13 Gen 2005 | Chiara Lubich, Spiritualità
Se siamo uniti, Gesù è fra noi. E questo vale. Vale più di ogni altro tesoro che può possedere il nostro cuore: più della madre, del padre, dei fratelli, dei figli. Vale più della casa, del lavoro, della proprietà; più delle opere d’arte d’una grande città come Roma, più degli affari nostri, più della natura che ci circonda coi fiori e i prati, il mare e le stelle: più della nostra anima. E’ Lui che, ispirando i suoi santi colle sue eterne verità, fece epoca in ogni epoca. Anche questa è l’ora sua: non tanto d’un santo, ma di Lui; di Lui fra noi, di Lui vivente in noi, edificanti – in unità d’amore – il Corpo mistico suo. E allora viviamo la vita che Egli ci dà attimo per attimo nella carità. E’ comandamento base l’amore fraterno. Per cui tutto vale ciò che è espressione di sincera fraterna carità. Nulla vale di ciò che facciamo se in esso non vi è il sentimento d’amore per i fratelli: ché Dio è Padre ed ha nel cuore sempre e solo i figli. Da MEDITAZIONI, di Chiara Lubich (altro…)
12 Gen 2005 | Dialogo Interreligioso, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Una nuova pagina di fraternità tra cristiani e buddisti si è aperta in Giappone. In questo grande Paese del Sol Levante, di 127 milioni di abitanti, in maggioranza scintoisti e buddisti, i cristiani non superano la soglia dell’1%. E’ proprio un Movimento buddista giapponese, la Rissho Kosei-kai, ad invitare il complesso musicale internazionale, Gen Verde, fra la sua gente, per portare un messaggio di pace e fraternità. Questa iniziativa è nata dopo che una delegazione della RKK aveva assistito ad uno spettacolo di questo complesso, in Corea nel 2002, dove avevano portato sui palcoscenici Prime Pagine, un “teatro musicale” che narra la scoperta del Vangelo, alle radici della storia del Movimento dei Focolari.
Gli spettacoli – per l’occasione allestiti in giapponese – raggiungono oltre 17.000 persone in 9 città, da Tokyo a Nagasaki. Un tifone particolarmente violento e il terremoto a Niigata spinge a fare degli spettacoli un gesto di solidarietà concreta.
L’invito della RKK si innesta sulla base del dialogo intessuto dal 1979 con Chiara Lubich e i Focolari in Giappone. Motivo ufficiale: la partecipazione alle cerimonie di commemorazione di Nikkyo Niwano, fondatore del Movimento, a 5 anni dalla sua dipartita. Sei milioni sono gli aderenti della RKK che si collegano via satellite alle cerimonie. La tournée segna, come aveva auspicato Chiara Lubich in un messaggio al Presidente della RKK, Nichiko Niwano, “un nuovo impegno a vivere e a lavorare assieme, con dedizione e fiducia, sostenendosi sempre l’un l’altro, per costruire l’unità della famiglia umana”.
Varie le occasioni di contatto diretto con la cultura giapponese, con lo scintoismo e il buddismo tradizionale, attraverso la visita ai loro templi e ad alcuni maestri spirituali, come il venerabile Takeuchi, già da tempo in contatto con i Focolari. Attraverso i Koriukai (incontri di approfondimento), il Gen Verde entra in contatto con altri 3.000 buddisti. “Questo popolo non ha mai smesso di stupirci – dice Paola Stradi del Gen Verde – forte e delicato allo stesso tempo, determinato e irriducibile, ma sensibilissimo ai valori dello spirito”.
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12 Gen 2005 | Cultura, Dialogo Interreligioso, Focolari nel Mondo
“Vogliamo essere strumenti di pace come voi”. “E’ cresciuto dentro di noi il seme della pace”. “Questa è veramente l’espressione più alta dell’arte: donare forza e speranza!”. Alcune delle espressioni raccolte dal pubblico che numeroso, in 17.000, è intervenuto a Tokyo, Nagasaki, Hiroshima, Osaka, Fukuoka, Nagoya, Nagano, le città toccate nei 68 giorni di tournée giapponese del Gen Verde, espressione artistica del Movimento dei Focolari, in una lunga tournée iniziata il 24 settembre e conclusa il 1° dicembre scorso. L’invito è partito dal movimento buddista giapponese Rissho Kosei-Kai (RKK), sulla base del profondo dialogo intessuto dal 1979 con Chiara Lubich e i Focolari in Giappone. Il Gen Verde ha portato sui palcoscenici Prime Pagine – per l’occasione allestito in giapponese -, un “teatro musicale” che risale alle radici della storia del Movimento dei Focolari, alla scoperta del Vangelo, per realizzare il testamento di Gesù, “Padre, che tutti siano uno”.
Che la tournée porti frutti di pace e di fraternità
Il 1° ottobre, il Presidente Nichiko Niwano offre al Gen Verde un pranzo di benvenuto ufficiale. “L’augurio che ci scambiamo è che la tournée porti frutti di pace e di fraternità e che chi ci vede possa esclamare, per l’amore reciproco fra RKK e Gen Verde: “guardate come si amano”. Un augurio che si è realizzato: la tournée promossa dal Movimento giapponese, ha dato un contributo al dialogo tra cristiani e buddisti e all’unità tra il Movimento dei Focolari e la Rissho Kosei-Kai.
Nel cuore del popolo giapponese
Il tour è un’occasione per conoscere da vicino le sofferenze passate e presenti della nazione, come dice Paola Stradi del Gen Verde: “In 68 giorni questo popolo non ha mai smesso di stupirci: forte e delicato allo stesso tempo, determinato e irriducibile, ma sensibilissimo ai valori dello spirito. Cerchiamo di fare nostre le sofferenze passate: la tragedia della bomba atomica e le sue conseguenze a Nagasaki e Hiroshima, dove invitiamo il pubblico a cominciare con un momento di silenzio per la pace. Tra le sofferenze presenti, un tifone particolarmente violento e il terremoto a Niigata ci spinge a fare degli spettacoli un gesto di solidarietà concreta per questa gente così provata”.
Numerosi i contatti
Oltre alle 17.000 persone incontrate nei 9 spettacoli, 2.120 sono stati i partecipanti ai Koriukai, incontri di scambio fissati tra uno spettacolo e l’altro, dove il dialogo si approfondisce; e ancora un incontro-spettacolo per 215 universitarie su invito delle suore salesiane; incontri con l’arcivescovo di Nagasaki e con il vescovo di Hiroshima, con vari sacerdoti e religiosi. L’arcivescovo di Tokyo, card. Shirayanagi, interviene allo spettacolo del 14 novembre alla Fumon Hall. E’ presente Nichiko Niwano, Presidente della RKK, con sua figlia Kosho, futura presidente designata, che, assieme al cardinale, introduce il Gen Verde. E’ presente anche S.E. Ambrose De Paoli, nunzio apostolico in Giappone.
L’incontro con alcuni bonzi e la visita ai loro templi
E’ l’occasione di un contatto diretto con la cultura giapponese ed anche con lo scintoismo e col buddismo tradizionale. Un’accoglienza particolare, in un clima di vera fraternità, è riservata dal venerabile Takeuchi, che in aprile aveva partecipato in Italia al primo simposio buddista-cristiano promosso dai Focolari.
Le cerimonie in onore del Fondatore del Movimento giapponese
Motivo ufficiale dell’invito è la partecipazione alle cerimonie per la commemorazione di Nikkyo Niwano, fondatore della RKK. Il 2 ottobre, nella Fumon Hall di Tokyo, se ne ricorda la morte, avvenuta il 4 ottobre 1999, il “giorno di S. Francesco”, come fanno presente gli amici buddisti. “La preghiera di S. Francesco” è proprio una delle canzoni presentate dal Gen Verde in lingua giapponese! 3.000 persone sono presenti. Un milione seguono via satellite, così come ad una seconda cerimonia che si tiene nell’Aula Sacra il 15 novembre, per il compleanno del fondatore a cui sono presenti in 7000. La prima parte è una preghiera solenne che conducono Nichiko Niwano e sua figlia Kosho. Il messaggio che Chiara Lubich invia per l’occasione riscuote risonanza e adesione, soprattutto l’invito a “un nuovo impegno a vivere e a lavorare assieme, con dedizione e con fiducia, sostenendosi sempre l’un l’altro, per costruire l’unità della famiglia umana.” Sempre nell’Aula Sacra, il 20 novembre il Gen Verde presenta canzoni ed esperienze a 1500 giovani buddisti venuti da tutto il Giappone, responsabili di gruppi locali. E con un’intervista televisiva, a conclusione della tournée per il “collegamento” mensile della RKK, vengono raggiunte 6 milioni di persone.
‘Sayonara’, arrivederci, Giappone!
Alcune tra le moltissime impressioni raccolte dopo gli spettacoli, dicono il “termometro” della tournée: “Avete risvegliato in me l’amore di Dio e mi avete reso cosciente che è questo amore che mi fa vivere”. “E’ cresciuto dentro di noi il seme della pace. Anche nel terremoto ho sentito la forza dell’amore”. “Voglio diventare una che dà”. “Ho capito che anche nella sofferenza io esisto per gli altri”. Al momento di partire – come dichiara Paola Stradi – “cuore e anima sono arricchiti, dilatati, rinvigoriti. In ogni città il Presidente Niwano ci ha fatto trovare stupende composizioni di fiori come benvenuto. Ma c’è un profumo ancora più intenso che continua a seguirci: quello dei cuori che abbiamo conosciuto e che ora, insieme ai nostri, vivono con rinnovata decisione per un mondo più unito”. (altro…)
31 Dic 2004 | Parola di Vita
Era l'anno 50 quando Paolo arrivò a Corinto, la grande città della Grecia famosa per l'importante porto commerciale e vivace per le sue molteplici correnti di pensiero. Per 18 mesi l'apostolo vi annunciò il Vangelo e pose le basi di una fiorente comunità cristiana. Altri dopo di lui continuarono l'opera di evangelizzazione. Ma i nuovi cristiani rischiavano di attaccarsi alle persone che portavano il messaggio di Cristo, piuttosto che a Cristo stesso. Nascevano così le fazioni: “Io sono di Paolo”, dicevano alcuni; e altri, sempre riferendosi all'apostolo preferito: “Io sono di Apollo”, oppure: “Io sono di Pietro”.
Davanti alla divisione che turbava la comunità, Paolo afferma con forza che i costruttori della Chiesa, paragonata ad un edificio, ad un tempio, possono essere tanti, ma uno solo è il fondamento, la pietra viva: Cristo Gesù.
Soprattutto questo mese, durante la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, le Chiese e le comunità ecclesiali ricordano insieme che Cristo è l'unico loro fondamento, e che soltanto aderendo a Lui e vivendo l'unico suo Vangelo possono trovare la piena e visibile unità tra di loro.
«Cristo, unico fondamento della Chiesa»
Fondare la nostra vita su Cristo significa essere una sola cosa con Lui, pensare come Lui pensa, volere ciò che Lui vuole, vivere come Lui ha vissuto.
Ma come fondarci, radicarci su di Lui? Come diventare una cosa sola con Lui?
Mettendo in pratica il Vangelo.
Gesù è il Verbo, ossia la Parola di Dio che si è incarnata. E se Egli è la Parola che ha assunto la natura umana, noi saremo veri cristiani se saremo uomini e donne che informano tutta la loro vita della Parola di Dio.
Se noi viviamo le sue parole, anzi, se le parole sue ci vivono, sì da fare di noi “Parole vive”, siamo uno con Lui, ci stringiamo a Lui; non vive più l'io o il noi, ma la Parola in tutti. Potremo pensare che vivendo così daremo un Contributo perché l'unità tra tutti i cristiani diventi una realtà.
Come il corpo respira per vivere, così l'anima per vivere vive la Parola di Dio.
Uno dei primi frutti è la nascita di Gesù in noi e tra noi. Questo provoca un mutamento di mentalità: inietta nei cuori di tutti, siano essi europei o asiatici o australiani o americani o africani, gli stessi sentimenti di Cristo di fronte alle circostanze, alle singole persone, alla società.
E' l'esperienza di uno dei miei primi compagni, Giulio Marchesi, ingegnere in una grande industria, poi direttore di un'altra importante azienda di Roma. Le tante esperienze vissute sul lavoro e in altri campi sociali, lo portarono alla sconfortante constatazione che dappertutto erano scopi egoistici a muovere le persone e che quindi non poteva esserci felicità a questo mondo.
Quando però incontrò un giorno delle persone che vivevano la Parola di vita, tutto in lui e attorno a lui sembrò cambiare. Mettendosi anch'egli a vivere il Vangelo cominciò ad avvertire in cuore un senso di pienezza e di gioia. Scriveva: “Sperimentavo l'universalità delle Parole di vita, scatenavano una vera rivoluzione in me, cambiavano tutti i rapporti con Dio e col prossimo, tutti mi parevano fratelli e sorelle, avevo l'impressione di averli sempre conosciuti. Ho anche sperimentato l'amore di Dio per me: bastava pregarlo. Insomma, la Parola vissuta mi ha fatto libero!”
E tale è rimasto anche quando, negli ultimi anni della vita, fu costretto su una carrozzella.
Sì, la Parola vissuta rende liberi dai condizionamenti umani, infonde gioia, pace, semplicità, pienezza di vita, luce; facendoci aderire a Cristo, ci trasforma a poco a poco in altri Lui.
«Cristo, unico fondamento della Chiesa»
Ma c'è una Parola che riassume tutte le altre, è amare: amare Dio e il prossimo. Gesù sintetizza in questa “tutta la Legge e i Profeti” .
Il fatto è che ogni Parola, pur essendo espressa in termini umani e diversi, è Parola di Dio; ma siccome Dio è Amore, ogni Parola è carità.
Come vivere allora questo mese? Come stringerci a Cristo “unico fondamento della Chiesa”? Amando come Lui ci ha insegnato.
“Ama e fa' quello che vuoi” , ha detto sant'Agostino, quasi sintetizzando la norma di vita evangelica, perché amando non sbaglierai, ma adempirai in pieno la volontà di Dio.
Chiara Lubich
30 Dic 2004 | Chiara Lubich
La compagnia con i santi Mille grazie di questa laurea h.c. incentrata sulla vita consacrata, laurea assolutamente imprevista, ma graditissima. Le persone consacrate, infatti, mi portano sempre a pensare a quelle creature fra esse, che, perché donate completamente a Dio, hanno raggiunto la perfezione, la santità. E la conoscenza e la compagnia con i santi è uno dei doni più belli che un’anima cristiana può ricevere, delle meraviglie celesti che può sperimentare. Grazie dunque. Di cuore. La vita consacrata nel Movimento dei Focolari In questo mio intervento dovrò esporre, penso, come è vista e considerata la vita consacrata nel Movimento dei Focolari, di cui, come fondatrice, sono stata e sono uno strumento sempre “inutile e infedele”. Sarà quindi necessario anzitutto conoscere, per ampie linee, detto Movimento, e per meglio capirlo, qualche premessa al suo inizio ufficiale, effetto già del nuovo carisma dell’unità, che è stato ed è dono di Dio per molti. Sarò io il tuo Maestro La prima volta che ho avuto sentore che qualcosa di nuovo stava succedendo in me, e non partiva dalla mia intelligenza, è stato quando a 18 anni il mio cuore non aveva che un unico struggente desiderio: conoscere Dio. La filosofia, che avevo studiato nelle scuole superiori, non mi aveva appagata. E, dovendo iniziare a frequentare l’Università, avevo pensato che forse in un Ateneo cattolico avrei trovato chi avrebbe saziato la mia sete. Circostanze apparentemente avverse, ma che ho visto poi provvidenziali, me lo hanno impedito. Ne ho pianto costernata con mia madre che non riusciva a consolarmi. Ma proprio in quei momenti ho sentito chiare, nella mia anima, queste parole: “Sarò io il tuo Maestro”. Smisi di piangere, continuai la mia vita e mi iscrissi ad un’Università laica. A Loreto Un anno dopo, nel lontano 1939, sono stata invitata a partecipare a Loreto ad un convegno. Appena potevo correvo alla casetta di Nazareth, custodita nella grande chiesa-fortezza. Non avevo tempo di rendermi conto se storicamente quello fosse l’ambiente dove era vissuta la Sacra Famiglia. M’inginocchiavo accanto al muro annerito dalle lampade, ma non riuscivo a pronunciare parola: ogni volta qualcosa di nuovo e di divino mi avvolgeva, quasi mi schiacciava. Contemplavo col pensiero la vita verginale dei tre. Quella convivenza di vergini: Maria e Giuseppe, con Gesù fra loro aveva un’attrattiva irresistibile per me. L’ultimo giorno del convegno, quando la chiesa era gremita di giovani, mi è passato un pensiero: sarai seguita da una schiera di vergini. Una quarta strada Tornata nel Trentino ho trovato il mio parroco. Questi mi vede felice e mi domanda: “Hai trovato la tua strada?” “Sì”, rispondo. “Il matrimonio?” “No”. “Il convento?” “No”. “Rimarrai vergine nel mondo?” “No”. Erano le tre strade allora possibili per una ragazza. Però io non sapevo di più. Più tardi capirò: quella era una quarta strada, una strada nuova di consacrazione a Dio, che lo Spirito Santo apriva nella Chiesa; strada caratterizzata proprio dalla presenza di Gesù fra più persone vergini o, pur sposate, verginizzate dall’amore: e questo è il focolare. “Datti tutta a Me” Quattro anni dopo, poi, mentre compivo un atto d’amore verso mia madre (ero andata, in una freddissima mattina d’inverno, a comperare del latte al posto delle mie sorelle), è successo un fatto un po’ particolare: mi è sembrato quasi che il Cielo s’aprisse e Dio mi dicesse: “Datti tutta a me”. Era la chiamata esplicita di Dio, a cui ho subito risposto con tutto l’amore del mio giovane cuore. Ne ho parlato con il confessore che mi ha permesso di donarmi a Dio per sempre. Non mi sarà mai possibile descrivere ciò che è passato nel mio cuore quel giorno: avevo sposato Dio! Potevo aspettarmi ogni cosa da Lui! «Tutto vince l’Amore» Intanto avevo conosciuto alcune giovani alle quali non tenevo segrete quelle mie prime idee su ciò che stava per nascere, e anch’esse hanno fatto la mia stessa scelta. Ma l’amore, il mio amore è stato messo alla prova. Erano i tempi della seconda guerra mondiale che distruggeva ogni cosa, e quasi tutte le persone sfollavano dalle città. Un giorno di maggio un bombardamento su Trento aveva reso inabitabile la mia casa sicché, con la famiglia, ho dovuto ripararmi in un bosco alla periferia della città. Ricordo di quella notte, passata all’addiaccio, due particolari: stelle e lacrime. Stelle, perché le ho viste tutte – lungo le ore notturne – passare sopra il mio capo; lacrime, perché capivo che non potevo allontanarmi dalla città con i miei, che tanto amavo, in cerca di rifugio. Qualcosa stava nascendo: non avrei potuto abbandonare le mie compagne. Ad un dato punto mi è sembrato che Dio, per farmi capire la sua volontà, mi ricordasse una frase studiata a scuola: “Tutto vince l’amore” . L’amore per Dio doveva vincere anche quella cruda separazione dai miei? Al mattino l’ho fatto, con la benedizione di mio padre. E, mentre la famiglia andava verso la montagna, sono tornata verso la città distrutta. Ho cercato le mie compagne fra le case e le strade ridotte a macerie. Grazie a Dio, erano tutte salve. Il primo focolare Ci ha ospitato così, poco dopo, un piccolo appartamento. Era il primo focolare, anche se noi non lo sapevamo ancora. Anni dopo, per la presenza di quell’anima grande che era Igino Giordani, confondatore della nostra Opera e ora servo di Dio, si è precisata la fisionomia del focolare: esso è, ad immagine della famiglia di Nazareth, una convivenza, in mezzo al mondo, di persone vergini e coniugate, tutte donate, anche se in maniera differente, a Dio. Una nuova spiritualità Ma, tornando ai primi tempi del Movimento, ecco il Signore istruirci scolpendo a caratteri di fuoco nelle nostre anime quelli che sarebbero diventati i cardini di una spiritualità nuova – personale e comunitaria insieme -: la “spiritualità dell’unità”. Dio Amore Con la guerra e le sue conseguenze scomparivano quelle cose o persone che formavano quasi l’ideale della nostra vita e la lezione, che Dio ci offriva con quelle circostanze, era chiara: tutto al mondo passa. “Tutto è vanità delle vanità” (cf Qo 1,2). Contemporaneamente sorgeva per tutte, nel mio cuore, una domanda: “Ma, ci sarà un ideale che nessuna bomba può far crollare, per cui poter impegnare tutte noi stesse?”Sì, è stata la risposta, c’è. E’ Dio, Dio che è Amore. E lì, in mezzo alle stragi della guerra frutto dell’odio, siamo state abbagliate, come fosse la prima volta, dalla verità su Dio: “Dio è Amore” (1 Gv 4,8). E abbiamo creduto, con fede ardentissima, al Suo Amore. E, di conseguenza, se prima avevamo pensato Dio lontano, inaccessibile, ora Lo avvertivamo vicinissimo: illuminava, trasfigurava col suo amore ogni circostanza che ci riguardava, lieta o triste o indifferente che fosse: tutto ci appariva espressione del suo amore. E la gioia e lo stupore sono stati così grandi che non abbiamo atteso un attimo a scegliere proprio Lui, Dio Amore, come l’Ideale della nostra vita. E Dio Amore è il primo cardine della “spiritualità dell’unità”. Il Vangelo vissuto parola per parola Ben presto però si è imposta a noi un’esigenza: “Se Dio, che è Amore, è il nostro nuovo ideale, come comportarci per poter dire che Egli è veramente il tutto per noi?” Era ovvio: dovevamo a nostra volta amare Dio. Correvamo nei rifugi ad ogni allarme aereo e non potevamo prendere con noi null’altro se non un piccolo libro: il Vangelo. In esso – ne eravamo certe – avremmo trovato come amare Dio. Lo aprivamo. Ed ecco la meraviglia: quelle parole, che avevamo sentito tante volte, s’illuminavano, come se una luce vi si accendesse sotto, infiammavano il nostro cuore. Le capivamo ed una forza ci spingeva a metterle subito in pratica. Lo facciamo e avviene un susseguirsi di episodi che stupiscono e incantano. Ci rendiamo conto, con sorpresa, che ciò che Gesù aveva promesso anche ora mantiene. Il Vangelo, dunque, è vero. Questa costatazione mette le ali al nostro cammino da poco intrapreso. La nostra gioia è grande, contagiosa. Comunichiamo agli altri ciò che accade. Ed essi comprendono che Gesù è vivo. Sicché molti vogliono seguirLo. Amare Dio vivendo il Vangelo, parola per parola, è il secondo cardine della nuova spiritualità che Dio ci stava dando. L’arte di amare Fra tutte le parole del Vangelo, lo Spirito Santo ci sottolineava in modo speciale quelle riguardanti l’amore verso il prossimo: amore sempre nuovo che va diretto a tutti, che domanda a ciascuno d’aver l’iniziativa, che deve essere concreto, che vede Gesù in ogni prossimo. Ed abbiamo iniziato ad amare tutti i poveri, i mutilati della guerra, gli orfani, i soli…, che incontravamo, ad invitarli, ad esempio, alla nostra tavola in focolare, mentre ardeva nel nostro cuore il desiderio d’arrivare a risolvere il problema sociale della città. Vi dò un comandamento nuovo La guerra però ci poneva sempre di fronte alla morte, cosicché ci siamo chieste un giorno se vi è nel Vangelo una parola che piace particolarmente a Dio. Avremmo voluto viverla, per dargli gioia, almeno negli ultimi istanti della nostra vita. Il Vangelo presto ce la rivelò in quel comandamento che Gesù dice suo e “nuovo”, quindi speciale: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,12-13). Colpite fortemente dalla bellezza e dalla radicalità di queste parole, ci siamo guardate in faccia e ci siamo dichiarate, sotto l’azione – pensiamo proprio – d’una grazia tutta particolare: “Io sono pronta a dare la vita per te. Io per te. Io per te… Tutte per ciascuna”. E’ stato un patto solenne, che da allora abbiamo cercato di mettere in pratica sempre ed è diventato la base su cui poggia l’intero Movimento dei Focolari. Vivere l’amore evangelico e in modo particolare l’amore reciproco è il terzo cardine da cui non può prescindere chiunque voglia vivere la “spiritualità dell’unità”. Quell’amore che genera la presenza di Gesù in mezzo a noi Ma ecco che, avendo messo in atto l’amore vicendevole, la nostra vita interiore ha avuto un balzo di qualità: abbiamo avvertito una nuova sicurezza, una volontà più decisa, una gioia e una pace mai sperimentate, una pienezza di vita, un’abbondanza di luce. Come mai? La risposta è stata subito evidente quando abbiamo letto queste altre parole di Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome (e cioè in me, nel mio amore, dicono alcuni Padri della Chiesa), io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Gesù silenziosamente si era, dunque, introdotto come Fratello invisibile, nel nostro gruppo. Ed abbiamo subito intuito l’infinito valore della sua presenza. Non abbiamo più voluto perderla. Con l’amore reciproco, che generava Gesù fra noi, si realizzava pure l’unità da Lui invocata nel suo testamento: “Che siano uno come io e te” (cf Gv 17,21). Unità che abbiamo potuto suggellare ricevendo quotidianamente la santissima Eucaristia. Gesù in mezzo ai suoi e l’unità sono il quarto cardine della nostra spiritualità. La chiave dell’unità: il grido di Gesù in croce Non sempre naturalmente riuscivamo a vivere così. Alle volte difetti anche piccoli offuscavano lo splendore dell’unità, allontanavano Gesù di mezzo a noi. Ma non ci arrendevamo. Avevamo saputo che Gesù aveva sofferto il massimo dei suoi dolori quando in croce, sperimentando l’abbandono del Padre e la separazione da Lui, aveva gridato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Toccate da questo suo dolore, ci siamo sentite spinte a prendere come modello nostro proprio Gesù nel suo abbandono. Egli si è fatto “peccato” per noi? Ha assunto ogni nostra difficoltà, ogni nostra divisione? Dunque, ovunque appaiono, Egli è presente. E, da allora, abbiamo scoperto il suo volto: nelle aridità della nostra anima, nel buio, nei dubbi; nei prossimi soli, derelitti, delusi; nelle più varie divergenze presenti nelle famiglie; nelle disunità fra le generazioni, fra le comunità della nostra Chiesa; nelle divisioni fra le Chiese; nell’incomunicabilità fra fedeli di religioni diverse, fra credenti e non credenti. E tutti questi dolori, tutte queste disunità non ci hanno spaventate. Anzi abbiamo amato in esse la presenza di Gesù abbandonato. E, comportandoci come Lui ha fatto, quando abbandonato dal Padre al Padre si è riabbandonato (“Nelle tue mani raccomando il mio spirito” – Lc 23,46), abbiamo trovato la chiave per porre rimedio alle diverse situazioni. Amare Gesù crocifisso e abbandonato è il quinto cardine della “spiritualità dell’unità”. La vocazione della nostra Opera: portare Gesù nel mondo Ci vollero cinque, sei anni perché potessimo far nostri questi principali cardini e perché essi raggiungessero il loro vero scopo: insegnarci a vivere sempre con “Gesù in mezzo a noi”. Tutti, infatti, sono in funzione di questa altissima finalità. Si delineava così quella che sarebbe stata la vocazione della nostra Opera: portare spiritualmente Gesù nel mondo. Ed è ciò che è successo, ancora sotto la guerra, attorno al primo focolare: dopo pochi mesi circa 500 persone di tutte le età, uomini e donne, delle più varie estrazioni sociali e di tutte le vocazioni, condividevano il nostro Ideale e formavano lì, in mezzo al mondo, una comunità simile a quella dei primi cristiani. Tra essi non mancavano i figli dei fondatori, religiosi dei più vari Ordini, le cui diverse spiritualità si armonizzavano e risplendevano maggiormente nella comune fraternità. Essi ci hanno dato modo di contemplare gli Ordini, le Congregazioni, le Famiglie religiose, come splendide aiuole del magnifico giardino della Chiesa in cui sono fiorite e fioriscono tutte le virtù. Cristo dispiegato nei secoli Se, infatti, Cristo è il Verbo incarnato, la Chiesa ci è apparsa, per i più vari carismi donatile dallo Spirito, come un Vangelo incarnato. Ogni famiglia religiosa è in particolare l’incarnazione di un’espressione di Gesù, d’un fatto della sua vita, d’un suo dolore, di una sua parola… Ci sono i francescani, che continuano a predicare nel mondo, anche con la loro solo esistenza: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno di Dio” (Mt 5,3). Ci sono i domenicani che, contemplando il Logos, il Verbo, spiegano e diffondono la verità. I gesuiti che sottolineano la totale disponibilità nel servizio della Chiesa mediante l’obbedienza. Gli Ordini missionari che attuano il precetto: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (cf Mt 28,19). I carmelitani che adorano Dio sul Tabor pronti a discendere per predicare e affrontare la passione e morte. Le famiglie di san Vincenzo de’ Paoli e di san Camillo de’ Lellis che incarnano le opere di misericordia. E così via. Per tutti questi carismi, fioriti lungo i secoli, la Chiesa appare proprio come un Vangelo dispiegato nel tempo e anche nello spazio, perché i figli dei santi fondatori sono presenti spesso dovunque. I moderni Movimenti ecclesiali e le Nuove Comunità, prevalentemente composti da laici, continuano questa meravigliosa “incarnazione” del Vangelo. Infatti, anche in essi, pur nella diversità delle loro forme, si possono ravvisare doni particolari dello Spirito e una spinta a mettere in pratica le parole di Gesù. Ora, compresa così la Chiesa, quale può essere il rapporto del nostro Movimento con tutte queste ricchezze della Sposa di Cristo e in particolare quale la relazione fra la nostra spiritualità e le altre? L’unità, il supremo disegno di Cristo Come ho già detto, la spiritualità del Movimento s’incentra sull’unità, sul Testamento di Gesù. E, come chiave per attuarla, sul più grande dolore di Gesù: sul suo