26 Apr 2005 | Dialogo Interreligioso
Viva attesa degli oltre 200 partecipanti al 1° Simposio di dialogo islamo-cristiano, promosso dal Movimento dei Focolari, per l’incontro con Papa Benedetto XVI all’udienza generale di mercoledì 27 aprile. Sono circa 100 i musulmani presenti al Centro Mariapoli di Castelgandolfo, provenienti da 33 Paesi: da Algeria, Libano, Turchia, Giordania, al Pakistan e Indonesia, dall’Europa al Canada, agli Stati Uniti, al Brasile. Il Simposio è stato aperto domenica scorsa con un messaggio di benvenuto di Chiara Lubich e con il saluto dell’Imam Allal Bachar della Spagna. Questa mattina è intervenuto S.E. mons. Michael L. Fitzgerald, Presidente del Pontificio Consiglio del dialogo interreligioso. Ha tracciato le tappe del dialogo intessuto da Papa Giovanni Paolo II nei 26 anni di pontificato. I numerosi interventi dei musulmani hanno poi espresso profonda gratitudine per Papa Wojtyla e per l’opera del Pontificio Consiglio. Da domenica scorsa, agli interventi a livello teologico-culturale di studiosi cristiani e musulmani, si alternano esperienze di vita delle due religioni abramiche e il dialogo con i partecipanti, in un clima crescente di fraternità. I temi approfonditi: “L’essenza della ‘Ibada (adorazione-fede) nell’Islam” e “Dio Amore” nel cristianesimo, “La fede in Dio”, la presenza di Dio nelle comunità musulmana e cristiana, il problema del dolore. Con profondo ascolto è stata accolta la conversazione in video di Chiara Lubich su “L’Unione con Dio”.
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25 Apr 2005 | Famiglie
Carissime famiglie che siete riunite a Roma e in tante parti del mondo per il FAMILYFEST!
Dopo tanto tempo eccomi a voi con questo breve messaggio.
Vi ringrazio per aver vissuto con partecipazione e generosità questo evento, che avete voluto dedicare come omaggio al nostro indimenticabile Papa Giovanni Paolo II che pensiamo già santo. Il nostro incontro è anche l’occasione, fra il resto, di dare la massima visibilità possibile al modello di famiglia da lui sognato e insegnato, quello basato sui valori attinti alla fede cristiana. La sorgente di questi valori è l’amore vero, che sgorga dal cuore di Dio. Un amore quindi che non conosce una fine, che ama tutti per primo, che è capace di perdonare, che è fecondo e aperto alla vita, all’attenzione verso i più deboli, alla condivisione piena di ogni bene, alla solidarietà. Ma questi valori sono riconoscibili e presenti anche nelle principali religioni e culture, e perciò vivi nelle attese di ogni uomo e ogni donna della terra. In tal modo la famiglia, che in tutte le culture e contesti sociali è chiamata a vivere l’amore reciproco, diviene sorgente di socialità, vivaio di valori fondamentali, di fratellanza universale. Vi auguro di essere così, di essere testimoni sempre e ovunque di questo amore che costruisce la pace, perché si avvicini l’ora in cui sulla terra “TUTTI SIANO UNO”. Viviamo insieme per questo grande Ideale! Carissime famiglie di tutto il mondo, a presto! (altro…)
25 Apr 2005 | Famiglie
Familyfest 2005 – Al Papa della Famiglia: una festa della famiglia con respiro mondiale. “Un progetto nuovo di cultura che valorizza il ruolo della famiglia, risorsa della collettività”. Così questo evento è stato definito dal presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, nel suo messaggio. Storie, immagini, danze, collegamenti con i 4 punti cardinali del mondo da piazza del Campidoglio, trasformata in set televisivo. Un omaggio a Giovanni Paolo II, un segno di gratitudine: toccanti le immagini del Papa con le famiglie che gremivano il Palaeur di Roma, al Familyfest ’81, pochi giorni prima dell’attentato in piazza San Pietro, e nei moltissimi incontri con le famiglie del mondo. E’ risuonata la sua consegna: “Proclamate il valore della famiglia e della vita. Senza questi valori non c’è futuro degno dell’uomo!”. La diretta Rai Uno da piazza del Campidoglio, a Roma, ha reso possibile ad una platea mondiale di condividere questo evento che ha svelato la fantasia e le infinite possibilità di cui l’amore, vissuto da famiglie di tutte le culture, è capace, anche di fronte a crisi e malattie, nell’apertura ai bisogni più urgenti della società.
“Uno solo è l’amore” – E’ stata letta una lettera scritta negli anni ‘40 da Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, che per prima ha voluto questo Familyfest. Era rivolta alla sorella alle soglie del matrimonio: “Uno solo è l’amore: l’amore di Dio”. Ma – ha incalzato – “amare Dio per te significa amare ancor più Paolo, per Lui rinnegare egoismo e chiusure, comodità e difetti. Allora il tuo amore per lui non avrà fine”. Un ideale alto, ma non irraggiungibile, come hanno testimoniato Annamaria e Danilo Zanzucchi, tra i primi sposati che hanno condiviso gli ideali evangelici di Chiara Lubich: 52 anni di matrimonio, 5 figli, 12 nipoti. “Uno solo è l’amore”, commenta Danilo, “significa imparare ad amare come Dio ama. E Lui ama con un amore infinito”. “Da un amore vissuto così, all’interno dei Focolari, nasce Famiglie Nuove” ha spiegato Annamaria. “Nuove vuol dire rinnovate dall’amore reciproco, dall’amore che viene da Dio”. Sono valori condivisi anche dal mondo buddista, come evidenziato dal collegamento con Tokyo, e dalle famiglie musulmane dell’antica civiltà iraniana, come mostrato dal collegamento con Teheran. 17 network satellitari, 38 TV nazionali, e 26 regionali hanno permesso un’ampia copertura, grazie a Telespazio, Eutelsat, CRC/Canada, EWTN, che hanno collegato i 200 meeting in contemporanea in altrettante città e capitali del mondo, per iniziativa di Famiglie Nuove, diramazione dei Focolari. (altro…)
25 Apr 2005 | Famiglie
“L’amore costruisce la pace”, linea guida del pontificato di Giovanni Paolo II, è stato il filo conduttore del Familyfest. Due madri di Gerusalemme, da piazza del Campidoglio, in Roma, hanno testimoniato un’amicizia possibile tra due parti opposte: israeliani e palestinesi. Tra i 9 collegamenti effettuati durante la trasmissione, segnaliamo quello con il Sudafrica, nel quartiere Soweto, di Johannesburg, dove ha avuto il via la lotta di Nelson Mandela contro l’apartheid, e il collegamento con il sudest europeo, un’area calda visitata più volte dal Papa: a Zagabria erano in 4000, non solo cattolici croati, ma anche musulmani della Bosnia.
Black-out dell’amore – Il Familyfest non è stato solo festa, internazionalità, solidarietà. Ha affrontato anche l’inverno della crisi, del dolore che colpisce molte famiglie. “L’uomo e la donna, per le nozze, non sono più due, ma una sola carne. Dividersi, dopo tale unificazione, vuol dire uccidersi, svenandosi. E’ la morte”: queste parole di Igino Giordani, scrittore, giornalista, uomo politico, padre di 4 figli, primo responsabile di Famiglie Nuove, risuonano nella piazza. “Perché l’unione coniugale si conservi, non c’è altra corrente coesiva che l’amore, ma un amore che viene dall’amore di Dio, superiore alle vicende della natura e agli umori degli uomini”. “Due sposi che perdono tempo a non amarsi, perdono tempo a morire”. Una coppia spagnola ha raccontato la sofferta rinascita dal dramma della divisione.
Il dolore – Dal palco del Campidoglio, una coppia di giornalisti, lui italiano, lei americana, ha fatto dono dell’esperienza di una malattia che non perdona, una vita che assume nuova pienezza, come ha scritto Giovanni Paolo II nel suo testamento. Lei ha detto: “Occorre vivere con la morte ben presente, per realizzare una vita piena”. “Abbiamo imparato a guardare in faccia il dolore e quel volto ha per noi un nome: Gesù che accetta di dimorare sulla croce sino a sentirsi abbandonato da Dio per dare al mondo i suoi doni”. Doni che diventano esperienza viva di “luce, gioia, serenità, una qualità di vita superiore alla quantità di tempo che potrò avere”.
“Non vogliamo che il matrimonio sia una stanza chiusa al resto del mondo, ma desideriamo condividere la felicità con i meno fortunati di noi”, ha testimoniato una giovane coppia di 21 e 24 anni: viaggio di nozze in Tanzania, tra gli orfani dell’Aids, ai quali è andato il corrispettivo dei regali di nozze.
Solidarietà – Non è un fatto isolato: da 25 anni Famiglie nuove porta avanti nel mondo oltre 14.000 adozioni a distanza. Al Familyfest il lancio di un nuovo progetto di solidarietà: “Una famiglia, una casa”: un tetto per le famiglie più diseredate nelle periferie delle grandi città filippine e nelle aree disastrate dello Tsunami nello Sri Lanka e in Tailandia. Un’idea nata proprio dalle famiglie più povere. I contributi possono essere versati sul c/c bancario 888885 intestato a Associazione Azione per Famiglie Nuove presso Banca Intesa: CIN T ABI 03069 CAB 05092. Dal 15 al 22 aprile era possibile inviare dal proprio cellulare SMS da 1€ al numero 46211 per i clienti WIND e al numero 44770 per i clienti TIM.
Messaggio di Chiara Lubich – L’ultima parola al messaggio audio registrato da Chiara Lubich. Ha il sapore di una consegna: “Sì, la sorgente dell’amore vero sgorga dall’amore di Dio. Così la famiglia diviene sorgente di socialità, vivaio di fratellanza universale”. Questo il suo augurio: “essere sempre e ovunque testimoni di questo amore, perché si avvicini l’ora in cui sulla terra “tutti siano uno”. (altro…)
20 Apr 2005 | Chiesa
Con grande gioia abbiamo accolto l’elezione di Papa Benedetto XVI. A lui assicuriamo la nostra più intensa e costante preghiera. Per la conoscenza diretta che ho di lui, il nuovo Papa, avendo doti particolari per cogliere la luce dello Spirito, non mancherà di sorprendere e superare ogni previsione. Ci sembra abbia rivelato l’anima del suo pontificato nelle parole finali pronunciate il giorno dell’apertura del conclave, quando ricordava qual è “il frutto che rimane”: “quanto abbiamo seminato nelle anime: l’amore, la conoscenza, la fede, il gesto capace di toccare il cuore, la parola che apre l’anima alla gioia del Signore”. Preghiamo il Signore, come lui ha invitato a fare, perché lo “aiuti a portare frutto, un frutto che rimane”, e “la terra venga cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio.” In lui, siamo certi, è garantita la continuità con il Concilio Vaticano II e con il pontificato di Giovanni Paolo II. In lui è viva la sensibilità per la dimensione carismatica della Chiesa, per i nuovi movimenti e comunità. Ci sono rimaste impresse le sue parole, alla vigilia del grande incontro del ’98 dei Movimenti con Papa Wojtyla, nei quali il card. Ratzinger intravedeva l’azione dello Spirito Santo che “rinnova la giovinezza della Chiesa”, ed evidenziava il perché del particolare legame, lungo la storia della Chiesa, tra i movimenti e il Papato. Per noi è la chiamata ad una nuova responsabilità. (altro…)
19 Apr 2005 | Famiglie
Igino Giordani, scrittore e giornalista, uomo politico, sposato e padre di quattro figli, è stato anche il primo animatore e responsabile di Famiglie Nuove ed è considerato confondatore del Movimento dei Focolari. Dallo scorso anno è in corso la sua causa di beatificazione. Per esaminare i suoi scritti – oltre cento libri e quattromila articoli – sono state istituite recentemente due commissioni: una storica e una teologica. Vogliamo ricordarlo oggi, a venticinque anni dal termine della sua vita terrena, con un suo pensiero sull’amore coniugale, recitato durante la diretta Rai del Familyfest 2005, il 16 aprile scorso.
La sorgente dell’amore
di Igino Giordani «L’uomo e la donna, per le nozze, non sono più due ma uno. Dividersi, dopo una tale unificazione, vuol dire uccidersi, svenandosi. E’ la morte. Perché l’unione coniugale si conservi, non c’è altra corrente coesiva che l’amore: ma un amore che viene dall’amore di Dio, superiore alle vicende della natura e agli umori degli uomini. Se guardo alla mia vita, posso dire che il matrimonio riesce nella misura in cui realizza questo amore. Il suo valore sta prima di tutto in questo, e non nei titoli bancari, nel benessere, nel successo, e neppure nell’aspetto prestante e gradevole. Diventa tomba dell’amore quando, esaurite le attrazioni fisiche scambiate per amore, viene meno lo spirito che lo vivifica.
Volersi ogni giorno più bene, non far caso ai difetti, non far caso ai torti, perdonare sempre, tornare sempre ad amarsi… Allora la vita diventa una gioia. Mentre l’indifferenza, l’egoismo, a che servono? Servono a creare l’inferno in terra. Due sposi che perdono tempo a non amarsi, sono due creature che perdono tempo a morire. Se invece si amano, Dio passa tra di loro. Ecco come la casa diventa una casa di felicità, pur in mezzo alle prove più grandi». (altro…)
13 Apr 2005 | Ecumenismo
Dopo la “partenza” del Papa, continuano ad arrivarci echi commossi da cristiani di varie Chiese, in contatto in vario modo
con i Focolari. Il dialogo ecumenico era infatti una delle priorità del suo pontificato.
Ortodossi
ITALIA «Era una persona carismatica, una figura inestimabile, amata da tutti. Lo Spirito Santo illuminava lui e anche noi per seguire nella stessa linea la volontà di Dio: “che tutti siano una cosa sola”» (Metropolita Gennadios Zervos, Arcivescovo ortodosso d’Italia, Patriarcato ecumenico di Costantinopoli). SLOVENIA «Era una persona straordinaria. Anche la Chiesa serba è in lutto» (Protoierei Boskovic). ARGENTINA «Faro di luce viva, viaggiatore infaticabile nella sua missione di cercare l’unità visibile dei cristiani… Come ortodosso-greco l’ho conosciuto e amato: un uomo santo, Papa, “fratello maggiore” di Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I – secondo quanto dice il Patriarca» (Lic. Elias Crisostomo Abramides, Buenos Aires, Patriarcato ecumenico di Costantinopoli).
Armeni
STATI UNITI «Tutti i cristiani possono essere fieri di lui» (Fr. Khatchadourian, parroco a Los Angeles).
Luterano-Evangelici
GERMANIA «Giovanni Paolo II nei suoi discorsi e Lettere apostoliche partiva sempre dalla Sacra Scrittura, ciò lo rendeva vicino a noi. E’ da ammirare inoltre l’apertura del Papa verso i Movimenti e nuove comunità ecclesiali» (Pastore Gottlob Hess, Fraternità di vita comune). «In misura crescente si è avvertito che Giovanni Paolo II voleva accelerare il processo ecumenico. Per lui l’ecumenismo non era marginale: ne ha dato una testimonianza avvincente» (Walter Pollmer, Fraternità della Croce). «Sono riconoscente a Giovanni Paolo II per la sua antropologia – profondamente biblica – che fa giustizia all’uomo» (Günter Rattey, Fraternità della Croce). «Dopo l’incontro storico del Papa con i Movimenti ecclesiali nel 1998, l’affermazione di Giovanni Paolo II che la dimensione carismatica – di cui i Movimenti sono un’espressione significativa – e la dimensione istituzionale siano coessenziali alla costituzione della Chiesa, ha dato un impulso all’ecumenismo spirituale. Quando alcuni responsabili di movimenti evangelici in Germania sono stati informati di questo evento hanno esclamato: “Allora il Papa ci ha capito!”» (Konrad Herdegen, YMCA Norimberga). «Con immensa gratitudine volgiamo il nostro sguardo agli anni passati apprezzando le iniziative del Santo Padre che hanno condotto alla testimonianza meravigliosa dell’evento di Stoccarda “Insieme per l’Europa, 8 maggio 2005”» (Helmut Nicklas e Gerhard Pross). GUATEMALA “Questo uomo è veramente un santo”. (Edna Cardona de Morales)
Luterani-Svedesi
SVEZIA «La sua testimonianza più significativa forse è stata quella di questi ultimi anni e queste ultime settimane, quando ha portato la sua debolezza fisica con un amore continuo per il suo popolo e la sua Chiesa. Così ci ha dato un esempio ed un modello… Con grande gratitudine tutta la cristianità potrà testimoniare che il Papa veramente ha vissuto per la gloria di Dio con la sua fede, la sua convinzione e la sua pietà» (Arcivescovo emerito Gunnar Weman).
Riformati
SVIZZERA «Nella sua vocazione unica è stato anche per noi fratello e padre, un modello con il suo coraggio nell’agire e parlare solo secondo il pensiero di Dio. Incarnava per questo nella società in modo cristallino la nostra coscienza cristiana» (avv. Kathrin Reusser, Zurigo). ROMANIA “Ho avuto la fortuna di incontrarlo alcune volte di persona, seppur brevemente. Indimenticabile un’udienza in piazza s. Pietro almeno 20 anni fa, dove eravamo con un gruppo di partecipanti ad un incontro ecumenico del Centro “Uno” del Movimento dei Focolari. Eravamo in prima fila; il Papa passò e riconobbe il nostro gruppo. Gli dico: “Noi crediamo che l’unità della Chiesa verrà”. Il Papa risponde “Magari!” e va avanti. Io, con voce più forte: “Siamo convinti!”; lui si ferma, si volta ancora, ci guarda e dice: “Dovete farla voi!” Dovete farla voi. L’unità della Chiesa era certamente una delle sue passioni più grandi. La strada dell’unità ha bisogno di un soffio forte dello Spirito Santo alla base, nel popolo. E’ questo che ho sentito dietro le sue parole. E’ una sua consegna che ha dato a tanti in molti modi. (prof. Stefan Tobler, Sibiu)
Anglicani
USA «E’ stato veramente un leader affascinante. Ha affrontato argomenti che nessun altro voleva affrontare. Non sempre sono stato d’accordo su tutto, ma non ho mai messo in dubbio la sua fede vera, il suo desiderio di andare verso gli altri e di cercare il bene andando al di là di differenze dottrinali. Ci lascia un’enorme eredità» (Rev. Chuck Kramer, Presidente dell’Associazione Ecumenica del Clero, Hyde Park, New York). «Mi ha incoraggiato a vivere una vita migliore» (Dott. Shirley Jones, Albany, New York). URUGUAY “Viviamo con voi questi momenti con la preghiera ed il cuore, per questo grande Papa che ha lavorato tanto per l’unità” (vescovo Miguel Tamayo). GRAN BRETAGNA “Il Papa: ha avuto un ruolo molto importante anche a livello ecumenico. Ha fatto un grande cambiamento, ha vissuto il papato con un’autorità mondiale. Quando ha raccolto i leaders delle varie religioni, si e’ visto in lui un Pastore universale. Quindi questa sua figura e’ molto più accettabile che non la figura del papato nel passato”. (Rev. Callan Slipper, delegato ecumenico della diocesi anglicana nel nord ovest di Londra)
Metodisti
SUDAFRICA «Personalmente io sento una grande gratitudine per il Papa…per quanto ha fatto per l’ ecumenismo. Qualche anno fa ho avuto l’occasione di salutarlo a Roma e da allora ho sentito che Papa Giovanni Paolo II non apparteneva solo alla Chiesa Cattolica, ma è di tutti noi. Penso che ha compiuto pienamente il disegno di Dio su di lui» (Em Beardal, volontaria).
«Dopo essere stato l’anno scorso all’Angelus in Piazza San Pietro, con mia moglie abbiamo scoperto profondamente, in una “luce nuova” la figura del Papa. Da allora abbiamo sempre pregato per lui. Negli ultimi giorni lo abbiamo accompagnato recitando il Padre nostro, la preghiera dell’unità» (dr. Welile Shasha – direttore dell’OMS per il Sud Africa). USA «Non trovo parole… ma certamente è nei nostri pensieri. Una delle sue eredità degne di ricordo, e che apprezzo particolarmente, è il costante impegno a costruire ponti per il dialogo con altri cristiani e con membri di altre religioni» (pastore Jim Moore, Hyde Park, New York.)
Presbiteriani
BRASILE «Un grande essere umano! Lo ammiro per il suo lavoro per la pace» (Pastore Marcio Moreira – San Paolo).
Mennoniti
GUATEMALA «Ringraziamo il Signore per la vita di Giovanni Paolo II, e le sue vedute per rinforzare il dialogo ecumenico, per uscire dallo scandalo della divisione e insistere sull’urgente bisogno dell’unità dei cristiani» (prof. Mario Higueros). (altro…)
2 Apr 2005 | Chiesa
Davvero ci ha lasciato un grande Papa, un grande santo! Come vorrei che ritornassero i tempi in cui la santità era proclamata a
furore di popolo. I giovani sarebbero in prima fila! La sua santità. Anch’io posso darne testimonianza di persona. Spesso, dopo un’udienza con lui, m’è rimasta l’impressione che il cielo si aprisse. Mi sono trovata come direttamente collegata con Dio, in una densissima unione con Lui, senza intermediari. E’ perché il Papa è mediatore, ma quando ti ha congiunto con Dio, scompare. M’è parso di comprendere più profondamente qual è il carisma proprio del Papa. Le chiavi per aprirci il cielo, non gli servono soltanto per cancellare i nostri peccati, ma anche per aprirci il Cielo aprendoci all’unione con Dio. Non si spiega forse così quella gioia, quell’entusiasmo, quell’attrattiva che il Papa ha sempre esercitato sui giovani, sui milioni di uomini e donne di ogni razza, cultura, religione e credo che ha incontrato su tutto il pianeta? E quei capovolgimenti di storia da lui operati in questi 27 anni? Questo Papa comunicava Dio e Lui “fa nuove tutte le cose”. Una “Presenza” che si è fatta sempre più forte, più grave si è fatto il carico di sofferenza sino all’ultima ora. Ma in questo momento non posso non esprimere la mia gratitudine più profonda per molte altre porte aperte da quelle chiavi: il Papa ha sempre spalancato le porte alle novità dello Spirito che ha riconosciuto anche nel nostro movimento, dando il suo continuo incoraggiamento e sostegno, riconoscendolo come dono di Dio e speranza per gli uomini. (altro…)
2 Apr 2005 | Chiesa
Grande è la nostra gratitudine al Papa. Il rapporto con lui risale alla fine degli anni ‘60 quando ancora era arcivescovo di Cracovia. L’allora card. Wojtyla aveva riconosciuto nel Movimento l’azione di un carisma. Resterà poi fissato nella storia quel primo grande incontro del Papa con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità alla vigilia di Pentecoste’98, in piazza San Pietro. C’era parso di vivere una nuova ora della Chiesa: la Chiesa del Concilio, non solo gerarchica e petrina, ma anche carismatica e mariana, due dimensioni da lui riconosciute “coessenziali”, riconoscendoci così un posto nella Chiesa. Ma lungo tutto il suo pontificato ha sempre spalancato le porte alle novità dello Spirito: ciò che sembrava impossibile ai canonisti, lui l’ha reso possibile: come l’inserimento in un’opera cattolica, di persone di altre Chiese, di seguaci di altre religioni e di chi non ha una fede religiosa; che cardinali e vescovi abbiano un legame spirituale con il movimento; e ancora che sia sempre una donna alla guida di quest’Opera che abbraccia anche vescovi, sacerdoti e religiosi, aprendo così nuove prospettive al ruolo della donna e all’apertura della Chiesa. Innumerevoli poi sono stati gli incontri con lui, le udienze, gli inviti a pranzo e… per ben 8 anni le sue telefonate di augurio il giorno di Santa Chiara… sino a chiamarmi “sorella” nella sua ultima lettera. (altro…)
2 Apr 2005 | Dialogo Interreligioso
Dopo la “partenza” del Papa continuano ad arrivare, tramite e-mail, echi dal Movimento dei Focolari nel mondo.
Particolarmente significative sono in questo momento le espressioni di intima partecipazione e gratitudine per Giovanni Paolo II degli amici ebrei, musulmani e buddisti che spontaneamente le hanno volute comunicare ai centri del Movimento. Riportiamo alcuni stralci.
Mondo ebraico
chi degli amici ebrei ci giungono da Argentina e Uruguay
- “L’atteggiamento del Papa ha costruito dei ponti” (Rabbino Daniel Goldman – Buenos Aires)
- “Ci sarà un prima e un dopo nella storia grazie a Giovanni Paolo II” (Rabbino Adrián Herbst – Buenos Aires)
- “E’ stato il Papa che più ha lavorato nel dialogo giudaico-cristiano. La sua grandezza è stata quella di aver chiesto perdono per gli errori commessi nel passato e, così come lui ci ha definiti “i fratelli maggiori”, oggi possiamo dire che sta morendo Giovanni Paolo II “il nostro fratello maggiore” (il Presidente della AMIA, Associazione Mutua Ebrea Argentina, Abraham Kaul)
- “Il popolo ebreo mai aveva provato un sentimento così per un Papa, per quanto egli ha fatto per noi” (un’amica ebrea della Commissione Associazioni Femminili Ebree, Uruguay).
Mondo musulmano
Dagli echi giunti da Turchia, Algeria e Stati Uniti In Turchia le prime persone a contattare il focolare di Istanbul, ieri, sono stati proprio i nostri amici musulmani.
- Una donna, commossa, diceva: “Mi sembra che è la mia anima, una parte di me, che sta partendo”.
- Uno studente: «Prego Dio di non lasciarci senza persone come Lui… Anch’io, come le persone di tutto il mondo, vi sono vicino in questa sofferenza e prego pcon gli amici cristiani».
