30 Lug 2000 | Dialogo Interreligioso
Arrivati al Centro Mariapoli di Castelgandolfo, il 12 giugno, dopo una breve presentazione, hanno visto un video sull’Assemblea della WCRP ad Amman, preparato in giapponese. Hanno raccontato le loro esperienze di come cercano di vivere per gli altri, perché, come dice il Sutra del Loto, “Se il nostro cuore è uno con la volontà di Dio Budda, vedremo nascere attorno a noi migliaia di altri cuori”. E’ seguita l’esperienza di una famiglia del Movimento. Alla fine dell’incontro, il capo-delegazione ha detto che si portavano in cuore come tesoro prezioso “l’arte di amare”. Ha ricordato il primo incontro, 21 anni fa, di Chiara Lubich con Nikkyo Niwano, loro fondatore, che ha portato una profonda comunione spirituale tra i due movimenti e ha aggiunto la sua convinzione che questo incontro era nei piani di Dio Budda per costruire un mondo di pace. Alla conclusione, un patto di vivere uniti sempre in un cuore solo. Con i monaci buddisti nello Sri Lanka Il Rev. Sirisuma Saddhatissa Dhammarakita, di 85 anni, che governa 58 monasteri buddisti dello Sri Lanka, dopo aver ascoltato da uno dei responsabili del Movimento dei Focolari come cerchiamo di mettere in pratica l’arte di amare, aveva commentato: “Questo spirito dell’amore è quanto Buddha ha sempre predicato. Tu sei cristiano. Possiamo vedere un buddista, possibilmente monaco, che vive così?”. E ha invitato il monaco tailandese Thongrattana Thavorn, che da molti anni conosce il Movimento. Arrivato da Bangkok, il monaco, accompagnato da due focolarini, ha avuto importanti incontri con monaci, personalità civili e laici buddisti. Nella terribile situazione di guerra civile, il rev. Thongrattana Thavorn ha parlato della pace e dell’armonia fra religioni e razze, raccontando in modo magistrale la sua esperienza a contatto col Movimento. Ha incontrato anche alcuni indù tamil. Nel colloquio col prof. Aryaratne, personalità buddista di grande rilievo nel mondo sociale, politico e religioso di Sri Lanka, hanno vibrato le corde più profonde di queste due anime impegnate nel dialogo con le religioni. Possiamo dire che la spiritualità del Movimento ha aiutato monaci di due Paesi del buddismo Theravada, ma attualmente assai distanti, a riscoprire le loro radici comuni. La Nichiren-shu A fine giugno, sempre al Centro Mariapoli di Castelgandolfo, c’è stata la visita di una delegazione composta di sessanta buddisti – monaci e laici – della Nichiren-shu, una delle scuole buddiste più tradizionali del Giappone. Il gruppo, proveniente dal Forum Internazionale di Hannover, Germania, in occasione dell’ Expo 2000, era accompagnato dall’Arcivescovo di Osaka, Mons. Leo Ikenaga, e dal Rev. Ryusho Kobayashi della Tendai-shu, un altro gruppo buddista giapponese. Hanno sentito la storia del Movimento dei Focolari ed alcuni aggiornamenti sugli sviluppi più recenti, in particolare sul Convegno del Movimento dell’Unità in politica, conclusosi l’11 giugno. Il responsabile del gruppo, salutando a nome di tutti, diceva che qui è sembrato di trovare il centro del dialogo interreligioso del mondo. Vogliono mettersi anche loro in questo dialogo, come la Tendai-shu che ha già fatto molta strada in questo campo. “Ci sono tanti sentieri per salire sulla cima. Lì tutte le religioni si trovano in pace”. Il Rev. Kobayashi della Tendai-shu, felice di essere ritornato fra noi, diceva: “Il Movimento dei Focolari è diffuso anche nel mondo buddista. Il loro vivere per gli altri è come per i buddisti mettere in pratica lo spirito del bodhisattva e qui abbiamo tanto da imparare per tramandarlo poi ai nostri giovani”. Mons. Ikenaga di Osaka ha detto che questo viaggio è stato per lui un’esperienza straordinaria in mezzo ai buddisti, perché per far camminare il mondo verso la direzione giusta per la pace occorre la collaborazione interreligiosa. Alla fine il Rev. Takeuchi, della Nichiren-shu, concludeva: “Qui davanti ai dirigenti del Focolare vorrei dire una cosa: il nostro fondatore Nichiren (750 anni fa) ha cercato di unire le scuole del buddismo attraverso il dialogo ed è stato perseguitato per questo. (…) Incontrando il Focolare ho capito che nel 21° secolo occorre vivere il dialogo. Per i cristiani e per i buddisti il primo nemico è il razionalismo moderno. Per controbatterlo dobbiamo trovare una nuova teoria e ciò non è possibile senza collaborare”. (altro…)
30 Giu 2000 | Parola di Vita
San Paolo scrive di aver avuto grandi rivelazioni . Ma Dio ha permesso anche che fosse colpito da grandi prove e, fra le altre, da una tutta particolare che lo accompagnava e lo tormentava continuamente. Si trattava forse di una malattia, di un disturbo fisico permanente che, oltre ad essere particolarmente fastidioso, gli era di impedimento nell'attività e gli dava la netta sensazione del suo limite umano. Ripetutamente Paolo supplicava il Signore di liberarlo da questa sofferenza, finché gli fu rivelato il perché di una tale prova e cioè che la potenza di Dio si manifesta pienamente nella nostra debolezza, che ha il solo scopo di dar spazio alla forza di Cristo. E' per questo che Paolo può dire:
Quando sono debole, è allora che sono forte».
La nostra ragione si ribella ad una simile affermazione, perché vi vede una lampante contraddizione o semplicemente un ardito paradosso. Invece essa esprime una delle più alte verità della fede cristiana. Gesù ce la spiega con la sua vita e soprattutto con la sua morte. Quando ha compiuto l'Opera che il Padre gli ha affidato? Quando ha redento l'umanità? Quando ha vinto sul peccato? Quando è morto in croce, annientato, dopo aver gridato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. Gesù è stato più forte proprio quando è stato più debole. Gesù avrebbe potuto dare origine al nuovo popolo di Dio con la sua sola predicazione o con qualche miracolo in più o qualche gesto straordinario. Invece no. No, perché la Chiesa è opera di Dio ed è nel dolore e solo nel dolore che fioriscono le opere di Dio. Dunque nella nostra debolezza, nell'esperienza della nostra fragilità si cela un'occasione unica: quella di sperimentare la forza del Cristo morto e risorto e poter affermare con Paolo:
«Quando sono debole, è allora che sono forte».
Momenti di debolezza, di frustrazione, di scoraggiamento li passiamo tutti. Abbiamo spesso da sopportare dolori di ogni genere: avversità, situazioni dolorose, malattie, morti, prove interiori, incomprensioni, tentazioni, fallimenti… Cosa fare? Per essere coerenti col cristianesimo e se vogliamo viverlo con radicalità, dobbiamo credere che quelli sono momenti preziosissimi. Perché? Ma perché proprio chi si sente incapace di superare certe prove che si abbattono sul fisico e sull'anima, e perciò non può far calcolo sulle sue forze, è messo in condizione di fidarsi di Dio. E Lui interviene, attirato da questa confidenza. Dove Lui agisce, opera cose grandi, che appaiono più grandi, proprio perché scaturiscono dalla nostra piccolezza. Benediciamo dunque questa nostra piccolezza, questa nostra debolezza, perché per esse possiamo far posto a Dio e avere da Lui la forza per continuare a “credere contro ogni speranza” (Cf Rm 4,18) e ad amare concretamente fino alla fine. Come in Svizzera è accaduto ai genitori di un tossicodipendente che non si sono arresi e hanno tentato di curarlo con ogni mezzo. Ma invano. Un giorno egli non torna più a casa. Sentimenti di colpa, paura, impotenza, vergogna, nei genitori. Ma è l'incontro con una tipica piaga della nostra società in cui vedere il volto di Cristo Crocifisso, e trovare nuova forza per continuare a sperare e ad amare. Superando la sfinitezza e l'impotenza, i familiari sentono in cuore una energia mai provata e si aprono alla solidarietà. Organizzano un gruppo di famiglie che affrontano la situazione, aiutano e portano panini e the ai ragazzi della Platzspitz, allora l'inferno della droga a Zurigo. Lì un giorno ritrovano il loro figlio, lacero e sfinito. Con l'aiuto anche di altre famiglie è possibile iniziare e portare a termine il suo lungo cammino di liberazione.
Chiara Lubich
28 Giu 2000 | Focolari nel Mondo
Dal Centro America la storia di una coppia e del loro reciproco riavvicinamento, fino ad affrontare insieme la prova suprema: la malattia e la morte di un figlio «Sposati da 20 anni, abbiamo 5 figli: otto anni fa la nostra famiglia si trovò in grave difficoltà. La povertà ci costringeva a vivere in modo sempre precario e la guerra impediva ogni iniziativa; ma la cosa più grave era il nostro rapporto di coppia che sembrava finito. Non ci eravamo sposati in chiesa e, anche se non rifiutavamo la religione, non potevamo dirci veramente cristiani. Si è sommato presto anche il vizio dell’alcool ad impedirci ogni dialogo. Eravamo in questa situazione – racconta E. – quando mi hanno invitato in Mariapoli, un incontro di più giorni promosso dal Movimento dei Focolari. Com’era diversa la vita lì! Mi sono sentita subito accolta e amata per quella che ero e nacque in me il desiderio di imitare quelle persone. Al ritorno a casa cominciai ad amare i miei, specie mio marito, che, accortosi della gioia che c’era in me, volle accompagnarmi all’incontro successivo… Nasce così a poco a poco in entrambi il desiderio di regolarizzare la nostra unione col sacramento del matrimonio, ed è festa grande il giorno in cui possiamo realizzare questo sogno, insieme ad altre due coppie nelle stesse condizioni. Ricevuto Gesù Eucarestia, avvertiamo una grazia particolare per noi e per la nostra famiglia. Seguono anni molto belli: ora affrontiamo insieme le difficoltà della vita, anziché subirle come ci accadeva in precedenza. E anche nel dolore che bussa alla nostra porta sperimentiamo l’amore di Dio. All’improvviso il nostro primogenito accusa un malessere e, dopo una serie di accertamenti sempre più approfonditi, viene diagnosticato l’AIDS. E’ un dolore immenso; sembra che il mondo ci caschi addosso. Ma non siamo soli. L’amore delle persone che condividono con noi la nuova vita ci fa scoprire in questa tragedia il volto di Gesù che in croce grida l’abbandono del Padre. Con il loro aiuto troviamo la forza di dire il nostro ‘sì’ a Dio. Nostro figlio, come un miracolo, aiutato dall’amore di tutti, accetta questa grande prova: vive i due anni della malattia come una continua, faticosa ma straordinaria salita verso il Cielo. Mio marito sente il peso della vita passata e pensa che nostro figlio ne stia pagando il prezzo. Spesso non riesce a varcare la porta di quella stanza. Ma ancora una volta l’amore vince. Quando un giorno si trova solo con lui, lo sente dire con un filo di voce: ‘Papà, prometti, non a me ma a Dio, che avrai una grande cura della mamma e dei fratelli’. E’ il testamento di nostro figlio: lui paga perché questa nuova vita sia sempre tra noi. Prossimo alla fine, continua a ripetere a ciascuno: ‘L’amore, l’amore è l’unica cosa che vale!’. Ora che fisicamente lui non è più tra noi, lo sentiamo più che mai presente: questo dolore vissuto insieme ci ha purificato, ci ha unito di più a Dio e tra di noi, e ci ha spalancato la porta sulla vita che non muore». (E. L. – Centro America) (altro…)
21 Giu 2000 | Non categorizzato
“Il grande progetto politico della modernità prevedeva, come sintetizza il motto della rivoluzione francese, ‘libertà, uguaglianza, fraternità’. Se i primi due principi hanno conosciuto forme parziali di attuazione, la fraternità, invece, sul piano politico, è stata pressoché dimenticata. Proprio questa la caratteristica specifica del nostro Movimento: la fraternità; e per essa acquistano significati nuovi e potranno venire più pienamente raggiunte anche la libertà e l’uguaglianza”. (Chiara Lubich) E’ un nuovo volto del mondo della politica quello che si è intravisto al 1° Convegno mondiale del Movimento dell’unità. Lo si desume anche dai partecipanti: più di 800. Oltre alle personalità, un universo composito: vengono dai cinque continenti, appartengono a diverse formazioni politiche – dal segretario di un partito comunista europeo a rappresentanti di partiti di destra –, fanno politica ai livelli più diversi o invece la studiano. Non mancano segretari comunali e membri di organismi europei. In comune, una passione: quell’arte del gestire la cosa pubblica che sembra aver perso il contatto con la gente. Una passione condivisa da Chiara Lubich: “Al mondo politico – dice nel suo intervento – abbiamo sempre riservato particolare attenzione, perché esso ci offriva la possibilità di amare il prossimo in un crescendo di carità: dall’amore interpersonale ad un amore più grande verso la polis”. Commenterà Livia Turco, del partito Democratico della Sinistra, ministro italiano per la solidarietà sociale: “Mai avevo udito una persona che, a partire dal Vangelo, attribuiva una così grande autorevolezza e importanza alla politica. Mi ha scosso, perché di solito ci si aspetta molto poco dalla politica e anzi se ne parla male”. E Gianfranco Fini, Segretario del partito italiano di destra Alleanza nazionale: “Una proposta da meditare a fondo”. Non solo idee, ma molti fatti. Dai partecipanti emerge questa convinzione: nella fraternità può trovarsi la base su cui lavorare per ogni altro valore, perché l’uguaglianza vissuta senza fraternità diventa massificazione e la libertà lasciata in balia di se stessa diventa individualismo. La fraternità assume diverse sfumature. C’è quella sottolineata da Roberto Mazzarella di Palermo, che, lavorando per gli immigrati siciliani all’estero, ha introdotto questo concetto al centro della propria azione. Johnson, di Recife, racconta come sia passato dall’estrema povertà ad assumere un compito politico, quale rappresentante di s. Teresina, un’isola prima talmente degradata da essere denominata Isola dell’Inferno. Dall’Irlanda del Nord, giungono note di fraternità anche dai campi minati della convivenza tra cattolici e protestanti: “Possiamo far avanzare nei rapporti interpersonali quella fraternità che è contagiosa e che prima o poi porta frutto”. Fraternità anche nel rapporto tra eletti ed elettori. Un esempio viene da Piracicaba, in Brasile, dove un gruppo di una cinquantina di elettori è riuscito a convincere i candidati a promuovere valori positivi nel loro programma, verificandone poi l’attuazione con puntualità e efficacia. Dalle Filippine, invece, una testimonianza dello sforzo di preparare con una vasta azione informativa, i cittadini più poveri e analfabeti a prendere coscienza dei loro diritti, a fare scelte libere. Mezzi: media, incontri nelle scuole, nei quartieri, lettere. Il pensiero politico e la storia in cui ha radice il Movimento dell’unità sono stati approfonditi dagli interventi di Chiara Lubich e Tommaso Sorgi che, con Igino Giordani, fu tra i primi deputati che trovarono nella spiritualità dell’unità nuova ispirazione politica. Non è mancata la dimensione internazionale, essendo la mondialità uno degli orizzonti primari del Movimento, approfondita dal prof. Vincenzo Buonomo. Si è parlato d’Europa: è emersa una visione non solo economica, ma culturale, secondo un modello di unità nella molteplicità che consente ad ogni popolo di vivere la propria diversità come dono. Alla tavola rotonda hanno partecipato politici dell’Est e dell’Ovest europeo e rappresentanti del continente sud-americano. (altro…)
14 Giu 2000 | Focolari nel Mondo