abbandono in croce. Ora, essendo l’unità – come già diceva Paolo VI – il “supremo disegno” di Cristo, la “sintesi dei suoi precetti” , la parola riassuntiva dei suoi desideri divini , il “vertice del Vangelo” ; ed essendo l’abbandono il culmine del patire, che Cristo ha offerto per la nostra salvezza, è evidente che ogni altra espressione della sua dottrina o della sua vita si ritrovi nell’unità e nell’abbandono. Anzi, è logico che scopra nel Testamento di Gesù e nel vertice del suo patire, il senso vero di se stessa. Rinnovamento delle comunità religiose Ecco perché i numerosi religiosi e religiose che, fin dal nascere del Movimento hanno avuto contatto con esso, vi hanno scoperto una luce che ravvivava la loro spiritualità ed aiutava a comprenderla meglio. Sono assai consolanti, infatti, gli effetti che la partecipazione al carisma dell’unità produce nei più di ventimila religiosi di circa 200 Istituti che sono in contatto con la spiritualità e fanno parte del nostro Movimento, e nelle cinquantaduemila religiose di oltre 2800 Istituti. Essi, per la luce di questo carisma dei tempi attuali, affermano, ad esempio, di comprendere meglio il loro fondatore. Nasce un nuovo amore per lui, un apprezzamento, a volte, non avvertito prima ed un desiderio forte di rivivere ed attualizzare il suo carisma nell’oggi della Chiesa. Conosciuto poi più in profondità il proprio fondatore, affermano di riscoprire le loro regole e sentono una maggiore spinta a metterle in pratica. E ancora, per aver compreso di più il fondatore, nasce una più profonda unità con i superiori che lo rappresentano e, nel padre comune, si trovano a riconoscersi meglio come fratelli della stessa Famiglia religiosa. Tutto ciò favorisce la presenza di Gesù in mezzo alla comunità così unita ed Egli illumina e valorizza ogni suo aspetto, e dà senso ad ogni sua manifestazione. Per questo si assiste ad un vero e proprio rinnovamento di comunità, con aumento di vocazioni, con nuovi sviluppi nelle missioni, con possibilità per i superiori d’affidare compiti difficili a persone di cui possono veramente fidarsi. E ancora si osserva il realizzarsi di una reale e profonda comunione fra membri di Ordini diversi, potenziando il senso dell’unità ecclesiale, così come fra religiosi e sacerdoti secolari, e fra religiosi e laici impegnati. Di qui il sentirsi in modo nuovo parte viva non solo della propria Famiglia religiosa, ma della Chiesa. Comunione tra movimenti ecclesiali Se, sin dall’inizio del nostro Movimento, abbiamo scorto questi frutti e abbiamo sperimentato con forza che il carisma che Dio ci aveva dato incrementava la comunione fra singoli, gruppi e associazioni, in questi ultimi anni abbiamo assistito al dilagare di questa comunione oltre ogni nostra aspettativa e ben al di là del nostro Movimento. Come loro ricorderanno, nella vigilia della Pentecoste 1998, Giovanni Paolo II, pensando maturo il tempo, ha radunato 60 Movimenti ecclesiali e Nuove Comunità in Piazza San Pietro, mettendo in rilievo, nel suo discorso, queste realtà della Chiesa che, con le altre sorte nel passato, rappresentano l’aspetto carismatico di essa, aspetto coessenziale – come ebbe a dire – al suo aspetto istituzionale. In quel giorno, io stessa, essendo venuta a conoscenza del desiderio della Chiesa e del Papa che i Movimenti ecclesiali siano in comunione fra loro, rivolgendo la parola al santo Padre, mi sono detta completamente disponibile a questo scopo. Si è così attuata subito una comunione caratterizzata da una carità fattiva, dapprima fra alcuni Movimenti, poi con altri. Sono fiorite in tutto il mondo delle “Giornate” (200 finora) sostenute dai membri di diversi Movimenti, presenti i Vescovi del luogo o convocate da loro stessi. In esse si sono esposti i propri carismi e si sono donate le proprie esperienze. Le “Giornate” hanno rivelato, in genere, ai singoli Vescovi la grande ricchezza che i Movimenti e le Nuove Comunità portano, e hanno fatto loro intravedere, per essi, la possibilità di rendere la Chiesa più unita, più bella, più viva, più dinamica, più familiare, più carismatica, più mariana. Comunione tra carismi antichi e nuovi In seguito a tutto ciò Famiglie religiose, nate da antichi o meno antichi carismi, costatata la vitalità dei Movimenti ecclesiali e delle Nuove Comunità, hanno desiderato anch’esse conoscerci e iniziare con noi una comunione. Così è stato, ad esempio, con l’intera famiglia francescana ad Assisi, con quella benedettina a Montserrat in Spagna, con la Congregazione di Madre Teresa a Calcutta, con le Piccole sorelle di Gesù e con i cistercensi a Roma, ed altri. L’augurio del Papa E, mentre si svolgevano queste diverse iniziative, il santo Padre promuoveva, attraverso la Novo millennio ineunte, all’inizio dell’anno 2001, una “spiritualità di comunione” per tutta la Chiesa. Come scrisse il Papa in due lettere ai Vescovi amici del nostro Movimento , questa “spiritualità di comunione” si identifica con la “spiritualità dell’unità”, dell’Opera di Maria, e ne viene “arricchita”. Nell’anno 2002, poi, ci ha dato grande gioia il documento della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata intitolato: Ripartire da Cristo. In esso si consiglia ai e alle religiose “di far crescere la ’spiritualità di comunione’ prima di tutto al proprio interno”(n.28) e poi “nella stessa comunità ecclesiale”, favorendo così la comunione fra i diversi Istituti. E’ “un compito dell’oggi delle comunità di vita consacrata” dice il documento. “Nei confronti delle nuove forme di vita evangelica (i Movimenti, ad esempio), si domanda dialogo e comunione” (n.30), e si parla dei vantaggi della comunione per gli uni e per gli altri. Infine si ammonisce: “Non si può più affrontare il futuro in dispersione” (n.43). Queste indicazioni del Papa e della Santa Sede sono un’ulteriore conferma che la “spiritualità dell’unità” può essere vissuta insieme ad un’altra, ad esempio a quella propria di una Famiglia religiosa: essa non è, infatti, che la spiritualità del Corpo mistico nel quale tutti siamo inseriti. Per cui, anche se la nostra singolare vocazione ci chiama a incarnare un particolare della vita di Gesù, una delle sue tante parole, lo dobbiamo fare vivendo prima di tutto l’amore che è l’anima di quel Corpo. I nostri carismi porteranno più copiosi frutti se metteremo a base della vita delle nostre comunità la mutua e continua carità che è l’essenza della vita cristiana, qualunque sia la forma che essa prende. Tutto quanto ho riferito fin qui ci sembra voglia dire che lo Spirito Santo sta soffiando sulla Chiesa perché si compia, anche attraverso di noi, il grande desiderio del santo Padre: far sì che essa sia “la casa e la scuola della comunione” (NMI 43). Insieme per l’Europa Abbiamo toccato con mano gli straordinari effetti di questa comunione e le sue enormi potenzialità nel maggio scorso a Stoccarda, in una grande Giornata dal titolo Insieme per l’Europa. Essa era frutto della collaborazione di più di 150 Movimenti e Comunità di varie Chiese (luterani, ortodossi, anglicani, di Chiese libere…), che da alcuni anni si sono aggregati ecumenicamente alla comunione sorta tra i Movimenti cattolici. Tutti questi Movimenti e Comunità ci erano apparsi come tante reti che Dio aveva steso sull’Europa, quasi a preparare- a livello di laboratorio – la sua unità. Volevamo far conoscere queste buone opere onde dare gloria a Dio (cf Mt 5,16) e concorrere a realizzare, accanto all’Europa politica ed economica, l’“Europa dello spirito”. La Giornata è stata un evento profetico e storico che ha radunato in un tripudio di comunione 9.000 persone, presenti numerosi politici tra i quali Romano Prodi. Trasmessa via satellite nel nostro continente ed oltre, questa Giornata è stata seguita in diretta da 100.000 persone in 163 incontri contemporanei, svoltisi in altrettante città europee collegate con Stoccarda. A conclusione di essa è stato detto autorevolmente che c’era in quella sala una fortissima energia, gioia, decisione, vitalità, coraggio, arte, profezia, un’incredibile comunione d’intenti. Mons. Stanislaw Rylko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, ha definito la manifestazione una “cosa miracolosa”, mentre il card. Kasper si è detto certo che da un simile spirito anche il movimento ecumenico riceverà nuovi impulsi e andrà avanti con nuova speranza. Ma, per chi più vi ha lavorato, un simile evento si spiega con una sola parola: Gesù, Gesù che era spiritualmente presente in mezzo a tutti, cattolici ed altri cristiani, perché tanti si erano impegnati a mantenerlo vivo costantemente, col loro reciproco amore a tutta prova, e con l’amore totale verso chiunque. E’ Lui, infatti, il Risorto, il principio, il mezzo e il fine della nostra comunione, nella Chiesa e oltre. E’ Lui, reso vivo e palpitante fra quanti si amano, la fonte dell’amore e della luce, l’artefice della nostra gioia. E’ Lui che vince il mondo, Lui che ha pregato così prima di morire: “Padre, che siano uno affinché il mondo creda. Che tutti siano uno” (cf Gv 17,21). Preghiera del Figlio di Dio al Padre. Preghiera quindi che non potrà non essere esaudita. Che il Signore dia a tutti noi di lavorare ancora a lungo nella sua vigna e che mandi numerosi operai in essa! Grazie di questo dottorato. Grazie della loro attenzione.
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30 Dic 2004 | Chiara Lubich, Focolari nel Mondo, Senza categoria
Alla scuola dei santi
Ero ancora studente di teologia quando con i miei compagni donammo a Chiara Lubich un libretto ciclostilato con alcuni pensieri sulla vita fraterna, tratti dagli scritti del nostro fondatore. Pochi giorni dopo ci chiese se poteva mandarne copia a tutti i focolari sparsi nel mondo. Lo aveva letto d’un fiato, “come si beve un sorbetto”, diceva, ed aveva annotato alcuni pensieri su sant’Eugenio de Mazenod, mostrando di averlo capito nel profondo della sua personalità spirituale. Ciò che più mi colpì furono le parole che rivolse a noi Oblati in quella circostanza: “Se loro, per via del carisma dell’unità, si sentono dell’Opera di Maria, io per via del loro fondatore mi sento “Oblata di Maria Immacolata”. E subito aggiungeva: “Ma io mi sento di tutti gli Ordini: di san Francesco, di san Benedetto…”. “Mi sento di tutti gli Ordini…”. Queste stesse parole, espresse in modo diverso, le ho poi ritrovate spesso negli scritti di Chiara. “Se da una parte siamo coscienti che il carisma del nostro Movimento è utile a tutta la Chiesa – scriveva ad esempio durante la lettura delle opere di S. Giovanni della Croce -, dall’altra siamo pure convinti che tutti i carismi della Chiesa sono utili a noi, figli della Chiesa. E allora dobbiamo imparare da tutti i santi” 1. Si sente, in queste parole, una “donna-Chiesa”, capace di dire, come un’altra grande donna, Teresa d’Avila, “sono figlia della Chiesa”. Perché tale sa mettersi con umiltà alla scuola dei santi. La loro esperienza le appartiene, come tutto ciò che è Chiesa. “È proprio della nostra spiritualità – scrive in pro-posito – imparare dai santi, farci figli di essi, per partecipare del loro carisma”. 2 Leggendo i suoi scritti si rimane impressionati di come Chiara Lubich ha camminato in compagnia dei santi.Si è confrontata costantemente con loro, in un rapporto che potremmo definire d’amore vicendevole, di unità e di distinzione. Da una parte i santi, con la loro esperienza di Dio, quasi le si accostano per incoraggiarla nella nascita e nello sviluppo della sua Opera, per illuminarla, aiutarla 3. Dall’altra il confronto con la vita e le opere dei santi le consente di cogliere tutta l’originalità della sua fondazione. Una ricca dottrina sulla dimensione carismatica della Chiesa Nello stesso tempo, grazie a questa particolare reciprocità d’amore con i santi, Chiara sa rico-noscere “il compito, la missione, il disegno che Dio ha pensato per essi” 4. Più ancora, ella arriva ad elaborare una ricca ed originale dottrina sulla dimensione carismatica della Chiesa e sui carismi della vita consacrata in particolare. È il primo motivo per cui le viene meritatamente conferito il dottorato in teologia della vita consacrata. Chiara Lubich possiede una sua originale comprensione dei carismi. Li vede come lo spiegarsi di Cristo attraverso i secoli, come un Vangelo vivo. Se Cristo è il Verbo di Dio incarnato, scriveva nel lontano 1950, a soli 30 anni, “la Chiesa è il Vangelo incarnato. Così è Sposa di Cristo. Noi vediamo attraverso i secoli fiorire tanti Ordini religiosi su tante ispirazioni quanti essi sono. Ogni Ordine o Famiglia Religiosa è l’incarnazione d’un’“espressione” di Gesù, d’una sua Parola, d’un suo atteggiamento, d’un fatto della sua vita, d’un suo dolore, d’una parte di Lui”. 5 Poi, sempre in questo illuminante testo del 1950, ecco la percezione estetica della Chiesa cari-smatica, quale “magnifico giardino in cui fiorirono tutte le Parole di Dio, fiorì Gesù, Parola di Dio, in tutte le più svariate manifestazioni. (…). Come l’acqua si cristallizza in stelline di tutte le forme quando cade come neve sulla terra, così l’Amore assunse in Gesù la Forma per eccellenza, la Bellezza delle Bellezze (“il più bello dei Figli degli uomini” [cf Sal 45, 3]). L’Amore assunse nella Chiesa diverse forme e sono gli Ordini e le famiglie religiose. Nella Chiesa fiorirono e fioriscono tutte le virtù. I fondatori degli Ordini sono quella virtù fatta vita e salirono al Cielo solo perché erano Parola di Dio. (…) Tutte queste Parole formano la Chiesa, un Altro Cristo o un Cristo continuato, la Sposa di Cristo. È la Nuova Gerusalemme ammanta-ta di tutte le virtù”. 6 I carismi appaiono sostanziati dal Verbo, sue espressioni: lo contengono e lo manifestano, sono verbo nel Verbo, un Vangelo incarnato. “In tutti gli Ordini è un raggio dell’Ordine che è Dio. In tutte le spiritualità una luce della luce che è Gesù”. 7 I fondatori sono contemplati come “ortoprassi” della dottrina cristiana. La loro vita è illuminata e guidata dal Vangelo e insieme lo spiega. Ognuno di loro, scrive ancora Chiara, “ha ordinato in famiglia” i propri seguaci “con le leggi eterne del Vangelo, sentite risuonare con novella e attuale forza dallo Spirito Santo nel suo spirito”. 8 È la motivazione ultima e il senso profondo della vita consacrata: vivere appieno la vita evangelica, seguendo con radicalità Cristo nelle sue parole e nella sua opera. Il Vangelo è l’unica vera regola, come già sapeva il primitivo monachesimo. Inevitabile il confronto di questa intuizione del 1950, in cui Chiara Lubich legge la vita consacrata a partire dal suo dinamismo storico-carismatico, con la teologia che si elaborava nel medesimo periodo. Il Congresso mondiale degli istituti di perfezione, che si celebrava a Roma in quello stesso anno, riproponeva una statica teologia degli “stati di perfezione”, ancora ferma al “culto dei voti”. Occorrerà attendere ancora sette anni prima che Karl Rahner scriva il famoso libro sul principio dinamico della Chiesa nel quale rilegge in questa chiave anche l’evento della vita religiosa. Una nuova corrente di spiritualità Fin dall’inizio sono stati coinvolti in questa nuova corrente di spiritualità anche religiosi e religiose.Da qui ha preso vita, in seno all’Opera di Maria, un Movimento di religiosi e un Movimento di religiose e consacrate, a cui aderiscono migliaia di membri dei diversi istituti. In questo ambito l’esperienza spirituale di Chiara ha espresso anche una originale metodologia ermeneutica dei carismi, che si è rivelata via privilegiata per il rinnovamento auspicato dal Concilio Vaticano II. Ed è questo il secondo motivo per cui le viene conferito il dottorato. Essere parola nell’unica Parola Se i carismi e gli istituti possono essere paragonati a fiori sbocciati dal Vangelo, di certo essi conserveranno o ritroveranno la loro freschezza, e quindi saranno pienamente se stessi, nella misura in cui saranno capaci di andare alla radice da cui sono nati, immergendosi nuovamente nel Vangelo “nel quale solo valgono – ricorda Chiara -, ed il quale solo debbono essere”. 9 Ogni istituto ed ogni spiritualità ad esso legata è chiamato a tornare ad essere parola nell’unica Parola. Vivendo il Vangelo in pienezza si accende la luce per cogliere la particolare di-mensione evangelica da cui il carisma è sgorgato. In definitiva, ricorda Chiara, “Tutti questi Ordini, queste spiritualità nate attraverso i secoli debbono ritrovare la loro vera essenza, il loro principio: tutte sono Gesù: sono Amore Incarnato (…). Sono tutte pregne di Amore, Spirito Santo. (…) Per ridonare la vera spiritualità agli Ordini dobbiamo far sì che i seguaci vedano il loro fondatore come Dio lo vede e Dio non può vedere che Dio, ciò che è Divino. Dio non vede S. Francesco, ma vede l’Idea della Povertà. In S. Teresina vede la piccolezza, in S. Caterina il Sangue di Cristo. Iddio ama ogni Ordine perché Gli ricorda Se stesso, Gli ricorda Gesù, l’Idea di Sé umanata”. 10 La parola per eccellenza: il grido di Cristo in croce La proposta ermeneutica di Chiara va ancora più in profondità quando orienta verso il mistero di Gesù crocifisso e abbandonato. Il grido di Cristo in croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” (Mc 15, 34; Mt 27, 46), è colto da Chiara come la Parola per eccellen-za, quella in cui tutte le altre parole del Vangelo trovano la più alta spiegazione. Conseguentemente, quando ella pensa ai carismi come “parola di Dio”, non può non vederli se non in riferimento a Gesù abbandonato. Essi sono tutti sgorgati da quella “piaga”, da dove è sgorgato lo Spirito Santo, autore dei carismi. 11 Dal punto di vista ermeneutico il ritorno al Vangelo va quindi portato alle sue estreme conse-guenze: deve giungere al culmine del Vangelo. “Questi Ordini e spiritualità – spiega Chiara – si mantengono se vanno alla Fonte donde hanno Vita: Dio, il Vangelo intero, Gesù nell’espressione più completa di Sé”, ossia “quando redime e redime nell’attimo dell’abbandono”. 12 Ogni carisma ha bisogno del dono dell’altro Riprendendo nuovamente la metafora della Chiesa come giardino,una ulteriore legge metodologica per la comprensione profonda di un carisma viene così formulata: non fermarsi a guardare soltanto il proprio fiore, ma guardare piuttosto tutti gli altri fiori. Per il fatto che il mistero di Cristo è inesauribile e inesauribile la ricchezza della sua parola, ogni carisma ha bisogno del dono dell’altro, della luce dell’altro, per capire in profondità se stesso. Senza la piena comunione fra tutti i carismi difficilmente si può raggiungere il senso vero di ciascuno di essi. Si può ora comprendere meglio l’apporto specifico della spiritualità dell’unità alle altre spiritualità nella Chiesa. Nessuna concorrenza o dicotomia. La spiritualità dell’unità aiuta piuttosto a vivere l’amore reciproco in tutta la sua autenticità, con la misura espressa da Gesù croci-fisso e abbandonato, anche tra benedettini e domenicani, tra gesuiti e francescani, tra verbiti e lazzaristi, introducendo nella pienezza della vita evangelica. Grazie a questa co-munione dei doni tra persone di differenti ordini e istituti Gesù si rende nuovamente presente tra di loro e lui, il Signore Risorto, torna a spiegare le Scritture – il carisma di ciascuno –, proprio come aveva fatto quando si era reso presente tra i due discepoli di Emmaus. “Noi – spiega Chiara riguardo al proprio contributo alle altre vocazioni nella Chiesa – dobbiamo soltanto far circolare fra i diversi Ordini l’Amore. Si devono comprendere, capire, amare come si amano [tra di loro] le Persone della Trinità. Fra essi c’è come rapporto lo Spirito Santo che li lega perché ognuno è espressione di Dio, di Spirito Santo”. 13 Forse perché la sua è “Opera di Maria”, “si comprende come lei [Maria], madre di tutti i fedeli e della Chiesa, possa aver suscitato un Movimento ecclesiale che raduni tutte le vo-cazioni della Chiesa. E, perché colma di tutti i carismi di Dio, non abbia escluso i religiosi che ama senz’altro di un amore particolarissimo. Essa vuole, anche attraverso questa sua opera, dar una mano a tali figli prediletti”. 14 Il focolare: una originale forma di vita consacrata Vi è infine un terzo motivo per cui consegniamo a Chiara Lubich il dottorato, ed è fondamentale. Lo accenno soltanto preferendo lasciare a lei stessa, come la più competente, di illustrarcelo. Chiara non soltanto ha elaborato una dottrina nuova sulla vita consacrata e una metodo-logia ermeneutica per la sua comprensione e il suo rinnovamento. Ha fatto molto di più: ha creato una nuova originalissima forma di vita consacrata, il focolare. J.M.R. Tillard ci ha ricordato che i grandi fondatori posti dallo Spirito all’origine di nuove organiche riletture evangeliche, capaci quindi di dare vita a nuove spiritualità – ed è questo il ca-so di Chiara Lubich – “piuttosto che innestare il loro carisma nell’istituzione religiosa che li precede, la modificano per adattarla al loro progetto e porla al loro servizio, dandole così un nuovo volto”. 15 Essi suscitano nuove forme di vita consacrata. E nuova è la forma del focolare e, attorno ad esso, della grande e complessa architettura dell’Opera di Maria, che abbraccia ormai tutte le vocazioni presenti nella Chiesa e che va oltre, nella comunione con le altre Chiese, con i membri delle altre religioni, con le persone di convinzioni non religiose, attuazione dei quattro grandi dialoghi sui quali il Concilio Vaticano II ha aperto tutta la Chiesa. Un’audace Opera della Chiesa Ricordo che in queste aule, spiegando a noi studenti il perché del dottorato a Teresa d’Avila, Jean Leclercq ci diceva che esso non riguardava soltanto il suo magistero nell’ambito della dottrina spirituale ma, grazie alla regola da lei scritta, anche in quello canonico. Chiara Lubich ha visto approvato dalla Chiesa uno Statuto accompagnato finora da ben 18 regolamenti per al-trettante diramazioni e branche. Il nostro dottorato è il riconoscimento dell’audacia della sua istituzione. La comunità è composta da vergini e sposati, membri a pieno titolo del focolare, e questo obbliga a ripensare l’idea stessa di consacrazione. Il governo, sempre presieduto, per Statuto, da una donna, è lo spazio che consente a “Gesù in mezzo” di guidare il Movimento secondo il di-segno di Dio. La finalità apostolica travalica luoghi e settori specifici per abbracciare gli oriz-zonti stessi del Figlio di Dio: “Che tutti siano uno”; tutti, senza alcuna esclusione di ambiti e di persone. La molteplicità delle vocazioni ecclesiali che vivono nel suo seno, delinea, in bozzetto, come ha avuto occasione di sottolineare Giovanni Paolo II 16, una Chiesa interamente ordinata dalla reciprocità dell’amore, secondo il modello trinitario. L’accoglienza di membri di altre Chiese e religioni, insieme a persone di buona volontà, dilata i confini della Chiesa su quelli infiniti di Cristo e della sua redenzione. In definitiva è apparsa nella Chiesa, ed è vita della Chiesa, una realtà nuova che è destinata a fermentarla tutta, dal di dentro. Chiara Lubich ha disegnato un immenso affresco che rimarrà segno emblematico della grande stagione carismatica vissuta dalla Chiesa tra i due millenni. ________________________________ 1 Diario, 30 agosto 1980, inedito, riportato in C. Lubich, Cristo dispiegato nei secoli. Testi scelti, Città Nuova, Roma 1994, p. 68. 2 Diario, 21 maggio 1963, Diario 1964/65, Città Nuova, Roma 19852, p. 61. 3 Cf. Ibid., p. 63. 4 Scritti spirituali/2, Città Nuova, Roma 19843, p. 223. 5 [La Chiesa], 1959, inedito. Questo,m come si successivi testi inediti sono stati riportati in F. Ciardi, I carismi parole di Dio vive, “Nuova umanità”, 19 (1997) 387-407. 6 Ibid. 7 Ibid. Sembra qui riecheggiata l’esperienza di san Paolo, che è poi quella di ogni carismatico: “E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo” (2 Cor 4,6). Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica Vita consecrata scrive che “nell’unità della vita cristiana le varie vocazioni sono come raggi dell’unica luce di Cristo “riflessa sul volto della Chiesa”” (n. 16). 8 Scritti Spirituali/1, p. 87. 9 [La Chiesa], 1950, inedito. 10 Ibid. 11 In uno dei suoi scritti così esprime tale rapporto tra Gesù abbandonato e le spiritualità degli istituti religiosi: “Se per i francescani è importante la povertà, di cui Francesco è il carisma incarnato, chi più “Ma-donna povertà” di Gesù, il quale nell’abbandono ha perduto Dio? Se i gesuiti mettono in rilievo l’obbedienza, chi più obbediente di Gesù che, orbato del senso della presenza del Padre, a Lui si abbandona? Gesù abbandonato è il modello dei benedettini, “ora et labora”, perché il suo grido è la più straziante preghiera e frutta l’opera più favolosa. Gesù abbandonato è il modello dei domenicani, perché è lì che esprime, che dà tutta la Verità. (…) La spiritualità di Gesù abbandonato può penetrare tutte le altre riportandole, qualora ne avessero bisogno, al loro vero significato, al carisma riposto dal Cielo nel cuore del fondatore, e illuminando i discepoli onde capire ciascun loro maestro e quanto, nelle loro regole di vita, ha loro lasciato”(Citato da A. Balbo, Gesù abbandonato nella vita religiosa, in AA.VV., Il sacerdote oggi, il religioso oggi, o.c., p. 29). Rivolgendosi poi ai religiosi Chiara Lubich così si scriveva: Maria, attraverso la sua Opera (l’Opera di Maria) “concorre anch’essa, con una sua spiritualità, a far sì che queste aiuole [delle famiglie religiose] siano sempre più fiorenti agli occhi di Dio e del mondo. La Vergine opera questo, facendo splendere su molti religiosi quel sole radioso della carità che genera vita; mentre li invita a contemplare le particolari parole, che lo Spirito ha insegnato loro ad incarnare, in Colui nel quale ogni virtù ha raggiunto il culmine, ha toccato il vertice: Gesù crocifisso e abbandonato. Chi saprà mai cantare la sua povertà, affrontare la sua obbedienza, misurare la sua sapienza, raggiungere la sua umiltà? Chi conosce la sua forza? Chi può immaginare la sua fiducia? Chi scrutare l’abisso del-la sua misericordia o imitare la sua magnanimità? Chi bruciare del suo amore? È alla sua luce che molti religiosi riscoprono alla radice il carisma della proria famiglia religiosa” (Messaggio rivolto al Congresso, in AA.VV., Il sacerdote oggi, il religioso oggi, Città del Vaticano, 30 aprile 1982, p. 11). Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica Vita consacrata scrive in proposito: “Nella contemplazione di Cristo crocifisso tro-vano ispirazione tutte le vocazioni; da essa traggono origine, con il dono fondamentale dello Spirito, tutti i doni e in particolare il dono della vita consacrata” (n. 23). 12 Andare a Gesù abbandonato vuol dire scoprire la fonte ultima della propria vocazione e, insieme, ciò che costantemente può alimentarla. Chi punta “l’occhio del cuore su di Lui”, spiega ancora Chiara Lubich, trova “non una spiritualità ma la Spiritualità (che è l’Unità); non trova un Ordine, ma l’Ordine; non regole ma la Regola, cioè il Vangelo puro” (1950 [?], inedito). 13 [La Chiesa] 1959, inedito. “Il carisma dell’unità – spiega ad alcuni religiosi – mette in moto i figli dei Fondatori, e fa che si conoscano e li uniscano tra di loro. Siccome la carità è illuminante, ognuno viene il-luminato sulla propria vocazione, che sente dentro di sé, perché, se quel dato religioso è figlio di un Santo, ha naturalmente una grazia di figliolanza dentro di sé” (29 settembre 1974, inedito). La carità fa rifiorire la grazia carismatica che lo Spirito ha deposto nel cuore di ciascuno chiamandolo in quella determinata famiglia religiosa. 14 Inedito, citato da J. Castellano, Un carisma a servizio dell’unità tra i religiosi, in F. Ciardi (ed.), Il coraggio della comunione. Vie nuove per la vita religiosa, Città Nuova, Roma 1993, p. 94. 15 Le dynamisme des vocations, “Vocations” (1881), n. 295, p. 22-24. 16 Cf. Discorso al Movimento dei Focolari, Rocca di Papa, 19 agosto 1984; “L’Osservatore Romano”, 20/21.8.1984, p. 5. (altro…)
30 Dic 2004 | Chiara Lubich, Spiritualità
“La Chiesa ci è apparsa, per i più vari carismi donatile dallo Spirito, come un Vangelo incarnato. Ogni famiglia religiosa è in particolare l’incarnazione di un’espressione di Gesù, d’un fatto della sua vita, d’un suo dolore, di una sua parola… Per tutti questi carismi fioriti lungo i secoli, la Chiesa appare proprio come un Vangelo dispiegato nel tempo e anche nello spazio”
Queste, alcune parole della lectio di Chiara Lubich in occasione del conferimento del dottorato honoris causa in Teologia della Vita Consacrata dalla Pontificia Università Lateranense – Istituto “Claretianum” di Roma, specializzato in teologia della vita consacrata.
