la pace ottenuta nel 1992 in Mozambico e i “corridoi umanitari” in favore dei rifugiati. Maria Voce sottolinea, tra tanti momenti vissuti insieme, uno “speciale”: «il gioioso impegno assunto all’unisono e in modo del tutto particolare da Chiara Lubich e Andrea Riccardi, dopo lo storico incontro dei Movimenti con il Papa nella Pentecoste del 1998, che ha prodotto molti frutti per la gloria di Dio». E conclude con l’augurio suo e dei Focolari «di realizzare pienamente il disegno di Dio sulla vostra Comunità». Guarda il nuovo sito:www.santegidio.org(altro…)
Le parole di Papa Francesco pronunciate nella Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro 2013, “Andate per servire senza paura”, hanno provocato nei giovani dei Focolari la spinta a mettersi in gioco. Così, quelli della città di Juiz de Fora (500.000 abitanti), nello Stato brasiliano di Minas Gerais, hanno lanciato un progetto che raduna giovani di diversi carismi. «L’intento è quello di testimoniare l’unità nella diversità della Chiesa – dicono i giovani–, essendo discepoli di Cristo e missionari, in continuità con l’invito dei vescovi latinoamericani rivolto a tutti i cristiani. Certo, non mancano le difficoltà, ma questo non ci scoraggia». È stato l’arcivescovo Gil Antonio Moreira a consegnare al gruppo – circa 60 – la denominazione di “Giovani Missionari Continentali” (GMC). «Proveniamo da diverse esperienze spirituali – ci spiegano –: Rinnovamento nello Spirito; nuove Comunità; gruppi parrocchiali e Movimento dei Focolari. L’inizio della missione si apre con la consacrazione personale a Dio per un anno, che si può rinnovare per un altro ancora. E ci sono tre punti che ci aiutano ad orientare la bussola: preghiera, formazione e missione, mettendoci al servizio». A 4 anni dall’avvio del progetto, sono numerose le missioni svolte nelle parrocchie dell’arcidiocesi di Juiz di Fora con un centinaio di visite alle famiglie delle comunità rurali, alle periferie e rioni violenti della città, ad asili e orfanotrofi e al centro rieducativo per minorenni con reati. «Abbiamo intrapreso itinerari socio-sanitari, come nel caso della lotta contro il dengue (malattia tropicale), operando lì dove si registra l’indice più alto di morti. Ci siamo adoperati in particolare per curare l’igiene dell’ambiente, eliminando spazzatura e discariche che favoriscono la proliferazione delle zanzare che trasmettono la malattia, ma anche informando la popolazione attraverso dei dépliant e cartelloni. In questo periodo siamo impegnati in missioni speciali ad Haiti e nella città di Obidos (Stato del Pará), nel Centro Educativo per minorenni delinquenti e con i “cartoneros” (raccoglitori di carta dai cassonetti, che poi viene riciclata). Abbiamo messo in evidenza il loro importante lavoro in beneficio del nostro pianeta». Non è mancato il sostegno economico e psicologico a giovani con situazioni particolarmente difficili. «Inoltre, il “Natale solidale” ci consente di raccogliere cibo non deperibile e altri generi di prima necessità che poi consegniamo ad un ente caritatevole». I GMC, con il tempo, hanno voluto cimentarsi in altri luoghi, spingendosi fino a Obidos (Stato del Pará), cuore dell’Amazzonia. «A contatto con le persone, abbiamo visto risuonare in esse la chiamata ad una vita missionaria e nascere una varietà di vocazioni». Superati i confini del Brasile, sono approdati fino ad Haiti. Il 17 luglio scorso, un gruppo di sei persone dell’arcidiocesi di Juiz de Fora con il loro arcivescovo, fa rotta verso Haiti. La situazione di quel paese conosce grandi sfide a 7 anni dal terremoto che lo ha devastato: in appena 35 secondi sono crollati più di 300 mila edifici tra civili e istituzionali, provocando la morte di 200 mila persone. Con i suoi 7,2 gradi della scala Richter è stato il peggior terremoto registrato nelle Americhe. «Haiti è la periferia più povera dell’America Latina. È verso quel posto – scrive mons. Gil Antonio Moreira – che si dirigono i miei occhi e gli occhi dei Giovani Missionari Continentali. Con grande gioia andiamo per servire, senza paura, perché il motivo, il nostro traguardo è Gesù Cristo». I giovani dei Focolari concludono: «Ciò che ci dà la sicurezza che siamo nella strada giusta sono paradossalmente le difficoltà che incontriamo, nelle quali cerchiamo di amare un volto di Gesù Abbandonato. É Lui il segreto della nostra gioia e dei frutti che costatiamo». (altro…)