Produciamo programmi televisivi per le reti nazionali di Belgio e Olanda e per emittenti commerciali. Sin dall’inizio abbiamo scelto di fare programmi di generi molto vari, cioè dal divertimento ai reportage, programmi per giovani, programmi di giochi, e ultimamente anche programmi religiosi. Ci interessa il pubblico più vasto possibile, perché la gente guarda tanta televisione e ne resta influenzata. Per questo motivo è importante fare programmi anche di intrattenimento, ma non per questo scadendo in qualità. Alcune nostre produzioni raggiungono durante l’anno l’audience più alta. In questo momento lavoriamo in 25 persone fisse, più una trentina di free lance (registi, cameramen, tecnici, ecc.). Da sempre nella Sylvester Productions abbiamo cercato di lavorare insieme, ascoltandoci reciprocamente, valorizzando le idee di ciascuno, e con molto rispetto per il pubblico, per i produttori e per l’intero sistema dei media. Nella produzione dei program mi miriamo ad un’alta qualità, come contenuto e come forma. Ad esempio, “Stop! Contatto” è un programma per ragazzi che abbiamo realizzato per una emittente nazionale belga. In ognuna delle 26 trasmissioni sono stati intervistati un ragazzo e una ragazza quindicenni, riguardo alla loro vita. Questi giovani non si conoscevano tra di loro. In un secondo tempo, insieme al presentatore, si confrontavano in una sfida reciproca. Per noi era molto importante l’intervista iniziale per poterli conoscere meglio. Una delle nostre collaboratrici si era accorta con sorpresa che i giovani mostravano anche interesse per argomenti più profondi, come la morte, la fede in Dio, ecc.. Avrebbero discusso di queste cose, ma spesso non trovavano con chi parlarne. L’emittente riteneva che trattare questi temi fosse troppo serio per un programma rivolto ai giovani; pensava che ci sarebbe stato un crollo dell’audience. A noi sembrava impor tante invece dare questa opportunità ai ragazzi. Abbiamo insistito con la direzione e, attraverso un dialogo approfondito, abbiamo ottenuto di poter trattare questi argomenti. E l’audience è stata superiore al previsto. Sono stato particolarmente felice che quest’idea non fosse stata lanciata da me, ma da una collaboratrice giovane, cresciuta nel clima della nostra azienda. (altro…)
9 Giu 2000 | Focolari nel Mondo
Con il ritorno della democrazia in Argentina, nel 1983, si sono aperte nuove possibilità di partecipazione ed espressione in tutti i campi. La nostra esperienza inizia nella zona della periferia di Buenos Aires nota col nome di “quartieri spazzatura”, dove M. era maestra. Con un gruppo di amici abbiamo cominciato a collaborare alle affività di alcune delle ìstituzionì già esistenti: scuole, chiese, comitati di quartiere, ecc. A un certo punto ci fu chiaro che non volevamo essere persone che aiutano dal di fuori, ma volevamo lavorare come parte stessa della comunità, come suoi abitanti. E così nel 1984 ci siamo trasferiti lì con il nostro primo figlio di quattro mesi e lì sono cresciute anche le altre nostre due figlie. Abbiamo subito avvertito che in quel quartiere, dove anche infrastrutture sanitarie, educative, stradali, idriche erano inesistenti, quel che mancava di più era la comunicazione a tutti livelli, dentro le istituzioni, fra di esse e la gente, fra i diversi gruppi e organizzazioni, e perfino tra le famiglie vicine. La ricerca di una nuova comunicazione è stato un compito entusiasmante per tanti di noi. Diapositive, cortometraggi, storie sonore, giornale murale, musica, teatro popolare, un giornale del quartiere arrivato a duemila copie, un megafono, una macchina fotografica, finché è maturato il progetto di una radio comunitaria. La radio sorge come espressione di varie organizzazioni: negozi popolari, gruppi giovanili, centri di comunicazione popolare, gruppi di donne, diverse cooperative. Dagli inizi porta un’impronta: è una radio che non solo dice, ma fa. I suoi speaker non sono professionisti, ma animatori della comuni- tà. I suoi obiettivi di base sono diffondere le attività delle organizzazioni comunitarie; recuperare l’identità culturale nazio nale e locale; incentivare gli artisti locali; collegare in rete i diversi quartieri dove arriva l’emittente. Abbiamo detto che Radio Reconquista non solo parla ma fa, e che i suoi speaker sono abitanti impegnati in diversi compiti: docenti, studenti, operatori sanitari, sacerdoti, quindi in qualsiasi emergenza tutta la radio si mobilita prestando servizio. Viviamo l’opzione per i poveri non solo per solidarietà con chi soffre, ma come un’azione di inculturazione e di ricerca. È in gioco una cultura popolare da conservare come un tesoro, nonostante gli influssi di tanta comunicazione distruttiva, favorendo la costruzione di un progetto di vita sociale più giusto. Quello che è stato finora conservato nell’intimità, nascosto, difeso in un guscio di fronte alla società di consumo aggressiva (cioè i valori e i costumi della vita rurale e di provincia), riprende vita nella musica e nel recupero della parola. È come un’Argentina dimenticata, a volte disprezzata dai grandi mezzi di comunicazione, che trova la sua espressione nel “rito” della radio. Ai giovani che crescono in questa nuova sintesi culturale tra il mondo urbano e quello rurale, la radio del quartiere per mette dì esprimersi senza imitare la scala di valori o disvalo ri imposta dai grandi media. (M. e R. B. – Argentina) (altro…)
8 Giu 2000 | Focolari nel Mondo
È profondamente radicata in me la convinzione che il mondo tende all’unità. Il mondo unito, ha detto il Papa Giovanni Paolo II, è una di quelle idee che fanno la storia. Qualche anno fa questa convinzione in me è entrata in crisi con lo scoppio della guerra in Serbia. Ho cercato in qualche modo di reagire. Nella nostra emittente in quei giorni abbiamo innanzitutto raccontato quello che si faceva per i profughi kosovari, sottolineando le storie e a volte l’eroismo dei volontari. Poi sono andato a cercare quello che veniva considerato il “nemico”, il popolo serbo. Al di là delle ragioni delle parti in conflitto, sentivo che era giusto far vedere ai telespettatori come vittime innocenti subiscono il dramma della guerra. Il mio TG ogni sera ha mandato in onda, con la traduzione italiana, i servizi sulla guerra realizzati dal TG serbo. Un’iniziativa che è stata subito ripresa dalla principale agenzia di stampa nazionale italiana. La ragazza interprete aveva la sua famiglia a Nis, per cui ogni sera tutta la redazione viveva con lei l’angoscia di sapere dove fossero cadute le bombe. Ad aprile, durante il conflitto, mi trovavo in una sala per un congresso, e ho ascoltato la storia degli inizi del Movimento dei Focolari, durante l’ultima guerra mondiale, e di come, in ogni situazione, anche se la guerra ci angoscia, dobbiamo vivere quell’amore evangelico che porta all’unità. Ci voglio credere, mi sono detto. All’improvviso una telefonata da Milano mi fa partire immediatamente con un aereo privato per un reportage in Albania e Macedonia. Così nel giro di poche ore mi sono trovato da Castelgandolfo ai campi profughi di Tirana e al confine di Blace, tra Macedonia e Kosovo, catapultato tra quelle tende polverose, pronto a scorgere con la telecamera la paura, il dolore, la sconfitta dei profughi, prime vittime del conflitto. Ma appena ho messo piede nel primo campo ho avuto quasi uno choc: ho visto soprattutto persone che si volevano bene. Bambini che giocano, sorrisi accoglienti di chi ti invita nella propria tenda, la dignità e la bellezza del popolo kosovaro. Ho sentito una profonda serenità, che mi ha commosso. Dietro la telecamera mi sono detto: pensavo di trovare l’inferno e ho trovato un pezzo di umanità che, pur soffrendo, sa ancora amare. Ed è l’immagine di questa umanità che ho mostrato al TG. (D.M. – Italia) (altro…)
7 Giu 2000 | Focolari nel Mondo
Nel cuore del Sudamerica si trova la Bolivia, paese ricco di tradizioni ed espressioni culturali diverse. Il suo territorio presenta diverse regioni, varie per clima e paesaggio. Dalle foreste amazzoniche all’altipiano, a più di 3.000 metri sul livello del mare. In ogni zona si sono sviluppate e permangono diverse culture ed etnie che contribuiscono alla ricchezza di questa nazione. In questa diversità si colloca il popolo Aymara, una cultura millenaria che conserva i suoi costumi, riti, tradizioni e lingua. La sua visione del cosmo è molto diversa da quella del mondo occidentale. Hanno un rapporto molto speciale con la natura, e la loro organizzazione sociale e lavorativa ha un forte senso comunitario. Le popolazioni aymara sono molto distanti l’una dall’altra, sparse nell’altipiano boliviano. In una di queste comunità è nata, 45 anni fa, Radio San Gabriel, come mezzo di espressione di questo popolo. Nel 1977 padre José Canut si trasferì dalla Spagna alla Bolivia per assumersi la responsabilità della radio. A contatto con il popolo Aymara ha dovuto perdere la propria cultura per poter entrare in quella cultura millenaria. Nel vederli lavorare ai loro rustici telai ha scoperto l’intelligenza di questo popolo e ha pensato: se possono maneggiare più di 100 fili per volta con tanta agilità, non sarebbe difficile per loro “giocare” con un po’ di bottoni. Questo ragionamento gli ha dato la certezza che gli aymara stessi avrebbero potuto farsi carico della radio. Radio San Gabriel è ora una radio degli indigeni e per gli indigeni e compie una funzione sociale importante di servizio ed educazione. La programmazione, produzione, operazione e speakeraggio sono realizzate da loro nella propria lingua. Sono fieri perché il 90% del personale è aymara. (P.A.) (altro…)
31 Mag 2000 | Parola di Vita
Questa Parola è nel cuore dell'inno che Paolo canta alla bellezza della vita cristiana, alla sua novità e libertà, frutto del battesimo e della fede in Gesù che ci innestano pienamente in lui, e per lui nel dinamismo della vita trinitaria. Diventando una persona sola con Cristo, ne condividiamo lo Spirito e tutti i suoi frutti, primo fra ogni altro la figliolanza di Dio. Anche se Paolo parla di “adozione” , lo fa soltanto per distinguerla dalla posizione di figlio naturale che compete solo all'unico Figlio di Dio. La nostra non è una relazione col Padre puramente giuridica come sarebbe quella di figli adottivi, ma qualcosa di sostanziale, che muta la nostra stessa natura, come per una nuova nascita. Perché tutta la nostra vita viene animata da un principio nuovo, da uno spirito nuovo che è lo stesso Spirito di Dio. E non si finirebbe più di cantare, con Paolo, il miracolo di morte e resurrezione che opera in noi la grazia del battesimo.
«Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio».
Questa Parola ci dice qualcosa che ha a che fare con la nostra vita di cristiani, nella quale lo Spirito di Gesù introduce un dinamismo, una tensione che Paolo condensa nella contrapposizione fra carne e spirito, intendendo per carne l'uomo intero (corpo e anima) con tutta la sua costituzionale fragilità e il suo egoismo continuamente in lotta con la legge dell'amore, anzi con l'Amore stesso che è stato riversato nei nostri cuori. Coloro infatti che sono guidati dallo Spirito, devono affrontare ogni giorno il “buon combattimento della fede” per poter rintuzzare tutte le inclinazioni al male e vivere secondo la fede professata nel battesimo. Ma come?
Si sa che, perché lo Spirito Santo agisca, occorre la nostra corrispondenza, e san Paolo, scrivendo questa Parola, pensava soprattutto a quel dovere dei seguaci di Cristo, che è proprio il rinnegamento di sé, la lotta contro l'egoismo nelle sue forme più svariate. Ma è questa morte a noi stessi che produce vita, così che ogni taglio, ogni potatura, ogni no al nostro io egoistico è sorgente di luce nuova, di pace, di gioia, di amore, di libertà interiore; è porta aperta allo Spirito. Rendendo più libero lo Spirito Santo che è nei nostri cuori, egli potrà elargirci con più abbondanza i suoi doni, e potrà guidarci nel cammino della vita.
«Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio».
Come vivere allora questa Parola? Dobbiamo anzitutto renderci sempre più coscienti della presenza dello Spirito Santo in noi: portiamo nel nostro intimo un tesoro immenso; ma non ce ne rendiamo abbastanza conto. Possediamo una ricchezza straordinaria; ma resta per lo più inutilizzata. Poi, affinché la sua voce sia da noi sentita e seguita, dobbiamo dire di no a tutto ciò che è contro la volontà di Dio e dire di sì a tutto il suo volere: no alle tentazioni, tagliando corto con le relative suggestioni; sì ai compiti che Dio ci ha affidato; sì all'amore verso tutti i prossimi; sì alle prove e alle difficoltà che incontriamo… Se così faremo lo Spirito Santo ci guiderà dando alla nostra vita cristiana quel sapore, quel vigore, quel mordente, quella luminosità, che non può non avere se è autentica. Allora anche chi è vicino a noi s'accorgerà che non siamo solo figli della nostra famiglia umana, ma figli di Dio.
Chiara Lubich
14 Mag 2000 | Focolari nel Mondo
Quando Patrick ha cominciato a frequentare l’asilo a Freetown, un giorno in cui si facevano gare sportive, è stato scelto come rappresentante della sua classe per la corsa. Durante la competizione Patrick era in testa, quando improvvisamente il bambino che era dietro di lui ha traballato ed è caduto. Patrick se ne è accorto, si è fermato, è tornato indietro per aiutarlo. L’insegnante gli ha gridato di non fermarsi, di continuare a correre per arrivare primo, ma Patrick ha continuato ad aiutare l’altro bambino ad alzarsi. Tutti i bambini che correvano li hanno superati e quando quello caduto si è rialzato, ha continuato a correre lasciando Patrick indietro. Alla fine della corsa, invece di arrivare primo Patrick è stato l’ultimo. Ma, sul campo della gara, la persona più felice ero io, il suo papà, perché ho visto cosa possono fare i bambini quando cercano di mettere in pratica il Vangelo. Patrick si era reso conto che quel bambino aveva bisogno di aiuto e questo è stato per lui molto più importante che vincere la corsa. In seguito il maestro di Patrick, sorpreso per il comportamento del bambino, è venuto a trovarmi per chiedere come mai il piccolo avesse agito così. Questa pur piccola esperienza ci pare molto significativa. Vi si può cogliere un seme di speranza per una “nuova” Sierra Leone. (altro…)
3 Mag 2000 | Chiara Lubich, Dialogo Interreligioso, Focolari nel Mondo, Spiritualità
E’ stato con una grande festa che i popoli Bangwa e Nweh-Mundani hanno accolto Chiara Lubich a Fontem (Camerun) nel cuore della foresta, a oltre 30 anni dalla sua ultima visita nel 1969. La grande spianata e la collinetta soprastante erano gremite. Una festa di canti e danze che esaltavano il valore della vita: la danza della fecondità della terra, poi delle madri dei gemelli e infine quella del Fon con tutti i capi tribù. In segno di riconoscenza per i valori spirituali portati dal Movimento, la Mafua (regina) di Fontem, Cristina, ha fatto indossare a Chiara un vestito africano simile al suo e il Fon, dott. Lucas Njifua, le ha posto sul capo un caratteristico copricapo ornato con penne di uccello. Le parole del Fon, sottolineate da un lungo applauso, esprimevano gratitudine per il contributo spirituale dato alla popolazione, più ancora che per le molte opere realizzate dal Movimento a Fontem. “Quando abbiamo il timore di Dio allora siamo in pace. Ci aiuta ad avere una buona morale. Anche per la lotta alla piaga dell’Aids è importante questa coscienza morale“. Le parole di Chiara e la sua proposta finale sono state accolte da tutti con immediatezza: la grande festa è stata suggellata da un patto di amore scambievole tra tutta la popolazione, forte e vincolante, espresso con una stretta di mano: “E’ come un giuramento in cui ci impegniamo ad essere sempre nella piena pace fra noi e a ricomporla sempre, ogni volta si fosse incrinata. Solo se l’amore continuerà a brillare in questa città, la benedizione continuerà a scendere dal Cielo per voi, per i vostri figli, per i vostri nipoti.”