In una sala gremita di religiosi, religiose e studenti è il preside dell’Istituto, prof. Santiago Ma González Silva che apre la cerimonia presentando la spiritualità dell’unità del Movimento dei Focolari agli oltre 400 alunni di 57 nazioni, rappresentanti di 177 istituti. Dopo l’esecuzione di una versione polifonica del Veni Creator, cantata dal coro interuniversitario di Roma, il preside traccia una presentazione della fondatrice dei Focolari: “In Chiara – afferma – contempliamo limpidamente riflessa una parola del Vangelo che ormai varca, oltre i confini della Chiesa, tutte le regioni del pianeta: il comandamento nuovo di Gesù, «Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi» (Gv 13,34)”.
Il prof. Fabio Ciardi, Omi, docente al Claretianum, nella laudatio ricorda il suo incontro giovanile con la spiritualità dell’unità dei Focolari e la sorpresa nel constatare in Chiara «il bisogno di partecipare al carisma di tutti i santi». Illustra poi le tre motivazioni fondamentali del dottorato: – l’aver elaborato una dottrina sui carismi della vita consacrata, con la singolare intuizione dello spiegarsi di Cristo lungo i secoli, come un Vangelo vivo; – l’apertura della spiritualità di comunione – tipica dei focolari – alle varie forme di vita consacrata (sono decine di migliaia i religiosi e le religiose in contatto con questa spiritualità); – l’aver creato una originale forma di vita consacrata, il focolare. Il dottorato è il riconoscimento anche dell’Opera fondata da Chiara Lubich, che coinvolge non soltanto le diverse vocazioni della comunità cristiana, ma anche membri di altre Chiese cristiane, di altre religioni e persone di altre convinzioni. (altro…)
29 Dic 2004 | Focolari nel Mondo
I responsabili delle comunità del Movimento presenti in India, Sri Lanka, Tailandia, Indonesia e Malesia, si sono attivati per sostenere varie iniziative d’aiuto alle popolazioni disastrate.
Si possono mandare contributi attraverso l’AMU: Associazione Azione per un Mondo Unito Via Frascati 342 00040 Rocca di Papa (Roma) – Italia c/c bancario n. 640053 presso Sanpaolo IMI, Agenzia di Grottaferrata (Roma) ABI 01025 CAB 39140 CIN M Coord. Bancaria internazionale per i versamenti dall’estero: IBAN IT16 M010 2539 1401 0000 0640 053 BIC IBSPITTM Per l’Italia si può utilizzare anche il conto corrente postale 81065005, sempre intestato all’AMU: Associazione “Azione per un Mondo Unito”, Via Frascati 342 00040 Rocca di Papa (Roma), indicando come causale ‘Emergenza Sud-est asiatico’. L’Associazione “Azione per un Mondo Unito” (AMU) è un’ organizzazione non governativa (ONG) che si ispira alla spiritualità dell’unità del Movimento dei Focolari e si propone di favorire la fraternità tra i popoli, promuovendo progetti di cooperazione allo sviluppo, nel rispetto delle realtà sociali, culturali ed economiche delle popolazioni. Per chi desiderasse avviare delle adozioni a distanza: http://www.famiglienuove.org/it/sostegnoadistanza.php
Nota. Secondo la normativa fiscale italiana i contributi ricevuti sono deducibili nella misura massima del 2% del reddito complessivo sia per le persone giuridiche che per le persone fisiche.
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28 Dic 2004 | Focolari nel Mondo
Tempo fa, come responsabile di un progetto europeo, mi trovo a riferire sullo stato dei lavori al consesso dei rappresentanti degli stati dell’Unione, presenti gli ufficiali della Commissione Europea. Il suggerimento dei colleghi più esperti è di essere generico e fumoso nell’esposizione per non correre il rischio di essere criticato e messo in difficoltà dai rappresentanti degli stati; ma questo non corrisponde al mio stile di vita e di lavoro: prima di ogni riunione, oltre al problema in esame, penso al rapporto con le persone che mi stanno intorno, alla loro vita e a quel poco che so delle speranze, difficoltà e aspettative con cui sono arrivate alla riunione. Penso agli utenti finali che potrebbero ricevere un beneficio dal nostro lavoro. E torniamo a Bruxelles, alla nostra sessione plenaria; contrariamente ai suggerimenti dei miei colleghi, espongo lo stato del progetto con calma e chiarezza, guardando i rappresentanti degli stati in faccia per essere sicuro che comprendano bene. Si trattava di un servizio per i pensionati europei che, per essere realizzato correttamente, aveva bisogno del contributo convinto dei rappresentanti degli Stati, in modo da tener conto delle situazioni locali. Al termine dell’esposizione, per più di un’ora sono stato sottoposto ad una raffica di domande e osservazioni di tutte le delegazioni. Nel rispondere cercavo sempre di mettermi nella pelle e nella cultura di colui che faceva la domanda, in modo da capire cosa c’era dietro, e rispondere in modo mirato e personale. Durante la discussione si sono accesi vivaci contrasti tra i delegati, spesso dovuti solo ad incomprensioni a causa delle diverse culture, modi di dire, legislazioni, abitudini… Ho cercato quindi di intervenire con delicatezza, spiegando all’uno perché l’altro aveva fatto quell’osservazione, che però andava letta ed interpretata in un certo modo, aiutandoli quindi a capirsi, a dissipare il sospetto di secondi fini, per trovare un punto comune. Il risultato finale è stato l’approvazione del progetto, con una serie di osservazioni e miglioramenti condivisi da tutti i delegati. C’era una distesa ed insolita aria tra tutti. Quando alla fine mi sono alzato, salutandoli e ringraziandoli per la fruttuosa revisione che avevamo fatto insieme, mi hanno fatto un applauso, cosa raramente successa in quella sala. I. N. – Italia Tratto da Tutta rivestita di Parola, a cura di Michele Zanzucchi, Città Nuova 2004
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12 Dic 2004 | Chiesa, Ecumenismo
INTERVISTA:
Quello vissuto in questi giorni è stato un incontro tanto atteso che ha visto una maggiore partecipazione di vescovi di varie Chiese, rispetto agli anni scorsi. Perché? Metropolita Serafim Joanta: Perché Istanbul, l’antica Costantinopoli, questa terra, la Turchia è un Paese anticamente cristiano, ricco di storia, di tanti luoghi santi. E’ per questo che molti vescovi sono stati attirati: per vivere proprio qui momenti di unità. E’ stato un incontro speciale. In questi giorni abbiamo vissuto un’esperienza estremamente ricca che ci ha rinnovato spiritualmente a contatto con questa cristianità antica: con gli ortodossi, con i siro-ortodossi, gli armeno-apostolici, i cattolici di diversi riti. Un fatto del tutto eccezionale e straordinario. Da dar gloria a Dio! Loro hanno vissuto questa settimana proprio in un momento in cui sono stati compiuti gesti storici nei rapporti tra Costantinopoli e Roma, per il ritorno a Costantinopoli delle reliquie dei due grandi Padri della Chiesa, san Giovanni Crisostomo e san Gregorio Nazianzeno detto “il Teologo”. Inoltre, hanno avuto più di un contatto diretto con il Patriarca. Quale significato ha assunto il loro convegno? Metropolita Serafim Joanta: Il ritorno delle reliquie dopo secoli è stato per questi cristiani, per la Turchia, un segno di speranza molto forte, molto commovente. Sono stato impressionato da come i vescovi delle Chiese anglicana e evangelico-luterana, che assistevano per la prima volta alla venerazione delle reliquie da parte di ortodossi e cattolici, abbiano apprezzato questo gesto. Il patriarca Bartolomeo ha parlato in modo commovente, ringraziando il Papa e la Curia romana per questo gesto eccezionale. E per il Patriarcato ecumenico e per le altre comunità siro-ortodossa, armena, anglicana che hanno visitato, quale significato ha avuto la loro presenza? Metropolita Serafim Joanta: Tutte le comunità hanno avvertito l’unità che c’era tra di noi. Hanno apprezzato la preghiera, la “qualità” della comunione. E’ stata per loro una cosa straordinaria vedere vescovi di tante Chiese uniti nella preghiera. Hanno manifestato gioia per il fatto che siamo stati in mezzo a loro. E’ stata per loro come una nuova chiamata all’unità: se i vescovi sono insieme, anche il popolo di Dio deve essere insieme. Penso che tutte queste comunità abbiano ricevuto un grande impulso per l’avvenire. Il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, alla festa di s. Andrea, ha parlato del primato dell’unità spirituale che siamo chiamati a vivere in Cristo, sul modello della Trinità. Sembra un traguardo lontano… Metropolita Serafim Joanta: Penso che quanto abbiamo vissuto qui a Costantinopoli e quanto vivono cristiani di diverse Chiese insieme, nello spirito d’unità del Movimento dei Focolari, con Gesù in mezzo, è un esempio, una speranza, è un seme dell’unità che esiste già tra le diverse Chiese nella comunione, nell’amore della Trinità. Tra noi, infatti, c’è un grande amore, grande rispetto per ogni Chiesa, per ogni tradizione. Ho visto come i vescovi evangelici, anglicani e cattolici hanno apprezzato le icone, le reliquie, la liturgia ortodossa che è lunga, ma bella. Tutto questo è stato un esempio dell’unità che esiste già e che si deve diffondere in tutte le Chiese, in tutta la cristianità. E’ l’amore che può far avanzare l’unità dei cristiani. Se, soprattutto noi vescovi e i capi delle Chiese, diamo questa testimonianza – il dono delle reliquie ne è un segno molto forte – tutto questo sarà recepito dalla coscienza delle nostre Chiese. Dove ha radice questa loro esperienza di unità, da dove attinge la linfa? Metropolita Serafim Joanta: La radice dell’unità è l’amore di Dio, l’amore del Cristo che unisce nello Spirito Santo il mondo intero e prima di tutto i cristiani che si uniscono nel suo nome. E’ per questo che abbiamo in noi, nel nostro cuore, Gesù, Gesù in mezzo a noi. Questa spiritualità del Movimento dei Focolari è la spiritualità per eccellenza della Chiesa di Cristo, di ciascuna Chiesa. Sottolineo questo sempre: non è qualcosa specifico di questo movimento o della Chiesa cattolica soltanto. L’unità proposta da Chiara Lubich e dal Movimento dei Focolari è anche per le Chiese ortodossa, luterana, anglicana, perché è semplicemente evangelica, riassume, comprende tutto il Vangelo, l’essenza del Vangelo: è l’amore di Dio, l’unità in Cristo per lo Spirito Santo. Tra le tappe del loro pellegrinaggio in questa terra antica del cristianesimo c’è stata Nicea. Che significato ha avuto per loro? Metropolita Serafim Joanta: A Nicea abbiamo vissuto un momento molto forte: è un luogo che testimonia la Chiesa indivisa. Dove nel 325, si è celebrato il primo Concilio che ha formulato la prima parte del nostro credo. Insieme abbiamo firmato un patto di amore tra noi vescovi, e, in quanto vescovi, ci siamo impegnati anche per tutta la nostra Chiesa locale ad adoperarci per il ristabilimento della piena comunione visibile. E’ stato un segno molto forte e una speranza per l’avvenire. Dove e quando il prossimo appuntamento? Metropolita Serafim Joanta: Il prossimo anno ci ritroveremo in Romania, a Bucarest. Ci troveremo in un Paese ex-comunista che ha sofferto per 50 anni la repressione e da pochi anni ha ritrovato la libertà, non senza incontrare difficoltà. Questo nostro incontro sarà un segno di incoraggiamento per i cristiani di Romania, non solo ortodossi. C’è una forte comunità di cattolici, ci sono evangelici, calvinisti. Sarà l’occasione per incontrare il patriarca Teoctist … Metropolita Serafim Joanta: Sì, sarà l’occasione per incontrare il Patriarca Teoctist e i responsabili delle Chiese cattolica e evangelica e molti vescovi del Paese. Sarà l’occasione per dar loro modo di conoscere più da vicino il ruolo di unità del Movimento dei Focolari: abbiamo avuto qui a Costantinopoli una testimonianza molto forte di un sacerdote cattolico romeno che si è impegnato a incontrare regolarmente i sacerdoti ortodossi, cattolici, riformati e luterani. Questi incontri hanno cambiato lo spirito di questa città. Ora tutti pregano insieme, c’è tra tutti una vita veramente nello Spirito Santo. Sì, il Movimento dei Focolari ha un grande rispetto per ogni Chiesa: anzi, ognuno ritrova le proprie radici nella propria Chiesa, ogni sacerdote, ogni cristiano approfondisce la propria tradizione. E’ qualcosa di straordinario che può cambiare la situazione.
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12 Dic 2004 | Ecumenismo
Dal servizio del Radiogiornale vaticano del 3 dicembre 2004
Un nuovo impegno per la piena unità dei cristiani è assunto ad Istanbul, l’antica Costantinopoli, una terra ricca di storia, in cui si sono tenuti i primi Concili della Chiesa indivisa. E’ qui che si è svolto il Convegno annuale dei vescovi di varie Chiese, amici del Movimento dei Focolari, a cui hanno partecipato oltre 40 vescovi provenienti da 18 Paesi, dal Medio Oriente all’Australia, Stati Uniti, Europa dell’Est e Ovest, ortodossi, siro-ortodossi, armeno-apostolici, anglicani, evangelici-luterani e cattolici di vari riti.
Una settimana ricca di incontri: con il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, il Patriarca armeno apostolico Mesrob II e il vicario patriarcale siro-ortodosso Filüksinos Yusuf Çetin, che li hanno accolti nelle loro comunità, e con il card. Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani.
“In questi giorni abbiamo vissuto un’esperienza estremamente ricca che ci ha rinnovato spiritualmente”: questa la testimonianza del Metropolita ortodosso rumeno, Serafim Joanta. Un momento culmine: la visita a Nicea, dove si è celebrato il primo Concilio ecumenico. “A Nicea abbiamo vissuto un momento molto forte: è un luogo che testimonia la Chiesa indivisa. Abbiamo pregato tra i ruderi dell’antica chiesa di S. Sofia. Insieme abbiamo firmato un patto di amore reciproco. E’ stato un segno molto forte, una speranza per l’avvenire”.
I vescovi sono stati testimoni anche dello storico ritorno delle reliquie degli antichi Patriarchi di Costantinopoli, san Giovanni Crisostomo e san Gregorio Nazianzeno, detto il Teologo, donate dal Papa il giorno precedente, nella Basilica vaticana, al Patriarca Bartolomeo I. Poi hanno partecipato alla festa di Sant’Andrea, nella chiesa di san Giorgio, dove il Patriarca Bartolomeo I ha parlato del primato dell’unità spirituale che siamo chiamati a vivere in Cristo, sul modello della Trinità.
L’unità spirituale: è questa l’esperienza più profonda vissuta dai vescovi delle diverse Chiese. Ancora il metropolita Serafim: “Penso che quanto abbiamo vissuto qui a Costantinopoli, nello spirito dell’unità dei Focolari, con Gesù in mezzo a noi, è una speranza, è un seme dell’unità che esiste già tra le diverse Chiese, nella comunione, nell’amore della Trinità”.
La presenza di Cristo fra coloro che “sono uniti nel suo nome” è stata infatti non solo il tema del Convegno, ma l’esperienza che ne ha scandito lo svolgimento. Tre interventi preparati da Chiara Lubich hanno illustrato i fondamenti di questa via ecumenica che nasce dalla spiritualità di comunione dei Focolari, il cosiddetto, “dialogo della vita” o “dialogo di popolo”, la cui importanza è stata sottolineata dal cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, in un momento di incontro con i vescovi.
Le testimonianze – Membri del Movimento di varie Chiese, poi, hanno raccontato come, nelle diverse parti del mondo, stanno operando per incrementare la comunione nelle loro Chiese e fra le diverse Comunità cristiane, come ancora riferisce il metropolita Serafim Joanta: “Abbiamo avuto qui a Costantinopoli una testimonianza molto forte di un sacerdote cattolico che si è impegnato a incontrare regolarmente i sacerdoti ortodossi, cattolici, riformati e luterani. Questi incontri hanno cambiato lo spirito di quella città. Sì, il Movimento dei Focolari ha un grande rispetto per ogni confessione: anzi ognuno ritrova le sue radici nella propria Chiesa, ogni sacerdote, ogni cristiano approfondisce la propria tradizione. E’ qualcosa che può cambiare la situazione”. (altro…)
12 Dic 2004 | Chiesa, Ecumenismo, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Nel luogo in cui è stato formulato il Credo Venerdì, 26 novembre, quaranta Vescovi – ortodossi, siro-ortodossi, armeni apostolici, anglicani, evangelici-luterani e cattolici di vari riti, provenienti da 18 nazioni – si sono recati insieme a Nicea, il luogo in cui quasi 1700 anni fa, durante il primo Concilio ecumenico, è stato formulato il comune Credo cristiano, detto niceno-costantinopolitano. Consci delle tristi conseguenze delle disunità nel corso dei secoli, in questo luogo-simbolo si sono promessi solennemente di attuare in tutto e innanzi tutto il comandamento evangelico dell’amore reciproco, «affinché Cristo viva sempre fra noi e il mondo possa credere anche per il nostro contributo», come ha detto l’arcivescovo di Praga, il Card. Miloslav Vlk, uno dei principali promotori dell’iniziativa. E’ stato questo – al dire dei partecipanti – uno dei momenti culmine del 23° Convegno ecumenico di Vescovi amici del Movimento dei Focolari che, per invito del Patriarca ecumenico Bartolomeo I, si è svolto dal 23 novembre al 1° dicembre a Costantinopoli.
Intervento del Patriarca ecumenico Bartolomeo I Per la Preghiera ecumenica d’apertura, nella chiesa cattolica di S. Antonio, gremita di cristiani delle diverse Comunità presenti a Istanbul, è intervenuto lo stesso Bartolomeo I, che nella mattinata successiva si è rivolto ai Vescovi, congratulandosi per il loro zelo per l’unità dei cristiani, e si è soffermato quindi sul tema del Convegno: “Dove due o più sono riuniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro” (Mt 18, 20). Con ampio riferimento alla Scrittura e al pensiero dei Padri greci, il Patriarca ha messo a fuoco tre fondamentali presupposti perché si verifichi questa promessa di Gesù: “l’amore verso Cristo, realizzata con l’osservanza di tutti i suoi comandamenti, la fede in lui, manifestata come fiducia in lui, e la retta fede… come retta conoscenza della sua persona che scaturisce dalla comunione personale con lui”.
Visite alle Comunità cristiane di Istanbul Nel corso del Convegno i Vescovi hanno visitato le varie Comunità cristiane della città, unendosi alla loro preghiera, conoscendone i tesori spirituali e condividendone gioie e sofferenze. Di particolare rilievo, la visita alla sede del Patriarca Armeno Apostolico Mesrob II, che, dopo la celebrazione dei Vespri, si è intrattenuto con i suoi ospiti per un ampio dialogo sulla vita e la situazione della Chiesa armena, che ha dato, lungo i secoli, una testimonianza spesso eroica. In un suo messaggio per l’apertura al Convegno aveva già formulato un appassionato appello per l’unità. Molto cordiale pure l’incontro con il Vicario patriarcale Siro-Ortodosso Filüksinos Yusuf Çetin e la sua vivace Comunità che ha fatto grande festa ai Vescovi. In un’intervista rilasciata, il Metropolita ha sottolineato che una tale intesa tra i Vescovi è un esempio importante per i fedeli. Gioia per un gesto ecumenico di grande significato Al Fanar, la Sede del Patriarcato ecumenico, i Vescovi hanno partecipato alle solenni preghiere per l’arrivo delle reliquie di S. Giovanni Crisostomo e S. Gregorio il Teologo, donate dal Papa al Patriarca Bartolomeo I, nella Basilica vaticana. Il gesto ecumenico – aveva detto a Roma il Patriarca Bartolomeo I – ha un grande significato, e “conferma che non esistono nella Chiesa di Cristo problemi insormontabili, quando l’amore, la giustizia e la pace si incontrano”. La partecipazione è continuata poi durante le celebrazioni per la Festa di S. Andrea, Patrono del Patriarcato ecumenico, per la quale, oltre alla Delegazione vaticana guidata dal Card. Kasper, erano convenute a Costantinopoli rappresentanze delle Chiese ortodosse nel mondo.
“Dialogo della vita” La presenza di Cristo fra coloro che sono uniti nel suo nome è stata non solo il tema del Convegno ma soprattutto l’esperienza
che ne ha scandito lo svolgimento, creando – come hanno detto i Vescovi – “un intenso legame di vera fraternità”. Tre interventi preparati da Chiara Lubich, hanno illustrato i fondamenti di questa via ecumenica che nasce dalla spiritualità di comunione vissuta nel Movimento dei Focolari: il cosiddetto “Dialogo della vita”, o “Dialogo di popolo” che – ha spiegato Chiara Lubich – “non è un dialogo della base che si contrappone o giustappone a quello dei cosiddetti vertici o responsabili di Chiese, ma un dialogo al quale tutti i cristiani possono partecipare”. “Se viviamo così nelle nostre Chiese, esse rifioriranno”, ha affermato un Vescovo cattolico dell’Inghilterra, accennando alle grandi sfide della secolarizzazione. Mentre un Vescovo luterano ha espresso quanto aveva sperimentato nel Convegno con le parole del ben noto inno “Ubi caritas et amor, ibi Deus est – dov’è la carità e l’amore lì è Dio”.
Passi sul cammino verso l’unità Nel corso del programma, persone del Movimento dei Focolari di varie Chiese hanno raccontato di come, nelle varie parti del mondo, stanno operando per incrementare la comunione nelle loro Chiese e fra le diverse Comunità cristiane. Di particolare interesse la testimonianza di un parroco cattolico della Romania. Attraverso un paziente dialogo della carità, sono radicalmente cambiati i rapporti fra i pastori e le diverse comunità cristiane della sua città, con molte iniziative comuni che ormai coinvolgono le stesse autorità civili. Non meno significativo il costruttivo dialogo in atto fra il Mouvement Jeunesse Orthodoxe e il Movimento dei Focolari, di cui ha parlato un’ortodossa del Libano. Due evangelici e un cattolico hanno parlato ai Vescovi della Giornata ecumenica “Insieme per l’Europa”. Per essa, l’8 maggio 2004, erano convenuti a Stoccarda 10 mila persone di numerosi Movimenti, Comunità e Gruppi spirituali di varie Chiese: inizio di una maggiore testimonianza comune.
Incontro con il Card. Kasper La presenza della Delegazione vaticana per la Festa di S. Andrea, ha offerto l’occasione di un incontro dei Vescovi con il Card. Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. Nell’offrire un quadro dei recenti sviluppi ecumenici, egli ha sottolineato l’apporto dei Movimenti ecclesiali alla causa dell’unità: “Io sono molto grato per questi Movimenti, per il Movimento dei Focolari, e penso che è un segno dello Spirito Santo… Soltanto insieme possiamo fare qualcosa per la venuta del Regno di Dio. Perciò i Movimenti sono una strada importantissima”.
Nel settembre 2005 a Bucarest Prima di ripartire per le loro nazioni, i Vescovi hanno stabilito di ritrovarsi di nuovo nel settembre 2005 a Bucarest, aderendo all’invito del Patriarca rumeno-ortodosso Teoctist e del suo Sinodo. (altro…)
30 Nov 2004 | Chiesa, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Il parroco e alcuni laici della parrocchia di San Giovanni della Croce, nella città di Roma, ci raccontano come è nata e si è sviluppata la comunità parrocchiale. “Un giorno il Cardinale, allora Vicario della diocesi di Roma – racconta il parroco – mi propone di fondare una nuova comunità parrocchiale in un quartiere che sta sorgendo, all’estrema periferia Nord di Roma, nella località Colle Salario. Mi reco sul posto e trovo palazzi in costruzione, altissime gru in movimento su tutta la zona. Preso in affitto un locale sotto un palazzo di 15 piani, vi ricavo la chiesa, la sala, la cucina, l’ufficio e una piccola camera da letto. Quella chiesetta-negozio è stata la sede della comunità per 13 anni. Soltanto alla fine del 2001 è stata costruita la nuova bellissima Chiesa”. Non basta un luogo per celebrare la Messa, ma occorre prima formare la comunità. Le famiglie provengono dalle più svariate regioni d’Italia, senza legami sociali fra loro. Non sanno neppure che esiste la parrocchia. Così ogni mattina il parroco si reca alle fermate del scuolabus per augurare buona giornata ai bambini che vanno a scuola e alle mamme che li accompagnano. Più volte al giorno va al supermercato per incontrare la gente: nella fila alle casse conosce persone, propone a qualche mamma di fare la catechista, aiuta le anziane a portare a casa la spesa. Prende vita poco a poco una piccola comunità. Una famiglia, appena arrivata nel quartiere, si mette a disposizione per tutto quanto c’è bisogno. Sono del Movimento dei Focolari. Lui fa il fotografo, e viene ingaggiato per il servizio fotografico nelle prime comunioni dei bambini. Dato che la chiesetta è insufficiente a contenere tutti, per l’occasione si prende in affitto una grande chiesa, al centro di Roma. Prima della funzione Pino e il parroco si accordano di amare tutti, perché Gesù stesso sia presente fra loro, come Lui ha promesso a “due o tre riuniti nel suo nome” (Mt. 18,20). Ed è proprio la presenza del Risorto che coinvolge altri a vivere questa nuova spiritualità, ad amare, pronti a dare la vita l’uno per l’altro, a ricominciare quando si sbaglia, a raccontarsi le esperienze sul Vangelo per crescere insieme. F., ad esempio, comunica come ha cominciato a frequentare la chiesa-negozio. Stava passando un momento difficile nel rapporto con sua moglie. Decidono di andare insieme in quella chiesetta e per la prima volta sentono annunciare che Dio è Amore, che ci vuol bene personalmente, ci accetta come siamo, non è lontano, può essere tra noi, se ci amiamo nel suo nome. Scoprono un volto nuovo della Chiesa, diverso da quello che pensavano. Entrano nel gruppo di coloro che partecipano all’incontro della “Parola di Vita” perché comprendono che da lì nasce quella vita nuova che li attrae. Si sforzano di mettere alla base di tutto l’amore, come la propone il Vangelo. E’ una scuola di vita, una nuova evangelizzazione, che richiede una conversione di mentalità. C. e M. sono sposati da 22 anni e hanno due figli di 20 e 17 anni. Fanno parte anch’essi dei gruppi della parrocchia che vivono la spiritualità del Movimento dei Focolari: “I nostri gruppi – spiegano – non hanno attività a se stanti in parrocchia, ma partecipano alla vita della comunità parrocchiale: c’è chi fa il catechismo, chi tiene la segreteria, chi è animatore dell’oratorio, chi affianca il parroco nel corso di preparazione al matrimonio, chi si dedica ai lavori artigianali per la manutenzione della casa parrocchiale, chi si dedica alle pulizie, chi alla cucina dei sacerdoti”. Vogliono essere un po’ come il sale che si scioglie nei vari settori della vita comunitaria e donare quel tocco in più di amore umano e soprannaturale, che pian piano genera un clima di famiglia e spesso attira anche chi non crede. D. spiega – e lo dicono anche altri – che questa spiritualità di comunione si sta diffondendo in tutta la comunità e sta diventando la sua prima caratteristica. Soprattutto dopo che il Papa, nella “Novo millennio ineunte, l’ha lanciata per tutta la Chiesa.
