Giordani: Il mistero pasquale
«Nella liturgia pasquale, si ringrazia Dio per aver fatto splendere, «in piena luce, Cristo, il quale, dopo aver salvato gli uomini col suo mistero pasquale, riempì la chiesa di Spirito Santo e l’arricchì mirabilmente di doni celesti», tra questi il sacerdozio regale conferito a tutti i fedeli. La chiesa dunque è santa, perché piena di Spirito Santo; è il corpo di Cristo che è la santità totale. Cristo l’ha istituita per continuare con lei a redimere e ne ha fatto lo strumento di liberazione dal male e di attrazione al bene. Il Vangelo realizzato, l’umanità recuperata, la convivenza con Dio in unità perenne, la grazia comunicata ininterrottamente: questa é la chiesa. E la chiesa siamo noi, compaginati, coi sacramenti e la dottrina, attorno al papa e ai vescovi, componendo un corpo sociale, le cui arterie portano il sangue di Cristo, la cui anima è lo Spirito Santo, principio di santificazione. Così, la chiesa è la degna stanza della Trinità divina in terra. Manzoni la chiama «madre dei santi, immagine della città superna». Suo compito è la nostra santificazione. E il mistero pasquale riassume lo scopo per cui siamo su questo pianeta e lo scopo per cui sul pianeta è disceso, a essere crocifisso, lo stesso Figlio di Dio». Giordani continua sottolineando come l’uomo ha sete di santità e di verità e rifiuta di trascinare un’esistenza insulsa e senza colore: vuole vivere, non languire. È per questo che sbagliamo se proponiamo un cristianesimo illanguidito, ambiguo, illudendoci di attirare così le persone. «Quel dire e non dire genera una “no man’s land”, una zona desertica. Non é un servizio al Signore, la cui parola fu sempre esplicita; non serve a Dio e provoca il disgusto di quelli stessi, a cui si pensa di rendere più appetibile l’idea religiosa. Chi ha ammorbidito la verità, chi ha camuffato la croce a decorazione, ha sottratto al popolo la bellezza e la potenza del comandamento divino, che invita a dare a Dio il corpo, l’anima, tutto, prendendo posizione per Cristo, sino a farsi Lui. Sì, sì, no, no, insegna il Vangelo ed esige la chiesa. Il ni sfiacca la fede e nullifica la chiesa. Santificali nella verità; la tua parola è verità! Chiese Gesù al Padre mentre stava per consumare il sacrificio supremo dell’amore. Nella verità, non nella neutralità o nella mediocrità o nella banalità… Se si accoglie Cristo intero, allora tutta la giornata, qualunque lavoro si faccia, viene spesa a professare la fede. La vita allora diventa un’operazione meravigliosa, quasi una liturgia ininterrotta, dove ricchi o poveri, malati o sani, uomini o donne, vecchi o giovani, tutti si ha da fare; tutti si può edificare. Edificare un destino eterno con materiali del tempo. Questa è la santificazione. La quale non è una diserzione dalla vita. È un viverla, la vita, intera e sana, eliminando le tossine. Cristo chiede a tutti, anche a te e a me, di seguirlo rompendo i ponti col passato, con ciò che è morto, ritrovandoci in una giovinezza perenne. Questa è la libertà. Cosi riguardata, la chiesa, con la quale il Salvatore seguita a donare la salute, appare un divino ministero della sanità: sacramento che risolve la morte in resurrezione». Da Igino Giordani, Il mistero pasquale, Città Nuova, Roma, n.6 del 25.3.1977, pp.24-25. (altro…)
EdC in Camerun: una «proposta di vita»
«L’Economia di Comunione vuole crescere in Africa per amarla, per apprendere dalla sua cultura della vita, per praticare la comunione e la reciprocità», ha affermato Luigino Bruni, coordinatore internazionale del progetto EdC, in vista dell’appuntamento internazionale di maggio. A Nairobi, infatti, in Kenya, si sono dati appuntamento tutti i soggetti coinvolti a livello mondiale nel sogno dell’Economia di Comunione per fare il punto su creatività e generatività, innovazione e produzione, ma anche lavoro, microcredito, disuguaglianze e povertà. Le aziende africane che da quest’anno hanno iniziato a versare utili per sostenere i poveri del mondo