Dall’Algeria: Una coppia musulmana si ricordava che il Papa era stato in Marocco ed aveva impressionato per la sua apertura davanti ai 10.000 giovani, a Casablanca. Questa mattina ci hanno detto: «Il Papa è un santo! Ha fatto molto per il mondo, ha avuto tanto coraggio. Ha fatto quello che Dio voleva. Era contro le divisioni e le guerre. E’ stato per noi un Padre». Dagli Stati Uniti giungono gli echi di alcuni Imam con cui da tempo i focolari del posto sono in dialogo:
- “In Giovanni Paolo II viveva l’”essenza” di Cristo, servendo tutte le persone, non solo i cattolici, ma stendendo la mano verso tutti, perché vivessero una vita migliore. Ha bussato alle porte della coscienza dei leader del mondo perché riconoscessero i loro doveri di fare di più per le persone sofferenti in ogni parte del mondo. Questo mi ha attirato, e io l’ho comunicato ai miei seguaci” (Imam W. D. Mohammed – leader di 2 milioni di musulmani afro-americani)
- “Con questo Papa ho sentito un rapporto personale. Ho apprezzato soprattutto le sue parole al mondo dopo l’11 settembre, quando ha detto che ciò che era successo non era per colpa della religione. E’ stato molto incoraggiante e commovente. Lo considero un fratello, un amico, un membro della famiglia. Mi mancherà, ma so che ciò che ha incominciato vivrà per sempre” (Imam Sultan Salahuddin, Chicago)
- “Non posso pensare a un’altra persona della storia recente che abbia una tale grandezza e che abbia avuto un tale impatto sulla società e sul mondo. Ha lavorato per tirar fuori il meglio dell’umanità” (Imam Bilal Muhammed, Kansas City)
- “La sua vita, ciò che ha fatto, e le sue azioni hanno cambiato la visione del mondo sulle differenze etniche. L’ho osservato per anni e ho visto i cambiamenti che sono avvenuti e che sono stati come un effetto a catena in tutta l’umanità. Ho apprezzato il fatto che ha abbracciato l’Islam in un momento quando non era molto popolare avvicinarsi a noi” (Ijlal Munir, musulmana e manager di una ditta di W. D. Mohammed , Chicago)
- “Giovanni Paolo II ha avuto una forza spirituale che è andata al di là delle barriere religiose. Ha avuto un influenza spirituale fenomenale che ha toccato tutti” (Dr. Imam Mikal Ramadam, Chicago)
- “Papa Giovanni Paolo II è uno dei grandi segni storici e meravigliosi dell’amore per l’umanità del Grande Misericordioso, del Grande Benefattore. Con la sua coraggiosa difesa della libertà, giustizia e uguaglianza tra i membri della famiglia umana, ci ha fatto ricordare la nostra responsabilità individuale e collettiva ad utilizzare le risorse che Dio ci ha dato al servizio dell’umanità”. (Imam Malik Shabazz, della moschea di Beacon – New York)
Mondo buddista
Dagli echi giunti dal Giappone e dalla Thailandia: Dal focolare di Tokyo: “I nostri amici buddisti vivono insieme a noi queste ore con grandissimo affetto e intensità”.
- “Ora tutto il mondo sta in preghiera per Giovanni Paolo II, figura storica grandissima, leader eccezionale della pace, perché in lui tutti vedono Dio” (Rev. Nissho Takeuchi, della Nichirenshu, Tempio Myokenkakuji – Osaka)
- Un buddista che è stato a Roma e ha incontrato il Papa: “La mia bambina, che adesso ha 9 anni, da piccola ha avuto una carezza sulla testa da parte del Papa. Ancora adesso mi ritorna vivamente agli occhi la figura di Giovanni Paolo II che ci ha fatto sentire questo calore, anche se noi non siamo cristiani. Anch’io, come uomo, voglio vivere la mia vita seguendo il cuore del Papa. Mi sembra impossibile che lui sia adesso in questo stato…veramente, mi viene solo da dirGli ‘grazie’. E che possa riposare in pace.” (Koichi Kawamoto, del movimento Rissho Kosei Kai)
- “La figura del Papa è stata per me un modello di vita. Ho visto il Papa in un’udienza pubblica in Piazza S. Pietro, che salutava per prime le persone ammalate o in carrozzella, “perdendo” tempo con tutta questa gente. Ed ho visto che lo faceva con tanto amore, scoprendo che per il Papa l’esistenza di queste persone è “preziosa”. Tornando in Giappone ho voluto fare la stessa cosa seguendo il suo esempio: ho chiamato le persone handicappate o malate dei templi buddisti a me affidati per salutarle e conoscerle” (Rev. Yasuo Koike – responsabile del movimento Rissho Kosei Kai di Chiba, vicino Tokyo)
Gli amici buddisti del Movimento dei Focolari in Thailandia si uniscono al mondo cristiano nel pregare per lui, con affetto e rispetto profondo e ci fanno sentire la loro vicinanza spirituale:
- Nella sala del Gran Maestro Ajhan Thong, a Chiang Mai, spicca una grande foto di lui con il Santo Padre in occasione di un’udienza in Vaticano. Da allora parla spesso ai suoi seguaci della grandezza spirituale del Papa per tutto il mondo. In questi giorni prega in modo tutto particolare per il Papa.
- Il monaco Phramaha Thongrat in una telefonata, ha detto che il Papa non è solo un grande fratello, è suo padre!(I buddisti tailandesi chiamano “padre” o “madre” persone di alta spiritualità, guide spirituali importanti per la loro vita). Ed ha voluto dedicargli una poesia:Mio padre è andato in Paradiso Nei lunghi anni che mio padre dimorava in Vaticano, brillava il bello e regnava la gioia. Oggi senza di lui la città è vuota. Sgomento, dolore e lacrime: tutto parla del suo immenso amore. Sì, amore è la parola che lui ha pronunciato per il mondo intero. Il suo messaggio ha cambiato il percorso di ogni uomo. La sua eredità rimarrà per sempre, fino agli ultimi confini della terra: fondamento per la pace vera, per un mondo che il male mai più conoscerà. Oggi mio padre è andato in Paradiso; ha concluso il cammino terreno e se ne va… Ma il suo cuore sarà sempre pieno di gioia che trabocca. Mio padre ci ha indicato la via dei saggi che porta alla sapienza eterna. Phramaha Thongrat, monaco buddista
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31 Mar 2005 | Parola di Vita
Gesù parlava sovente per immagini e con parabole. Un modo semplice ed efficace per insegnare le verità più profonde, di cui era portatore. La similitudine del pastore con il suo gregge, in cui è incastonata questa Parola di vita, richiamava ai suoi ascoltatori scene familiari di vita quotidiana. Gesù rammenta loro i ladri e i briganti che, come lupi rapaci, fanno razzia del gregge. Lui invece si paragona a un pastore buono, a cui stanno veramente a cuore le proprie pecore, le guida e le difende, al punto da affrontare se necessario la morte!
Ma in Gesù, al di là della parabola, questo diventa realtà: Lui è veramente morto sulla croce “perché noi avessimo la vita” .
«Io sono venuto perché abbiano la vita…»
È venuto perché il Padre l’ha inviato a portarci la sua vita divina. Dio infatti ha amato così tanto il mondo da dare il Figlio suo affinché chi crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna .
La vita che Gesù è venuto a portarci non è la semplice vita terrena che abbiamo ricevuto dai nostri genitori. La vita che Egli ci dona è infatti “vita eterna”, ossia partecipazione alla sua vita di Figlio di Dio, ingresso nella comunione intima con Dio: è la vita stessa di Dio, Gesù può comunicarcela perché lui stesso è la Vita. L’ha detto: “Io sono la Vita” , e “dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto” .
Ma la vita di Dio, lo sappiamo, è l’amore.
Gesù, Figlio di Dio che è Amore, venendo su questa terra, è vissuto per amore, e ci ha portato lo stesso amore che arde in Lui. Dona a noi la stessa fiamma di quell’infinito incendio e ci vuole “vivi” della sua vita.
«… e l’abbiano in abbondanza»
Poiché Gesù non soltanto possiede la vita, ma “è” la Vita, egli può donarla con abbondanza, così come dona la pienezza della gioia .
Il dono di Dio è sempre senza misura, infinito e generoso com’è Dio. Così Egli viene incontro alle aspirazioni più profonde del cuore umano, alla sua fame di una vita piena e senza fine. Solo Lui può appagare l’anelito all’infinito. La sua infatti è “vita eterna”, un dono non soltanto per il futuro, ma per il presente. La vita di Dio in noi comincia già da ora e non muore mai più.
Come non pensare a quei cristiani realizzati che sono i santi? Ci appaiono talmente pieni di vita da traboccarla attorno a loro.
Da dove veniva l’abbraccio universale di Francesco d’Assisi, capace di accogliere i poveri, di andare verso il Sultano, di riconoscere dei fratelli e delle sorelle in ogni creatura? Da dove l’amore fattivo di Madre Teresa di Calcutta, che si è fatta madre per ogni bambino abbandonato e sorella di ogni persona sola? Essi possedevano una vita straordinaria, quella che Gesù aveva donato loro.
«Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»
Come vivere questa Parola?
Accogliamo la Vita che Gesù ci dona e che vive già in noi per il battesimo che abbiamo ricevuto e per la nostra fede, Vita che può sempre crescere nella misura in cui amiamo. È l’amore che fa vivere. Chi ama, scrive san Giovanni, dimora in Dio , partecipa della sua stessa vita. Sì, perché se l’amore è la vita e l’essere di Dio, l’amore è anche la vita e l’essere dell’uomo. Così com’è vero che tutte le volte che non amiamo noi non viviamo.
Ne è una testimonianza eloquente la partenza per il Cielo di Renata Borlone, una focolarina di cui in questi mesi si è aperto il processo di beatificazione. Accettata con tutto il cuore, come volontà di Dio, la notizia della morte imminente, diceva di voler testimoniare che “la morte è vita”, è risurrezione, e s’è proposta, con l’aiuto di Dio, di dare questa dimostrazione fino alla fine. E c’è riuscita, trasformando così un evento di lutto in un tempo di Pasqua.
Chiara Lubich
31 Mar 2005 | Chiesa
Chiara Lubich e tutto il Movimento dei Focolari nel mondo in queste ore si stringono intorno al Papa, intensificando ancor più le preghiere, perché Dio lo sostenga in questo altissimo momento della sua vita. Nelle varie diocesi il Movimento si unisce alle iniziative di preghiera promosse dai vescovi. In tutto il mondo, il consueto time out quotidiano di preghiera per la pace, a mezzogiorno, è dedicato ora al Papa. Si uniscono nella preghiera anche i membri delle altre Chiese cristiane e gli amici ebrei, musulmani, indù, buddisti e di altre religioni che nutrono per lui un profondo affetto, sentendone la sua paternità spirituale.
In preghiera per il Papa i musulmani dell’Iran
Ci è appena giunto un toccante messaggio dall’Associazione scientifica Iraniana Genitori-Insegnanti con cui da alcuni anni si è instaurato un profondo dialogo a livello spirituale e culturale: Le gravi condizioni di salute di Papa Giovanni Paolo II hanno profondamente rattristato le persone del mondo. Sappiate che vi siamo vicini in questa sofferenza e che siamo uniti in preghiera con voi. Noi offriamo le nostre preghiere, così come le persone di tutto il mondo, perché il Papa possa ristabilirsi prontamente. “Possa essere sempre benedetto da una buona salute”. Noi abbiamo appreso che, nonostante la grave e dolorosa malattia, il Papa è rimasto calmo e sereno. Tale serenità, in queste condizioni, è un dono divino riservato ad un grande uomo come Lui. Ha chiesto anche che gli fossero letti dei testi sacri; noi leggeremo il Sacro Corano anche per Lui. Behzad Dehnavi and Kiyoomarss Jahangardi Membri del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione scientifica Iraniana Genitori-Insegnanti (altro…)
24 Mar 2005 | Focolari nel Mondo
Un viaggio fra le realizzazioni e gli aiuti del Movimento dei focolari nei paesi colpiti dal maremoto dello scorso dicembre.
INDONESIA.
Sono i primi di aprile. Aceh li aspetta. Jorge, focolarino centroamericano da alcuni anni a Singapore, e tre giovani, John Paul della Malesia, Ponty e Lambok indonesiani, stanno partendo per visitare alcuni villaggi della zona indonesiana più colpita dal maremoto. È la seconda volta. In febbraio avevano portato alcuni primi aiuti di emergenza, ma soprattutto avevano incontrato da vicino la realtà vista in televisione, e la gente, provata ma dignitosa, con cui avevano creato i primi rapporti di amicizia. Con loro erano stati individuati alcuni progetti che ora si può cominciare a realizzare: una falegnameria per costruire le barche dei pescatori e l’acquisto di reti per sostituire quelle distrutte. Si tratta insomma di ridare loro i mezzi che avevano, per ricominciare a lavorare e a riprendere la vita. Intanto a Medan e nell’isola di Nias prosegue il sostegno scolastico e l’assistenza a quattrocento bambini e alle loro famiglie. La generosità di tanti da tutto il mondo ha reso possibile queste azioni. Sono stati raccolti oltre 600 mila euro, alcuni preziosissimi come i venticinque euro dei bambini di Duala in Camerun o i sacrifici fatti in Kenya, paesi dove la povertà non manca. Ancora una volta non è stata solo la solidarietà e generosità di chi sta meglio, è stata la comunione dei beni fra tutti a caratterizzare la risposta all’appello lanciato dal Movimento dei focolari subito dopo la catastrofe. Il coordinamento delle iniziative è stato affidato all’Amu, la Ong dei Focolari. I nostri interventi – ci dice il presidente dell’Amu Franco Pizzorno – arrivano direttamente alle popolazioni colpite perché possiamo contare sulla presenza di persone del movimento. Dove non abbiamo una presenza diretta si sono avviate collaborazioni con la chiesa cattolica e in India anche con organizzazioni indù che conosciamo da tempo. Ma torniamo in Indonesia. Partiti da Medan, si attraversa il confine con la regione di Aceh: Abbiamo viaggiato più di quattro ore per raggiungere il primo campo profughi visitato in febbraio. Tanti sono però già rientrati nei villaggi e così andiamo a cercarli. Non se l’aspettavano, sono commossi e sorpresi, non pensavano che avremmo mantenuto la promessa. Raggiungiamo un altro villaggio dove incontriamo altri trenta pescatori e consegniamo anche a loro le reti. Condividiamo difficoltà e conquiste. Prima di ripartire ci dicono: ci avete ridato la speranza. Nei giorni seguenti il viaggio procede con la visita ad altri quattro campi profughi a Padang Kasab, Belang Lancang, Lancang e Ulee Kareung. Ciò che ci colpisce di più è il loro senso di fraternità. Quando spieghiamo che non possiamo dare tutto quello di cui ci sarebbe bisogno, perché dobbiamo darne anche ad altri rifugiati, ci capiscono, e colgono – ci sembra – il motivo profondo per cui siamo lì insieme a loro: dare espressione concreta alla fratellanza universale. La tappa successiva è Lampuuk, il luogo individuato per installare la falegnameria per costruire le barche e fissare una base d’appoggio nei prossimi mesi di attività. La chiesa locale offre la sua collaborazione e ospitalità, ma non è possibile restare a lungo presso la parrocchia. Lambok va a parlare con una persona che ha una casa libera e quando torna comunica a tutti la sua sorpresa: Non vuole niente per l’affitto. E pensare che dopo lo tsunami gli affitti nella zona sono aumentati anche di cinque volte! Ci sono delle difficoltà per procurarsi il legno in loco e così si decide di rientrare a Medan insieme con il leader dei pescatori di cinque villaggi. I suoi amici intanto cominceranno a riparare cinque barche solo semidistrutte… Visitiamo le zone vicine. Si aprono nuovi scenari. Il nostro amico ci racconta che dove stiamo passando c’era un villaggio di settemila persone, ora ce ne sono solo sette. Continuano nel frattempo i contatti con la popolazione e si viene a conoscere la situazione di un gruppo di vedove, che non hanno più nessuna fonte di sostentamento. Con loro si decide di avviare un nuovo business: preparare cibo locale e venderlo. Le aiutiamo ad avviare l’attività comprando le attrezzature adatte. A Lampuuk la scuola elementare è stata distrutta e i bambini devono fare a piedi tre chilometri di strada per rag- giungere la più vicina. Oltre alle reti sono state così consegnate 39 biciclette, insieme a scarpe e materiale scolastico.
THAILANDIA.
Ogni giorno il parroco di Phuket, un religioso stimmatino, va a visitare le vittime dello tsunami con la sua équipe di quattro laici. Vanno casa per casa chiedendo come va, cosa possono fare per loro… In questi mesi ha potuto aiutare oltre settecento situazioni: bisogni piccoli e grandi come dare da mangiare, offrire una borsa di studio, fino a cercare le barche per i pescatori. Si occupa anche dei morgan (gli zingari del mare) e li aiuta a trovare un posto per costruire la casa. Ci sono infatti persone che vogliono comprare i terreni vicino al mare e fanno di tutto per cacciare via i morgan. Il parroco li ha accompagnati passo per passo come un amico e un fratello. Lo stiamo aiutando – ci scrivono – ad acquistare barche di seconda mano per i pescatori, a ripararne altre o a sistemarne i motori. Nella provincia di Phanga invece la collaborazione è stata avviata con le suore salesiane. I due campi di fortuna gestiti dalla chiesa sono ancora affollati di profughi senza nessuna sistemazione definitiva in vista. Un primo aiuto va al sostentamento di quelli alloggiati provvisoriamente in questi due campi. Tra il personale che vi lavora ci sono da tre mesi due seminaristi del movimento, e uno di loro si è messo d’accordo con i suoi superiori per sospendere il suo studio presso il seminario e fare un anno intero di servizio con le vittime dello tsunami. Anche una ragazza del movimento, assieme ai suoi compagni di università, ha lavorato lì per qualche settimana. Le suore hanno individuato una cinquantina di famiglie in necessità per rifare o riparare la loro casa, costruire pozzi per l’acqua. Si tratta di famiglie che non ricevono aiuto da nessuna par- sette costa circa tremila euro, ma giacché tutti nel villaggio si aiutano concretamente, il costo effettivo si aggira introno a duemila euro. Finora sono state aiutate una decina di famiglie. Anche qui, come a Phuket, è prezioso l’aiuto che viene dato per costruire o riparare le barche.
INDIA.
Andrea è una giovane indiana, che insieme ad altri dei Focolari, si era data da fare a Madras nei primi giorni dopo lo tsunami. Era stata anche l’occasione per individuare alcune necessità per i pescatori conosciuti e per i loro bambini. Kovalam è una località della periferia di Madras – ci racconta – formata da un insieme di molti piccoli villaggi, dove seicento famiglie sono state seriamente colpite dal maremoto. È conosciuta per una vecchia moschea, i musulmani infatti ritengono che vi abbia abitato uno dei primi discepoli di Mohammed. Vi è anche una chiesa di duecento anni fa, dedicata a Nostra Signora del Monte Carmelo e costruita da un mercante portoghese, un uomo di profonda fede cristiana che ha condiviso il suo benessere con i poveri del villaggio. Andrea aveva affidato alla gente del posto la realizzazione di alcune centinaia di reti da pesca e di quasi quattrocento divise per i bambini. In prima fila negli aiuti ci sono i giovani stessi del villaggio che si sono costituiti in associazione e stanno coordinando le varie attività. Col loro aiuto Andrea può spiegare che questa azione è il frutto della collaborazione di famiglie, giovani, bambini, anziani che vogliono costruire in questo modo la fraternità con tutti loro. Alcuni pescatori si avvicinano e la invitano a pregare insieme a loro e a ringraziare Dio per quello che è avvenuto. Ci inginocchiamo in chiesa e desiderano mettere davanti all’altare uno dei pacchi con le reti come offerta simbolica. Mi colpisce la loro fede semplice e profonda allo stesso tempo . Si avvicinano alcune donne e si rivolgono a Andrea: Tu sei diversa da altri che sono venuti e che – portando gli aiuti – desideravano avere dei cartelloni pubblicitari, si aspettavano delle ghirlande… Tu sei venuta senza tutto ciò, sei venuta, e sei diventata una di noi. Forse è questo il frutto più importante di quanto si sta facendo in Indonesia, Thailandia, India, Sri Lanka, la condivisione porta alla fraternità. di Marco Aquini (Città Nuova, N.10/2005) (altro…)
23 Mar 2005 | Spiritualità
Ogni anno ci sentiamo avvolti in un’atmosfera speciale. E non può essere che così, perché in questi giorni ricordiamo e riviviamo, condensati, molti misteri della nostra fede. Sono questi, infatti, i giorni dell’amore, perché è tutto amore ciò di cui si fa memoria.
Giovedì Santo
Amore il sacerdozio che possiede un carattere ministeriale, e cioè di servizio e quindi d’amore concreto. Amore l’Eucarestia nella quale Gesù ci ha dato tutto se stesso. Amore l’unità, effetto dell’amore, che Gesù ha invocato dal Padre: “Che tutti siano uno come io e te”. Amore quel comando che Gesù serbò in cuore tutta la vita, per rivelarlo il giorno prima di morire: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi. Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete a vicenda”. Non possiamo passare questo giorno senza un attimo di raccoglimento, nel quale diciamo a Gesù tutta l’adesione della nostra anima a quel comando che chiamò “mio” e “nuovo”. Un comando che non ha lasciato senza spiegazione, quando ha soggiunto: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.
Venerdì Santo
E’ proprio con la morte in Croce, il venerdì santo, che Gesù ci imparte l’altissima, divina, eroica lezione su cosa sia l’amore. Aveva dato tutto: una vita accanto a Maria nei disagi e nell’obbedienza. Tre anni di predicazione rivelando la Verità, testimoniando il Padre, promettendo lo Spirito Santo e facendo ogni sorta di miracoli d’amore. Tre ore di croce, dalla quale dà il perdono ai carnefici, apre il Paradiso al ladrone, dona a noi la Madre e, finalmente, il suo Corpo e il suo Sangue. Gli rimaneva la divinità. La sua unione col Padre, che l’aveva fatto tanto potente in terra, quale figlio di Dio, e tanto regale in croce, doveva non farsi più sentire, disunirlo in qualche modo da Colui che Egli aveva detto di essere uno con Lui: “Io e il Padre siamo uno” (Gv. 10,30). In Lui l’amore era annientato, la luce spenta, la sapienza taceva. Eravamo staccati dal Padre. Era necessario che il Figlio, nel quale noi tutti ci ritrovavamo, provasse il distacco dal Padre. Doveva sperimentare l’abbandono di Dio, perché noi non fossimo mai più abbandonati. Gesù ha saputo superare tale immensa prova riabbandonandosi al Padre – “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46) – ed ha così ricomposto l’unità spezzata degli uomini con Dio e fra loro. Si manifesta a noi ora come rimedio ad ogni disunità, come chiave dell’unità. Tocca ora a noi corrispondere a questa grazia e fare la nostra parte. Poiché Gesù s’è ricoperto di tutti i nostri mali, noi possiamo scoprire dietro ad ogni dolore, ad ogni separazione, lui stesso, un suo volto. Possiamo abbracciare lui in quelle sofferenze, in quelle divisioni, e dirgli il nostro sì come ha fatto lui, rimettendoci alla volontà del Padre. E Lui vivrà in noi – forse ancora doloranti – come Risorto; lo starà a dimostrare la pace che tornerà in noi.
Pasqua di Resurrezione
Gesù è fedele alla sua promessa: “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, cioè nel mio amore, io sono in mezzo a loro.” Sì, dove due o più sono uniti nel suo amore si fa presente il Risorto, che porta con sé i doni dello Spirito: luce, gioia, pace, amore. E’ l’esperienza fatta con stupore sin dagli inizi quando a Trento, durante il secondo conflitto mondiale, con le mie prime compagne, avevamo fatto nostro quel comando: “amatevi come io ho amato voi” e avevamo stretto un patto: “io sono pronta a morire per te; io per te …”. Ed è proprio il Risorto che il mondo attende oggi! Attende testimoni che possano dire a tutti in verità: l’abbiamo visto con i sensi dell’anima; l’abbiamo scoperto nella luce con cui ci ha illuminato; l’abbiamo toccato nella pace che ci ha infuso; abbiamo sentito la sua voce in fondo al cuore; abbiamo gustato la sua gioia inconfondibile. Potremmo così assicurare a tutti che Lui è la felicità più piena e far risperare il mondo. Chiara Lubich (altro…)
22 Mar 2005 | Sociale
Dal vuoto legislativo in materia di procreazione assistita, alla regolamentazione
Il Parlamento italiano, agli inizi del 2004, ha varato una legge che regola la materia della fecondazione artificiale. Dal 1984, vari governi, di diversi orientamenti politici, avevano incaricato commissioni di scienziati per l’approfondimento del problema. La legge viene varata grazie al voto trasversale di parlamentari di schieramenti opposti, col nome di “Legge 40/2004: Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”.
Il principio ispiratore della legge
Tutelare i diritti di tutti i soggetti coinvolti, in particolare quelli del concepito; arginare l’uso indiscriminato delle tecniche di procreazione artificiale che portano ad eccessi come il fenomeno delle mamme-nonne, degli embrioni congelati, degli uteri in affitto, delle tecniche eugenetiche. A pochi mesi dall’entrata in vigore della legge, sono stati proposti dei referendum per modificare quelle indicazioni che sono viste come divieti.
Un Comitato in difesa della legge
“Scienza & Vita” è il nome programmatico del Comitato, la cui nascita in Italia è stata annunciata alla stampa sabato 19 febbraio 2005. Vi aderiscono 120 personalità del mondo scientifico, culturale, politico e associativo, ma è aperto ad ulteriori adesioni. Il Comitato giudica la legge 40 sulla fecondazione assistita un risultato importante, che finalmente ha fissato delle regole per i laboratori che operano nel campo molto delicato della fecondazione umana. Sostiene che non si tratta di una legge perfetta, ma che tuttavia essa pone fine al cosiddetto «far west procreativo», assicurando ad ogni figlio le garanzie di una vita umana e la protezione di una vera famiglia, e che non è un referendum lo strumento adeguato a modificarla. Del Comitato Scienza & Vita fanno parte anche due membri dei Focolari: il prof. Antonio Maria Baggio, docente di Etica sociale e Filosofia politica presso la Pontificia Università Gregoriana, e la dott. Daniela Notarfonso Cefaloni, medico, esperta in bioetica e in lavoro nei consultori.
Dossier informativo: “Per la democrazia e la vita”
Il dossier è pubblicato sul n. 3 della rivista Città Nuova del 10 febbraio, dedicato alla procreazione artificiale e ai referendum che vogliono modificare l’attuale legge 40. Nel dossier sono indicati:
- I contenuti della legge 40/2004: “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”
- Che cosa dicono i referendum
- Referendum:i perché di una scelta.
