28 Gen 2018 | Parola di Vita
L’apostolo Giovanni scrive il Libro dell’Apocalisse per consolare ed incoraggiare i cristiani del suo tempo, di fronte alle persecuzioni che in quel momento si erano diffuse. Questo libro, ricco di immagini simboliche, rivela infatti la visione di Dio sulla storia e il compimento finale: la Sua vittoria definitiva su ogni potenza del male. Questo Libro è la celebrazione di una meta, di un fine pieno e glorioso che Dio destina all’umanità. E’ la promessa della liberazione da ogni sofferenza: Dio stesso «asciugherà ogni lacrima (…) e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno» (Ap 21,4). “A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita”.1 Questa prospettiva ha i suoi germogli nel presente, per chiunque ha già cominciato a vivere nella ricerca sincera di Dio e della sua Parola che ci manifesta i Suoi progetti; per chi sente ardere in sé la sete di verità, di giustizia, di fraternità. Provare sete, essere alla ricerca, è per Dio una caratteristica positiva, un buon inizio ed Egli ci promette addirittura la fonte della vita. L’acqua che Dio promette è offerta gratuitamente. Dunque è offerta non solo a chi spera di essere gradito ai Suoi occhi per i propri sforzi, ma a chiunque sente il peso della propria fragilità e si abbandona al Suo amore, sicuro di essere risanato e di trovare così la vita piena, la felicità. Chiediamoci dunque: di che cosa abbiamo sete? E a quali sorgenti andiamo a dissetarci? “A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita”. Forse abbiamo sete di essere accettati, di avere un posto nella società, di realizzare i nostri progetti… Aspirazioni legittime, che possono spingerci però ai pozzi inquinati dell’egoismo, della chiusura sugli interessi personali, fino alla sopraffazione sui più deboli. Le popolazioni che soffrono per la scarsità di pozzi con acqua pura conoscono bene le conseguenze disastrose della mancanza di questa risorsa, indispensabile per garantire vita e salute. Eppure, scavando più a fondo nel nostro cuore, troveremo un’altra sete, che Dio stesso vi ha messo: vivere la vita come un dono ricevuto e da donare. Attingiamo dunque alla fonte pura del Vangelo, liberandoci da quei detriti che forse la ricoprono, e lasciamoci trasformare a nostra volta in sorgenti di amore generoso, accogliente e gratuito per gli altri, senza fermarci di fronte alle inevitabili difficoltà del cammino. “A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita” Quando poi tra cristiani realizziamo il comandamento dell’amore reciproco, permettiamo a Dio di intervenire in maniera tutta particolare, come scrive Chiara Lubich: “Ogni attimo in cui cerchiamo di vivere il Vangelo è una goccia di quell’acqua viva che beviamo. Ogni gesto d’amore per il nostro prossimo è un sorso di quell’acqua. Sì, perché quell’acqua così viva e preziosa ha questo di speciale, che zampilla nel nostro cuore ogniqualvolta l’apriamo all’amore verso tutti. E’ una sorgente -quella di Dio -che dona acqua nella misura in cui la sua vena profonda serve a dissetare gli altri, con piccoli o grandi atti di amore. E se continuiamo a dare, questa fontana di pace e di vita darà acqua sempre più abbondante, senza mai prosciugarsi. E c’è anche un altro segreto che Gesù ci ha rivelato, una specie di pozzo senza fondo a cui attingere. Quando due o tre si uniscono nel suo nome, amandosi dello stesso suo amore, Lui è in mezzo a loro. Ed è allora che ci sentiamo liberi, pieni di luce, e torrenti di acqua viva sgorgano dal nostro seno. E’ la promessa di Gesù che si avvera perché è da lui stesso, presente in mezzo a noi, che zampilla acqua che disseta per l’eternità”.2
Letizia Magri
(1) Nel mese di febbraio proponiamo questa Parola di Dio, che un gruppo di fratelli e sorelle di varie Chiese ha scelto in Germania, da vivere lungo tutto l’anno. (2) Cfr. C. Lubich, La fonte della vita, Città Nuova, 46, [2002], 4, p. 7.