E’ infatti proprio l’esperienza di “una benedizione dal Cielo” che segna la storia della cittadina di Fontem: ha preso forma, in poco più di 30 anni, a partire da un piccolo villaggio sperduto nel cuore della foresta, dove la tribù dei Bangwa rischiava l’estinzione per l’altissima mortalità infantile che aveva superato il 90 per cento. Chiara ne ripercorre le tappe: “Siamo nel 1964. Mons. Peeters, il vescovo di una cittadina vicina, riceve una delegazione mandata dal Fon di Fontem, che porta un’offerta. Chiede al vescovo di far pregare i cristiani perché Dio mandi loro aiuto. Il vescovo si rivolge ai focolarini. I primi medici e infermieri arrivano a Fontem agli inizi del ’66. Inizia il primo dispensario in una capanna”. Pochi mesi dopo Chiara visita Fontem. “Ricordo, e lo racconto spesso, come la prima volta io avessi sentito, al momento del raduno nella grande spianata, la presenza di Dio, quasi un sole che tutti ci avvolgeva. E come quella presenza ci avesse dato la forza, l’entusiasmo, la luce per incominciare insieme quest’avventura divina“. Ora si vede apparire un’armoniosa cittadina, con case, chiesa, ospedale, college, scuole elementari e materne, attività lavorative. E’ stato costruito l’acquedotto, arriva l’energia elettrica, strade collegano Fontem con villaggi vicini. Chiara esprime una grande gioia, “soprattutto perché posso costatare che quanto ci aveva fatto prevedere il Signore, durante la seconda visita, nel lontano ’69, si è realizzato“. Suscita commozione in tutti il ricordo di quelle sue parole: “Vedo sorgere in questo posto una grande città che diverrà famosa in tutto il mondo, non tanto perché avrà ricchezze materiali, ma perché in essa brillerà una luce che illuminerà; è la luce che scaturisce dall’amore fraterno tenuto acceso fra noi, in nome di Dio. E qui accorrerà tanta gente per imparare come si fa ad amare“. Da allora questa città è stata meta di molti, da tutta l’Africa, così segnata da conflitti etnici. “Fontem è divenuta centro di irradiazione dell’amore evangelico nel resto dell’Africa e nel mondo”. In questi anni il popolo Bangwa e i popoli vicini Nweh-Mundani, di religione animista, hanno conosciuto il cristianesimo. Chiara, nel suo saluto, richiama il grande messaggio del Giubileo, anno della riconciliazione e del perdono. Ma non tutti sono cristiani. Rivolgendosi a chi è di altre chiese o di altre religioni, ricorda la cosiddetta “regola d’oro“, presente in tutte le religioni del mondo: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te“. “Perciò tutti – aggiunge – possiamo e dobbiamo continuare ad amarci“. Questa la vocazione di Fontem. Quel patto dell’amore scambievole ha avuto la nota di una grande solennità. Viva la consapevolezza che è la garanzia perché “anche in futuro, la vocazione di Fontem possa continuare ad essere – come dice Gesù – ‘città sul monte’ perché tutti la possano vedere ed imitare“. L’eco di Fontem in questi anni ha raggiunto il mondo, proprio perché lo sviluppo della città è dovuto agli aiuti giunti dal movimento, da tutti i continenti. Chiara infatti nel ’68 lanciava l’Operazione Africa, rivolgendosi soprattutto ai giovani. Ed ha avuto il via una mobilitazione mondiale di comunione di beni durata vari anni, animata dalla presa di coscienza di “dover far giustizia” e contribuire “a colmare il debito che il mondo occidentale ha verso quel continente“. E, insieme a questa grande mobilitazione di solidarietà, di pari passo si sono scoperte le ricchezze dei valori e tradizioni africane. (altro…)
30 Apr 2000 | Parola di Vita
Il discorso d'addio, dopo l'ultima Cena, è ricchissimo di insegnamenti e di raccomandazioni che, con cuore di fratello e di padre, Gesù dona ai suoi di tutti i secoli. Se tutte le sue parole sono divine, queste hanno accenti particolari, essendo quelle in cui il Maestro e Signore condensa la sua dottrina di vita in un testamento che sarà poi la magna charta delle comunità cristiane. Accostiamoci dunque alla Parola di vita di questo mese, che fa parte appunto del testamento di Gesù, con il desiderio di scoprirne il senso profondo e nascosto, per poterne informare tutta la nostra vita. Leggendo questo capitolo di Giovanni, la prima cosa che balza agli occhi, è l'immagine della vite e dei tralci, così familiare a un popolo che da secoli pianta vigne e coltiva viti da uva. E sa bene che solo il tralcio bene innestato nel tronco può diventare verde di foglie e ricco di grappoli. Mentre quello tagliato, avvizzisce e muore. Non c'era un'immagine più forte per dire quale è la natura del nostro legame con Cristo. Ma c'è anche una parola che risuona con insistenza in questa pagina di Vangelo: “rimanere”, nel senso di essere saldamente legati e intimamente inseriti in lui, quale condizione per ricevere la linfa vitale che ci fa vivere della sua stessa vita. “Rimanete in me e io in voi”, “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto”. “Chi non rimane in me viene gettato via”. Quindi questo verbo “rimanere” deve avere un significato e un valore essenziali per la vita cristiana.
«Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato».
“Se”. Questo “se” indica una condizione che sarebbe impossibile ad ogni persona di osservare, se per primo Dio non le si fosse fatto incontro. Anzi, di più: se non si fosse a tal punto calato nell'umanità da farsi una sola cosa con essa. E' lui che per primo si innesta, per così dire, nella nostra carne con il Battesimo e la vivifica con la sua grazia. Sta poi a noi realizzare nella nostra vita ciò che il Battesimo ha operato e scoprire le inesauribili ricchezze che vi ha deposto. Come? Vivendo la Parola, facendola fruttare, dandole stabile dimora nella nostra esistenza. Rimanere in lui significa far sì che le sue parole rimangano in noi, non come pietre in fondo a un pozzo, ma come semi nella terra, perché a suo tempo germoglino e diano frutto. Ma rimanere in lui significa soprattutto – come Gesù stesso spiega in questo passo del Vangelo – rimanere nel suo Amore. E' questa la linfa vitale che sale dalle radici, al tronco e fin nei tralci più distanti. E' l'amore che ci lega a Gesù, che ci fa un tutt'uno con lui, come membra – diremmo oggi – “trapiantate” nel suo corpo; e l'amore consiste nel vivere i suoi comandamenti che si riassumono tutti in quel grande e nuovo comandamento dell'amore reciproco. E quasi per darci una conferma, perché possiamo avere la riprova che siamo innestati in lui, ci promette che ogni nostra preghiera sarà esaudita.
«Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato».
Se è lui stesso a chiedere non può non ottenere. E se noi siamo un tutt'uno con lui, sarà lui stesso a chiedere in noi. Se dunque ci mettiamo a pregare, e a domandare qualcosa a Dio, chiediamoci prima “se” abbiamo vissuto la Parola, se siamo rimasti sempre nell'amore. Chiediamoci se siamo sue parole vive, e un segno concreto del suo amore per tutti e per ciascuno di quelli che incontriamo. Può essere pure che si chiedano grazie, ma senza avere nessuna intenzione di adeguare la nostra vita a quanto Dio domanda. Sarebbe giusto allora che lui ci esaudisca? E questa preghiera non sarebbe forse diversa, se sbocciasse dalla nostra unione con Gesù, e se fosse lui stesso in noi a suggerire le richieste al Padre suo? Quindi chiediamo pure qualsiasi cosa, ma preoccupiamoci prima di tutto di vivere la sua volontà, le sue parole, affinché non siamo più noi a vivere, ma lui a vivere in noi.
Chiara Lubich
14 Apr 2000 | Focolari nel Mondo
A casa c’era un’aria di festa. Per una coincidenza un po’ eccezionale ci ritroviamo: noi due, i bambini, i miei genitori, mia sorella e anche i miei fratelli che, da molti anni ormai sono lontani da casa e non solo fisicamente. Improvvisamente papà si sente male. Non parla più. In pochi minuti quella che doveva essere la festa di famiglia, si avvia ad essere una tragedia. Comincia la corsa agli ospedali: non si trova posto per un malato così grave, anziano. Finalmente lo accettano a un reparto di rianimazione. I miei fratelli, essendo medici si prodigano dapprima con l’impegno di veri professionisti come sono, poi, dopo anni di contestazione di rifiuto, ritrovano per lui quell’amore puro dell’infanzia. Papà esce fuori dal coma. Con parole rotte dalla commozione gli chiedono perdono, gli dicono tutto il bene che gli vogliono. Ma il pericolo di morte non è scongiurato. Sembra arrivata l’ultima ora. Sono proprio loro, agnostici e di fede materialistica, che per ben due volte gli fanno avere l’unzione degli infermi. Uno dei miei fratelli gli sussurra: “Vai, vai sicuro papà. Sono certo che ci rivediamo nell’altra vita”. E’ un’arrivederci. La morte il lunedì verso sera. Tutto è compiuto. E’ un dolore lacerante, ma , davanti a quel corpo che mi ha dato la vita, sento che mio padre non è lì. Sento che è in tutto l’amore umile, concreto che ha sempre dato a ciascuno di noi. Ora tocco con mano, con stupore la verità di quelle Parole di Gesù: “Quando sarò innalzato in croce trarrò tutti a me”. Ora, entrato nella vita senza fine papà continua a operare fra noi, finalmente riuniti. Ai funerali un’aria di serenità e di pace. Accanto a noi i miei fratelli. Da anni non avevano più voluto partecipare a manifestazioni religiose, ora li sento rispondere alla messa, cantare, con una fermezza che è qualche cosa di più di una testimonianza, è una certezza che hanno ritrovato. (altro…)
31 Mar 2000 | Parola di Vita
Questa parola di Gesù è stupenda. In essa è la chiave del cristianesimo. Era vicina la Pasqua dei giudei e, nella folla dei pellegrini giunti a Gerusalemme, ci sono alcuni greci che chiedono di “vedere Gesù”. I discepoli glielo riferiscono. E Gesù risponde parlando della sua morte imminente. Aggiunge poi che essa, anziché provocare la dispersione dei discepoli – come sarebbe potuto accadere – attirerà “tutti” a lui: non solo i suoi dunque, ma chiunque, giudeo o greco, crederà in lui: tutti, senza discriminazione di razza, di condizione sociale, di sesso. L'opera di salvezza di Gesù è infatti universale e la presenza dei greci è un segno di questa universalità.
«Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».
Che cosa vuol dire “sarò elevato da terra?” Questa espressione, per l'evangelista Giovanni, significa nello stesso tempo “essere innalzato in croce” ed “essere glorificato”. Giovanni vede infatti nella passione e morte del Cristo la grande dimostrazione dell'amore di Dio per l'umanità. Ma quest'amore è così potente che merita la risurrezione e frutta l'attrazione di tutti a lui. Attorno al Cristo innalzato si costruirà l'unità del nuovo popolo di Dio. E non si può più separare la croce dalla gloria, non si può separare il Crocifisso dal Risorto. Sono due aspetti dello stesso mistero di Dio che è Amore. E' questo Amore che attrae. Il Crocifisso-Risorto esercita nel cuore dell'uomo un'attrazione profonda e personale che avviene in due sensi: per essa Gesù chiama i suoi a condividere la sua gloria; per essa li porta ad amare tutti come lui, fino a dare la vita.
«Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».
Come vivere noi questa Parola? Come rispondere a tanto amore? Se Gesù è morto per tutti, tutti sono candidati a seguirlo, anzi, di più, tutti sono candidati ad essere altri lui. Guardiamo perciò ogni creatura umana con questi occhi e cioè con uno sguardo d'amore che va al di là di tutte le apparenze. Siano essi cristiani, musulmani, buddisti o di altre convinzioni, tutti devono essere oggetto del nostro amore. Un amore che è pronto a dare la vita. E anche se non ci viene richiesto di dare la vita fisica, ci viene chiesto molto spesso di far morire il nostro amor proprio. Quando innalziamo sulla croce il nostro “io”, quando moriamo a noi stessi per lasciar vivere Cristo, allora potremo vedere anche noi dilatarsi attorno il Regno di Dio. E' stato detto che il mondo è di chi lo ama e meglio sa dargliene la prova. E chi meglio di Gesù l'ha amato? Così potranno amarlo coloro che cercando di imitare lui si donano totalmente al prossimo con un amore disinteressato e universale.
«Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».
In questo mese cercheremo di accogliere in cuore e tradurre in pratica il prezioso insegnamento del Crocifisso-Risorto. Esso getterà luce sul ruolo del dolore che può sopravvenire nella nostra vita e sulla sua straordinaria fecondità. Giorno dopo giorno, quando siamo colpiti da piccole o grandi sofferenze: un dubbio, un fallimento, un'incomprensione, un rapporto teso, una difficoltà sul lavoro, una malattia, anche una disgrazia o preoccupazioni serie, sforziamoci di accettarle e di offrirle a Gesù come espressione del nostro amore. Uniamo la nostra goccia al mare della sua passione perché frutti il bene di tanti. Una volta fatta l'offerta, cerchiamo di non pensarci più, ma di compiere quanto Dio vuole da noi, lì dove siamo: in famiglia, in fabbrica, in ufficio, a scuola… soprattutto cerchiamo di amare gli altri, i prossimi che ci stanno attorno. E poiché Gesù è morto per tutti e tutti sono chiamati a seguirlo, facciamo in modo che più persone possibile possano incontrare nel nostro amore l'amore di Cristo. E sarà allora lui ad attirare tutti a sé, facendo sì che ci amiamo fra noi e sbocci fra tutti la fratellanza universale.