Bellezza e armonia della varietà dei vari movimenti – Nella parrocchia di S. Giovanni della Croce – racconta il parroco – sono presenti altri movimenti: la Comunità di S. Egidio, il Cammino neocatecumenale, ed altre espressioni di vita associata, di più piccole dimensioni, ma sempre importanti. E’ una gioia veder fiorire vari carismi che contribuiscono a portare avanti la nuova evangelizzazione e rendono più bella la comunità. I fedeli si sentono liberi di seguire questo o quel cammino, di formarsi nella spiritualità e con i modi ed i tempi del Movimento cui aderiscono. La loro stessa presenza nella comunità è segno di vitalità e stimolo per tutti. Dal canto loro i membri del Movimento dei focolari si sforzano di comprendere e vivere sempre meglio il proprio specifico nella parrocchia: essere costruttori di comunione. Come Maria: amare ed accogliere tutti, mettere amore dove non c’è amore, creare l’unità. Ed essere apostoli del dialogo, così come li vede il S. Padre. Arrivano i visitatori – Anche se il quartiere è situato all’estrema periferia della città, ogni tanto arriva qualche gruppo parrocchiale. Sono arrivati dalla Svizzera, da Stoccolma, Belluno, Napoli, dal Brasile, dal Messico, dalla Francia. Vengono per visitare le bellezze di Roma, per vedere soprattutto il Papa; ma c’è chi desidera anche incontrare una comunità viva della Chiesa di Roma. Si passa un pomeriggio insieme, ci si raccontano le esperienze, si mangia insieme una pizza. Nasce un rapporto di fraternità nonostante, a volte, la difficoltà della lingua. Le persone della comunità di Colle Salario raccontano come vivono la Parola e l’amore scambievole che considerano fondamento di ogni azione pastorale. Questo, spesso, lascia meravigliati. In diretta TV – Qualche tempo fa, la Messa domenicale della comunità di S. Giovanni della Croce è stata trasmessa in diretta da una rete televisiva nazionale. E’ stata preparata insieme, distribuendo letture, preghiere e testimonianze fra i membri dei vari gruppi parrocchiali e dei vari movimenti. Da più parti d’Italia sono pervenute telefonate con espressioni di gratitudine e incoraggiamento: “Grazie della vostra Messa, è stata bellissima, “Si vede che siete una comunità viva e che vi volete bene”, “Quanto desidero che i giovani del mio paese possano incontrare una comunità come la vostra!”. (altro…)
30 Nov 2004 | Chiesa
Fino a qualche anno fa il nostro seminario era situato in una struttura di tipo tradizionale, con muri spogli e lunghi corridoi. Forse anche per questo ciascuno rischiava di rimaner chiuso nel suo mondo. Alcuni di noi seminaristi siamo venuti in contatto con la spiritualità dell’unità. È stata una grande scoperta renderci conto che il vangelo si poteva vivere con tale concretezza e soprattutto in chiave così fortemente comunitaria. Per cui ci siamo messi subito a vivere con slancio ed entusiasmo la “Parola di vita” – una frase di senso compiuto della Scrittura che tutti nel Movimento dei focolari si impegnano a tradurre in pratica durante un mese intero – e non ci è voluto molto tempo per fare anche noi le nostre prime “esperienze”- In seguito altri seminaristi, attratti dalla novità di vita, si sono uniti a noi. Il numero degli studenti nel frattempo era cresciuto abbastanza e nell’edificio del seminario non c’era sufficiente spazio per tutti. I formatori hanno deciso allora di trasformare un grande salotto in una camera per dodici seminaristi. Ma nessuno voleva andarci, perché tutti preferivano avere la camera singola. Capivamo che era un’opportunità per amare concretamente e per lanciarci in una vita di comunione più forte. Così ci siamo offerti noi al trasferimento. L’anno successivo si è ripresentato il problema della mancanza di camere ed i formatori ci hanno proposto di continuare la nostra esperienza in una casa vicino al seminario. Abbiamo iniziato questa nuova avventura con la fiducia che era qualcosa che Dio ci proponeva. Mettevamo tutto in comune: vestiti, libri, soldi ed anche le nostre necessità, che erano tante. Per poter sovvenire ai nostri bisogni abbiamo intrapreso varie attività, tra cui l’allevamento dei pulcini. Tante persone incuriosite da questa iniziativa, ci offrivano il loro aiuto e ci portavano del mangime. Tutto era occasione per testimoniare il nostro ideale d’unità e così la nostra casa è diventata un luogo d’incontro e attorno a noi si è creata una grande famiglia. Intanto in diocesi si è deciso di costruire un nuovo seminario. L’esperienza della nostra «casetta» ha fatto sorgere l’idea di progettarlo non come un grande palazzo, ma come un insieme di varie abitazioni con al centro la cappella. Da allora ad oggi si sono susseguite tante vicende ed anche le difficoltà e le prove non sono mancate. Ma davanti a qualsiasi cosa ci siamo sempre detti che quello che importava era vivere e testimoniare l’amore reciproco. Un giorno uno di noi aveva bisogno di pantofole ed io di un paio di scarpe per una celebrazione. Convinti che occorreva cercare innanzi tutto il Regno dei Cieli e tutto il resto sarebbe venuto in sovrappiù, abbiamo rinnovato fra noi il patto di amarci a vicenda con un amore che è pronto a dare anche la vita e ci siamo nuovamente lanciati ad amare tutti – superiori e compagni — nelle piccole cose, cercando di vedere in ognuno Gesù. Giunta la sera, un compagno mi ha chiesto se non mi serviva un paio di scarpe, perché gliene erano state regalate due paia; ed una signora ci ha offerto una somma di denaro, giusto il necessario per comprare le pantofole. Constatavamo l’amore concreto di Dio. Uno dei punti piuttosto deboli nella vita del nostro seminario era lo sport. Inevitabilmente ogni partita di calcio portava a contrasti e discussioni. Abbiamo allora organizzato un torneo che aveva per regola che ciascuno godesse dei successi degli altri come dei propri. Ed è andato benissimo! Il più contento è stato il padre spirituale. E anche tanti seminaristi ci hanno ringraziato per aver dato loro l’occasione di scoprire che pure nello sport si può vivere il vangelo. Abbiamo cercato di trasmettere questa vita anche fuori del seminario, specie nell’attività pastorale. Un giorno, insieme ad un compagno, ci siamo recati al carcere femminile. Prima d’entrarvi, ci siamo proposti di stare saldi nell’amore reciproco e di vedere Gesù in ognuna delle carcerate. All’inizio le abbiamo trovate molto indifferenti, ciascuna concentrata sul proprio lavoro. Abbiamo allora tentato di cantare qualcosa per loro e pian piano si sono avvicinate tutte. Stabilito il rapporto, abbiamo potuto raccontare loro alcune esperienze che avevamo fatto con la «Parola di vita». Erano felicissime e si sono riconciliate l’una con l’altra. Noi non riuscivamo a spiegarci come Gesù poteva agire così in fretta. Una di loro ci ha detto di aver capito che doveva vivere amando, anche nel carcere, e che solo così poteva essere libera, magari anche più di tanti che vivono in «libertà». Un’altra ci ha portato fino alla porta della sua cella per dirci come quella stessa sera aveva pensato di suicidarsi, ma che l’amore che avevamo portato le aveva ridato la gioia di vivere. Era evidente che non eravamo stati noi a fare queste cose, ma Gesù presente fra noi per l’amore reciproco. (N. U. A. Q. – Colombia) (altro…)
30 Nov 2004 | Parola di Vita
Natale s’avvicina, il Signore sta per venire, e la liturgia ci invita a preparargli la strada.
Egli, entrato nella storia duemila anni fa, vuole entrare nella nostra vita, ma la strada in noi è irta di ostacoli. Occorre spianare le montagnole, rimuovere i massi. Quali sono gli ostacoli che possono ostruire la strada a Gesù?
Sono tutti i desideri non conformi alla volontà di Dio che sorgono nella nostra anima, sono gli attaccamenti che l’attanagliano; desideri minimi di parlare o di tacere, quando si deve fare diversamente; desideri di affermazione, di stima, di affetto; desideri di cose, di salute, di vita… quando Dio non lo vuole; desideri più cattivi, di ribellione, di giudizio, di vendetta…
Essi sorgono nella nostra anima e l’invadono tutta. Occorre spegnere con decisione questi desideri, togliere questi ostacoli, rimetterci nella volontà di Dio e così preparare la via del Signore.
«Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi»
Questa Parola, Paolo la indirizza ai cristiani della sua comunità, perché avendo sperimentato il perdono di Dio, essi sono capaci di perdonare a loro volta chi commette ingiustizia contro di loro. Egli sa che essi sono particolarmente abilitati ad andare oltre i limiti naturali nell’amare, fino a dare la vita anche per i nemici. Fatti nuovi da Gesù e dalla vita del Vangelo, essi trovano la forza per andare oltre le ragioni o i torti e tendere all’unità con tutti.
Ma l’amore batte in fondo ad ogni cuore umano e ognuno può attuare questa Parola.
La saggezza africana così si esprime: “Fa’ come la palma: le tirano sassi e lei lascia cadere datteri”.
Non basta quindi non rispondere ad un torto, a un’offesa…, ci è domandato di più: fare del bene a chi ci fa del male, come ricordano gli apostoli: “Non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo”; “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”.
“Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi”.
Come vivere questa Parola?
Nella vita di ogni giorno tutti possiamo avere parenti, compagni di studio o di lavoro, amici che ci hanno fatto un torto, un’ingiustizia, del male… Forse il pensiero della vendetta non ci sfiora, ma può rimanere in cuore un senso di rancore, di ostilità, di amarezza o anche soltanto di indifferenza, che impedisce un autentico rapporto di comunione.
Che fare allora?
Alziamoci al mattino con una “amnistia” completa nel cuore, con quell’amore che tutto copre, che sa accogliere l’altro così com’è, con i suoi limiti, le sue difficoltà, proprio come farebbe una madre con il proprio figlio che sbaglia: lo scusa sempre, lo perdona sempre, spera sempre in lui…
Avviciniamo ognuno vedendolo con occhi nuovi, come se non fosse mai incorso in quei difetti.
Ricominciamo ogni volta, sapendo che Dio non solo perdona, ma dimentica: è questa la misura che richiede anche a noi.
Così è stato per un nostro amico di un Paese in guerra, che ha visto massacrare i genitori, il fratello e tanti amici. Il dolore lo sprofonda nella ribellione, fino ad augurare ai carnefici un castigo tremendo, proporzionato alla colpa.
Gli tornano però di continuo alla mente le parole di Gesù sulla necessità del perdono, ma gli sembra impossibile viverle. “Come posso amare i nemici?” – si domanda. Gli occorrono mesi e tanta preghiera prima di cominciare a trovare un po’ di pace.
Ma quando, un anno dopo, sa che gli assassini non soltanto sono noti a tutti, ma circolano per il Paese a piede libero, il rancore gli attanaglia nuovamente il cuore e comincia a pensare a come si sarebbe comportato se avesse incontrato quei suoi “nemici”. Scongiura Dio di placarlo, di farlo ancora una volta capace di perdonare.
“Aiutato dall’esempio dei fratelli con cui cerco di vivere il Vangelo – racconta – comprendo che Dio mi chiede di non inseguire quelle chimere, ma piuttosto di essere attento ad amare le persone che ora mi stanno vicino, i colleghi, gli amici… Nell’amore concreto verso di loro, pian piano, trovo la forza di perdonare fino in fondo gli uccisori della mia famiglia. Oggi il mio cuore è nella pace”.
Chiara Lubich
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26 Nov 2004 | Ecumenismo
„Dove due o più sono uniti nel mio nome…Un solo popolo nella molteplicità delle tradizioni
Sarà il Patriarca ecumenico Bartolomeo I che aprirà questo 23° convegno ecumenico sul tema: “Dove due o più sono uniti nel mio nome… Un solo popolo nella molteplicità delle tradizioni. A Istanbul sono giunti 52 vescovi di varie Chiese d’Oriente e d’Occidente: ortodossi, siro-ortodossi, armeni apostolici, anglicani, evangelico-luterani e cattolici di vari riti.
Momenti culmine Oltre all’apertura del convegno con il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, gli incontri-dialogo con il card. Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, con il Patriarca Armeno Apostolico di Costantinopoli, Mesrob II, e con il Vicario Patriarcale Siro-ortodosso per la Turchia, Filüksinos Yusuf Çetin. Al cuore della spiritualità dell’unità: la presenza di Cristo Risorto promessa a “due o più sono uniti nel suo nome” Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, ha incaricato alcuni dei suoi più stretti collaboratori e collaboratrici a trasmettere i suoi interventi sulla tematica del congresso e sull’esperienza ecumenica del Movimento. Da loro verrà evidenziata la sintonia della spiritualità dell’unità, tipica dei Focolari con la spiritualità ecumenica fortemente incoraggiata dal Papa che ultimamente, il 13 novembre, aveva nuovamente invitato i cristiani a realizzare quella “piena comunione” che “non significa astratta uniformità, ma ricchezza di legittima diversità di doni condivisi e riconosciuti da tutti…” (Omelia di Giovanni Paolo II in occasione del 40° anniversario del decreto conciliare “Unitatis Redintegratio”) L’inizio: celebrazione ecumenica alla Chiesa di Sant’Antonio Il Convegno di Vescovi inizia con una celebrazione ecumenica, nella chiesa cattolica di Sant’Antonio, alla presenza dei Responsabili e dei membri delle varie comunità cristiane presenti a Istanbul. La visita a Nicea, sede di due tra i primi Concili ecumenici In programma la visita a Nicea, e al Monastero della SS. Trinità ad Halki, insigne centro di studi del Patriarcato ecumenico. Prevista anche la visita al Patriarca Mesrob II, nella sede del Patriarcato Armeno Apostolico e al Metropolita Filüksinos Yusuf Çetin, al Vicariato patriarcale Siro ortodosso. L’accoglienza delle reliquie di Giovanni Crisostomo e Gregorio di Nazianzo I Vescovi, ad Istanbul, parteciperanno, per felice coincidenza, all’accoglienza delle reliquie dei Padri della Chiesa indivisa Giovanni Crisostomo e Gregorio di Nazianzo, Vescovi di Costantinopoli nel IV-V secolo, consegnate da Giovanni Paolo II al Patriarca Bartolomeo nella Basilica di S. Pietro in Vaticano proprio in questi giorni, sabato 27 novembre. La festa dell’apostolo Sant’ Andrea al Fanar Al Fanar, sede del Patriarcato ecumenico, il 29/30 novembre i vescovi assisteranno alle solenni celebrazioni per la Festa di S. Andrea apostolo, Fondatore e Patrono del Patriarcato di Costamtinopoli, presiedute dal Patriarca Bartolomeo I, a cui parteciperà la delegazione della Santa Sede, guidata dal card. Walter Kasper. Gli appuntamenti precedenti I convegni ecumenici di vescovi di varie Chiese “amici del Movimento dei Focolari” si svolgono con cadenza annuale. Si sono tenute di anno in anno in diverse località: Costantinopoli (1984), Londra (1986 e 1996), Ottmaring/Augsburg in Germania (1988 e 1998),Trento (1995), Amman/Gerusalemme (1999), Zurigo (2001), Ginevra (2002) e più volte a Roma. Costante la benedizione da parte dei Capi delle diverse Chiese. (altro…)
25 Nov 2004 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Con mia moglie dal 1992 abbiamo una ditta di esportazione di macchine e tecnologie per la lavorazione della carne, che aderisce al progetto dell’Economia di comunione ed opera negli stati dell’ex-Unione Sovietica. Nell’agosto del 1997 sono crollati il sistema bancario ed il mercato russo. Tutto si è fermato colpendoci gravemente: avevamo, infatti, oltre dieci contratti in Russia; molti sono stati sospesi e i pagamenti dei crediti congelati. Ma la nostra ditta doveva andare avanti e assicurare anche i pagamenti regolari ai dipendenti, per il sostentamento di una decina di famiglie. Le riserve stavano per esaurirsi e tutte le mattine telefonavo alla banca per chiedere se fosse arrivato qualche bonifico dalla Russia o se fosse tornato qualcosa dai nostri creditori. La risposta era sempre la stessa: no. Dopo tre mesi ancora non era arrivato nulla. Tutti mi dicevano di non pensarci neanche: tutto era bloccato e non arrivava niente per nessuno. Un lunedì ho guardato il conto bancario e ho visto che avevamo solo 300.000 fiorini. Sapevo che il giorno seguente avrei dovuto pagare un conto di 400.000 fiorini e inoltre, rimanevano gli stipendi da pagare. A mezzogiorno sono tornato a casa molto preoccupato. Con mia moglie, ci siamo chiesti cosa fare: sciogliere l’impresa oppure andare avanti? Sentivamo la responsabilità non solo per noi, ma anche per gli altri. All’ingresso, sul tavolino, teniamo sempre qualche foglio della Parola di Vita del mese. Quella diceva: “Se avrete fede…”. Uscendo per tornare in ufficio ho detto a mia moglie: “Adesso abbiamo bisogno davvero di aumentare la nostra fede!”. Entrando in ufficio, mi ha accolto la notizia che mi avevano cercato dalla banca, perché era arrivato un bonifico di un milione e mezzo! I.B. – Ungheria Tratto da Quando Dio interviene. Esperienze da tutto il mondo. Città Nuova Editrice 2004
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3 Nov 2004 | Cultura
Dal 5 al 7 novembre prossimi a Castelgandolfo (Roma) i comunicatori delle varie discipline si troveranno uniti per sperimentare le strade di una professione che sia costruttrice positiva della società. Sono già pervenute 650 prenotazioni da parte di 41 Paesi di tutti i Continenti. Europa: Italia, Gran Bretagna, Irlanda, Francia, Albania, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Slovacchia, Ungheria. Medio Oriente: Libano e Turchia. America: Stati Uniti, Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Venezuela. Africa: Algeria, Camerun, Congo, Sudafrica. Asia: Corea del Sud, Filippine, India, Pakistan. La delegazione delle Filippine è composta da 30 persone, dagli Stati Uniti arriveranno 46 persone, fra cui 17 registi e sceneggiatori di Hollywood. Fra gli italiani, molto numerosi, sarà presente anche Susanna Tamaro, regista e scrittrice. Il convegno è rivolto a professionisti, docenti e studenti dei diversi campi dei media: informazione, cinema, televisione, ICT e nuovi media, editoria e scienze delle comunicazioni. E’ promosso da NetOne, espressione del Movimento dei Focolari, che vuol raccogliere e mettere in rete le idee, i progetti, gli approfondimenti culturali, le sperimentazioni di comunicatori di varie parti del mondo che lavorano o studiano nei diversi ambiti dei media nella prospettiva di un mondo unito. Il titolo “Il Silenzio e la Parola. La Luce” corrisponde alla dinamica del dialogo: dialogo e dimensione mondiale saranno i due elementi che caratterizzeranno la riflessione. Molte le religioni rappresentate al convegno: ebraismo, islam, induismo, buddismo. Oltre ai cattolici saranno presenti anche evangelico-luterani ed evangelici, oltre a persone senza riferimenti religiosi. Prima della conclusione dei lavori, in seduta comune verrà annunciato uno speciale premio a Chiara Lubich, il Life Achievement Award ( un “Premio per quanto ha realizzato nella vita” ), da parte della Family Theater Productions, per il suo efficace uso dei mezzi di comunicazione nello svolgere il suo straordinario servizio alla Chiesa e alla famiglia umana, e poiché ha ispirato migliaia e migliaia di persone in oltre 180 nazioni del mondo portandole sulla via del dialogo e della fraternità. UFFICIO STAMPA Net One – Alma Pizzi 3358092813 SIF – 06947989 – Carla Cotignoli 3488563347
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3 Nov 2004 | Cultura
A fronte di una comunicazione spesso condizionata pesantemente da una globalizzazione che rischia di essere appiattita dal “pensiero unico” occidentale, questa sessione intende proporre una “Strategia del dialogo per una svolta nell’informazione”. E’ questo il titolo generale, che verrà sviluppato in due tavole rotonde. La prima – “Diversità culturali-religiose e sintonie planetarie” – per una informazione che contribuisca al “nuovo” che si sta delineando con la società multirazziale, multiculturale e multireligiosa, e che sradichi pregiudizi e paure, allenti le tensioni, contribuisca alla pace. Di qui la scelta di dar voce a comunicatori di aree culturali e di religioni diverse: cristianesimo, ebraismo, islam, induismo e buddismo. Con la seconda tavola rotonda – “Media, società locale e globale. Dialogo (im)possibile” – cui interverranno giornalisti delle diverse latitudini, si prospetta una riconsiderazione del ruolo della società civile, non a caso definita il 6? potere, per una informazione che sappia non solo comunicare problematiche e conflittualità, ma anche intercettare i segni innovativi di fraternità e unità che stanno emergendo nella società reale. Interverranno, fra gli altri: Vera Araujo, sociologa brasiliana; Ela Gandhi, editore di due periodici fondati dal Mahatma (Sudafrica); Miriam Meghnagi, rappresentante del mondo ebraico; Ayesha Mustafaa, direttore The Muslim Journal (USA), Hiroshi Miyahira, gruppo editoriale buddista giapponese The Kosei Publishing; Martin Nkafu, professore universitario (Camerun), Piero Damosso, giornalista TG1-Rai; John Allen, giornalista, National Catholic Reporter (USA).
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3 Nov 2004 | Cultura
Gli incontri di ICT e new media, organizzazione e management avranno luogo nella sala Building 14 messa a disposizione da ESA/ESRIN a Frascati. Tra i relatori italiani, accanto a Raffaele Meo del Politecnico di Torino, che ha presieduto la Commissione governativa per l’”open source” nella Pubblica Amministrazione, e a Alessandro Musumeci, consulente del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, troviamo personaggi della Rete, come Giancarlo Livraghi (www.gandalf.it) autore di L’umanità dell’Internet e Il potere della stupidità e Luisa Carrada (www.mestierediscrivere.com), premio Donna è Web 2004. Numerosi i contributi internazionali: René Cluzel della divisione Informazione e informatica di UNESCO, Mauricio Pimentel membro del Centro Universitário Faculdades Metropolitanas Unidas di San Paolo e José Antonio Peralta dell’Università argentina di Salta, aderente a Hipatia (www.hipatia.info), organismo internazionale che promuove la libera disponibilità e sostenibilità della tecnologia e della conoscenza. All’organizzazione e management sarà dedicato il pomeriggio del giorno 6 con una relazione a più voci sugli aspetti della comunicazione all’interno delle organizzazioni e i principi del quality management, conclusa da un tema sul valore economico delle relazioni umane presentato da Luigino Bruni (Università Milano-Bicocca), coordinatore del Movimento per una Economia di Comunione (www.edc-online.org).
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3 Nov 2004 | Cultura
La sezione Cinema e TV raccoglie i produttori registi, autori, operatori a tutti livelli del cinema e della tv (non quelli del campo dell’informazione giornalistica) presenti al Congresso, provenienti da tutto il mondo, dall’India a Buenos Aires. Particolarmente nutrita è la presenza di sceneggiatori e registi da Hollywood, che da anni si incontrano per una ricerca sulla possibilità di produrre film ispirati a valori universali. La prima sessione, del venerdì pomeriggio, ha come titolo: Fotogrammi di vita: percorsi di lavori tra il cinema e la TV. Verranno proiettati vari spezzoni video, e ogni autore ne indicherà la motivazione, la ricerca, il significato. Tali video rappresentano la testimonianza di impegno in prodotti ispirati a valori universali, a servizio dell’uomo. La seconda sessione, sabato mattina, presenterà una tavola rotonda durante la quale registi e produttori (vedere nomi sul programma) dialogheranno sul tema: Film maker a confronto: immagini da culture in dialogo. Cinema e televisione come strumenti di conoscenza tra gli uomini e i popoli. Condurrà José Maria Poirier, critico cinematografico argentino. La terza sessione, sabato pomeriggio, si articolerà sui temi: Televisione-Documentari: strumenti per il dialogo; Giovani professionisti: la responsabilità dei Maestri; Iniziative positive nel mondo del Cinema. Durante la serata del venerdì e del sabato la sezione Cinema TV offrirà a tutti i convegnisti la proiezione di brevi film, alcuni dei quali sono vincitori dell’International Angelus Awards di Los Angeles.
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3 Nov 2004 | Cultura
Fine della comunicazione? Tanti lo pensano, lo dicono e lo scrivono, di fronte alla babele planetaria e al relativismo imperante. Le discipline alle quali le scienze della comunicazione sono debitrici, sempre più si dotano di strumenti ad hoc per comunicare, e approfondiscono gli ingranaggi della comunicazione dal loro punto di vista, lasciando meno spazio agli studiosi della comunicazione tout court. NetOne crede che siamo invece alla vigilia di un nuovo inizio della comunicazione, o meglio, alla vigilia di una nuova epoca comunicativa, post-tecnologica e post-babelica.
NetOne è convinta che troppo spesso, nel dibattito culturale attuale, si riduce il problema della comunicazione a quello dei mezzi di comunicazione. Pensiamo che ciò sia fuorviante, perché – prima della discussione sulla natura di tali mezzi con le loro specificità, i loro contenuti, le loro professionalità e la loro etica –, esiste una finalità intrinseca alla comunicazione stessa.
Tale finalità è, come già sottolineato, l’incontro tra le persone che comunicano. Incontro, e non semplice relazione: se s’instaura una comunicazione vera, sia chi comunica sia chi è destinatario della comunicazione non rimane uguale a quel che era prima dello stesso processo di comunicazione, perché se lo scontro divide, l’incontro unisce. Incontro che porta alla reciprocità. Questo il quadro di riferimento della sessione “Scienze delle comunicazioni ed editoria” che riunisce un centinaio di accademici e di studenti, oltre ad alcuni esponenti del mondo dell’editoria, per riflettere insieme sulle implicazione di una comunicazione “in positivo” nel mondo della comunicazione e della cultura.
1 Nov 2004 | Parola di Vita
Tenebre e luce: un’opposizione eloquente, nota a tutte le culture e a tutte le religioni. La luce simboleggia la vita, il bene, la perfezione, la felicità, l’immortalità. Le tenebre richiamano il freddo, il negativo, il male, la paura, la morte.
L’apostolo Paolo ricorda ai fedeli di Roma che il cristiano non ha più niente a che fare con un passato “tenebroso”, fatto di impurità, ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia, rivalità, frodi, malignità…
«Gettiamo via le opere delle tenebre…
Quali sono le “opere delle tenebre”? Al dire di Paolo sono: ubriachezze, impurità, contese, gelosie, ma anche dimenticanza di Dio, tradimento, furto, omicidio, superbia, ira, disprezzo dell’altro; e ancora: materialismo, consumismo, edonismo, vanità.
Opera delle tenebre è anche la facilità con cui spesso seguiamo qualsiasi programma televisivo o navighiamo su internet, con cui leggiamo certi giornali, o vediamo certi film, o sfoggiamo certi abbigliamenti.
