Movimento dei Focolari
Ungheria: culla dei volontari di Dio

Ungheria: culla dei volontari di Dio

“Dio! Dio! Dio! Risuoni questo ineffabile nome, fonte di ogni diritto, giustizia e libertà, nei Parlamenti, nelle piazze, nelle case e nelle officine…”. Nel desiderio di rispondere a questo accorato appello pronunciato da Pio XII in radiomessaggio del 10 settembre 1956, a causa della repressione in Ungheria, Chiara Lubich scrive una lettera che diventerà la “magna carta” di una nuova vocazione nel Movimento dei focolari: i “volontari di Dio. Uomini e donne di tutto il mondo – dove è presente il Movimento –, formati dalla spiritualità dell’unità, che s’impegnano a portare Dio nella società con la propria vita, nei vari ambiti dove agiscono. “C’è stata – scrive Chiara il 15 gennaio 1957 – una società capace di togliere il nome di Dio… l’amore di Dio dal cuore degli uomini. Ci deve essere una società capace di rimetterlo al Suo posto. (…) Ci sia chi Lo santifica con tutte le sue forze e si riunisce a quelli che sentono identica chiamata per fare un blocco agli ordini di quella eterna Parola che nessuno potrà mai cancellare dalla terra. Occorre gente che segua Gesù come vuole essere seguito: rinunciando a se stessi e prendendo la sua croce. Che crede quest’arma: la croce, più potente delle più potenti bombe atomiche perché la croce è un varco nelle anime, mediante la quale Dio entra nei cuori… Fare un blocco di uomini di tutte le età, condizioni, legati dal vincolo più forte che esista: l’amore reciproco lasciatoci dal Dio umanato morente, come testamento… Amore reciproco che fonde i cristiani in un’unità divina… che sola può opporsi all’unità provocata dall’interesse, da motivi di questa terra, dall’odio. Amore reciproco che significa: fatti concreti, proiezione di tutto il nostro amore verso i fratelli per amore di Dio. Insomma occorrono discepoli di Gesù, autentici nel mondo, non solo nei conventi. Discepoli che volontariamente Lo seguano, spinti solo da un illuminato amore verso di Lui, in quest’ora tenebrosa… Un esercito di volontari, perché l’amore è libero. (…) Occorre… edificare una società nuova, rinnovata dalla Buona Novella, dove splendano con l’amore la giustizia e la verità. (…) Una società che testimoni un nome solo: Dio”. (altro…)

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Genfest 2012: il mondo si prepara

La data è fissata da tempo, 31 agosto-2 settembre, e il countdown sul sito www.genfest.org ce lo ricorda: mancano 25 settimane, un giorno e… le ore, i minuti, i secondi scorrono. Il programma prende forma, e nei vari punti del globo ci si organizza per arrivarci, a Budapest. Ecco qualche esempio di quanto realizzato solo nell’ultimo periodo. Radio Varsavia 2 ore di trasmissione dedicate ai giovani, durante le quali i GMU della Polonia hanno potuto raccontare, da una delle principali radio nazionali, i loro ideali, le loro esperienze e il loro invito a unirsi nel cammino verso Budapest a tutti i giovani polacchi. Scrivono: «Per noi è stata la prima occasione di annunciare il Genfest ed infiammare il cuore di tanti giovani!». Il caffè di Milano In Italia, “Coffee Bridge” è l’iniziativa lanciata dai GMU della Lombardia. Ottenuto un prezzo speciale da un distributore all’ingrosso, hanno applicato il logo del Genfest sulle confezioni di caffè ricevute e si sono organizzati per venderle. Allo stesso modo, con lo stesso spirito hanno prodotto una grande quantità dei quaderni con in copertina il logo del Genfest e sul retro una breve descrizione dello stesso. Scopo dell’iniziativa: promuovere gli ideali dei GMU e raccogliere fondi per contribuire al pagamento del viaggio a Budapest per chi arriva dai Paesi più lontani. Per info caffè: coffee@genfest.tk Per info quaderni: infoquaderni@gmail.comPer info: coffee@genfest.tk Scarica i quaderni con il logo del Genfest: https://castle.so/dl/8t4z+s Nazareth in festa 40 giovani di varie religioni hanno dato vita a una giornata all’insegna di canti, giochi e…grande gioia. Non si poteva non parlare del Genfest e lanciare l’invito – subito accolto – ad essere tutti costruttori di “ponti”. Prossimo appuntamento in aprile per un nuovo weekend insieme. Spettacolo Indonesia A Yogjakarta, i GMU della seconda città dell’isola di Giava hanno organizzato un concerto per festeggiare i 90 anni della più grande Casa Editrice cattolica dell’arcipelago, davanti a oltre 500 persone. «È stata una magnifica occasione per presentarci e raccontare come ci impegniamo a costruire un mondo più unito – scrivono –, vivendo nel momento presente, amando il prossimo e superando così ogni momento di difficoltà». Pranzo cinese Raccontano da Macao: «Abbiamo invitato i nostri amici a venire a mangiare un “hot- pot”». E dopo aver presentato le loro esperienze e il Genfest, «come segno di gratitudine per chi era venuto abbiamo preparato un regalino per augurare a tutti “un prospero nuovo anno cinese!”». Esperienze, attività, curiosità…e il nuovo video sulla storia dei Genfest sono disponibili sui siti del Genfest e dei Giovani per un Mondo Unito.

This project has been funded with support from the European Commission.

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Margarita e le donne del Tinku Kamayu

Margarita Ramirez de Moreno è una volontaria del Movimento dei focolari, artigiana e imprenditrice, la prima diplomata uscita dalla scuola Aurora di Santa Maria di Catamarca, in Argentina. Questa scuola, dopo 35 anni di attività, è stata riconosciuta e finanziata dal Governo argentino per il grande contributo educativo che offre nello studio e nel recupero delle tecniche e dei simboli della cultura “quechua”.

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«Sono nata a Santa Maria, in una regione ai piedi delle Ande, ricca di cultura aborigena ma molto povera. Sono una discendente degli aborigeni  “calchaquies”, sposata e  madre di 7 figli. Per 12 anni mi sono formata alla Scuola Aurora. Lì, oltre a leggere, a scrivere e alla tessitura, ho imparato a vivere la spiritualità dell’unità. Nel 2003, di fronte alla disoccupazione dilagante, ho avviato una filanda per rifornire il laboratorio di tessitura della scuola. Non è stato facile convincere le donne della mia terra, da sempre discriminate, a riprendere il lavoro di filatura, dato che per arrivare alla filanda occorreva attraversare fiumi e fare ogni giorno molti chilometri. Non avevamo mezzi. A poco a poco ognuna ha messo a disposizione ciò che aveva: un fuso, dei chili di lana o la propria abilità in questa arte tradizionale. Rimaneva il problema dei costosi macchinari. Un giorno sono costretta a chiedere un passaggio e confido al conducente la mia preoccupazione. Egli mi dice che lui sapeva fare macchine per filare. “Ce le puoi fare?” gli domando. E lui: “Sì, mi pagherai quando potrai”. Non mancano altri ostacoli: perdiamo il locale in cui lavoriamo e la più esperta si  licenzia. “Con tutto quel che ci succede non sarà che ci dobbiamo arrendere?” si domanda una ragazza, che esprime il dubbio di noi tutte. Durante il trasloco troviamo un’ immagine della Madonna. Mi sembra molto significativo e propongo alle altre di fare un patto: lavorare ogni giorno nell’amore le une verso le altre. Poco dopo riceviamo una donazione con la quale possiamo acquistare un immobile e delle attrezzature. Così è nato l’atelier “ TINKU KAMAYU” che significa “ Riunite per lavorare”.  All’inizio eravamo 8 e oggi , dopo due anni, l’organico dell’azienda è salito  a 18 artigiane con una  produzione crescente. Oggi sento di essere parte di un grande progetto che mi coinvolge con tante altre persone calchaquies. Abbiamo ritrovato la nostra identità e, con quella, la speranza, la crescita culturale, la possibilità di lavoro per noi e per altri, e tutta la ricchezza delle origini del nostro popolo. Ora ci sentiamo persone utili non più umiliate, ma valorizzate e capaci di esprimere il proprio pensiero». Testimonianza raccontata al Volontarifest, Budapest 2006 (altro…)