Chiara Lubich
15 Mar 2000 | Focolari nel Mondo
In questi mesi, malgrado i disordini in città, ho continuato a vivere nella speranza che un giorno non lontano nel nostro dilaniato Paese regni la pace tra tutti. Nel mio quartiere vivono mescolati gli appartenenti ad etnie diverse. Questo significa ogni giorno morti sulle strade, minacce, violenza, persone che approfittano della situazione incontrollabile per il proprio tornaconto. Pur in tanta desolazione, capisco che, se faccio spazio dentro di me a Dio Amore e lo manifesto agli altri, l’ideale di unità sarà come un seme che alla fine germoglierà in tutti i cuori. Posso coltivare ogni giorno questo seme dovunque mi trovi, al lavoro o con i vicini di casa, senza mai far caso all’etnia di appartenenza. Così, ho stabilito legami veri con tante persone e, anche quando siamo stati costretti a disperderci in altri quartieri per metterci al riparo dalla violenza, abbiamo continuato a cercarci e a vederci di nascosto. L’amore tra noi è stato più forte delle divisioni e della paura dei rischi che correvamo incontrandoci. Purtroppo, però, non è così per tutti e molti mettono a repentaglio anche la vita pur di non avere a che fare con gente di altre etnie ed incorrere in ritorsioni. Sulla strada che percorro ogni giorno per andare al lavoro incontro sempre un uomo con una piaga infetta alla mano. Gli ho domandato perché non va a farsi curare e mi ha risposto che non ha i soldi necessari. Gli ho proposto di venire da me a medicarsi, mi pagherà quando potrà. È venuto un paio di volte, poi non l’ho più visto. L’ho incontrato di nuovo e gli ho chiesto perché non era più venuto a curarsi. Mi ha detto che ha paura: di me che non appartengo alla sua etnia, di chi incontra lungo la strada e dei suoi fratelli che potrebbero punirlo perché si è fatto curare da persone di etnie diverse. Mi sono resa conto di come ormai in molti abbiano perso ogni fiducia negli altri. Ho sentito che dovevo amarlo fino alla fine e interrompere questa catena di odio e di pregiudizi: ho deciso allora di portare con me il materiale sanitario necessario per rifargli la fasciatura ogni giorno, al ritorno dal lavoro. Un posto tranquillo in cui medicarlo mi è sembrato, in mancanza di meglio, il piccolo rifugio di legno dove sostano a volte i soldati addetti alla vigilanza nel nostro quartiere. Ho chiesto loro il permesso e me l’hanno accordato, un po’ sorpresi e curiosi nel vedere che curavo una persona di un’altra etnia. Sistemata la fasciatura, mi sono accorta di aver dimenticato a casa le forbici. Mi son guardata intorno in cerca di qualcosa che fosse adatto a tagliare la benda e, subito, il soldato che mi guardava mi ha offerto, con molta gentilezza, la sua baionetta. Il ferito era sbalordito e contento, sia per la premura dei soldati sia per la mia determinazione a curarlo. Mi ha detto che non pensava esistessero persone che non fanno dell’appartenenza etnica una barriera. È stata per me una conferma in più che l’amore è l’unica soluzione ai nostri problemi. Spes (Burundi) (altro…)
14 Mar 2000 | Focolari nel Mondo
“Ho riscoperto il Vangelo sotto una nuova luce. Ho scoperto che non ero una cristiana autentica perché non lo vivevo sino in fondo. Ora voglio fare di questo magnifico libro il mio unico scopo. Non voglio e non posso rimanere analfabeta di un così straordinario messaggio. Come per me è facile imparare l’alfabeto, così deve essere anche vivere il Vangelo”. (Chiara Luce Badano) “Chiara Luce! Quanta luce si legge sul suo volto, quanta luce nelle sue parole, nelle sue lettere, nella sua vita tutta protesa ad amare concretamente tanti! … Scelta radicale di Gesù crocefisso e abbandonato, la sua; scelta di ciò che fa male e che, se non si ama, può trascinare lo spirito in una galleria oscura. Con Lui ha vissuto, con Lui ha trasformato la sua passione in un canto nuziale”. (Chiara Lubich) “La sua è una testimonianza significativa in particolare per i giovani. Basta considerare come ha vissuto la malattia, vedere l’eco suscitata dalla sua morte. Non si poteva lasciar cadere un esempio di questa portata. C’è bisogno di santità anche oggi. C’è bisogno di aiutare a trovare un orientamento, uno scopo alla vita, aiutare i giovani a superare le loro insicurezze, la loro solitudine, i loro enigmi di fronte agli insuccessi, al dolore, alla morte. I discorsi teorici non li conquistano, ci vuole la testimonianza”. “Nei colloqui con lei notavo una maturità di gran lunga superiore alle giovani della sua età. Aveva colto l’essenziale del cristianesimo: Dio al primo posto; Gesù, con cui aveva un rapporto spontaneo, fraterno; Maria come esempio; la centralità dell’amore; la responsabilità di annunciare il vangelo. Tutto questo, collaudato dall’esperienza della sofferenza e della morte, non temuta ma attesa, ha reso la sua vicenda veramente singolare”. (altro…)
29 Feb 2000 | Parola di Vita
L'evangelista Marco – e con lui anche Matteo e Luca – ci riferiscono che Gesù un giorno ha preso in disparte Pietro, Giacomo e Giovanni e li ha condotti su di un alto monte. Lì, ad un certo momento, avvenne un fatto straordinario: Gesù si trasfigurò davanti a loro, le sue vesti divennero bianchissime ed apparvero Mosè ed Elia che discorrevano con lui. Una nube avvolse i tre apostoli e dalla nube si udì una voce, la voce del Padre celeste, la quale si rivolgeva loro appunto con queste parole:
«Questi è il figlio mio prediletto: ascoltatelo!»
Già all'inizio della sua missione, al battesimo nel Giordano, quella stessa misteriosa voce si era fatta udire: “Tu sei il Figlio mio, il prediletto: in te ho posto il mio amore”. Questa volta il Padre si rivolge ai discepoli di Gesù, e a tutti noi, per invitarci all'ascolto del Figlio. La parola chiave di questo mese è dunque: ascoltare. E quando il Figlio ha parlato? Dove troviamo la sua Parola? Nei Vangeli. Apriamoli, leggiamoli con amore. Il Vangelo è la Parola di Gesù. Egli però ci parla anche in altri modi. Ma come fare a riconoscere la sua voce, a distinguerla fra tante e a sintonizzarci sulla sua lunghezza d'onda? C'è un momento forte nel quale egli parla alla nostra anima: è nella preghiera, e quanto più cerchiamo di amare Dio nel nostro cuore tanto più la sua voce si fa sentire e ci guida dal più profondo del nostro essere. Ma anche ogni incontro della giornata può essere un'occasione di ascolto: mettendoci, di fronte ad ogni prossimo, in un silenzio d'amore che accoglie l'altro, chiunque esso sia, perché – Gesù ce lo ha rivelato – è lui stesso che si nasconde dietro ad ogni essere umano. Come cambierebbero i nostri rapporti se si coltivasse di più questa rara qualità dell'ascolto, che può essere l'unico modo, a volte, con cui dimostrare la nostra attenzione verso chi ci sta vicino, anche se sconosciuto! Qui sta dunque il segreto: per disporci all'ascolto della voce di Dio, mettersi all'ascolto della sorella, del fratello.
«Questi è il figlio mio prediletto: ascoltatelo!»
La voce di Gesù ha anche un timbro chiaro e inconfondibile, parla forte e si fa sentire distintamente, quando è presente fra noi, per il nostro amore scambievole. La sua presenza fra due o più uniti nel suo nome fa, in qualche modo, da altoparlante della voce di Dio nel nostro cuore. E ascoltarlo perciò sarà più facile perché più sintonizzati sui suoi pensieri, sui suoi insegnamenti. Nel Vangelo di Luca abbiamo inoltre una frase di Gesù sull'ascolto di quelli che egli manda: “Chi ascolta voi ascolta me”. Erano i 72. Oggi nella Chiesa cattolica questa frase indica coloro ai quali ha affidato in modo particolare il suo messaggio: i suoi ministri, dai quali la Parola di Dio viene annunciata. Ma vi sono anche quei “testimoni” di Gesù che, ascoltando la sua Parola e mettendola in pratica nel modo più radicale, la fanno risuonare sempre di nuovo nel mondo e aprono i cuori all'ascolto.
Così, anche se una sola è la voce, molti sono i modi con cui si rivolge a noi: nell'intimo del cuore e per bocca dei fratelli e delle sorelle, dal pulpito di una chiesa, dalle pagine del suo Vangelo o nei carismi dei “testimoni”. La Parola di questo mese ci aiuterà ad ascoltare – e a vivere – quanto Gesù vorrà dirci.
Chiara Lubich
21 Feb 2000 | Chiesa, Spiritualità
“Nel corso del vostro incontro un posto privilegiato occupa la riflessione sulla preghiera di Gesù all’ultima cena ‘affinché tutti siano una cosa sola’. Fedeli alla spiritualità dell’unità ed attraverso un costante scambio di esperienze, proseguite nella vostra missione di costruttori di comunione all’interno delle Conferenze episcopali, insieme al presbiterio e nelle comunità diocesane. Mentre auguro ogni buon esito alla vostra riunione, accompagno i miei voti con la preghiera al Signore e a Maria, Madre dell’Unità”. Queste le parole pronunciate dal Santo Padre all’Udienza generale che ha segnato il culmine del 24° Convegno spirituale dei Vescovi amici del Movimento dei Focolari, svoltosi dal 19 al 25 febbraio al Centro Mariapoli di Castelgandolfo Esperienza di comunione “Chiesa nel terzo millennio: segno e strumento di unità” il tema che è stato sviluppato in questo Convegno promosso dal Card. Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga attraverso una grande varietà di temi di spiritualità, contributi teologici, esperienze pastorali e personali, dialoghi plenari o in gruppi linguistici, momenti ricreativi e le concelebrazioni eucaristiche che concludevano ogni giornata. I 106 Vescovi, provenienti da oltre trenta paesi di ogni parte del mondo, hanno respirato insieme un’aria festosa e distesa di profonda comunione che in ultima analisi è stata esperienza del Cristo vivente. Per il futuro della Chiesa Il tema dell’unità è stato introdotto da un intervento di Natalia Dallapiccola, una delle prime compagne che con Chiara Lubich ha iniziato il Focolare. “Secondo la nostra esperienza – ha detto – il cammino verso l’unità passa per un amore reciproco vissuto con radicalità evangelica, fino a posporre il proprio io per l’altro, affinché Gesù stesso possa vivere in mezzo a ‘due o più che sono riuniti nel suo nome’, nel suo amore, come da Lui promesso”. Successivamente, due meditazioni teologiche proposte da Piero Coda e P. Jésus Castellano hanno delineato il volto della Chiesa del III millennio come “icona della Trinità” ed hanno evidenziato lo stile pastorale che ne deriva. Uno degli argomenti trattati è stato l’ecumenismo, considerato parte dei compiti imprescindibili di ogni Vescovo. Si sono evocati passi recenti come la Dichiarazione cattolico-luterana sulla dottrina della giustificazione ad Augsburg e la celebrazione ecumenica per l’apertura della Porta Santa a San Paolo fuori le mura. E si è parlato di spiritualità ecumenica. Toccante, per i Vescovi, la testimonianza di una laica e un sacerdote, entrambi focolarini anglicani, che hanno riferito dei riflessi della spiritualità dell’unità nella loro vita e nella loro Chiesa. Ma anche altri dialoghi, proposti dal Concilio Vaticano II, sono stati approfonditi da riflessioni ed esperienze di grande attualità. Nella scia del Giubileo Chiara Lubich, nel suo intervento, ha schiuso prospettive forti e luminose su salute e malattia, anzianità, morte, risurrezione, come esperienze fondamentali dell’esistenza cristiana, tematiche di particolare rilevanza in questo Anno giubilare che ha per centro il mistero dell’incarnazione. “Nella vita si possono fare tante cose, dire tante parole – ha affermato – ma la voce del dolore, magari sorda e sconosciuta agli altri, del dolore offerto per amore è la parola più forte, quella che ferisce il Cielo”. Nella prospettiva cristiana, infatti, la malattia non è semplice disfacimento, ma gradino verso la Vita, prova in vista della Prova finale. E “non è per fare pensieri neri, ma d’oro, che pensiamo alla morte”, perché la morte non è che l’incontro con il Signore. Un arcivescovo indiano, che partecipava per la prima volta al Convegno, riassumeva così la sua impressione: “Sono convinto che una spiritualità dell’unità, vissuta da tutto il Popolo di Dio, è il futuro della Chiesa.” (altro…)
6 Feb 2000 | Focolari nel Mondo
Un mese di stage presso un quotidiano, nella redazione cronaca di Firenze. Un posto vinto inaspettatamente e l’occasione di farmi le ossa sul campo dopo cinque anni di studi teorici. Fin dal primo giorno lavoro a pieno ritmo, anche se a volte come uno che annaspa per non affogare. E mi rendo conto della responsabilità etica e civile che comporta fare il giornalista. Come pure che prima della notizia, dello scoop, viene la persona. Il primo giorno mi mandano ad intervistare parenti e amici di un giovane rimasto ucciso in una rissa, fuori della discoteca. Avrei preferito rispettare un momento così doloroso e sacro. Ma davanti al “dovere di cronaca” ho cercato di farmi uno con quelle persone, entrando nella loro storia in punta di piedi. M’invitano a raccogliere le opinioni di residenti e commercianti di un quartiere, rivoluzionato dal nuovo piano di traffico; cerco di ‘calarmi’ nella loro situazione. Nell’articolo dico la verità, anche se molto scomoda per l’assessore al traffico. Evito però di riportare certe dichiarazioni, che potrebbero costare loro care, anche se erano uno scoop. Molti mi ringraziano per l’ascolto attento, per la sollecitudine, per l’onestà. Ho potuto poi constatare quanto in redazione domini il pregiudizio secondo cui le notizie positive non interessano ai lettori. Quindi si cerca caparbiamente il negativo, anche quando non c’è. Eppure quando ho scritto un articolo sui giudizi molto positivi dei degenti in alcuni reparti dell’ospedale, … sorpresa: sono stati pubblicati. E non è stato l’unico caso. Ho visto poi quanto la cosiddetta “obiettività” del giornalista significhi dirittura morale e onestà intellettuale, completezza e accuratezza nell’esporre i fatti. Come quando ho ‘scoperchiato’, quasi incidentalmente, gravi disservizi in un ente pubblico, che hanno scatenato un polverone (un ministro è anche intervenuto sul giornale). Lì ho sentito il dovere di interpellare tutte le voci in causa: impiegati, direttore, responsabile politico. Così quando dovevo scrivere su un incontro, ad alto livello, fra un gruppo di managers e sindacalisti cileni e i sindacati italiani: anziché il solito rimpasto della notizia di agenzia, ho voluto documentarmi bene sulla situazione di questo Paese per amarlo come fosse il mio. Le personalità cilene sono rimaste così contente che hanno incorniciato l’articolo. Anche il console del Cile mi ha ringraziata e, in rappresentanza del quotidiano, mi ha invitata alla cena con la delegazione cilena. Ma il tempo per il mio stage scade. Sono serena per il futuro: le porte aperte o chiuse saranno i segni del percorso. Intanto il quotidiano mi ha proposto di mantenere la collaborazione. I. R. (altro…)
31 Gen 2000 | Parola di Vita
L'apostolo Paolo ha un modo di comportarsi, nella sua straordinaria missione, che si potrebbe esprimere così: farsi tutto a tutti. Egli, infatti, cerca di comprendere tutti, di entrare nella mentalità di ciascuno, per cui si fa giudeo con i giudei. E con i non giudei – coloro cioè che non avevano una legge rivelata da Dio – diventa come uno che non ha legge. Egli aderisce alle usanze giudaiche ogni volta che ciò serve a rimuovere ostacoli, a riconciliare animi, e, operando nel mondo greco-romano, assume le forme del vivere e della cultura congeniali a tale ambiente. Qui dice:
«Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno».
Ma chi sono questi “deboli”? Sono cristiani che, perché hanno una coscienza fragile e poca conoscenza delle cose, sono facili a scandalizzarsi. Così poteva succedere per la questione delle carni immolate agli idoli. Si poteva mangiarle o no? Paolo sa che c'è un Dio solo e che gli idoli non esistono. Di conseguenza, non esistono carni sacrificate agli idoli. Ma i “deboli”, abituati ad un certo modo di ragionare e di poca istruzione, potevano pensare il contrario e rimaner disorientati. Paolo si pone nella gracile mentalità di questi cristiani e, per non turbarli, pensa che non è il caso di cibarsi di quelle carni.
«Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno».
Ma cosa spinge Paolo ad un tale atteggiamento? Pur nella libertà del cristianesimo che egli annuncia, avverte l'esigenza, anzi l'imperativo, di farsi schiavo di qualcuno; dei suoi fratelli, di ogni prossimo, perché il suo modello è il Crocefisso. Dio, incarnandosi, s'è reso vicino ad ogni uomo, ma sulla croce s'è fatto solidale con ciascuno di noi peccatori, con la nostra debolezza, con la nostra sofferenza, con le nostre angosce, con la nostra ignoranza, con i nostri abbandoni, con i nostri interrogativi, con i nostri pesi… Anche Paolo vuole vivere così, e per questo afferma:
«Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno».
E allora, come vivere anche noi questa nuova Parola di vita? Lo sappiamo: il perché della vita e dei suoi giorni è arrivare a Dio. E non da soli ma con i fratelli e le sorelle. Anche su di noi cristiani, infatti, è scesa una chiamata di Dio simile a quella rivolta a Paolo. Anche noi, come l'Apostolo, dobbiamo “guadagnare” qualcuno, “salvare ad ogni costo qualcuno”. La strada? “Farsi uno” con i prossimi, siano essi piccoli o adulti, ignoranti o dotti, ricchi o poveri, uomini o donne, connazionali o stranieri. Ci sono quelli che incontri per strada, con cui parli al telefono, per i quali lavori… Bisogna amare tutti. Ma preferire i più deboli. Farsi “debole con i deboli, per guadagnare i deboli”. Rivolgersi a chi è fiacco nella fede, agli indifferenti, a chi si professa ateo, a chi denigra la religione. Se ci faremo uno con loro, sperimenteremo l'infallibile metodo apostolico di Paolo: daremo una testimonianza di Dio che li affascinerà. Perciò oso dire a te che leggi: hai una moglie (o un marito) che non ama affatto la Chiesa e le è piacevole stare ore e ore alla televisione? Falle compagnia, come puoi, quanto puoi, interessandoti a quanto più ama seguire. Hai un ragazzo che ha fatto del calcio il suo idolo, disinteressandosi d'ogni altra cosa sì da dimenticare come si prega? Appassionati di sport più di lui. Hai un'amica che ama viaggiare, leggere, istruirsi ed ha gettato al vento ogni principio religioso? Cerca di capirla nei suoi gusti, nelle sue esigenze. Fatti uno, uno con tutti; in tutto, quanto puoi, tranne il peccato. Se peccano, dissociati. Vedrai che il farsi uno con i prossimi non è tempo perso; è tutto guadagnato. Un giorno – e non sarà troppo lontano – essi vorranno sapere ciò che interessa a te. E, grati, scopriranno, adoreranno e ameranno quel Dio che è stato la molla di questo tuo comportamento cristiano.