- Piccola guida della procreazione artificiale: Fecondazione artificiale omologa; fecondazione artificiale eterologa; embrioni, cellule staminali, clonazione.
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21 Mar 2005 | Famiglie
Il Familyfest 2005 sarà presentato in Conferenza Stampa giovedì 14.4.2005, ore 12:00 nella Sala degli Arazzi della RAI, in Viale Mazzini 14 – Roma Questo evento mondiale è formato da una rete di 193 meeting, in altrettante città e capitali di 78 Paesi nei 5 continenti, rivolto alle famiglie di ogni Paese, cultura, razza e religione. Previsti oltre 150.000 partecipanti. Collegamenti interattivi con i Familyfest: Tokyo (Giappone), Teheran (Iran), Algeri (Algeria), San Paolo (Brasile), Manila (Filippine), Johannesburg (Sudafrica), Krasnojarsk (Siberia), Toronto (Canada), Zagabria (Croazia). La diretta sarà ripresa da 40 emittenti nazionali di 39 Paesi, grazie a Telespazio, Eutelsat, CRC/Canada. Promosso da Famiglie Nuove, diramazione dei Focolari, l’evento vede l’adesione di movimenti, associazioni, istituzioni civili e religiose di varie fedi. Il logo Un’unica linea stilizzata tratteggia un germoglio con tre foglie in cui si profila una colomba: la famiglia, la prima forma sociale che si apre per far nascere e sviluppare tutta la società nella fraternità e nella pace. Perché il titolo: “Familyfest… al Papa della famiglia”? Il Familyfest: un evento preparato da tempo. Dopo la scomparsa del Papa, è venuto spontaneo dedicargli questo happening sul modello di famiglia da lui sognata e proposta. Il programma farà rivivere alcuni dei momenti forti vissuti con Giovanni Paolo II dalle famiglie di tutto il mondo. L’obiettivo Il Familyfest vuole rendere visibile un tipo di famiglia che crede nei valori e diviene cellula base di una società rinnovata. Il programma Storie di famiglie: dal fidanzamento al matrimonio, dai momenti di crisi all’apertura ad adozioni difficili. Sul fronte della pace: la testimonianza di due madri una israeliana e una palestinese. Momenti di riflessione, commenti di esperti, brevi interventi di vip e di volti noti dello spettacolo. Dai collegamenti in diretta con Tokyo, con Algeri e con Teheran verrà in rilievo l’apertura interreligiosa con saluto e testimonianze di famiglie buddiste e musulmane. Numeri artistici e di folclore introdurranno le dimensioni della poesia, della bellezza, del gioco, componenti tipiche della famiglia. Intervento conclusivo di Chiara Lubich, presidente e fondatrice dei Focolari. Solidarietà – Progetto: ”Una famiglia, una casa” – Verrà lanciato in diretta dall’Ultrastadion di Manila. Il progetto, nato dalle famiglie dei quartieri più diseredati della metropoli filippina, si estende ora anche a Thailandia e Sri Lanka colpite dallo Tsunami e alle periferie di Cochabamba in Bolivia. I contributi possono essere versati: sul c/c bancario 888885 intestato a Associazione Azione per Famiglie Nuove presso Banca Intesa: CIN T ABI 03069 CAB 05092. Dal 15 al 22 aprile è possibile inviare dal proprio cellulare SMS da 1€ al numero 46211 per i clienti WIND e al numero 44770 per i clienti TIM. (altro…)
20 Mar 2005 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Sociale
Un gruppo di giovani del Movimento dei Focolari, fra cui alcuni europei e alcuni indonesiani, da Singapore si sono recati in viaggio nella provincia di Aceh, nel nord di Sumatra, Indonesia. Riportiamo alcuni stralci del loro diario di viaggio: Obiettivo del nostro viaggio è verificare di persona le necessità di queste zone colpite e capire cosa possiamo fare concretamente, come Movimento dei Focolari, sul posto, per le vittime del maremoto. E’ stata un’esperienza indelebile, in cui siamo andati per dare ed abbiamo ricevuto molto di più. Tornando, qualcuno ci ha detto di veder tornare persone come da un pellegrinaggio in un luogo sacro. Il nostro è un gruppo variegato: asiatici, di Singapore e della stessa Indonesia, e anche qualche europeo, cristiani, musulmani e senza un riferimento religioso. Insieme ci siamo recati in Indonesia, mosaico di culture.
La nipote del re
Ad Aceh, al nostro gruppetto si aggiunge una coppia del posto – lei indonesiana, lui inglese – che ci fa da guida. Il nonno di lei è stato l’ultimo re di Sigli, nella regione est di Aceh. La loro partecipazione nel gruppo è provvidenziale, perché ci aprono tante porte. A., da noi chiamata affettuosamente “principessa” – la nipote del re – durante il viaggio ci racconta della sua famiglia: “Fino a metà del secolo scorso Aceh ha avuto vari sultanati o regni. Mio nonno ne governava uno: era il “Raja” (re) di Sigli, ed è stato assassinato nel 1950 quando l’Indonesia ha acquistato l’indipendenza dagli olandesi, formando un’unica nazione con le 16.000 isole dell’arcipelago”. Da allora si è formato un gruppo armato, il GAM (Movimento per Aceh Libera), che attraverso continue azioni di guerriglia combatte per l’indipendenza del paese. I frequenti scontri fra l’esercito regolare indonesiano e il gruppo di guerriglia armata crea insicurezza e tensione nel popolo, che fuori di questa regione è più sconosciuto che amato, più oggetto di pregiudizi che del sentimento di comune nazionalità, e Aceh è vista come una zona pericolosa. Dopo questo viaggio abbiamo scoperto gli abitanti di Aceh come veri fratelli, pieni di ricchezza spirituale.
Un incontro col dolore e con la vita
Incontriamo tantissima gente: bambini, religiosi, insegnanti, poliziotti, la gente nelle tendopoli dove sono rifugiate centinaia e centinaia di famiglie, i pescatori – la categoria più colpita, avendo lo tsunami distrutto sia le barche che le reti. Ascoltiamo le loro storie di vita e le loro necessità: ci viene un senso di sgomento di fronte a così tanto dolore e a così tanti bisogni. Ma andiamo avanti, con pace. Ci ricordiamo che è Gesù nei fratelli a dirci: “Avevo bisogno di una barca e di reti per poter vivere e tu me le hai procurate…”. Ci sorprende la generosità della gente, che sa dimenticare il proprio dolore per pensare a noi, stranieri sconosciuti: un ragazzo, con la sua spada, taglia dall’albero un frutto di cocco per ciascuno, e ci offre da bere la squisita bevanda.
Piangere insieme
Nel villaggio Kampung Cina abbiamo incontrato una giovane signora musulmana che proprio in quel momento era andata a vedere la sua casa per la prima volta dopo il disastro. Era rasa al suolo: aveva perso il marito e 8 figli! Ci ha raccontato piangendo che, mentre scappava tenendo in braccio il più piccolo di pochi mesi, ad un tratto ha visto altri due suoi bambini in pericolo ed è tornata indietro a soccorrerli. Ma in quel momento ha sentito le grida del piccino che le era sfuggito di mano travolto dall’acqua. Un’altra altissima onda è arrivata trascinando via i due figli. In questo vortice d’acqua ha perso i sensi e si è risvegliata sopra una palma da cocco. Siamo rimasti impietriti ad ascoltarla: era impossibile dirle almeno la pur minima parola. Non sapendo che altro fare, come consolarla, l’abbiamo abbracciata e abbiamo pianto con lei. Quando entriamo nella parte della città più colpita dallo tsunami e nei villaggi attorno troviamo una totale desolazione! Case svuotate di tutto per la violenza dell’acqua, la maggioranza distrutte e con montagne di macerie sopra, dove si stanno ancora raccogliendo i corpi delle vittime. Nell’impossibilità di esumare i corpi, mettono sopra una bandiera, una per ogni corpo che si pensa sia sepolto lì, in una sorta di improvvisato funerale per rispetto a quelle vite che non vanno dimenticate. Lungo la strada che porta al centro della città, a circa 3 km dal mare, due grandi navi (di 350 tonnellate ciascuna) sono addossate ad un hotel. Resteranno lì come monumento, a ricordo di questa grande tragedia. Ma il dolore più intenso è vedere la punta estrema di Banda Aceh, dove la furia del mare si è riversata con tutta la sua potenza, colpendo in tutte le direzioni e distruggendo tutto. E’ una specie di penisola stretta, con mare da tutte le parti. Solo il pavimento di quelle abitazioni è rimasto, insieme ad un cumulo di macerie. Nessun segno di vita. Abbiamo percorso due ore di macchina nel più grande silenzio, ammutoliti dallo sgomento. Forse era anche preghiera, meditazione, condivisione di una sofferenza che grida solo “perché”. Abbiamo riconosciuto un volto di Gesù Abbandonato sulla croce – Egli che ha assunto tutti i dolori, le divisioni, i traumi dell’umanità -, e allora anche la certezza, pur nel mistero, del Suo Amore personale per ciascuno.
Rimboccarsi le maniche
Cerchiamo di darci da fare: uno di noi lavora in una ditta che commercializza reti da pesca. Possiamo interessarci concretamente al problema. Facciamo i calcoli: quante reti, quanto filo monofilamento, quanto legno per costruire le barche, possibilmente con il motore, quante biciclette per permettere ai bambini di andare a scuola, quanto materiale scolastico, quanti soldi servono. Adesso tornando potremo organizzare la distribuzione degli aiuti raccolti, conoscendo una per una le necessità e i volti delle persone che vi stanno dietro (abbiamo incontrato 953 pescatori). Ci sembra di aver costruito una famiglia con tutti, cristiani e non. Ed è solo l’inizio! La nostra impressione è quella di aver assistito ai miracoli operati dalla solidarietà che questo tsunami ha provocato in tutto il mondo. Si constata la generosità di gruppi, ong, congregazioni… e c’è posto per tutti! Il motto sullo stemma nazionale dell’Indonesia è: “Unità nella diversità”. Ci sembra che questo immenso Paese, dopo la terribile prova, sia più vicino all’unità. (altro…)
5 Mar 2005 | Chiesa
Una solenne concelebrazione eucaristica per invocare la completa guarigione del Papa è stata officiata da 90 Vescovi, amici dei Focolari, provenienti da 47 Paesi dei 5 continenti, riuniti a Castelgandolfo per il loro annuale Convegno spirituale. La notizia del nuovo ricovero del Papa, che ha suscitato sorpresa e trepidazione, è giunta poco prima della conclusione dell’incontro, iniziato il 19 febbraio. Prima di partire, i Vescovi hanno inviato al Santo Padre un messaggio di gratitudine e di assicurazione di preghiere per il suo pronto ristabilimento: “Uniti con tutta la Chiesa chiediamo per Lei specialissime grazie”. I Vescovi esprimono al Papa profonda gratitudine “per il luminoso esempio di fede e di amore con cui affronta questa nuova prova e per il suo ministero che è tutto dono!”. Una nota saliente del Convegno è stata proprio lo scambio di messaggi con il Papa. Inattesa una sua lettera autografa, giunta in apertura dell’incontro, indirizzata al Card. Miloslav Vlk. “Davvero, Lei è colui che ‘più ama’ e ‘conferma i fratelli’”, gli hanno scritto in risposta i Vescovi. Giovanni Paolo II, nel suo messaggio, aveva indirizzato un pensiero speciale a Chiara Lubich, esprimendole la sua riconoscenza
per la “testimonianza evangelica che il Movimento rende in tante parti del mondo”. Richiamandosi al tema dell’incontro, aveva incoraggiato i Vescovi a “testimoniare nell’odierna società la presenza di Cristo risorto, centro della Chiesa” e “principio vitale” che non può non suscitare una “rinnovata vitalità apostolica” e una “audacia missionaria” rispondenti alle sfide dei nostri tempi. Aveva quindi invitato i partecipanti ad essere “segni eloquenti” dell’amore del Signore crocifisso e risorto, presente nel sacramento dell’Eucaristia, e “artefici della sua pace in ogni ambiente”. Chiara Lubich, nel suo intervento letto da Natalia Dallapiccola, una delle sue prime compagne, ha sottolineato che “Gesù risorto non è una presenza statica”, ma agisce essendo “principio unificante e quindi attivo: l’amore”. “Ma ciò – ha aggiunto – richiede la risposta dell’uomo”. “Ogni divisione nella comunità altera l’identità profonda della Chiesa. Ecco perché la Chiesa non è, a volte, amata”. “E’ la reciprocità, la comunione, che rende ‘visibile’ il Signore”. Toccanti le testimonianze dei Vescovi di vari Paesi: esperienze di fecondità evangelizzatrice, di riappacificazione tra etnie diverse e tra politici in terre ferite da conflitti, come in Burundi e Centroamerica. Non sono mancate testimonianze di Vescovi, sacerdoti e laici sulla “rinnovata vitalità apostolica” suscitata dalla presenza del Risorto, nel dialogo ecumenico e interreligioso e nel campo politico e sociale. (altro…)
5 Mar 2005 | Chiesa
La notizia del ricovero del Papa, che ha suscitato sorpresa e trepidazione, è giunta poco prima della conclusione del 29° Convegno spirituale di Vescovi amici del Movimento dei Focolari riuniti al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo dal 19 al 25 febbraio 2005. Prima di partire hanno inviato al Papa il seguente messaggio: Santo Padre carissimo, prima di ripartire da Castelgandolfo, vogliamo farle giungere un calorosissimo saluto assieme ai più vivi auguri di una pronta ripresa. Uniti con tutta la Chiesa, in incessante preghiera, assieme a Maria Santissima chiediamo per Lei specialissime grazie e il conforto dello Spirito Consolatore. Grazie, Santo Padre, per il luminoso esempio di fede e di amore con cui affronta questa nuova prova. Grazie per il Suo ministero che è tutto dono!”. Una nota saliente di questi giorni è stato proprio lo scambio di messaggi con il Papa. Una sua lettera autografa, inattesa in questi giorni di infermità, indirizzata al Card. Miloslav Vlk, promotore dell’incontro, ha dato un’intonazione forte ed incisiva al Convegno. “Davvero, Lei è colui che ‘più ama’ e ‘conferma i fratelli’”, hanno scritto in risposta i Vescovi. Giovanni Paolo II aveva indirizzato un pensiero speciale a Chiara Lubich, esprimendole la sua “riconoscenza per la testimonianza evangelica che il Movimento rende in tante parti del mondo”. Riferendosi al tema del Convegno – “La presenza del Risorto in mezzo al suo popolo: principio vitale della Chiesa del terzo millennio” – il Papa ha incoraggiato i Vescovi a “testimoniare nell’odierna società la presenza di Cristo risorto, centro della Chiesa” e si è detto convinto che da un’adunanza basata su questo “principio vitale” non può non sorgere una “rinnovata vitalità apostolica” e una “audacia missionaria” rispondenti alle sfide dei nostri tempi. Ha quindi invitato i partecipanti ad essere “segni eloquenti” dell’amore del Signore crocifisso e risorto, presente nel sacramento dell’Eucaristia, e “artefici della sua pace in ogni ambiente”. Riprendendo l’appello del Papa, gli interventi dei Vescovi che hanno trascorso insieme giorni di intensa fraternità, hanno dato voce alle numerose sofferenze dell’umanità: guerre, fame, malattie, situazioni politiche ed economiche precarie; ma nello stesso tempo hanno trasmesso una fede ancora più grande nell’agire di Dio che spinge ad un’azione decisa ed illuminata. Così, il Vescovo Simon Ntamwana del Burundi ha raccontato di come l’episcopato del Paese si adopera per creare fra la gente, dopo gli anni difficili che ha vissuto il Paese, una cultura di pace e di riconciliazione. Un Vescovo del Centroamerica, sostenuto da quanto aveva sperimentato nel Convegno dell’anno scorso, ha comunicato come, a partire dalla spiritualità di comunione, è riuscito a svolgere una sorprendente funzione di riappacificatore fra i politici. Un Vescovo della Tanzania, Desiderius Rwoma, ha parlato della diffusione del Vangelo attraverso la costituzione di piccole comunità cristiane, formate spiritualmente, che cominciano ad attirare numerose persone ancor lontane dal cristianesimo. Approfondendo la promessa di Gesù di farsi presente là “dove due o tre sono uniti” nel suo nome (cf. Mt 18,20), Chiara Lubich nel suo intervento – letto da Natalia Dallapiccola, una delle sue prime compagne – ha sottolineato: “Gesù risorto non è una presenza statica”, ma agisce essendo “principio unificante, e quindi attivo: l’amore”. “Ma ciò – ha aggiunto – richiede la risposta dell’uomo”. “Ogni divisione nella comunità è perciò contro natura” anzi, “per essa viene alterata l’identità profonda della comunità che è Cristo presente… Ecco perché la Chiesa non è, a volte, amata”. Occorre pertanto portare i rapporti fra i credenti sempre più “alla reciprocità, alla comunione, che rende ‘visibile’ il Signore”. Consci dell’odierna situazione mondiale, i Vescovi presenti si sono mostrati profondamente sensibili a queste affermazioni che nei giorni successivi si sono approfondite attraverso una serie di riflessioni culturali: del filosofo Giuseppe Maria Zanghì sulla svolta epocale in atto e su sviluppi del dialogo accademico con indù e buddisti; dei due teologi Hubertus Blaumeiser e Brendan Leahy su aspetti di una comprensione della Chiesa che ponga al centro la presenza del Risorto in mezzo ai suoi; della sociologa brasiliana Vera Araujo sulla persona nella società globale. A questi contributi di riflessione hanno fatto da riscontro testimonianze di Vescovi, sacerdoti e laici sulla “rinnovata vitalità apostolica” suscitata dalla presenza del Risorto. La dimensione ecumenica è stata aperta con esperienze sul dialogo della vita tra Vescovi di diverse Chiese e sul cammino di comunione tra movimenti e comunità, reso visibile a Stoccarda nella grande manifestazione del maggio scorso “Insieme per l’Europa”, sulla quale è intervenuto il pastore evangelico Friedrich Aschoff. La dimensione politica è stata illustrata da Lucia Crepaz, presidente del “Movimento politico per l’unità”, che, a partire dall’esperienza ormai decennale di questo Movimento, ha tracciato l’identikit di un’azione politica che s’ intende come servizio alla società e, scegliendo come metodo il dialogo, sa fare senza preclusione “rete fra le diversità”. Particolare interesse, in questo momento di forte crisi dell’istituto famigliare, ha suscitato l’annuncio del “Familyfest” del 16 aprile prossimo, da parte di Annamaria e Danilo Zanzucchi, responsabili del Movimento Famiglie Nuove dei Focolari, volto a dare visibilità alla realtà della famiglia secondo il disegno di Dio e sullo sfondo delle sfide attuali. Molti Vescovi hanno espresso il loro desiderio di cooperare alla realizzazione dei Familyfest che si svolgeranno nelle loro nazioni. Ne sono previsti infatti 120 in tutto il mondo, collegati in diretta televisiva con Roma. “Ho avvertito qui un Vangelo fresco”, ha dichiarato al momento delle conclusioni uno dei 20 partecipanti dell’Africa presenti, il Vescovo Jean Ntagwarara del Burundi. Ed esprimendo una convinzione condivisa da numerosi suoi confratelli: “Vivere la spiritualità di comunione è il rimedio che può guarire le tante ferite del nostro popolo”. E così si è espresso il vescovo Giovanni Dettori della Sardegna: “Questa unità mi dà forza: si sperimenta che siamo un cuor solo e un’anima sola”. La constatazione più frequente dei partecipanti era infatti quella di aver sperimentato nei giorni del Convegno “Gesù vivo”, non solo quello di 2000 anni fa, ma il Gesù che ancora oggi tocca i cuori e muove menti e braccia ad agire in un modo conforme al suo Vangelo e ad esprimere il dono del suo amore fra gli uomini. Momenti particolarmente intensi, nel contesto di quest’anno dedicato all’Eucaristia, sono state le concelebrazioni animate di giorno in giorno dai Vescovi di un Continente diverso con elementi caratteristici della loro cultura. (altro…)
4 Mar 2005 | Cultura
Da quasi vent’anni lavoro come Operatore Sociale nel campo delle tossicodipendenze. Attualmente mi occupo di soggetti in doppia diagnosi e sto collaborando ad un progetto di ricerca destinato a stabilire criteri di revisione empirica dei risultati per le comunità terapeutiche. La mia attività professionale è iniziata quasi per caso (mi stavo laureando in matematica), dopo aver sperimentato, in alcune attività di volontariato, che applicando in modo molto semplice alcune tra le intuizioni di Chiara Lubich sul modo di amare il prossimo, riuscivo ad entrare profondamente in rapporto con questi ragazzi. Era motivo di interesse anche per me il constatare come il loro percorso terapeutico ed educativo ne fosse arricchito in modo significativo. In capo ad alcuni anni, i frutti di questo lavoro hanno iniziato ad essere degni di attenzione e dentro di me si è sviluppata la convinzione che ciò non poteva essere un caso; doveva necessariamente esserci una precisa relazione di causa ed effetto che giustificasse i risultati che stavano emergendo. Avevo l’impressione di essermi imbattuto in qualche modo in una novità dalle potenzialità significative. Ho sentito quindi l’esigenza di approfondire ciò che stava accadendo e cercare di tradurlo in un modello teorico ben strutturato e quindi in opportune strategie d’intervento.
Come mettersi in relazione con l’altro
In questi anni le riflessioni in tal senso sono state molte, ma forse il concetto sociologico che mi è stato più utile in questo lavoro di ricerca, è stato quello di empatia. Il sociologo Achille Ardigò, per esempio, la descrive come la capacità di un attore sociale di mettersi intenzionalmente di fronte ad un altro uomo per fare un’esperienza di relazione. Il rendersi conto, cioè, di ciò che l’altro vive in profondità, non commisurandolo con la propria esperienza e non riducendolo a propri schemi ma riconoscendolo nella sua alterità. L’empatia non è vista quindi come un atto mentale ma come un’esperienza attraverso cui l’attore sociale va oltre il mondo di vita quotidiano e si apre ad altre esperienze, anche di rapporto con altre persone. Carl Rogers, uno tra gli autori che più hanno contribuito all’approfondimento del termine, la descrive come la “capacità di vivere momentaneamente la vita dell’altro”. Nel ‘59 egli afferma che ciò significa: “il percepire la cornice interna di riferimento dell’altra persona con accuratezza, con la componente emozionale e con i significati che le appartengono e per di più come se uno fosse l’altra persona”. E’ quasi impossibile non rilevare evidenti similitudini tra l’empatia così come l’abbiamo definita e ciò che Chiara Lubich, nell’esplicarsi del suo pensiero spirituale ha chiamato “Farsi Uno”, idea fondamentale nella relazione di reciprocità così come lei l’ha intuita. Si tratta di un’espressione già presente in alcuni autori, in particolare della scuola fenomenologica, ma che in questo contesto si arricchisce di nuovi significati. Ho scelto alcuni tra i tanti passi in cui lei descrive questo concetto e la “tecnica” per viverlo in modo efficace: “Amare “come sé” l’altro, l’altro sono io. E lo amo come me: ha fame, sono io che ho fame; ha sete, sono io che ho sete; è privo di consiglio, ne sono privo io.” Oppure: “Occorre fermarsi e sentire con il fratello: farsi uno finché ci si addossa il suo peso doloroso o si porta assieme quello gioioso…. Questo farsi uno esige la continua morte di noi stessi.” Ancora: “Farsi uno con ogni persona che incontriamo: condividere i suoi sentimenti; portare i suoi pesi; sentire in noi i suoi problemi e risolverli come cosa nostra fatta uno dall’amore…” “Nel farsi uno occorre essere totalmente e per tutto il tempo staccati da sé. C’è infatti – noi lo sappiamo – chi per attaccamento a sé o a qualcos’altro non ascolta fino in fondo il fratello, non muore tutto nel fratello e vuol dare risposte raccolte via via nella sua testa…” Questo discorso, può essere esteso con molta facilità a quelle che Roger e la sua scuola hanno chiamato “tecniche di comprensione empatica” che tuttora sono molto attuali nel counseling e vengono utilizzate da molti operatori del sociale. Per descriverle esaurientemente occorrerebbe molto tempo; metteremo in luce solo alcune caratteristiche essenziali. La comprensione empatica, si fonda su tre presupposti fondamentali che sono l’empatia, la congruenza (o coerenza interiore del terapeuta) e l’accettazione positiva dell’altro, presupposti che sono non solo presentissimi, ma addirittura indispensabili per chiunque voglia farsi uno col suo prossimo. L’approccio Rogersiano, inoltre, si avvale di tutta una serie di atteggiamenti non verbali che servono a mettere a proprio agio la persona che si ha davanti, tranquillizzarla e “farla sentire importante” (la postura, lo sguardo, il silenzio interiore per far posto all’altro…) che, come abbiamo appena letto, sono indispensabili e particolarmente evidenti in chiunque si stia “facendo uno ”. Si potrebbe continuare a lungo…
Rimuovere il primato dell’Io
Non si può, però, non mettere in luce una profonda e fondamentale differenza, e cioè quella necessaria “morte del proprio io” che Chiara Lubich ripete ogni volta descrivendola come passaggio obbligato e indispensabile. Si sviluppa in questo modo una visione per così dire alterocentrica che non si accontenta del semplice atto di mettersi nei panni dell’altro ma richiede una rivoluzionaria operazione di autoannullamento; si fonda, penso per la prima volta, la relazione con l’alter rimuovendo il primato dell’io. Molti dei moderni approcci nel sociale insistono sull’idea di reciprocità che di conseguenza rischia di essere un po’ inflazionata, ma penso di poter affermare che nessuno di essi si avvicina ad un concetto di reciprocità così puro e così profondo. A mio avviso, però, non bisogna assolutamente fare l’errore di considerare queste riflessioni dal punto di vista puramente speculativo in quanto esse posseggono un campo d’applicazione infinito nella pratica quotidiana e, a maggior ragione nell’agire di un operatore sociale. Nel mio caso, per esempio, hanno permesso di modificare integralmente il mio modo di condurre colloqui aiutandomi a sviluppare tecniche molto efficaci e di facile applicazione. Ho sperimentato più volte che l’atto di rimozione del proprio sé, che abbiamo appena descritto, permette all’individuo che si ha davanti di donarsi perché trova in chi lo sta accogliendo un vuoto da riempire. Così facendo la persona che ha bisogno di aiuto perde, per così dire, la posizione subordinata rispetto a chi la sta accogliendo, si sente di nuovo protagonista del proprio agire e ciò può aiutarla a mettere da parte le sue diffidenze e i suoi meccanismi di difesa per aprirsi in modo spontaneo e più profondo. Molto spesso, persone chiuse e difese, di fronte a questo vuoto posto in essere per amore, si sono, per così dire, “sciolte” e sono riuscite ad aprirsi. Mi sembra importante aggiungere che un siffatto modo di operare non sminuisce la figura di sostegno rappresentata dal terapeuta, anzi, attraverso questo agire comunicativo di grande efficacia, la rafforza in quanto l’annullamento di sé per amore non è uno scomparire ma diventa una profonda espressione dell’essere. Inoltre, ho sperimentato che è possibile mettere in relazione o per usare un termine un po’ improprio, ”fondere“, il nuovo approccio che stiamo descrivendo con teorie o tecniche preesistenti, arrivando a risultati interessantissimi e di grande valore sociologico e socio terapeutico. In questo caso, non si può parlare della superiorità di una impostazione rispetto all’altra in quanto dalla fusione dei due paradigmi nasce prende corpo una sorta di “terza via” che li comprende e arricchisce entrambi caricandoli nuova bellezza e di nuovi significati …. Nel nostro caso, per esempio, il farsi uno può arricchire e rendere più facilmente applicabili le tecniche di ascolto empatico e allo stesso tempo quest’ultime possono fornire uno strumento per farsi uno in modo più efficace. Un altro aspetto da sottolineare, è che in base a quanto abbiamo detto, tecniche e modi di agire che prima erano patrimonio esclusivo di pochi esperti possono trasformarsi, con le dovute cautele, in strumenti efficaci e alla portata di tutti.