Óbidos, sulla riva sinistra del Rio Amazonas, circa 1.100 chilometri (per via fluviale) dalla capitale Belem, è una città di quasi 50 mila abitanti. Un solo ospedale, retto dai Frati Francescani della Divina Provvidenza, assolutamente insufficiente per assistere i casi più gravi. Dopo un appello della Conferenza Episcopale brasiliana, un folto gruppo di medici, infermieri e gente comune, da alcuni anni, durante le ferie, si mette in viaggio per portare cure e vicinanza alla popolazione, specialmente nelle comunità rivierasche. È l’ormai noto Progetto Amazzonia.Giunti a luglio a Óbidos, i “missionari” di quest’anno, una quarantina di persone provenienti da varie parti del Brasile, dopo una preparazione di vari mesi e l’invio – per via aerea e fluviale – di 15 scatoloni di medicine, materiale odontoiatrico e giocattoli, raccolti durante la recente Run4Unity di Belém, hanno trovato la collaborazione e l’ospitalità delle famiglie del posto. A partire dal sindaco, che ospita quattro persone, mette a disposizione una barca e un pullman con cui recarsi sia nelle comunità dell’interno che quelle “ribeirinhas” (tre comunità che non ricevono mai cure mediche e raramente vanno in città) e paga una cuoca per i giorni di permanenza. La prima comunità incontrata (2000 persone) abita in un’area accanto a un “lixão” (immondezzaio). Qui il gruppo si ferma tre giorni. Ben più dei numeri (8 giorni, 611 visite mediche e 221 visite odontoiatriche) parlano i commenti dei protagonisti, medici e gente del posto. Una signora, visitata per un forte mal di testa, torna anche nei giorni successivi per respirare un’atmosfera che lei definisce “di paradiso”. Al termine della “cura” il mal di testa è quasi scomparso. Eliane viene da São Paulo: «Prima di venire mi ero documentata su internet. Ma qui è tutto un’altra cosa, una lezione che porterò con me per tutta la vita. Dopo il trauma vissuto – riferendosi alla recente perdita del marito – pensavo che sarei rimasta indifferente a qualsiasi altro dolore. Invece ora ho tante idee e una gran voglia di aiutare!». Tiago è un ragazzo di Óbidos che per la seconda volta partecipa al Progetto. Non potendo acquistare un paio di occhiali, viene organizzata una colletta: «Vedere tanta generosità mi fa venire la voglia di fare qualcosa anch’io!». Ana Carla (medico): «Mi sono resa conto che la nostra realtà non è la peggiore! Ascoltare da diverse mamme che il loro figlio non era mai stato visitato da un medico mi ha fatto pensare: magari non riesco a risolvere il problema, ma posso amare, dare ascolto, conforto, una medicina. È già qualcosa. Non mi sento stanca, la mia stanchezza sta nel chiedere: “Cosa mangia il tuo bambino?” e sentirmi rispondere: “farina”». Amanda è studentessa di medicina: «Ora vedo la medicina con uno sguardo diverso: davanti c’è il malato e non semplicemente la sua malattia. Non si può rimanere tranquilli solo prescrivendo una medicina, dobbiamo curare la persona». Ereh è un ragazzo di Óbidos: «Per noi è difficile vivere in questa situazione. Mateus e io facciamo volontariato con i bambini». Solange (Belém): «Quando ho sentito parlare del Progetto, mi sono interessata e ho chiesto alla mia famiglia di poter partecipare. Ho ricevuto solo critiche, ma arrivata qui ho trovato un ambiente di famiglia che non mi aspettavo. Vedere i giovani che, nel mese di luglio, rinunciano alle vacanze mi ha sorpreso». Anche Marcos è studente di medicina: «Mi sono trovato nell’impossibilità di risolvere situazioni gravi, non avevo i mezzi per curare, ma soltanto per risollevare. Dobbiamo avere il coraggio di sporcarci le mani e aiutare i giovani che sono rimasti impietriti dentro le loro città. Non solo la droga addormenta, ma tanti altri vizi: rimanere chiusi in se stessi, nel proprio egoismo». Victor (Santarém): “Ringrazio a nome dell’Amazzonia tutti voi che avete lasciato la vostra zona per venire nelle nostre periferie». Il Progetto ora continua con la diffusione e raccolta di materiali utili e denaro, perché il prossimo anno si possa fare ancora di più. (altro…)
Un grazie da parte di papa Francesco, una constatazione e un augurio:«Grazie per questo che voi fate, per lavorare per l’unità dei cristiani, tutti insieme, come il Signore vuole. Camminiamo insieme, facciamo l’aiuto ai poveri insieme, carità insieme, educazione insieme: tutti insieme».E ancora: «E che i teologi lavorino da parte loro e ci aiutino. Ma noi sempre in cammino, mai fermi, mai fermi; e insieme. Questo è quello che io mi auguro e vi ringrazio perché so che voi lo fate». Parole che Maria Voce, invitata con i leader evangelici a prendere parte all’udienza, commenta così: «È stato un incontro molto breve ma personalizzato; il Papa ha salutato tutti, uno per uno e ci ha voluto tutti in circolo nella Sala del Concistoro proprio per poterci salutare personalmente. Dopo si è fermato solo qualche minuto per dirci la sua gratitudine per questa visita. L’ha sentita un segno di stima, un segno di affetto verso di lui, del quale era molto contento. Ha detto soprattutto che il desiderio del suo cuore è che si cammini insieme. Diceva che questo ecumenismo è quello del camminare insieme e ringraziava i partecipanti perché, diceva, so che voi lo fate. Bisogna continuare a camminare insieme. I teologi ci aiuteranno a capire le differenze, a trovare il modo di superarle, però l’importante è che noi camminiamo insieme, perché la volontà di Dio è che siamo tutti uno. Questo il suo messaggio. Era molto disteso, molto contento di incontrare tutti». L’appuntamento papa Francesco l’ha dato per il pomeriggio al Circo Massimo (Roma). Alla vigilia di Pentecoste, ha avuto luogo una veglia per il Giubileo d’Oro del Rinnovamento Carismatico Cattolico, organizzato dall’International Catholic Charismatic Renewal Services e dalla Catholic Fraternity. Fonte: SIF Vedi video(altro…)