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Scuola: partire dai ragazzi

 «Sono arrivata in una scuola alberghiera come supplente ad anno iniziato catapultata in interminabili consigli di classe, senza avere alcun elemento che potesse aiutarmi a distinguere nomi, volti e situazioni. Mi si presentava un quadro poco incoraggiante, con la difficoltà espressa dai colleghi di motivare e “scolarizzare” gli allievi, soprattutto delle prime classi. Ed io avevo sei classi di prima! Dovevo dimenticare l’esperienza ricca e coinvolgente fatta l’anno precedente con i ragazzi del liceo e cambiare atteggiamento e metodo. E così è iniziata un’avventura entusiasmante che mi ha costretta a mettermi subito in gioco. Sono una religiosa. Questo suscita nei miei alunni, oltre allo stupore, una miriade di domande. Non mi fermo di fronte alle provocazioni, alle battute. Mi ritrovo così a condividere qualcosa della mia vita, della mia vocazione, del motivo che mi spinge ad insegnare. È il primo passo per entrare in relazione, per iniziare un cammino. Pian piano si gioca sempre più a carte scoperte ed io incalzo i ragazzi con le domande. Non parto da ragioni filosofiche, ma dalla realtà quotidiana che invoca una risposta alla domanda di senso. Perché devo alzarmi al mattino, perché devo studiare, vivere il reale, amare, soffrire… Abbiamo coscienza di cosa stiamo vivendo? Questa domanda cade sui ragazzi come un fulmine e suscita una smorfia tra il sorriso e il dolore. Aperta una breccia sulla loro apatia, insisto: il valore della persona, la responsabilità dell’io, la ricerca di Dio nell’uomo e nella storia. Qualcuno è sorpreso perché la classe ascolta e ironizza sul fatto che “Qualcuno s’è messo a pensare!”. Con una collega, tuttavia, nasce una stima reciproca e si cerca un percorso comune a partire dalle rispettive discipline. Ci si trova così a scegliere brani di letteratura o di poesia che parlano del  desiderio di una felicità vera… E i ragazzi rispondono, si sentono presi sul serio, diventando loro stessi i primi attori della lezione. Per spiegare il senso religioso, propongo brani musicali che esprimano l’atteggiamento dell’uomo rispetto alla domanda di senso. Seguendo i testi, i ragazzi s’imbattono con la “la risposta sospesa” di Bob Dylan, con lo “scetticismo” espresso da Guccini, con la “domanda e la ricerca” di Bono degli U2 e chiedo loro: “Voi dove vi ritrovate?”. Uno alza la mano: “Scrivo poesie, volete sentirne una?”. Un compagno gli fa da sottofondo e lui comincia mediante lo stile rap a raccontare l’esperienza dolorosa della morte di un amico di scuola. È un grido: qual è la risposta umana al dolore, al limite, alla morte? Ricordando Giovanni Paolo II, propongo la riflessione durante il giubileo degli artisti. Egli rispondendo proprio a Bob Dylan aveva detto che la risposta non soffia nel vento. Uno ha detto di essere la risposta: Gesù Cristo. E da qui ho iniziato il percorso cristologico. Faccio continuamente l’esperienza che non è vero che i giovani siano indifferenti alla bellezza, alla verità. Molti vivono sulla loro pelle situazioni difficili, e forse proprio per questo sono più sensibili alla ricerca del vero, del giusto, del bene, ad uno sguardo d’amore per il loro destino. Questo l’ho imparato dalle persone che mi hanno testimoniato la passione educativa, tra le quali il mio Fondatore, Nicola Barrè: che si educa nella misura in cui ci si lascia educare dall’altro. Ma sento che occorre conservare ogni giorno lo stupore dell’inizio, senza perdere la curiosità e il desiderio di un’avventura sempre nuova che ogni mattina comincia in classe. Nel preparare le lezioni mi muove il desiderio di non lasciare nulla d’intentato per incontrare il volto d’ognuno e trasmettere questo messaggio: “Sono contenta perché tu esisti! Grazie perché sei diventato compagno del mio cammino!”». Sr. Marina Motta (altro…)

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Verso politiche di fraternità

 “La politica – diceva Chiara Lubich nel suo messaggio al Convegno Latinoamericano di Sindaci, effettuato a Rosario, Argentina, nel 2005 – è lo sfondo che dà parola, possibilità e armonia a tutti, in modo particolare a quelli che non hanno voce”. Tenendo presenti queste parole, che ancora risuonano come appena scritte, si è riunita la Commissione Nazionale del Movimento Politico per l’Unità (MPPU) argentino con rappresentanti delle varie regioni del Paese per approfondire le linee di azione che si propongono per l’anno che sta iniziando. Un gruppo di 30 persone, alcuni impegnati della prima ora del MPPU, altri che si sono coinvolti in alcune attività, o anche – come nel caso dei più giovani – che sono arrivati avendo partecipato alle Scuole di Politica che il Movimento sostiene e promuove in varie città dell’Argentina. A nessuno manca l’entusiasmo, la grinta, la dedicazione, anche se tutti sono coscienti che, nonostante i suoi 10 anni di vita ed una profusa attività, il MPPU sta dando i suoi primi passi. E la Mariapoli Lia è uno spazio  specialmente adatto di incontro e di lavoro per l’occasione. Tre giorni, dal 26 al 28 febbraio scorso, durante i quali hanno approfondito 3 aspetti che si sono proposti come programma di azione: 1. Rafforzamento della vocazione politica: accompagnamento, forum tematici e dialogo di politici; 2. Formazione dei giovani per l’interpretazione politica in tutti gli ambiti della cittadinanza; 3. Spazi di incontro e dialogo ed iniziative varie. Nelle province – dice Cecilia Dilascio, presidente del MPPU argentino – ci sono dei politici coi quali stiamo iniziando o portando avanti spazi di dialogo che dovrebbero avviarsi sempre di più verso l’approfondimento della proposta e dei temi di agenda politica come: mezzo ambiente, democratizzazione dei partiti politici, riforma costituzionale,  difesa della vita ed anche uno spazio per condividere le esperienze e difficoltà della gestione”. Juan José, un giovane che ha completato la Scuola di formazione politica, aggiunge: “dobbiamo accompagnare i giovani che finiscono la Scuola e che stanno occupando cariche pubbliche, per fare in modo che la voragine dell’attività quotidiana nella funzione pubblica non spenga in loro l’esperienza di fraternità che abbiamo fatto e che può contagiare altri”. Guardando in avanti, e di questo si tratta, rimane l’obbiettivo principale, come lo esprimeva Chiara Lubich nel suo messaggio sopra citato, di “un passaggio – come sintetizza il Dott. Angel Villagra, di Córdoba – dalla fraternità in politica a politiche di fraternità”. (altro…)

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Cercate la pienezza della gioia

  Il senso del dolore, l’unione con Dio e la preghiera, l’impegno a testimoniare la fede, il rapporto con la Chiesa, la libertà. Sono solo alcuni dei temi che in occasione delle più varie manifestazioni giovanili, Chiara Lubich ha approfondito in un dialogo “a tu per tu”, personale e profondo con i giovani per i quali ha sempre mostrato una particolare predilezione. Nelle risposte l’invito potente a vivere con radicalità la vita indicando in Gesù la strada per una piena realizzazione umana e spirituale. (altro…)

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Messaggio della presidente dei Focolari, Maria Voce

«Si avvicina la ricorrenza del 14 marzo, anniversario della nascita al Cielo di Chiara Lubich. Quest’anno vorremmo dedicare le celebrazioni in modo particolare all’impatto del suo carisma sulle nuove generazioni: giovani di oggi e di ieri testimonieranno in varie regioni del mondo cosa ha suscitato nella loro vita l’incontro con lei. Chiara ha fiducia nei giovani e in ciascuno di noi. Insieme, tutti uno, vogliamo guardare ad un futuro pieno di speranza perché Dio ci ha dato un grande Ideale. Sarà ancora un’occasione per esprimere la nostra riconoscenza a colei che, corrispondendo in pienezza alla luce del carisma che Dio le ha messo in cuore, ha aperto la strada a molti per essere portatori di uno spirito nuovo. Facciamo di questa data un punto di partenza: grati di tale dono, comunichiamolo a nostra volta a quanti ci circondano per contribuire all’edificazione della fraternità universale: la realizzazione del suo sogno, l’anelito di Gesù: “Che tutti siano uno”». Maria Voce, 5 marzo 2012 (altro…)

Lo spartito scritto in cielo

Eli Folonari è stata per oltre cinquant’anni segretaria personale di Chiara Lubich. Una posizione che le ha consentito di assistere, giorno dopo giorno, alla straordinaria avventura di una donna che ha aperto nuove strade nel dialogo ecumenico, interreligioso e interculturale. Una presenza silenziosa che ora – nell’intervista di Oreste Paliotti e Michele Zanzucchi – si fa parola per testimoniare un messaggio di pace e di fraternità universale. Nel racconto di Eli Folonari la vita quotidiana, gli incontri con grandi personaggi – da Giovanni Paolo II a Madre Teresa di Calcutta, da Vaclav Havel al patriarca Athenagoras I – e la gente comune, il rapporto con Dio, le passioni e gli interessi, l’anima di Chiara Lubich.

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Burundi, piccolo cuore dell’Africa

“Un cuore che  è stretto solo per quelli che non si amano” (proverbio Kirundi). Il Burundi è un piccolo paese, situato nel cuore dell’Africa, fra due paesi giganti: il Congo e la Tanzania. È dotato di un paesaggio naturale di straordinaria bellezza e ricchezza, eppure è uno dei paesi più poveri del pianeta. Tre etnie: Hutu, Tutsi e Pigmei, che parlano un’unica lingua e condividono la stessa cultura. Le sue colline verdeggianti nascondono inoltre il grido di dolore di tanti che hanno conosciuto la violenza e la morte durante lunghi decenni di conflitti e dittatura. Solo nel 2002 il Burundi è uscito da un conflitto politico ed etnico che ha provocato un milione di sfollati e più di 300 mila morti. Anche qui nel cuore dell’Africa, solo qualche kilometro a Sud dell’Equatore, è arrivato l’Ideale del Movimento dei focolari. Le sue radici storiche affondano nel 1968, quando una famiglia belga trasferitasi a Bujumbura per motivi di lavoro, ha portato, attraverso la sua testimonianza di vita, una nuova luce sul messaggio cristiano. Quasi contemporaneamente, un altro nucleo si forma attorno a P. Alberton dei Missionari d’Africa, nella parrocchia di Mubimbi.

Marilen Holzauser, tra le prime focolarine a recarsi in Africa

Il 1979 è una data importante per la storia dei Focolari in questo Paese: su richiesta dei vescovi locali, si apre il focolare a Gitega, ma in seguito alle prime persecuzioni, il focolare viene trasferito d’urgenza a Bujumbura. Inizia un periodo particolarmente difficile sia per il Movimento che per l’intera Chiesa: proibizione completa di svolgere qualsiasi attività, chiese chiuse durante la settimana, impossibilità di diffondere la Parola di Vita. Nel settembre del 1987, con il colpo di Stato e l’avvento della terza Repubblica, si è ritrovata la libertà e si è potuti uscire allo scoperto. Poco a poco si riprendono i contatti con le persone che si erano conosciute, scoprendo con commozione che alcune comunità in posti lontani, avevano continuato a incontrarsi regolarmente per condividere le esperienze dell’unica Parola di Vita conservata per anni. Vivendo una sola Parola del Vangelo erano andati avanti per anni. Il Movimento ha oggi una consistenza di oltre 24mila persone in più di 290 gruppi sparsi in tutto il Paese. L’Ideale dell’unità è oggi una vera speranza per il Burundi. Nel clima di tensione del dopo-guerra i membri del Movimento sono impegnati a contribuire con tutta la Chiesa locale al processo di ‘Riconciliazione’. Ci sono alcune interessanti realizzazioni in campo economico e si stanno facendo esperienze innovative nel campo della sanità e dell’educazione. Nel 1999 un gruppo di volontari del Movimento dei Focolari fonda l’associazione CASOBU (Cadre Associatif des Solidaires du Burundi), allo scopo di cercare soluzioni durevoli ai problemi della povertà, attraverso la partecipazione ed il reciproco sostegno. È nato anche un Centro sociale “Chiara Luce Badano” che si occupa di bambini  orfani o in estrema povertà del quartiere di Kinama (periferia di Bujumbura), un quartiere completamente distrutto dalla guerra. Nel cuore dei membri dei Focolari in Burundi rimangono le parole che Chiara Lubich scrisse loro il 7 ottobre del 1996: «Puntate sempre sul nostro “Unico Bene”; sarete felici e nella pace pur tra le innumerevoli difficoltà in cui vi trovate. Gesù sia sempre presente in mezzo a voi per toccare i cuori, risvegliare la fede nel Suo amore, portare l’unità. Io sono con voi in questo impegno costante rinnovato momento per momento…».