Un fatto
Per spiegarmi meglio ricorrerò ad un episodio accadutomi qualche mese fa. Si trattava della situazione del nipote di un mio amico, dopo aver perso prematuramente il padre, aveva iniziato a manifestare preoccupanti sintomi di disagio: aveva lasciato la scuola, sembrava del tutto indifferente verso il proprio futuro, si era chiuso fortemente in se stesso e lasciava intravedere i primi sintomi relativi all’utilizzo di sostanze stupefacenti per così dire “leggere”. Nel momento in cui i familiari della madre, preoccupati da una situazione che stava degenerando, hanno cercato di aprirle gli occhi su quanto stava accadendo, come spesso succede, la donna ha innescato nei loro confronti un meccanismo di rifiuto molto violento. Li ha accusati di giudicare negativamente ciò che non capiscono, e di sparare sentenze. Asseriva che il ragazzo passava una normalissima crisi adolescenziale e non aveva bisogno dell’aiuto di nessuno; li ha tacciati di invidia, di atteggiamento subdolo ecc. A grandi linee è questo il quadro che mi era stato presentato; appariva evidente che qualunque intervento da parte mia o di chiunque operi nel sociale avrebbe rischiato di scatenare una reazione ancor peggiore. Cosa fare a questo punto? La mia esperienza mi portava a ipotizzare che probabilmente per tranquillizzare la donna, poteva essere produttivo utilizzare una metodologia spesso usata in questi casi, che consiste nell’esprimere il proprio punto di vista non attraverso una verità oggettiva che può suonare come una sentenza (con frasi del tipo: “tuo figlio ha un problema”) ma come vissuto personalissimo (attraverso espressioni inconfutabilmente vere ma soggettive del tipo: “Sai, sono preoccupato e questa preoccupazione mi fa star male“). Rimaneva in piedi il problema di spiegare questa tecnica ad una persona che normalmente non si occupa di queste cose. Allora ho pensato che poteva essere importante iniziare consigliandogli di “farsi uno” con la sorella, (forte del fatto che lui sapeva bene di cosa io stessi parlando), chiederle quindi scusa per quanto era successo; accoglierla nel suo evidente dolore, non dare consigli e ascoltarla fino in fondo. Solo a quel punto era eventualmente possibile accennare al problema del figlio ma presentandolo come preoccupazione personale e non come situazione oggettiva. Anche qui il passaggio fondamentale era rappresentato da un atto di “spogliamento” dal proprio sé in quanto era necessario liberarsi completamente del look da “persona brava e saggia” per presentarsi con molta umiltà e dare all’altro la possibilità di esprimersi con libertà. Il risultato è stato notevole, perché di fronte a questo inaspettato atteggiamento di vuoto interiore, la sorella ha avvertito l’impulso di riempirlo col proprio amore e di conseguenza si è aperta tantissimo dando sfogo a tutte le sue preoccupazioni ed alla giusta disperazione di una madre che vede la situazione sfuggirle di mano… Mi sembra che in questo caso sia avvenuta proprio la dinamica di cui parlavamo un attimo fa; l’approccio empatico è stato compreso ed applicato in modo efficace in quanto chi lo ha usato era partito dal presupposto di farsi uno con l’altro. Allo stesso tempo, però, chi voleva farsi uno fino in fondo è riuscito a farlo in modo migliore applicando intelligentemente la tecnica che gli era stata spiegata. Ne è risultata una tecnica nuova che, forte di entrambe le impostazioni, è riuscita a risolvere il problema. Una cosa importante da mettere in luce è che quest’esperienza è stata fatta da una persona che non aveva nessuna pratica nella cosiddetta relazione di aiuto. Essendo però un “esperto” nel farsi uno ha potuto utilizzare questa sua risorsa spirituale ma anche (e in questo caso soprattutto) culturale per comprendere al meglio una metodologia a lui sconosciuta ed applicarla con successo creando un rapporto reciproco di tipo empatico.
Tappe del percorso socio-terapeutico. Parola d’ordine: condivisione
Incoraggiato dai primi risultati, ho pensato di proseguire su questa strada. Il passo successivo è stato quello di elaborare dei gruppi di incontro che, forti di quanto abbiamo appena descritto, spingessero verso un’esperienza di condivisione e reciproco aiuto, attori sociali che per anni avevano vissuto in uno stato di totale isolamento, rinchiudendosi in se stessi e filtrando ogni rapporto con l’alterità attraverso quelle forme di gratificazione autoreferenziale che sono tipiche della tossicodipendenza. La letteratura e le varie esperienze già esistenti in tal senso mi sono venute in aiuto fornendomi strumenti particolarmente efficaci; mi riferisco in particolare ad alcuni gruppi d’animazione che utilizzano giochi interattivi proposti dalla scuola bio-energetica, ed ad altri gruppi di approccio rogersiano o appartenenti a quello che comunemente viene definito approccio socio-affettivo). La mia idea era abbastanza semplice: scegliere alcuni tra questi strumenti e concatenarli in un opportuno percorso socio-terapeutico da proporre ai ragazzi che stavo seguendo, indicando, però, come presupposto fondamentale, un’idea di condivisione basata su quel particolare rapporto interpersonale di tipo empatico che abbiamo appena descritto. Anche qui alcune tra le idee di Chiara Lubich mi hanno aiutato ad arricchire queste metodologie di nuovi contenuti. Faccio riferimento, in particolar modo, ad alcuni “passaggi” che lei consiglia e che si sono rivelati particolarmente efficaci per aiutare piccoli gruppi di individui che vogliano portare avanti un percorso di condivisione e di crescita attraverso un rapporto di reciproco amore fraterno.
Un patto di solidarietà
La prima fase di questo percorso è rappresentata da un “Patto” che può essere descritto come un “Patto di solidarietà e reciproco aiuto”. Si tratta di un passaggio fondamentale che ha lo scopo di aiutare gli individui coinvolti a cementare il rapporto interpersonale ed a rimuovere gli atteggiamenti egocentrici per interessarsi attivamente gli uni agli altri. In questa fase, che può prevedere più di un incontro, può essere opportuno inserire momenti che utilizzano strumenti classici come sociogrammi o altre attività interrelazionali opportunamente riadattate e tradotte in giochi interattivi che aiutano a conoscersi meglio ed entrare in rapporto in modo più profondo. Arricchite dallo spirito di reciprocità e condivisione appena descritto, queste attività acquistano nuova linfa e nuovi significati.
Giochi interattivi
Per fare un esempio, un’idea apparentemente semplice che però ha dato risultati molto interessanti è stata un “gioco” nel quale ognuno estrae a sorte il nome di un componente del gruppo e si impegna per una settimana ad avere nei suoi confronti un’attenzione particolare, a conoscerlo meglio, a stargli vicino e sostenerlo nei momenti di difficoltà… In questo modo ognuno si trasforma in una sorta di tutor, di supervisore della vita dell’altro (per dirla come direbbe un bambino, ognuno si trasforma in un piccolo “angelo custode”) ed è spinto ad uscire dal suo mondo per lasciar spazio all’altro. Inoltre, il risultato dell’estrazione è segreto e ciò contribuisce a creare uno stimolante clima di curiosità. Sarebbe lungo descrivere dettagliatamente i risultati ottenuti, ma lo stupore e l’entusiasmo spesso dimostrato dai partecipanti, nonché il modo in cui sono riusciti concretamente ad aiutarsi, a mio avviso merita molta attenzione. Un aspetto da sottolineare, è che, a prescindere dalle tecniche che si decide di utilizzare, se il suddetto Patto, per così dire, “vacilla”, ossia per qualsivoglia motivo viene a diminuire la volontà di mutuo aiuto descritta, questi gruppi e anche quelli seguono si ritrovano ad essere quasi del tutto svuotati di significato e perdono ogni efficacia.
Scambio di esperienze
Procedendo in questo senso, successivamente è stato possibile strutturare altri incontri basati su uno scambio molto intenso di esperienze vissute e di stati d’animo. Anche qui lo scopo è quello di aiutare i ragazzi ad evadere dalla prigione rappresentata dagli atteggiamenti egocentrici e spingerli a condividere il proprio mondo interiore. Ciò può essere fatto in vari modi, a condizione che lo scambio esperienziale non risulti fine a se stesso ma sia un dono reciproco tra chi parla e chi accoglie.
Una cartolina della tua vita
Anche qui mi limiterò ad un solo esempio: una tecnica tra le tante che si sono mostrate efficaci, è stata quella di chiedere ad ogni componente del gruppo, di regalare una “cartolina della sua vita”, narrando un vissuto emozionalmente significativo in modo da creare un’atmosfera empatica che permettesse agli altri di riviverlo, in un certo senso, assieme a lui. Normalmente questi gruppi assumono contenuti emozionali molto forti. A volte però succedeva che il clima empatico non decollava. In questi casi, indagando sul perché emergevano quasi sempre situazioni di conflitto irrisolto tra alcuni ragazzi. Ciò, come abbiamo già messo in luce, è un’altra conferma dell’importanza terapeutica dell’ aver aderito al Patto sopraccitato in modo pieno e sincero…
Migliorare insieme
Infine, nel momento in cui, attraverso questo percorso, il rapporto tra le persone coinvolte era maturato in modo sufficiente, è stato possibile compiere un ulteriore passo avanti, facendo ricorso a tecniche più impegnative. Mi riferisco in particolare ad una tipologia di gruppo in cui i partecipanti, spinti da una indispensabile volontà di aiutarsi reciprocamente, scelgono una persona e, sotto la guida di un moderatore, gli dicono con rispetto ma in modo molto chiaro prima quali sono i suoi difetti e le cose che dovrebbe migliorare per andare avanti nel suo cammino e successivamente quali sono i suoi pregi ed i suoi punti di forza. Si tratta di un momento (che potremmo definire “della verità”) da gestire con molta attenzione a causa della delicatezza delle problematiche e della possibile fragilità di alcune persone coinvolte. Metodologie simili sono presenti, con qualche differenza, in diversi approcci classici, ma ciò che in questo caso fa la differenza, è proprio lo sforzo di uscire da se stessi per concentrarsi sulle caratteristiche e le problematiche dell’altro. Devo ammettere che spesso i risultati di questi gruppi mi hanno commosso; non avrei mai immaginato sviluppi del genere. Ragazzi molto duri, incattiviti dalla vita, diffidenti e restii al rapporto con gli altri, si sono sciolti creando un clima empatico difficilmente descrivibile. Lo stupore e l’entusiasmo da loro dimostrato ha facilitato il rapporto comunicativo con me e tra di loro in un modo che non avevo mai visto e troppo evidente per essere casuale. Ho ripetuto la cosa più volte e con attori sempre diversi per essere sicuro che i risultati non dipendessero dal particolare campione di persone scelto ma le conseguenze sono state pressoché identiche. E’ chiaro che una esperienza ripetuta così tante volte con gli stessi risultati non può essere frutto di circostanze accidentali. Si tratta sicuramente un discorso da sviluppare, in quanto stiamo parlando di strumenti ancora in embrione ma, a mio avviso, già da questi primi timidi risultati emergono con forza l’efficacia e l’aspetto rivoluzionario del patrimonio socio-culturale che scaturisce dall’esperienza di fraternità universale proposta da Chiara Lubich. (altro…)
3 Mar 2005 | Cultura
L’Economia di Comunione (EdC) è sempre più una realtà in dialogo con istituzioni del mondo politico, civile, religioso, che vedono nel modello EdC un seme di risposta alle domande di solidarietà e di giustizia nel mondo dell’economia.
Riportiamo qui di seguito alcuni eventi in programma per il 2005:
Sportello di orientamento e di sostegno alle imprese del territorio secondo l’economia di comunione:nell’ambito del Quadro Cittadino di Sostegno del Comune di Roma, lo sportello offre un’attività di consulenza e orientamento per le imprese e altri servizi.
- In varie città d’Italia, Europa e in Brasileprendono vita nuove scuole di formazione all’economia di comunione.
Secondo Convegno su economia e felicità All’Università di Milano/ Bicocca, con il professore indiano Amartya Sen, premio Nobel per l’economia Piazza dell’Ateneo Nuovo, 1 16 – 18 giugno 2005
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3 Mar 2005 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Incontro tra la Federazione trentina delle cooperative ed Economia di Comunione
Una delegazione della Cooperazione Trentina si è recata in visita a Loppiano e al nascente Polo imprenditoriale “Lionello Bonfanti”. Da tempo i vertici della Federazione maturavano il desiderio di conoscere l’Economia di Comunione di cui avevano avuto notizia attraverso articoli o casuali contatti. La delegazione trentina era guidata dal Presidente dott. Diego Schelmi, insieme a 20 dirigenti, rappresentativi dei vari settori della produzione, del consumo, del credito e della cooperazione sociale.
Federazione Trentina delle Cooperative
Da 110 anni è il cuore della cooperazione attiva nella provincia di Trento, con oltre 180.000 soci in circa 630 società cooperative: 120 nel settore agricolo, 104 nel consumo, 66 nel credito e 340 nell’ambito del sociale, lavoro, servizi e abitazione. Attraverso la formazione dell’uomo-cooperatore e la promozione degli ideali cooperativi soprattutto fra i giovani, la Federazione contribuisce a mantenere vivo il patrimonio di storia e di solidarietà sociale del popolo trentino. Dall’incontro a Loppiano emerge come la Cooperazione Trentina – che ha una lunga tradizione di solidarietà, di operosità e di impegno nell’economia sociale e nel tessuto capillare del Trentino – costituisca una sorta di retroterra per l’Edc, se si guarda come parte integrante di quella cultura nella quale Chiara Lubich nacque e crebbe, tessuto sociale al nuovo carisma dell’unità che si sarebbe via via manifestato, diffuso e concretizzato anche in una nuova esperienza economica. Nell’intervento del prof. Luigino Bruni risulta significativa “L’importanza nell’economia di oggi di attuare due esigenze del Vangelo: essere ‘città sul monte’ -, la cittadella della Cooperazione in progetto a Trento da parte della Federazione, e i Poli industriali come laboratori economici per l’Edc – ed essere ‘sale e lievito’ – la capillarità delle cooperative nel territorio trentino, e le quasi 800 imprese di Edc immerse nell’imprenditoria di tutto il mondo. Ricorre una promessa: quella di consolidare la reciproca conoscenza, perché nelle due diverse esperienze economiche, si confermi l’impegno a formare persone che sappiano agire economicamente in modo evangelico e costruiscano e diffondano una nuova cultura economica. Alla fine della giornata si respira la forza genuina di due ispirazioni di solidarietà e di comunione che potranno efficacemente ‘cooperare’ per l’unità. ‘Unitas’ è, infatti, la frase incisa nello stemma centenario della Federazione delle cooperative trentine. E “Unità” declinata come “comunione” è lo scopo delle aziende e il fulcro del pensiero del Movimento economico di comunione.
Sportello di orientamento e di sostegno alle imprese del territorio secondo l’Economia di comunione
Nell’ambito del Quadro Cittadino di Sostegno del Comune di Roma, lo sportello ha in progetto di:
- Offrire un servizio di consulenza e orientamento per le imprese
- Facilitare l’acquisizione di competenze adeguate alla creazione di imprese mediante corso di formazione
- Diffondere la conoscenza del modello Economia di Comunione anche nelle scuole del territorio
- Sostenere e accompagnare gli imprenditori che aderiranno
Enti promotori: Comune di Roma – Municipio VII – Borgo Ragazzi don Bosco – Associazione “Nuove vie per un mondo unito” (altro…)
3 Mar 2005 | Cultura
Prima scuola sociale dell’economia di comunione
Cosa significa operare per un’ economia che dia spazio al principio di reciprocità, alle virtù civili, alla comunione?Può un’impresa al tempo stesso essere solidale ed efficiente? A queste ed altre domande cerca di rispondere la prima scuola sociale dell’economia di comunione, attraverso un ciclo di lezioni a Villapiana Lido (Cosenza). Il 21 gennaio c’è stata l’inaugurazione della scuola con il primo modulo di lezioni tenute dal prof. Luigino Bruni, con circa un centinaio di persone provenienti da tutta la Calabria e dalla Sicilia. Le altre lezioni si svolgeranno, con scadenza mensile, fino al maggio 2005. Nata in collaborazione con la Diocesi di Cassano all’Ionio, la scuola di formazione sociale si rivolge ad operatori economici, imprenditori, studenti e quanti sono interessati ad una visione di economia incentrata sul principio di reciprocità.
Calendario dei lavori 2005
21 gennaio: Inaugurazione 22 gennaio: Alcuni concetti fondamentali di una economia civile e di comunione – prof. Luigino Bruni 25/26 febbraio: Fiducia e incentivi nelle organizzazioni – prof. Vittorio Pelligra 18/19 marzo: Fiducia e incentivi nelle organizzazioni – dr. Giovanni Mazzanti e consulenti Gm&p consulting network 22/23 aprile: Bilancio sociale e bilancio a più dimensioni – dr.ssa Elisa Golin 20/21 maggio: Economia come impegno civile – prof. Stefano Zamagni
“Scuola Mediterranea dell’Economia di Comunione”
L’11 febbraio 2005, a Benevento (presso il Centro Mariapoli Faro) è stata inaugurata la Scuola Mediterranea dell’EdC, con partecipanti da Campania, Abruzzo, Puglia, Molise e Basilicata. Collegate in videoconferenza la Sicilia e la Sardegna, mentre la Calabria, e Malta erano collegate via audio. Approfondito il tema: “Dio amore e l’economia”, a cui sono seguite esperienze di imprese. Antonietta Giorleo e Luigino Bruni hanno svolto i temi di riflessione, mentre l’imprenditore pugliese Enzo Scarpa ha donato la sua esperienza di imprenditore EdC. E’ seguito un ricco e partecipato dialogo con i 250 presenti e con tutte le sedi collegate. I prossimi appuntamenti: 1 aprile e 3 giugno 2005.
Nuove scuole di formazione all’EdC
Croazia, Mariapoli Faro: il 29 e 30 Gennaio è stata inaugurata vicino Zagabria la Scuola di formazione all’EdC per il Sud-Est europeo. 140 i partecipanti, che, insieme ad Alberto Ferrucci e Luigino Bruni, hanno riflettuto sul significato dell’amore nella vita economica. Il 31 maggio l’EdC è stata presentata con due conferenze alla facoltà di Pedagogia e a quella di Economia nell’Università di Zagabria. Prima Scuola di Formazione per operatori nel Semiarido – Fortaleza, Brasile Nel luglio 2004 il Governo dello stato del Cearà aveva promosso un simposio con alcuni rappresentanti dell’EdC, per studiare insieme un progetto culturale nella zona del semiarido, dove vivono, in condizioni di disagio, oltre un milione di contadini. Da quel primo incontro è nata l’idea di una scuola di formazione, “Escola de economia humana do projeto sertão vivo”, che sarà inaugurato il prossimo 11 marzo a Fortaleza, con la presenza del Governatore dello Stato del Cearà, e del ministro dell’agricoltura. (altro…)
28 Feb 2005 | Nuove Generazioni
In questo popolo nato dal Vangelo e ormai diffuso in tutto il mondo, ci sono anche bambine e bambini che condividono la spiritualità dell’unità e la vivono nella vita quotidiana secondo la loro particolare sensibilità. Al loro ultimo congresso mondiale, una bambina coreana ha chiesto a Chiara Lubich: «Tu ci insegni a dare sempre, senza risparmiare mai. Io però non ho tante cose da dare. Come posso fare?» La risposta è diventata un colorato libretto che illustra i molti modi del dare Dare in prestito una matita; dare un aiuto in cucina alla mamma; insegnare un gioco a chi non lo conosce; dare un ascolto a chi vuole essere ascoltato; dare una risposta gentile; dare una parte della merenda; dare il “buon giorno” con amore; dare perdono; dare un sorriso; dare un aiuto ai poveri; dare compagnia; dare un regalo; dare una mano; dare una gioia; dare una bella notizia. Alcuni flash dal mondo:
Dare una bella notizia – In una città molto grande del Messico, Cecilia, Martina, e Alejandra sono state invitate a raccontare le loro esperienze alla radio locale. Si sono preparate insieme e hanno chiesto a Gesù di aiutarle. Cecilia ha raccontato dell’arte di amare, e Alejandra ha raccontato come ha amato un nemico. Martina dice al microfono: “Abbiamo decorato un salvadanaio dove mettiamo i soldi per i bambini poveri. Tutti i soldi che ricevo, li risparmio per comperare dei dolcetti, che poi vendo per guadagnare ancora di più per i poveri, perché in tutti c’è Gesù che mi dirà: ‘L’hai fatto a me’. Quest’anno con i soldi risparmiati abbiamo comperato coperte e maglioni per i poveri che stanno vicino alla porta della chiesa”. Dare compagnia – Un pomeriggio ero molto stanco e faceva molto caldo. Alcuni amici mi hanno invitato a giocare a pallone, ma il sole picchiava così forte che non ci volevo proprio andare. Poi ho pensato che potevo amarli e sono andato. Dopo un po’ uno di questi amici, vedendo che ero tutto sudato, è andato al bar e ha comprato un’aranciata per me. (A. – Pakistan) Dare consolazione – Un giorno stavo giocando con il più piccolo dei miei fratellini, mentre l’altro dormiva. La mamma mi ha mandato al mercato per comprare banane e verdure. Quando sono tornato, il fratellino che prima dormiva era già sveglio e piangeva. “E’ Gesù”, ho pensato, e l’ho preso a giocare con me. Per farlo contento abbiamo giocato con le biglie, il gioco che gli piace di più. Ero felice e il gioco è andato molto bene. (T. – Madagascar) (Esperienze e immagini sono tratte dal periodico Gen 4) (altro…)
28 Feb 2005 | Parola di Vita
Se c’è una realtà misteriosa nella nostra vita è il dolore. Vorremmo evitarlo ma, prima o poi, arriva sempre. Da un banale mal di testa, che sembra avvelenare le più semplici azioni quotidiane, al dispiacere per un figlio che prende una strada sbagliata; dal fallimento nel lavoro, all’incidente stradale che ci porta via un amico o un familiare; dall’umiliazione per un esame non riuscito, all’angoscia per le guerre, il terrorismo, i disastri ambientali…
Davanti al dolore ci sentiamo impotenti. Anche chi ci è accanto e ci vuol bene è incapace spesso di aiutarci a risolverlo; eppure a volte ci basta che qualcuno lo condivida con noi, magari in silenzio.
Questo ha fatto Gesù: è venuto vicino ad ogni uomo, ad ogni donna, fino a condividere tutto di noi. Più ancora: ha preso su di sé ogni nostro dolore e si è fatto dolore con noi, fino a gridare:
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
Erano le tre del pomeriggio quando Gesù lanciò questo grido verso il cielo. Da tre lunghe ore era appeso alla croce, inchiodato mani e piedi.
Aveva vissuto la sua breve vita in un costante atto di donazione verso tutti: aveva sanato i malati e risuscitato i morti, aveva moltiplicato i pani e perdonato i peccati, aveva pronunciato parole di sapienza e di vita.
Ancora, sulla croce, dà il perdono ai carnefici, apre il Paradiso al ladrone, e infine dona a noi il suo corpo e il suo sangue, dopo averceli dati nell’Eucaristia. E infine grida:
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
Ma Gesù non si lascia vincere dal dolore; come per una divina alchimia lo tramuta in amore, in vita. Infatti, proprio mentre sembra sperimentare l’infinita lontananza dal Padre, con uno sforzo immane e inimmaginabile, crede al suo amore e si riabbandona totalmente a Lui: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” .
Ristabilisce l’unità tra Cielo e terra, ci apre le porte del Regno dei cieli, ci rende pienamente figli di Dio e fratelli tra di noi.
È il mistero di morte e di vita che celebriamo in questi giorni di Pasqua, di resurrezione.
È lo stesso mistero che sperimentò in pienezza Maria, la prima discepola di Gesù. Anche lei, ai piedi della croce, è stata chiamata a “perdere” quanto aveva di più prezioso: il suo Figlio Dio. Ma in quel momento, proprio perché accetta il piano di Dio, diviene Madre di molti figli, Madre nostra.
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
Col suo infinito dolore, prezzo della nostra redenzione, Gesù si fa solidale in tutto con noi, prende su di sé la nostra stanchezza, le nostre illusioni, i disorientamenti, i fallimenti e ci insegna a vivere.
Se Egli ha assunto tutti i dolori, le divisioni, i traumi dell'umanità, posso pensare che dove vedo una sofferenza, in me o nei miei fratelli e sorelle, vedo Lui. Ogni dolore fisico, morale, spirituale mi ricorda Lui, è una sua presenza, un suo volto.
