12 Mar 2016 | Chiara Lubich, Cultura, Dialogo Interreligioso, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Aleppo, 8 marzo 2016 – Mi sono svegliato alle 4 del mattino per il rumore dei bombardamenti e non sono più riuscito a dormire. Cercavo di non credere alle mie orecchie. No, non è vero Signore! Un’altra volta i bombardamenti! Adesso che si sperava che la situazione cominciasse a migliorare, ché l’elettricità è tornata dopo 5 mesi e l’acqua dopo 45 giorni! Perchè? Questa tregua doveva durare e diventare definitiva! Era una supplica che dal profondo saliva al Signore della Storia chiedendogli aiuto perché si consolidi il cessate il fuoco proclamato solo una settimana fa in tutta la Siria. Ma il rumore degli scontri sulla linea di fronte che divide la città di Aleppo in due, cresceva con esplosioni forti che si sentono molto bene di notte. Nell’attesa dell’alba e del ritorno della calma mentre cercavo di pregare, riflettevo: Certo che tutti vogliamo la Pace, ma ci crediamo davvero, o forse pensiamo che la si acquista a buon prezzo? C’è gente convinta che la guerra sia la via da percorrere! Sono pronti a sacrificare non solo la loro vita ma anche quella degli altri perché ci credono, e ci sono i potenti che ricavano profitto di tutto quello che succede, perciò non vogliono che si fermi la guerra e, anzi, mettono benzina sul fuoco.
E noi, la gente che crede in grandi ideali, in una vita civile e pacifica di rispetto fra le culture e di solidarietà, ci crediamo davvero? E quale prezzo siamo disposti a pagare? Veramente la guerra in Siria non è una piccola cosa. Chi è che ha la forza di distruggere un Paese che 6 anni fa cresceva pieno di vita e di speranze, dove convivevano musulmani e cristiani di diverse confessioni e tante altre etnie in rispetto e pace fra di loro? Sicuramente non sono dei semplici individui. Mi è venuta alla mente una risposta che Chiara Lubich aveva dato nel 2002 ad uno dei nostri amici musulmani che le chiedeva riguardo alla speranza che l’amore e la pace vincano sulla guerra. Ella gli rispose – ricordando gli attentati dell’11 settembre 2001 – che «il terrorismo è frutto di forze del Male con la M grande, contro il quale non bastano le forze umane […]. Occorrono le forze del Bene, con la B grande […] quelle di chi ama Dio. E allora che cosa bisogna fare? La preghiera! Noi dobbiamo congiurarci, tutti noi della fratellanza universale, uniti a pregare che veramente si vinca il terrorismo. Noi lo potremmo fare, Gesù dice che dove due o tre sono uniti nel suo nome, nel suo amore, qualsiasi cosa chiedono la otterranno. E noi siamo molto di più di due o tre […], partire di qua coll’idea: noi insieme ci uniamo tutti a pregare. Ma non basta. La causa principale del terrorismo è questa insofferenza di fronte a un mondo mezzo povero e mezzo ricco. Loro vorrebbero – e non hanno torto – che ci fosse un po’ di più comunione di beni […], un po’ di più solidarietà. Dobbiamo cambiare i cuori. Soltanto se noi facciamo un’opera di fratellanza universale, riusciremo a convincerci e a convincere che bisogna mettere insieme anche i beni, e dapprima cominceremo come popolo, ma poi le idee vanno su, vanno su anche ai capi di Stato. Avere questa sicurezza: che con Dio sono possibili le cose impossibili, che con Dio – incominciando con la fratellanza fra noi – arriveremo anche a questo obiettivo grandioso: di fare di tutta l’umanità veramente una famiglia sola […]. Questo è il nostro obiettivo».