Noi, al momento del battesimo, per bocca dei nostri padrini, abbiamo accettato di voler morire con Cristo al peccato quando, per tre volte, abbiamo decretato di voler rinunciare al demonio e alle sue seduzioni. Oggi non si ama parlare del demonio, si preferisce dimenticarlo e dire che non esiste, eppure c’è e continua a fomentare guerre, stragi, violenze d’ogni genere.
“Gettare via”: un’azione violenta, che costa, che richiede coerenza, decisione, coraggio, ma necessaria se vogliamo vivere nel mondo della luce. Continua, infatti, la Parola di vita:
… e indossiamo le armi della luce»
Non basta cioè rinunciare, “spogliarsi” del male, occorre “indossare le armi della luce”, ossia, come spiega Paolo più avanti, “rivestirsi del Signore Gesù Cristo”, lasciando che sia lui a vivere in noi. Anche l’apostolo Pietro invita ad “armarsi” degli stessi sentimenti di Gesù .
Immagini forti, sì, perché lasciar vivere Cristo, lo sappiamo, non è facile, vuol dire rispecchiare in noi i suoi stessi sentimenti, il suo modo di pensare, di agire; significa amare come lui ha amato e l’amore è esigente, chiede lotta continua contro l’egoismo che è dentro di noi.
Ma non c’è altra via per pervenire alla luce, come ricorda con chiarezza la prima lettera di Giovanni: “Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi” (2, 10-11).
«Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce»
Questa Parola di vita è un invito alla conversione, a passare continuamente dal mondo delle tenebre a quello della luce. Ripetiamo allora il nostro no a Satana e a tutte le sue lusinghe, e ridiciamo il nostro sì a Dio, così come l’abbiamo pronunciato il giorno del battesimo.
Non dovremo compiere grandi azioni. Basta che ognuna di quelle che già facciamo sia suggerita e animata dall’amore vero.
Concorreremo così a irradiare attorno a noi una cultura della luce, del positivo, delle beatitudini. Sarà costruire il Paradiso fin da questa terra, per possederlo eternamente in Cielo. Sì, perché il Paradiso è una realtà, ce l’ha promesso Gesù, ed è come una casa, che si costruisce di qua per poi abitarla di là. E sarà il suo dono: gioia piena, armonia, bellezza, danza, felicità senza fine, perché il Paradiso è l’amore.
Ce lo testimonia l’esperienza vissuta da Mary del Perù. Madre di tre figlie in tenera età, quando conosce la Parola di vita incontra Dio, trova la luce; viene coinvolta totalmente e la sua vita ha una svolta radicale.
Poco tempo dopo le viene diagnosticata una malattia grave. Ricoverata in ospedale scopre di avere poco più di un mese di vita. La confidenza nuova con Gesù, che ora sperimenta, le dà la forza di una preghiera, gli chiede cinque anni di tempo per consolidare la sua conversione e poter cambiare la vita anche attorno a lei.
Inspiegabilmente per i medici, la sua salute migliora e Mary viene dimessa dall’ospedale. Ritorna a casa, si prepara con il suo compagno alle nozze, che celebra in Chiesa, e chiede il battesimo per le figlie.
A distanza di cinque anni, il male si riacutizza all’improvviso, e nel breve volgere di due settimane si conclude la sua vita terrena.
Prima di morire, riesce a disporre ogni più piccola cosa nei riguardi delle figlie e a trasmettere speranza al suo sposo. “Adesso vado dal Padre che mi aspetta. Tutto è stato meraviglioso, Lui mi ha dato i cinque anni più belli della mia vita, da quando l’ho conosciuto nella Sua Parola che dà la Vita!”.
Chiara Lubich
31 Ott 2004 | Chiesa, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Carpi, una cittadina dell’Emilia Romagna. La parrocchia del Corpus Domini si trova in una zona in pieno sviluppo, abitata da famiglie delle più varie provenienze. L’interesse è concentrato sugli affari, predomina l’indifferenza religiosa, la frequenza alla Chiesa è appena del sette per cento. Come andare incontro a questa gente? Dio ama tutti – L’azione pastorale del parroco non si limita al piccolo gruppo dei praticanti ma è rivolta a tutti. Avvicina ogni persona che incontra con un atteggiamento d’amore, sapendo che è un incontro con Gesù, e tanti ne sono conquistati e coinvolti. A loro comunica la sua scoperta: Dio è amore e vuole che anche noi ci amiamo. Basta vivere le sue Parole, che, se vissute, cambiano poco a poco la mentalità, promuovono lo spirito di comunione, suscitano il clima di famiglia. Ben presto tanti ne fanno l’esperienza. Iniziano gli incontri della Parola di Vita che poi si moltiplicano, si fanno nei caseggiati, coinvolgono sempre più persone. Si forma una vera comunità, aperta e accogliente, con uno stile di vita evangelico. Un uomo chiede al parroco un attestato d’idoneità per fare da padrino in un battesimo. Non è praticante e non è nemmeno certo di aver la fede. “Perché vuoi farlo?”, chiede il parroco. “Per far piacere a mia sorella che insistentemente me lo ha chiesto” risponde.“Un atto d’amore – rileva il parroco – è un pezzo di Vangelo vissuto!”. Lui non pensava di vivere il Vangelo, e rimane sorpreso. Nasce un colloquio su Dio che è amore e su come l’amore presente in ogni azione vissuta per gli altri è un riflesso di Lui. Rimane affascinato. Inizia un cammino di conoscenza del Vangelo. L’amore non ha frontiere – L’amore è sempre creativo e spinge a gesti di amicizia anche verso coloro che sono contrari. In parrocchia c’è un circolo di anziani ostili alla Chiesa per educazione e ragioni storiche. Stanno costruendo una nuova sede. E’ un’opera sociale, di aiuto a queste persone. Considerando l’aspetto positivo dell’iniziativa, il parroco propone al Consiglio pastorale di incoraggiarli, offrendo loro un contributo in denaro. C’è un iniziale rifiuto. Allora spiega che ai credenti tocca amare per primi. Acconsentono di dare una piccola somma. Lui l’accompagna con una calda lettera di ringraziamento per questo servizio a tutti gli anziani del quartiere. Il gesto ha parlato più di una predica: quando nel circolo si è ricevuto il dono e si è letta la lettera tutti avevano le lacrime agli occhi. Ed è incominciato un atteggiamento nuovo, di apertura, verso la Chiesa. Casa aperta anche a chi non può ricevere i sacramenti – La parrocchia è la casa di tutti: nessuno deve sentirsi escluso. Si trova il modo che tutti si sentano accolti, anche coloro che non possono ricevere i Sacramenti. Si spiega loro che possono intanto vivere la Parola di Dio, amare il prossimo, condividere gioie e dolori sapendo che Gesù ha detto: “Qualunque cosa avete fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me”. T. aveva alle spalle un matrimonio fallito e viveva da alcuni anni con F. Aveva ricevuto una formazione cristiana ed ora si sentiva lontana da Dio e rifiutata dalla Chiesa. Un giorno entra in parrocchia. Il parroco le va incontro, la saluta con calore. La donna si sente accolta e gli apre il suo cuore, comunica il suo dolore. Da lui, per la prima volta, si sente dire: “Dio ti ama immensamente”. E’ la luce: prende a frequentare gli incontri della Parola di Vita, si sforza di vivere il Vangelo, comincia a farne esperienza. E, come loro, molti sono stati conquistati dall’accoglienza cordiale trovata in parrocchia e dall’atmosfera di carità che si respira in quella comunità. Una comunità che è stata invitata ad offrire la propria esperienza anche in convegni e incontri a livello nazionale ed internazionale. (altro…)
28 Ott 2004 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Compie 40 anni la prima delle 33 cittadelle dei Focolari che sorgono nei 5 continenti.
Situata sui colli toscani nei pressi di Firenze nel comune di Incisa in Val d’Arno, con scuole, aziende, centri artistici, conta oggi circa 1000 abitanti di 70 nazioni: dalla Russia al Portogallo, dalla Giordania, Libano, Egitto al Burundi, Congo, Sud Africa, da Stati Uniti, Messico, Terra del Fuoco, Giappone, Cina, Corea, Filippine, ad Australia e Nuova Zelanda. Sono studenti e docenti, professionisti, artigiani, agricoltori, artisti, famiglie, religiosi e sacerdoti, cristiani di diverse chiese e fedeli di altre religioni: un prototipo di una nuova società fondata sulla legge evangelica dell’amore.
Una cittadella che rispecchia un ideale di unità e di pace Costruire una cittadella che rispecchi il proprio pensiero è stato spesso il sogno di chi ha dato vita a nuove correnti filosofiche, ideologiche o spirituali. È stato così anche per Chiara Lubich, fondatrice del Movimento die Focolari che, visitando nel 1962 l’abbazia benedettina di Einsiedeln, uno dei centri di irradiazione della civiltà cristiana europea, ha l’intuizione che sarebbero nate nel mondo cittadelle moderne con case, scuole, fabbriche. Più di 40.000 visitatori ogni anno passano da Loppiano. Insieme a chi vi abita, contribuiscono a comporre quel disegno di unità sul quale la cittadella si fonda. Maria Theotókos: la chiesa della cittadella In occasione di questo anniversario, giunge al traguardo anche la Chiesa della cittadella, dedicata a Maria Theotókos, la “Madre di Dio”. La solenne concelebrazione d’inaugurazione avrà luogo sabato, 30 ottobre 2004, alle ore 11.00 e sarà presieduta dal Card. Ennio Antonelli, Arcivescovo Metropolita di Firenze e da Mons. Luciano Giovannetti, Vescovo di Fiesole. Il progetto è stato realizzato con il contributo della Conferenza Episcopale Italiana. Un’opera del Centro Ave Realizzata dallo studio di progettazione Centro Ave che ha sede a Loppiano – formato da una scultrice, 3 donne architetto e 3 pittrici – la chiesa si staglia delicatamente sulle colline: un ampio piano inclinato nasce dal terreno e sale al culmine della costruzione. È coronata dalla torre campanaria, coperta da una falda triangolare dorata, la cui forma chiara lascia trasparire il riferimento trinitario. L’idea del progetto e la cappella ecumenica Nell’interno, al centro del presbiterio, una grande vetrata in una molteplicità di azzurri fa da sfondo al tabernacolo dorato. “Desideravo esprimere attraverso la forma – spiega Ave Cerquetti, scultrice e ideatrice dell’edificio – la grandezza di colei che, Madre di Dio, grande oltre ogni immaginazione, come la Chiesa l’ha confermata nei primi concili, è come un dolce piano che va dalla terra al cielo, a Dio”. Al primo piano della torre campanaria è situata la cappella ecumenica.
Ad onorare Maria in questa chiesa non sono solo i cristiani E’ arrivato dall’India un grande quadro impreziosito da lamine d’oro e tempestato da pietre semipreziose, opera di un artista indù, che la raffigura assieme al bambino. Sarà presente anche il Maestro Pra Maha Thongrattana, monaco buddista tailandese. La sua permanenza a Loppiano, nel 1992, era stata determinante per l’avvio di un fruttuoso dialogo tra i monaci buddisti tailandesi e i Focolari.
La nuova chiesa ospiterà inoltre le spoglie di Renata Borlone
Renata (1930-1990), per anni è stata costruttrice e corresponsabile di Loppiano. E’ ora in corso la causa di beatificazione.
Polo imprenditoriale “Lionello Bonfanti” Nell’anno del 40° di Loppiano sono iniziati anche i lavori di costruzione del polo imprenditoriale. 5.615 azionisti ne sostengono la costruzione, attraverso la società di gestione “E. di C. S.p.A.” costituitasi nel 2001 (www.edicspa.com). Nel mondo sono operativi o nascenti altri Poli in Brasile, Argentina, USA, Portogallo, Francia e Belgio, nati per dare visibilità al progetto dell’Economia di comunione, che ispira la gestione di 270 aziende di produzione in Italia e complessivamente di 800 nel mondo. (altro…)
20 Ott 2004 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Mettersi davanti alle cifre del bilancio mensile è sempre stato per la nostra famiglia un compito non piacevole, fino a quando non abbiamo capito che anche in questo campo è fondamentale l’intesa. Così l’argomento “soldi” ha preso una tinta familiare. Insieme alle uscite per il vitto, l’affitto, ecc… abbiamo pensato di inserire una cifra da mettere a disposizione di chi sapevamo in necessità.
Un giorno non riusciamo a far entrare quella cifra, perché la colonna delle uscite è più lunga di quella delle entrate. E’ un dispiacere. Proprio alcuni giorni prima avevamo visto alla TV bambini che muoiono di fame. I nostri due bambini, che avevano ascoltato tutto, sono arrivati con i loro portamonete e hanno versato tutto il contenuto. Erano piccole mance ricevute dai nonni, risparmi sulla loro paga settimanale. Quando la nonna è venuta a trovarci i bambini le hanno raccontato la cosa e lei: “Ma come? – ci ha detto perplessa – aiutate gli altri anche se voi non siete ricchi?” A sbloccare la situazione è stato il più piccolo: “Nonna, ma noi mangiamo tre volte al giorno!”. Qualche giorno dopo la nonna è arrivata con una busta in mano. “Questo è del denaro di cui posso fare a meno. Lo metto insieme al vostro… in fondo anche io mangio tre volte al giorno!”. (L.R. – Italia) Tratto da Quando Dio interviene – Esperienze da tutto il mondo, Città Nuova Editrice, 2004 (altro…)
11 Ott 2004 | Chiesa, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Siamo a Budapest, in un quartiere con 4000 abitanti. Un pezzo di mondo secolarizzato dove più della metà sono cattolici solo per aver ricevuto il battesimo. La popolazione, formata soprattutto di giovani senza alcuna formazione religiosa e morale, è completamente abbandonata a se stessa. Il regime comunista, che ostacolava ogni forma di associazione, oltre a diffondere la cultura ateistica, non aveva costruito in quel quartiere infrastrutture che permettessero di potersi ritrovare per fare sport o altre attività ricreative e neppure uno spazio per la chiesa. Partire dall’unità – Dopo un mese di ricerche, i due sacerdoti incaricati dal vescovo di ravvivare la vita cristiana nel quartiere, trovano alloggio in una casa prefabbricata, le cui pareti permettevano di udire ogni sorta di rumori, anche i litigi e le non rare bestemmie dei vicini. Un’impresa ardua la loro! L’unica certezza era vivere loro per primi da veri cristiani, mettendo in pratica il comandamento dell’amore scambievole e meritare la presenza Gesù che dice: “dove due o più…”. Sarà Lui il parroco: Gesù in mezzo a loro. La Messa domenicale, celebrata nell’unica sala di riunioni del posto (quella del partito), nonostante abbiano messo inviti in tutti i caseggiati, raccoglie solo un centinaio di persone, per metà bambini. I due capiscono di non poter avvicinare le folle e puntano su quel piccolo gruppo di persone. Nelle celebrazioni liturgiche, nei piccoli gruppi di catechesi per bambini e per adulti ed in ogni altro tipo di incontro sottolineano il vero motivo del trovarsi insieme: vivere l’amore fraterno, creare il clima di accoglienza dell’altro, di servizio, vedendo in ognuno la presenza di Gesù. Una verità del Vangelo che attrae subito ed è messa in pratica. Le persone che vengono per la prima volta non solo tornano, ma ne portano altre. Anche quando si organizzano feste o gite, lo scopo deve essere sempre l’amore fraterno per poter godere della presenza di Gesù in mezzo. Alla scuola della Parola – La comunità si forma e cresce alla luce della Parola di Dio. Si punta su di essa, prima vissuta in prima persona e poi donata per essere messa in pratica da molti e ritornare incarnata nelle esperienze che vengono comunicate. E’ una dinamica che porta frutto, un linguaggio che tutti comprendono e sono molti ad esserne coinvolti. Gli adulti scoprono e sperimentano che la Parola illumina in maniera concreta i fatti del giorno, cambia radicalmente i rapporti umani, suscita la comunione, dà vita ad una comunità cristiana dove tutti, sacerdoti e laici, si mettono alla sua scuola. Anche i bambini della catechesi sono coinvolti nella vita della Parola e fanno le prime piccole esperienze che li portano ad avere un rapporto personale con Gesù. Il catechismo diventa un’interessante avventura di convivenza con Lui. Diventa consuetudine fare gli esercizi spirituali durante i tempi forti dell’anno liturgico, e così i due sacerdoti si ritirano per cinque giorni fuori città con gli adulti e i giovani più impegnati, poi tre giorni con gli altri. Gli esercizi sono un’esperienza concreta di Vangelo vissuto, un allenamento per continuare a casa, e nel lavoro la stessa vita di donazione fraterna. Si va in profondità nella spiritualità collettiva. Vivere e far vivere la comunione – Vedendo le necessità concrete della parrocchia, spontaneamente tanti si sentono responsabili per i vari compiti. Danno vita a gruppi che lavorano con uno stile nuovo, muovendosi in armonia: ci sono gruppi che lavorano nel campo assistenziale o in quello liturgico, altri curano l’armonia degli ambienti parrocchiali, altri ancora si dedicano ai giovani, curano lo sport, sono impegnati nella catechesi e mantengono contatti con gli altri abitanti del territorio. Le persone riscoprono la fede non più come una dottrina avulsa dalla vita, ma una luce dall’alto che illumina e conduce l’esistenza, che dà senso e trasforma le realtà attorno, la famiglia, la società, e riempie di gioia. Tra i frutti: cambiamenti di vita. Ci sono genitori, prima indifferenti, che hanno riscoperto la fede attraverso i loro bambini, e giovani che vogliono conoscere la comunità per il cambiamento dei loro genitori. Lo stesso avviene tra colleghi di lavoro e i compagni di scuola. Una comunità in crescita – I membri della comunità da un centinaio passano a circa 800 e quelli che frequentano regolarmente la catechesi da 80 a 350. Si è dovuta costruire una chiesa, intitolata alla Santissima Trinità, col desiderio di vivere l’amore trinitario che Gesù ha portato sulla terra. Apertura ad altre Chiese e religioni – Anche persone di altre chiese cristiane e persino ebrei ed un musulmano si sono sentiti attratti dalla testimonianza di vita di parenti o conoscenti. Un musulmano che accompagna la moglie alla Messa ha detto: “Io non ho in questo quartiere una moschea, ma in mezzo a voi sento la presenza di Dio, posso pregare e mi sento più vicino alla mia fede musulmana”. Le difficoltà: un trampolino di lancio – Ci sono anche i giorni difficili. E’ stato sostituito uno dei sacerdoti e in seno alla comunità sono nate alcune tensioni fra persone e gruppi, ma da questo dolore la comunità nel suo insieme si è consolidata e la comunione fra tutti ha messo radici più profonde. A chi domanda loro qual’è il segreto di tanta vitalità rispondono: Gesù presente in mezzo a noi. Ma aggiungono anche che questo si verifica quando, accettando le disunità, le debolezze e gli sbagli di ognuno, si cerca di andare oltre, trasformando il dolore in amore. Perché Gesù è risorto passando attraverso la morte. (altro…)
7 Ott 2004 | Focolari nel Mondo
Per una cultura dello sport orientata alla fraternità universale Che cosa possono avere in comune tra loro una maestra di sci ed un giornalista sportivo, un medico dello sport ed un operatore sociale, un istruttore sportivo
ed un docente di pedagogia? Li accomuna il progetto di Sportmeet, una giovane realtà internazionale del Movimento dei Focolari, nata nel mondo dello sport: contribuire, ciascuno dal proprio ambito specifico, ad elaborare una cultura dello sport orientata alla costruzione della fraternità universale.
A Vienna per “Educarsi ed educare attraverso lo sport”. Per questo si sono dati appuntamento a Vienna, a metà settembre per un convegno internazionale (130 partecipanti da 17 nazioni, 6 extra-europee) sul tema Educarsi ed educare attraverso lo sport. L’Unione Europea ha promosso il 2004 ad Anno Europeo dell’Educazione attraverso lo Sport, ritenendolo, si legge nei documenti comunitari, “componente essenziale della nostra società”, capace di trasmettere “tutte le regole fondamentali della vita sociale” e portatore di valori educativi fondamentali quali “tolleranza, spirito di squadra, lealtà”. Quando lo sport può caricare di tensione morale Ma di fronte alle contraddizioni dello sport di oggi si può davvero concedere ad esso un simile credito? “Come altre attività umane lo sport è poliforme ed ambivalente: – ha ammesso, nella relazione di apertura, Paolo Crepaz, medico dello sport e coordinatore di Sportmeet – è liberazione di energie psicofisiche latenti, ma anche asservimento agli idoli del prestigio e del guadagno; è dono di sé, ma anche occasione di egoismo e di sopraffazione; è luogo di incontro, ma anche di scontro.” L’educazione del corpo implica favorire che la corporeità, espressione emblematica dello sport, sia in grado di mostrare e di accendere lo spirito. Ma quando lo sport è in grado di accendere lo spirito? “Quando è capace di conferire, a chi lo pratica, padronanza di sé, – ha spiegato Crepaz – dei suoi atti, meta questa sempre in divenire, e quando è capace di colorare l’azione dell’atleta di tensione morale.” Chiara Lubich: lo sport capace di rivelare dimensioni essenziali dell’uomo Questo il concetto ribadito da Chiara Lubich nel suo indirizzo di saluto ai partecipanti: “Lo sport può rivelare la dimensione essenziale dell’uomo sia come essere finito, di fronte a difficoltà e sconfitte, sia come essere chiamato all’infinito, capace di superare i propri limiti”. Ma chi sa educare in questo modo? “Come occorre la primavera perché un giardino fiorisca – ha concluso Chiara Lubich -, allo stesso modo è necessario quel calore che nasce dall’amore per far germogliare le verità che sono insite nell’uomo. In un’atmosfera di amore reciproco, fino a sperimentare le parole di Gesù: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, vi auguro di poter fare l’esperienza che Lui stesso, Gesù, sia il vostro maestro, anche nello sport.” Un’inversione di tendenza già in atto nello sport. La lezione dei più giovani Dai partecipanti si è avuta conferma che chi crede nei valori dell’uomo, anche senza legarsi a riferimenti religiosi, può condividere e sperimentare quanto possa essere educativo un sincero e profondo atteggiamento di fiducia reciproca fra chi educa e chi è educato attraverso lo sport. In questo senso, numerose riflessioni e testimonianze concrete, hanno testimoniato un’inversione di tendenza già viva e diffusa nello sport soprattutto fra i più giovani.
Non parole, ma nuovi progetti sportivi in atto Il congresso ha permesso soprattutto di conoscere i numerosi progetti sportivi a dimensione sociale già sviluppatisi, nei diversi continenti, attorno o grazie a Sportmeet. Una intera squadra di calcio di ragazzi di una difficile periferia di Bogotà “adottata” a distanza grazie all’aiuto di un club professionistico del sud – Italia; il progetto di promozione sportiva SportFontem, avviato al college della cittadella del Camerun dove il Movimento dei Focolari è presente da tempo; Deporchicos, una “mini Olimpiade” con riflessi sportivo–sociali a Buenos Aires; la pianificazione della promozione sportiva come strumento di riscatto sociale nella regione di Sao Paulo in Brasile ed in particolare a Jardim Margarida; il progetto scolastico Cafè con Leche, già attivo in una zona disagiata di Santo Domingo, che si svilupperà con la costruzione di un campo sportivo. Ma Sportmeet ha dato spazio durante il congresso anche ad altri progetti sportivi-sociali di valore, quali InterCampus, promosso dall’Inter di Milano, o Vivas, Vivere i valori dello sport, voluto dalla tenacia di un maestro dello sport, a Piacenza, o La Grande Sfida, di Verona, evento sportivo che mette in luce la ricchezza dei diversamente abili.
Sports4Peace, in Austria coinvolge 20.000 giovani Fra i tanti progetti, il più interessante è risultato Sports4Peace, realizzato proprio in Austria durante l’ultimo anno scolastico 2003 – 2004. Sono venuti a contatto con l’iniziativa circa 20.000 giovani di diverse scuole superiori austriache che hanno potuto sperimentare uno sport che non muove soltanto … palloni, ma uno sport che è via verso una società solidale e orientata alla pace. Guidati da sei semplici regole (gioca seriamente, gioca onestamente, non mollare mai, tieni gli occhi aperti agli altri, gioca per giocare, fai la differenza) stampate sulle facce di un dado, espressioni di una unica regola, la “regola d’oro”, presente in ogni religione: “Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”, i ragazzi coinvolti hanno fatto sport, organizzato tornei, eventi sportivi e musicali, hanno raccolto firme per la pace olimpica. Ogni evento o gesto sportivo vissuto dopo aver lanciato il dado, consentiva ai ragazzi di collezionare degli “anelli olimpici”. Ogni passo verso la pace, attraverso piccole o grandi azioni di comunione o di perdono, consentiva invece di conquistare degli “anelli d’oro”. Obiettivo finale: raggiungere i 51.000 anelli olimpici e anelli d’oro ed avvolgere così simbolicamente la superficie dei 510 chilometri quadrati della terra con una rete di pace. L’iniziativa ha avuto il patrocinio ed il sostegno dei massimi organismi sportivi e scolastici austriaci e di diversi campioni dello sport, tra i quali Ralf Schumacher, Hermann Mayer, Michael Walchhofer ed altri, che hanno accettato di fare da testimonial, trovando l’idea del dado molto originale ed efficace. Il progetto di Sports4Peace si è rivelato particolarmente contagioso: dopo il congresso di Sportmeet si diffonderà in altre nazioni. Cultura – Sport – Pace: l’interesse di docenti universitari d’Europa e America Latina I diversi progetti sportivi presentati da Sportmeet hanno suscitato in particolare l’interesse degli 8 docenti universitari, di diverse Università (Vienna, Innnsbruck, Teramo e Cattolica di Milano, Buenos Aires) e di diverse discipline nel campo dello sport, presenti al congresso proprio per approfondire i legami possibili fra sport e pace. (altro…)
3 Ott 2004 | Focolari nel Mondo
T.: Quarant’anni fa ho fatto la scoperta della vita di comunione tra sacerdoti diocesani che seguivano la spiritualità dell’unità dei Focolari. Ho espresso al vescovo il desiderio di vivere questa esperienza insieme ad un viceparroco. Mi ha accontentato ed ha aggiunto: “Se dopo un anno l’esperienza non andasse bene, venite e troveremo un’altra soluzione”. Dopo un anno siamo tornati a ringraziarlo, assicurandolo che tutto andava bene. Visibilmente contento, ha commentato: “Questa è opera dello Spirito Santo!”. All’inizio J. era viceparroco. Poi gli vengono affidate, come parroco, due parrocchie. Continuiamo a vivere insieme, avendo ognuno in cuore le parrocchie dell’altro come la propria. J.: Sei anni fa mi è stato scoperto il morbo di Parkinson e non potevo nascondere le mie difficoltà alla gente. Le medicine infatti non funzionavano subito. Dovevo avere tanta pazienza e non temere di mostrarmi debole davanti agli altri. C’è stato un periodo poi, in cui, a causa di un’infezione, le medicine non agivano. E le conseguenze? Per alzarmi da letto ci voleva almeno mezz’ora… Ma, guardando a Gesù in croce, trovavo la forza per andare avanti. La malattia progredisce. A volte non posso neanche aprire il breviario. Allora penso: «Adesso Dio ha bisogno, in qualche posto, del mio piccolo contributo per risolvere qualche problema». Offrendo la mia sofferenza, facendone occasione per un rinnovato amore, il buio si trasforma in luce. Lo sento in modo speciale al mattino, quando nelle preghiere rinnoviamo il nostro sì a Gesù crocifisso. T.: Il nostro vescovo, parlando della vita comune ai sacerdoti, ha citato il nostro caso: «Questa vita fa tanto bene a loro due e alle loro parrocchie». Sì, perché la malattia di J. non è di ostacolo, anzi rende feconda la nostra pastorale. Diversi laici, uniti tra di loro e con noi, condividono con gioia tanti impegni pastorali in parrocchia e chi ci avvicina sente la forza della presenza di Gesù Risorto. (altro…)
30 Set 2004 | Parola di Vita
Una preghiera accorata, quella dei discepoli. Anche loro hanno vacillato. Quante volte nel Vangelo Gesù li rimprovera per la poca fede!. Lo stesso Pietro, la “roccia” su cui Gesù avrebbe costruito la sua Chiesa, fu apostrofato come “uomo di poca fede”. Gesù dovette pregare per lui, che non venisse meno la sua fede.
La richiesta di aumentare la fede è in realtà un’invocazione di tutti i cristiani perché, nella vita di ognuno di noi, essa può avere oscillazioni. Anche santa Teresa di Lisieux, che pure lungo tutta la vita ha avuto un profondissimo rapporto filiale con Dio, gli ultimi diciotto mesi fu assalita dalla “prova contro la fede”: era come se un muro, racconta lei stessa, si alzasse fino ai cieli e coprisse le stelle.