Posso dire: “In questo dolore amo te, Gesù abbandonato. Sei tu che, facendo tuo il mio dolore, vieni a visitarmi. Allora te voglio, te abbraccio!”
Se siamo poi attenti ad amare, a rispondere alla sua grazia, a volere ciò che Dio vuole da noi nel momento che segue, a vivere la nostra vita per Lui, sperimentiamo che, il più delle volte, il dolore sparisce. E ciò perché l’amore chiama i doni dello Spirito: gioia, luce, pace. Risplende in noi il Risorto.
Chiara Lubich
24 Feb 2005 | Cultura
Editoriale
UNA SFIDA PER L’UOMO – La nostra è un’epoca particolarmente difficile, segnata da innegabili conquiste e da altrettanto innegabili smarrimenti. Da qui, grandi possibilità di maturazione per l’uomo, e insieme grandi possibilità di involuzione. In questo panorama complesso la dimensione etica della vita umana è in crisi. Etica che prima d’essere un insieme anche sacro di norme, è la rivelazione delle radici dell’uomo e il pulsare vitale in esse per sempre più ampie attuazioni. E tutto ciò a causa dello smarrimento dell’autentica dimensione spirituale: smarrimento per il quale il passaggio dal già vissuto al non-ancora vissuto, è oggi tentato da una soluzione radicale: il non-ancora vissuto come negazione del già vissuto. Siamo, perciò, davanti a un’etica della trasformazione continua, di fronte a un’etica dell’immobilità, della pura conservazione. Solo nell’etica dell’amore le due prospettive possono trovare il loro punto di equilibrio.
Nella luce dell’ideale dell’unità
CONFERIMENTO DELLA LAUREA HONORIS CAUSA IN TEOLOGIA DELLA VITA CONSACRATA – di Chiara Lubich – Riportiamo il testo dell’intervento preparato per il 25 ottobre 2004 in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa in teologia della vita consacrata al Claretianum di Roma. L’”APOSTOLATO” NELLA VITA DELLA CHIESA – di Pasquale Foresi – La parola «apostolato» ha ormai acquisito nel linguaggio usuale il senso piuttosto generico di «diffusione del regno di Dio» con la parola, con le opere o con la preghiera. Pertanto l’Autore partendo dalle fonti della Rivelazione cerca di cogliere il significato che il Nuovo Testamento ha dato a tale vocabolo che vi si trova esplicitamente solo pochissime volte e sempre in relazione alla parola «apostolo» – essendo l’apostolato il contenuto della sua azione. Dopo aver sottolineato come dai testi del Nuovo Testamento emergano due concezioni del termine greco apóstolos, una più giuridica in Luca e una più carismatica in Paolo, si analizzano alcuni brani significativi che presentano i primi seguaci di Gesù, la chiamata degli apostoli, la scelta dei Dodici e la loro prima missione. Infine viene trattata la questione di poteri loro conferiti nei confronti della comunità per concludere con l’unico brano esplicito del NT circa l’apostolato dei fedeli. LA TERZA NAVIGAZIONE. PREGHIERA DI UN FILOSOFO – di Giuseppe M. Zanghì – «La sapienza è una delle cose più belle, ed Eros è l’amore per il bello. Perciò è necessario che egli sia filosofo e, in quanto filosofo, che sia intermedio fra il sapiente e l’ignorante». Così Platone nel Simposio. E questo filosofare è forza di braccia, è “fatica”, quella «fatica del concetto» di cui parlerà Hegel molti secoli dopo. E’ la «seconda navigazione» che si fa non più affidandosi allo scorrere delle acque ma alla forza dei remi. Affascinato, fin dalla giovinezza, da questa seconda navigazione, l’Autore racconta – con un linguaggio intimo, vivido e che si fa spesso preghiera –, tutto il percorso che da lì si è snodato fino ad approdare alla scoperta e all’esperienza di «un amore altro da Eros, che seppi chiamarsi Agápe». Un amore che apre a quella che egli chiama «terza navigazione», affidata, questa, non più alla forza del remo e alla fatica del concetto ma al soffiare dello Spirito.
Saggi e ricerche
SULLA LOGICA TRINITARIA DELLA VERITÀ CRISTIANA – di Piero Coda – Ciò che interpella oggi la verità cristiana è la sua capacità di farsi percepire come umanamente rilevante e persino decisiva: come quella via che dà ragione del destino dell’uomo e del mondo alla luce di Gesù Cristo. Ciò invita a una riproposizione creativa della “logica” intrinseca alla verità cristiana, tenendo conto dei guadagni dell’epoca classica e anche di quelli dell’epoca moderna, ma riproponendoli e, per così dire, sviscerandoli e riordinandoli più profondamente secondo il disegno originale della «logica trinitaria» esibita dalla rivelazione. EUROPA. I SUOI FONDAMENTI SPIRITUALI IERI, OGGI E DOMANI – di Joseph Card. Ratzinger – Riportiamo per gentile concessione dell’Autore e del Presidente del Senato della Repubblica Italiana, Sen. Marcello Pera, l’intervento tenuto presso la Biblioteca del Senato, il 13 maggio 2004. In esso l’Autore partendo dalla domanda su cosa sia propriamente l’Europa, sottolinea come essa solo in maniera del tutto secondaria sia un concetto geografico: l’Europa non è un continente nettamente afferrabile in termini geografici, ma è una realtà culturale e storica. LA SOCIOLOGIA RELAZIONALE: UNA PROSPETTIVA SULLA DISTINZIONE UMANO / NON UMANO NELLE SCIENZE SOCIALI – di Pierpaolo Donati – L’Autore espone, in grande sintesi, il senso dell’approccio relazionale nelle scienze sociali, nella versione del realismo critico da lui proposto. Tale approccio parte dalla constatazione che la società contemporanea è caratterizzata da un progressivo distanziamento fra l’umano e il sociale e che, di conseguenza, il sociale non è più percepito come il luogo dove abiti l’umano. L’umano si trova altrove rispetto a ciò che costituisce il tessuto sociale degli incontri che stanno fra i soggetti agenti: sta negli stati interiori degli individui oppure in rappresentazioni o fantasie collettive. Di fronte a tale esito storico, l’Autore sostiene che occorre elaborare un nuovo paradigma teorico che connetta fra loro l’umano e il sociale, da un lato assumendo la loro crescente differenziazione, e dall’altro cercando una teoria sociale e applicazioni pratiche che portino ad un livello più elevato la loro reciproca integrazione. Nella parte critica il saggio sottolinea le profonde ambiguità che hanno caratterizzato il pensiero del Novecento e la necessità di superare, i riduzionismi, le contraddizioni e i dilemmi che abbiamo ereditato dalle scienze sociali moderne.. Nella parte ricostruttiva viene delineato un quadro concettuale volto a definire ciò che vi è di umano nel sociale in chiave relazionale, nell’orizzonte della società in via di globalizzazione.
Spazio letterario
HELENO OLIVEIRA, POETA MIGRANTE, UOMO DI DIALOGO – di Giovanni Avogadri e Giovanni Casoli – Dieci anni fa, la nostra rivista pubblicò alcune poesie di Heleno Oliveira, focolarino brasiliano, poeta e professore universitario. Dopo la sua morte, alcune delle voci più alte del mondo culturale luso–brasiliano, Sophia de Mello Breyner Andresen, Luciana Stegagno Picchio, Armindo Trevisan, hanno presentato in Portogallo, Italia e Brasile raccolte e sillogi di colui che fino ad allora era stato uno sconosciuto. Nel maggio del 2004 la raccolta antologica di Repubblica sulla poesia luso–brasiliana ha consacrato la voce di Heleno nel “canone” di quella letteratura. Presentiamo adesso, con un contributo a due voci, una scelta di poemi dalle raccolte finora pubblicate, più alcuni inediti. RIVISITAZIONI. L’ORRORE PER LA GUERRA – di Oreste Paliotti – Quale messaggio ci tramanda un capolavoro dell’arte musiva come la celebre Battaglia di Alessandro? E’ quanto si chiede l’Autore in questo breve testo.
Per il dialogo
Nel 40° ANNIVERSARIO DELL’ISTITUZIONE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO – di Teresa Osorio Gonçalves – A quaranta anni dalla sua istituzione il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha organizzato, dal 14 al 19 maggio 2004, un’assemblea plenaria che si è conclusa, con una sessione pubblica all’Università Urbaniana. In tale assemblea si è ribadito che il fondamento teologico di tale dialogo, come è espresso nella dichiarazione conciliare Nostra Aetate,è Dio stesso, in cui tutti i popoli trovano origine e meta. La Chiesa nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle varie religioni.
Libri
UNA NUOVA PROPOSTA DI TEOLOGIA DELLE RELIGIONI NE ‘IL LOGOS E IL NULLA’ DI PIERO CODA – di Juvénal Ilunga Muya e Adriano Fabris – Nel corso degli ultimi decenni, numerose sono state le pubblicazioni dedicate alla teologia delle religioni e al dialogo interreligioso, ma rari gli studi che abbiano tentato di fondare teologicamente, sulla base di una solida spiritualità e riflessione speculativa, l’identità cristiana come relazione all’altro e quindi l’impegno non opzionale ma originario dei cristiani al dialogo. Il recente libro di Piero Coda, Il Logos e il nulla. Trinità religioni mistica (Città Nuova Editrice, 2003, che già nel 2004 ha visto una nuova edizione), tra le tante cose che offre, viene a colmare questa mancanza. Di esso si rilevano, nelle presenti recensioni, alcuni aspetti di fondo: il carattere relazionale del cristianesimo, la centralità della rivelazione trinitaria nell’evento pasquale di Cristo, la missione stessa della Chiesa come relazione agapica, nell’intento di sottolineare l’originalità e la provocazione a pensare che suscita la proposta innovatrice di una teologia cristologica delle religioni fondata sul Cristo crocifisso, abbandonato e risorto. E, in ultimo, la possibilità, all’interno di tale impostazione, di un dialogo fecondo con altre prospettive disciplinari. NUOVA UMANITÀ XXVII – Gennaio – febbraio – 2005/1, n.157 SOMMARIO (altro…)
22 Feb 2005 | Chiesa
Di mons. Giussani ho un ricordo che non si cancellerà mai. Avevo avuto con lui un colloquio personale a Milano, nel novembre 1998, poco dopo quello storico incontro dei Movimenti con il Papa in piazza s. Pietro, la vigilia di Pentecoste di quell’anno. E’ una delle poche volte che ho avuto l’impressione di incontrare un santo, una santità conquistata con non poche sofferenze. Forte poi un’altra impressione che ho ripetuto ai suoi collaboratori: “Ho incontrato un carisma autentico!”.
Il Papa, in quella vigilia di Pentecoste, ci aveva chiesto “comunione ed impegno”. Era per questo motivo che mi ero recata a Milano. Quell’incontro con il Papa era stato
per tutti noi, come mons. Giussani ha poi scritto anche in una lettera alla sua Fraternità, “la giornata più grande della nostra storia”. E aggiungeva: “L’ho detto anche a Chiara e a Kiko, che avevo di fianco in piazza san Pietro: come si fa, in queste occasioni, a non gridare la nostra unità?”. “La nostra responsabilità è per l’unità, fino a una valorizzazione anche della minima cosa buona che c’è nell’altro”.
Da allora non sono mancate le occasioni per crescere nella conoscenza reciproca e nella comunione, sia personale che come movimenti, in Italia e in altri Paesi. Nel cuore mi resta un’ immensa gratitudine per la sua vita spesa senza risparmio a servizio di un carisma che ha immesso nella Chiesa una nuova corrente di intensa vita spirituale, spalancando a migliaia e migliaia di uomini e donne del mondo l’incontro personale con Gesù e suscitando tante opere concrete in risposta alle attese del nostro tempo. Ora la mia, nostra preghiera è non solo per lui, ma per la sua Opera, nella certezza che porterà nuovi abbondantissimi frutti dello Spirito. Chiara Lubich (altro…)
20 Feb 2005 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
«Dopo questi eventi non si riesce ad essere più come prima. Mi succede di svegliarmi di notte e di pensare a questi miei fratelli e sorelle del sud. Conosco queste zone: sono delle vere perle di bellezza. E’ tutto distrutto: cose e vite umane… Risuonano dentro le domande che da millenni ci seguono e ci aspettano: “Cos’è l’uomo? Cos’è la vita che stiamo vivendo?” Risuona in tutto il Paese questo grido: “Perché… perché tutto questo?” Questo dolore solca l’aria, come la puzza terribile dei corpi in decomposizione. Non puoi andare avanti nemmeno un metro senza vederne uno.
Buddisti e cristiani sono d’accordo nell’affermare che il lavoro più grande post-catastrofe sarà quello spirituale: dare una risposta a questo senso di smarrimento che attanaglia le anime di molti. Non si possono contare le persone che di colpo, dopo mesi e mesi di scarsità di donatori, si sono letteralmente riversate nelle corsie degli ospedali, in cerca di una siringa per donare il proprio sangue! Sì, ci sono troppi donatori, tanto che già due volte siamo dovuti ritornare indietro io ed un amico mio. Continuo a non dormire la notte: sento le grida della gente che soffre e delle migliaia che corrono in loro soccorso. Tornando a casa trovo una piccola scatola bianca: sono i risparmi di uno studente di scienze politiche, che con i suoi amici, in poche ore, ha raccolto un bel po’ di denaro: eppure lo giudicavo un “insensibile”… Poche ore prima un ragazzino ci aveva portato il sacco dei suoi vestiti «per i nostri al sud». Così un’altra famiglia: tutti corrono, tutti fanno qualcosa. Uno dei nostri amici mi ha chiesto la macchina in prestito: finalmente aveva una buona occasione per dare un colpo d’ala alla sua vita, distribuendo un bel po’ di vestiti superflui: impossibile usare il motorino. Il paese è cambiato, la gente è trasformata. Da vent’anni li conosco i thai, e mai li ho visti così, nella donazione e tutti insieme. Sono felice di stare qui, di piangere i loro morti che ora sono i miei e con tanti far quello che è possibile. Tutti sono mobilitati: anche l’elicottero di una principessa, che trasporterà un piccolo svedese di pochi mesi, salvato per miracolo. Lei ha perso suo figlio, travolto dall’onda. Penso a quell’attrice che ho riconosciuto in mezzo ai soccorsi, ai pacchi, alle medicine da distribuire. Si vedeva dai suoi occhi luminosi che l’amore ci illumina dal di dentro, ci trasfigura. Persino quel riccone, col suo paracadute motorizzato, è venuto al sud per sorvolare le zone disastrate ed avvertire della presenza di cadaveri. Recuperare i corpi in decomposizione è l’allarme del momento. Questo Paese, dunque, non è sensibile solo ai bollettini economici, ma anche sa piangere i propri morti come quelli di quanti sono venuti qui solo per una vacanza e ci hanno lasciato la vita. Siamo uomini, siamo fratelli: è la risposta che mi nasce dentro in queste ore post-tsunami. La solidarietà che respiri nell’aria andando in giro per le strade è più forte dell’odio stupido e cieco che le notizie di guerra ti vorrebbero portare. La gente presta attenzione alle migliaia di storie di solidarietà “fino al dono della vita”, nate durante e dopo l’onda. Una ragazza inglese piange uno sconosciuto tailandese dalla maglietta arancione che l’ha salvata facendola aggrappare ad un albero. Lui poi, è scomparso nell’acqua. Ci si guarda tutti, anche al semaforo, con occhi diversi. Si annullano distanze, differenze. Non ci stordiscono più il successo, la salute, il benessere. Sarei potuto essere io al posto loro! E’ questo in definitiva il senso della vita, e la tragedia te lo svela: l’amore nasce dal dolore, vissuto e superato a favore di un altro essere umano. Per questo ho fiducia che quel «che tutti siano una cosa sola» un giorno si realizzerà». (L. B. – Tailandia) Tratto da CN n. 2/2005 (altro…)
20 Feb 2005 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Le adozioni a distanza e i progetti di ricostruzione e sostegno economico si muovono insieme per garantire sia un primo soccorso e far fronte così all’emergenza, sia un sostegno mirato alla ripresa e allo sviluppo economico e sociale. Grazie ai nostri amici musulmani in Indonesia, si sono aperte alcune strade per favorire gli aiuti alla popolazione.
I primi interventi
Fino al 1° febbraio sono arrivati all’AMU 280.000 € provenienti da tutto il mondo, anche dalle zone più povere. Così sono stati avviati alcuni progetti in India, Indonesia, Tailandia.
India
Da Madras, Tamil Nadu, una giovane con il fratello e gli amici ha organizzato una rete di aiuti alle persone del posto. Con la somma inviatale sta mantenendo 14 bambini sotto i due anni, qualche adulto ammalato, ha acquistato medicine per un ospedale delle suore francescane di Madras, e adesso propone l’acquisto di reti da pesca per 333 famiglie di Nargecoil e materiale scolastico per 250 bambini. Ecco quanto ci scrive: «A Nargecoil ci sono famiglie che come lavoro producono delle reti per la pesca. Ma hanno perso quasi tutto. Col nostro aiuto potrebbero riprendere questo lavoro. Ogni famiglia di pescatori ha bisogno di una rete di 5 kg. I pescatori vivono in un villaggio a Kovalam nel Tamil Nadu che è a circa due ore da Madras. In questo modo potremmo aiutare sia le famiglie che producono le reti, sia quelle che ne hanno bisogno. I pescatori sono cattolici, indù e musulmani. Il vescovo di Kovalam è già intervenuto, ma sono rimaste ancora 333 famiglie senza nessun aiuto. Un cardiologo di Madras ha donato una grande imbarcazione e se le famiglie avranno le reti potranno usarla insieme. Infatti queste famiglie non vogliono tanto il piatto di riso che il governo passa ogni giorno, dovendo percorrere lunghe distanze per avere la loro razione, ma sono felici di avere un aiuto per poter ricominciare a lavorare. Mio fratello ed un suo amico sono andati ieri a vedere la situazione e per trasportare le primi reti da Nargecoil a Kovalam (700 km). Hanno trovato un trasporto gratis: le autobotti di benzina e i camion che portano le bombole del gas. Il totale necessario per queste reti sarà di circa 7.200 Euro». «Ci sono due scuole cattoliche. I bambini sono traumatizzati e si deve aiutarli a tornare al più presto a scuola per rientrare nella normalità. Siamo già riusciti a
trovare il grembiulino e le scarpe, la piccola lavagna dove scrivono, un quaderno… mancano ancora 250 bambine. Il totale della spesa sarebbe circa 1000 Euro».
Indonesia
Fra i vari progetti abbiamo avviato un sostegno alimentare e scolastico di 400 bambini di Aceh, Nias e rifugiati a Medan, in attesa di regolari adozioni a distanza; un sostegno alle attività di E., musulmana, che porta aiuti in un campo profughi musulmano ad Aceh; è partito un primo «campo di lavoro» a Sumatra: dal 5 al 13 febbraio, in corrispondenza delle ferie per il Nuovo Anno Cinese, da Singapore due gruppi di giovani si sono messi in viaggio per aiutare con il proprio lavoro e il denaro mandato dall’AMU le persone colpite dallo Tsunami. Questi giovani presteranno il loro servizio ad Aceh, guidati da un pastore metodista, e a Nias, da un parroco cattolico. Per venire incontro a queste necessità è già stato assicurato un primo finanziamento di 36.000 Euro.
Thailandia
Abbiamo deciso di collaborare al progetto della Conferenza Episcopale thailandese per il rilancio dell’economia locale attraverso l’acquisto di barche per i pescatori colpiti dallo tsunami. Sono stati stanziati allo scopo 50.000 Euro. (altro…)
19 Feb 2005 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Una vita da marinaio
R.: «A causa della guerra a 5 anni ho perso mio padre, la casa e l’agiatezza. Ho sofferto per le ingiustizie sociali che si riflettevano sulla mia famiglia suscitando in me sentimenti di ribellione. Sognavo di poter vivere libero in un mondo di vera fraternità. A 20 anni, finiti gli studi nautici, carico di entusiasmo, mi sono imbarcato su una nave come allievo ufficiale, ma, a bordo, la realtà era ben diversa dai miei sogni. I rapporti tra i compagni di equipaggio erano duri e suscitavano in me altrettanta durezza; anche Dio lo sentivo lontano e indifferente alla condizione degli uomini. Ero nella solitudine più cruda. Durante una licenza, conosco M., e si spalanca per me un orizzonte inaspettato di felicità. Con il matrimonio lascio il mare; la nostra vita a due è densa di reciproche aspettative che ben presto, però, naufragano nell’incomprensione e nell’incapacità di accoglierci con i nostri limiti e le nostre diversità, arrivando allo scontro. La delusione è grande e alla speranza subentra lo smarrimento: ci separiamo. E’ il crollo di tutto. Sono oppresso da un senso di fallimento, di angoscia, di disperazione. Una persona amica mi porta nella cittadella del Movimento dei Focolari, Loppiano. Scopro un altro volto di Dio: lo scopro vicino, Amore. Allora c’è speranza! – mi dico. Un’ondata di gratitudine e gioia profonda m’invade. Vorrei comunicarla a M. ma non so come raggiungerla. Intanto muovo i primi passi sulla strada della fraternità: a contatto con altre persone che condividono questo spirito, sperimento che la fraternità non è un’utopia».
Nell’amore la risposta
M: «Nel buio in cui mi trovavo, anch’io sono venuta in contatto con l’ideale dell’unità, con quell’amore di cui ero assetata ma di cui non conoscevo la fonte. Le parole del Vangelo: “Amatevi come io ho amato voi”, mi hanno raggiunta con una forza rivoluzionaria che ha capovolto la mia vita. In Gesù ho scoperto che l’amore è dono totale di sé».