Non ci illudiamo: la Pace dipende da noi. Non possiamo aspettare che gli altri facciano qualche cosa. Siamo anche noi responsabili! Se crediamo davvero che Dio può vincere il Male e che ci ascolta dobbiamo pregare incessantemente il Padre con fede che ci aiuti, altrimenti pecchiamo di omissione. Tutti ricordiamo come due anni fa si sono fermati i bombardamenti sulla Siria grazie all’influenza del digiuno e della preghiera fatti dal Papa e tante altre personalità. E Dio ci ha esaudito! E lo può fare ancora. Facciamolo allora e sempre, affinché avvenga il regno della Pace, non solo in Siria ma su tutta la Terra. CFR: Chiara Lubich, Castel Gandolfo, 3 novembre 2002, risposte agli amici musulmani dei Focolari. (altro…)
11 Mar 2016 | Cultura, Focolari nel Mondo
«Reti di luce per abitare il pianeta» è il sottotitolo del convegno sulla città, e il concorso fotografico vuole offrire un viaggio in immagini alla scoperta di luce e ombre dei diversi luoghi dell’abitare.
TEMA ONCITY: reti di luce per abitare il pianeta, inteso come un viaggio fotografico alla scoperta di luce e ombre dei diversi luoghi del vivere. Tre le sezioni: Città in dialogo, Città in azione, Città in rete. MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE La partecipazione al concorso è gratuita. È aperta ai fotografi non professionisti di ogni nazionalità, maggiorenni (18 anni compiuti). Ogni partecipante potrà inviare al massimo una foto per ogni sezione. MODALITÀ E TERMINI DI CONSEGNA DELLE IMMAGINI L’invio delle opere, che potrà avvenire entro il 21 marzo 2016 dovranno essere inviate, unitamente alla scheda di iscrizione a: www.oncity2016.net Regolamento
11 Mar 2016 | Chiesa, Cultura, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Spiritualità
Se dalla capitale dell’Argentina s’imbocca l’autostrada verso il sud, dopo mezz’ora di viaggio si arriva a Plátanos, barrio di periferia con circa 20.000 abitanti. Gente lavoratrice che ha costruito le proprie abitazioni con tanto sforzo e pochi soldi. La parrocchia, intitolata a Santa Elisabetta dell’Ungheria, è molto attiva. Quasi 30 anni fa don Francesco Ballarini, italiano, ha portato lì lo spirito dei Focolari. Oggi sono i laici che continuano a vivere questo spirito di unità insieme ad altre parrocchie della Diocesi. «All’inizio di quest’anno – raccontano – abbiamo organizzato una festa per i bambini della borgata più periferica di Plátanos, i cui abitanti non frequentano molto la parrocchia. Ciascuno era invitato a mettere in comune i propri talenti: chi insegnava a impastare il pane, chi a dipingere, un laboratorio di ceramica, un papà catechista mago, alcune signore del quartiere per preparare il mate (la tipica infusione che si beve nel Cono Sud)». In quest’occasione conoscono una quindicenne al termine di una gravidanza. «Aveva bisogno di tutto. È iniziata una gara di solidarietà per riuscire a soddisfare le necessità sue e del bambino, che è nato dopo pochi giorni. Arrivando a casa sua siamo rimasti impressionati dalla precarietà dell’ambiente: piccolo, senza pavimento, senza finestre, con la porta rotta, dove abitavano oltre lei ed il neonato, 6 fratellini e i genitori. Informata la comunità di questa situazione, sono cominciati ad arrivare tanti aiuti. Siamo già quasi pronti per collocare finestre, porta, una stufa e altre persone hanno offerto la mano d’opera. Alcune signore sono andate ad insegnare a M. come accudire il meglio possibile il bambino. M., che abbiamo conosciuto triste e irascibile, ha cominciato a sorridere. È la carità vissuta insieme che fa questi piccoli miracoli». «Un’altra iniziativa che stiamo portando avanti insieme – proseguono – è il progetto Sachetera: si tratta di fabbricare dei sacchi a pelo con dei sacchetti del latte, per i senza tetto. Come parrocchia vogliamo continuare a sostenere questo progetto e, anche se potremmo lavorare ognuno a casa, preferiamo lavorare insieme: ragazzi, giovani e adulti. In una giornata di forte pioggia, dubitavamo di riuscire a riunirci, ma il pensiero dei nostri senza tetto ci ha spinti a lavorare ancora più sodo».