sono salite a 10 mentre altre 12 si sono avvicinate al progetto, e questo sviluppo è possibile grazie alla diffusione di una cultura dell’Economia di Comunione, che in Africa trova terreno fertile. Lo dimostra la recente conferenza internazionale (9-13 febbraio) promossa da un’università camerunense, la CUIB (Catholic University Institute of Buea), su richiesta del rettore dell’Università stessa, Fr. George Nkeze, e del vescovo, Mons. Emmanuel Bushu. Fra i relatori Benedetto Gui, attualmente docente presso l’Istituto Universitario Sophia (Firenze, Italia), e Brice Kemguem, Direttore nazionale per il Centrafrica dell’ONG internazionale AHA (African Humanitarian Agency). Ad accompagnarli Steve William Azeumo, commissione EdC della zona dell’Africa Centrale, Winnifred Nwafor, commissione EdC di Fontem (Camerun), Isabel Awungnjia Atem e Mabih Nji, entrambi laureati all’Istituto Universitario Sophia nella veste di facilitatori locali alla CUIB. I
l programma ha spaziato dalle tematiche economiche dell’oggi care alla Dottrina sociale della Chiesa che ritroviamo nei valori e nei principi EdC, ai grandi problemi socio economici del nostro tempo, dalla carenza di acqua potabile, alle epidemie, ai conflitti con armi di distruzione di massa. In video conferenza due imprenditori EdC hanno condiviso la loro esperienza: Alberto Ferrucci, Amministratore delegato di una azienda che produce software per raffinerie, sottolineava gli aspetti caratterizzanti di una economia di condivisione. Teresa Ganzon, Amministratrice della Banca rurale filippina Bangko Kabayan, che ha fatto crescere le attività nell’ambito della microfinanza rurale. Dal Camerun le esperienze del chief Fobella Morfaw e di sua moglie, fondatori nel 2003 di una scuola nella città di Dschang che oggi si compone di Scuola materna, primaria e secondaria; dello Studio di Ingegneria Civile BSE (Bridge Structure Engineering Consulting) che grazie alla grande esperienza di un socio «senior» è arrivato oggi a farsi strada in mezzo ad una concorrenza molto agguerrita.
Parte importante del programma sono stati i workshop, rivolti a discutere con gli studenti casi di impresa ed a preparare progetti di micro-imprese: molto partecipati e che hanno stupito per la qualità degli elaborati presentati in plenaria; nelle conclusioni è stato premiato il miglior progetto di impresa EdC. Una settimana fruttuosa, grazie al lavoro di preparazione svolto dall’Università e grazie all’atteggiamento positivo dei ragazzi, che hanno preso l’impegno di partecipare, incoraggiati da un riconoscimento di crediti didattici. Una nota simpatica, l’atmosfera allegra: l’intervallo spesso era costituito da una animazione, da una piccola danza o un po’ di musica. Le impressioni dei partecipanti sono state molto favorevoli: tanti hanno rilevato che, oltre a proporre uno stile di gestione di impresa, l’EdC è una «proposta di vita» che si può mettere in pratica da subito, ed hanno dichiarato di volerla seguire. In sintesi: molta positività, voglia di fare e di impegnarsi per un mondo migliore. Leggi anche. edc-online. Immagini su video: https://www.youtube.com/watch?v=RxwKXsEvmn0 (altro…)
Palmira Frizzera: Dio come ideale
«Portare l’amore di Dio dappertutto, secondo il comandamento di Gesù di amarsi l’un l’altro». Era questo l’ideale di Chiara Lubich che ancora attira centinaia di persone in tutto il mondo. Oggi, nel settimo anniversario della morte della fondatrice del Movimento dei Focolari celebrato in tutto il mondo e a pochi giorni dall’apertura del suo processo di Beatificazione e Canonizzazione, a ricordarla è Palmira Frizzera, che la conobbe nel 1945 e colpita dall’ideale della “fraternità universale”, decise di seguirla. La sua testimonianza: «Il concetto della fratellanza universale è proprio quello che io ho trovato quando sono entrata nel primo focolare, quasi 70 anni fa: noi eravamo sorelle con Chiara, ma con un “Maestro”, una guida, che era Gesù in mezzo a noi, Gesù che vive dove due o più