«Aumenta la nostra fede!»
Il fatto è che, pur sapendo che Dio è Amore, spesso viviamo come fossimo soli su questa terra, come se non esistesse un Padre che ci ama e ci segue; che conosce tutto di noi: conta persino i capelli del nostro capo!; che tutto fa concorrere al nostro bene: ciò che di buono facciamo e le prove che passiamo.
Dovremmo poter ripetere come nostre le parole dell’evangelista Giovanni: “…e noi abbiamo creduto all’amore”.
Credere, infatti, è sentirsi guardati e amati da Dio, è sapere che ogni nostra preghiera, ogni parola, ogni mossa, ogni avvenimento triste o gioioso o indifferente, ogni malattia, tutto, tutto, tutto, dalle cose che noi diciamo importanti alle minime azioni o pensieri o sentimenti, tutto è guardato da Dio.
E se Dio è Amore, la fiducia completa in Lui non ne è che la logica conseguenza. Possiamo avere allora quella confidenza che porta a parlare spesso con Lui, a esporgli le nostre cose, i nostri propositi, i nostri progetti. Ognuno di noi può abbandonarsi al suo amore, sicuro di essere compreso, confortato, aiutato.
«Aumenta la nostra fede!»
A questa preghiera dei discepoli, Gesù risponde: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”. “…come un granellino di senapa”: Gesù non domanda una fede più o meno grande, Egli la vuole autentica, fondata su di lui, dal quale attendere ogni cosa, senza fare calcolo unicamente sulle proprie capacità.
Se crediamo, e crediamo in un Dio che ci ama, ogni impossibilità può infrangersi. Possiamo credere che si “sradicheranno” l’indifferenza e l’egoismo che spesso ci circondano e che albergano anche nel nostro cuore; che si risolveranno situazioni di disunità in famiglia; che il nostro mondo si avvierà verso l’unità fra le generazioni, fra le categorie sociali, fra i cristiani divisi da secoli; che sboccerà la fraternità universale fra i fedeli di religioni diverse, tra le razze e tra i popoli… Possiamo credere anche che questa nostra umanità arriverà a vivere in pace. Sì, tutto è possibile, se permettiamo a Dio di agire; a Lui, l’Onnipotente, niente è impossibile.
«Aumenta la nostra fede!»
Come vivere questa Parola di vita e crescere nella fede?
Innanzitutto pregando, specie quando sopraggiungono la difficoltà e il dubbio: la fede è un dono di Dio. “Signore – possiamo chiedergli –, fammi rimanere nel tuo amore. Fa’ che mai un attimo io viva senza che senta, che avverta, che sappia per fede, o anche per esperienza, che Tu mi ami, che Tu ci ami”.
E poi, amando. A furia di amare, la nostra fede diventerà adamantina, saldissima. Non soltanto crederemo all’amore di Dio, ma lo sentiremo in maniera tangibile nel nostro animo, e vedremo compiersi “miracoli” attorno a noi.
L’ha sperimentato una ragazza della Gran Bretagna: “Quando mia madre mi comunicò che aveva deciso di lasciare papà e di trasferirsi in un altro appartamento, rimasi molto scossa dalla notizia e quasi disperata, ma non le dissi nulla. Altre volte avrei cercato una via di fuga o mi sarei chiusa in camera ad ascoltare musica, ora invece che ero decisa a vivere il Vangelo, mi sentivo attratta a rimanere lì, in mezzo a quella sofferenza e dichiarare il mio ’sì’ alla croce. Per me quella era l’occasione per credere al Suo amore al di là di ogni apparenza.
In seguito cercai di ascoltare con amore la mamma quando dava sfogo a tutto quello che aveva da dire su mio padre, accantonando la mia opinione. Cercai una via anche per restare vicino a papà.
Qualche mese più tardi i miei genitori erano già all’opera per rimettere in piedi il loro rapporto e fui toccata da una frase della mamma: ’Ricordi quando ti dissi che mi sarei separata? La tua reazione mi fece pensare che stavo prendendo una decisione sbagliata’.
Non le avevo detto nulla, soltanto un ’sì’ a Gesù nel silenzio, sicura che Lui si sarebbe preso cura di tutto.”
Chiara Lubich
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29 Set 2004 | Non categorizzato
Programma ROMA, 11 SETTEMBRE 2004 PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO – ORE 20.30 In memoria dell’11 settembre – Dialogo per la pace S.E. Card. Paul Poupard, Presidente Pontificio Consiglio per la Cultura Rabbino Riccardo Di Segni, Capo della Comunità ebraica di Roma Shahrzad Hushmand, Teologa islamica iraniana PAROLE E MUSICA PER LA PACE Pamela Villoresi, Massimo Wertmuller, Miriam Meghnagy, Salaman Masahla, Ivry Gitlis, Faouzi Skali TESTIMONIANZE DI Rabbino Elio Toaff, Cittadino onorario di Roma S.E. Mons. Shlemon Warduni, Vescovo di Baghdad Imam Warith D. Mohammed, Leader “American Muslim Society” (USA) Cristian Carrara, Giovani delle ACLI Abdallah Kabakeby, Giovani Musulmani italiani Gadiel Liscia, Unione Comunità Ebraiche Italiane PROIEZIONE CARTOON POP – PACE OF PEACE realizzato dagli studenti della scuola palestinese di Qalqilia e della scuola israeliana di Raanana ROMA, 12 SETTEMBRE 2004 AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA – SALA SINOPOLI ORE 9.00 – APERTURA DEI LAVORI Roberto Della Seta, Presidente nazionale Legambiente: “Il ruolo della società civile per la promozione dell’interdipendenza positiva” Ore 9.15 – 11.00 – IL PARADIGMA POLITICO DELL’INTERDIPENDENZA – Benjamin Barber, politologo e fondatore “Interdependence Day”: “Democrazia globale e pace preventiva” – Walter Veltroni, Sindaco di Roma “Interdipendenza tra municipalità e cittadinanza globale” Intervengono: Kofi Annan, Segretario Generale ONU (messaggio in video) Pier Ferdinando Casini, Presidente Camera dei deputati Howard Dean, candidato democratico alle primarie USA Chiara Lubich, fondatrice Movimento dei Focolari Romano Prodi, Presidente Commissione Unione Europea Andrea Riccardi, fondatore Comunità di Sant’Egidio Lech Walesa, fondatore “Solidarnosc” Ore 11.00 – 12.30 – L’EUROPA E L’INTERDIPENDENZA Luigi Bobba, Presidente nazionale ACLI: “Presentazione della Carta europea per l’interdipendenza” Punti di vista di: Mustafa Akyol (Turchia) Harry Belafonte (USA) Kim Campbell (USA) Carlo De Benedetti (Italia) Sandro Calvani (Italia) Ruth Dreifuss (Svizzera) Andrei Gratchev (Russia) Milan Kucan (Slovenia) Enrico Letta (Italia) Adam Michnik (Polonia) Jeremy Milgrom Rabbi (Israele) Mbiaoh Francis Nkemabi (Camerun) Bhikhu Parekh (India) Edoardo Patriarca (Italia) Timothy Phillips (USA) Ermete Realacci (Italia) Michel Rocard (Francia) Conduce: Giovanni Floris Ore 13.00 – FIRMA della CARTA EUROPEA per L’INTERDIPENDENZA La partecipazione all’iniziativa, sia l’11 che il 12 settembre, è a ingresso libero
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23 Set 2004 | Cultura
L’arte a servizio dell’unità per dare una speranza all’umanità. E’ questo l’obiettivo del convegno aperto a giovani artisti dei diversi campi: musica, danza, arti figurative, teatro e poesia. Il convegno vorrà essere una scuola per approfondire la vocazione artistica alla luce della spiritualità dell’unità, arricchita da uno scambio di esperienze di vari artisti. Dell’arte e l’unità parlerà Chiara Lubich in una video-conversazione. Liliana Cosi, già ballerina étoile, interverrà su “Danza come linguaggio dell’unità”. (Castelgandolfo, 10-12 settembre 2004)
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22 Set 2004 | Non categorizzato
D. – Ma cosa significa in concreto il termine ‘interdipendenza’? R. – Ovviamente, va tenuto presente che io vengo da un Paese, gli Stati Uniti, che da 225 anni si basa sulla premessa che indipendenza, giustizia, felicità e sicurezza vadano di pari passo; che se le persone volevano essere giuste, democratiche e sicure, dovevano essere indipendenti. Noi abbiamo una Dichiarazione d’Indipendenza. E tutti gli Stati nazionali – Italia, Francia, Cina – partono dagli stessi presupposti. Oggi questa premessa di indipendenza non è più sufficiente. Interdipendenza significa che noi possiamo creare un mondo che sia sicuro per tutti, oppure un mondo che non è sicuro per nessuno. D. – Lei nutre speranze positive, nonostante gli eventi recenti di violenze e di terrorismo crescente? R. – Il terrorismo è sintomo di una malattia nascosta, ma la buona notizia è che qui in Europa, dove per 300 anni le singole Nazioni si sono fatte la guerra e hanno compiuto genocidi una nei riguardi dell’altra, oggi vivono una condizione di interdipendenza civile ed economica. Ecco che l’Europa dimostra come l’interdipendenza sia un principio politico fattibile e realistico, sempre che i singoli individui abbiano la volontà di realizzarla. Quello che manca oggi, in alcuni Paesi come gli Stati Uniti, è proprio questa volontà. Noi stiamo cercando di costruire proprio questa volontà politica per attuare una sempre maggiore interdipendenza. (Radio Vaticana, 13.09.2004)
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22 Set 2004 | Non categorizzato
Porgo i miei più cari saluti a tutti coloro che si sono riuniti qui a Roma per celebrare la Seconda Giornata dell’Interdipendenza. Tutto intorno a voi, in questa “città eterna”, vi ricorda che questo era un tempo il centro di un impero in cui tutte le strade portavano a Roma, tutti gli abitanti vivevano nella Pax Romana e l’Esercito sorvegliava le frontiere e teneva a bada le possibili minacce.
Oggi, nessuna nazione, o gruppo di nazioni, neppure la più potente, è più in grado di proteggere se stessa dai pericoli che la minacciano dall’esterno, trasformandosi in un’inespugnabile fortezza militare. Nessun esercito può impedire che avvengano movimenti di capitale, fermare la diffusione dell’AIDS, ridurre gli effetti del riscaldamento del pianeta, fermare il flusso di informazioni, o invertire il processo di diffusione di quelle ideologie radicali e violente che rappresentano una minaccia per tutti noi. E nessuna società può nascondersi dietro il velo dell’ignoranza o la paura di ciò che è sconosciuto, e dimenticare così la lotta per la sopravvivenza che viene combattuta ogni giorno in molti altri Paesi. Nel bene e nel male, viviamo nell’era dell’interdipendenza, e dobbiamo riuscire a farlo tutti insieme. Rispetto ai risultati raggiunti da qualunque altro gruppo di nazioni nel corso della storia, i popoli europei sono già molto avanti nel loro cammino verso l’integrazione. A livello globale, il principale strumento che gli Stati hanno a loro disposizione per riuscire a gestire l’interdipendenza è rappresentato dalle Nazioni Unite. Non si tratta certamente di un’Organizzazione perfetta. Ma è sede della legittimità internazionale e deve, pertanto, rappresentare il centro vitale delle azioni multilaterali. E perché possa operare meglio, ho chiesto ad un gruppo di persone eminenti di aiutarci a preparare sia un’analisi condivisa delle minacce che ci troviamo a dover combattere – tra cui quella del terrorismo globale – sia una serie di raccomandazioni relative al modo in cui affrontarle. Chiederò a tutte le nazioni del mondo di rispondere a queste raccomandazioni con coscienza e senso di responsabilità e solidarietà. Lo stesso senso di responsabilità e solidarietà deve essere utilizzato per continuare ad affrontare i vecchi mali che, ahimè, ancora ci affliggono – gli orrori del genocidio e delle numerose violazioni dei diritti dell’uomo, la miseria causata dalla povertà, dalle malattie e dalla fame, la tragedia dell’ignoranza e della discriminazione. Si tratta di mali tutti collegati tra loro e sia i principi morali che la sicurezza della comunità intera saranno determinati, in gran parte, proprio dai risultati positivi raggiunti nell’eliminarli, e dalla speranza che si riuscirà a portare ai milioni di persone che nel mondo lottano ancora per la vita e la giustizia. Non basta semplicemente la cooperazione di governi lungimiranti nell’affrontare tali sfide. È necessario che gli uomini e le donne di ogni Paese sviluppino la propria percezione di essere cittadini del mondo e si impegnino anch’essi in queste battaglie. Questo è il motivo per cui le Nazioni Unite fanno appello alle organizzazioni civili e gli sforzi compiuti da persone come voi acquistano un significato così importante. All’inizio, ho affermato che la struttura dell’Impero Romano non potrebbe mai funzionare al giorno d’oggi. Ma gli ideali di res publica, cui gli antichi romani erano così legati, possono ancora continuare ad ispirarci nella ricerca di modi in cui accrescere il nostro senso di cittadinanza a livello globale. Con questo spirito, porgo a tutti voi i migliori auguri per una Seconda Giornata dell’Interdipendenza piena di successi. (altro…)
22 Set 2004 | Non categorizzato
I mille volti dell’interdipendenza Mi sento particolarmente a mio agio, oggi, a considerare, assieme a voi, da tante diverse prospettive, i mille volti dell’interdipendenza, che abbiamo inteso affrontare insieme, per comprendere meglio come poterla orientare al bene della famiglia umana. Per quanto mi riguarda, vorrei evidenziare un particolare dell’interdipendenza già accennato nel mio messaggio di adesione alla prima Giornata, lo scorso 12 settembre 2003 a Filadelfia. Si tratta di questo: la realtà dell’interdipendenza richiama nell’animo di molti l’urgenza e la necessità di quell’ideale, per il quale persone di buona volontà, sparse in tutto il mondo, hanno deciso di spendere la loro vita: concorrere a realizzare la fraternità universale, per la quale si attua l’unità della famiglia umana. Sì, perché interdipendenza significa rapporto di connessione reciproca tra due realtà che si condizionano a vicenda. Rapporto che non si potrà attuare alla perfezione, fra i singoli e fra gli Stati, se non sarà caratterizzato dal rispetto reciproco, dalla comprensione vicendevole, dal saper far posto gli uni e gli altri alle difficoltà, ai problemi e alle realtà altrui, all’accoglienza dei rispettivi doni. In pratica dal mutuo amore così come si vive tra fratelli. L’interdipendenza fraterna comporta, infatti, la scelta del dialogo rispetto a quella dell’egemonia, la via della condivisione rispetto a quella della concentrazione di risorse e dei saperi in una sola area del mondo. L’interdipendenza fraterna è davvero “mutua dipendenza”, perché implica che l’affermazione della mia identità non può avvenire né per difesa, né per opposizione, ma si raggiunge attraverso la comunione: delle risorse, delle virtù civiche, delle caratteristiche culturali, delle esperienze politico-istituzionali. Non sono solo parole queste mie; sono frutto dell’esperienza del Movimento dei Focolari cui appartengo, effetto d’un carisma dello Spirito Santo: Movimento multiculturale, multietnico, multireligioso, diffuso ormai in 182 Paesi, con milioni di aderenti, il cui scopo è la fraternità, anzi la fraternità universale. 11 settembre: paradossalmente la possibilità di un passo avanti verso la fraternità universale E’ quell’esperienza stessa che ha suscitato in me una certezza ed una convinzione nuova nel valutare, ad esempio, quanto era successo dopo il crollo delle Torri Gemelle: quel tragico evento, momento di massima disgregazione delle relazioni tra gli uomini e tra i popoli, mi appariva paradossalmente come un momento in cui il mondo poteva fare un passo avanti verso la fraternità universale. Ne avevo avuto conferma le ore immediatamente successive a quel terribile fatto, dalle reazioni e dalle testimonianze di tanti membri dei Focolari sparsi nel mondo. Dagli Stati Uniti mi informavano che, pur nel dramma che aveva scosso tutto il Paese, la società americana sperimentava una solidarietà ed una disponibilità alla condivisione in una dimensione forse inedita. I cristiani e i fratelli musulmani neri del nostro Movimento, reagivano insieme all’odio, mostrando la loro profonda sperimentata fraternità. Reazioni analoghe mi giungevano, come dall’Algeria, dai territori palestinesi, da Gerusalemme, così dal Sud-Africa e da tutte le nazioni dell’Europa. Giovani e adulti, membri di religioni diverse, si assumevano una responsabilità ancor più forte e consapevole, ed il nostro impegno per l’unità fra tutti gli uomini si è fatto, da quel giorno, più convinto e deciso. E’ stato anche per questo che la nostra adesione alle ragioni e ai contenuti delle Giornate dell’interdipendenza, è stata piena. Non possiamo, infatti, non vedere che interdipendenza e fraternità sono due fasi del cammino dell’umanità verso la sua completa riconciliazione. Come scrisse Giovanni Paolo II in occasione della Giornata mondiale della pace del 2001, proprio “la presente situazione di interdipendenza planetaria aiuta a meglio percepire la comunanza di destino dell’intera famiglia umana”. Abbiamo scelto la forma più alta di interdipendenza: l’unità Su questi presupposti, in accordo col dott. Barber, con cui subito l’intesa è stata profonda, vorrei ora offrire loro qualche idea sulle ragioni, umane e soprannaturali, che sostengono la nostra esperienza. 60 anni fa, eravamo poche ragazze, ma è ancora chiarissima dentro di me una delle prime intuizioni: in piena seconda guerra mondiale, sotto un furioso bombardamento, in una cantina, alla luce fioca di una candela, abbiamo trovato nel Vangelo, unico riferimento delle nostre vite, il Testamento di Gesù che proponeva l’unità universale: “Che tutti siano uno” (cf Gv 17,21). Capimmo che per quella pagina era sorto il Movimento. Quel “tutti” sarebbe stato il nostro orizzonte: l’unità, la ragione della nostra vita. Far nostro quel sogno di Dio ci legò al Cielo e nello stesso tempo ci immerse fortemente dentro la storia dell’umanità, per farne emergere il cammino verso la fraternità universale. Nei giorni della guerra, la più lacerante delle divisioni, abbiamo scelto paradossalmente la forma più alta di interdipendenza: l’unità. La possibilità di realizzare questo ideale affondava le sue ragioni in quella che ci apparve come un’autentica scoperta: Dio è Amore! Un Amore che abbraccia tutte le epoche e rende fratelli tutti gli uomini e che si è tradotto subito per noi in amore reciproco, generando un’esperienza comunitaria profonda. Quello stesso Amore ci spinse a cercare anzitutto i più poveri, per risolvere – come allora dicevamo – il problema sociale della nostra piccola città, Trento. Questo nuovo sguardo inclusivo sulla città si rivelò subito contagioso. Dopo pochi mesi eravamo, infatti, 500 persone, di ogni età, categoria professionale e condizione sociale. L’unità è dunque il “segno” specifico della fisionomia del Movimento dei Focolari al suo interno, ma è anche una “vocazione”, una chiamata per tutti gli uomini di buona volontà. Negli anni, sono venuti in luce alcuni ambiti specifici di dialogo e di condivisione. Ci siamo trovati a costruire luoghi ed occasioni di incontro all’interno delle Chiese a cui apparteniamo, perché ci sia sempre di più “comunione”; e poi, un’esperienza di popolo unito tra i cristiani di diverse denominazioni, che anticipa, nella condivisione dei doni specifici di ciascuna Chiesa, l’unità dottrinale. Ma in particolare c’è una frontiera in cui ci sentiamo chiamati ad operare ancor più, dopo l’11 settembre, sfida che peraltro abbiamo iniziato ad affrontare da più di 20 anni: è il dialogo con i fedeli delle grandi religioni. Puntiamo a vivere anzitutto, dall’una e dall’altra parte, in un dialogo della vita, rispettoso e fecondo, premessa alla pace, la cosiddetta “regola d’oro”: “Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”, che significa: ama gli altri. Norma presente, con diverse sfumature, in tutte le grandi tradizioni religiose. Infine, da sempre, ci siamo ritrovati insieme, in una fattiva collaborazione, con quanti non hanno un preciso riferimento religioso; ci unisce l’amore all’uomo ed ai suoi valori. La fraternità applicata a economia e politica in risposta alle grandi domande dell’oggi Questa costante ricerca di ciò che unisce, questa convinzione che l’unione è possibile, ha fatto maturare nel tempo piccole e grandi realizzazioni; ne cito due, ad espressione della sorprendente capacità che la fraternità dimostra se applicata dentro le grandi domande dell’oggi. Nel 1991 nasce il progetto per un‘Economia di Comunione, che raccoglie oggi 797 aziende, in tutto il mondo. Esse operano nel mercato e suddividono gli utili in tre parti: per aiutare i poveri, onde dar loro da vivere finché abbiano trovato un posto di lavoro; per sviluppare strutture di formazione alla “cultura del dare”; per incrementare le aziende stesse. Nell’idea e nell’esperienza che stanno alla base dell’Economia di Comunione, alcuni economisti intravedono una nuova chiave di lettura che potrebbe contribuire a superare l’impostazione individualistica, oggi prevalente. Nel ’96 si consolida nel “Movimento politico per l’unità” (diramazione del Movimento dei Focolari) un interesse per la politica, intesa fin dagli inizi come vocazione essenziale per la realizzazione della famiglia umana. Oggi è un laboratorio internazionale di lavoro politico comune, tra cittadini, funzionari, politici impegnati a vari livelli, di ispirazioni e partiti diversi, studiosi, che hanno messo al centro del loro agire i valori fondamentali presenti nelle culture politiche; ed è loro impegno, fra il resto, far in modo che la fraternità sia considerata categoria politica. L’interdipendenza vivificata dalla fraternità diventa motore di processi positivi Nella mia vita ho potuto conoscere innumerevoli persone, gruppi, popoli: sempre ho sperimentato che la tensione all’unità è un’aspirazione insopprimibile che pulsa nel cuore di ogni uomo, di ogni gruppo sociale, di ogni popolo. Ho imparato a scorgere i passi in avanti che segnano il progredire dell’umanità, fino a poter affermare che la sua storia altro non è che un lento, ma inarrestabile cammino verso la fraternità universale. Ma l’unità è un cammino che va accompagnato e sostenuto. Se c’è un dono specifico che possiamo portare a questa II? Giornata, esso è costituito proprio dalla fraternità, non solo nei frutti concreti che ne sono venuti dalla sua coniugazione nella vita, ma anche nel suo significato di paradigma culturale. Vivificata dalla fraternità, l’interdipendenza, da semplice “fatto” o “strumento”, potrà diventare motore di processi positivi. La fraternità potrà diventare dono per tutti e prospettiva strategica per il bene non di un solo popolo, ma di tutta l’umanità. Dopo millenni di storia in cui si sono sperimentati i frutti della violenza e dell’odio, abbiamo tutto il diritto oggi di chiedere che l’umanità cominci a sperimentare quali potranno essere i frutti dell’amore. E non solo dell’amore fra i singoli, ma anche fra i popoli. Chiedo a Dio che ci guidi e ci sostenga.
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22 Set 2004 | Non categorizzato
Un’utopia realizzata? “L’avveniristico Auditorium-Parco della Musica ha una nota di utopia realizzata. L’interdipendenza dei popoli, resa assolutamente urgente dalla globalizzazione dei mercati e del… terrorismo è stata cantata e suonata in moltissime variazioni nella Sala Sinopoli dell’Auditorium, in un dialogo a più voci e a più fedi ed opzioni politiche ma all’unisono sulla necessità di un “sistema di interdipendenza virtuosa” cui concorrano tutti: dall’Onu alle religioni”. E’ quanto afferma Orazio Petrosillo su Il Messaggero del 13 settembre. E aggiunge: “Chi è arrivato a Roma per la II Giornata dell’Interdipendenza lo ha fatto perché crede che i popoli, le persone e gli Stati possano davvero essere più uniti”.
Benjamin Barber: L’interdipendenza virtuosa in risposta alle attuali sfide globali
Il prof. Benjamin Barber, politologo americano, fondatore delle Giornate dell’Interdipendenza, in un’ intervista spiega che “Interdipendenza significa che noi possiamo creare un mondo che sia sicuro per tutti, oppure un mondo che non è sicuro per nessuno”. E, dando il benvenuto ai convenuti, afferma: “Poiché le sfide che ci troviamo ad affrontare oggi sono sfide globali, anche le risposte fornite devono essere tali. Da questo è nata l’esigenza di una Giornata dell’Interdipendenza e di una Dichiarazione dell’Interdipendenza”. “Le nostre risposte devono essere frutto di un sistema di interdipendenza virtuosa, un nuovo sistema transnazionale di diritto internazionale, cooperazione multilaterale e governance sociale globale”.
Un documento per una nuova convivenza mondiale La Carta europea per le politiche dell’Interdipendenza fissa le priorità per una nuova convivenza mondiale. Afferma, prima di tutto, che è indispensabile sradicare il terrorismo e questo lo si può fare attraverso la costruzione di salde reti sociali e linguistiche, così da favorire il dialogo interculturale e religioso; la cooperazione internazionale per abbattere il divario economico tra nord e sud del mondo. Sollecita anche la libera circolazione delle persone, il diritto di voto ai cittadini stranieri, l’accesso all’acqua potabile e il diritto alla salute per tutti. Si chiede che venga rafforzato il diritto di asilo e che si dia il voto agli stranieri. Prodi: superare le divisioni tra i popoli Nel suo messaggio, il presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, afferma che “i tempi ci chiedono di essere lungimiranti, di superare le divisioni che hanno segnato il nostro passato”. “Adesso sappiamo qual è la via da seguire: unità nella diversità, dialogo tra le culture, messa in comune delle risorse”. Kofi Annan: urge una nuova consapevolezza di essere cittadini del mondo Per risolvere le disuguaglianze e gli orrori che affliggono il mondo – scrive il segretario generale dell’ONU, nel messaggio per l’occasione – “occorrono uomini e donne che sviluppino la consapevolezza di essere cittadini del mondo”. “Da sola nessuna nazione è in grado di proteggere se stessa dai pericoli che la minacciano dall’esterno”.
Veltroni definisce l’ Interdipendenza: alternativa al divario tra nord e sud Il sindaco di Roma, Walter Veltroni, ribadisce che l’interdipendenza è l’alternativa a quella globalizzazione che scava un divario sempre crescente tra nord e sud del mondo: “L’ultimo rapporto sullo sviluppo umano dice che per 26 Paesi, soprattutto Paesi africani, la ricchezza è diminuita invece di crescere”. Serve quindi rafforzare gli organismi – vedi l’ONU – che governano il Pianeta.