Chiara Lubich
27 Gen 2000 | Chiesa
Ho appreso con gioia che il prossimo 22 gennaio, in occasione del Suo 80° genetliaco, l’Amministrazione Comunale di Roma intende conferirle solennemente la cittadinanza onoraria. In tale felice ricorrenza, desidero farle giungere anch’io fervidi auguri di ogni bene, mentre mi unisco al Suo rendimento di grazie a Dio per l’inestimabile dono della vita. Dopo averla chiamata con il Battesimo a diventare sua figlia amata, Egli ha voluto unirla più intimamente a Cristo povero, casto e obbediente mediante la totale consacrazione al suo amore, per essere con cuore indiviso messaggera di unità e di misericordia tra tanti fratelli e sorelle, in ogni angolo del mondo. Sulle orme di Gesù, crocifisso e abbandonato, Ella ha dato vita al Movimento dei Focolari, per aiutare uomini e donne del nostro tempo a sperimentare la tenerezza e la fedeltà di Dio, vivendo tra loro la grazia della comunione fraterna, così da essere annunciatori gioiosi e credibili del Vangelo. Mentre affido alla protezione di Maria, Madre dell’unità, la Sua persona ed il bene compiuto in questi lunghi anni, invoco su di Lei la forza e la luce dello Spirito Santo perché possa continuare ad essere testimone coraggiosa di fede e di carità non soltanto tra i Membri dei Focolari, ma anche tra tutti coloro che incontra sul Suo cammino. Nel rinnovare cordiali voti di giorni, sereni e illuminati dalla grazia divina, Le imparto di cuore, in segno di costante affetto, una speciale Benedizione Apostolica, volentieri. estendendola a quanti Le sono cari. Joannes Paulus II (altro…)
21 Gen 2000 | Chiara Lubich, Cultura, Focolari nel Mondo
Apponendo la firma sul libro d’oro del Campidoglio, Chiara Lubich ha così siglato il suo auspicio per la città: “Gloria a Roma, per la gloria di Dio”. Ben sintetizza ciò che è avvenuto quella mattina in Campidoglio. “Io questo lo chiamerei proprio un evento. Ha un significato profondo”. Così la filosofa Ales Bello. Se la presidente del Consiglio comunale, on. Luisa Laurelli, il prof Andrea Riccardi e il sindaco Rutelli nei discorsi ufficiali avevano, con tonalità diverse, posto in primo piano la vita, la spiritualità e l’opera di Chiara Lubich sullo sfondo della missione universale di Roma, la neo-cittadina romana, nel suo intervento, ha capovolto i termini: protagonista era Roma, “la vocazione unica di universalità e di unità di questa città indefinibile, reale e misteriosa insieme”. In una intervista aveva appena dichiarato: “Ho ricevuto altre cittadinanze, ma questa è senz’altro quella che amo di più, perché Roma è Roma. Non solo è ricca di storia, arte, cultura, ma soprattutto è come un prezioso scrigno che contiene il cuore della cattolicità. ‘Roma è l’unità’, come ha detto Papa Paolo VI. Roma è chiamata a concorrere a realizzare nel mondo la fraternità universale”. E dal nuovo impegno assunto personalmente insieme a tutto il Movimento dei focolari di “dedicarci d’ora in poi a questa città più e meglio”, ha esteso a tutte le personalità presenti una singolare richiesta di aiuto: “diffondere insieme ovunque quell’arte di amare che emerge dal Vangelo, perché Roma diventi per il mondo quel braciere di fuoco e di luce che non può non essere, se deve cooperare a portarvi l’unità”. Molti erano i politici, di tutti gli schieramenti, presenti nella storica Aula Giulio Cesare: non solo i consiglieri e gli assessori comunali, ma a livello europeo e nazionale: da Romano Prodi, presidente della Commissione europea, ai segretari di Partito: Castagnetti (P. Popolare), e Fini (Alleanza Nazionale), al capogruppo al Senato di Forza Italia, Enrico La Loggia, al presidente della Regione Lazio Badaloni, 10 magistrati, tra cui Caselli, 23 sindaci. Ed ancora personalità del mondo ebraico, islamico e buddista, delle diverse Chiese cristiane presenti a Roma; 4 cardinali, 20 vescovi, e rappresentanti di Movimenti ecclesiali. C’è chi, come il vescovo Boccaccio, ha osservato “il volto assorto di quanti ascoltavano, di ogni estrazione”. Sulla stampa sono comparsi titoli non certo usuali, del tipo: “Amate per primi, pure i politici – ll messaggio di Chiara Lubich”, come si leggeva sul Messaggero. E sul Corriere della Sera: “Bisogna amare anche i politici”. Ed era proprio questo l’auspicio del Papa, nella lettera letta dal Nunzio apostolico Montezemolo in cui invocava su Chiara “la forza e la luce dello Spirito Santo, perché possa continuare ad essere testimone coraggiosa di fede e di carità non soltanto tra i membri dei Focolari, ma anche tra tutti coloro che incontra sul suo cammino”. (altro…)
17 Gen 2000 | Ecumenismo
Poco prima delle 11:30 quelle sei mani, del metropolita Athanasios, del primate inglese Carey e del papa, che hanno spinto insieme, con forza, la Porta Santa di San Paolo, hanno dato inizio al rito ecumenico probabilmente di maggior peso dell’ intero Giubileo.
“L’amore di Cristo” aveva detto poco prima Giovanni Paolo II’ ‘ci chiama alla comunione e alla carità perfetta, al di la’ dei nostri peccati e delle nostre divisioni”. L’ apertura della quarta ed ultima Porta Santa delle basiliche romane è stata preceduta da un lungo rito, cominciato sotto il grande chiostro che precede l’atrio della chiesa, alle 11.
ll Papa con Athanasios e Carey
Preghiere in inglese, francese, greco; cardinali e metropoliti ortodossi insieme con esponenti luterani ed anglicani. Vesti violette e rosse cattoliche, strascichi degli stessi colori, bastoni d’ebano e avorio, gli anglicani in rosso, il papa con un grande mantello color oro. Un insieme, che vede riuniti esponenti di 22 chiese cristiane, quale non si era mai visto dopo il Concilio, un insieme di grande impatto, sottolineato dallo straordinario applauso che ha accolto, dall’ interno della basilica, l’apertura della Porta. ”Ascolta o Padre – ha detto ancora il papa, prima dell’apertura della Porta – la nostra preghiera e unisce i cuori dei fedeli nella lode del tuo nome e nel comune impegno di conversione, perché, superata ogni divisione fra i cristiani, la tua Chiesa si ricomponga in comunione perfetta, e nella gioia del Cristo cammini verso il tuo Regno”. Il rito, che non è una Messa, perché la celebrazione comune dell’ Eucarestia non è ancora possibile nella attuale situazione dei rapporti tra cristiani, è presieduto dal papa. Ma fin dall’inizio rappresentanti delle altre chiese e comunioni presenti intervengono nei vari momenti della celebrazione. Almeno 15 di loro partecipano attivamente alla proclamazione dei testi o nel compiere alcuni gesti rituali. Così, prima dell’ apertura della Porta, le preghiere del papa si sono inframmezzate con quelle di anglicani, ortodossi e luterani. Così la processione che ha percorso il colonnato di fronte alla Porta Santa aveva un ordine di precedenze che vedeva insieme tutti i rappresentanti delle diverse chiese. Così in tre hanno spinto la Porta (per tre volte, per riuscire ad aprirla). E se il primo ad entrare è stato Giovanni Paolo II, a porgergli il Vangelo è stato un diacono ortodosso; e se a mostrare il Vangelo all’ esterno della chiesa è stato il papa, a mostrarlo all’interno è stato Athanasios e a benedire ad ovest e ad est sono stati Carey ed un altro metropolita ortodosso. (ANSA). 18-01-2000 11:50
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16 Gen 2000 | Spiritualità
Il brano che segue, preparato di recente da Chiara Lubich per un incontro con amici ebrei, rispondeva ad una domanda sul significato del dolore, e del dolore legato all’amore. “È un argomento difficile, il più difficile da affrontare specialmente per me, ora, davanti a persone che fanno parte di un popolo che ha sperimentato come nessuno in questo secolo la sofferenza, il dolore indescrivibile della Shoah, quell’immane tragedia che è stata forse la prova più grande che abbia mai dovuto subire il popolo ebraico o qualsiasi altro popolo. Tanto che uno dei vostri grandi pensatori, Martin Buber, ha potuto coniare la metafora dell’Eclissi di Dio, perché Auschwitz ha messo in discussione la fede stessa. “Il problema del dolore è antico quanto l’uomo che ha cercato di dargli una quantità di risposte attingendo alla sapienza umana, alla filosofia, alla psicologia. Ma il problema rimane e soprattutto rimane la realtà del dolore. Cercherò di dirvi come noi lo abbiamo affrontato, premettendo che la nostra è stata un’esperienza fatta nel solco della tradizione cristiana. “Non sono stati i duri tempi di guerra che ci hanno portato ad una riflessione sul dolore. Anzi dobbiamo dire che la fede nell’amore di Dio era così luminosa e gioiosa da farci quasi scomparire gli orrori della guerra, anche se vivevamo gomito a gomito con tutti e condividevamo le tragedie di chi ci stava accanto. Finché un giorno la nostra attenzione fu richiamata su quel grido in aramaico di Gesù sulla croce: Elì, Elì, lemà sabactàni?, Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?, che è l’inizio del Salmo 22. Ci fu detto che quello era stato il più grande dolore di Gesù, perché abbandonato da tutti si sentì abbandonato anche da Dio. “Ora questo fatto ci ha fatto pensare. Come mai, abbiamo detto, il Padre ha permesso che Gesù provasse un dolore così grande? Non amava egli il Figlio infinitamente? Ed abbiamo capito: l’ha permesso perché c’era su Gesù un disegno d’amore particolare: Egli doveva soffrire per tutti gli uomini e poi risorgere. E gli uomini, che avrebbero creduto in lui, sarebbero risorti con lui. Gesù, asceso al Cielo, avrebbe goduto per tutta l’eternità anche di ciò che lui aveva fatto in terra. La storia di Gesù ci ha così illuminato su ogni storia umana dolorosa. Anche noi siamo figli di Dio. Anche su di noi c’è uno splendido disegno. Merita soffrire per raggiungerlo. “Mi sembra che la meditazione sul dolore che ha provato Gesù nell’abbandono non sia estranea nemmeno alla vostra tradizione e alla vostra storia. Mi ha molto colpito infatti un passo del Talmud che mi permetto di riportare: “Chiunque non prova il nascondimento del volto di Dio, non fa parte del popolo ebraico” (TB, Hagigah 5b). In tutta la storia ebraica, da Abramo in poi, ci sono momenti e situazioni che sembrano segnati dal “nascondimento del volto di Dio”. Non per nulla nei Salmi spesso si esprime angoscia sull’esperienza che “Dio nasconde il suo volto”. “Ma nascondimento di Dio non vuol dire assenza di Dio. Forse su questa terra rimarrà sempre un mistero perché Dio ha permesso questo buio, ma l’eclissi non permane. La Shoah, questo trauma che ha segnato la storia dell’umanità, oltre a quella del popolo ebraico, non è stata la vittoria definitiva del male. Allora è possibile la nascita di una nuova vita? E che appaia nuovamente il volto di Dio dopo un’eclissi così spaventosa? Con questa speranza “il ricordo”, che è così importante, può servire a dare una svolta alla storia e a costruire un mondo nuovo. “Il mio augurio e la mia preghiera è che si ricordi la Shoah sempre di più come un passaggio e come la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova, proprio per quell’alleanza da Dio mai revocata con il Suo popolo. E noi vi saremo accanto ogni giorno in questo vostro cammino che è anche nostro”. (Da Città Nuova n.2 – 2000) (altro…)
14 Gen 2000 | Focolari nel Mondo
Sono italiana e frequento il secondo anno di Psicologia all’Università di Swansea, e sono cattolica. Vivo con altre cinque studentesse, da Spagna, Italia e Grecia. Ci conosciamo molto bene ed abbiamo condiviso molte cose, ma non parlavamo mai di religione. Una domenica, mi stavo preparando per andare a messa, quando Natasha, una delle ragazze greche, mi ha chiesto dove stavo andando. Ho esitato a rispondere, dato che molti studenti disprezzano quelli che vanno in chiesa. Ero tentata di cambiare argomento o di dire una bugia. Ma mi sono resa conto che sarebbe stato dire una bugia a Gesù in lei. Così le ho detto la verità, le ho parlato della mia fede e di come Dio è la cosa più importante. Ero pronta a che lei prendesse malamente quanto dicevo, e sono stata invece sorpresa nel sentire che anche lei era cristiana! Era greco-ortodossa e – dato che non ci sono chiese greco-ortodosse in Swansea – doveva andare a Cardiff, a circa un’ora di autobus, quando voleva andare in chiesa. Ci siamo messe d’accordo che – quando lei non fosse potuta andare a Cardiff – sarebbe venuta a Messa con me. Non dimenticherò mai la gioia che avevo in cuore quella sera, quando abbiamo pregato Dio insieme, al di là delle nostre differenti denominazioni. Essendo italiana, non avevo mai avuto prima questa esperienza. In Italia sono pressoché tutti cattolici. Prima di quel giorno non avevo mai capito realmente l’ecumenismo, e quanto sia importante. La domenica successiva, dopo la Messa, il sacerdote è venuto alla porta della chiesa a salutare le persone, e ha chiesto a Natasha da dove veniva. Quando ha sentito che era greca e ortodossa, ci ha invitato a prendere una tazza di thè. E’ stato molto sorpreso che la maggior parte degli studenti dell’università non avevano in Swansea nessuna celebrazione delle rispettive liturgie. Subito le ha detto che conosceva il prete ortodosso di Cardiff e che gli avrebbe suggerito di celebrare la liturgia ortodossa nella chiesa cattolica di Swansea. Ora più di cinquecento membri della Chiesa greco-ortodossa celebrano la loro liturgia ogni due settimane nella nostra chiesa. Per me quella domenica è stata grande esperienza. Mi sono resa conto di come è importante amare Gesù in ogni persona che incontro durante la giornata e scegliere Lui in ogni momento. Non avrei mai potuto immaginare le conseguenze di averlo fatto quel giorno. L.S. (altro…)
9 Gen 2000 | Spiritualità
Se osservo ciò che lo Spirito Santo ha fatto con noi e con tante altre “imprese” spirituali e sociali oggi operanti nella Chiesa, non posso non sperare che Egli agirà ancora e sempre con tale generosità e magnanimità. E ciò non solo per opere che nasceranno ex-novo dal suo amore, ma per lo sviluppo di quelle già esistenti come la nostra. E intanto per la nostra Chiesa sogno un clima più aderente ad essa come Sposa di Cristo; una Chiesa che si mostri al mondo più bella, più una, più santa, più carismatica, più conforme al suo modello Maria, quindi mariana, più dinamica, più familiare, più intima, più configurata a Cristo suo Sposo. La sogno faro dell’umanità. E sogno in essa una santità di popolo, mai vista. Sogno che quel sorgere – che oggi si costata – nella coscienza di milioni di persone d’una fraternità vissuta, sempre più ampia sulla terra, diventi domani, con gli anni del 2000, una realtà generale, universale. Sogno con ciò un retrocedere delle guerre, delle lotte, della fame, dei mille mali del mondo. Sogno un dialogo d’amore sempre più intenso fra le Chiese così da vedere ormai vicina la composizione dell’unica Chiesa. Sogno l’approfondirsi d’un dialogo vivo e attivo fra le persone delle più varie religioni legate fra loro dall’amore, “regola d’oro” presente in tutti i loro libri sacri. Sogno un avvicinamento ed arricchimento reciproco fra le varie culture nel mondo, sicché diano origine ad una cultura mondiale che porti in primo piano quei valori che sono sempre stati la vera ricchezza dei singoli popoli e che questi s’impongano come saggezza globale. Sogno che lo Spirito Santo continui ad inondare le Chiese e potenzi i “semi del Verbo” al di là di esse, cosicché il mondo sia invaso dalle continue novità di luce, di vita, di opere che solo Lui sa suscitare. Affinché uomini e donne sempre più numerosi s’avviino verso strade rette, convergano al loro Creatore, dispongano anima e cuore al suo servizio. Sogno rapporti evangelici non solo fra singoli, ma fra gruppi, Movimenti, Associazioni religiose e laiche; fra i popoli, fra gli Stati, sicché si trovi logico amare la patria altrui come la propria. E logico il tendere ad una comunione di beni universale: almeno come punto d’arrivo. Sogno un mondo unito nella varietà delle genti con una sola autorità alternantesi. Sogno perciò già un anticipo di Cieli nuovi e terre nuove come è possibile qui in terra. Sogno molto, ma abbiamo un millennio per vederlo realizzato. da Città Nuova 10/1/2000 (altro…)
31 Dic 1999 | Parola di Vita
E’ un inno di lode e di riconoscenza a Dio. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è il Dio, Padre di Gesù Cristo, che egli ha risuscitato dai morti. “Con lui”, Gesù, “ha risuscitati e fatti sedere nei cieli” [1] anche noi, che siamo “opera sua” e “suo corpo” [2]. La benedizione di Dio su Abramo (“in te saranno benedette tutte le nazioni della terra” [3]) si compie in Gesù. Gesù ha attirato su di sé la benedizione paterna, rivestito di quell’amore al quale il Padre non può non rispondere perché egli è la sua stessa Parola fattasi carne. E' la sua Parola vivente, il suo Verbo che ha assunto la nostra natura umana per stare fra noi e comunicarci la Vita vera. Per fare di noi un solo corpo con lui e comunicarci il suo Spirito per il quale possiamo chiamare Dio Padre, Abbà! E noi come possiamo vivere in maniera degna della benedizione del Padre? Come attirare su di noi quella benedizione che dona gioia e fecondità a tutto ciò che pensiamo? Vivendo da figli, nel Figlio, essendo come lui Parola viva. Vivendo la Parola, infatti, veniamo trasformati nella Parola, in Cristo.