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Burundi: Casobu per la ricostruzione e lotta alla povertà

Nel contesto di un Paese tra i più poveri del pianeta, il Burundi, uscito da un conflitto politico ed etnico durato 12 anni, con un milione di sfollati e più di 300 mila morti, nel 1999 un gruppo di volontari del Movimento dei focolari fonda l’associazione CASOBU (Cadre Associatif des Solidaires du Burundi), allo scopo di cercare soluzioni durevoli ai problemi della povertà, attraverso la partecipazione ed il reciproco sostegno. Il risultato della loro attività non si misura solo in termini di infrastrutture e miglioramento delle condizioni socio-economiche ma nella diffusione di valori: partecipazione, solidarietà e fraternità. CASOBU opera inizialmente in contesti rurali. Nel tempo prendono corpo diversi progetti, anche con il supporto dell’AMU, la Ong ispirata dal Movimento per la cooperazione allo sviluppo. Già da diversi anni CASOBU interviene inoltre con progetti comunitari di microcredito, che hanno consentito il raggiungimento dell’autonomia economica ad alcune centinaia di persone, quasi tutte donne capofamiglia. Nel 2008 l’azione sociale si concentra nella provincia di Ruyigi. Le 6.700 famiglie del comune di Butezi vivono di agricoltura di sussistenza. Durante la guerra civile gran parte della popolazione si è rifugiata nei campi profughi della Tanzania ed ora, al rientro in patria, i problemi per il reinserimento sono numerosi. L’intervento prevede diverse linee di azione:

  • campo alimentare e agricolo: dopo una prima distribuzione di viveri di emergenza a 800 famiglie, si punta a creare autonomia alimentare, con distribuzione di talee di manioca, mucche e capre destinate agli sfollati e ai profughi;
  • assistenza agli orfani e alle vedove;
  • prevenzione dell’AIDS: in collaborazione con le strutture pubbliche esistenti e la prevenzione della malaria, responsabile della morte di numerosi bambini sotto i 5 anni.

I membri di CASOBU sono persone qualificate e preparate per svolgere il loro lavoro, animati dallo spirito di servizio evangelico. Puntano prima di tutto ad ascoltare con attenzione coloro che incontrano: “Spesso ci troviamo ad agire come fossimo padri e madri di queste persone che prima di tutto hanno un fardello di sofferenze da condividere con altri”. Sempre nel comune di Butezi, ci si accorge che in un’area, dove vivono quasi 3 mila famiglie, solo un centinaio può disporre di acqua pulita, mentre le altre attingono l’acqua da fonti non adeguate o direttamente da torrenti e stagni, esponendosi a gravi malattie. Da questa necessità nasce un nuovo progetto per portare l’acqua potabile, il primo di 5 realizzati fino ad oggi. I punti di forza di questa azione sono: il coinvolgimento della popolazione nei lavori e la formazione di comitati locali per la cura e conservazione delle sorgenti e per la manutenzione delle infrastrutture realizzate. La popolazione accetta di cedere i terreni necessari e sopportare i disagi e le perdite dovute agli scavi nei propri campi. Lavorare tutti insieme aiuta a ricreare i legami sociali. Lo stile di vita ed il modo di lavorare dei membri di CASOBU colpisce molte persone. “Spesso  – racconta Innocent di Kayanza – per avere un lavoro devi dare dei soldi, ma qui abbiamo notato una differenza: guardavano nei registri chi aveva già contribuito al progetto volontariamente e ti iscrivevano senza alcuna forma di corruzione”. “Sia che si fosse trattato di un semplice lavoratore o un operaio qualificato, eravamo tutti sullo stesso piano”. Certo, non tutti capiscono subito, ed il paziente lavoro di CASOBU è determinante per rendere la gente consapevole che questi progetti sono mirati al bene comune. A 3 anni di distanza dal primo progetto, già si nota un notevole miglioramento nella salute delle famiglie ed in particolare dei bambini. L’ultimo progetto per l’accesso all’acqua potabile si è realizzato a Kibingo (provincia di Kayanza) ed ha raggiunto 600 famiglie e 1.200 alunni della scuola primaria. Chi desidera partecipare agli interventi realizzati da CASOBU a sostegno della popolazione burundese, anche con contributi “una tantum”, può utilizzare il conto corrente bancario intestato a: Associazione Azione per un Mondo Unito, presso Banca Popolare Etica, filiale di Roma. Codice IBAN:  IT16G0501803200000000120434 Codice SWIFT/BIC CCRTIT2184D Causale: “Progetti in Burundi”. Il Burundi è un piccolo paese dell’Africa dei Grandi Laghi, ed è uno dei più poveri del pianeta. Nel Rapporto 2011 redatto da UNDP è classificato al terzultimo posto (185°) secondo l’Indice di Sviluppo Umano. I gruppi più vulnerabili della popolazione sono i malati di AIDS, le vedove, le ragazze-madri, gli orfani e le persone con handicap, senza tralasciare i problemi legati alla riconciliazione nazionale e alla ricostituzione del tessuto sociale ed economico. (altro…)

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India: asili che formano alla pace

Vaikalpalayam è un piccolo villaggio indiano fatto di case umili e stradine asfaltate, anche se costellate di buche. All’imbocco del villaggio sorge una piccola costruzione in muratura ravvivata dalle grida di una ventina di bambini. Ospita uno dei dieci asili o balashanti, che l’istituzione gandhiana Shanti Ashram ha aperto nel corso degli anni nella zona di Coimbatore, vicino alla statale che porta verso il Kerala. Vent’anni fa, quando iniziò, l’asilo aveva un fine preciso: iniziare un processo educativo con i dalit (i più poveri) per offrire loro la possibilità di sperare in una vita più dignitosa. Quello che è successo qualcuno l’ha definito una vera rivoluzione. Nei villaggi indiani i dalit vivono ai margini dell’abitato, non possono attingere acqua dagli stessi pozzi dove si abbeverano gli altri e, fino a non molti decenni fa, era impensabile che entrassero negli stessi templi. Oggi, a Vaikalpalayam, bambini dalit e di casta superiore studiano, mangiano e pregano insieme e loro mamme si trovano fianco a fianco agli incontri dei genitori dei 220 bambini che frequentano gli asili fondati ed animati da questa organizzazione gandhiana, iniziata venticinque anni fa dal Dr. Aram, membro onorario del Parlamento indiano, pacifista ed educatore indiano di primissimo piano. Nei balashanti si mira a dare una formazione che coniughi i primi elementi dello scrivere e del leggere con il gioco, il canto e l’apprendimento di valori religiosi ed umani, oltre che un aiuto alla povera dieta quotidiana. Le famiglie del posto, infatti, non possono permettersi più di un pasto al giorno, con un salario che si aggira sui 60 dollari mensili. Negli ultimi anni, con il grande sviluppo industriale di Coimbatore, sono sorti nuovi insediamenti di lavoratori precari nel campo dell’edilizia. Molti di questi sono musulmani. Anche in queste zone  Shanti Ashram ha aperto alcuni balashanti, dove i bambini contribuiscono all’integrazione delle loro famiglie nel tessuto sociale della zona. L’idea di coinvolgere le madri ha permesso di iniziare incontri mensili dove si suggeriscono norme igieniche, regolesanitarie e si insegna alle donne come cucinare, con la limitatezza dei fondi a loro disposizione, cibi che abbiano un potere nutritivo sufficiente per i figli. Per ovviare al problema dell’alcolismo che brucia le misere finanze familiari, si è integrato un gruppo di queste madri nel progetto del micro-credito. Ma anche i bambini, durante la loro formazione, ricevono insegnamenti mirati al risparmio. Karuna, quattro anni, lo scorso anno è riuscita a mettere nel suo salvadanaio 3 mila rupie, pari allo stipendio che il padre guadagna in un mese. Inoltre, nei balashanti s’imparano le norme igieniche che permettono di tenere lontane malattie tipiche della povertà. Il Dr. Aram e sua moglie Minoti, avevano ben chiaro che per costruire una pace duratura era necessario cominciare dai piccoli. Da qui l’idea di fondare asili che potessero formare bambini di pace. «Spesso – racconta Mrs. Murthy che per vent’anni ha seguito il progetto –, sono i bambini che aiutano a rompere il meccanismo della violenza familiare. Recentemente Divya, una bambina che studia al balashanti, durante un diverbio familiare è andata a sedersi in braccio al padre e gli ha detto: “Papà, la violenza è come il diavolo!”». Inoltre, le maestre insegnano ai bambini il rispetto per ogni fede. La mattina si comincia con le preghiere indù, musulmane e cristiane. I piccoli di conseguenza crescono senza le barriere e i pregiudizi che hanno diviso per secoli gruppi e comunità di questa parte dell’India, creando tensioni sociali spesso sfociate in scontri violenti e sanguinosi. I Focolari lavorano a questo progetto fin dalla fine degli anni Novanta, quando Minoti Aram aveva avvertito la necessità di assicurare integratori nutritivi ed alimentari ai bambini dei balashanti. In quel momento i progetti di Famiglie Nuove e dei gandhiani di Shanti Ashram si sono incontrati dando vita ad una fraternità fra i due movimenti che si è aperta al dialogo interreligioso e alla formazione alla pace delle giovani generazioni. Gandhi, infatti, aveva affermato: «Se si desidera insegnare la vera pace (…), bisogna cominciare dai bambini». Roberto Catalano (Dall’Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.5 – 2012) (altro…)