Chiara Lubich: Interdipendenza e fraternità per mettere in moto processi positivi Per Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, interdipendenza ha un significato ben preciso: comporta infatti la scelta del dialogo rispetto a quella dell’egemonia, la via della condivisione rispetto a quella della concentrazione di risorse e dei saperi in una sola area del mondo. Vivificata dalla fraternità, l’interdipendenza, da semplice “fatto” o “strumento”, potrà diventare motore di processi positivi… non di un solo popolo, ma di tutta l’umanità. Andrea Riccardi: tutti chiamati a lavorare per la pace “Un piccolo numero di uomini può destabilizzare il mondo con le armi – ha detto Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’ Egidio – e questa è la storia del terrorismo. Ma è anche vero che tutti possono lavorare per la pace”. “C’è bisogno di una nuova cultura, di nuove iniziative”. (altro…)
22 Set 2004 | Non categorizzato
Cari amici, la Giornata dell’Interdipendenza è un’iniziativa lodevole e illuminata che merita di essere celebrata e sostenuta pienamente. E’ per questo che faccio le mie congratulazioni agli organizzatori dell’evento e mando i miei più calorosi saluti a tutti i presenti. Mi dispiace solamente di non poter essere con voi per l’intera giornata, ma sono felice di riuscire a partecipare almeno in parte, più tardi, questa sera. In questo giorno, il nostro primo pensiero deve essere per le vittime dei tragici eventi che hanno sconvolto nei giorni scorsi l’Ossezia del Nord. Questi eventi ci ricordano il drammatico bisogno per le nostre società di tolleranza e pace. Ci ricordano quanto importante sia lavorare per la pace e la fraternità dei popoli. La Giornata dell’Interdipendenza acquista così un doppio significato e una doppia valenza: anzitutto, come giorno della memoria; secondo, perché ci impone di riflettere sul nostro avvenire comune e su come sia fondamentale evitare di cedere alla tentazione dell’odio e della violenza, e insistere piuttosto sulla necessità di rafforzare la cooperazione e la solidarietà. Oggi più che mai, non dobbiamo semplicemente rimanere sulla difensiva, confortati da un’analisi dei fatti errata e superficiale. Dobbiamo ricercare le cause profonde di questi tragici avvenimenti e affrontarli alla radice. Sarebbe un grave errore sottovalutare il possibile effetto di contagio di questa violenza. E proprio mentre dobbiamo rispondere fermamente e vigorosamente alla violenza e al terrorismo, dobbiamo anche trovare risposte di lungo termine. Tutto ciò perché le nostre speranze di mettere fine a tanto oltraggio una volta per tutte riposano nel lungo periodo. I tempi ci chiedono di essere lungimiranti. Ci chiedono di essere capaci di superare le divisioni che hanno segnato il nostro passato, ci richiedono di rispondere al momento storico che viviamo sviluppando un progetto nuovo e maturo per il nostro futuro comune. Abbiamo bisogno di visione e di idee forti. L’interdipendenza è una di queste idee, perché trascende i tecnicismi e solleva questioni che vanno al di là della possibile architettura istituzionale dell’Unione e della maniera in cui essa è governata. L’interdipendenza è di gran lunga più importante e essenziale, perché ha a che fare con i principi e i valori che guidano la nostra azione. Cinquant’anni fa, i Padri Fondatori dell’Europa avviarono un progetto incredibilmente ambizioso e misero in moto quel processo di integrazione europea che ha portato all’Unione europea come la conosciamo oggi. Sapevano che non esisteva alternativa all’integrazione e all’interdipendenza, alla messa in comune delle risorse per il benessere di tutti. Sapevano che la prosperità non dura se lascia che la povertà cresca al suo fianco. L’integrazione europea è cominciata all’indomani di quella che è stata probabilmente la più grande tragedia dell’umanità: la Seconda Guerra Mondiale. Grazie all’intuito e al coraggio dei Padri Fondatori, abbiamo goduto cinquant’anni di pace. L’ultimo allargamento che ha abbracciato l’Europa centrale, orientale e meridionale ha unificato il continente, mettendo fine a decenni di separazione artificiale. E’ la prima volta nella nostra storia che il processo di unificazione continentale si realizza pacificamente, democraticamente e con la partecipazione diretta dei cittadini dell’Unione. E sappiamo bene che non si tratta solo di vuote parole, perché il contributo tangibile e concreto del processo di integrazione europea alla pace è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, ci sono oggi nuove minacce che incombono sull’Europa e sul mondo intero. La situazione che ci troviamo a fronteggiare è drammatica e senza precedenti. E richiede intuito, coraggio, iniziativa, proprio come fu mezzo secolo fa. Sappiamo quale sia la via da seguire: unità nella diversità, dialogo tra le culture, messa in comune delle risorse, azioni congiunte. Dobbiamo promuovere questi valori a livello globale, poiché non esiste alternativa se vogliamo assicurare stabilità, sviluppo e pace. Allo stesso tempo, abbiamo bisogno di pensare assiduamente e in maniera approfondita al tipo di architettura istituzionale e di governance che meglio può servire lo spirito del dialogo e della pace. Abbiamo bisogno di assicurare che l’interdipendenza economica, sociale e politica venga promossa costantemente attraverso un multilateralismo efficace e rafforzato. Abbiamo bisogno di uomini e donne di buona volontà impegnati nel progresso economico e sociale per il bene comune. Abbiamo bisogno di nuove forme di partenariato tra le istituzioni pubbliche e la società civile in grado di portare nuovo entusiasmo e nuova vita al momento della definizione e dell’attuazione delle politiche pubbliche. Abbiamo bisogno di rafforzare il senso civico e la partecipazione per assicurare democrazie forti e sane. La partecipazione assegna ai cittadini un compito nella definizione del loro futuro, a livello nazionale, europeo e internazionale; dà loro il sentimento di appartenenza ad una comunità più ampia, il sentimento di come pace e prosperità siano un obiettivo e una missione comuni. Oggi non dobbiamo solamente pronunciarci in favore di, ma anche lavorare assiduamente per rivitalizzare quell’alleanza politica e sociale che è la base per un’interdipendenza positiva e fruttuosa tra le culture, i popoli e gli Stati. In favore di e per un mondo di pace, più unito e coeso. Vi esprimo i miei più cari auguri per la migliore riuscita di questa Giornata,
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19 Set 2004 | Cultura
“I Poli imprenditoriali dell’Economia di Comunione svolgono una funzione profetica, sono come il sale: possono dar sapore a questa economia che cerca il nuovo, ma non sa costruirlo”. Così il prof. Stefano Zamagni ordinario di Istituzioni di Economia all’Università di Bologna, nel suo intervento alla seconda giornata del Congresso sull’Economia di Comunione (EdC) a Castelgandolfo (Roma).
I Poli imprenditoriali di EdC Erano stati presentati in apertura della mattinata: sono nati o si stanno sviluppando in Italia, Brasile, Argentina, Portogallo, Francia, USA, Belgio. Ne sono state delineate le finalità: – dare visibilità concreta al progetto, radunando in un luogo più aziende in modo che si “veda” un modello economico concreto – fare da punto di riferimento per tutte le aziende di EdC di una nazione o regione in cui il Polo imprenditoriale è situato La vocazione principale dei Poli, quindi, è mostrare un’economia centrata sulla categoria della comunione, non solo nella cultura e nello stile di vita dei singoli attori (imprenditori, lavoratori), ma anche nelle dinamiche organizzative e di governance. Esperienze di economia civile che hanno radice in altre culture e religioni L’EdC si apre anche al dialogo con altre culture e così sul palco del convegno si parla ancora di consumo critico e responsabile: la dott.ssa A. Suriakanthi presenta l’esperienza della Gandhigram University dell’India, un modello di microcredito basato esclusivamente sui piccoli e piccolissimi risparmi accantonati dagli stessi indigenti e utilizzati per microfinanziamenti di attività. Ad oggi, dopo quasi tre anni di attività, sono 190 le famiglie che hanno ottenuto un prestito per le proprie microimprese. “Il successo – ha detto – non sta solo nel miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie, senza l’intervento di istituzioni esterne, ma nello sviluppo integrale della persona, secondo l’ideale gandhiano di autosviluppo”. Nuovo umanesimo di comunione Il congresso si è concluso con l’ultimo panel: “Non solo economia: per un umanesimo di comunione”. L’EdC è stata presentata come parte di un progetto più ampio, interdisciplinare e interculturale, portato avanti dal Movimento dei Focolari. (altro…)
18 Set 2004 | Cultura, Spiritualità
Una povertà da sradicare e una povertà da scegliere C’è una “povertà subita” da sradicare. E’ la miseria ingiusta e disumana. Ma “c’è un’altra povertà, quella
liberamente scelta che costituisce la precondizione per sconfiggere la miseria”. E’ questa la visione di povertà e ricchezza maturata dall’esperienza dell’Economia di comunione in atto da 13 anni nei 5 continenti, approfondita dal Prof. Luigino Bruni, docente di economia politica e tra i responsabili del Movimento per un’Economia di comunione. “Tutto ciò che sono ed ho mi è stato donato e quindi deve essere ridonato” – ha aggiunto il prof. Bruni. Di qui la scelta della condivisione: i “beni che diventano così ponti”.
L’EdC è un’esperienza di grande attualità Lo ha affermato Chiara Lubich, perché può “suscitare una corrente inversa al terrorismo”, contribuendo, “con le tante forze positive” a quella fraternità che rende possibile la comunione dei beni, la sconfitta delle disparità sociali. Infatti – ha proseguito – “una delle cause più profonde del terrorismo risiede nello spaventoso squilibrio tra Paesi ricchi e poveri.” che “genera ostilità, vendetta”. La prima idea dell’Economia di Comunione: sanare il contrasto tra ricchi e poveri Intervenendo al Centro Mariapoli di Castelgandolfo, di fronte a oltre 700 economisti, ricercatori, imprenditori, lavoratori, studenti, azionisti da 30 Paesi, dall’India agli Stati Uniti, all’Europa dell’Est e Ovest, la fondatrice dei Focolari ha ricordato come la prima idea dell’Economia di comunione era nata nel 1991, in occasione di un suo viaggio in Brasile, proprio sorvolando san Paolo, “colpita dal contrasto tra la selva di grattacieli e la miseria delle favelas che la circonda”. Di qui la sfida lanciata alle imprese: produrre utili a beneficio dei più bisognosi. Destinarli in parte per la formazione di uomini nuovi, atti a questa nuova economia, e in parte per l’incremento della stessa azienda. Il bilancio di 13 anni dell’Edc Poco prima era stato presentato a più voci il bilancio di questi 13 anni: le aziende e attività di produzione gestite secondo questo progetto sono 800 in tutti i continenti. 470 in Europa, 270 nelle Americhe.
Un Movimento economico Chiara Lubich ha incoraggiato lo sviluppo di un vero e proprio movimento economico che possa esprimersi anche in termini culturali e scientifici. In questi anni seminari accademici, pubblicazioni, tesi di laurea (166 nel mondo) “già ne sono – ha detto – un promettente inizio”.
Come ha sottolineato il prof. Bruni, “senza una cultura nuova non si fa una economia nuova”: “nell’EdC – ha detto – intravediamo la possibilità concreta di un nuovo umanesimo; vi scorgiamo la strada per un ordine economico più giusto e solidale”. Una nuova visione del lavoro In questa visione anche il lavoro assume un’altra dimensione. Specchiandosi nel Vangelo, Chiara Lubich ne ha delineato quasi un decalogo: “far di ogni ora un capolavoro di precisione, di armonia”. “Sfruttare i propri talenti e perfezionarsi”. Lavorare “non solo per il guadagno”, ma per “trasformare in amore ogni cosa che esce dalle nostre mani”: “i destinatari sono fratelli”. Gesù stesso ritiene fatto a sé ciò che facciamo a loro. “Pesantezza del lavoro, difficoltà di rapporto, contraddizioni sono la tipica penitenza che non può mancare al cristiano”. Al primo posto tra datore di lavoro, lavoratori “quell’amore reciproco che attira la presenza di Gesù nella collettività”, e diventa luce per “trovare insieme nuove forme di organizzazioni del lavoro, di partecipazione di gestione”. Le “aziende diverranno così dimore di Dio con gli uomini, vere anticamere del Paradiso”. Il prolungato applauso diceva l’adesione a questa altissima proposta. Le esperienze di aziende di vari Paesi, che sono seguite nel pomeriggio, hanno mostrato questo volto nuovo dell’impresa. (altro…)
12 Set 2004 | Chiesa, Ecumenismo, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Dopo il Concilio Vaticano II si sono moltiplicati anche nelle parrocchie i rapporti ecumenici fra comunità di varie Chiese. Riportiamo l’esperienza della parrocchia Santa Isabel de Hungria , a Platanos, una località di 10.000 abitanti a sud della città di Buenos Aires (Argentina).
Una comunità viva – Durante gli anni ’70 la popolazione di Platanos crebbe rapidamente per il grande flusso migratorio dalle province interne dell’Argentina. La parrocchia di Santa Isabel è un mosaico di persone di differenti origini: italiane, spagnole, olandesi, jugoslave e ungheresi, e vi si è formata una comunità viva, aperta al confronto, alla condivisione, alla comunione con tutti. Attorno al parroco, un sacerdote italiano legato al Movimento dei Focolari, nasce ben presto un gruppo di persone, animate dalla spiritualità dell’unità, che si impegnano a vivere il Vangelo. Si incontrano periodicamente per comunicarsi la “Parola di Vita” e si raccontano le esperienze vissute, per aiutarsi nel cammino spirituale. Si crea così la famiglia con uno stile nuovo di vita che, poco a poco, si diffonde in tutta la parrocchia e nei quartieri. Coinvolge le realtà ecclesiali presenti come il Cammino Neocatecumenale, il Collegio delle Suore Ungheresi, ed apre il dialogo con cristiani delle varie Chiese. Rapporti ecumenici sempre più profondi – A favorire la nascita di rapporti fraterni tra membri di varie Chiese è stato anche il contatto con persone della Chiesa riformata. Il parroco sente il bisogno di contattare il pastore riformato e inizia fra le due comunità un rapporto che diventa sempre più profondo. Nel tempo sono nate varie attività ecumeniche svolte d’accordo con i responsabili delle rispettive Chiese: corsi biblici cui partecipano membri di varie denominazioni, un coro ecumenico di 50 persone per occasioni particolari, momenti vissuti insieme durante le ricorrenze e le feste più importanti. Ogni anno, ad esempio, alcuni giorni prima di Natale, per far sentire a tanti che non frequentano la chiesa l’atmosfera della nascita di Gesù, si è pensato di organizzare insieme, cattolici e membri della Chiesa riformata, una processione lungo le strade del quartiere con canti e musica fatti soprattutto da giovani e bambini, partendo dalla parrocchia cattolica per ritrovarsi alla conclusione nel tempio della Chiesa riformata. La Via Crucis del Venerdì Santo si svolge lungo le vie della cittadina e alcune famiglie preparano le stazioni nelle loro case. Un anno è stato proposto di fermarsi per una stazione nella casa di una famiglia della Chiesa Pentecostale che ha accolto con gioiosa sorpresa questo privilegio. Il giorno di Pasqua una giovane signora avvicinando il parroco lo ringrazia di cuore. Sua madre aveva rotto i rapporti con lei e suo marito da quando si era convertita alla Chiesa Pentecostale. Dopo la via Crucis del Venerdì Santo, li ha invitati a pranzo, ha chiesto scusa dicendo che si era resa conto che i cattolici non sono come lei credeva. Informato dei rapporti cordiali che erano nati in quella parrocchia, il Vescovo cattolico della diocesi è andato a far visita alla comunità riformata. Fu un giorno veramente importante: “E’ la prima volta – rilevò felice una signora – che un vescovo cattolico entra in un tempio riformato”. E quale non fu la sorpresa dei medici del posto nel trovarsi di fronte un pastore protestante bisognoso di cure, accompagnato da un sacerdote cattolico, e nel constatare poi come il pastore fosse oggetto di tante attenzioni da parte di cattolici. In risposta alle urgenze sociali della zona la comunità parrocchiale si sente interpellata anche dalla difficile situazione sociale del territorio. Per andare incontro alle necessità più urgenti ha fondato, da alcuni anni, la “Casa del Niño Lourdes”. Tutti i giorni una ottantina di bambini, dai tre ai quindici anni, per metà provenienti da famiglie di diverse Chiese, ricevono pasti, svolgono attività educative, sportive, ricreative. Si tocca con mano l’amore di Dio che interviene con tanta provvidenza. I bambini insieme agli educatori della Casa vivono una parola del Vangelo e pregano insieme. L’unità che si crea va oltre le diversità ecclesiali, culturali e storiche. (altro…)
9 Set 2004 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Di fronte al rischio dello scontro tra le civiltà, ecco l’idea dell’interdipendenza positiva come chiave per affrontare
la grande sfida del “saper vivere insieme” posta dalla società postglobale. Per superare la visione di un’interdipendenza solo economica dei mercati e della finanza, l’interdipendenza positiva tra persone, popoli e Stati per un futuro di pace, dialogo, giustizia sociale e fraternità universale.
L’iniziativa L’11 e 12 settembre prossimo, sarà celebrata a Roma la seconda Giornata dell’Interdipendenza. La prima ha avuto luogo il 12 settembre 2003 a Philadelphia, per iniziativa di Benjamin Barber, professore dell’Università del Maryland (USA) e fondatore dell’associazione Civ-World. La scelta della data non è casuale, trattandosi del giorno seguente l’11 settembre in cui si ricordano gli attacchi terroristici alle Twin Towers e al Pentagono. Nel progetto del Civ-World questa è sembrata la data più appropriata in riferimento alla nuova realtà interdipendente che questi attacchi hanno così duramente espresso. Il significato dell’iniziativa è quello di sottolineare l’idea dell’interdipendenza positiva, come chiave per affrontare la grande sfida del “saper vivere insieme”, come valore necessario alla convivenza pacifica tra gli uomini, da applicare in politica e su cui impegnarsi culturalmente. L’interdipendenza è la condizione globale nella quale oggi ciascuno di noi, come singolo e come gruppo, vive, lavora, respira, pensa: prenderne coscienza accelera il cammino positivo dell’umanità. Di fronte ad una interdipendenza negativa organizzata dal crimine o dal terrorismo o ad un’interdipendenza solo economica, dei mercati e della finanza, che non riesce ad evitare il rischio di uno scontro fra civiltà, la ricerca di un’interdipendenza positiva tra i popoli e le nazioni contribuirà alla maturazione di una cultura della pace, del dialogo, della solidarietà e della fraternità universale. Obiettivo dell’evento del prossimo settembre è quello di promuovere anche in Italia e in Europa l’idea dell’interdipendenza positiva tra le persone, i popoli e gli Stati, collaborando per individuare azioni comuni locali, nazionali, europee e transnazionali. I promotori, insieme al Comune di Roma e al Movimento Civ-World del prof. Barber, sono: le ACLI, Legambiente, il Movimento politico per l’unità – Movimento dei Focolari e la Comunità di Sant’Egidio. Realtà così diverse si sono unite per rispondere insieme, ognuno con la sua tipicità e specificità, adeguatamente alla necessità di formare un “cittadino globale”, che con le sue virtù civiche sia in grado di costruire una “società civile globale”, capace di vera mutualità e reciprocità e di vero dialogo tra culture e popoli diversi. (altro…)
9 Set 2004 | Non categorizzato
Programma ROMA, 11 SETTEMBRE 2004 PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO – ORE 20.30 In memoria dell’11 settembre – Dialogo per la pace
S.E. Card. Paul Poupard, Presidente Pontificio Consiglio per la Cultura Rabbino Riccardo Di Segni, Capo della Comunità ebraica di Roma Shahrzad Hushmand, Teologa islamica iraniana
PAROLE E MUSICA PER LA PACE Pamela Villoresi, Massimo Wertmuller, Miriam Meghnagy, Salaman Masahla, Ivry Gitlis, Faouzi Skali TESTIMONIANZE DI Rabbino Elio Toaff, Cittadino onorario di Roma S.E. Mons. Shlemon Warduni, Vescovo di Baghdad Imam Warith D. Mohammed, Leader “American Muslim Society” (USA) Cristian Carrara, Giovani delle ACLI Abdallah Kabakeby, Giovani Musulmani italiani Gadiel Liscia, Unione Comunità Ebraiche Italiane PROIEZIONE CARTOON POP – PACE OF PEACE realizzato dagli studenti della scuola palestinese di Qalqilia e della scuola israeliana di Raanana ROMA, 12 SETTEMBRE 2004 AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA – SALA SINOPOLI
ORE 9.00 – APERTURA DEI LAVORI Roberto Della Seta, Presidente nazionale Legambiente: “Il ruolo della società civile per la promozione dell’interdipendenza positiva” Ore 9.15 – 11.00 – IL PARADIGMA POLITICO DELL’INTERDIPENDENZA – Benjamin Barber, politologo e fondatore “Interdependence Day”: “Democrazia globale e pace preventiva” – Walter Veltroni, Sindaco di Roma “Interdipendenza tra municipalità e cittadinanza globale” Intervengono: Kofi Annan, Segretario Generale ONU (messaggio in video) Pier Ferdinando Casini, Presidente Camera dei deputati Howard Dean, candidato democratico alle primarie USA Chiara Lubich, fondatrice Movimento dei Focolari Romano Prodi, Presidente Commissione Unione Europea Andrea Riccardi, fondatore Comunità di Sant’Egidio Lech Walesa, fondatore “Solidarnosc” Ore 11.00 – 12.30 – L’EUROPA E L’INTERDIPENDENZA Luigi Bobba, Presidente nazionale ACLI: “Presentazione della Carta europea per l’interdipendenza” Punti di vista di: Mustafa Akyol (Turchia) Harry Belafonte (USA) Kim Campbell (USA) Carlo De Benedetti (Italia) Sandro Calvani (Italia) Ruth Dreifuss (Svizzera) Andrei Gratchev (Russia) Milan Kucan (Slovenia) Enrico Letta (Italia) Adam Michnik (Polonia) Jeremy Milgrom Rabbi (Israele) Mbiaoh Francis Nkemabi (Camerun) Bhikhu Parekh (India) Edoardo Patriarca (Italia) Timothy Phillips (USA) Ermete Realacci (Italia) Michel Rocard (Francia) Conduce: Giovanni Floris Ore 13.00 – FIRMA della CARTA EUROPEA per L’INTERDIPENDENZA La partecipazione all’iniziativa, sia l’11 che il 12 settembre, è a ingresso libero
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8 Set 2004 | Non categorizzato
Nel 1998, in occasione del 150° anniversario della Costituzione svizzera, ero stata invitata dal Comitato “Una visione per la Svizzera” a prendere la parola proprio qui a Berna durante la giornata federale di riflessione. Era stato un onore per me, italiana, e quindi straniera in questo Paese, poter rivolgermi ad un’assemblea così qualificata e rappresentativa di tutta la Svizzera. L’avevo fatto con una particolare gioia perché, da decenni ormai, amo e considero questa terra come la mia seconda patria. Così è una gioia speciale per me rivolgermi oggi a loro, impegnati in diversi modi in politica. Ringrazio in modo particolare il gruppo di politici del Comitato d’organizzazione per questa giornata. Essi, dopo aver promosso nel marzo dell’anno scorso una giornata molto riuscita a Martigny, seguita da vari incontri a livello locale, hanno ora voluto approfittare della imminente sessione autunnale delle Camere federali per organizzare l’odierno incontro. Il titolo che mi è stato proposto è: “La fraternità in politica: utopia o necessità?” La mia speranza è che, nel presente intervento, possa dimostrare la necessità della fraternità e la possibilità di realizzarla. Il trittico: “libertà, uguaglianza, fraternità”, quasi una sintesi del programma politico della modernità, esprime un’intuizione profonda, e sollecita oggi da noi una profonda riflessione: a che punto siamo con la realizzazione di questa grande aspirazione? La Rivoluzione francese ha annunciato i tre principi, ma certamente non li ha inventati: essi avevano già cominciato il loro faticoso cammino attraverso i secoli, soprattutto a partire dall’annuncio cristiano, che ha illuminato il meglio delle tradizioni antiche dei diversi popoli e il patrimonio della rivelazione ebraica, portando un’autentica rivoluzione: l’umanesimo nuovo, aperto da Cristo, che ha reso l’uomo capace di vivere pienamente questi principi. Da quell’annuncio, attraverso i secoli, essi vanno rivelando la loro ricchezza nelle opere degli uomini. Libertà e uguaglianza hanno segnato profondamente la storia politica dei popoli arrivando ad esprimere frutti di civiltà e creando le condizioni per la progressiva espressione della dignità della persona umana. La libertà e l’uguaglianza sono diventati principi giuridici e vengono quotidianamente applicati come vere e proprie categorie politiche. Ma l’affermazione esclusiva della libertà, lo sappiamo bene, può trasformarsi nel privilegio del più forte, mentre l’uguaglianza, e la storia lo conferma, può tradursi in collettivismo che massifica. Inoltre, molti popoli, in realtà, ancora non beneficiano dei contenuti della libertà e dell’uguaglianza… Come fare allora perché la loro acquisizione porti frutti maturi? Come rimettere in cammino la storia dei nostri Paesi e quella dell’umanità intera, verso quel destino che le è proprio? Noi crediamo che la chiave stia nella fraternità universale, nel darle il giusto posto tra le categorie politiche fondamentali. Solo l’uno accanto all’altro, i tre principi potranno dar origine ad una politica adeguata alle domande dell’oggi. Raramente come nel tempo presente, il nostro pianeta è stato ed è attraversato dalla sfiducia, dal timore, dal terrore persino: basta ricordare l’11 settembre 2001 e, più vicino a noi, l’11 marzo 2004, senza dimenticare le centinaia di attentati che, in questi ultimi anni, hanno crivellato la nostra cronaca quotidiana. Il terrorismo: una calamità grave almeno quanto le decine di guerre che tuttora insanguinano il nostro pianeta! E quali ne sono le cause? Molteplici. Non si può però non riconoscere che una delle più profonde è lo squilibrio economico e sociale che esiste nel mondo fra Paesi ricchi e Paesi poveri. Squilibrio che genera risentimento, ostilità, vendetta, favorendo in questo modo il fondamentalismo che attecchisce più facilmente in un simile terreno. Ora, se le cose stanno così, perché il terrorismo s’allenti e taccia, non è certo una risposta la guerra, occorre cercare le vie del dialogo, vie politiche e diplomatiche. Ma non basta; occorre suscitare nel mondo più solidarietà fra tutti e una più equa comunione dei beni. Senza contare che ancor più numerosi sono i temi scottanti che interpellano la politica, nella dimensione nazionale come in quella internazionale. Anche nel mondo occidentale lo stesso modello di sviluppo economico è ormai innegabilmente in crisi, crisi che chiede non più solo limitati aggiustamenti, ma un ripensamento globale. La marcia inarrestabile della ricerca scientifica non può avvenire senza provvedere a garantire l’integrità e la salute della specie umana e dell’intero ecosistema. Il riconoscimento della funzione essenziale dei mezzi di comunicazione nel mondo moderno, deve trovare regole certe di fronte alle specifiche esigenze di promozione dei valori e di tutela delle persone, dei gruppi, dei popoli. Un’altra domanda centrale emerge dalla necessità di difendere e valorizzare la ricchezza che viene dalle diverse appartenenze etniche, religiose, culturali, pur nell’orizzonte degli irreversibili processi di globalizzazione in atto. Queste, che appaiono come alcune tra le maggiori sfide poste dall’attualità, reclamano fortemente l’idea e la pratica della fraternità, e, data la vastità del problema, di una fraternità universale. E’ pensiero di grandi anime la fraternità universale. Diceva il Mahatma Gandhi: “La regola d’oro è di essere amici del mondo e considerare ’una’ tutta la famiglia umana” . E, a proposito di quanto era successo l’11 settembre 2001, il Dalai Lama ha scritto: “Per noi le ragioni (degli eventi di questi giorni) sono chiare. (…) Non ci siamo ricordati delle verità umane più basilari. (…) Siamo tutti uno. Questo è un messaggio che la razza umana ha grandemente ignorato. Il dimenticare questa verità è l’unica causa dell’odio e della guerra (…)”. Senza dimenticare il santo svizzero, Nicola da Flüe, profeta e fautore di pace, per realizzare la quale afferma che i conflitti si possono risolvere in maniera proficua solo nel pieno e totale rispetto reciproco; e perciò nella fraternità spinta fino all’obbedienza reciproca. Chi però ha indicato e portato la fraternità, come dono essenziale all’umanità, è stato Gesù, che ha pregato così prima di morire: “Padre, che tutti siano uno” (Gv 17,21). Egli, rivelando che Dio è Padre, ci ha resi tutti fratelli e ha abbattuto le mura che separano gli “uguali” dai “diversi”, gli amici dai nemici. La fraternità, dunque, come ideale da affermare, come ideale di oggi. Ma esistono segni della fraternità nelle attuali vicende dei popoli? Durante gli anni, avendo sperimentato innumerevoli volte, nella mia vita ed in quella degli altri, l’azione provvidenziale di Dio, e avendo potuto conoscere direttamente tanti popoli, ho imparato a scorgere i passi in avanti che segnano il progredire dell’umanità, fino a poter affermare che la sua storia è un lento, ma inarrestabile, cammino verso la fraternità universale. I fatti sono davanti a noi, dobbiamo saperli interpretare. La tensione del mondo verso l’unità non è stata mai così viva e riconoscibile come oggi. Segni ne