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27 Gen 2018 | Centro internazionale, Chiara Lubich, Ecumenismo, Spiritualità
Nella vita di Giordani troviamo un avvenimento che ci stimola ad una particolare riflessione: il primo a scrivere la sua biografia nel 1985 non è stato un cattolico, ma un pastore battista, lo scozzese Edwin Robertson . Non possiamo limitarci a dire che è “ironia della storia” […] Giordani tale atto di amicizia se lo è meritato, davanti al Cielo e davanti alla storia umana. Giordani presiedette un convegno di ecumenisti già nell’autunno 1967 presso la sede del Movimento a Rocca di Papa. Vi partecipava l’archimandrita mons. Eleuterio Fortino, che anni dopo (2004), ha dato questa testimonianza: «Giordani in quel convegno era riuscito per la sua serenità interiore a placare i toni accesi del dibattito; ed aveva chiarito gli aspetti teologici e pastorali del decreto del Vaticano II Unitatis redintegratio (1964), facendo cadere le ultime resistenze degli oppositori italiani alla preghiera in comune fra tutti i cristiani nella Settimana per l’unità delle Chiese» . Per parte sua Giordani seguiva già dal 1940 questa Settimana, che ad essere precisi è un Ottavario: dal 18 gennaio (festa della cattedra di S. Pietro a Roma) al 25 gennaio (festa della conversione di san Paolo). Scrive Giordani nel 1940: “Durante i preparativi di questa Ottava s’è sparsa la notizia, al principio assai imprecisa, che in un monastero di monache trappiste presso Roma, si pregava con un’intensità particolare, per la cessazione delle divisioni tra cristiani. Io venivo a sapere che, in quella Trappa, un’umile monaca s’era offerta vittima per l’unità della Chiesa e che la sua immolazione aveva colpito profondamente una comunità di fratelli separati in Inghilterra. La notizia, pur così vaga, allargava immensamente – agli occhi miei almeno – l’orizzonte del movimento unitario e apriva prospettive nuove, in cui, come lembo d’azzurro tra fenditure di tempesta, si mostrava il volto del cielo sopra l’umanità rissosa. Metteva, insomma, nella sua vera luce l’Ottava e i suoi fini. Ora queste monache probabilmente non sapevano nulla di tutti i dibattiti e commissioni e comitati fatti attorno a questo tema. Poste di fronte al problema della scissione, esse l’avevano contemplato con semplicità, al lume della Regola, che mai devia: e cioè avevano visto che l’unità andava cercata dove sta, cioé alla fonte, alla matrice: doveva in altri termini, chiedersi al Padre, nel quale e solo nel quale i fratelli si unificano. Ciò vuol dire che queste umili creature, che non incontreremo in nessun congresso, han visto subito il da farsi e han messo sulla strada diritta il movimento per l’unità. Qualcuno può essere tentato di domandarla a Hegel, a Loisy e magari a Marx; e nei giornali e nei convegni sono venuti fuori nomi di uomini, i quali non han dato e non possono dare che soluzioni incomplete: l’unità non è opera di uomini ma di Dio: non di studio, ma di grazia. Accetta, Padre, queste offerte pure, anzitutto per la tua Chiesa, perché ti degni di purificarla, custodirla, e unificarla…” .
L’ecumenismo, impostato da Chiara Lubich come «ecumenismo della vita» e vissuto nel Movimento dei Focolari con sue proprie esperienze, maturato alla luce delle anime grandi di Giovanni XXIII e Paolo VI e dello spirito del Vaticano II, diventa l’impegno centrale di Giordani negli ultimi anni della sua vita. Si può dire che per lui ormai tutti i cristiani sono veramente fratelli ritrovati. Egli vive e diffonde il nuovo spirito ecumenico fatto essenzialmente di amore e teso alla comunione delle anime, nella certezza che «dall’unità dei cuori si svolge quella delle menti» . È commovente pensare che l’ultimo articolo sull’ecumenismo, Il viaggio verso l’unità, lo ha scritto nel dicembre 1979, quattro mesi prima della sua partenza per il Cielo. Anche qui coltiva tenacemente una visione profetica, in cui pone l’unità dei cristiani come base e lievito per «imprimere uno slancio all’ideale d’unità universale tra i popoli» . (Tratto da: Tommaso Sorgi, Il percorso ecumenico di Igino Giordani, «Nuova Umanità» n.199). (altro…)
26 Gen 2018 | Chiesa, Spiritualità