«Benedetto sia Dio… che ci ha benedetti… in Cristo».
Il Vangelo non è un libro di consolazione ove ci si rifugia nei momenti dolorosi per averne una risposta, ma è un codice che contiene le leggi della vita, di ogni momento della vita; leggi che non vanno solo lette e osservate, ma messe in pratica, cioè profondamente assimilate così da vivere come Cristo, da essere un altro Cristo in ogni istante. Così non possiamo pensare la Parola come una pura, semplice, dolce espressione di saggezza umana. La Parola di Dio è qualcosa di più di un messaggio. Quando egli parla dice se stesso, dona se stesso. “Dio non dona mai meno di se stesso”, ricorda Agostino di Ippona [4]. E poiché Dio è Amore ogni sua Parola è amore. Accogliere e vivere la Parola fa essere amore come Dio è Amore. Per la Parola, dunque, dovrebbero cambiare tutti i nostri rapporti: quello con Dio e quelli con il prossimo, perché essa ha in sé una forza dinamica, creatrice. Vivendo la Parola nasce e si compone la comunità cristiana fra persone che si amano e formano un solo popolo: il popolo di Dio. E su questo popolo scende la benedizione di Dio, e cioè su tutti noi, nella misura in cui sappiamo trattarci da fratelli e sorelle nell’unico Padre superando tutti gli individualismi, i pregiudizi, le divisioni. E' quello che dobbiamo fare in questo mese nel quale cristiani di molte parti del mondo si uniscono nella celebrazione della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, formando questo unico popolo. Consci di tale dono, non meritato da parte nostra, cerchiamo di vivere insieme, all'inizio del terzo millennio, come parole di Dio vive. Oltre che dare gloria a Dio, saremo con la nostra vita una forte implorazione per un altro suo dono: quello della piena e visibile comunione fra le Chiese.
Chiara Lubich
[1] Cf Ef 2,6
[2] Cf Ef 2,10 e 1,23
[3] Cf Gen 22,18
[4] Enchiridion ad Laurentium de fide et spe et caritate, XII, 40, Opera omnia, XIII, 2
29 Dic 1999 | Ecumenismo
Nuovo apporto al dialogo ecumenico in Terra Santa
a conclusione del Convegno dei Vescovi Incontro personalità di varie Chiese a Gerusalemme – 9 dicembre 1999 “Ogni Chiesa, nella comunione con le altre, non solo non perde, ma può donare le proprie ricchezze”: così ha affermato il Metropolita rumeno ortodosso Serafim durante l’incontro di personalità del mondo ecumenico di Gerusalemme che si è svolto nel pomeriggio del 9 dicembre nell’Istituto Ecumenico di Tantur, per invito del Movimento dei Focolari. Presente in sala un uditorio d’eccezione: Patriarchi e loro vicari, Vescovi, sacerdoti e personalità laiche di 10 Chiese, fra cui numerosi rappresentanti delle Chiese orientali. In tutto 150. Presente anche il gruppo di Vescovi di varie Chiese amici dei Focolari, riuniti in Convegno ad Amman e giunti in pellegrinaggio in Terra Santa. Profondo l’ascolto della breve presentazione dei Focolari, delle testimonianze sui riflessi della spiritualità dell’unità in campo ecumenico di Vescovi di cinque Chiese e della videoregistrazione di Chiara Lubich – impossibilitata da una banale indisposizione ad essere presente di persona – dell’intervento nella chiesa evangelica di s. Anna ad Augsburg, dove lo scorso anno aveva parlato dei cardini di una spiritualità ecumenica. Un intenso momento di preghiera, animato da rappresentanti di varie Chiese ed incentrato nella lettura del testamento di Gesù “Che siano uno… affinché il mondo creda”, ha concluso questo incontro che, per la grande rappresentatività e l’inedita apertura reciproca è stato – come affermato da personalità del posto – “una vera benedizione del Cielo”, “un apporto originale nel progressivo cammino dei rapporti ecumenici in Terra Santa”. (altro…)
19 Dic 1999 | Ecumenismo
Da Amman alla Terra Santa
A pochi giorni dalla VII Assemblea della Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace (WCRP) che ha riunito ad Amman leaders e rappresentanti delle grandi religioni mondiali, avrà luogo un altro incontro internazionale, questa volta sul fronte ecumenico. E’ il 18° Convegno di vescovi appartenenti a varie Chiese cristiane, amici del Movimento dei Focolari, che si svolgerà dal 3 al 10 dicembre 1999. Inizierà e si concluderà nella capitale giordana. L’8 e il 9 dicembre i vescovi si recheranno in pellegrinaggio in Terra Santa, nello spirito di quell’unità che Gesù ha invocato per i suoi. Titolo e obiettivo del Convegno: “Promuovere la Presenza di Cristo fra i cristiani e tra le Chiese – via alla piena comunione” . Saranno una trentina i vescovi, rappresentanti della Chiesa ortodossa, siro-ortodossa, anglicana, evangelico-luterana e cattolico-romana provenienti dai cinque Continenti. Si incontreranno per una intensa settimana di comunione e di vita fraterna.
Una spiritualità ecumenica a molteplici effetti
Il convegno intende approfondire uno dei cardini della spiritualità dell’unità, spiccatamente ecumenica: la presenza del Risorto tra “due o più riuniti nel suo nome” e gli effetti di rinnovamento e di comunione che ne derivano fra le Chiese. Si susseguiranno interventi di vescovi ortodossi, anglicani e evangelico-luterani, di Chiara Lubich e di laici delle varie Chiese, esperienze di vita cristiana e di irradiazione evangelica. In programma anche i più recenti sviluppi dei dialoghi dottrinali, come la Dichiarazione congiunta cattolico-luterana sulla Dottrina della Giustificazione firmata di recente ad Augsburg. Il convegno si aprirà poi agli orizzonti del dialogo interreligioso, con l’aggiornamento sull’Assemblea della Conferenza mondiale delle religioni per la pace appena conclusa nella stessa Amman e degli ultimi sviluppi del dialogo del Movimento con le altre religioni.
Un’iniziativa per promuovere la vita d’unità tra i leaders di diverse Chiese
Questi incontri, che rivestono carattere informale, ebbero inizio nel 1982 quando il Papa Giovanni Paolo II ricevette un gruppo di vescovi cattolici amici del Movimento dei Focolari e li invitò ad estendere la loro esperienza di fraterna comunione anche a leaders di altre Chiese. Promossi dall’allora vescovo di Aachen, mons. Klaus Hemmerle, questi convegni si svolgono sin da allora annualmente, con l’approvazione dei responsabili delle rispettive Chiese. Luogo dell’incontro sono stati in passato Roma, Istanbul, Londra, Trento e la cittadella ecumenica di Ottmaring nei pressi di Augsburg in Germania. A partire dal 1994, dopo la morte del Vescovo Hemmerle, l’Arcivescovo di Praga, Card. Miloslav Vlk, ha assunto il coordinamento di queste riunioni. Frutto principale di quest’iniziativa è la profonda comunione spirituale che si instaura, all’insegna del comandamento nuovo di Gesù “Amatevi gli uni gli altri”, fra leaders delle diverse Chiese. Viene così in rilievo non tanto quello che ancora divide le Chiese ma soprattutto il molto che già le unisce. E si prende coscienza come le varie sensibilità e le ricchezze delle differenti tradizioni cristiane possano diventare un dono per tutta la cristianità. (06-12-1999) (altro…)
14 Dic 1999 | Focolari nel Mondo
Noi indigeni siamo la maggioranza della popolazione guatemalteca, il 60%. E siamo sempre noi quelli che abbiamo, in sofferenza, il peso maggiore. Il mio popolo vive in piccole comunità con costumi e lingue propri, ma emarginate e in condizione d’inferiorità e dipendenza economica. Sono la maggiore di 12 figli. Fin da piccola avevo delle responsabilità nella famiglia e ho dovuto lavorare molto presto per sostenerla. Alla dura realtà della mia infanzia si aggiungevano le percosse di papà: sfogava su di me i problemi con il nonno, nella cui casa abitavamo. Era così amaro il nostro rapporto da arrivare a pensare che non fossi figlia sua. Crescendo, si sviluppava in me una totale ribellione verso di lui e verso tutto ciò che faceva. A ciò si aggiungeva la dolorosa presa di coscienza d’essere diversa: ero indigena. Avevo otto anni, cominciavo a frequentare la scuola. Un giorno una compagna dice alle altre: “A quella (ero io) non parlatele: è indigena”. Io, però, non mi sentivo diversa da loro: potevo sorridere, parlare, amare, sentire le cose che loro sentivano. Anche all’interno del nostro gruppo etnico c’era divisione e quelli che riuscivano ad emergere disprezzavano gli altri. Sognavo di studiare diritto per difendere il mio popolo dall’oppressione, vendicando le ingiustizie e il disprezzo ricevuti. Ancora alla scuola media, però, ho dovuto interrompere gli studi per sostenere la mia famiglia. Sono stata assunta in una fabbrica tessile dove lavoravo da 11 a 15 ore al giorno: un ambiente pieno di rivalità. Sfruttamento e stanchezza, comunque, li affrontavo volentieri pur di evitare ai miei fratelli la sofferenza e il disprezzo che avevo subito io. Poco alla volta ho ripreso a studiare di notte, ma più del sacrificio sentivo una gran forza di lottare per raggiungere io e la mia famiglia una posizione migliore. Ad una Mariapoli, l’incontro con l’Ideale, la scoperta di un mondo nuovissimo che mai avrei pensato esistesse. Mi colpiva soprattutto vedere che persone di differente condizione sociale, di razze differenti si amavano, pronte a dare la vita a vicenda. Vedevo comporsi una società nuova dove davvero ciascuno è uguale all’altro: tutti con la stessa dignità di figli di Dio. Ed è iniziata una piccola, ma vera, rivoluzione. Una cosa, però, non riuscivo a superare: il rancore verso papà. Capivo di dovergli chiedere scusa…”Nulla è impossibile a Dio” Nulla è impossibile a Dio”. A Lui potevo chiedere qualsiasi cosa… E’ stato un momento fortissimo di riconciliazione e ho sentito entrare in me un amore nuovo e più profondo. C’era ancora da far crollare la barriera verso quanti disprezzavano il mio popolo. Capivo che Dio mi chiedeva di andare oltre queste ferite. Attraverso un’esperienza concreta di perdono è entrata in me la libertà d’amare tutti, senza distinzione: e non solo perdonare, ma essere disposta a dar la vita per chi, da sempre, si era mostrato mio nemico, nemico del mio popolo. Aprendomi all’altro, lo sperimento, si arricchisce il mio essere guatemalteca e allo stesso tempo mi scopro parte di un popolo nuovo, quello di Dio. A. E. Guatemala (altro…)
30 Nov 1999 | Parola di Vita
La domanda di Maria, all'annuncio dell'Angelo: “Com'è possibile questo?” ebbe come risposta: “Nulla è impossibile a Dio” e, a riprova di ciò, le venne portato l'esempio di Elisabetta, che nella sua vecchiaia aveva concepito un figlio. Maria credette e divenne la Madre del Signore. Dio è onnipotente: questo suo nome si incontra frequentemente nella Sacra Scrittura ed è usato quando si vuole esprimere la potenza di Dio nel benedire, nel giudicare, nel dirigere il corso degli eventi, nel realizzare i suoi disegni. C'è un solo limite all'onnipotenza di Dio: la libertà umana, che si può opporre alla di lui volontà rendendo l'uomo impotente, mentre sarebbe chiamato a condividere la stessa forza di Dio.
«Nulla è impossibile a Dio»
E' questa una Parola che viene opportunamente a concludere per la Chiesa cattolica l'anno del Padre prima del Giubileo del 2000. E' una Parola, infatti, che ci apre ad una confidenza illimitata nell'amore di Dio-Padre, perché, se Dio è e il suo essere è Amore, la fiducia completa in lui non ne è che la logica conseguenza. Tutte le grazie sono in suo potere: temporali e spirituali, possibili e impossibili. Ed egli le dà a chi le chiede e anche a chi non chiede, perché, come dice il Vangelo, egli, il Padre, “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni” e a noi tutti chiede di agire come lui, con lo stesso amore universale, sostenuto dalla fede che:
«Nulla è impossibile a Dio»
Come vivere dunque questa Parola nella vita di ogni giorno? Noi tutti dobbiamo affrontare di quando in quando situazioni difficili, dolorose, sia nella nostra vita personale, sia nei rapporti con gli altri. E sperimentiamo a volte tutta la nostra impotenza perché avvertiamo in noi degli attaccamenti a cose e persone che ci rendono schiavi di legami da cui vorremmo liberarci. Ci troviamo spesso di fronte ai muri dell'indifferenza e dell'egoismo e ci sentiamo cadere le braccia di fronte ad avvenimenti che sembrano superarci. Ebbene, in questi momenti, la Parola di vita può venirci in aiuto. Gesù ci lascia fare l'esperienza della nostra incapacità, non già per scoraggiarci, ma per aiutarci a capire meglio che “nulla è impossibile a Dio”; per prepararci a sperimentare la straordinaria potenza della sua grazia, che si manifesta proprio quando vediamo che con la nostre povere forze non possiamo farcela.