Ungheria: culla dei volontari di Dio

Sudafrica: con il Vangelo tutto diventa possibile

Mi chiamo Maria  e lavoro per il Governo del mio Paese, nel settore della salute. Ogni giorno faccio l’esperienza che le parole del Vangelo aiutano a servire meglio il prossimo e anche a risolvere i problemi della società. Cercando di metterlo in pratica, infatti, i rapporti in ufficio sono radicalmente cambiati: sempre più familiari, aperti, liberi. Con tre colleghi condividiamo questo ideale di vita e insieme cerchiamo di fare del nostro lavoro un servizio alla gente, alla nostra città che ci presenta grandi sfide. In Sudafrica esistono due livelli di governo: uno più tradizionale, che vede a capo gli Kgosi (chief), che hanno determinate aspettative sul territorio e un livello governativo con i rappresentanti eletti che ne hanno altre. La nostra sfida è quella di comporre l’accordo tra i due livelli, in modo che ogni decisione presa sia per il bene reale della comunità, affinché essa sia sempre più partecipe dei progetti proposti. Ad esempio, abbiamo realizzato sei ambulatori per il nostro distretto. Tutto il lavoro si è svolto col pieno accordo dei due livelli di governo, in modo che ogni struttura è stata pienamente riconosciuta sul territorio. Alla cerimonia di inaugurazione sono intervenute diverse autorità, anche i  membri del comitato esecutivo del Governo. Pochi giorni prima dell’evento, uno degli Kgosi ci aveva chiamato, dicendo che non sarebbe venuto alla cerimonia per una presunta disparità di trattamento tra i membri del governo locale e i capi tradizionali. Si  stava profilando un disastro vero e proprio, sotto tutti i punti di vista. C’era il pericolo che anche la gente del villaggio non partecipasse più alla cerimonia. Abbiamo cercato di risolvere la situazione andando a trovare il “chief” a casa sua. Gli abbiamo presentato un profilo dettagliato di ogni ambulatorio. Grazie a questo gesto il suo atteggiamento è cambiato e ha dato infine l’assenso alla cerimonia che poi si è rivelata un successo, un momento importante per tutta la comunità. Anche oggi continuiamo a vivere ogni compito che ci viene affidato come un’occasione di incontro e di crescita per la città. E, lentamente, vediamo che migliorano i legami tra i cittadini e i funzionari. Cresce la fiducia gli uni negli altri. Leaders tradizionali e consiglieri eletti stanno trovando, inoltre, il proprio ruolo nel pieno rispetto di quello dell’altro. Così, mentre il progetto per la cura dell’infanzia è oggi affidato ai responsabili tradizionali, quello per i giovani è seguito dai consiglieri municipali. Non è più necessario nemmeno spiegare alle diverse autorità le nostre scelte, perché si fidano, e l’unione tra tutti cresce e si sviluppa a servizio della comunità. Sperimentiamo che se si cerca di mettere in pratica il Vangelo, niente è davvero impossibile! (altro…)

Marzo 2012

«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» Pietro aveva capito che le parole del suo Maestro erano diverse da quelle degli altri maestri. Le parole che vanno dalla terra alla terra, appartengono e hanno il destino della terra. Le parole di Gesù sono spirito e vita perché vengono dal Cielo: una luce che scende dall’Alto ed ha la potenza dell’Alto. Le sue parole possiedono uno spessore ed una profondità che le altre parole non hanno, siano esse di filosofi, di politici, di poeti. Sono «parole di vita eterna»[4] perché contengono, esprimono, comunicano la pienezza di quella vita che non ha fine, perché è la vita stessa di Dio. Gesù è risorto e vive, e le sue parole, anche se pronunciate nel passato, non sono un semplice ricordo, ma parole che egli rivolge oggi a tutti noi e a ciascuna persona di ogni tempo e di ogni cultura: parole universali, eterne. Le parole di Gesù! Devono essere state la sua più grande arte, se così si può dire. Il Verbo che parla in parole umane: che contenuto, che intensità, che accento, che voce! «Un giorno ‑ racconta ad esempio Basilio il Grande[5] ‑, quasi svegliandomi da un lungo sonno, guardai la luce meravigliosa della verità del Vangelo e scoprii la vanità della sapienza dei prìncipi di questo mondo»[6]. Teresa di Lisieux in una lettera del 9 maggio 1897 scrive: «Qualche volta, quando leggo certi trattati spirituali… il mio povero piccolo spirito non tarda a stancarsi. Chiudo il libro dei sapienti che manda in pezzi la mia testa e dissecca il mio cuore, e prendo in mano la Sacra Scrittura. Allora tutto mi diventa luminoso, una sola parola dischiude all’anima mia orizzonti infiniti e la perfezione mi sembra facile»[7]. Sì, le parole divine saziano lo spirito fatto per l’infinito; illuminano interiormente non solo la mente, ma tutto l’essere, perché sono luce, amore e vita. Danno pace ‑ quella che Gesù chiama sua: «la mia pace» ‑ anche nei momenti di turbamento e di angoscia. Danno gioia piena pur in mezzo al dolore che a volte attanaglia l’anima. Danno forza soprattutto quando sopraggiungono lo sgomento o lo scoraggiamento. Rendono liberi perché aprono la strada della Verità. «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» La Parola di questo mese ci ricorda che l’unico Maestro che vogliamo seguire è Gesù, anche quando le sue parole possono sembrare dure o troppo esigenti: essere onesti nel lavoro, perdonare, mettersi a servizio dell’altro piuttosto che pensare egoisticamente a se stessi, rimanere fedeli nella vita familiare, assistere un ammalato terminale senza cedere all’idea dell’eutanasia… Ci sono tanti maestri che ci invitano a soluzioni facili, a compromessi. Vogliamo ascoltare l’unico Maestro e seguire lui, che solo dice la verità ed ha «parole di vita eterna». Così possiamo ripetere anche noi queste parole di Pietro. In questo periodo di Quaresima in cui ci prepariamo alla grande festa della Resurrezione, dobbiamo veramente metterci alla scuola dell’unico Maestro e farci suoi discepoli. Anche in noi deve nascere un amore appassionato per la parola di Dio: la accogliamo con attenzione quando ci viene proclamata nelle chiese, la leggiamo, la studiamo, la meditiamo… Ma soprattutto siamo chiamati a viverla, secondo l’insegnamento della stessa Scrittura: «Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi»[8]. Per questo ogni mese ne prendiamo in considerazione una in particolare, lasciando che ci penetri, ci modelli, “ci viva“. Vivendo una Parola di Gesù viviamo tutto il Vangelo, perché in ogni sua Parola egli si dona tutto, viene lui stesso a vivere in noi. E’ come una goccia di sapienza divina di Lui, il Risorto, che lentamente ci scava dentro e sostituisce il nostro modo di pensare, di volere, di agire in tutte le circostanze della vita. Chiara Lubich Pubblicata in Città Nuova, 2003/4, p.7


[1]    Gv 7,46. [2]    Gv 6,60. [3]    Gv 6,67. [4]    Gv 6,68. [5]    Basilio (330-379), vescovo di Cesarea, Padre della Chiesa. [6]    Ep. CCXXIII, 2. [7]    Lettera 202; Scritti,Postulazione generale dei Carmelitani Scalzi, Roma 1967, p. 734. [8]    Gc 1,22.

Ungheria: culla dei volontari di Dio

In famiglia, accogliersi sempre

Maria e John vivono in Italia da tanti anni. “Ci siamo chiesti – raccontano, dando la loro testimonianza in occasione dell’anniversario di Renata Borlone – se, pur sicuri di essere fatti l’uno per l’altra, avremmo potuto essere testimoni d’unità nella nostra stessa famiglia: io americano e Maria austriaca immersi nella società italiana”. Le diversità tra loro sono molteplici e sembrano contrapporsi: il nuovo continente americano e il vecchio mondo d’Europa. La lingua: non parlano tra loro né il tedesco né l’inglese, ma una terza,  l’italiano. Diversità di cultura, di famiglia d’origine, di formazione professionale e intellettuale, di età (13 anni di differenza), e poi – racconta ancora John – “semplicemente io sono un uomo e lei è una donna, con carattere, esigenze e sensibilità diverse”. «Un episodio emblematico di questa diversità è accaduto proprio durante il viaggio di nozze in Sicilia – continua -. Tutto è bello, incantevole… arriviamo a Selinunte e Maria esclama entusiasta: ‘Che belli questi templi, parlano di un passato meraviglioso’. Ed io: ‘Che ci stanno a fare queste vecchie pietre e colonne mezze rotte? Sarebbe meglio buttarle giù per costruire un bel grattacielo’ Dove sarà il nostro punto d’incontro?  Certi del progetto d’amore che Dio aveva su di noi, abbiamo intuito che né nei templi (=storia), né nel grattacielo (= terra giovane, nuova) ci saremmo incontrati, ma nell’accoglierci l’un l’altro». «E questo accoglierci ce lo ha insegnato Renata con la sua vita. Lei aveva un’arte speciale nell’ascoltare, metteva sempre l’altro al primo posto, in assoluto. Mi sentivo pienamente accolta, capita, amata». È Maria che racconta, toccando alcuni momenti difficili vissuti nel matrimonio. «Non capivo più mio marito. Il suo modo di essere e di pensare mi metteva in crisi, ma ormai avevamo quattro figli piccoli. Una sera mi sembrava di non farcela più e sono corsa da Renata. Ho buttato su di lei il mio più grande dubbio: avevo sbagliato a sposare John! Come sempre, mi ha accolta prendendo su di sé la mia sofferenza poi, con una certezza incrollabile, mi ha ricordato che, quando mi ero sposata, ero sicura che John fosse la persona giusta per me, al di là delle nostre diversità. Quella sera ho acquistato una forza nuova. Sì, ce l’avremmo fatta ad amarci fino alla fine!». «Ancora oggi, dopo 40 anni di vita insieme, – conclude John – sperimentiamo, quanto sia vero che se accogliamo le nostre diversità in positivo, come qualcosa che ci può arricchire e completare, allora  nasce e rinasce un’armonia nuova tra noi». (altro…)

Gioiranno insieme i giovani e i vecchi

Dedicato al tema della solidarietà tra le generazioni. Il progetto: Caritas Italiana propone un itinerario per vivere la Quaresima e la Pasqua rivolto ai bambini e agli adulti. Il Kit comprende:

  • un opuscolo per le famiglie – il 2012 sarà l’Anno Europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni; sullo sfondo, la proposta del decennio dell’educazione proposto dalla CEI. Il messaggio della Resurrezione è per la comunità intera, e l’accolgono, gioiendo, i giovani insieme ai vecchi. Anche questa è educazione: il passaggio tra generazioni che trasmette l’essenziale, senza soffocare il nuovo, la creatività. Esperienze, riflessioni, preghiere accompagneranno in questo itinerario.
  • un album per bambini: mancano pochi giorni alla Pasqua. Un nonno e un bambino passeggiano insieme e il nonno gli racconta, passo dopo passo, una storia che è la storia di ognuno di noi, quindi anche quella di Gesù che ha condiviso la nostra esistenza.
  • un poster con un’immagine simbolo del messaggio.
  • un salvadanaio in cartoncino componibile con fustella per l’inserimento dei soldi, con l’illustrazione dell’album per bambini. Un valido strumento per catechisti e genitori per educare i bambini ad una solidarietà concreta e quotidiana.