«Ci siamo poi incontrati a Bernal (altro barrio) con persone di altre parrocchie e con i giovani dei Focolari che portano avanti progetti di aiuto ai bisognosi. Per noi è importante condividere le nostre esperienze con altre parrocchie, anche per non chiuderci solo nella “nostra” periferia e, invece, imparare dagli altri». Quando a settembre si è incendiata – distruggendo tutto – la casa di una famiglia di un quartiere vicino, «ci siamo messi in moto per aiutare, portando il necessario dalle nostre case. Con la comunione dei beni comunitaria abbiamo contribuito alla costruzione delle pareti. Così, con molto entusiasmo, hanno potuto ricostruire la loro casetta. Solo più tardi abbiamo saputo che la famiglia appartiene alla chiesa pentecostale, e lui ne è Pastore. Ci siamo commossi perché l’Amore non ha guardato, ancora una volta, nè alla confessione religiosa, nè alle altre differenze». Nei giorni successivi il Pastore, muratore di professione, si è offerto di intonacare la parete della chiesa destinata alla costruzione di un altare per l’immagine della Vergine di Luján. «Vi ringrazio per l’amore che che avete dato senza chiedere niente – ha detto il Pastore alla comunità cattolica riunita per la messa domenicale alla quale hanno voluto partecipare – mi avete aiutato a vincere i pregiudizi che molti di noi (pentecostali) abbiamo verso i cattolici; anche voi siete miei fratelli». (altro…)
9 Mar 2016 | Cultura, Famiglie, Focolari nel Mondo
«Cinque anni fa, prima che esplodesse il conflitto in Siria, con tutta la famiglia avevamo progettato di fare tutti insieme un’esperienza full time alla cittadella internazionale dei Focolari a Loppiano (Firenze). Violet ed io avremmo frequentato la Scuola Loreto nella quale, insieme ad altre coppie da varie parti del mondo, approfondire le diverse tematiche famigliari alla luce della spiritualità dell’unità, mentre i 4 figli si sarebbero inseriti nelle scuole del territorio. Dopo anni di lavoro – sono medico – volevamo ritagliare un anno della nostra vita e dedicarlo a Dio. Ci siamo preparati alla partenza con grande cura e responsabilità, ignari di quello che sarebbe accaduto di lì a poco: l’accendersi dei conflitti nella nostra terra. Nel tempo che rimaneva alla partenza, ho potuto rendermi utile in mille modi, prestando soccorso ai feriti, facendo anche lunghi e rischiosi tragitti in automobile per raggiungerle. Anche la partenza per l’Italia è stata piuttosto avventurosa proprio per i disordini che purtroppo continuavano.
Via via seguivamo con trepidazione le notizie sempre più tragiche che arrivavano e al concludersi del corso, i nostri parenti ci hanno scongiurato di rimandare il rientro. Lascio immaginare l’angoscia con la quale abbiamo preso questa decisione e lo sconforto per non poter fare nulla per i nostri connazionali. Ci sentivamo come un’automobile col motore a mille tenuta ferma a forza. Ma anche rimanere in Italia non è cosa semplice. Davanti a noi non vediamo futuro. Anche se ci troviamo in un ambiente ospitale, per via del non riconoscimento dei titoli non mi è consentito esercitare la professione. Mi sono adattato a fare altri lavoretti come falegname o altro, in attesa di qualche spiraglio.