Sboccia un amore nuovo
R: «Quando mi è arrivata una lettera da M. in cui mi comunicava la sua gioia per questa scoperta, mi sembrava di sognare. Dopo circa quattro anni di separazione, sono andato a trovarla all’ospedale, dov’era ricoverata. Arrivo senza preavviso e nella semioscurità della stanza i nostri sguardi s’incontrano. “Ti darò un cuore nuovo” dice la Scrittura: nel silenzio sboccia un amore nuovo, che ha ora tutta un’altra misura, quella di esser pronti ad amarci come Gesù ci ha amato. Quella promessa che si legge sul Vangelo “Dove due o più sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, si realizza anche per noi: Gesù, il Risorto in mezzo a noi è diventato luce, gioia, forza in tutti questi anni di matrimonio, presenza che ha sostanziato i rapporti con i nostri 6 figli, ormai tutti grandi, e con tante famiglie e persone con le quali abbiamo condiviso un grande tratto di vita». Tratto da Storie di fraternità – spazio al dialogo tra vecchi e nuovi cittadini, in www.loppiano.it (altro…)
12 Feb 2005 | Cultura
Messaggio di Chiara Lubich Sin dall’inizio del Movimento dei Focolari, il carisma donatoci dall’Alto ci ha rivelato nuovamente che Dio è Amore. I nostri occhi si sono allora aperti e, benché la guerra divampasse attorno a noi (eravamo a Trento nel 1943), abbiamo scorto Dio presente dappertutto col suo amore: nelle nostre giornate, negli avvenimenti gioiosi e confortanti, nelle situazioni tristi e difficili… Questa fede profonda e adamantina in Dio Amore ha immediatamente suscitato tra noi, prime e primi focolarini, un nuovo e fortissimo legame. Ci sentivamo figlie e figli del Padre che è nei Cieli e, per questo, sorelle e fratelli. Inoltre il comandamento che Gesù chiama “mio” e “nuovo”: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 13,34), ci è apparso come la sintesi dei desideri di Dio ed è stato per noi logica conseguenza prometterci di esserne la realizzazione e porlo a base della nostra vita. Nasceva così un nuovo stile di vita nella Chiesa, una spiritualità personale sì, ma comunitaria insieme, adeguata alle esigenze del nostro tempo, caratterizzato dall’intensificarsi dei rapporti interpersonali e dall’interdipendenza fra i popoli. Dio, che si manifestava a noi quale Egli è: Amore, si rivelava Amore anche in se stesso: Padre, Figlio e Spirito Santo. E il dinamismo della sua vita intratrinitaria ci appariva come reciproco dono di sé, mutuo annullamento amoroso, totale ed eterna comunione. Nel Vangelo di Giovanni sta scritto: “Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie” (Gv 17,10) tra Padre e Figlio nello Spirito. Analoga realtà è stata impressa da Dio nel rapporto tra gli uomini. Come il Padre nella Trinità è tutto per il Figlio ed il Figlio è tutto per il Padre così – m’è parso di capire – che anch’io sono stata creata in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino in dono per me. E, per questo, il rapporto tra noi è amore, è Spirito Santo: lo stesso rapporto che c’è fra le Persone della Trinità. Immersi in questa luce, abbiamo visto, come qui sulla terra tutto è in relazione d’amore con tutto, ogni cosa con ogni cosa. Non sempre o raramente la nostra razionalità, o sensibilità, è capace di cogliere questa verità. Siamo spesso in grado di vedere solo una parte della realtà e vengono più in rilievo i rapporti sociali difficili, contrassegnati dalla contraddizione e dal conflitto. E diventa arduo, specie nella complessa società odierna, individuare rapporti di concordia, di comunione. Il nostro carisma ci ha indicato nella fraternità un principio spirituale che è al contempo una categoria antropologica, sociologica, politica…, capace di innescare un processo di rinnovamento globale della società. L’amore fraterno stabilisce ovunque rapporti sociali positivi, atti a rendere il consorzio umano più solidale, più giusto, più felice. La nostra esperienza di più di sessanta anni ci dice che questi rapporti fraterni vissuti sia nella quotidianità della vita personale, familiare e sociale, sia nella vita delle istituzioni politiche e delle strutture economiche, liberano risorse morali e spirituali inaspettate. Sono relazioni nuove, piene di significato, che suscitano le più varie iniziative, che creano strutture a beneficio del singolo e della comunità. In base a questa esperienza si può quindi affermare che la fraternità universale non solo non è un’utopia, un desiderio bello e auspicabile, ma irrealizzabile. Essa è piuttosto una realtà che sempre di più si va facendo strada nella storia. Si potrà osservare che il contrasto e il conflitto sono presenti nella vita relazionale delle società umane ad ogni livello. Ciò è sicuramente conseguenza e frutto di quel mistero del male che investe, oltre che la nostra vita personale, anche il nostro vivere in società. Ma il nostro carisma ci ha indicato sin dagli inizi una chiave di comprensione di questo mistero e, con essa, il modello del superamento di ogni disunità: Colui che ha ricomposto l’unità fra Dio e gli uomini e degli uomini fra di loro. E’ Gesù, che in croce grida: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46; Mc 15,34). In quel dolore straziante di un Dio che si sente abbandonato da Dio, ogni dolore, ogni sofferenza, ogni disunità è racchiusa e assunta e… tramutata in amore. Gesù infatti è venuto in terra a offrire la sua vita perché tutti siano uno (Ut omnes unum sint). Gesù, nell’abbandono ha pagato per il raggiungimento di questa meta. Da noi vuole una mano per realizzarla nell’oggi. Auguro a tutti i presenti che in questi giorni si possano costruire veri rapporti di fraternità, così che l’impegno intellettuale sia supportato da una autentica esperienza di vita comunitaria. Che Maria, la Madre del Bell’Amore, Colei che per prima ha imparato dal Figlio suo il messaggio della fratellanza universale, Colei che andò da Elisabetta per aiutarla e servirla nel bisogno, Colei che, vera “persona sociale”, ha creato con il Verbo fatto carne e con i discepoli suoi, una famiglia dove l’amore univa, cresceva, circolava e traboccava su tutti, guidi e illumini l’intero congresso. Nell’ amore fraterno Chiara Lubich (altro…)
12 Feb 2005 | Cultura
Intervento di Vera Araújo Non è certo usuale, nella storia delle discipline che hanno per oggetto formale l’analisi della società o gli interventi sul/nel sociale, la ricerca di un accostamento con la spiritualità. Non mi riferisco ovviamente ad uno studio della religione come fattore di cambiamento sociale o come elemento integratore di formazioni sociali in diversi periodi storici. La formulazione che intendo porre è più ardita: può una spiritualità nel suo complesso, o uno o più elementi di una spiritualità, fungere da agente ispiratore per le nostre discipline sociali nelle loro riflessioni teoriche, nei loro schemi di applicazione pratica, nelle loro metodologie? Mi rendo perfettamente conto di aver messo il piede su un terreno estremamente scosceso, pieno di ostacoli, di controversie, di dibattito acceso. Non intendo, nel modo più assoluto, inoltrarmi in questo tipo di disputa. Vorrei, più semplicemente, narrare la nostra esperienza che – come ogni esperienza – è limitata, va posta all’interno di un certo contesto e indubbiamente offre il fianco a mille analisi e obiezioni. Ciononostante, ritengo valido affrontare questo rischio e offrire lo stesso alcuni primissimi frutti della nostra fatica, augurandomi che queste incomplete riflessioni siano percepite e accolte per quello che sono, ovvero, uno sforzo e un tentativo di comunicare qualcosa in cui crediamo e di cui viviamo e siamo perché costatiamo sempre di più la sua validità. Il contesto da dove partiamo è la spiritualità che il Movimento dei Focolari offre, spiritualità dell’unità, dunque, spiritualità comunitaria – e quindi costitutivamente con influsso nel sociale – che costituisce la nostra ispirazione, la nostra fonte di studio e di ricerca. Una spiritualità è una visione complessiva dell’esistenza, un modo offerto a tutti, di guardare, comprendere e vivere la realtà partendo da un riferimento religioso; una spiritualità cristiana guarda, comprende e vive la realtà dall’angolazione di uno o più elementi del messaggio evangelico, del messaggio del Nazareno. La prospettiva della spiritualità dei Focolari è l’unità, quell’unità che è frutto e compimento dell’amore-agape, cioè dell’amore con quelle caratteristiche proprie dell’insegnamento di Gesù di Nazaret, con tutta la sua ricchezza non solo teologica ma anche antropologica e sociale. «L’unità – scrive Chiara Lubich – è la parola sintesi della nostra spiritualità. L’unità, che per noi racchiude in sé ogni altra realtà soprannaturale, ogni altra pratica e comandamento, ogni altro atteggiamento religioso». L’unità intesa, dunque, come valore spirituale e non solo, vista come forza capace di comporre effettivamente la famiglia umana superando tutte le divisioni, non solo territoriali, ma anche quelle frutto di scelte politiche, di condizioni etniche, linguistiche, sociali, religiose (cf 1 Cor 12). Allora si può cogliere e comprendere il Testamento di Gesù – «Che tutti siano uno» (Gv 17,21) – come un’enorme risorsa per le relazioni di ogni tipo perché contiene in sé il germe di ogni forma di integrazione e unità, nel rifiuto e superamento di ogni discriminazione, guerra, controversia, nazionalismo, ecc. L’unità compone ogni relazione fra persone, gruppi, comunità, stati, apportandovi, nell’integrazione dei diversi attori sociali, una serie di contenuti valoriali indirizzati ad un compimento di senso e significato. L’unità, poi, nel suo versante sociale si chiama fraternità, categoria di portata non più solo cristiana, ma universale: «Voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8). «Gesù, modello nostro – è convinzione fin dai primi tempi del Movimento – ci insegnò due sole cose che sono una: ad essere figli d’un solo Padre e ad essere fratelli gli uni gli altri». «Egli – afferma ancora la Lubich – rivelando che Dio è Padre, e che gli uomini, per questo, sono tutti fratelli, introduce l’idea dell’umanità come famiglia, l’idea della “famiglia umana” possibile per la fraternità universale in atto. E con ciò abbatte le mura che separano gli “uguali” dai “diversi”, gli amici dai nemici. E scioglie ciascun uomo da ogni rapporto ingiusto, compiendo in tal modo un’autentica rivoluzione esistenziale, culturale, politica». Lungo i secoli, c’è una storia della fraternità, nel suo intento di informare e penetrare vita e fatti religiosi, sociali, politici, nonché le istituzioni. Questa storia conosce momenti di successo teorico e pratico (come non pensare alla fraternità monastica che determina la rinascita dell’Europa tra il quinto e il sesto secolo; o alle Reduciones dei gesuiti nel cono Sud dell’America latina, vero esempio di incontro culturale nell’opera di evangelizzazione, di riscatto e crescita economica e sociale), ma anche fallimenti e tradimenti cocenti (basti ricordare le guerre di religione in Europa con il loro seguito di sofferenze e morte, le crociate in Medio Oriente, il saccheggio dell’Africa nell’epoca coloniale). Eppure è possibile e doveroso individuare un percorso – anche se accidentato e tortuoso – di crescita e maturazione della fraternità. La fraternità, poi, emerge nella modernità come categoria sociale e politica nel trittico della rivoluzione francese: liberté, égalité, fraternité. Si legge nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789): «Tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». In verità questo trinomio esprime e dà volto al dinamismo di una umanità una e molteplice. Una: nel riconoscimento della dignità di ognuno e nell’affermazione dell’uguaglianza sul piano relazionale; molteplice: nella diversità delle sue espressioni culturali, sociali, politiche, ecc. La lettura ideologica di questi valori diede vita a mediazioni storiche variegate e in contrasto – a volte anche aspro e conflittuale – tra loro. Lo spirito borghese lesse la libertà prevalentemente come allargamento del potere economico e delle libertà individuali, favorendo di fatto i detentori del capitale e dei mezzi di produzione a scapito del proletariato nascente. L’uguaglianza trovò posto come affermazione solenne nei codici giuridici divenendo, poco a poco, più formale che reale. La fraternità si risolse in ristretti accordi di interessi della classe privilegiata e in realtà rimase disattesa, distante da ogni riflessione e prassi sociale e politica. La reazione fu il collettivismo socialista o scientifico con una sua lettura della libertà intesa quasi esclusivamente sul piano economico a detrimento della libertà più interiore e profonda; la uguaglianza divenne egualitarismo e la fraternità si chiuse negli angusti spazi della classe. Forse oggi è possibile una lettura più completa e ricca del trinomio, per ritrovarvi un nuovo equilibrio tra i tre elementi. Lo stesso insegnamento della storia ci sembra indichi nella fraternità il fondamento dell’intero edificio, l’amalgama che lega gli altri due dando loro senso e significato. Perché? Perché la fraternità è la pienezza della reciprocità che, a sua volta, ci offre una chiave di lettura per un’ulteriore comprensione dell’autentica uguaglianza e della libertà. «L’elemento base del trinomio, sul piano della garanzia vitale, è la fraternità. L’elemento condizionante è la libertà, come capacità di promuovere quella dell’altro. L’elemento verificante è l’applicazione universale». La comprensione dei rapporti o delle relazioni sociali lungo la storia della sociologia si avvale dei diversi paradigmi che l’hanno illuminata, finora piuttosto in opposizione tra loro. La conoscenza delle dinamiche relazionali passa attraverso l’analisi dell’integrazione (Durkheim), della competizione (Weber), dell’alienazione (Marx), del conflitto (Dahrendorf) e così via. A loro volta, i paradigmi si basano su un postulato che ha a che vedere con una visione antropologica. Senza questo sarebbe abbastanza arduo, se non impossibile, una spiegazione, non dico chiara, ma almeno intelliggibile della realtà sociale stessa. Non solo, trova consenso quasi unanime il fatto che questi paradigmi vengono influenzati e, quindi, pagano un tributo reale al contesto socio-culturale da cui sono nati e in cui si sono sviluppati e realizzati. Questo rapporto tra teorie sociologiche e contesto storico-sociale è già stato messo in evidenza con chiarezza dal prof. Iorio nel suo intervento. Attualmente ci troviamo nel bel mezzo di un cambiamento strutturale-culturale di notevole portata e di esito ignoto. La celerità dei mutamenti in corso, il loro influsso sugli stili di vita, sulle conoscenze e sulla cultura, nonché sull’organizzazione socio-politica è tale da prevedere un nuovo tipo di società i cui contenuti, aspirazioni valoriali (o antivaloriali), linee di pensiero portanti, sistemi di comunicazione e assetto politico-sociale sono al momento inimmaginabili. Il noto filosofo della scienza Thomas Kuhn, affermava che ogni rivoluzione scientifica – e non c’è dubbio che l’attuale cambiamento abbia questa connotazione – non solo trasforma l’immaginazione scientifica tout court, ma trasforma in modo profondo il mondo stesso entro il quale viene realizzato il lavoro scientifico. Possiamo allora pensare che questa nuova situazione in pieno movimento, possa generare, o richiedere, o attendere nuovi paradigmi capaci a loro volta di suscitare o produrre teorie sociali nuove? Detto al contrario, il sorgere di un nuovo paradigma sta ad indicare che la società che si sta affacciando ha bisogno di un nuovo punto di riferimento, di una nuova prospettiva per illuminare, spiegare i propri lineamenti, chiarire le proprie aspirazioni e spingere verso nuovi traguardi? Mentre nell’attuale panorama delle scienze sociali si affacciano nuovi modelli interpretativi quali la rete (Barnes-Bott), il dono (Caillé, Godbout) e la stessa relazione sociale (Touraine, Donati, Bajoit), alla ricerca di una nuova chiave di lettura e interpretazione della tarda-modernità, noi crediamo che il binomio unità-fraternità possa costituire un paradigma o un modello innovativo e capace di condurre le scienze sociali, nel nostro caso in special modo la sociologia e il campo delle politiche sociali e dell’esistenza sociale, verso sentieri inediti e ancora inesplorati. Questa convinzione non parte solo da un dato teorico, ma dalla constatazione dell’incisività dell’unità-fraternità sui comportamenti e sulle scelte di milioni di attori sociali individuali e collettivi che agiscono nei più svariati settori della vita sociale, a dimensione planetaria. Il Movimento dei Focolari con i suoi otto milioni di membri e aderenti – nelle sue branche, diramazioni, movimenti di massa, opere sociali, cittadelle di testimonianza, dialogo a tutto campo – rappresenta un formidabile laboratorio dove si sta sperimentando cosa significhi considerare e vivere l’ “unità-fraternità” come principio ispiratore della convivenza sociale. Tale realtà non è più un fatto di nicchia, ma oggi è riconosciuto, anche a livello di scienziati, come un fenomeno sociale di sicuro influsso sulla società. In occasione del conferimento del Dottorato honoris causa in scienze sociali a Chiara Lubich da parte dell’Università di Lublino (Polonia), il prof. Adam Biela – allora decano di quella facoltà – ha affermato nella sua Laudatio: «L’azione del Movimento dei Focolari costituisce un vivo e reale esempio di applicazione nei rapporti sociali del paradigma dell’unità, così tanto necessario alle scienze sociali perché esse acquistino una nuova forza di applicazione – capace di curare e di prevenire la patologia sociale, i conflitti, le malattie psicogene, le aggressioni manifeste, le guerre e i crimini (…) «L’attività sociale di Chiara Lubich, intrisa del carisma dell’annuncio dell’unità evangelica, costituisce un’ispirazione viva ed un esempio per le scienze sociali incitante a creare un paradigma interdisciplinare di unità, come fondamento metodologico per la costruzione di modelli teorici, di strategie di ricerca empirica e di schemi di applicazioni. Chiara Lubich, dapprima insieme alle sue collaboratrici, e poi ai suoi collaboratori, ha creato un nuovo fenomeno sociale che, indicando la possibilità di applicazione per il nuovo paradigma di unità, può avere un importante ruolo ispiratore che, a mia convinzione, ha chance di trovarsi alla base delle scienze sociali e di significare tanto quanto la rivoluzione copernicana per le scienze naturali». Parole molto impegnative ma non per questo meno vere se le riteniamo non tanto lo specchio di una realtà già compiuta, quanto le potenzialità di un carisma che chiede e ambisce, e ha già cominciato da lungo tempo, a diventare un fatto concreto. Ancora, parole che invitano al lavoro di studio e di ricerca, cariche di fascino. Detto questo, mi accingo, non senza timore e senso dei limiti del mio balbettio, ad offrire alcune primissime indicazioni dei contenuti insiti nel modello “unità-fraternità”. Non si tratta ovviamente di un abbozzo di teoria e, tanto meno, di un pensiero articolato. Sono solo spunti di riflessione, indicazioni, punto di partenza per un ulteriore lavoro di approfondimento e scavo che ci auguriamo di portare avanti, adesso e per quanto possibile anche in futuro, assieme a tutti voi. L’unità-fraternità come relazione Si potrebbe pensare che caratterizzare il nostro discorso sul valore della persona ci dovrebbe, in certo qual senso, far prendere le distanze da approcci olistici, preferendo quelli dell’individualismo metodologico che pone l’attore sociale e le sue scelte al centro della costruzione teorica. Ma le cose non stanno propriamente così. Anzitutto perché la categoria di individuo può risultare assai povera, astratta e chiusa, mentre l’idea di persona appare ricca di identità, di carica valoriale e soprattutto di relazioni societarie e comunitarie, in una parola, ricca di storia. Secondo Horkheimer e Adorno «Affermando che la vita umana è essenzialmente e non solo casualmente convivenza si rimette in questione il concetto dell’individuo come atomo sociale ultimo. Se nel fondamento stesso del suo esistere l’uomo è attraverso altri, che sono i suoi simili, e solo per essi è ciò che è, allora la sua definizione ultima non è quella di una originaria indivisibilità e singolarità, ma piuttosto quella di una necessaria partecipazione e comunicazione agli altri. Prima di essere – anche – individuo, l’uomo è uno dei simili, si rapporta ad altri prima di riferirsi esplicitamente a se stesso, è un momento delle relazioni in cui vive prima di poter giungere eventualmente ad autodeterminarsi. Tutto ciò viene espresso nel concetto della persona…» Persona vuol dire relazione, possibilità e capacità di porsi davanti all’altro e venire da esso riconosciuto. «La persona emerge presso di noi tutti e presso ciascuno soltanto quando il ri-conoscimento contiene in sé sia la designazione–indicazione empirico-cognitiva sia la reazione alla designazione-indicazione stessa. Mediante la designazione-indicazione io riconosco che alter è un idraulico, un collega di Facoltà, un venditore di frutta. La persona emerge allorché la designazione fa scattare una reazione morale, e quindi alter viene incluso nell’universo morale di ego collocandolo all’interno di una responsabilità priva di sanzione e di contraccambio». Le persone compongono la relazione che li avvolge, li comprende, li contiene, li trasforma condizionandoli dall’esterno e stimolandoli dall’interno. La relazione allora diventa una realtà fra i due o più, nata e alimentata dal loro essere e dal loro agire e, a sua volta, alimenta il loro essere e il loro agire, li aiuta a crescere e maturare in un dato modo e con una crescente profondità di vita. Una qualità primaria dell’unità-fraternità ispirata ad una prospettiva cristiana è l’universalità. Ciò significa distendere i rapporti fraterni oltre i vincoli del rapporto parentale e dei legami familiari per raggiungere ed abbracciare ogni essere umano, uomo o donna, cittadino o straniero, della mia o dell’altrui razza, patria, etnia, religione, considerato e accolto come un fratello, una sorella. Si può anche asserire che tutti sono fratelli e sorelle proprio perché l’intera umanità è radunata dal Cristo come un’unica famiglia. La fraternità costituisce un valore così costitutivo dell’umanità e così universale, che la si trova in qualche misura affermata in tutte le grandi religioni. Per rimanere in ambito cristiano e portarlo alle sue ultime conseguenze, bisogna aggiungere che la preghiera del Cristo prima del suo avviarsi all’evento passione e morte: «Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io sono in te, siano anch’essi una cosa sola in noi» (Gv 17,21), indica la relazione trinitaria delle tre Persone divine come il fondamento e il modello del relazionarsi degli esseri umani. Il donarsi reciproco dei Tre in una relazione agapica costituisce il loro essere Persona. Analogamente avviene fra gli esseri umani. «Più tu dai, più ti realizzi, più tu sei, perché si ha ciò che si dà, ciò che si dà ci fa essere». L’unità-fraternità richiede unità e distinzione La relazione di unità-fraternità esige e richiede per compiersi, il darsi contemporaneo dell’unità e della distinzione. Ravvisare la presenza simultanea dei due elementi non è solo importante ma necessario perché l’unità ben concepita rafforza e realizza una sana simbiosi fra le parti della relazione pur mantenendole distinte. La distinzione, a sua volta, sottolinea, preserva e tutela l’identità di ciascuno, impedendo ogni assorbimento, dipendenza o sottomissione, e allo stesso tempo mantenendola nell’unità. Ancora solo grazie alla distinzione, ognuno diventa attore e prende iniziative per alimentare e arricchire l’unità. Allora, la distinzione opera una differenziazione che, in certo modo, significa “opposizione”, non certo nel senso di contrapposizione, contrasto o conflitto, ma nel senso che ognuno “essendo l’altro” diventa più pienamente se stesso. Come è possibile che ciò si realizzi, che la relazionalità non sfoci nell’esclusione reciproca? La vera intersoggettività come unità nella distinzione o nella differenza, è possibile quando si ha l’esperienza cognitiva ed affettiva profonda del proprio io e di quello dell’altro fino al punto di cogliersi e di cogliere gli altri come centri di essere autonomo, autocosciente, libero; uguali, nella propria dignità e, nello stesso tempo, diversi. Differenza vuol dire anche coscienza che si ha qualcosa di unico da offrire all’altro o all’insieme. Da qui tutta la dinamica e la necessità di saper prendere iniziative per dar impulsi nuovi all’unità e la prontezza nel perdere i propri eventuali ‘doni’ se non fosse il momento di offrirli. Allora, non solo ognuno non è l’altro ma anche ognuno è se stesso solo attraverso l’altro. D’altra parte l’unità opera un congiungimento e una fusione molto intensa ed una intima comunanza di sentire senza però mai annullare la distinzione. Si può anche configurare e ipotizzare un relazionarsi fraterno che comporta l’unità-distinzione a livello non solo micro ma anche a livello macro: fra comunità, popoli, etnie, nazioni, stati, religioni, istituzioni. Il processo di mondializzazione lo richiederebbe come dimensione necessaria della nuova realtà sociale che si va prospettando. La fraternità potrebbe essere in grado di attivare nelle relazioni internazionali un plus nuovo e innovativo, certamente difficile e complesso da articolare e realizzare, ma fattibile e decisivo per il futuro dell’umanità. Infatti, in questo senso, la storia offre esempi non trascurabili. L’unità-fraternità come reciprocità Uno dei dinamismi dell’azione sociale è quello di essere reciproca. Già Weber indica la reciprocità come un dinamismo dell’azione sociale. Lo stesso fa Simmel per il quale tutto avviene nella relazione sociale da lui definita come azione reciproca. La relazione sociale è la categoria teorica fondamentale, che deve essere intesa come interazione, ossia azione reciproca. «Per Simmel il fenomeno sociale non è una emanazione di un soggetto e neppure di un sistema astratto più o meno posto a-priori. Il sociale è il relazionale in quanto tale, ossia l’azione reciproca in quanto inter-azione che produce, si incorpora e si manifesta in qualcosa che, pur non visibile, ha una sua “solidità”». Simmel stesso spiega come si costituisce questo processo fra individui che dà vita ad una realtà nuova e che ha vita propria al di là degli elementi da cui deriva. «La vita della società consiste nelle relazioni reciproche dei suoi elementi–relazione reciproche che in parte si sviluppano in azioni e reazioni momentanee ed in parte si consolidano in strutture definite: in uffici e leggi, ordinamenti e proprietà, lingua e mezzi di comunicazione. Tutti questi effetti sociali reciproci nascono sulla base di determinati interessi, scopi ed impulsi. Questi formano al tempo stesso la materia che si realizza socialmente nello stare insieme degli individui l’uno accanto all’altro, l’uno per l’altro o l’uno con l’altro». Sia Weber che Simmel cercano di spiegare questa reciprocità: dettata da un senso dato dal soggetto (Weber), o in vista di determinati scopi (Simmel). Si può dire che l’unità-fraternità genera la reciprocità nell’amore, che è agape, specchio e riflesso dell’Agape trinitaria («Dio è Amore» 1 Gv 4,8). «Il Dio della religione è il Dio della relazione: l’unità concepita come interazione». Ci troviamo davanti a un tipo particolare di amore che non si aggiunge agli amori umani (paterno, materno, filiale, amicale, sponsale) ma li informa tutti, sottostà a tutte le possibilità di amore nelle loro diverse sfumature. Cosicché ogni tipo di amore umano è più pienamente tale nella misura in cui si modella sulla fraternità. Reciprocità, secondo il modello trinitario, nella concretizzazione del comandamento di Gesù: «Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34), significa ancora mutua inabitazione, ovverosia, il mutuo contenersi, il reciproco essere l’uno nell’altro e l’altro nell’uno, fino a compenetrarsi in modo che i soggetti si uniscono distinguendosi e si distinguono, unendosi. La relazione fraterna è essenzialmente reciproca, come movimento che va e che torna, carico di valori quali la fiducia, l’accoglienza, l’ascolto, il dono, la condivisione, ed è orientata a superare e risolvere il contrasto, il conflitto, la contrapposizione, la rottura. La conseguenza è la piena e autentica realizzazione dell’intersoggettività degli attori coinvolti nella relazione, allorché vivono l’impegno reciproco l’uno verso l’altro. In questo modo si danno le condizioni per una più piena realizzazione della persona. L’unità-fraternità come dono Al di là dei paradigmi dell’individualismo metodologico e dell’olismo collettivista, oggi il dono viene presentato addirittura come un “terzo paradigma” che