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Ungheria: culla dei volontari di Dio

USA: un popolo “adatto alla spiritualità dell’unità”

L’Unione di 50 Stati, conosciuta come Stati Uniti d’America, si estende su un vasto territorio dall’estremo nordovest dell’Alaska all’estremo sudest della Florida. I primi focolarini arrivano dall’Italia nel 1961. In quegli anni si aprono i primi centri del Movimento a Manhattan, Chicago e Boston; verso la fine del ’70, a San Antonio e Los Angeles, seguiti dai centri di Washington, D.C., Columbus e Atlanta. La “Mariapoli Luminosa”, situata a Hyde Park (NewYork) e inaugurata nel 1986, è il cuore del Movimento in Nord America. “Sono stata profondamente colpita da questo Paese, ho avuto una bella impressione – ebbe a scrivere Chiara Lubich nel 1964 durante il suo primo viaggio a New York – (…)  Mi sembra particolarmente adatto allo spirito del Focolare. Non c’è aria di superiorità etnica, ma un chiaro senso di internazionalità. Vi è la semplicità. Alla Messa ho pregato per il Movimento in questo continente e spero che Dio ascolti la mia preghiera perché sto pregando per la diffusione del Suo regno”. La sua preghiera viene ascoltata. Infatti, nel corso degli anni fioriscono comunità in tutto il Paese. Con la crescita del Movimento dei focolari si sviluppano i dialoghi con altre religioni. Con gli ebrei che vengono a contatto con la Spiritualità dell’unità, il dialogo si esprime nella vita quotidiana, nella collaborazione professionale e nello studio teologico. Un fraterno “dialogo della vita” si sviluppa con i musulmani seguaci dell’Imam W.D Mohammed in ogni angolo del Paese. Chiara visita gli Stati Uniti per ben sette volte. Nel 1990 evidenzia di avercolto i vari segni d’un mondo unito” in questa terra. Nel maggio 1997, ospite dell’Imam W. Deen Mohammed, parla della spiritualità dell’unità a circa 3000 musulmani riuniti alla Moschea Malcolm Shabazz, di Harlem.  Al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite, poi, in un simposio organizzato in suo onore dalla WCRP (Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace), parla dell’unità dei popoli. Infine, le viene conferita una laurea h.c.  dalla Sacred Heart University di Fairfield (Connecticut). Nel 2000, l’Imam Mohammed la invita a tornare negli Stati Uniti: “L’America ha bisogno del tuo messaggio”– dice. Il 2 novembre di quell’anno, 5000 tra cristiani e musulmani si radunano a Washington D.C. per un incontro promosso dalle due comunità intitolato “Faith Communities Together” (Comunità di fede insieme). Incontri di questo tipo si moltiplicano in varie città, con eventi annuali che somigliano di più a riunioni di famiglia che ad incontri di dialogo. In quello che è il suo ultimo viaggio negli USA, Chiara riceve una laurea honoris causa in pedagogia all’Università Cattolica di Washington D.C., con una sala gremita da oltre 3.000 persone tra cui ebrei, buddisti, indù e numerosi musulmani afro americani, a sottolineare il contributo dei Focolari al dialogo tra le religioni. Intanto, mette radici il progetto dell’Economia di Comunione con 19 aziende che operano in campi diversi: come l’ingegneria ambientale, l’arte, l’istruzione, l’agricoltura, il tempo libero e la consulenza aziendale. La recente visita, nel 2011, dell’attuale presidente dei Focolari Maria Voce e del co-presidente Giancarlo Faletti, in occasione del 50° anniversario dell’arrivo del Movimento in Nord America, raduna 1.300 persone rappresentanti delle molte comunità del Canada, Stati Uniti e Caraibi, compresi ebrei e musulmani afroamericani. E sempre per il 50° anniversario, esce il volume “Focolare – Living a Spirituality of Unity in the United States. Il libro cerca di rispondere alle domande sul Movimento oggi, attraverso storie avvincenti di una varietà di Americani (bambini, giovani, coppie di sposi, anziani, single, suore, sacerdoti e vescovi che fanno parte dei Focolari), le cui vite sono state trasformate dall’incontro con Gesù. I lettori vi possono scoprire i valori spirituali e pratici essenziali del Focolare, i vari ‘sentieri vocazionali’ dei suoi membri e la sua efficacia nell’impegno per sostenere i valori della cultura americana come la felicità, la libertà, la comunità e l’impegno per il bene comune nella vita pubblica.

Mariapolis Luminosa

NY Incontro Giovani

NY celebrazione 50esimo

Fordham Uni – St Patrick’s Cathedral

St Patrick’s Cathedral

Focolarini

Washington DC

Chicago – Giovani

Chicago – Incontro Interreligioso

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Ungheria: culla dei volontari di Dio

USA: Un sobborgo che si prende cura degli altri

Nel 1979, la nostra famiglia si è trasferita a North Riverside, un sobborgo di circa 6.000 abitanti, vicino a Chicago. Durante quel periodo venimmo a sapere che nostro figlio David, gravemente handicappato, aveva bisogno di terapia intensiva. I nostri vicini, compresi anche i vigili del fuoco, ci hanno aiutato, ogni giorno, per sei anni, per far sì che David potesse un giorno riuscire a camminare e a parlare. Mi ricordo di aver chiesto a Dio che ci mostrasse il modo di fare anche noi qualcosa per la nostra città e la sua gente. Non molto tempo dopo, il nostro ex-sindaco scrisse una lettera chiedendo idee per un programma di servizi di quartiere per cui vi sarebbero stati dei responsabili per ogni isolato. Risposi alla sua lettera raccontandogli la mia esperienza. Qualche tempo dopo, mi chiese se potevo essere io a coordinare il programma. C’erano 72 responsabili, uno per ogni isolato di North Riverside. Pensai di proporre loro di mirare a far diventare il loro isolato una famiglia, in cui nessuno si sentisse più solo. Abbiamo adattato “i punti dell’arte di amare”, di Chiara Lubich, e ne son venuti fuori quattro che ho chiamato “L’Arte del Prendersi Cura”. In ogni incontro dei responsabili prendevo uno dei punti e lo illustravo con un’ esperienza concreta su uno di questi punti. All’inizio utilizzavo esperienze mie e della mia famiglia , oppure storie di persone famose. Dopo un paio d’anni, però, loro stessi cominciarono a comunicare agli altri ciò che avevano fatto per vivere i punti del “prendersi cura”. Una delle prime esperienze riguardava una nuova arrivata che aveva l’abitudine di lasciare i suoi cani fuori ad abbaiare, dalla mattina presto fino alla sera tardi. Invece di lamentarsi e chiamare la polizia, il responsabile e i vicini si misero ad “amare i loro nemici” cercando di stabilire un rapporto con la proprietaria, preparando dei biscotti per lei ed aiutandola perfino a prendere i cani quando scappavano dal cortile. Solo allora le fecero presente la loro preoccupazione che il continuo abbaiare potesse disturbare un bambino appena nato loro vicino. Il sindaco non solo incoraggiava queste azioni individuali, ma cercò anche, attraverso i responsabili degli isolati, di coinvolgere tutto il villaggio nel “prendersi cura degli altri”. Ad esempio, quando arriva un nuovo residente, i responsabili gli danno il benvenuto con pacco regalo. Si interessano delle persone, specialmente di quelle che soffrono. Mandano loro un biglietto, portano viveri, ascoltano i loro problemi… “Ci serviamo del mail per comunicarci queste necessità, come in una famiglia, e così tutti sappiamo chi ha bisogno di aiuto” – raccontano. Alcuni responsabili spesso si offrono di portare qualcuno dal medico o far la spesa per chi è confinato in casa. “Proprio di recente abbiamo pubblicato un libretto con le esperienze fatte nell’arco di vent’anni; ed anche con delle idee per aiutare chiunque voglia vivere la ‘Regola d’Oro’ di fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te” – continuano. Il libretto è stato distribuito a medici, assistenti sociali, insegnanti e politici; e a tutti quelli che vogliono fare la differenza nel loro angolo di mondo. “L’Arte del Prendersi Cura” si è anche estesa da North Riverside ad altre città. In uno degli incontri tra delegazioni di varie città, il redattore del bollettino d’informazione ha detto: “Quando parlo di North Riverside ai miei concittadini, mi dicono che una città del genere non può esistere. Ed io rispondo: Venite e vedrete!” Leggi più: http://www.northriverside-il.org/departments/recreation/neighborhoodservices.html (altro…)