Ma finalmente ecco l’occasione per fare qualcosa per la mia gente. Vengo infatti a sapere di un progetto di accoglienza per profughi in Slovenia a cura di Medici Senza Frontiere nel quale serviva un medico che parlasse arabo. Così sono subito partito, senza sapere esattamente come sarebbe stato. Arrivando mi sono subito messo a servizio dei tanti che giungono al Centro di accoglienza via mare o dopo un lungo percorso a piedi. Tanti di essi provengono dall’Iran, dall’Iraq, dall’Afghanistan… e tanti anche dalla Siria! A vederli arrivare e poterli accogliere parlando la nostra lingua, è stata per me una forte emozione, le lacrime mi colavano sul viso. Da quel momento non mi sono più preoccupato degli orari del sonno, del mangiare… volevo stare tutto il tempo con loro, alleviare le loro sofferenze, prendermi cura di loro, farli sentire ‘a casa’. Ho ancora nel cuore e negli occhi la prima bambina che ho assistito: piangeva in continuazione, non riuscivamo a calmarla. Visitandola ho capito che aveva solo mal di pancia ed ho cominciato a cullarla e parlarle in arabo… la bimba si è pian piano quietata e si è addormentata fra le mie braccia. Quando gli altri si avvicinavano per prenderla, lei si agitava e non voleva lasciare il mio abbraccio… è stata per me un’esperienza molto forte. Qui l’afflusso è continuo. Arrivano tre treni al giorno con circa 2.500 persone. In soli quattro giorni abbiamo dovuto occuparci di così tanta gente come non era accaduto in un mese. Nel nostro team siamo in sei: gli altri sono tutti del posto. Anche loro si sono subito accorti di quanto sia stato toccante per me veder giungere i miei connazionali in quelle condizioni. Quando li accolgo, dicendo il mio nome (Issa=Gesù), vedo i loro occhi brillare. Per ciascuno di loro vorrei essere un altro Gesù che è lì ad accoglierli, che si prende cura di loro attraverso di me. Questa possibilità che mi è stata data è per me come una risposta di Dio». (altro…)
5 Mar 2016 | Cultura
«Un giorno ti dirò, che ho rinunciato alla mia felicità, per te». Le prime parole della canzone degli Stadio, vincitrice dell’ultimo Festival di Sanremo, è una buona occasione per riflettere sulla felicità nostra e su quella degli altri. La nostra civiltà ha messo la ricerca della felicità individuale al centro del proprio umanesimo, relegando sempre più sullo sfondo altri valori e la felicità degli altri – a meno che non siano un mezzo per aumentare la nostra felicità. E così non abbiamo più le categorie per poter comprendere le scelte (che ancora esistono) di chi rinuncia, consapevolmente, alla propria felicità per quella di un’altra persona. […] La felicità ha una storia molto lunga. L’umanesimo cristiano, innovando molto rispetto alla cultura greca e romana, fin dall’inizio ha proposto una visione della “felicità limitata”, dove la ricerca della nostra felicità non era considerata il fine ultimo della vita, perché veniva subordinata ad altri valori, quali la felicità della comunità, della famiglia, o il paradiso. Per secoli abbiamo pensato che la sola felicità degna di essere raggiunta fosse quella degli altri e quella di tutti. La pietra angolare dell’educazione della generazione dei nostri genitori consisteva nel mettere la felicità dei figli prima della loro. Sono numerose come i granelli della sabbia del mare le donne che hanno rinunciato, a volte liberamente, alla propria felicità per consentire ai loro figli di essere felici, o almeno più felici di loro. […]
È stata questa “dinamica intertemporale della felicità” che ha legato e affratellato le generazioni tra di loro, che ha fatto partire gli emigranti per mandare a casa la maggior parte del loro salario amaro, e che spesso li ha fatti ritornare. […] Nell’età moderna questa antica e radicata idea di felicità è entrata profondamente in crisi, e al suo posto si è fatta strada l’idea, che era tipica del mondo pre-cristiano, che la nostra felicità sia il bene ultimo e assoluto, il fine rispetto al quale qualsiasi altro obiettivo diventa ancillare e subordinato. E così, in America “la ricerca della felicità” (1776) veniva proclamato diritto individuale inalienabile, e posto