risponde ai paradigmi precedenti con una logica di libertà e gratuità nei suoi tre momenti costitutivi: dare, ricevere, restituire. Il dono appare così, anche da un punto di vista sociologico, come un concetto forte di riferimento per la descrizione, la comprensione e l’interpretazione della dinamica delle relazioni sociali. «Il dono contiene un ineliminabile risvolto di socialità e di relazionalità; e in esso è presente una concretezza di espressioni e di conseguenze, anche indipendentemente dagli orientamenti interni o interiori – ad esempio caritatevoli, filantropici o “interessati” – di chi lo pone in essere» . I sociologi del MAUSS – Movimento antiutilitaristico nelle scienze sociali – definiscono il dono come «ogni prestazione di beni o servizi effettuata, senza garanzia di restituzione, al fine di creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone». Il problema della restituzione come elemento costitutivo e indispensabile del dono era già stato posto da Marcel Mauss nel suo “Essai sur le don” nel 1924, senza peraltro risolvere la questione. Infatti, secondo molti autori il problema è rimasto aperto. Un tentativo di soluzione si è avuto con l’indicazione e la ricerca di una logica di reciprocità come spiegazione della necessità della restituzione. Essa, la reciprocità, sarebbe la ragione della contropartita in tutte le situazioni. L’interrogativo che persiste è: rimane ancora la responsabilità negli attori nell’atto di donare, ricevere e contraccambiare? Recentemente in una conferenza tenuta in Germania, il filosofo Paul Ricouer, sotto l’influsso di M. Henaff (“Le prix de la vérité”) indica una nuova soluzione: «(Se gli attori) devono essere veramente gli attori della reciprocità la sola via aperta è di dire che il dono è il pegno e il sostituto di un riconoscimento reciproco che non si riconosce affatto; dunque il riconoscimento non può attestarsi che nel pegno del regalo. (…) «Il regalo è senza prezzo: non che non abbia avuto un costo; ma nell’atto dello scambio non appare per il suo prezzo – è il senza prezzo. Ed è nelle esperienze non commerciali che abbiamo la possibilità del regalo come pegno e come sostituto di un riconoscimento reciproco». Ecco come Simmel spiega l’azione reciproca del donare e dell’accettazione del dono: «In ogni donare, al di là del valore intrinseco del dono, è inserito un valore spirituale in base al quale non possiamo assolutamente sciogliere o annullare con un altro dono esteriormente equivalente il legame interiore venutosi a creare con l’accettazione del dono. L’accettazione del dono non è solo un arricchimento passivo, ma anche una concessione del donatore. Come nel donare anche nel farsi donare si evidenzia una predilezione che va ben al di là del quanto di valore del suo oggetto». Nell’unità-fraternità il dono viene vissuto in una dimensione ancora più ampia e profonda, più avvolgente lo stesso nostro essere. «Ho sentito – scrive Chiara Lubich – che sono stata creata in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino è stato creato da Dio in dono per me. Come il Padre nella Trinità è tutto per il Figlio ed il Figlio è tutto per il Padre» . La fraternità inoltre rivela e spiega in che cosa consista l’essenza del dono. «L’uomo origina le società grazie ad una generosità radicale che si trova inscritta nel suo essere, nella sua vita, nella sua intelligenza e nell’amore, che gli consentono il dialogo con gli altri e di sovrabbondare nel dono di sé». L’essere umano dunque è un essere per il dono e questa sua qualità viene trasferita in tutti i legami e in tutte le relazioni in cui esso è coinvolto. Dono, dunque, è sinonimo di amore. Il dono non è altro che amore in atto, che non solo non si chiude, ma è di per sé diffusivo. L’amore richiede il dono, chiede ad ogni agente sociale, individuale o collettivo, di trasformarsi e di agire come un donatore. «E amare significa donarsi: pensare al fratello vivendolo…» (Lubich, Scritti inediti). La relazione fraterna simbolo compiuto dell’amore-agape si carica così di contenuti. E’ un puro dono ma non disdegna lo scambio e la reciprocità, anzi, la richiede, ma in un profilo alto. Non include ciò che si può comprare, vendere, possedere e consumare, ma si innalza verso la libertà e l’amore. Il dono di sé all’altro si manifesta pure nel dare beni spirituali e materiali, come condivisione e comunione di beni. «Così l’amore circola e porta naturalmente (per la legge di comunione che vi è insita), come un fiume infuocato, ogni altra cosa che i due possiedono per rendere comuni i beni dello spirito e quelli materiali». La condivisione e la comunione dei beni rafforzano i legami fraterni creando una vera arte del dare ricca di ulteriori atteggiamenti ben precisi: gratuità, oblatività, larghezza, letizia, reciprocità. L’unità-fratenità come comunione La categoria “comunione” non è molto usata in sociologia, anzi, direi che è distante dal linguaggio sociologico e, comunque, in certo modo quasi sconosciuta. Eppure oggi va guadagnando terreno ed emergendo come un concetto molto ricco e con molte valenze. Essa è ovviamente anzitutto categoria che trova largo uso e cittadinanza nell’ambito della spiritualità e della teologia cristiane. Infatti in questo senso si può asserire che la comunione trova la sua fonte generatrice nella comunione di vita di Dio stesso nel suo essere Trinità, comunione d’amore tra Persone. La comunione trinitaria è dunque il fondamento ontologico di ogni forma di comunione, come sostanza e come vita. Ed è così che diventa pure categoria antropologica. Giovanni Paolo II nella lettera enciclica Sollicitudo Rei Socialis afferma: «Al di là dei vincoli umani e naturali, già così forti e stretti, si prospetta alla luce della fede un nuovo modello di unità del genere umano (…). Questo supremo modello di unità, riflesso della vita intima di Dio, Uno in Tre Persone, è ciò che noi cristiani designiamo con la parola comunione» (n. 40). L’insigne teologo Klaus Hemmerle, già vescovo di Aquisgrana, sottolinea e spiega questo rapporto, questa relazione tra la divinità e l’umanità: «Il nostro essere personale è assunto nella comunione di vita e di amore, tra Padre, Figlio e Spirito; ma con ciò io e soltanto io non posso più rappresentare il punto di partenza ed il punto finale del mio essere, ma posso vivere l’esistenza trinitaria soltanto nella reciprocità, nel “noi”, che tuttavia non dissolve l’io e il tu, ma li costituisce». E’ evidente che, anche non considerando questo fondamento spirituale, la convivenza sociale relazionale, intesa come interazione, si compie nella comunione. E’ così che la comunione assurge anche a categoria economica con l’“Economia di Comunione”. Essa è un progetto economico lanciato da Chiara Lubich in Brasile nel 1991 e che poggia su due colonne portanti: la condivisione degli utili dell’impresa con i bisognosi e l’inserimento della comunione nelle relazioni economiche. Se il primo elemento esige il superamento della cultura dell’avere per assumere la cultura del dare, il secondo implica lo scavalcamento della razionalità formale o strumentale e l’assunzione di una razionalità “espressiva” o “non strumentale”. Le aziende che aderiscono al Progetto EdC stanno enucleando delle linee di condotta dell’impresa che ruotano attorno al concetto di comunione come essenza delle relazioni aziendali all’interno (con i lavoratori, clienti, fornitori, ecc.) e all’esterno (con il fisco, il territorio, la concorrenza, ecc.). Questo implica privilegiare, nei rapporti interpersonali, le motivazioni, i valori e dare enfasi a tematiche come la fiducia, la reciprocità, ecc. La comunione in economia offre alla scienza economica nuovi stimoli e nuove possibilità di risolvere le proprie contraddizioni con i suoi effetti perversi, innescando un circolo virtuoso in cui trovano luogo nuovi elementi più positivi e più propositivi. La comunione, ancora, trova spazio come categoria giuridica all’interno del cosiddetto Diritto Sociale che deriva direttamente dal funzionamento dei gruppi sociali. Georges Gurvitch è stato colui che meglio ha compiuto l’opera di sistematizzazione della tradizione che sfocia nel Diritto Sociale, da lui denominata pure Diritto di Comunione. Secondo Gurvitch il «”Diritto Sociale”, è un diritto autonomo di comunione che integra in forma obiettiva ogni totalità attiva reale, che incarna un valore positivo extratemporale. Questo diritto si deriva direttamente dal “tutto” in questione per regolare la sua vita interiore indipendentemente dal fatto che questo “tutto” sia organizzato o in-organizzato. Il “Diritto di comunione” fa partecipare al “tutto” di forma immediata nella relazione giuridica che da lui emana, senza trasformare questo “tutto” in un soggetto separato dai suoi membri». Si può dunque dire che il “Diritto di comunione” e la comunione trovano, l’uno nell’altro, rispettivamente, la propria giustificazione. Questo “tutto” sociale – per i teorici del Diritto sociale – ha il significato di una “comunione immanente” dunque di una realtà allo stesso tempo giuridico-etica e giuridico-formale. Nel significato giuridico-formale questa “comunione immanente” indica e la comunità umana che si costituisce e il fatto che ci troviamo dinanzi a qualcosa che Gierk ha denominato “persona giuridica complessa”, caratterizzata dal fatto che il “tutto” non è trascendente rispetto ai membri che lo compongono ma neanche può confondersi con i membri in questione e nemmeno con la loro somma. Si può quindi definire la comunione in termini veramente etici e giuridici in coerenza con lo spirito della fraternità. Infine, ancor di più, la comunione è categoria sociologica. In una delle sue opere fondamentali Gurvitch compie una profonda analisi sulla manifestazione della socialità derivata dalla parziale fusione dei soggetti. Secondo il grado, l’intensità e la profondità di questa fusione egli distingue tre forme di socialità, da lui chiamate: un “Noi”. Queste tre forme sono: la Massa, la Comunità e la Comunione. Egli, poi, descrive abbondantemente le relazioni che si compiono tra gli Io, i Lui e gli Altri all’interno del “Noi”. «Un “noi” (come “noi francesi”, “noi militanti sindacalisti”, “noi studenti”, “noi genitori”) costituisce un tutto irriducibile alla pluralità dei suoi membri, una nuova unità indecomponibile, in cui tuttavia l’insieme tende ad essere immanente alle parti, e le parti immanenti all’insieme. Questa immanenza reciproca, che potrebbe anche definirsi come una partecipazione vicendevole dell’unità alla pluralità e della pluralità all’unità può assumere forme assai diverse nei differenti Noi». La comunione rappresenta il grado massimo d’intensità di partecipazione, di forza di attrazione e della profondità di fusione dei “Noi”. Si tratta a ben vedere del “Noi” più profondo, dove la fusione è massima e «riunisce le profondità più personali e più intime degli Io e degli Altri, nessun aspetto delle quali resta al di fuori della partecipazione e dell’integrazione nel Noi». Le riflessioni di Gurvitch si sviluppano nel campo della microsociologia e sono di indubbio interesse per una maggior comprensione delle relazioni faccia a faccia. Nel caso delle relazioni fraterne si esprimono una serie di dinamiche correlate che arricchiscono, danno unicità e ulteriore senso al rapporto stesso. Esso infatti include l’essere gli uni con gli altri, dove viene in evidenza la libertà e l’assoluta scelta di entrare e partecipare alla relazione; l’essere gli uni per gli altri che fa risaltare il “come” della relazione, ossia le sue modalità; l’essere gli uni negli altri che ancora sottolinea la capacità di essere e di fare dono di sé agli altri; l’essere gli uni grazie agli altri dove viene in luce che l’identità di ciascuno può esprimersi al meglio nella comunione reciproca tra loro. Si può ancora asserire che nella relazione fraterna la profondità dei rapporti, l’intensità dell’interazione e dei sentimenti di amore, di stima, affetto, fiducia – resi universali – compongono relazioni di comunione in grado di ispirare nella realtà sociale a tutti i livelli e ampiezza, un soffio positivo e suggeritore di armonia, equilibrio, ordine e, proprio per questo, di progresso, sviluppo e perfezionamento di notevole portata, tutti elementi particolarmente richiesti da una società caratterizzata da anomia e contrasti. (altro…)
12 Feb 2005 | Cultura
In questo tempo di cambiamento epocale, al convegno è emersa da più voci l’urgenza di focalizzare l’attenzione non solo sui rapporti sociali contradditori e conflittuali, ma anche sui “rapporti di concordia e di comunione” in atto nella complessa società odierna. Lo ha evidenziato Chiara Lubich che, nel suo messaggio, ha indicato nella ’fraternità’ “un principio spirituale che è al contempo una categoria antropologica, sociologica, politica, capace di innescare un processo di rinnovamento globale della società”. La proposta nasce dall’esperienza pluridecennale sia a livello personale che a quello delle istituzioni politiche e strutture economiche. Il convegno è stato caratterizzato proprio dal dialogo, tipico della disciplina sociologica, tra teoria e esperienze realizzate nei più vari contesti culturali e sociali come quella del Centro culturale La Pira di Firenze, aperto a studenti stranieri di varie culture e religioni; di una comunità terapeutica italiana per ex-tossicodipendenti; del Centro internazionale per la famiglia della cittadella di Loppiano (Incisa Valdarno-Firenze), oltre all’esperienza di integrazione, a Fontem, nel cuore della foresta camerunese, tra europei al primo impatto con la cultura africana, e i Bangwa, un popolo profondamente ancorato alle proprie tradizioni.
Dalla lettura sociologica delle diverse esperienze, si sono evidenziati nuovi possibili modelli, nuovi schemi di applicazione, come il “paradigma dell’unità” di cui ha parlato il professore polacco Adam Biela, già Preside della Facoltà di sociologia dell’Università di Lublino, ora senatore. Categoria sviluppata dalla sociologa brasiliana Vera Araujo, come paradigma di unità-fraternità, capace di leggere le relazioni di unità e distinzione, di reciprocità, dono e comunione. A conclusione del Convegno – come ha detto Vera Araujo – è emersa “un’ incipiente comunità scientifica che assume ora questi paradigmi, queste nuove strategie di ricerca, per cercare insieme nuove prospettive per le scienze sociologiche”. (altro…)
9 Feb 2005 | Cultura
IL VOLUME In The Ways and Power of Love – qui proposta in prima traduzione italiana assoluta –, Pitirim A. Sorokin, figura di spicco della sociologia del XX secolo, si dedica ad una esposizione ed analisi sistematica dell’amore, delle sue cause ed effetti, del suo significato umano ed universale. Consapevole infatti che «l’amore disinteressato ha enormi potenzialità creative e terapeutiche, molto più di quanto non pensi la maggior parte delle persone. L’amore è la forza vivificante indispensabile alla salute fisica, mentale e morale», Sorokin, con l’intento di arrivare ad una conoscenza integrale, analizza sette aspetti dell’amore: religioso, etico, ontologico, fisico, biologico, psicologico e sociale, con una particolare attenzione a questi ultimi.
Pubblicato per la prima volta nel 1954, quando Sorokin era alla guida dell’Harvard Research Center for Creative Altruism, per l’originalità e profondità di analisi, frutto certamente di un intuito straordinario, il saggio è oggi un classico della sociologia. L’AUTORE Pitirim Aleksandrovic Sorokin (1889-1968) visse da protagonista i drammatici eventi della Rivoluzione russa: fu arrestato per la sua opposizione allo zarismo nel 1911 e nel 1913, in seguito segretario del presidente Kerenskij, fu poi perseguitato sotto la dittatura leninista nel 1918 ed esiliato nel 1922. Nel 1923 si trasferì negli Stati Uniti per insegnare dapprima all’Università del Minnesota, quindi ad Harvard, dove fondò nel 1931 la Facoltà di Sociologia e successivamente l’Harvard Research Center for Creative Altruism. È da annoverare tra i massimi sociologi del secolo XX, ricevendo per la sua carriera accademica onori e riconoscimenti, tra cui, nel 1963, la presidenza dell’American Sociology Association. LA COLLANA La collana Società e socialità raccoglie studi di approfondimento sulla realtà sociale ed economica, alla ricerca dei fondamenti antropologici come orientamento nel mondo attuale caratterizzato dalla globalizzazione. Ed. Città Nuova – Roma, febbraio 2005 Pp. 784 – Prezzo: € 45,00 (altro…)
9 Feb 2005 | Cultura
Africa – Un’esperienza quarantennale nel cuore della foresta camerunese è oggetto di un singolare rilevamento sociologico che verrà presentato il 12 febbraio 2005, al 1° Convegno internazionale promosso da Social-One, espressione in campo sociologico del Movimento dei Focolari. Sarà questo uno dei momenti più significativi del Convegno – che si svolgerà al Centro Mariapoli di Castelgandolfo dall’11 al 13 febbraio – incentrato su “Rapporti sociali e fraternità: paradosso o modello sostenibile? Una prospettiva a partire dalle Scienze sociali”.
Lo studio analizza in campo politico, antropologico e spirituale, l’evoluzione di una popolazione africana, i Bangwa, dal rischio di estinzione all’attuale sviluppo avvenuto sotto l’influsso dell’incontro con il carisma dell’unità del Movimento dei Focolari, portato da medici, insegnanti e giovani focolarini europei giunti a Fontem, sin dagli anni Sessanta, in soccorso di questo popolo. Il rilevamento sociologico analizza anche gli influssi di questo incontro sugli europei.
Di rilievo anche la presentazione della prima traduzione italiana, a cura di Città Nuova, del volume “Il potere dell’amore” (The ways and power of love) di Pitirim Sorokin, russo, emigrato negli Stati Uniti, figura di spicco della sociologia del XX secolo, che si dedica ad una esposizione ed analisi sistematica dell’amore, delle sue cause ed effetti, del suo significato umano ed universale. Pubblicato per la prima volta nel 1954, quando Sorokin era alla guida dell’Harvard Research Center for Creative Altruism, per l’originalità e profondità di analisi, frutto certamente di un intuito straordinario, il saggio è oggi un classico della sociologia.
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9 Feb 2005 | Cultura
COMUNICATO STAMPA N. 1
Fontem – Camerun: Laboratorio di relazioni
Una lettura sociologica dell’evoluzione politica, antropologica e spirituale
del popolo Bangwa:
dal rischio di estinzione a modello di sviluppo
Presentazione della prima traduzione italiana del classico
“The ways and power of love” di Pitirim Sorokin
edito da Città Nuova
Castelgandolfo (Roma)
12 febbraio 2004
Africa – Un’esperienza quarantennale nel cuore della foresta camerunese è oggetto di un singolare rilevamento sociologico che verrà presentato il 12 febbraio 2005, al 1° Convegno internazionale promosso da Social-One, espressione in campo sociologico del Movimento dei Focolari. Sarà questo uno dei momenti più significativi del Convegno – che si svolgerà al Centro Mariapoli di Castelgandolfo dall’11 al 13 febbraio – incentrato su “Rapporti sociali e fraternità: paradosso o modello sostenibile? Una prospettiva a partire dalle Scienze sociali”.
Lo studio analizza, in campo politico, antropologico e spirituale, l’evoluzione di una popolazione africana, i Bangwa, dal rischio di estinzione all’attuale sviluppo avvenuto sotto l’influsso dell’incontro con un carisma moderno, il carisma dell’unità, portato da medici, insegnanti e giovani focolarini europei giunti a Fontem, sin dagli anni Sessanta, in soccorso di questo popolo. Il rilevamento sociologico analizza anche gli influssi di questo incontro sugli europei.
Lo studio verrà introdotto dal sociologo belga prof. Bennie Callebaut e sviluppato da studiosi originari del popolo Bangwa come il prof. Martin N. Nkafu, docente di Filosofia delle culture alle Pontificie Università Urbaniana e Lateranense di Roma e altri docenti universitari ora residenti in Stati Uniti e Gran Bretagna. Non mancherà la testimonianza dei primi focolarini giunti a Fontem, come il dott. Lucio Dal Soglio, e di quelli che vi operano attualmente. In programma per la sera una festa africana, a cui parteciperanno anche giovani africani di Kenya, Tanzania, Madagascar, Angola, Sudafrica, Uganda, Congo e, naturalmente, Camerun.
Di rilievo anche la presentazione della prima traduzione italiana a cura di Città Nuova, di un classico della sociologia: “The ways and power of love” di Pitirim Sorokin, grande sociologo russo, emigrato negli Stati Uniti, che analizza cause ed effetti, significato umano e universale delle potenzialità creative e terapeutiche dell’amore disinteressato. Interverranno sociologi di primo piano, come i prof. Raffaele Rauty, specializzato in Sociologia americana, Arturo Parisi, dell’Università di Bologna, e Michele Colasanto, Direttore della Facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano.
Il Convegno si aprirà con un messaggio di Chiara Lubich. Dopo la presentazione delle “Sfide della società complessa e globalizzata”, presentata dal prof. Vincenzo Zani, seguiranno riflessioni metodologiche su alcuni racconti di vita che verranno presentati da un assistente sociale argentino presso il Ministero delle Politiche sociali, dal Centro internazionale culturale interreligioso La Pira, di Firenze; da una comunità terapeutica per ex-tossicodipendenti italiana; dal Centro internazionale per la famiglia, della cittadella di Loppiano (Incisa Valdarno-Firenze).
Sabato mattina, la sociologa brasiliana Vera Araujo presenterà la relazione fondamentale sul tema del Congresso: “Rapporti sociali e fraternità: paradosso o modello sostenibile?”.
L’attualità della tematica “rapporti sociali” – L’interesse crescente della dimensione relazionale e le sfide della globalizzazione sollecitano la comprensione dei rapporti complessi e molteplici nel mondo contemporaneo. Aumenta tra gli scienziati del sociale l’esigenza di una maturazione teorica della loro disciplina. Diffusa è la domanda di nuovi modelli, di nuove strategie di ricerca, nuovi schemi di applicazione per rilevare non solo la realtà conflittuale, ma anche i nuovi fenomeni positivi e costruttivi.
Obiettivo del Convegno – Dal confronto e dialogo sugli studi e le acquisizioni a cui sono giunte sinora le scienze sociali, il Convegno cercherà di individuare prospettive per il futuro, proponendo la fraternità come categoria concettuale su cui fondare un nuovo paradigma scientifico.
La proposta di “Social One” – E’ proprio in questa direzione che sono impegnati gli scienziati del sociale che aderiscono a “Social One”, composto da sociologi, operatori e studiosi dei servizi sociali dei 5 continenti. Attraverso una dinamica dialogica, si è iniziato ad attingere dal patrimonio vitale e culturale che caratterizza l’esperienza di fraternità universale proposta da Chiara Lubich e dal Movimento dei Focolari, da lei fondato. Ne stanno scaturendo idee, orientamenti e spunti per la ricerca, chiavi di lettura e interpretazione della realtà e di intervento nel sociale che evidenziano nuovi prospettive nei contenuti e nel metodo del pensare, analizzare, comprendere, operare.
Per ulteriori informazioni:
Servizio Informazione Focolari – Carla Cotignoli – tel. 06.947989 – 348.856.33.47
8 Feb 2005 | Chiara Lubich, Focolari nel Mondo

Lia Brunet aveva conosciuto Chiara Lubich sin dal 1945 a Trento. Sarà lei, insieme al primo focolarino, Marco Tecilla e a Fiore Ungaro, a intraprendere il primo viaggio fuori dai confini dell’Europa, nel 1958. Erano gli anni di gravi conflitti sociali in tutto il continente latinoamericano. Quel viaggio segnerà l’inizio della tessitura di una rete d’amore che getterà semi di rinnovamento spirituale e sociale in quei Paesi dove Lia ha speso, senza risparmiarsi, 44 anni della sua vita. Ci ha lasciati il 5 febbraio. A Natale aveva compiuto 87 anni. Quel primo viaggio in America latina, è un viaggio pieno di incognite. A Trento, con Chiara, nei quartieri più poveri, aveva sperimentato la forza di trasformazione sociale del Vangelo vissuto e la sua forza diffusiva. In 12 intensi mesi, i tre fanno tappa a Recife, San Paolo, Rio de Janiero, Belo Horizonte in Brasile; a Montevideo, in Uruguay; a Buenos Aires in Argentina; a Santiago del Cile… Così tratteggia il loro programma in “Diario di un viaggio”: “Anche la nostra è una rivoluzione, usando l’arma più potente, l’Amore che Gesù ha por
tato sulla terra. Anche noi parlavamo di ‘uomo nuovo’, quello di san Paolo, ma anche di ‘uomo vecchio’, che cerchiamo di far morire anzitutto in noi stessi. Anche il nostro è un progetto di morte e di vita: punta a ‘che tutti siano uno’.” (altro…)
7 Feb 2005 | Nuove Generazioni
6 Feb 2005 | Focolari nel Mondo
Il Movimento Famiglie Nuove, espressione dei Focolari per il mondo della famiglia, attraverso le adozioni a distanza raggiunge attualmente 14.200 bambini inseriti in 96 progetti di sviluppo in 45 Paesi. In risposta all’emergenza sud-est asiatico, numerose le richieste e le offerte di adozioni a distanza. Sono stati avviati i primi nuovi progetti.
India – Tamil Nadu
Il Tamil Nadu, uno dei 32 stati dell’India, con capitale Madras, è situato nel sud est della penisola indiana, ed è tra i più densamente popolati. Dalle coste, colpite in modo devastante dal maremoto, la popolazione si è riversata nei territori dell’interno, rendendo necessaria l’attivazione di centri di assistenza in tutto lo Stato. Ma la situazione di povertà dell’area, aggravata dagli effetti della catastrofe, non consente un’accoglienza adeguata, e urgono finanziamenti immediati.
Progetto “Ilanthalir”
Father Susai Alangaram è un sacerdote molto vicino ai Focolari, con il quale Famiglie Nuove collabora dal 1997. L’Associazione da lui creata ha lo scopo di offrire educazione ai bambini dei villaggi dando la priorità a bambini poveri e/o orfani. Oltre ai 600 minori già inseriti nel programma di sostegno a distanza, Famiglie Nuove propone il sostegno a distanza di altri circa 200 bambini vittime dello tsunami dei quali il centro può prendersi cura con continuità.
Progetto “Bala Shanti”
Coimbatore – Tamil Nadu: dal 1986 vi opera l’associazione gandhiana ‘Shanti Ashram’ che raggiunge le popolazioni di una trentina di villaggi nell’intento di formare uomini di pace in una società pluralista come quella indiana, tipica per la diversità di culture, religioni e caste, offrendo ai bambini anche adeguato supporto alimentare e sanitario. Shanti Ashram ha accolto famiglie e bambini che dalla costa si sono rifugiati a Coimbatore. Si propone il sostegno a distanza per un centinaio di bambini Tsunami che si aggiunge alle 180 avviate da anni.
Progetto “K. Gandhi Kanya Gurukulam”
Nagapattinam -Tamil Nadu: dal 1946 opera l’associazione ‘K. Gandhi Kanya Gurukulam’ attraverso attività educative e sociali, dirette alle ragazze povere e orfane. Si portano avanti 1.700 ragazze di tutte le religioni, che ricevono
gratuitamente l’insegnamento, imparando vari mestieri per potersi poi mantenere. Dal 2003 le Famiglie Nuove collaborano inviando 49 sostegni a distanza: dopo la tragedia il referente del progetto invita ad accogliere e seguire nella continuità almeno 200 bambini colpiti dallo Tsunami, mediante il sostegno a distanza.
I progetti in Indonesia, Sri Lanka, isole Andamane e Nicobare
Indonesia
In Indonesia sta prendendo forma un intervento continuativo per 600 minori gestito da uno dei centri dei Focolari presente a Medan (Sumatra).
Sri Lanka
Nello Sri Lanka, in partnership con Apostolic Carmel, congregazione con diverse case sparse nel paese e con la quale da anni Famiglie Nuove collabora per progetti infanzia, si è presa cura di 150 bambini vittime Tsunami e delle loro famiglie.
Isole Andamane e Nicobare
Nelle isole Andamane e Nicobare stiamo mandando aiuti di emergenza tramite il vescovo di Port Blair, amico dei Focolari, che ospita un migliaio di persone nel cortile della sua parrocchia, in attesa di finalizzare un progetto di sostegno a distanza. Tutti i progetti possono essere sostenuti con l’invio di 216 €. Il versamento della quota, preferibilmente in un’unica soluzione, va effettuato su uno dei seguenti conti: c/c postale n° 48075873; c/c bancario n° 1000/2497 presso SAN PAOLO – IMI – Agenzia di Grottaferrata (Roma) – ABI 01025 – CAB 39140. intestati a: Associazione AZIONE PER FAMIGLIE NUOVE Onlus – Via Isonzo 64 – 00046 Grottaferrata (RM) Specificare la causale del versamento. (altro…)
1 Feb 2005 | Parola di Vita
In Quaresima la Chiesa ci ricorda che la nostra vita è un cammino verso la Pasqua, quando Gesù, con la sua morte e risurrezione, ci introduce nella vita vera, all'incontro con Dio. Un cammino non privo di difficoltà e di prove, paragonato ad una traversata del deserto.
Fu proprio nel deserto, mentre stava andando verso la terra promessa, che il popolo d'Israele abbandonò, per un momento, il suo Dio e adorò il vitello d'oro.