Ungheria: culla dei volontari di Dio

Forti senza violenza

No, io perdono! (Dionisio, Africa)  «Stavo giocando con un mio amico quando è arrivato un altro ragazzo che senza motivo ha cominciato a picchiarmi sulla testa con una bottiglia di vetro. Per le tante ferite sono stato portato in ospedale. Ritornato a casa, il dolore era così forte che avevo un solo pensiero: quello di vendicarmi. Il giorno dopo, il papà di quel ragazzo, è venuto a casa mia a scusarsi di quanto era accaduto dandomi il permesso di fare a suo figlio ciò che lui aveva fatto a me “…forse così capirà quando si è comportato male!”. Proprio mentre lui parlava, mi sono ricordato che noi gen 3 dobbiamo amare anche il nemico. Allora ho subito risposto: “Non farò niente contro suo figlio perché l’ho perdonato”. Lui non si aspettava questa mia risposta che sconvolgeva le sue abitudini, e felicissimo ha chiamato il figlio, anche lui molto sorpreso. Ci siamo perdonati a vicenda.» L’avversario non è un nemico (Andrea, Italia)  «Gioco in una squadra di pallacanestro. Spesso noto che lo sport si trasforma in una specie di guerra, dove conta solamente vincere. Un po’ di tempo fa, durante una partita, l’avversario che marcavo era più grande di me e usava tanto il contatto fisico. Ad un certo punto, per un mio fallo, lui è caduto a terra; mi sono avvicinato e l’ho aiutato ad alzarsi. E’ successo allora un fatto strano: il mio allenatore, dalla panchina, si è arrabbiato perché avevo aiutato un avversario. Secondo la sua filosofia non avrei dovuto farlo. Ho pensato però che dovevo voler bene a quel ragazzo ma anche all’allenatore e fargli capire che si poteva vincere rispettando comunque l’avversario, non considerandolo un nemico. Da quel momento, ancora di più, quando gioco una partita, vedo nella mia squadra e in quella avversaria Gesù, come se giocassi solo con Lui.» Bestemmie? No grazie! (Un Gen 3 di Trento, Italia)  «Nella mia classe di istituto tecnico, la maggioranza dei ragazzi sono abituati a bestemmiare. A me, che sono cristiano praticante, e a un ragazzo musulmano dava molto fastidio, ma non sapevamo cosa fare. Un giorno il ragazzo musulmano è venuto da me per chiedermi come mai io non reagisco davanti alle loro bestemmie e alle loro prese in giro, e io gli risposi che cercavo di perdonarli, poiché sono un gen 3. Abbiamo cominciato a frequentarci, e un giorno ci siamo messi d’accordo per andare a dire ad uno ad uno dei nostri compagni di non parlare in questo modo. All’inizio ci hanno preso un po’ in giro, ma sorprendentemente dopo un po’ hanno quasi smesso.» (altro…)

Ungheria: culla dei volontari di Dio

Congresso gen 3: “La Parola crea”

«Catturarla questa parola – dice Simone 15 anni -per viverla e portarla agli altri. Sono venuto per ricaricarmi.»; «conosco da molto tempo la vita dei gen 3 e in questo congresso ho capito meglio cosa vuol dire amare». Due impressioni dei numerosi presenti al congresso gen 3 che si è svolto a Castelgandolfo (Roma) dal 17 al 21 febbraio, con l’obiettivo di approfondire come il Vangelo può aiutarci nella vita quotidiana. Il programma si è  snodato approfondendo 4 parole chiavi: conoscere, vivere, comunicare e agire. Alla presenza di 410 gen 3 dai 13 ai 17 anni, di 17 nazionalità e sette lingue diverse, Agostino Spolti, responsabile mondiale dei gen 3, ha aperto il congresso focalizzando la figura del gen3: un costruttore d’unita dovunque si trova a vivere. Quindi, la riflessione del tema centrale: “La Parola crea”, attraverso alcuni pensieri video registrati di Chiara Lubich. Alcuni gen3  del Brasile che non sono potuti venire a Roma hanno inviato un video sull’importanza della condivisione. Raccontano che uno di loro, Marco, possedeva un gioco che gli stava caro. Manuel, vedendolo, s’incuriosì tanto da dirgli di prenderne uno per lui ma Marco rifiutò. Dopo diversi giorni quest’ultimo capì che le sue azioni erano sbagliate, quindi ritornò sui suoi passi e glielo regalò. Manuel rimase colpito da questo suo gesto e pensò: “Cosa posso fare per ricambiare il suo regalo ?”. Si ricordò che aveva un’armonica a cui anche lui teneva molto e gliela regalò. Abbiamo utilizzato 2 pomeriggi per svolgere diversi laboratori: preparazione di un concerto con il complesso internazionale Gen Rosso e comunicazione: pubblicità, spot, contagio virale, telegiornale, interviste, Giornale gen3, web, servizio stampa, Teens TV, Teens radio, Città nuova, informatica… Alcuni di noi sono andati a fare un’ intervista al sindaco di  Grottaferrata, Gabriele Mori. Gli sono state rivolte 9 domande sulla nostra fondatrice, Chiara Lubich, sul Movimento dei focolari, circa la sua vita politica, su come vive il Vangelo e sul ruolo dei ragazzi nella vita della città. Il Congresso si conclude lunedi 20 Febbraio con un grande spettacolo nel palazzetto dello sport di Genzano (Roma), messo a disposizione dalle autorità ed aperto a tutti con ingresso gratuito. Con questo spettacolo possiamo trasmettere la nostra vita gen. Una frase di uno di noi  può sintetizzare questi quattro intensi giorni: “Siamo stati molto colpiti da questo congresso perché c’è l’amore scambievole in qualunque angolo e in ogni momento della giornata.” A cura della redazione gen3 del Congresso (altro…)

Ungheria: culla dei volontari di Dio

Brasile, “gigante per natura”

Il Brasile è la quinta potenza economica mondiale con 8,5 milioni di km2 e con quasi 200 milioni di abitanti, discendenti dai colonizzatori bianchi, dagli schiavi neri e dai popoli indigeni, oltre agli immigranti di ogni dove che parlano una sola lingua: il portoghese. Un Paese dalle dimensioni continentali, con condizioni climatiche e geografiche differenti, grandi ricchezze naturali e un forte potenziale di crescita. Un Paese segnato ugualmente da grandi contrasti sociali, che vanno un po’ diminuendo, grazie anche agli sforzi degli ultimi governi. Sono le sfide di una democrazia giovane, di una nazione uscita da una dittatura militare meno di 30 anni fa. È qui che nel 1991, Chiara Lubich, colpita dai gravi problemi sociali, lancia le basi di una vera rivoluzione nell’ambito economico con l’Economia di Comunione (EdC), progetto oggi conosciuto in tutto il mondo. Ma non è solo nel campo dell’economia che l’esperienza di vita dei Focolari in Brasile si è sviluppata. Essa ha riflessi infatti nel tessuto sociale in vari ambiti: educazione, salute, politica, arte, promozione umana – come testimoniano le esperienze di Santa Teresinha e Magnificat, nel Nordest; e del Bairro do Carmo e del Jardim Margarida, a San Paolo –  così come in diverse discipline. Un esempio è il gruppo di ricerca su “Diritto e fraternità”, attivo dal 2009 nel Centro di Scienze giuridiche dell’Università Federale di Santa Catarina. Varie le attività dei Focolari in tutti gli Stati della Federazione: dalla scuola di formazione politica Civitas a João Pessoa, alle azioni di solidarietà dei Giovani per un Mondo Unito e ai weekend per le famiglie nello Stato di Alagoas; dalle olimpiadi per ragazzi nello Stato del Rio Grande do Sul, al Progetto Unicidade nella Mariapoli Ginetta, che quest’anno celebra il 40° anniversario – solo per nominarne alcune. Ma da dove nasce questa vita? Facciamo un salto indietro. Correva l’anno 1958. A Recife approdano tre focolarini giunti dall’Italia: Marco Tecilla, Lia Brunet e Ada Ungaro. Comunicano la loro esperienza in scuole, università, parrocchie, associazioni, ospedali, famiglie. Dopo un mese, proseguono il viaggio: Rio de Janeiro, San Paolo, Porto Alegre, e quindi Uruguay, Argentina e Cile. Al ritorno in Italia, l’aereo fa uno scalo di emergenza a Recife a causa di un guasto serio, rimanendovi quattro giorni. Tempo sfruttato dai tre per un’infinità di contatti. Nasce così la comunità dei Focolari nel Nordest brasiliano. Sarà la prima di una lunga serie. Con l’arrivo stabile di altri focolarini, nel 1959 si aprono a Recife i primi centri del Movimento. Avviene una grande diffusione dell’Ideale dell’unità nelle metropoli e nei villaggi, tra giovani e adulti, bianchi e neri, ricchi e poveri… con una caratteristica: l’armonia sociale. Sorgono molte opere sociali come effetto della vita radicata nel Vangelo. Nel 1962 si apre un centro a San Paolo. Nascono l’Editrice Cidade Nova e il giornale Cidade Nova. Sorgono altri centri: Belém, 1965; Porto Alegre, 1973; Brasilia, 1978. Oggi ci sono centri in quasi tutte le 27 capitali degli stati federali e in tante altre città. Nel 1965 nasce vicino a Recife la prima cittadella di testimonianza del Movimento, col nome di Santa Maria, a sottolineare l’amore di questo popolo per Maria. Due anni dopo quella di San PaoloAraceli, oggi Ginetta, in ricordo di una delle prime focolarine che ha avuto un ruolo preminente nella diffusione e crescita del Movimento in Brasile. Segue la cittadella di Belém, Gloria, mentre a Porto Alegre, il Centro mariapoli Arnold ha un’impronta ecumenica; e la cittadella di Brasilia è intitolata a Maria Madre della Luce. Chiara Lubich ha sempre dimostrato un grande amore per il Brasile e la sua gente, “un popolo che si somiglia molto a quello che ascoltava Gesù: magnifico, magnanimo, buono, povero, che dona tutto: cuore e beni. La sua prima visita avviene nel 1961, a Recife. Vi ritornerà altre 5 volte. Riceve diversi riconoscimenti pubblici e lauree honoris causa. Nel 1998, la sua ultima visita, inaugura il Polo Spartaco, primo complesso imprenditoriale dell’EdC nel mondo. In questa occasione, uno dei padri del Brasile democratico, il prof. Franco Montoro, rivolgendosi a lei in un discorso tenuto all’Università Statale di San Paolo (USP), ha riconosciuto nel pensiero e nell’opera del Movimento, non solo in Brasile, una “testimonianza coerente che ha trascinato milioni di persone. Ha salvato i diritti dell’uomo nel tempo delle dittature e, nel boom della scienza, ha mostrato che l’etica deve guidarci. Ha promosso l’amore, la fraternità universale”. Valori questi che oggi i membri del Movimento sono impegnati a vivere, insieme a tanti altri, in un momento storico che vede il Brasile emergere nel panorama mondiale ed essere protagonista di eventi come la Giornata Mondiale dei Giovani nel 2013 e il Campionato Mondiale di Calcio nel 2014. Visita la pagina del Brasile nella sezione Worldwide! (altro…)