sono le Unioni di Stati e i processi di integrazione economica e politica che con maggiore intensità si vanno realizzando a livello continentale o per aree geo-politiche; il ruolo degli organismi internazionali, in particolare delle Nazioni Unite, che torna ad essere determinante per conoscere, affrontare e gestire le principali questioni che toccano la vita di popoli e Paesi; lo sviluppo di un dialogo a 360? sempre più diffuso e fecondo fra le più varie persone; la crescita di Movimenti sociali, culturali e religiosi, che si presentano come nuovi protagonisti delle relazioni internazionali e operano verso obiettivi a dimensione mondiale. Per dare al mondo la fraternità che generi un’unità spirituale, garanzia dell’unità politica, economica, sociale, culturale, non mancano poi gli strumenti. Basta saperli individuare. Uno, la cui efficacia non è ancora del tutto scoperta, è quello dell’apparire nel mondo cristiano, dopo i primi decenni del ’900, di decine e decine di Movimenti che, come tante reti collegano i popoli, le culture e le diversità: quasi un segno che il mondo potrebbe diventare una casa delle nazioni perché esso lo è già attraverso queste realtà, pur se ancora a livello di laboratorio. Sono Movimenti effetto non di progettualità umane, ma di carismi dello Spirito di Dio, che conosce meglio di qualsiasi uomo e donna della terra i problemi del nostro pianeta ed è desideroso di concorrere a risolverli. Questi Movimenti, poiché fondati o prevalentemente composti da laici, veicolano un sentito e profondo interesse per il vivere umano con ricadute nel campo civile, cui offrono concrete realizzazioni politiche, economiche, e così via. Sono vari e splendidi questi Movimenti, sorti nella Chiesa cattolica, riformata, anglicana, evangelica, ortodossa, ecc. Una loro particolarità è la presenza in essi di moltissimi giovani, garanzia del futuro, che meno condizionati degli adulti da deludenti esperienze del passato, sanno credere con maggior entusiasmo ad ideali veri ed ai più grandi. Si sono fatti conoscere, questi Movimenti, l’8 maggio scorso a Stoccarda (Germania) in una Giornata riuscitissima, da essi stessi indetta, trasmessa via satellite nel nostro continente ed oltre, dal titolo: “Insieme per l’Europa”. Si sono offerti come contributo a realizzare, accanto all’Europa politica o economica o dell’euro, l’Europa dello spirito, nel cercare di ridare un’anima all’Europa che, oltre tutto, avrebbe così meglio garantita la propria molteplicità e coesione. Per dare un esempio di questi Movimenti vorrei esporre loro le linee principali di quello che meglio conosco perché ad esso legata: il Movimento dei Focolari, il cui obiettivo è proprio l’unità e la fratellanza universale. E’ nato durante la seconda guerra mondiale, sotto i bombardamenti, a Trento, nell’Alta Italia, quando crollavano le case, e con esse progetti di vita – anche i nostri -, le speranze, le sicurezze. Tutto veniva meno, mentre nei cuori di noi, giovani focolarine, si affacciava, con forza mai prima conosciuta, una sola verità: Dio è l’unico Ideale che non crolla; Dio che si rivelava a noi per quello che è: Amore. E, proprio al culmine dell’odio e della divisione, Dio Amore ci ha suggerito che, per amarlo, dovevamo impegnarci ad amarci tra di noi, e a portare poi questo amore a tutti. Amore che da subito si è esteso alla città. E poi, con gli anni, su tutto il pianeta, in 182 nazioni. La chiamata all’unità ci ha fatto preferire i punti della terra dove più forte era la divisione, e sono così venuti sempre più in luce alcuni luoghi specifici di dialogo e di condivisione: prima di tutto all’interno delle singole Chiese, dove il Movimento dà il suo contributo perché ci sia sempre di più “comunione”; tra i cristiani di diverse denominazioni; con i fedeli delle grandi religioni, con numerose esperienze di “dialogo della vita” rispettoso e fecondo, premessa alla pace. E dialogo, infine, intessuto di fattiva collaborazione, anche con quanti non hanno un preciso riferimento religioso. Il Movimento dei Focolari poi, pur essendo primariamente religioso, ha avuto, sin dagli inizi, e poi durante gli anni, un’attenzione particolare per tutti gli ambiti della società, compreso il mondo politico, sino a veder nascere dal suo seno, a Napoli (Italia) nel 1996, il cosiddetto “Movimento politico per l’unità”. Movimento che pure esso sta ora diffondendosi e organizzandosi su tutto il pianeta. Della sua genesi e del suo sviluppo ho potuto parlare più volte, fra il resto, a parlamentari di varie nazioni europee e non solo: a Strasburgo, al Centro Europeo di Madrid e all’ONU. Quale espressione politica del Movimento dei Focolari, questo Movimento ha come scopo quello di aiutare persone e gruppi impegnati in politica, a riscoprire i valori profondi, eterni dell’uomo, a mettere la fraternità a base della loro vita e, solo dopo, muoversi nell’azione politica. Ne consegue che l’agire politico, da amore interpersonale, diventa possibilità di un amore più grande, quello verso la polis. Un amore che, acquisendo la dimensione politica, non perde le sue caratteristiche: il coinvolgimento di tutta la persona, con l’intelligenza e la volontà di arrivare a tutti, l’intuizione e la fantasia per fare il primo passo, il realismo del mettersi nei panni dell’altro, con la capacità di donarsi senza interessi personali e di aprire strade nuove anche quando i limiti umani e i fallimenti sembrano chiuderle. Non si tratta di un nuovo partito, né si vuol confondere religione e politica, come è avvenuto e avviene per gli integralismi di cristiani e anche di non cristiani. Soggetti del Movimento politico per l’unità sono: politici di ogni livello – amministratori, parlamentari, militanti di partito -, di appartenenze partitiche le più varie, che sentono il dovere di agire assieme al vero titolare della sovranità: il cittadino; cittadini, che vogliono fare la loro parte di soggetto politico attivo; in modo speciale poi i giovani che dovunque, come qui in Svizzera, sanno impegnarsi in modo mirabile e appassionato quali studiosi di politologia, ad es., che vogliono offrire il loro contributo di competenza e di ricerca; funzionari della Pubblica Amministrazione, coscienti del proprio ruolo specifico. Ciò che si propone e si testimonia insieme è uno stile di vita che permetta alla politica di raggiungere nel miglior modo il suo fine: il bene comune nell’unità del corpo sociale. Anzi, si vorrebbe proporre a tutti quanti agiscono in politica di formulare quasi un patto di fraternità per il loro Paese, che metta il suo bene al di sopra di ogni interesse parziale, sia esso individuale, di gruppo, di classe o di partito. Perché la fraternità offre possibilità sorprendenti: essa consente di tenere insieme e valorizzare esigenze che rischiano, altrimenti, di svilupparsi in conflitti insanabili. Armonizza, ad esempio, le esperienze delle autonomie locali con il senso della storia comune; consolida la coscienza dell’importanza degli organismi internazionali e di tutti quei processi che tendono a superare le barriere e realizzano importanti tappe verso l’unità della famiglia umana. E’ la fraternità, infatti, che può far fiorire progetti ed azioni nel complesso tessuto politico, economico, culturale e sociale del nostro mondo. E’ la fraternità che fa uscire dall’isolamento e può aprire la porta dello sviluppo ai popoli che ne sono ancora esclusi. E’ la fraternità che indica come risolvere pacificamente i dissidi e che può relegare la guerra ai libri di storia. E’ per la fraternità vissuta che si può sognare e persino sperare in una qualche comunione dei beni fra Paesi ricchi e poveri. Il profondo bisogno di pace che l’umanità oggi esprime, dice che la fraternità non è solo un valore, non è solo un metodo, ma il paradigma globale di sviluppo politico. Ecco perché un mondo che di fatto è sempre più interdipendente ha bisogno di politici, di imprenditori, di intellettuali, di artisti che pongano la fraternità – strumento di unità – al centro del loro agire e del loro pensare. Era il sogno di Martin Luther King che la fraternità diventi l’ordine del giorno di un uomo d’affari e la parola d’ordine dell’uomo di governo. I politici del “Movimento politico per l’unità” vogliono fare di questo sogno una realtà. Ma questo può essere solo se nell’attività politica non si dimentica la dimensione spirituale, o, comunque, la fede nei valori profondi che devono regolare la vita sociale. Ne era convinto, anche qui, Nicola da Flüe che tanto ebbe da fare per la vita politica di questa nazione. Egli era sempre informato di tutto. Nella sua cella una finestra guardava verso l’esterno, agli uomini, ma l’altra verso l’interno, all’altare della cappella. E l’on. Igino Giordani, parlamentare italiano e confondatore del nostro Movimento, oggi dichiarato Servo di Dio, nel suo stile inconfondibile, scriveva: “Quando si varca la soglia di casa per tuffarsi nel mondo, la fede non s’appende come una papalina stinta a un chiodo dietro l’uscio” . Un giorno mi sembrò di comprendere cosa volesse dire la politica come amore. Se dessimo un colore ad ogni attività umana, all’economia, alla sanità, alla comunicazione, all’arte, al lavoro culturale, alla amministrazione della giustizia… la politica non avrebbe un colore, sarebbe lo sfondo, il nero, che fa risaltare tutti gli altri colori. Per questo la politica deve ricercare un rapporto continuo con ogni altro ambito di vita, per porre in questo modo le condizioni affinché la società stessa, con tutte le sue espressioni, possa realizzare fino in fondo il suo disegno. E’ chiaro che in questa continua attenzione al dialogo, la politica ha il dovere di riservare a sé alcuni specifici spazi: dare le priorità in un programma equo, fare degli ultimi i soggetti privilegiati, ricercare sempre e comunque la partecipazione, che vuol dire dialogo, mediazione, responsabilità e concretezza. Per i politici di cui parlo, la scelta dell’impegno politico è un atto di amore, con il quale ognuno risponde ad un’autentica vocazione, ad una chiamata personale. Chi è credente avverte che è Dio stesso a chiamarlo, attraverso le circostanze; il non credente risponde ad una domanda umana, ad un bisogno sociale, ad un problema della sua città, alle sofferenze del suo popolo, che trovano eco nella sua coscienza. E gli uni e gli altri hanno la loro casa nel Movimento politico per l’unità ed è sempre l’amore che entrambi immettono nella loro azione. Quell’amore che è fonte di luce, che fa vedere la possibilità di grandi risultati, che sostituisce quel timore schiacciante – che, spesso presente nel mondo politico, immette paura – col coraggio, con nuovo coraggio. I politici dell’unità, che prendono coscienza che la politica è, nella sua radice, amore, comprendono che anche gli altri, a volte chiamati avversari politici, possono avere compiuto la propria scelta per amore. Prendono coscienza che ogni formazione politica, che ogni opzione politica, possono essere la risposta ad un bisogno sociale e quindi sono necessarie alla composizione del bene comune. Quindi si interessano al destino dell’altro e all’istanza che porta, come alla loro, e la critica si fa costruttiva. Si cerca di praticare l’apparente paradosso di amare il partito altrui come il proprio, perché il bene del Paese ha bisogno dell’opera di tutti. Questo è a grandi linee l’ideale del “Movimento politico per l’unità” ed è questa – mi pare – la politica che vale la pena di essere vissuta, una politica capace di riconosce e servire il disegno della propria comunità, della propria città e nazione, fino all’umanità intera, perché la fraternità è il disegno di Dio sull’intera famiglia umana. E’ questa la vera politica autorevole di cui ogni Paese ha bisogno; il potere, infatti, conferisce la forza, ma è l’amore che dà autorità. E’ questa la politica che costruisce opere che rimarranno. Le generazioni che verranno non saranno grate ai politici per avere detenuto il potere, ma per come lo avranno gestito. Questa è la politica che il “Movimento politico per l’unità” desidera, con l’aiuto di Dio, generare, sostenere. E allora quale il mio augurio per loro, politici della splendida Svizzera? Che questo popolo e in particolare i suoi rappresentanti, ricchi della loro nobile storia di democrazia, trovino nella fraternità il vigore necessario per continuare con efficacia ancora maggiore il loro cammino e per dare un apporto da protagonisti nella storia di unità della famiglia umana. Noi, da parte nostra, ci impegniamo a non lasciarvi soli, mettendo a vostra disposizione il carisma dell’unità offerto dal Cielo per l’umanità intera. Grazie dell’ascolto.
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8 Set 2004 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
ANSA, 4 sett. – La fraternità in politica. “E’ la chiave per rimettere in cammino la storia nei nostri Paesi e dell’umanità”. Così Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, a Berna, di fronte a 450 politici elvetici e giovani riuniti al Palazzo dei Congressi per riflettere sull’interrogativo: “Fraternità in politica: utopia o necessità?”, promosso da un gruppo di politici elvetici del Movimento politico dell’unità. La fraternità in politica non solo necessaria, ma urgente Sullo sfondo della tragica virulenza del terrorismo, la fraternità, proposta come “categoria politica fondamentale” si è evidenziata non solo necessaria, ma urgente. “Fraternità in politica: non potrebbe essere più attuale di fronte a terrore, morti e violenze”. Lo aveva affermato in apertura del convegno il Cancelliere della Confederazione, la signora Annemarie Huber Hotz. La Svizzera in profonda crisi di trasformazione Fraternità più che mai necessaria anche per la vita stessa della Svizzera, definita dalla Consigliera nazionale Chiara Simoneschi “un po’ speciale”, che non nasce da una comune cultura e lingua, ma dalla volontà di stare insieme. “Il Paese – ha aggiunto – sta ora attraversando una profonda crisi, sottoposta alle sfide della costruzione europea, dei nuovi equilibri geopolitici mondiali, del fenomeno delle migrazioni, della lunga stagnazione economica”. La Simoneschi ha parlato di timori e incertezze, di divisioni e contrapposizioni. Di qui il perché dell’invito a Chiara Lubich.
Un orizzonte ad ampio respiro La fondatrice dei Focolari ha aperto un orizzonte ad ampio respiro. Vivo in lei il dramma del terrorismo: “Perché si allenti e taccia – ha detto con forza – non è certo una risposta la violenza”. Occorre andare “alle cause degli squilibri economici e sociali che generano risentimento, ostilità, vendetta”. “Occorre cercare le vie del dialogo, vie politiche e diplomatiche”. Urge una politica sostanziata di fraternità. Fraternità che ha definito “non solo un valore, né solo un metodo, ma il paradigma globale di sviluppo politico”. Fraternità possibile “solo se non dimentica la dimensione spirituale”, i valori profondi ispirati dall’amore. “Quell’amore che è fonte di luce – ha detto – che fa vedere la possibilità di grandi risultati e che sostituisce quel timore schiacciante che spesso percorre il mondo politico”.
Amare il partito altrui come il proprio Luce che fa vedere “in ogni opzione politica la risposta ad un bisogno sociale e quindi pratica l’apparente paradosso di amare il partito altrui come il proprio, perché il bene del Paese ha bisogno dell’Opera di tutti”. “Dove la critica si fa costruttiva”. Questa “la vera politica autorevole di cui ogni Paese ha bisogno”. La fraternità in politica non solo necessaria, ma possibile E’ seguita una carrellata di voci di politici elvetici e italiani aderenti al Movimento politico dell’unità, nato nel 1996 e diffuso in vari Paesi, che hanno testimoniato che non solo la fratellanza in politica è necessaria, ma è possibile. Nel pomeriggio, vivace il confronto tra politici e giovani.
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7 Set 2004 | Focolari nel Mondo
Dopo l’evento olimpico, che ha rappresentato un momento significativo di incontro e di fratellanza fra i popoli in un quadro mondiale segnato da odii e violenze, l’incontro vuole mettere in luce il valore educativo dello sport, soprattutto sulle giovani generazioni.
L’appuntamento assume un particolare significato culturale in relazione al fatto che il 2004 è stato proclamato, dall’Unione Europea, Anno Internazionale dell’Educazione attraverso lo Sport.
Saranno presenti 130 sportivi, operatori e professionisti dello sport, da 10 paesi, con rappresentanti dall’Argentina e dal Brasile.
Sono arrivati al convegno messaggi di saluto e di incoraggiamento da parte della Commissione Europea, dei Comitati Olimpici Italiano e Austriaco, dall’ex-calciatore Gianni Rivera, ora consulente del Comune di Roma per l’attività sportiva.
31 Ago 2004 | Parola di Vita
Impressiona una richiesta così esigente e radicale. Non è riservata a una categoria particolare di persone come i missionari, i religiosi, che devono essere liberi per andare ovunque ad annunciare il Vangelo. Non è neppure per momenti eccezionali, come potrebbe essere il tempo di persecuzione, quando viene chiesto al discepolo non soltanto di lasciare i beni, ma di donare la vita stessa per rimanere fedele a Dio. Queste parole Gesù le rivolge a tutti. Dunque tutti possiamo rispondere.
Si tratta di una delle condizioni per seguire Gesù, condizione su cui Luca insiste nel Vangelo: “Vendete ciò che avete e datelo in elemosina… Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”; “Nessun servo può servire a due padroni… Non potete servire a Dio e a mammona”; “Quant’è difficile, per coloro che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio”.
«Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo»
Perché Gesù insiste tanto sul distacco dai beni, fino a farne una condizione indispensabile per poterlo seguire?
Perché la prima ricchezza della nostra esistenza, il tesoro vero è Lui! Ecco allora l’invito a mettere da parte tutti quegli idoli – gli “averi” – che possono prendere in noi il posto di Dio.
Egli ci vuole liberi, con l’anima sgombrata da ogni attaccamento e da ogni preoccupazione, così da poterlo amare veramente con tutto il cuore, la mente e le forze. I beni sono necessari per vivere, ma vanno usati col massimo distacco. Tutto dobbiamo essere pronti a spostare, qualora prendesse il primo posto nel nostro cuore. Non c’è spazio, in chi segue Gesù, per la cupidigia, per il compiacimento delle ricchezze, per la ricerca smodata delle comodità e delle sicurezze.
Lui ci chiede di rinunciare agli averi anche perché vuole che ci apriamo agli altri, che accogliamo e amiamo il prossimo come noi stessi: è a suo vantaggio la rinuncia ai propri beni. Non c’è posto, nel discepolo di Gesù, per l’avarizia e la chiusura verso il povero.
«Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo»
Come vivere allora questa “Parola di vita”?
Il modo più semplice di “rinunciare” è “dare”.
Dare a Dio amandolo, offrendogli la nostra vita perché ne usi come vuole, pronti a fare sempre la sua volontà.
E per dimostrargli quest’amore amiamo i nostri fratelli e sorelle, pronti a giocare tutto per loro. Anche se non ci può sembrare, abbiamo tante ricchezze da mettere in comune: abbiamo affetto nel cuore da dare, cordialità da esternare, gioia da comunicare; abbiamo tempo da mettere a disposizione, preghiere, ricchezze interiori da mettere in comune; abbiamo a volte cose, libri, vestiti, automezzi, soldi… Doniamo senza troppi ragionamenti: “Ma questa cosa mi può servire in tale o tal altra occasione…”. Tutto può essere utile, ma intanto, assecondando questi suggerimenti, si infiltrano nel nostro cuore tanti attaccamenti e si creano sempre nuove esigenze. No, cerchiamo di avere soltanto quello che occorre. Facciamo attenzione a non perdere Gesù per una somma accantonata, per qualche cosa di cui possiamo fare a meno.
«Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo»
Per un “tutto” che si perde c’è un “tutto” che si trova, inestimabilmente più prezioso. Chi ne guadagnerà, crediamolo, saremo proprio noi, perché al posto del poco o molto che abbiamo donato, avremo in cambio la pienezza della gioia e della comunione con Dio. Diventeremo discepoli veri.
Ché se un bicchiere d’acqua dato avrà la sua ricompensa, quale ricompensa avrà chi dona tutto quanto può per Dio nel fratello e nella sorella?
Lo conferma uno tra i tanti episodi che mi vengono comunicati continuamente da quanti vivono con noi la “Parola di vita”.
Un padre di famiglia di Caracas rimane senza lavoro. Dopo due settimane si ammala gravemente. In quegli stessi giorni subisce il furto della macchina. Per lui e per la sua famiglia è un momento molto difficile. Presto si rendono conto che dovranno lasciare l’appartamento perché non possono più pagare l’affitto.
Nel frattempo un loro amico povero avverte interiormente la spinta a rispondere in modo più totalitario all’amore di Dio e a vivere la Parola sull’esempio dei primi cristiani che mettevano in comune tutto.
La sera stessa, confidando questo suo desiderio alla moglie, decide insieme a lei di cedere parte della loro casa a quella famiglia. La loro povertà non poteva essere un motivo per lasciarli sulla strada. La casa però non è ancora ultimata…
Il giorno dopo arriva, inaspettato, un aiuto economico per portare a termine quello che mancava alla costruzione della casa.
Chiara Lubich
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28 Ago 2004 | Cultura
10 SETTEMBRE
9.00 Saluto iniziale Gisella Calliari e Oreste Basso 9.15 Panel 1 “L’EdC oggi” Introducono e coordinano Lorna Gold e Luca Crivelli Interventi: – “Le Tesi di laurea” – Antonella Ferrucci – “Tredici anni di profitti condivisi” – Carla Bozzani – “Le scuole imprenditori” – Giovanni Mazzanti “Bilancio dell’Economia di Comunione dopo 13 anni” Luigino Bruni 11.00 “Nuovi orizzonti dell’EdC” Chiara Lubich 15.30 Panel 2 “Quale azienda sta nascendo dall’EdC”? – “Verso un’azienda di comunione” – Alberto Ferrucci – “Per una governance di comunione” – Leo Andringa – Esperienze di imprese 17.00 Forum paralleli sulla vita dell’impresa EdC (per aree linguistiche): – Spagnolo – Inglese – Francese – Portoghese – Tedesco – Italiano 11 SETTEMBRE 9.00 Video: Chiara Lubich al Polo Lionello Introduce Tommaso Sorgi 9.15 Panel 3 “I Poli” Introduce e coordina Filipe Coelho Interventi: – Polo Spartaco (San Paolo) – Polo Lionello (Firenze) – Polo Ginetta (Recife) – Polo Solidaridad (Buenos Aires) In dialogo: nascenti poli solidali ispirati all’EdC Conclude Prof. Stefano Zamagni 11.15 Panel 4 “Povertà e sviluppo” Introduce e coordina Cristina Calvo – EdC e indigenti – Quale consumo? (F.Tortorella) – Banko Kabajan (Manila) In dialogo: Gandhigram University (India) 15.30 Panel 5 “Nuovi orizzonti per la riflessione economica” Introduce e coordina Benedetto Gui Interventi di: – Prof.Micheal Noughton (USA) – Prof.Manuela Silva (Portogallo) – Prof.H.C. Parekh (India) – Prof. Bob Goudzwaard (Olanda) – Dr. Rogate Mshana (Ginevra) 17.15 Due Forum in parallelo Forum 2a: Imprese – Coordina Eva Gullo Forum 2b (in inglese): Cultura e teoria economica – coordina Vittorio Pelligra 12 SETTEMBRE 9.00 Video: C. Lubich:“Lancio dell’EdC: maggio 1991” Introduce Pino Quartana 9.30 Panel 6 Tavola Rotonda “Non solo economia: per un umanesimo di comunione” Introduce e coordina Luigino Bruni Interventi: – “Per una cultura della comunione” – Giuseppe Zanghì – “Comunione e Ecologia” – Sergio Rondinara – “Comunione e città” – Elena Granata – “Comunione e vita politica” – Pasquale Ferrara 11.30 Dialogo e impressioni dei partecipanti Conclusioni e prospettive future Riascolto del tema di Chiara Lubich Introduce Vera Araujo 12.30 Chiusura dei lavori (altro…)
28 Ago 2004 | Cultura
Mai come in questi ultimi anni si avverte la fragilità e la non sostenibilità dell’attuale sistema economico: dai crak finanziari di
grandi imprese alla crisi energetica, tutto dice che l’economia così come l’abbiamo concepita negli ultimi due secoli è gravemente malata. Al tempo stesso, mai come in questi anni la società civile esprime una fioritura di nuove forme di economia sociale: commercio equo, finanza etica, consumo critico. Un fenomeno che fa intravedere la possibilità di una economia e di uno sviluppo sostenibili.
In questo contesto si situa l’Economia di comunione. Il Convegno internazionale che avrà luogo a Castelgandolfo dal 10 al 12 settembre, presenterà un bilancio sui risultati raggiunti dopo oltre un decennio di sperimentazione a livello internazionale, e prospetterà nuovi orizzonti. Il Convegno presenterà le esperienze più significative sulla condivisione dei profitti delle aziende con i poveri; le tesi di laurea, 130, presentate in Università di vari Paesi; i poli imprenditoriali sorti in America Latina e quello nascente in Italia. Sono queste infatti alcune tra le realizzazioni del progetto dell’Economia di comunione lanciato da Chiara Lubich in Brasile nel 1991 per rispondere al grave divario tra ricchi e poveri. Uno dei temi più importanti sarà: “Povertà e sviluppo nella prospettiva della comunione”. La stessa fondatrice dei Focolari affronterà il tema centrale: “Nuovi orizzonti dell’Economia di Comunione”. Un’altra novità che caratterizza il Convegno: il dialogo tra le diverse forme di economia sociale attuate in altri universi culturali. Verranno presentate esperienze di microcredito ispirate all’economia gandhiana, altre esperienze innovative in campo economico, originate dalla cultura indù e jainista. Saranno proposti stili di vita improntati alla sobrietà, tra cui l’esperienza olandese dell’“Economy of enough”. Interverranno in questo dialogo studiosi di economia sociale a livello internazionale, tra cui Michael Noughton e Stefano Zamagni, e altri studiosi e imprenditori di vari continenti e di diverse discipline. “Non solo economia: per un umanesimo di comunione”, questo il titolo dell’ultima sessione del Convegno che inserirà le realizzazioni di questo progetto nel quadro più ampio di un umanesimo di comunione a cui danno il loro apporto studiosi di altri ambiti tra cui ecologia, politica e urbanistica. (altro…)
26 Ago 2004 | Non categorizzato
In un’epoca contrassegnata dalla frammentazione provocata da una crescente polarizzazione a tutti i livelli dell’amministrazione federale, e dalla diffusa visione della politica come lotta di potere tra partiti, il Convegno di Berna che si svolgerà al Centro Congressi della BEA (Bern-expo) sabato 4 settembre 2004, proporrà una rilettura dei principi dell’agire politico alla luce di un’idea-guida innovativa: la fraternità universale. Questa iniziativa vuole offrire ai politici svizzeri nuovi stimoli per il loro impegno e favorire il dialogo tra politici e giovani.
Il tema principale: “La fraternità in politica: utopia o necessità” è stato affidato a Chiara Lubich che nel 1996, a Napoli, ha dato il via al Movimento politico dell’unità, poi diffuso in vari Paesi. La fondatrice dei Focolari ha già affrontato l’impegnativo argomento in varie sedi politiche in ambito internazionale, tra cui: Londra, Madrid, Bratislava, Brasilia. Aprirà l’incontro il Cancelliere federale, Annemarie Huber-Hotz. Presenterà Chiara Lubich il Consigliere nazionale del Ticino, Chiara Simoneschi-Cortesi. Seguirà un dialogo tra i partecipanti e politici di vari Paesi che hanno già iniziato a sperimentare sul campo questa nuova proposta. Nel pomeriggio verrà dato particolare spazio ai giovani. L’appuntamento di Berna fa seguito al Convegno svolto nel marzo 2003 a Martigny, nel Vallese, a cui avevano partecipato 250 persone impegnate in politica a vari livelli. Di qui nasce il progetto di questo nuovo appuntamento a cui hanno già confermato la loro partecipazione deputati, membri dei parlamenti cantonali, sindaci e numerosi giovani. L’iniziativa è stata promossa da: W. Donzé, Consigliere Nazionale (Frutigen, Berna), dai sindaci elvetici: M. Schwery di St. Léonard (Vallese), R. Lurati di Canobbio (Ticino), M. Wenger di Schaffhausen, S. Pont di Mollens (Vallese), M. Weber, vicesindaco di Oberägeri (Zugo), dal Presidente e dalla delegata del Parlamento dei giovani del Vallese*, Laurent Mösching e Krystel Bovy. * Il Parlamento dei Giovani del Vallese è stato creato nel 1995. Iniziative simili sono in atto anche negli altri cantoni svizzeri. E’ aperto a giovani che sono domiciliati o studiano nel Vallese, sia Svizzeri che stranieri. Nei vari incontri vengono affrontati temi di attualità che toccano la politica regionale, nazionale o internazionale. (altro…)
26 Ago 2004 | Non categorizzato
PROGRAMMA
MATTINA 10,00 Inizio trasmissione di TELEPACE e internetBenvenuto Stéphane Pont, sindaco di Mollens Messaggio del Cancelliere della Confederazione Annemarie Huber-Hotz 10,15 Storia del Congresso Charlotte Schaedler, delegata di Umanità Nuova 10,30 Presentazione di Chiara Lubich Chiara Simoneschi-Cortesi, Consigliere nazionale del Ticino 10,40 “La Fraternità in politica: utopia o necessità?” Chiara Lubich 11,15 Dialogo con la sala (impressioni, domande-risposte) 11,45 Il Movimento politico per l’unità Lucia Fronza Crepaz 11,20 Intermezzo musicale 11,50 Interviste a persone impegnate in politica tra cui: Giuseppe Gambale – deputato al Parlamento italiano Laurent Mösching e Krystel Bovy – Parlamento dei giovani del Vallese Stéphane Pont, sindaco di Mollens Alberto Pacher, sindaco di Trento ecc. 12,20 Conclusione Michel Schwéry, sindaco di St-Léonard 12,30 Fine DIRETTA POMERIGGIO 13,45 Dialogo tra i politici e i giovani 15,30 Conclusione (altro…)