sono uniti nel Suo nome». Con quale obiettivo siete andate avanti insieme per tanti anni? «Siamo andate avanti non pensando in realtà a niente… avevamo scelto Dio come ideale della nostra vita, Lo volevamo amare, coscienti che potevamo anche morire da un giorno all’altro sotto i bombardamenti. Quindi abbiamo cercato di realizzare il Testamento di Gesù, l’amore scambievole, fino all’unità tra di noi. Quello che io ho sentito nel mio incontro con Chiara – ed è generale per tutte le sue prime compagne – è che aveva una luce e una novità… – allora non la chiamavamo “il carisma” – con la quale ci ha generate ad una vita totalmente nuova!». È stato quindi l’amore evangelico vissuto tra voi, incarnato e comunicato agli altri, a generare poi tutto il Movimento? «Ma Chiara non ha mai pensato di fondare nulla! Adesso si dice che Chiara è la fondatrice del Movimento dei Focolari arrivato in tutto il mondo. Però, io non l’ho mai sentita come una persona che fondava qualcosa, ma come una persona che dava la vita a qualcosa di nuovo. Chiara ci diceva: “Ma noi non vogliamo fondare niente. Noi vogliamo fondare Dio nelle anime, con l’amore; portare l’amore dappertutto”. Ecco, proprio quel messaggio che Gesù ci ha lasciato: “Vi do un comandamento nuovo che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati”. Questo ha portato alla fratellanza universale». Da gennaio di quest’anno, Chiara è stata dichiarata Serva di Dio ed è iniziato un processo di Beatificazione e di Canonizzazione. Che effetto le fa? «Sento che Chiara non è solo della Chiesa cattolica: Chiara è anche delle altre Chiese, delle altre religioni e, per via dei dialoghi aperti sin dai primissimi tempi, anche con persone che non hanno nessun credo religioso. Sotto questo aspetto, non mi piace restringerla solo alla Chiesa cattolica, però capisco che questa Beatificazione è un grande dono per la Chiesa e per tutti noi». Le nuove generazioni che lei incontra e che forma, perché dopo tanto tempo, anche non avendola conosciuta, sono attratte da Chiara e dalla sua spiritualità? «Chiara è partita, ma la sua luce è rimasta, il suo carisma è rimasto. E a questo corrono dietro i giovani, non alle persone». Questo settimo anniversario è improntato sulla tematica politica e su come la spiritualità di Chiara può essere vissuta in politica. In questo ambito cosa ci può insegnare? «Ci può insegnare l’arte di amare, di capire, di ascoltare… E questo è un trait d’union con tutti: se non si fa così, come alternativa ci sono solo la violenza e la guerra». Fonte: Radio Vaticana (altro…)
In ricordo di Chiara sulle rive del Bosforo
Istanbul: il Patriarca Bartolomeo fa gli onori di casa nella chiesa ortodossa di Aya Strati Taksiarhi per l’appuntamento che coinvolge oltre un centinaio di rappresentanti del mondo ortodosso e cattolico, in occasione del 7° anniversario della fondatrice dei Focolari, Chiara Lubich. Ci sono i metropoliti Ireneos, Apostolos ed Elpidoforos; due archimandriti, Patera Vangeli, che ha tradotto in simultanea dal greco al turco e il Grande Archimandrita Vissarion. Presenti anche l’arcivescovo degli Armeno Cattolici, Levon Zekiyan e il vescovo cattolico, Louis Palâtre, oltre a religiose e religiosi. Da Roma, per addentrarsi nella presentazione dei volumi di Chiara tradotti in greco, la linguista Maria Caterina Atzori, del Centro studi dei Focolari. A moderare gli interventi, da Atene, il giornalista Nikos Papachristou. «Nel corso dei secoli, la divina epifania del Signore si è manifestata in tanti modi, per far comprendere all’umanità le cose di Dio», ha esordito il Patriarca, dopo aver aperto l’incontro con una preghiera per Chiara, intonando l’inno allo Spirito Santo. «Egli non si è stancato di far sorgere tra noi santi uomini e sante donne, che con il loro esempio, con il loro amore poggiato sulla filantropia divina e con la parola ispirata dallo Spirito Santo, continuamente sollecitano una “metanoia”, una conversione del cuore per tutta l’umanità sofferente».