Ungheria: culla dei volontari di Dio

Il Vangelo non assicura riposo

«Il Vangelo piace a leggersi; ma a metterlo in pratica provoca scandalo tra la gente per bene. Il Vangelo non tollera stasi, non assicura riposo. Egli, il “segno di contraddizione”, non promette sinecure: “sono venuto a portar fuoco sulla terra e che altro desidero se non che divampi?” La storia di Cristo in terra, in venti secoli, è un filare di patiboli, fra galere e gogne: e non sempre si vede l’onda di lacrime piante nel nascondimento. E tuttavia, su quel silenzio desolato e buio, vale la fede. Vale il credere anche senza vedere. Il ricordare il monito di Lui: – Non temete, gente di poca fede. Io ho vinto il mondo. Per un poco Egli sparisce e noi peniamo, fatti soli, ma poi torna. Nella mistica questa notte oscura termina in una fiammante irruzione di sole. E’ la prova: e chi la sostiene con forza ha vittoria. Si tratta di un soffrire che produce vita: d’un grano che muore nella zolla per fruttificare nel sole. “Giacché come abbondano sopra di noi i patimenti di Cristo, così per Cristo sovrabbonda la nostra consolazione e salvezza nostra” (I Cor 1, 50). Chi accoglie Gesù crocifisso, accoglie il dolore per amore: e in quello stesso farne un atto d’amore, trova gioia. Occorre un allenamento di Spirito Santo per questo. E dunque la esistenza appare un dramma crudo, con apparenti sconfitte e atroci delusioni: ma resistere bisogna. Nulla va sciupato di quello che si dà in dolore: il frutto d’una resistenza nella razionalità e nella fede, con virilità e carità, giova sia nell’ordine civile che nell’ordine spirituale, in cui il popolo diventa anche con questi mezzi Corpo sociale di Cristo mistico. Si semina nelle lacrime, si raccoglie nell’esultazione». (altro…)

Ungheria: culla dei volontari di Dio

Marisa Baù, il grazie della famiglia

“Il notevole numero di persone che con ogni mezzo hanno desiderato esprimere i loro sentimenti di partecipazione per la scomparsa della nostra amata Marisa ci pone nell’impossibilità di ringraziare personalmente tutti. Lo facciamo in questo modo esprimendo, oltre il ringraziamento, il nostro profondo senso di gratitudine per tanto affetto per la nostra Marisa e noi stessi. Famiglia Baù” (altro…)

Ungheria: culla dei volontari di Dio

Bioetica e reciprocità

La bioetica è una nuova disciplina o piuttosto un conoscere interdisciplinare, che costituisce il luogo di incontro di altri settori culturali quali il diritto, la medicina, la filosofia, la psicologia e la teologia? La bioetica si pone forse come un’etica dei tempi nuovi, più idonea dell’etica tradizionale a rispondere ai pressanti interrogativi posti dallo sviluppo della tecnica moderna? Sono solo alcuni degli interrogativi attorno ai quali il libro svolge la sua riflessione, nel tentativo di chiarire i contorni di un sapere che è ancora alla ricerca del suo statuto epistemologico. L’autore si avvale di una accurata analisi delle questioni che maggiormente alimentano il dibattito bioetico di questi ultimi anni: l’ingegneria genetica, la clonazione, i trapianti d’organo, la procreazione assistita, l’eutanasia, l’aborto, la sperimentazione sugli embrioni, l’ecologia e l’animalismo, mantenendo sempre come unico filo conduttore il tema delle relazioni intersoggettive. È in questo la maggiore novità del libro: l’idea che l’elemento moralmente regolativo, in campo etico e bioetico, sia il principio di intersoggettività come reciproco riconoscimento. L’autore – Fabrizio Turoldo insegna Bioetica ed Etica sociale presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia e coordina il progetto “Etica e Medicina” della Fondazione Lanza di Padova. Ha pubblicato, nel campo della bioetica, i volumi Bioetica ed etica della responsabilità. Dai fondamenti teorici alle applicazioni pratiche, Cittadella, Assisi 2009 (20112); L’etica di fine vita, Città Nuova, Roma 2010 (20112), oltre ad alcuni saggi comparsi in varie riviste, tra cui «Cambridge Quarterly of Healthcare Ethics», «Perspectives in Biology and Medicine», «American Journal of  Public Health».

Ungheria: culla dei volontari di Dio

Basta perder tempo, cambierò direzione

«Mia sorella Maria Assunta, per una leucemia fulminante, non c’era più. Un senso d’impotenza mi investì. Che senso ha la vita – mi chiedevo – se la morte porta via con sé sogni, desideri, conquiste…? Tutto perse senso. Non volevo più vivere. Mi tornarono in mente gli ultimi istanti di vita di Maria Assunta. Le forze l’avevano abbandonata. Anche alzare le palpebre degli occhi era una fatica immane che poteva costarle la vita. Tuttavia, mentre la riportavano a casa, uscendo dall’ambulanza in barella, alle voci dei parenti e degli amici venuti a darle l’ultimo saluto, ebbe un sussulto. Vidi un cambiamento improvviso sul suo volto. Non solo aprì gli occhi ma alzò la testa e sorrise ad ognuno. E non smise di sorridere fin quando non salutò tutti.  Solo quando sentì chiudersi le porte di casa alle sue spalle, lasciò cadere la testa sul cuscino e… subito entrò in coma. Perché l’aveva fatto? Mentre riflettevo su quest’assurdità, mi sembrò di capirne il perché. Quell’amore che la spingeva a preoccuparsi di tutti meno che di lei, le aveva permesso, in un certo senso, di vincere la morte e i suoi occhi ne erano la testimonianza più palese: non traspariva la paura di morire ma una serenità che sembrava volesse consolare le persone vicine, quasi a dire: “State tranquilli perché io sono felice”. Come un lampo un pensiero attraversò la mia mente: “Antò quello morto sei tu, Assunta è viva!”. Allora mi dissi: “Basta perder tempo! L’unica direzione che la mia vita può prendere è l’amore”. Iniziai nelle piccole cose, ad amare le persone che mi erano accanto, con molta semplicità. Ma con il tempo questa fiammella si andava spegnendo, perché amare sempre, era molto impegnativo e non sempre c’era risposta al mio modo di fare, anzi, a volte, incontravo  la derisione. In quel periodo ebbi occasione di ascoltare una videoregistrazione in cui Chiara Lubich parla del dolore di Gesù in croce, quando grida “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Mi sono sentito come liberato. Chiara in pochi minuti aveva sciolto ogni nodo. Nonostante non sapesse nulla di me, era lì a spiegarmi la vita. Mi ha fatto capire che nessun dolore doveva essere disprezzato ma bensì amato, perché contenuto nel dolore di Gesù. La parola “assurdo” poteva descrivere perfettamente il mio stato d’animo alla morte di mia sorella. È assurdo morire a 20 anni! Ma, quando ho accettato quell’assurdo, ho ritrovato il senso della mia esistenza e ho capito, come ha fatto mia sorella, che si può vincere la morte. Antonio (Teramo) (altro…)

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Un manto di neve per salutare Marisa

Lunedì 6 febbraio, nella località di Cugy, 350 persone hanno preso parte alla cerimonia funebre per dare l’ultimo saluto a Marisa Baù in terra elvetica. La S. Messa è stata concelebrata da 8 sacerdoti. Il vescovo del luogo mons. Charles Morerod e mons. Jean-Claude Périsset, nunzio apostolico a Berlino, originario di Estavayer-le-Lac, vicino Montet, hanno espresso nei loro messaggi la loro partecipazione, vicinanza e sostegno ai familiari e ai focolarini di Montet. Marithé Vuigner, co-responsabile del Centro di Montet, ha ripercorso in un breve discorso i 40 giorni, dalla scomparsa del 20 dicembre al ritrovamento del cadavere, e un breve profilo di Marisa Baù. Dopo la cerimonia la salma è stata trasportata in Italia, accompagnata da alcuni parenti che erano presenti a Montet e da un gruppo di focolarini. Grande folla ad attendere Marisa alla chiesa della frazione Sasso di Asiago, l’indomani martedì 7 febbraio, per darle l’estremo saluto alle esequie celebrate dal parroco di Gallio, don Lauderio Dal Bianco. A nome dei familiari una nipote ha espresso il saluto a Marisa, mettendo in luce il suo amore per la famiglia e per la vita. I referti dell’autopsia che dovrebbero accertare le cause della morte potrebbero arrivare nel giro di un mese.Ci troviamo di fronte ad una situazione tragica, dolorosa, in cui vediamo il Movimento più identificato che mai con i drammi dell’umanità di oggi”, ha scritto in questi giorni Maria Voce alle comunità del Movimento. E continua: “Ci rimane come conforto la testimonianza della generosità con cui Marisa si è data a Dio, con cui ha vissuto tutti questi anni, in piena donazione nei confronti delle altre focolarine, del lavoro che le era affidato e che portava avanti con responsabilità e impegno. Credendo più che mai nell’amore di Dio per Marisa, continuiamo a pregare per lei e per tutti i suoi familiari”. Leggi l’articolo integrale su Città Nuova: http://www.cittanuova.it/contenuto.php?TipoContenuto=web&idContenuto=333590 Per info: area stampa: https://www.focolare.org/area-press-focus/it/news/2012/02/01/marisa-bau-1963-2011/ (altro…)

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Settimana di preghiera per l’unità 2012