accanto alla vita e alla libertà a formare i tre pilastri della civiltà dei moderni. Il mondo latino e cattolico, invece, più legato alle sue radici medievali, ha continuato a considerare la felicità individuale una parola insufficiente per fondarci la società. […] L’economia contemporanea, con la sua matrice culturale anglosassone, si è sposata perfettamente con l’ideale della felicità individuale. […] Per l’economia, il mondo è abitato soltanto da persone che vogliono soddisfare al massimo la propria felicità. […] Da questa prospettiva, che domina l’economia e sempre più la vita, non è quindi possibile scegliere di ridurre volontariamente la nostra felicità. Solo gli stupidi, si pensa, decidono intenzionalmente di ridurre il proprio benessere. Questa descrizione delle scelte umane riesce a spiegare molte cose, ma è inutile o fuorviante quando dobbiamo spiegare quelle poche, ma decisive scelte dalle quali dipende quasi tutta la qualità morale e spirituale della nostra vita. Quando Abramo decise di incamminarsi con Isacco verso il Monte Moria non pensava certo alla propria felicità […] ma certamente stava seguendo una voce, dolorosissima, che lo chiamava. E, come lui, tanti continuano a salire i Monti Moria della loro vita. I momenti, gli atti e le scelte nel corso della nostra esistenza non sono tutti uguali. […]
Ci sono molte cose buone nella nostra vita che non sono misurate sull’asse della nostra felicità, e alcune neanche sull’asse della felicità degli altri. Le scelte più importanti sono quasi sempre scelte tragiche: non scegliamo tra un bene e un male, ma tra due o più beni. E ci sono anche decisioni nelle quali usciamo dal registro del calcolo. E altri momenti dove non riusciamo neanche a scegliere, ma, forse, pronunciare docili soltanto un “sì”. La terra è abitata da molte donne e uomini che in certi momenti decisivi non cercano la propria felicità. Anche se Aristotele ci ha insegnato che la felicità (eudaimonia) è il fine ultimo, il sommo bene, nella vita i fini ultimi e i sommi beni sono più di uno, e possono entrare in conflitto tra di loro. Molte delle cose grandi e degne della vita si collocano all’incrocio di questi molti beni, ed è lì dove si fanno le scelte decisive. Felicità, verità, giustizia, fedeltà, sono tutti beni primari, originari, che non possono essere ricondotti a uno solo, fosse anche la felicità. Possiamo avere una chiara idea di quale è la scelta che ci farà più felici, possiamo includere in quella felicità quasi tutte le cose belle vita, anche quelle più alte, ma nonostante ciò possiamo decidere liberamente di non scegliere la nostra felicità se ci sono altri valori in gioco che ci chiamano. E magari alla fine scoprire una parola nuova: la gioia, che a differenza della felicità non può essere cercata, ma solo accolta come dono. Chi ha lasciato il proprio segno buono sulla terra, non ha vissuto la vita inseguendo la propria felicità. L’ha considerata troppo piccola. L’ha vista, qualche volta, ma non si è fermato a raccoglierla; ha preferito continuare a camminare dietro a una voce. Alla fine della corsa non resterà la felicità che abbiamo accumulato, ma se resterà qualcosa saranno cose molto più vere e serie. Siamo molto più grandi della nostra felicità. […] Luigino Bruni La voce dei giorni/1 – Leggi il testo intero in italiano (Fonte: Avvenire) (altro…)
4 Mar 2016 | Centro internazionale, Cultura, Dialogo Interreligioso, Focolari nel Mondo
K
haled Bentounès, algerino classe 1949, guida spirituale del Sufismo Alâwiiya, è un uomo di pace. Vissuto in Francia fin dagli anni ’60, ha dato vita a numerose iniziative originali e di grande rilievo: dalla fondazione degli Scout musulmani di Francia, all’Associazione Terre d’Europe, dai colloqui internazionali presso l’Unesco per un islam di pace, all’indizione – attraverso l’Associazione Internazionale Sufi Alawita da lui fondata – di una campagna di mobilitazione internazionale affinché l’ONU istituisca la giornata mondiale del “Vivere insieme”. Lo scorso 26 febbraio è stato in visita al Centro internazionale dei Focolari, e si è intrattenuto per un colloquio con la presidente Maria Voce