«Chiara Lubich inizia il suo percorso di vita, dedicata al Signore, nelle sofferenze della guerra. In questa sofferenza vive il Cristo crocifisso e abbandonato e comprende che non c’è Resurrezione senza passare attraverso la caduta. E la sofferenza di Cristo diviene la sua personale sofferenza, mai però disperazione». «La sua vita è contraddistinta da una passione per la Santa Scrittura, la Parola di Dio che in lei diviene Parola fondante, viva, esaltante. Ha vissuto fino in fondo il comandamento del Signore. “(…) come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv. 13,34) E questo comandamento si è personificato in lei fino a contagiare un numero sempre maggiore di persone, diverse tra loro, anche di diversa fede, ma unite in un ideale concreto di comunione. Chiara è sempre stata anche figlia fedele della sua Chiesa, condividendo e vivendo in se stessa la via della sua Chiesa. E in questa convinta partecipazione, ha sentito il dramma della divisione, il dramma della impossibilità di partecipare allo stesso Calice. In lei fanno eco le parole ancora del nostro venerabile Predecessore, inviatele nel 1969: “Dov’è il Cristo Salvatore? Divisi gli uni dagli altri, noi l’abbiamo cacciato. È Da qui che provengono le nostre disgrazie”. E che fanno le Chiese? Stanno mercanteggiando su Colui che non ha presso e da qui il loro triste frazionamento” (Messaggio del 21 febbraio 1969). Percependo il grido di dolore per la lacerazione, offre tutta se stessa per il carisma dell’unità, facendosi strumento nelle mani di Dio per incontrare i capi delle Chiese, come i semplici fedeli. Ma non si ferma a questo: sollecita, sprona, invita, propone di trovare vie di comunione nuove». «Chiara ha anche un amore tutto particolare per la Santa e Divina Eucarestia del Signore. In essa percepisce il dono d’amore di Colui che si è offerto una volta e per sempre, per attrarre a sé l’uomo. Potremmo affermare che in lei si forma una coscienza eucaristica dell’unità». «Ancora un altro aspetto possiamo scorgere nell’opera di Chiara: l’unità dalla Trinità, attraverso l’Eucarestia, passa sulla famiglia. (…) Il luogo dove può splendere l’amore scambievole che lega naturalmente i suoi membri. (…) È in questo contesto che l’unità della famiglia umana si intravede in tutti i suoi aspetti, nella società, nella politica, nell’economia, nel rispetto dell’opera di Dio per ciascuno di noi singolarmente e in tutta la sua meravigliosa creazione. Il messaggio e l’opera di Chiara pertanto risultano essere sempre più attuali, soprattutto nel contesto mondiale in cui stiamo vivendo». Risulta così particolarmente apprezzato «il dono che il Movimento dei Focolari offre oggi nel presentare la traduzione in Lingua Greca dell’opera di Chiara Lubich. La accogliamo come un dono tra fratelli, dono che sicuramente farà apprezzare anche al pubblico greco, al fedele greco-ortodosso, questo meraviglioso messaggio di unità e d’amore». E prima di impartire la sua benedizione, si rivolge a Chiara perché interceda «perché l’alba di un nuovo giorno per questa umanità ferita e divisa possa sorgere presto e che i sentimenti per i quali Ella ha speso tutta la sua vita, diano abbondanti frutti, lì dove oggi non scorgiamo altro se non tenebre e martirio di sangue». (altro…)
Vangelo vissuto: il paradosso della Croce
Lavorare qui «Medici qui nelle Filippine, dove la povertà è dilagante, mio marito ed io abbiamo ricavato un modesto ambulatorio privato nella nostra già piccola abitazione. Certo, non è facile: pensando a nostri colleghi che hanno fatto carriera in Occidente, ci chiediamo talvolta se abbiamo fatto bene a restare. Ma ci trattiene il pensiero dei tanti bisogni della nostra gente: bambini da far crescere sani, coppie da formare, anziani e malati terminali da assistere… Dal Vangelo ci viene la spinta a dare anche noi un contributo per rendere migliore la società, cominciando nel nostro Paese». L. R. – Filippine Mosé della strada «Una famiglia numerosa: sei figli e uno in arrivo, che muore prima di nascere. La mamma si è salvata, ma per diversi giorni ha lottato tra la vita e la morte. Proprio in quel periodo dei militari avevano portato nell’ospedale dov’era ricoverata, un neonato, che era stato abbandonato per strada. Dopo le cure s’era ripreso, ma ora gli occorreva una famiglia. Subito l’ha trovata nell’altra, prendendo il posto del bambino morto. Dai nuovi genitori è stato chiamato Giuseppe-Mosé: Giuseppe perché l’ospedale era intitolato a san Giuseppe, Mosé perché abbandonato e poi ritrovato». H. E. – Congo Volevo vendicarmi «Solo otto giorni dopo il mio matrimonio ho perso mia madre, investita da un’auto. Deciso a vendicarmi, ho preso un pullman per raggiungere il paese di residenza dell’investitore. Lungo il tragitto però mi sono tornate in mente certe parole sull’amore di Dio e del prossimo, e pian piano il rancore si è sciolto. Quando l’altro ha saputo chi ero l’ho visto impallidire, ma l’ho tranquillizzato: ero lì solo per capire la dinamica dell’incidente. Dopo aver ascoltato il suo racconto, fatto tra le lacrime, ho cercato di dargli pace. La gioia promessa dal Vangelo mi ha accompagnato nel ritorno». F.A. – Roma Fonte: Il Vangelo del giorno – marzo 2015 – Città Nuova editrice (altro…)