Nel primo giorno della settimana dedicata all’unità dei cristiani (18 – 25 gennaio), sotto la splendida volta affrescata in soli cento giorni dal celebre pittore Vasari, nel rinascimentale Palazzo romano della Cancelleria, è iniziata con una invocazione allo Spirito Santo la giornata di studio che Movimenti e Comunità ecclesiali hanno voluto dedicare a “Carisma e Istituzione”. Promossa da Movimento dei Focolari, Nuovi Orizzonti, Famiglia della Speranza, Comunità cattolica Shalom, Comunità dell’Emmanuele e Comunità Papa Giovanni XXIII, insieme al “Centro di alta formazione Evagelii Gaudium” dell’IU “Sophia” e sotto il patrocinio dell’Associazione Canonistica Italiana, la giornata ha rappresentato una nuova tappa della profonda “sintonia affettiva ed effettiva” tra Movimenti e realtà ecclesiali, come sottolineato nel suo intervento di apertura da Maria Voce, qui nella veste di rappresentante di tutti i promotori: «Siamo impegnati ad affrontare, giorno dopo giorno, coerentemente ai carismi ricevuti, le sfide che portano il cammino verso la pienezza della vita cristiana e la perfezione della carità, cercando di accrescere la comunione all’interno dei nostri Movimenti e tra noi». Al tempo stesso, la giornata è stata l’occasione per approfondire un tema specifico, quello del rapporto tra i carismi, doni dello Spirito, e le forme istituzionali, alla luce del documento della Congregazione per la Dottrina della Fede “Iuvenescit Ecclesia” (maggio 2016), che definisce i doni carismatici e i doni gerarchici “coessenziali”: mentre «la presenza dell’istituzione garantisce che non mancherà mai l’annuncio del Vangelo – ha evidenziato il Card. Kevin Joseph Farrell, Presidente del Dicastero per i Laici, Famiglia e Vita – la presenza dei carismi garantisce che non mancherà mai chi li riceve con apertura del cuore». Dopo il loro apparire in seno alla Chiesa, «con quel tanto di sorpresa e di scompiglio che il loro inatteso e inedito fiorire ha provocato», e la loro approvazione, spesso frutto di un cammino lungo e sofferto, ora i Movimenti – ha detto Mons. Piero Coda, Rettore dello IUS – «sono al guado di una terza fase, in cui l’effervescenza carismatica è impegnata a trovare gli opportuni canali per una equilibrata istituzionalizzazione (…) al fine di esprimere meglio il proprio specifico contributo». Una questione ancora aperta riguarda la natura dei movimenti ecclesiali, che in forza del loro carisma fondante non esigono solo una nuova forma giuridica di associazione (i vigenti Codici di Diritto canonico non conoscono i termini “movimenti e comunità ecclesiali” e quindi questi sono collocati giuridicamente tra le “associazioni di fedeli”), ma anche delle distinzioni di natura giuridica atte a sostenere al meglio le ricchezze e specificità carismatiche di ciascuno. Occorre tenere conto, infatti, che partecipano a pieno titolo a queste “associazioni” laici, sacerdoti e religiosi, formando quella che Mons. Christoph Hegge, Vescovo ausiliare di Münster, definisce “unità comunionale”, con riferimento alla “testimonianza comunitaria” che tutti i membri del movimento, che pur con “elasticità e flessibilità di appartenenza”, offrono insieme, come popolo di Dio, accogliendo e vivendo l’annuncio della Chiesa nel nostro tempo. Sulla necessità di differenziare gli statuti giuridici in riferimento alla varietà e alle peculiarità dei carismi si è espresso anche Mons. Luis Navarro, Rettore della Pontificia Università della Santa Croce, per il quale «non c’è una soluzione giuridica unitaria. Occorre per ognuna cucire un vestito su misura». Ma per farlo, occorre «conoscere e indagare un carisma nella sua vita ecclesiale concreta». «Nella storia della Chiesa, i Movimenti sono stati sempre la risposta ad un bisogno» afferma Laurent Landete, sposato e padre di sei figli, responsabile per la Francia della Comunità dell’Emmanuele, tra i partecipanti alla tavola rotonda del pomeriggio, dedicata alla presentazione dei Movimenti e delle realtà ecclesiali che operano a tutte le latitudini. Se l’avvenire dei loro Statuti è il tema di fondo della riflessione, la freschezza, attualità e varietà dei modi con cui operano, mossi dallo Spirito, sulle strade del mondo, suscitano meraviglia e stupore, come davanti ai colori e profumi di un immenso giardino in primavera. (altro…)
26 Gen 2018 | Focolari nel Mondo