e il copresidente Jesús Morán. Nel corso della visita è stato possibile rivolgergli alcune domande. La prima, a partire dai numerosi progetti di questi anni, riguarda l’oggi. «Per rispondere rapidamente a questa domanda» – a cosa stia lavorando ora – afferma Bentounès, «lavoro a convertirmi ancor più, a convertire me stesso alla visione di un mondo più fraterno, più in armonia, un mondo più giusto; lavoro per questo ‘cerchio’ di fraternità, che possa vederlo prima di lasciare questa terra, che possa veder realizzarsi il sogno che gran parte dell’umanità ha. Non so se lo vedrò, ma almeno ho la convinzione che avrò dato il mio contributo». Sui motivi di speranza, in un tempo in cui la fraternità fra i popoli sembra non avere posto, Khaled Bentounès dice di trovare le ragioni per sperare «prima di tutto nella ricchezza dell’eredità spirituale ricevuta dai miei antenati, in cui la fraternità è imprescindibile. Quando vedo da dove vengo, vedo un unico filo, non interrotto». «Mi capita d’incontrare persone nella politica o nell’economia – aggiunge – che descrivono un mondo che va verso problemi insolubili, ed io dico loro quanto hanno detto i nostri maestri: “Se vi dicessero che domani sarà la fine del mondo, cosa fate? Continuate a piantare e a seminare! Non preoccupatevi troppo!” Quindi, facciamo quello che dobbiamo fare! Piantiamo e seminiamo l’amore, la speranza e la fraternità, qualsiasi cosa avvenga! Anche se domani è la fine del mondo. Finché c’è un minuto, bisogna usarlo. Può darsi domani sarà un altro giorno, un altro mondo. E: perseverare!». Khaled Bentounès, che nel 1986 aveva partecipato all’incontro di Assisi con Giovanni Paolo II e i leader religiosi mondiali per la pace, ha anche una conoscenza dei Focolari che risale ad un suo incontro con Chiara Lubich, negli anni ‘80. Rapporto continuato poi in Francia, fino alla recente collaborazione per l’assegnazione nel 2015 del premio Chiara Lubich per la Fraternità all’associazione “Vivre ensemble à Cannes”, di cui è uno dei promotori.
Quale oggi il rapporto con i Focolari? Quale la sintonia di ideali? «Penso che il tempo – risponde lo sceicco – ha fatto fecondare questa relazione e l’incontro di oggi è anche il frutto del passato. Questa amicizia è rimasta costante. La mia presenza oggi nel Centro internazionale e l’incontro con la presidente Maria Voce e col copresidente conferma che c’è continuità. Abbiamo parlato della fiducia reciproca, del progetto di portare una visione più fraterna al mondo intorno a noi; di come movimenti spirituali di tradizione cristiana e di tradizione musulmana possano operare per portare la loro testimonianza a coloro che desiderano ascoltarli. Non pretendiamo di cambiare il mondo da soli, ma è un fatto che tra tradizioni religiose diverse ci sono certamente dei legami da rafforzare, per camminare insieme, verso un avvenire comune che si costruisce l’uno con l’altro e non l’uno contro l’altro». L’intervista si conclude formulando un sogno: «Ci sono accademie di scienze, matematica, musica, filosofia, militari – confida Khaled Bentounès – e non ci sono accademie di pace. Perché? Non basta l’impegno spirituale. Abbiamo bisogno di insegnarla. La pace non è qualcosa che scende dal cielo, è qualcosa attorno a cui si ‘lavora’. È uno stato esistenziale, una visione del mondo, un comportamento. C’è la pace economica, c’è la pace sociale, c’è la pace politica. La pace riguarda ogni cosa. L’ecologia è una forma di pace con la natura». «Bisogna imparare come fare la pace – continua – Questo è un progetto che mi sta a cuore! Come legare la pace e l’arte, la pace e l’architettura? La pace può essere trasmessa attraverso l’arte, alle generazioni future? Come si può attraverso un’economia solidale creare la condivisione dei saperi, della ricchezza, in modo giusto, al di là dei paesi? Si tratta di un sacrosanto ‘cantiere’! Questa accademia non è una parola, è un lavoro concreto che deve accompagnare le nostre azioni in tutti i campi». «È questa, penso, – conclude – la nostra spiritualità, che nutre la coscienza per andare più lontano e far partecipare tutti». Leggi l’intervista integrale (altro…)