Anche Gesù ripercorre lo stesso cammino nel deserto e anche lui è tentato da Satana di adorare il successo e il potere. Ma Egli taglia netto con ogni lusinga del male e si rivolge con decisione verso l'Unico Bene:
«Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto»
Come è stato per il popolo ebraico e per Gesù, così anche per noi, nel nostro quotidiano, non mancano le tentazioni a farci deviare verso percorsi più facili. Esse ci invitano a cercare la nostra gioia e a riporre la nostra sicurezza nell'efficienza, nella bellezza, nel divertimento, nel possesso, nel potere…, realtà di per sé positive, ma che possono essere assolutizzate e che spesso la società propone come autentici idoli.
E quando non si riconosce e non si adora Dio, subentrano inevitabilmente altri “dèi” ed ecco riapparire il culto dell'astrologia, della magia…
Gesù ci ricorda che la pienezza del nostro essere non sta nella ricerca di queste cose che passano, ma nel metterci davanti a Dio, dal quale tutto proviene, e riconoscerlo per quello che Egli veramente è: il Creatore, il Signore della storia, il nostro Tutto: Dio!
Se lassù in Cielo, dove siamo incamminati, lo loderemo incessantemente, perché non anticipare fin da adesso la nostra lode a Lui?
Che sete sentiamo, a volte, anche noi di adorare, lodandolo nel fondo del nostro cuore, vivo nel silenzio dei tabernacoli e nella festante assemblea dell'Eucaristia…
«Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto»
Ma che cosa significa “adorare” Dio?
E' un atteggiamento che va diretto solo a Lui. Adorare significa dire a Dio: “Tu sei tutto”, cioè: “Sei quello che sei”; ed io ho il privilegio immenso della vita per riconoscerlo.
Adorare significa anche aggiungere: “Io sono nulla”. E non dirlo solo a parole. Per adorare Dio occorre annientare noi stessi e far trionfare Lui in noi e nel mondo. Questo implica il costante abbattimento dei falsi idoli che siamo tentati di costruirci nella vita.
Ma la via più sicura per giungere alla proclamazione esistenziale del nulla di noi e del tutto di Dio è tutta positiva. Per annientare i nostri pensieri non abbiamo che da pensare a Dio ed avere i suoi pensieri che ci sono rivelati nel Vangelo. Per annientare la nostra volontà non abbiamo che da compiere la sua volontà che ci viene indicata nel momento presente. Per annientare i nostri affetti disordinati basta aver in cuore l'amore verso di Lui ed amare i nostri prossimi condividendone le ansie, le pene, i problemi, le gioie.
Se siamo “amore” sempre, noi, senza che ce ne accorgiamo, siamo per noi stessi nulla. E perché viviamo il nostro nulla, affermiamo con la vita la superiorità di Dio, il suo essere tutto, aprendoci alla vera adorazione di Dio.
«Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto»
Quando tanti anni fa scoprimmo che adorare Dio significava proclamare il tutto di Lui sul nulla di noi, componemmo una canzone che diceva: “Se su nel ciel si spengono le stelle / se ogni giorno muore / se l'onda in mar s'annulla e non riprende / è per la tua gloria. / Che il creato canta a Te: / Tutto sei. / Ed ogni cosa dice a sé: / nulla son!”
Il risultato del nostro annullarci per amore era che il nostro nulla veniva riempito dal Tutto, Dio, che entrava nel nostro cuore.
Chiara Lubich
24 Gen 2005 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Dalla Thailandia «Ci siamo messi a disposizione, aiutando negli ospedali, donando il sangue, facendo da interpreti per i molti turisti coinvolti.
Da Bangkok alcuni di noi sono partiti per il sud per portare i primi aiuti raccolti sul posto e vedere cosa si potrà fare successivamente. Mons. Prathan, Vescovo del Sud della Thailandia, sottolinea l’importanza dell’aspetto spirituale, oltre che degli aiuti materiali, della potenza della preghiera per coloro che soffrono. Gli abbiamo assicurato che da tutto il mondo si partecipa anche con la preghiera alle sofferenze del nostro Paese».
Dall’India, una giovane del Movimento, di Madras (Tamil Nadu), ci scrive: «Il dolore è di una dimensione che ti sconvolge. La situazione nello Sri Lanka è molto più grave. Tante persone sono state trasportate a Madras e alloggiano negli uffici del comune, in chiese, templi. Eppure in tutto questo immenso dolore vedi l’amore, l’Amore per Dio a cui affidiamo tutto, l’Amore tra la gente: le famiglie hanno aperto le proprie case per accogliere chi è rimasto senza nulla, i giovani sono impegnati a raccogliere i corpi per fare funerali semplici ma dignitosi come l’uomo immagine di Dio merita, suore e religiosi lavorano senza sosta e sono punto di riferimento per tutti al di là della religione, le donne non smettono di cucinare riso per tutti, i medici intervengono senza sosta, i più poveri cercano di aiutare chi è in situazione più tragica della propria». E ancora: «Con mio fratello e una rete di benzinai prepariamo dei pacchi “fabbisogno”: una cucinetta al kerosene, piatti, medicine per pulire l’acqua, un tappeto di foglie secche per dormire, riso e biscotti per i bambini, lenticchie. Raccogliamo dalla gente e nei negozi acquistiamo con lo sconto; non facciamo calcoli sui nostri soldi che sono praticamente finiti, ma sulla provvidenza. Anche la nostra piccola macchina l’abbiamo data per trasportare le persone. Abbiamo avviato un programma per la distribuzione. Io non posso più spostarmi dalla città: la nostra casa accoglie adulti e bambini, malati o feriti, di cui prenderci cura rientrando dal lavoro. Un contributo piccolo ma che arriva subito e direttamente alle famiglie e permette loro di sopravvivere. E questa adesso è la cosa più importante… la grande lezione è che solo l’amore resta». (altro…)
24 Gen 2005 | Focolari nel Mondo
Tra le molte iniziative che fioriscono sia nei Paesi colpiti che nel resto del mondo, ad opera delle varie espressioni del Movimento dei Focolari, soprattutto tra i giovani è partita una staffetta d’amore. Alcuni flash:
Milano: i giovani hanno partecipato alla fiaccolata organizzata dall’Associazione Arcobaleno, un centro di accoglienza per stranieri gestito da persone dei Focolari, con la significativa partecipazione della comunità dello Sri Lanka che vive nel capoluogo lombardo, segnata da molti lutti a causa del maremoto. La manifestazione si è conclusa in piazza Duomo dove hanno parlato rappresentanti buddisti e cristiani della comunità. Molto toccante è stata la testimonianza di un operatore italiano dell’Arcobaleno, che ha voluto ringraziare il popolo cingalese per la sua generosità: sua figlia e suo genero erano in viaggio di nozze sulle spiagge dello Tsunami e sono stati tratti in salvo, per miracolo, da gente del luogo, che ha messo a repentaglio la propria vita per salvare quella di un gruppetto di 20 turisti, tra cui loro. Germania: il movimento di Schoenstatt e alcune comunità della Chiesa evangelico-luterana si sono unite alle iniziative dei Focolari per far arrivare anche i loro aiuti attraverso i contatti diretti che i Focolari hanno nelle zone colpite. Time-Out: ogni giorno, a mezzogiorno, i membri del Movimento, in tutto il mondo, si fermano per un minuto di silenzio e di preghiera per la pace. L’iniziativa, nata negli anni novanta a seguito della prima guerra del Golfo, ha oggi come prima intenzione di preghiera proprio le vittime dell’Asia. Le veglie di preghiera sono state molte, con raccolte di soldi: l’ultima, in ordine di tempo, il 18 gennaio scorso a Grottaferrata (RM), in concomitanza con l’inizio della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, che da sempre vede il Movimento attivo con molte iniziative in campo ecumenico. Come è avvenuto in tutto il mondo, anche i giovani hanno colto l’occasione delle feste natalizie e del Capodanno per raccogliere fondi a favore delle popolazioni colpite. Dall’Italia, qualche esempio: Loppiano: il ricavato della ormai tradizionale festa di Capodanno è stato destinato alle vittime dello tsunami (€ 2.100). Ancona: “Calze della befana” è il nome dell’iniziativa dei ‘Giovani per un Mondo Unito’, una raccolti di fondi attraverso la vendita nelle parrocchie della tradizionale calza del 6 gennaio, Gite turistiche, come ad Anagni (FR), o tombolate con piccoli e grandi, come a S. Anastasia (NA). (altro…)
24 Gen 2005 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale
El Alto, simbolo della rivolta. El Alto, l’altopiano della capitale boliviana, La Paz, simboleggia la rivolta, il conflitto, l’esasperazione del popolo boliviano. La difficile situazione sociale in Bolivia, incastonata tra la catena delle Ande e le grandi pianure del Sud America, alimenta uno stato di conflitto continuo che sfocia in manifestazioni e scioperi, non ultimo quello di questi giorni, sempre a El Alto, per chiedere agevolazioni nell’erogazione dell’acqua potabile. Sono oltre 40.000 le famiglie della zona, che non vi hanno attualmente accesso.
Cosa fare per rispondere a questa situazione drammatica Tra le numerose iniziative che fioriscono nel Paese, nasce l’operazione “Da El Alto all’Alto”, promossa dal Movimento dei Focolari per portare la realtà sociale conflittuale ad un piano più elevato, con l’apporto della dimensione spirituale. Si è dato vita così ad una «scuola di formazione alle responsabilità civili», preludio per azioni concrete, seppur umili, in cui la solidarietà e la fraternità possano sempre più informare le relazioni sociali. Inizia un tavolo di dialogo per approfondire, anche con l’aiuto di esperti, tematiche importanti, come il documento elaborato dalla Conferenza episcopale boliviana, con un’analisi approfondita della realtà sociale, insieme alla proposta per una nuova legge che regoli lo sfruttamento delle risorse naturali, essenziali per lo sviluppo economico del Paese. I conflitti sociali La Bolivia, infatti, pur essendo ricca di risorse come gas naturale e giacimenti di petrolio, è da secoli preda di una povertà endemica. Tra le cause, l’ingiusta ripartizione della ricchezza: da una parte c’è una piccola minoranza che detiene il potere economico e politico, dall’altra la maggioranza della popolazione si deve accontentare delle «briciole» e vede preclusa ogni speranza di miglioramento. Nell’autunno scorso sono scoppiati, prolungandosi per oltre un mese, una serie di scontri tra popolazione ed esercito, iniziati a El Alto e dilagati poi nel resto del Paese, che hanno registrato oltre 70 morti. La fraternità, risposta ai problemi sociali La spiritualità dell’unità dei Focolari inizia a diffondersi in Bolivia già negli anni ’70, attraverso alcuni sacerdoti e religiosi. Nascono i primi centri, a La Paz e poi a Cochabamba, e da lì il Movimento si diffonde anche a Santa Cruz, Oruru e Sucre. Il desiderio di tutti è quindi anche oggi di dare una testimonianza viva di come la fraternità può essere una risposta ai problemi sociali. (altro…)
24 Gen 2005 | Non categorizzato
Giovani che vogliono spendersi per la propria comunità
Parte in Argentina la prima scuola di formazione politica per i giovani promossa dal Movimento Politico per l’Unità in nove città: grazie a internet, il progetto è diventato operativo contemporaneamente a Buenos Aires, Cordoba, Rosario, José C. Paz, Avellaneda, La Plata, Mar del Plata, Bahía Blanca, Neuquén. I 140 giovani che da maggio scorso frequentano questi corsi di formazione politica chiedono alla politica l’utopia di un mondo unito e allo stesso tempo la concretezza di ciò che può incidere nel cambiamento. Sono giovani che vogliono spendersi per la propria comunità.
Come si svolge il corso
La scuola punta a offrire gli strumenti per una azione collettiva innovativa nel campo sociale e politico, attraverso corsi tematici svolti nelle città di appartenenza, progetti differenziati di azione locale e seminari per tutti gli studenti, due volte l’anno. Nelle diverse città i giovani si riuniscono insieme ad un animatore e interagiscono virtualmente con i professori e le altre comunità”. (altro…)
23 Gen 2005 | Ecumenismo
La manifestazione “Insieme per l’Europa” del maggio scorso a Stoccarda, ha segnato non solo un momento culmine del cammino di comunione avviato tra oltre 150 movimenti comunità e gruppi cattolici, evangelico-luterani, anglicani e ortodossi, ma anche ha reso visibile la ricchezza della fede cristiana nelle diverse Chiese.
In questi mesi non sono mancate le occasioni per ritrovarsi e lavorare insieme, mentre già si prepara a livello mondiale un nuovo appuntamento. Questa settimana è un’occasione per aprire una finestra sul mondo ortodosso, anglicano ed evangelico-luterano, partendo da tre realtà – diffuse in tutto il mondo – presenti l’8 maggio a Stoccarda: la fraternità ortodossa Syndesmos, i Corsi Alpha, nati all’interno di una parrocchia anglicana, e l’YMCA, associazione giovanile di origine europea, molto diffusa in Germania. – Syndesmos (“legame di unità”) fraternità iniziata nel 1953, raggruppa 121 scuole teologiche e movimenti giovanili ortodossi, in 43 nazioni. Suo fine specifico è sviluppare la collaborazione e la comunicazione fra i movimenti ortodossi di giovani e le facoltà teologiche sparse nel mondo, e di promuovere fra loro una più profonda comprensione e l’impegno a testimoniare il Vangelo nel XXI secolo. – Corso-Alpha, nato negli anni ’70, tenuto in 152 paesi e tradotto in 47 lingue, è rivolto a tutti gli strati sociali ed interessa soprattutto i giovani e chi non si definisce cristiano; è basato sul Vangelo e dura 10 settimane. Offre a chiunque lo desideri un primo approccio alla fede cristiana. – YMCA, Associazione cristiana dei giovani, è nata a Londra nel 1844 ed è oggi sparsa in tutto il mondo; il suo scopo è lavorare per il cambiamento sociale formando i giovani come cristiani anche attraverso lo sport e altre attività educative, insieme a servizi per i rifugiati ed emigrati. (altro…)
23 Gen 2005 | Ecumenismo
La Chiesa ortodossa ha mille anni di storia nella provincia orientale della Finlandia, la Carelia.
Come conseguenza della Seconda guerra mondiale, la Finlandia ha perso nella regione quasi tutte le terre tradizionalmente ortodosse. La maggior parte degli 80 mila ortodossi si trovarono ad essere dei rifugiati.
Molti movimenti della gioventù ortodossa hanno avuto inizio in modo spontaneo e miracoloso durante la guerra e nell’immediato dopoguerra. Il contributo del Movimento della gioventù ortodossa della Finlandia è stato determinante per la sopravvivenza di questa chiesa, con un ruolo chiave nell’aiutare a raccogliere le persone per la divina liturgia, per i gruppi di studio e i campeggi, e nella formazione di comunità eucaristiche che – in alcuni casi – divennero le nuove parrocchie in tutto il paese. La chiesa divenne il centro focale della vita e del servizio del Movimento della gioventù. Il rinnovamento evangelico della vita della chiesa venne iniziato in vari modi dal Movimento della gioventù ortodossa. Gioia e entusiasmo per la liturgia si espressero in ciò che viene definito: “santificare il tempo”. Questo rinnovamento liturgico è stato accompagnato da un interesse per gli scritti ascetici dei Padri e delle Madri del deserto. È stato un invito ad una spiritualità di amore per il bene e per la bellezza. È stato anche una scoperta dell’universalità della fede cristiana ortodossa. La piccola minoranza ortodossa della Finlandia non era sola al mondo. Attraverso i contatti all’interno di Syndesmos, che è la Fraternità mondiale dei 126 Movimenti della gioventù ortodossa, abbiamo riscoperto la nostra fraternità in Cristo. Una identità così rafforzata ha reso possibile, a noi che eravamo una minoranza, di coinvolgerci ecumenicamente: e abbiamo capito che ciò che è una sfida per una chiesa lo è anche per le altre, e ciò che è una benedizione per una chiesa lo è anche per le altre. (Heikki Huttunen – Outi Vasko) Tratto da Insieme per l’Europa – Il grande appuntamento di Stoccarda tra movimenti e comunità di varie chiese cristiane – supplemento a Città Nuova N. 10/2004 (altro…)
23 Gen 2005 | Ecumenismo
Non ho ricevuto un’educazione cristiana. Mio padre era un ebreo tedesco. Mia madre non andava in chiesa.
Ho conosciuto la fede in Gesù quando avevo 18 anni, e da allora ho desiderato parlare di Gesù a persone come me. Questo è tutto ciò che si propone Alpha. È indirizzato principalmente alle persone che non frequentano la Chiesa, a coloro i quali non si definiscono cristiani.
Il Corso-Alpha é fondato sul Vangelo. Si svolge in un arco di tempo di 10 settimane e comprende un pasto comune, un discorso e la costituzione di piccoli gruppi. Siamo positivamente toccati da ciò che é accaduto negli ultimi undici anni. Il Corso-Alpha si tiene in 152 paesi e in 30.000 parrocchie. E’ stato tradotto in 47 lingue ed è rivolto a tutti gli strati sociali. 124 delle 160 prigioni presenti nel Regno Unito (l’80%) ospitano circa 70.000 detenuti, dei quali – secondo le nostre statistiche – più di 30.000 hanno partecipato ad un Corso-Alpha. Esso ha suscitato in particolare grande interesse fra i giovani. Viene utilizzato da tante Chiese, riunendo i Cristiani nella loro comune missione di evangelizzazione ed è sostenuto dai leader delle maggiori Chiese cristiane. Durante il Corso, incentrato sulla figura di Cristo, insegniamo ciò che ci unisce come cristiani. Abbiamo capito che ciò che ci unisce é infinitamente più grande di ciò che ci divide. (Nicky Gumbel – Londra) Tratto da Insieme per l’Europa – Il grande appuntamento di Stoccarda tra movimenti e comunità di varie chiese cristiane – supplemento a Città Nuova N. 10/2004 (altro…)
23 Gen 2005 | Ecumenismo
Ivan è cresciuto a Zagabria. Durante la guerra nei Balcani è riuscito a fuggire con la sua famiglia in Germania, ma i bombardamenti e tutto ciò che aveva sperimentato durante la guerra avevano inciso sul suo stato di salute e provocato aggressività, droga e alcol. Alcuni pensavano già che fosse impossibile riabilitarlo e, proprio in quel momento, fu invitato al centro giovanile del Cvjm (l’YMCA tedesca). Per la prima volta sentì parlare dell’amore di Dio per ciascuno di noi. Apprese dai collaboratori del centro che Gesù sa perdonare e riappacificare gli uomini tra loro. Ben presto Ivan affidò la sua vita a Dio, e trovò la forza di aver fiducia negli altri. Ora va avanti per la sua strada in unità con Dio. Storie di questo genere ci incoraggiano a proseguire nel compito affidatoci dall’YMCA: formare bambini e giovani forti e una società solida.Nei nostri gruppi, assai vari, si intrecciano spesso delle amicizie profonde: bambini hanno la possibilità di misurarsi con sé stessi e scoprire dei talenti finora sconosciuti, per esempio nello sport, durante il gioco, in lavori creativi o nel far della musica. E periodi di vacanza o viaggi durante le ferie sono un’occasione ideale per sperimentare la fede, la fiducia e la gioia di vivere insieme. Nei nostri incontri vogliamo dedicarci in modo particolare ai giovani che provengono da difficili situazioni sociali o che si sentono tagliati fuori, sapendoli ascoltare e accogliere. Nei nostri gruppi si promuove nei giovani una competenza nel campo sociale, la capacità di instaurare rapporti e di risolvere conflitti, di sapersi prendere la propria responsabilità. Il Movimento dell’YMCA è nato nel 1844 a Londra, come movimento ecumenico, e si è poi esteso in tutto il mondo come il più grande movimento cristiano-ecumenico per la gioventù. Solo in Germania vi fanno parte 30 mila collaboratori e collaboratrici senza retribuzione e 700 referenti per la gioventù che lavorano a tempo pieno. (Mathias Ritter – Katja Muessig) Tratto da Insieme per l’Europa – Il grande appuntamento di Stoccarda tra movimenti e comunità di varie chiese cristiane – supplemento a Città Nuova N. 10/2004 foto: Helmut Nicklas (YMCA Monaco) (altro…)
22 Gen 2005 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Sono parroco cattolico in una città di 90.000 abitanti in Romania, dove la storia ha creato un mosaico di sette nazionalità e diverse Chiese. Quando 16 anni fa sono arrivato in quel posto, mi sono proposto di amare tutti, ma in modo speciale i ministri delle altre Chiese. Ero convinto, infatti, che tutti eravamo lì per una sola cosa: testimoniare alla gente Dio. Dapprima i contatti erano sporadici, in occasione di qualche funerale o altro. Cercavo di cogliere queste opportunità per costruire rapporti più profondi, interessandomi della vita degli altri ministri e dei problemi che incontravano nella pastorale. Sono nate così spontaneamente le prime iniziative. Un giorno, per esempio, ho chiesto al sacerdote ortodosso di parlare ai miei giovani. In seguito anche lui mi ha invitato. Nel 1992 è nata l’idea di stabilire un giorno della settimana, nel quale, secondo le possibilità, si sarebbero incontrati tutti i sacerdoti e pastori della città. Dopo 10 anni eravamo già 30 sacerdoti e pastori con due vescovi. Il nostro gruppo – composto da sacerdoti ortodossi rumeni e serbi, cattolici di rito latino e greco, riformati ungheresi, evangelici tedeschi e ungheresi, poi slovacchi, ucraini e croati – è diventato come un piccolo laboratorio ecumenico. Vivendo insieme il Vangelo, cerchiamo di far crescere fra noi rapporti di amore reciproco. Ci ispira, ci incoraggia la promessa di Gesù: “Dove due o più sono uniti nel mio nome…”. Da questi incontri sono sorte le “giornate ecumeniche” che hanno luogo ogni anno nella “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani”. In queste giornate è una gioia scambiarci i doni delle diverse tradizioni con canti e preghiere che svolgiamo in tutte le chiese della città, facendo con i nostri fedeli una specie di pellegrinaggio da una chiesa all’altra. Qualche tempo fa, siamo riusciti ad individuare due santi patroni per la nostra città che potessero essere accettati da tutte le Chiese: i santi Pietro e Paolo. Questa ricorrenza è stata accolta anche dalle autorità civili. Così il 29 giugno è diventato la festa più bella della città, con la partecipazione di una moltitudine di persone, ed è per tutti un simbolo d’unità. A volte ci sono pure difficoltà. Un anno, proprio mentre ci preparavamo alla cerimonia ecumenica, in sacrestia si è verificato un diverbio abbastanza aspro fra uno dei sacerdoti ortodossi ed il prete greco-cattolico. Ho pensato: “Adesso tutto il lavoro di questi anni sarà distrutto e l’ecumenismo andrà indietro”. Non potevo che affidare questa situazione a Dio. Dopo tre giorni, all’incontro in un’altra chiesa, il sacerdote che aveva offeso l’altro, ha chiesto pubblicamente perdono, per essere stato di impedimento nella via dell’unità. Un’altra volta un fedele mi ha detto che una persona di un’altra Chiesa parlava male di me. Mi sono messo a pregare, certo che Gesù avrebbe risolto anche questa cosa. Ho telefonato poi a quella persona che conoscevo e l’ho pregata di dirmi se aveva qualche difficoltà nei miei riguardi. E’ bastato questo piccolo passo per riavvicinarci. Un sacerdote che si trovava in difficoltà, sentendosi solo e isolato, in questi incontri ha trovato nuovo slancio. Un pastore evangelico era stato ingiustamente denunciato presso i suoi superiori. Allora tutti insieme abbiamo scritto al suo Vescovo, per informarlo sulla vera realtà delle cose. Ogni volta, poi, quando ci incontriamo preghiamo insieme per i problemi pastorali in quest’epoca di transizione. (altro…)
14 Gen 2005 | Famiglie, Focolari nel Mondo
Sembrava una sera come tante, ma non è stato così. Dopo ripetuti inviti, quella sera ho deciso di partecipare ad una riunione con un gruppo di famiglie che vivevano la spiritualità dell’unità, rinunciando al corso di nuoto. Sono tornata a casa felice, commossa: avevo trovato qualcosa di grande per cui valeva la pena di vivere. Avevo un grande desiderio di comunicare tutto a J., mio marito. Stava già dormendo e l’ho svegliato, ma non mi ha presa troppo sul serio. All’inizio non facevo che pensare a quanto quelle riunioni avrebbero aiutato J. a cambiare certi aspetti negativi del suo carattere, ma molto presto ho capito che ero io a dover cambiare. Ho cominciato allora a perdonare certi fatti passati che non ero mai riuscita a dimenticare. Poi ho cercato di essere più tollerante e di amare tutti di più e per prima, senza aspettarmi nulla in cambio. In casa si sono accorti del mio cambiamento e dopo qualche tempo anche J. ha accettato di partecipare con me a questi incontri: lo vedo entrare piano piano nel clima di fraternità che lì si respira, fino a diventarne costruttore attivo, mettendosi al servizio di tutti. J. decide di portare anche i nostri bambini, e di mettere a disposizione il suo autobus per trasportare le persone del nostro quartiere che avessero voluto partecipare agli incontri, così avrebbero risparmiato i soldi del viaggio. Ma non ha potuto farlo perché pochi giorni dopo non solo ha perso il lavoro, ma è stato minacciato pesantemente. Qualche tempo dopo viene convocato nell’ufficio della ditta. Sa di rischiare grosso, presentandosi, ma accetta. All’appuntamento lo aspetta la persona che gli toglie la vita. Per me è un colpo durissimo, ma sento che Dio aveva preparato mio marito e me a quanto ci stava per accadere. Prego che questo dolore non passi invano e lo offro perché la persona che ci ha fatto così tanto male si possa pentire. Non capisco il perché di quel che è successo, ma dentro di me non c’è rancore. Faccio di tutto perché anche i miei figli, di dodici e nove anni, superino la rabbia e riescano a perdonare. Le parole di Gesù sul perdono e sull’amore al nemico mi danno forza giorno per giorno. Un nostro conoscente sa chi è il colpevole e mi fa capire che, se voglio, posso ottenere la vendetta. «No! – rispondo – lo lascio alla giustizia di Dio. Siamo tutti creature sue e questa persona, oltretutto, ha bisogno di tempo per pentirsi». J. l’aveva sperimentato che Dio ci ama. Ho fatto scrivere sulla sua tomba: “Dillo a tutti: Dio ti ama immensamente”. (B.L. – Colombia) Tratto da L’amore vince. Trenta storie vere raccontate dai protagonisti. Ed. Città Nuova
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