La ricorrenza internazionale del 27 gennaio, stabilita con una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, viene celebrata in commemorazione di tutte le vittime della Shoah. Il 27 gennaio 1945 le Forze Alleate abbattevano il cancello di Auschwitz e liberavano i prigionieri sopravvissuti allo sterminio del campo nazista. Al di là di quel cancello, oltre la scritta «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi), il mondo vide con orrore quel che era successo e conobbe la portata di un progetto di eliminazione di massa che aveva causato la morte di sei milioni di persone. A 73 anni dalla fine della Shoah, in varie parti d’Europa e del mondo vengono proposti ogni anno incontri, cerimonie, iniziative e momenti di narrazione dei fatti da parte dei superstiti, in particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, per “non dimenticare” uno dei più terribili esempi di odio razziale e perché simili atrocità non si ripetano più in nessuna parte del pianeta. (altro…)
24 Gen 2018 | Focolari nel Mondo, Spiritualità
Arresti domiciliari «Ai primi di dicembre 2016 mi arrivò la telefonata di una mamma disperata che mi chiedeva aiuto per uno dei suoi figli. Si era conclusa la causa che lo vedeva imputato e doveva scontare 11 mesi di detenzione domiciliare. Lei non poteva accoglierlo perché non aveva una casa e nessuno lo voleva fra i piedi. Ero l’unica speranza per lei e non potevo chiudere gli occhi davanti a questa richiesta. Come fare? Tre giorni dopo, mentre mi apprestavo a fare qualche telefonata per trovare qualcuno che potesse aiutarmi, qualcuno bussa alla porta. Era una persona che viene spesso a trovarci. Lo accolgo, gli preparo un caffè e cominciamo a parlare. A un certo punto mi chiede: «Cosa stavi facendo?». Una voce interiore mi spinge a parlargli di quella situazione. E lui: «Ma questa cosa non potrei farla io?». Gli chiedo se avesse capito bene di cosa si trattava. Sì, ha capito bene e sa proprio cosa e come fare. Ha un piccolo appartamento, ma lui si sposterà a dormire in salotto per lasciare il suo letto al ragazzo. Il giorno dopo si attiva per l’espletamento degli atti burocratici. I mesi sono volati, tutto è andato molto bene, tanto che il ragazzo ha avuto uno sconto di pena. Per tutto il periodo, due volte la settimana siamo andati a portare quello che serviva da mangiare, dato che questo amico non aveva una situazione economica agiata. È bastato il mio “Sì” per consentire a Dio di fare miracoli». (N.C. – Italia) Potevo guardarlo negli occhi «Un giorno, mentre mi recavo a scuola, sono stato aggredito da una banda di ragazzi in un sottopassaggio. Mi hanno preso a calci e pugni e sbattuto a terra. Volevano il mio cellulare. Quando finalmente sono andati via, non riuscivo ad alzarmi dal dolore che provavo nel corpo e nell’anima. Mi chiedevo “Perché proprio a me?”. Montava il rancore. A scuola ho raccontato ad alcuni compagni l’incidente che mi era capitato, ma nessuno ha capito il mio dolore e questo mi ha ferito. Per alcune notti non potevo dormire, piangevo dalla rabbia, mentre come in un film rivedevo la scena del sottopassaggio. Solo dopo un po’ di tempo sono riuscito a parlarne con alcuni amici, che come me hanno come riferimento il Vangelo. Confidarmi mi ha aiutato a fare ciò che prima ritenevo impossibile: perdonare gli aggressori. Quando sono andato in tribunale per il riconoscimento e per il processo, sentivo in cuor mio che li avevo perdonati e, senza difficoltà, potevo guardarli dritto negli occhi». (Dal blog di T. Minuta) L’apparenza inganna «Dovevo andare in centro a fare un po’ di shopping. Non avevo molto tempo. All’improvviso ho sentito qualcuno chiedermi una moneta. In genere non dò mai soldi, non è possibile aiutare tutti, e se poi acquistassero della droga con quei soldi? Quel ragazzo aveva la testa rasata e lo sguardo rabbuiato. Ho avuto l’impressione che fosse simile a uno dei ragazzi che anni prima mi avevano aggredito. Ho accelerato. Un isolato dopo, però, mi sono chiesto: “Come faccio a coltivare la mia unione con Dio, e poi trascurare questo ragazzo che mi ha chiesto un aiuto?” Mi sono girato e sono tornato a cercarlo. “Di cosa hai bisogno?” gli ho chiesto. Sorpreso, mi ha risposto che aveva sete. L’ho invitato a sedersi in un bar. Lui rispondeva alle mie domande con un secco “sì” o “no”. Ho pensato allora di raccontargli io le mie esperienze e lo sforzo di adattarmi in un Paese nuovo. Sembrava non fosse interessato ed ero un po’ scoraggiato. Quando mi sono alzato per concludere mi ha detto: “Perché non continui? Nessuno prima mi ha mai raccontato della sua vita. È una esperienza nuova per me e devo abituarmi. Parlami del tuo Paese. Perché sei venuto qui?”. Ho ordinato un’altra Coca e siamo rimasti insieme altre due ore. Alla fine ci siamo abbracciati. Tornando a casa ho affidato a Gesù questo ragazzo, di cui nemmeno conoscevo il nome». (U.K. – Argentina) (altro…)