Approfondire conoscenze reciproche, allacciare rapporti nuovi tra cristiani di varie Chiese e proporre lo stile di vita ecumenico caratterizzato dal “dialogo della vita” insito nella spiritualità dell’unità: molte le occasioni per vivere tutto questo durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Motto di quest’anno: “Tutti sarete trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore” (1 Cor 15,51-58). Di seguito qualche flash. Italia – Da parte di tanti la Parola di vita del mese di gennaio che suggerisce come vivere il motto della Settimana, è considerata un prezioso strumento di sensibilizzazione ecumenica. A Modena è stata distribuita a tutti i presenti ad una celebrazione, suscitando vivi scambi immediati. A Biella ad un convegno che ha concluso la Settimana è stata accolta con entusiasmo la proposta di mettere a disposizione per i battesimi delle diverse Chiese presenti sul territorio – Valdese, Rumeno-Ortodossa e Russa-Ortodossa – l’antico Battistero che si trova accanto alla cattedrale cattolica, monumento del X secolo, eretto  prima di tante divisioni. L’augurio è che l’utilizzo del Battistero da parte di tutte le chiese moltiplichi le occasioni di incontro e la reciproca conoscenza tra le diverse comunità. A Bari il gruppo Ecumenico, attivo durante tutto l’anno, per la Settimana ha organizzato una serie di momenti di preghiera in varie Chiese cattoliche ed evangeliche e, per la prima volta, in una Comunità Pentecostale – la Christ Victory Church – formata soprattutto da fedeli di origine africana. Con loro si sono stabiliti rapporti che vanno al di là della preghiera, nella carità vissuta concretamente con aiuti per visite mediche, raccolta di indumenti, e altro. Francia – La celebrazione ecumenica di Lione – preparata dal Comitato diocesano per l’ecumenismo e dal Comitato dei responsabili di Chiese di Lione – è stata trasmessa da France 2 e in diretta dalla Radio francese. Le parole del Cardinale Barbarin confermavano il desiderio di lavorare per l’unità: “Non perdiamo più tempo a lamentarci sulle divisioni del passato o del presente e facciamo del tutto per evitarne delle nuove… Lanciamoci con forza nell’opera di trasformazione che la Resurrezione rende possibile”». Ecuador – Da Quito ci raccontano l’esperienza di un coro ecumenico, diretto da un sacerdote anglicano: «Un’esperienza di fraternità che, grazie alla comune passione per il canto e per il dialogo, ha fatto nascere rapporti profondi e si è ben presto trasformata in una forte testimonianza di unità. Oltre ai Focolari, ne fanno parte membri della Chiesa Episcopale, del Movimento Giovanni XXIII, della famiglia salesiana, ed altri. Il coro accompagna tutti gli anni le celebrazioni della Settimana di preghiera e altre iniziative ecumeniche. Proprio in questi giorni i membri del coro hanno deciso di partecipare al concorso “Gruppo musicale del 50° anniversario della Cooperazione Fraterna Monaco di Baviera – Ecuador”. Speriamo quindi che arrivi a tanti, anche fuori dei confini nazionali, la certezza nella piena e visibile unità». A conclusione della Settimana di preghiera, Benedetto XVI ha affermato: “Non mancano i segni positivi di una ritrovata fraternità e di un condiviso senso di responsabilità di fronte alle grandi problematiche che affliggono il nostro mondo”. Ha ricordato inoltre come “la presenza di Cristo risorto chiama tutti noi cristiani ad agire insieme nella causa del bene. Uniti in Cristo siamo chiamati a condividere la sua missione”. Le notizie internazionali di ritrovata fraternità e di gioia lo confermano. (altro…)

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Gibì e DoppiaW: online i fumetti di Walter Kostner

Sono stati in televisione, in edicola, in libreria e, soprattutto, nelle agende e nelle tasche di tanti di noi, sui biglietti di auguri inviati e ricevuti da piccoli e… da grandi.  E ora sono sbarcati sul web. Gibì e DoppiaW hanno aperto un sito, dove tutti possono trovare uno spazio di serena riflessione grazie a scritti dell’autore, giochi e canti, lettere ed esperienze di educatori, di ragazzi di bambini. Ma sono le strisce del fumetto gli elementi più importanti: come finestre sulla loro vita, le brevi storie di Gibì e DoppiaW ci rendono partecipi di un cammino straordinario e alla portata di tutti; con gli ingredienti dell’umorismo, dello stupore e dell’innocenza. Gibì e DoppiaW sono nati infatti così, dall’idea di un educatore che cercava il modo di dare una mano ad un adolescente che passava un momento difficile. Come arrivare a lui senza essere paternalistico? Avendo dimestichezza col disegno, ecco l’idea: mettere su carta un dialogo e delle avventure tra due pagliacci come scusa per trasmettere una speranza che aveva sempre  ragione d’essere. Il resto è storia. Per la valenza pedagogica ed educativa delle loro avventure, Gibì e DoppiaW sono diventati protagonisti di alcuni progetti per le scuole in Italia e poi in molte nazioni nel mondo. Grazia Honegger Fresco da oltre cinquant’anni è una delle più autorevoli autrici di opere  in campo educativo: nel 2006 ha pubblicato Gibì e DoppiaW sui “Quaderni Montessori” dichiarando: “Sono personaggi molto efficaci (…) C’è dentro la spiritualità e c’è anche il divertimento, c’è la gioia di vivere, (…) Mi sono sembrati di una grande ricchezza per le persone”. Come le migliori pellicole cinematografiche, che in bianco e nero dichiarano la loro età ma non la dimostrano affatto, anche i due personaggi usciti dalla vita e dalla penna di Walter Kostner sono cresciuti in questi anni senza mai diventare grandi. Portano benissimo il peso degli anni e delle storie, grazie alla saggezza di cui fanno dono, ma anche grazie alle sane risate che la loro compagnia provoca solitamente a chi li legge e li incontra. In un dosato equilibrio tra silenzio e parola, questi due clown a volte possono anche diventare scomodi: con la loro sfacciata sincerità e la leggera ironia, Gibì e DoppiaW,  sconvolgono il nostro quieto vivere e ci spronano a farci vicini al prossimo in modo concreto e a trovare in ogni frangente della vita il lato positivo. (altro…)

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Verso la città divina

Nel 50° anniversario della sua scomparsa e nel 150° dell’unità d’Italia una lettura del pensiero di Einaudi. Il tema della libertà è un argomento chiave per illuminare le questioni poste con vigore da Einaudi e nel volume di Tomatis evidenziate:

  • l’individuazione di classi dirigenti moralmente elevate
  • la necessità di una federazione europea e del federalismo
  • rivolto all’unità nazionale, l’importanza del risparmio familiare e del lavoro indipendente
  • il rispetto della divisione dei poteri e della superiorità delle leggi condivise

L’autore propone una lettura del pensiero di Einaudi mettendo in luce il costante ed essenziale legame tra la riflessione sulla libertà e il riferimento alla tradizione religiosa cristiana.

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Benedetto XVI: la luce di Chiara Badano

È successo domenica 5 febbraio, all’Angelus. Il Papa dedica la sua riflessione prima della preghiera mariana al Vangelo della Domenica: è la pagina in cui Gesù guarisce i malati. “Persino di fronte alla morte – commenta il Papa – la fede può rendere possibile ciò che umanamente è impossibile. Ma fede in che cosa? Nell’amore di Dio. Ecco la vera risposta, che sconfigge radicalmente il male”. “Come Gesù ha affrontato il maligno con la forza dell’amore che gli veniva dal Padre, così anche noi possiamo affrontare e vincere la prova della malattia tenendo il nostro cuore immerso nell’amore di Dio”. È a questo punto che il papa ricorda l’esempio di Chiara Luce Badano, la giovanissima di Sassello appartenente al Movimento dei focolari che la Chiesa ha proclamato beata il 25 settembre 2010. Il Papa nomina Chiara Luce tra quelle “persone che hanno sopportato sofferenze terribili perché Dio dava loro una serenità profonda”. Il Papa ha nel cuore la beata Chiara Badano “stroncata nel fiore della giovinezza – ha detto all’Angelus – da un male senza scampo: quanti andavano a farle visita, ricevevano da lei luce e fiducia! Tuttavia, nella malattia, abbiamo tutti bisogno di calore umano: per confortare una persona malata, più che le parole, conta la vicinanza serena e sincera”. Non è la prima volta che Benedetto XVI si affida all’esempio di Chiara Luce per proporre alle comunità cristiane un esempio di fiducia nell’amore di Dio. Lo aveva fatto a Palermo dove aveva chiesto ai giovani di conoscerla meglio: “una vita breve” , aveva detto, durante la quale ha saputo dare “un messaggio stupendo”. “19 anni pieni di vita e di fede. Due, gli ultimi, anche di dolore, vissuti nella fede e nella gioia che nasceva dal suo cuore pieno di Dio”. È con questa luce nel cuore che Benedetto XVI ha ricordato all’Angelus del 5 febbraio la Giornata Mondiale del Malato che la Chiesa celebrerà sabato prossimo 11 febbraio, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes.

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Video Gen 4: “Filippo”

Guarda il video: "Filippo" - durata 02:19

Parole della canzone Un uomo sul carro, dall’Africa viene, lui vuol diventare amico di Dio! Un uomo sul carro, dall’Africa viene, lui vuol diventare amico di Dio! Sul carro lui legge la Bibbia, ma poco conosce di Dio, quand’ecco che incontra Filippo che sta per la via! «Buon giorno! Ti posso aiutare? Lo sai, di Gesù sono amico! Quel libro ti posso spiegare!» «Dai, sali con me!».   Un uomo sul carro, dall’Africa viene, lui vuol diventare amico di Dio! Un uomo sul carro, dall’Africa viene, lui vuol diventare amico di Dio!   La Bibbia ora leggono insieme, Filippo gli spiega ogni cosa, quell’uomo alla fine gli dice: «Battezzami qui! Anch’io di Gesù sarò amico!» «Ed io ti battezzo, straniero, così di Gesù sei amico!» «Anch’io con Gesù!»   Un uomo sul carro nell’Africa torna portando la gioia di amare Gesù! Un uomo sul carro nell’Africa torna portando la gioia di amare Gesù!