«Nulla è impossibile a Dio»
Ripetendoci questo nei momenti più critici, ci verrà dalla Parola di Dio quell'energia che essa racchiude in sé, facendoci partecipare in qualche modo della stessa onnipotenza di Dio. Ad un patto, però, e cioè che si viva la sua volontà, cercando di irradiare attorno a noi quell'amore che è deposto nei nostri cuori. Così saremo all'unisono con l'Amore onnipotente di Dio per le sue creature, al quale tutto è possibile, ciò che concorre a realizzare i suoi piani sui singoli e sull'umanità. Ma c'è un momento speciale per poter vivere questa Parola e per sperimentarne tutta l'efficacia: è nella preghiera. Gesù ha detto che qualsiasi cosa chiederemo al Padre in nome suo egli ce la concederà. Proviamo dunque a chiedergli ciò che ci sta più a cuore con la certezza di fede che a lui nulla è impossibile: dalla soluzione di casi disperati, alla pace nel mondo; dalle guarigioni da malattie gravi, alla ricomposizione di conflitti familiari e sociali. Se poi siamo in più a chiedere la stessa cosa, in pieno accordo per l'amore reciproco, allora è Gesù stesso in mezzo a noi che prega il Padre e, secondo la sua promessa, otterremo. Con tale fede nell'onnipotenza di Dio e nel suo Amore, anche noi chiedemmo un giorno per N. che quel tumore, visto su una radiografia, “scomparisse”, quasi fosse un errore o un fantasma. E così avvenne. Questa fiducia sconfinata che ci fa sentire nelle braccia di un Padre al quale tutto è possibile, deve accompagnare sempre le vicende della nostra vita. Non è detto che otterremo sempre ciò che chiederemo. La sua è l'onnipotenza di un Padre e la usa sempre e soltanto per il bene dei suoi figli, che essi lo sappiano o no. L'importante è vivere coltivando la certezza che a Dio nulla è impossibile e questo ci farà sperimentare una pace mai provata.
Chiara Lubich
31 Ott 1999 | Ecumenismo
Il giorno successivo alla Firma sulla Dichiarazione Congiunta, il Presidente della Federazione Luterana Mondiale, il vescovo Christian Krause, ha accolto, sempre ad Augsburg, Chiara Lubich all’incontro annuale del comitato esecutivo della Federazione. “Niente è più urgente nel mondo di una potente corrente d’amore” affermava Chiara Lubich, tratteggiando i cardini di una spiritualità ecumenica già in atto in vari punti della cristianità, incentrata su questo amore che si fa reciproco tra cristiani e tra le Chiese. “Laddove i cristiani vivono così – aveva continuato – cresce la coscienza di formare sin d’ora, al di là di qualsiasi barriera confessionale, un unico popolo cristiano. E questo dialogo del popolo sarebbe necessario per accogliere e far sì che il dialogo teologico porti frutto“. Parole accolte “come incoraggiamento, particolarmente in questo momento della storia, in questo luogo storico, Augsburg“, dal vescovo Krause, che ha espresso “la certezza che ora il terreno è pronto per far sì che possiamo scoprirci come dono gli uni per gli altri“. “Penso – ha aggiunto – che la giornata di ieri ha confermato quanto da lei sottolineato: se fosse stata solo un accordo tra teologi che non incidesse sul popolo, non succederebbe niente“. Augsburg – 1° novembre 1999 (altro…)
31 Ott 1999 | Parola di Vita
La predicazione di Gesù si apre col discorso della montagna. Davanti al lago di Tiberiade su una collina nei pressi di Cafarnao, seduto, come usavano fare i maestri, Gesù annuncia alle folle l’uomo delle beatitudini. Più volte nell’Antico Testamento risuonava la parola “beato” e cioè l’esaltazione di colui che adempiva, nei modi più vari, la Parola del Signore. Le beatitudini di Gesù riecheggiavano in parte quelle che i discepoli già conoscevano; ma per la prima volta essi sentivano che i puri di cuore, non solo, come cantava il Salmo, erano degni di salire sul monte del Signore, ma addirittura potevano vedere Dio. Quale era dunque quella purezza così alta da meritare tanto? Gesù l’avrebbe spiegato più volte nel corso della sua predicazione. Cerchiamo perciò di seguirlo per attingere alla fonte dell’autentica purezza.
«Beati i puri di cuore perché vedranno Dio»
Anzitutto, secondo Gesù, vi è un mezzo sovrano di purificazione: “Voi siete già mondi in virtù della Parola che vi ho annunziato”. Non sono tanto degli esercizi rituali a purificare l’animo, ma la sua Parola. La Parola di Gesù non è come le parole umane. In essa è presente Cristo, come, in altro modo, è presente nell’Eucaristia. Per essa Cristo entra in noi e, finché la lasciamo agire, ci rende liberi dal peccato e quindi puri di cuore. Dunque la purezza è frutto della Parola vissuta, di tutte quelle Parole di Gesù che ci liberano dai cosiddetti attaccamenti, nei quali necessariamente si cade, se non si ha il cuore in Dio e nei suoi insegnamenti. Essi possono riguardare le cose, le creature, se stessi. Ma se il cuore è puntato su Dio solo, tutto il resto cade. Per riuscire in questa impresa, può essere utile, durante la giornata, ripetere a Gesù, a Dio, quell’invocazione del Salmo che dice: “Sei tu, Signore, l’unico mio bene!”. Proviamo a ripeterlo spesso, e soprattutto quando i vari attaccamenti vorrebbero trascinare il nostro cuore verso quelle immagini, sentimenti e passioni che possono offuscare la visione del bene e toglierci la libertà. Siamo portati a guardare certi cartelloni pubblicitari, a seguire certi programmi televisivi? No, diciamogli: “Sei tu, Signore, l’unico mio bene” e sarà questo il primo passo che ci farà uscire da noi stessi, ri-dichiarando il nostro amore a Dio. E così avremo acquistato in purezza. Avvertiamo a volte che una persona o un’attività si frappongono, come un ostacolo, fra noi e Dio e inquinano il nostro rapporto con Lui? E’ il momento di ripeterGli: “Sei tu, Signore, l’unico mio bene”. Questo ci aiuterà a purificare le nostre intenzioni e a ritrovare la libertà interiore.
«Beati i puri di cuore perché vedranno Dio»
La Parola vissuta ci rende liberi e puri perché è amore. E’ l’amore che purifica, con il suo fuoco divino, le nostre intenzioni e tutto il nostro intimo, perché il “cuore” secondo la Bibbia è la sede più profonda dell’intelligenza e della volontà. Ma c’è un amore che Gesù ci comanda e che ci permette di vivere questa beatitudine. E’ l’amore reciproco, di chi è pronto a dare la vita per gli altri, sull’esempio di Gesù. Esso crea una corrente, uno scambio, un’atmosfera la cui nota dominante è proprio la trasparenza, la purezza, per la presenza di Dio che, solo, può creare in noi un cuore puro. E’ vivendo l’amore scambievole che la Parola agisce con i suoi effetti di purificazione e di santificazione. L’individuo isolato è incapace di resistere a lungo alle sollecitazioni del mondo, mentre nell’amore vicendevole trova l’ambiente sano, capace di proteggere la sua purezza e tutta la sua autentica esistenza cristiana.
«Beati i puri di cuore perché vedranno Dio»
Ed ecco il frutto di questa purezza, sempre riconquistata: si può “vedere” Dio, cioè capire la sua azione nella nostra vita e nella storia, sentire la sua voce nel cuore, cogliere la sua presenza là dove è: nei poveri, nell’Eucaristia, nella sua Parola, nella comunione fraterna, nella Chiesa. E’ un pregustare la presenza di Dio che comincia già da questa vita “camminando nella fede e non ancora in visione” fino a quando “vedremo faccia a faccia” eternamente. Chiara Lubich (altro…)
30 Ott 1999 | Cultura
Editoriale IL POSTO DEI CARISMI NELLA CHIESA – di Piero Coda – Quale posto hanno nella vita e nella missione della Chiesa i movimenti e le nuove comunità ecclesiali e, più in generale, quei carismi che il Concilio definisce “grazie speciali” e “doni straordinari”? Giovanni Paolo II, in occasione del Convegno celebrato a Roma in preparazione della Pentecoste ’98, ha voluto sottolineare che la dimensione istituzionale e quella carismatica “sono co-essenziali alla costituzione divina della Chiesa fondata da Gesù, perché concorrono insieme a rendere presente il mistero di Cristo e la sua opera salvifica nel mondo”. Nel presente editoriale si cerca di approfondire brevemente il significato e le implicazioni di quest’importante affermazione. Nella luce dell’ideale dell’unità LA FAMIGLIA È IL FUTURO – di Chiara Lubich – Riportiamo il discorso tenuto dall’A. a Lucerna il 16 maggio 1999, in occasione del 19° Congresso Internazionale per la famiglia: “La famiglia è il futuro”. LA CULTURA DEL DARE – di Vera Araujo – L’individualismo che contraddistingue la modernità frutta un tipo di società chiusa, indifferente e inconsapevole dei bisogni e delle attese degli altri. Tale società è segnata dalla cultura dell’avere, dell’accumulare, dell’accaparrare, dell’avere, del consumare e dello sprecare. La cultura dell’avere partorisce una concezione antropologica monca, rivestita di non-valori, di sentimenti negativi. La società che ne deriva è quella “complessa” che mercifica tutta l’esistenza, incapace di instaurare rapporti interpersonali profondi. La risposta a tale cultura non può essere che la cultura del dare, una cultura che esprime la verità sull’uomo, come “homo donator”, la cui vera identità si esprime nell’essere dono in tutte le espressioni del suo vivere. L’articolo percorre le tracce della “cultura del dare” nel mistero stesso di Dio che si dona, nel suo disegno salvifico e nel messaggio evangelico. Si delineano così lo “stile” del dare e i suoi contenuti. L’articolo prosegue attingendo al pensiero dei Padri della Chiesa e, infine, viene messo in rilievo il contributo che il carisma dell’unità porta nella comprensione e nella metodologia del dare: “Guarda dunque ad ogni fratello donandoti a lui per donarti a Gesù e Gesù si donerà a te. E’ legge d’amore “date e vi sarà dato”, chè chi ama trabocca e tutto dona, sazio solo d’amare”.La cultura del dare è poi vista come il fondamento antropologico del progetto “Economia di comunione” che chiama le imprese a vivere la cultura del dare al loro interno e, poi, coi bisognosi con cui condividono gli utili. Saggi e Ricerche MOVIMENTI ECCLESIALI E LORO COLLOCAZIONE TEOLOGICA – di Joseph Cardinal Ratzinger – Per gentile concessione dell’A. pubblichiamo il testo del discorso da lui tenuto in occasione del Convegno preparatorio all’incontro delle comunità ecclesiali con Giovanni Paolo II in piazza san Pietro, alla vigilia della Pentecoste del 1998. IL DOLORE, UN GRIDO VERSO L’OLTRE – di Aldo Giordano – “Il tema del dolore è bruciante e misterioso, ma inevitabile. Esso è sempre di impressionante attualità: c’è il dolore dei singoli e c’è il dolore dei popoli. A livello personale esso emerge nella sua radicalità con il volto della morte delle persone amate (…). A livello storico esso ritorna come tragedia estrema nel grido di popolazioni intere che sono esposte al destino del massacro, dello sradicamento sistematico e delle violenze più inaudite”. L’autore, con “timore e tremore”, attraverso gli strumenti della riflessione filosofica, percorre i vari livelli dell’esperienza umana implicati nella questione del dolore. Questo cammino conduce alla progressiva radicalizzazione della domanda, del “perché”. Il momento sorprendente di svolta del discorso avviene quando questo “perché”, che esplode nel dolore umano, s’incontra con il “perché” del Dio Crocifisso fuori le mura. Se la lacerazione causata dal dolore diviene per il Cristo lo spazio per l’accadere di un Amore che vince la signoria della morte, anche le ferite sperimentate dall’uomo non potranno divenire spazio del realizzarsi di un amore già segnato dall’eterno? CHE COS’È PENSARE? UNA RIFLESSIONE ALLA LUCE DI GESÙ ABBANDONATO – di Giuseppe Maria Zanghí – Giovanni Paolo II ha ricordato che la civiltà contemporanea riuscirà a sopravvivere e a svilupparsi nella misura in cui saprà elaborare un’autentica civiltà del pensiero. L’A. si interroga su cosa sia il pensare esplorando sinteticamente alcune possibili risposte, e suggerendo infine una proposta di soluzione. Spazio letterario DIZIONARIETTO DI PAROLE INCOSCIENTI – III – di Giovanni Casoli “Nuova Umanità” continua nelle sue pagine l’apertura di spazio dedicato alla produzione letteraria. Libri VERSO UNA IMPOSTAZIONE COMUNIONALE DELLA TEOLOGIA MORALE. L’ETICA ECCLESIALE DI STANLEY HAUERWAS – di Christian Hennecke – La teologia è in ricerca di un nuovo paradigma. Soprattutto nella teologia morale si avverte che di fronte alle esigenze del tempo di oggi è necessario un ripensamento degli stessi fondamenti del’etica. Su questo sfondo il contributo di S. Hauerwas, uno dei più importanti teologi negli USA, può dare degli spunti e delle prospettive interessanti. Nel suo lavoro egli cerca di radicare l’ethos cristiano nel vissuto della comunità. Si inserisce così nella ricerca soprattutto dei filosofi anglosassoni per oltrepassare le strette di un liberalismo sfrenato. Accogliendo le istanze del comunitarismo, la riflessione di Hauerwas porta ad un rinnovamento della stessa teologia morale fondamentale. (altro…)
30 Ott 1999 | Ecumenismo
Ha segnato un avvenimento storico
la firma il 31 ottobre ad Augsburg (Germania), nella Chiesa di s. Anna, della Dichiarazione congiunta tra la Chiesa cattolica e la Federazione Luterana Mondiale sulla Dottrina della Giustificazione. E’ caduto così un pilastro teologico portante della divisione tra le due Chiese. La questione della giustificazione aveva scatenato – 450 anni fa – una polemica che portò a condanne reciproche, giunte sino ad oggi. Fu questa una delle cause fondamentali della separazione. Dopo 30 anni di lavoro della Commissione teologica internazionale luterano-cattolica, grazie alle preghiere e all’impegno di molti, è stato possibile superare anche gli ultimi ostacoli. La Dichiarazione congiunta afferma, tra l’altro, l’esistenza “di un consenso tra luterani e cattolici su verità fondamentali di tale dottrina”. Si considerano così decadute le reciproche condanne del passato sulla giustificazione. “Il documento – afferma il Card. Ratzinger – dice che le scomuniche del Concilio di Trento in questo settore non toccano la dottrina così come è esposta oggi” (Intervista a “30 Giorni”, giugno ’99). “Non vi è stato nessun rinnegamento del passato, – precisa un comunicato del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani (21.6.99) – ma piuttosto un comune passo in avanti nella comprensione del mistero della salvezza in Cristo, reso possibile dal clima di fiducia reciproca”. Non si tratta di una disputa teologica del XVI secolo che oggi non ha più interesse. La giustificazione è una questione attualissima che risponde a domande vitali dell’uomo: Che cos’è che rende il cristiano giusto davanti a Dio? Chi lo salva e dà piena realizzazione alla sua vita? L’essere giusti è frutto della sola nostra buona volontà? Qual è la salvezza che la fede cristiana promette? La firma verrà apposta su:
la “Dichiarazione congiunta sulla Dottrina della Giustificazione (1997)”
la “Dichiarazione ufficiale comune della Federazione Luterana Mondiale e della Chiesa cattolica”, e l’ “Allegato” (11 giugno 99) La solenne cerimonia della firma dell’avvenuto consenso sarà preceduta, sabato 30 ottobre, da varie iniziative collaterali, tra cui una manifestazione promossa dal Centro Ecumenico di Ottmaring (Movimento dei Focolari e Bruderschaft von Gemeinsamen Leben, fraternità evangelica) nella chiesa luterana di St. Ulrich ad Augsburg. Alcune personalità daranno la loro testimonianza su quanto significa nella loro vita il fatto di essere “giustificati da Dio”. Parleranno il Vescovo emerito evangelico-luterano di Lübech, Ulrich Wilckens, Frère Richard di Taizé, Chiara Lubich, Andrea Riccardi. La firma è stata apposta da parte cattolica dal Card. E.I. Cassidy e dal Vescovo W. Kasper, Presidente e Segretario del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani e, da parte luterana, dal Vescovo Ch. Krause e dal Dott. I. Noko, Presidente e Segretario Generale della Federazione Luterana Mondiale, oltre che da sei Vice-presidenti della Federazione, su:
la “Dichiarazione congiunta sulla Dottrina della Giustificazione (1997)”
la “Dichiarazione ufficiale comune della Federazione Luterana Mondiale e della Chiesa cattolica”, e l’ “Allegato” (11 giugno 99) Per saperne di più: www.rechtfertigung.de in tedesco e inglese www.justification.org (altro…)
29 Ott 1999 | Ecumenismo
Interventi di: Chiara Lubich, Andrea Riccardi, e del Vescovo emerito luterano Wilckens, presente l’arcivescovo Kasper, allora segretario del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani (Augsburg – 30 ottobre 1999) Una preoccupazione comune, espressa da tanti – dal card. Ratzinger ai vescovi Krause e Kasper, segretario del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani – è come spiegare alla gente di oggi, soprattutto ai giovani, la Giustificazione. Una prima risposta è stata data alla vigilia stessa dell’avvenimento, nella Chiesa luterana di St. Ulrich ad Ausgburg. Erano circa 1700 i giovani, riuniti per iniziativa del Centro Ecumenico di Ottmaring, presente anche il Vescovo Kasper. “Un pomeriggio così variopinto mi ha presentato un volto del tutto nuovo della Chiesa” l’impressione a caldo di una giovane signora, medico, che si era allontanata dalla fede. E tutto in quella chiesa parlava con il linguaggio dei giovani: “Sopra la balaustra campeggiavano un arcobaleno di palloncini. Trampolieri con uno striscione hanno dato il benvenuto ai giovani. Ritmi rock e brani di musical invece che le note dell’organo” – osserva il quotidiano Augsburger Allgemeine – “La chiesa evangelica gremita fino all’ultimo posto ospita un forum delle diverse tradizioni cristiane. Un incontro che lascia un’impressione duratura nei presenti. Un incontro intenso, aperto schietto“. Alla luce del documento di consenso di Augsburg sulla Giustificazione, la domanda centrale è: “Che cosa rende preziosa la tua vita?”. Scroscianti applausi dopo l’appello appassionato di Chiara Lubich: “Se noi ci amiamo a vicenda, cristiani cattolici e evangelici, allora ad Augsburg inizia la rivoluzione cristiana.” La fondatrice dei Focolari, aveva testimoniato con passione Dio amore, facendo vedere la bellezza, la forza, la coerenza di una vita immersa nel Suo Amore che ci libera e salva da ogni baratro piccolo o grande in cui possiamo essere caduti. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’ Egidio, aveva fatto un esempio efficace: “Immaginate dei carcerati nel braccio della morte. E’ l’ora della condanna. Arriva un poliziotto: ‘Non sarai condannato!’. Tutti salvi, tutti liberi, tutti graziati. Anche noi siamo prigionieri dell’angoscia, dell’egoismo, della ricchezza e della solitudine. Anche noi abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: ‘Siamo liberi, amati, giustificati’”. Un esempio personale è portato dal vescovo luterano di Lubecca, Ulrich Wilckens: diciassettenne, negli ultimi giorni della guerra del ’45, doveva difendere la patria. Da solo si trovava in una trincea con una “paura folle”. Paura superata “come per un miracolo” per merito della fede, riconfermata dalla Sacra Scrittura che, in formato tascabile, portava con sé. E’ festa. Festa – come Wilckens ha definito questo momento storico – per “il ricongiungersi di una famiglia dove i genitori erano divorziati e si ritrovano“. E proprio i giovani sono forse i più sensibili a questa riconciliazione. Dopo questi avvenimenti, simbolicamente fissati dall’abbraccio del pastore Noko e del vescovo cattolico Kasper al momento della storica firma che ha suscitato grande emozione in tutti, l’impressione a caldo di una giovane evangelica esprime la certezza che “sì, un pezzo di muro tra le Chiese è crollato, d’ora in poi si accelereranno i tempi per l’unità.” (altro…)
30 Set 1999 | Parola di Vita
Questa Parola la si trova già nell’Antico Testamento. Per rispondere ad una domanda insidiosa, Gesù si inserisce nella grande tradizione profetica e rabbinica che era alla ricerca del principio unificatore della Torah, e cioè dell’insegnamento di Dio contenuto nella Bibbia. Rabbi Hillel, un suo contemporaneo, aveva detto: “Non fare al prossimo tuo ciò che è odioso a te, questa è tutta la legge. Il resto è solo spiegazione”. Per i maestri dell’ebraismo l’amore del prossimo deriva dall’amore a Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, per cui non si può amare Dio senza amare la sua creatura: questo è il vero motivo dell’amore del prossimo, ed è “un grande e generale principio nella legge”. Gesù ribadisce questo principio e aggiunge che il comando di amare il prossimo è simile al primo e più grande comandamento, quello cioè di amare Dio con tutto il cuore, la mente e l’anima. Affermando una relazione di somiglianza fra i due comandamenti Gesù li salda definitivamente e così farà tutta la tradizione cristiana; come dirà lapidariamente l’apostolo Giovanni: “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”.
«Amerai il prossimo tuo come te stesso».
Prossimo – lo dice chiaramente tutto il Vangelo – è ogni essere umano, uomo o donna, amico o nemico, al quale si deve rispetto, considerazione, stima. L’amore del prossimo è universale e personale al tempo stesso. Abbraccia tutta l’umanità e si concreta in colui-che-ti-sta-vicino. Ma chi può darci un cuore così grande, chi può suscitare in noi una tale benevolenza da farci sentire vicini – prossimi – anche coloro che sono più estranei a noi, da farci superare l’amore di sé, per vedere questo sé negli altri? E’ un dono di Dio, anzi è lo stesso amore di Dio che “è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. Non è quindi un amore comune, non una semplice amicizia, non la sola filantropia, ma quell’amore che è versato sin dal battesimo nei nostri cuori: quell’amore che è la vita di Dio stesso, della Trinità beata, al quale noi possiamo partecipare. Dunque l’amore è tutto, ma per poterlo vivere bene occorre conoscere le sue qualità che emergono dal Vangelo e dalla Scrittura in genere e che ci sembra poter riassumere in alcuni aspetti fondamentali. Per prima cosa Gesù, che è morto per tutti, amando tutti, ci insegna che il vero amore va indirizzato a tutti. Non come l’amore che viviamo noi tante volte, semplicemente umano, che ha un raggio ristretto: la famiglia, gli amici, i vicini… L’amore vero che Gesù vuole non ammette discriminazioni: non distingue tanto la persona simpatica dall’antipatica, non c’è per esso il bello, il brutto, il grande o il piccolo; per questo amore non c’è quello della mia patria o lo straniero, quello della mia Chiesa o di un’altra, della mia religione o di un’altra. Tutti ama quest’amore. E così dobbiamo fare noi: amare tutti. L’amore vero, ancora, ama per primo, non aspetta di essere amato, come in genere è dell’amore umano: si ama chi ci ama. No, l’amore vero prende l’iniziativa, come ha fatto il Padre quando, essendo noi ancora peccatori, quindi non amanti, ha mandato il Figlio per salvarci. Quindi: amare tutti e amare per primi. E ancora: l’amore vero vede Gesù in ogni prossimo: “L’hai fatto a me” ci dirà Gesù al giudizio finale. E ciò vale per il bene che facciamo e anche per il male purtroppo. L’amore vero ama l’amico e anche il nemico: gli fa del bene, prega per lui. Gesù vuole anche che l’amore, che egli ha portato sulla terra, diventi reciproco: che l’uno ami l’altro e viceversa, sì da arrivare all’unità. Tutte queste qualità dell’amore ci fanno capire e vivere meglio la parola di vita di questo mese.
«Amerai il prossimo tuo come te stesso».
Sì, l’amore vero ama l’altro come se stesso. E ciò va preso alla lettera: occorre proprio vedere nell’altro un altro sé e fare all’altro quello che si farebbe a sé stessi. L’amore vero è quello che sa soffrire con chi soffre, godere con chi gode, portare i pesi altrui, che sa, come dice Paolo, farsi uno con la persona amata. E’ un amore, quindi, non solo di sentimento, o di belle parole, ma di fatti concreti. Chi ha un altro credo religioso cerca pure di fare così per la cosiddetta “regola d’oro” che ritroviamo in tutte le religioni. Essa vuole che si faccia agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi. Gandhi la spiega in modo molto semplice ed efficace: “Non posso farti del male senza ferirmi io stesso”. Questo mese, dunque, deve essere un’occasione per rimettere a fuoco l’amore del prossimo, che ha così tanti volti: dal vicino di casa, alla compagna di scuola, dall’amico alla parente più stretta. Ma ha anche i volti di quell’umanità angosciata che la TV porta nelle nostre case dai luoghi di guerra e di catastrofi naturali. Una volta erano sconosciuti e lontani mille miglia. Ora sono divenuti anch’essi nostri prossimi. L’amore ci suggerirà volta per volta cosa fare, e dilaterà a poco a poco il nostro cuore sulla misura di quello di Gesù. Chiara Lubich (altro…)
31 Ago 1999 | Parola di Vita
Gesù con queste sue parole risponde a Pietro che, dopo aver ascoltato cose meravigliose dalla sua bocca, gli ha posto questa domanda: “Signore, quante volte dovrò perdonare a mio fratello, se pecca contro di me? fino a sette volte?”. E Gesù: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”. Pietro, probabilmente, sotto l’influenza della predicazione del Maestro, aveva pensato di lanciarsi, buono e generoso com’era, nella sua nuova linea, facendo qualcosa di eccezionale: arrivando a perdonare fino a sette volte. Nel giudaismo infatti si ammetteva un perdono di due, tre volte, al massimo quattro. Ma Gesù rispondendo: “… fino a settanta volte sette”, dice che per lui il perdono deve essere illimitato: occorre perdonare sempre.
«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette».
Questa Parola fa ricordare il canto biblico di Lamech, un discendente di Adamo: “Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette”. Così inizia il dilagare dell’odio nei rapporti fra gli uomini del mondo: ingrossa come un fiume in piena. A questo dilagare del male, Gesù oppone il perdono senza limite, incondizionato, capace di rompere il cerchio della violenza. Il perdono è l’unica soluzione per arginare il disordine e aprire all’umanità un futuro che non sia l’autodistruzione.
«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette».
Perdonare. Perdonare sempre. Il perdono non è dimenticanza che spesso significa non voler guardare in faccia la realtà. Il perdono non è debolezza, e cioè non tener conto di un torto per paura del più forte che l’ha commesso. Il perdono non consiste nell’affermare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male. Il perdono non è indifferenza. Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi di libertà, che consiste nell’accogliere il fratello e la sorella così com’è, nonostante il male che ci ha fatto, come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri difetti. Il perdono consiste nel non rispondere all’offesa con l’offesa, ma nel fare quanto Paolo dice: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male”. Il perdono consiste nell’aprire a chi ti fa del torto la possibilità d’un nuovo rapporto con te, la possibilità quindi per lui e per te di ricominciare la vita, d’aver un avvenire in cui il male non abbia l’ultima parola.
«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette».
Come si farà allora a vivere questa Parola? Pietro aveva chiesto a Gesù: “Quante volte dovrò perdonare a mio fratello?”; “… a mio fratello”. E Gesù, rispondendo, aveva di mira, dunque, soprattutto i rapporti fra cristiani, fra membri della stessa comunità. E’ dunque prima di tutto con gli altri fratelli e sorelle nella fede che bisogna comportarsi così: in famiglia, sul lavoro, a scuola o nella comunità di cui si fa parte. Sappiamo quanto spesso si vuole compensare con un atto, con una parola corrispondente, l’offesa subita. Si sa come per diversità di carattere, o per nervosismo, o per altre cause, le mancanze di amore sono frequenti fra persone che vivono insieme. Ebbene, occorre ricordare che solo un atteggiamento di perdono, sempre rinnovato, può mantenere la pace e l’unità tra fratelli. Ci sarà sempre la tendenza a pensare ai difetti delle sorelle e dei fratelli, a ricordarsi del loro passato, a volerli diversi da come sono… Occorre far l’abitudine a vederli con occhio nuovo e nuovi loro stessi, accettandoli sempre, subito e fino in fondo, anche se non si pentono. Si dirà: “Ma ciò è difficile”. Si capisce. Ma qui è il bello del cristianesimo. Non per nulla siamo alla sequela di Cristo che, sulla croce, ha chiesto perdono al Padre per coloro che gli avevano dato la morte, ed è risorto. Coraggio. Iniziamo una vita così, che ci assicura una pace mai provata e tanta gioia sconosciuta. Chiara Lubich (altro…)
31 Lug 1999 | Parola di Vita
Questa Parola fa parte di un avvenimento semplice e altissimo al tempo stesso: è l’incontro fra due gestanti, fra due madri, la cui simbiosi spirituale e fisica con i loro figli è totale. Sono esse la loro bocca, i loro sentimenti. Quando parla Maria, il bambino di Elisabetta fa un balzo di gioia nel suo ventre. Quando parla Elisabetta sembra che le parole le siano messe sulle labbra dal Precursore. Ma mentre le prime parole del suo inno di lode a Maria sono rivolte personalmente alla madre del Signore, le ultime sono dette in terza persona: “Beata colei che ha creduto”. Così la sua “affermazione acquista carattere di verità universale: la beatitudine vale per tutti i credenti, concerne coloro che accolgono la Parola di Dio e la mettono in pratica e che trovano in Maria il modello ideale” (1).
«E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore.»
E’ la prima beatitudine del Vangelo che riguarda Maria, ma anche tutti coloro che la vogliono seguire e imitare. C’è uno stretto legame, in Maria, tra fede e maternità, come frutto dell’ascolto della Parola. E Luca qui ci suggerisce qualcosa che riguarda anche noi. Più avanti nel suo Vangelo Gesù dice: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (2). Anticipando quasi queste parole, Elisabetta, mossa dallo Spirito Santo, ci annuncia che ogni discepolo può diventare “madre” del Signore. La condizione è che creda alla Parola di Dio e che la viva.
«E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore.»
Maria, dopo Gesù, è colei che meglio e più perfettamente ha saputo dire “sì” a Dio. E’ soprattutto questa la sua santità e la sua grandezza. E se Gesù è il Verbo, la Parola incarnata, Maria, per la sua fede nella Parola è la Parola vissuta, ma creatura come noi, uguale a noi. Il ruolo di Maria come madre di Dio è eccelso e grandioso. Ma Dio non chiama solo la Vergine a generare Cristo in sé. Seppure in altro modo, ogni cristiano ha un simile compito: quello di incarnare Cristo fino a ripetere, come san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (3). Ma come attuare ciò? Con l’atteggiamento di Maria verso la Parola di Dio e cioè di totale disponibilità. Credere dunque, con Maria, che si realizzeranno tutte le promesse contenute nella Parola di Gesù e affrontare, come Maria, se occorre, il rischio dell’assurdo che alle volte la sua Parola comporta. Grandi e piccole cose, ma sempre meravigliose, accadono a chi crede nella Parola. Si potrebbero riempire dei libri con i fatti che lo provano. Chi può dimenticare quando, in piena guerra, credendo alle parole di Gesù “chiedete e vi sarà dato”4 abbiamo chiesto tutto quello di cui tanti poveri in città avevano bisogno e vedevamo arrivare sacchi di farina, scatole di latte, di marmellata, legna, vestiario? Anche oggi accadono le stesse cose. “Date e vi sarà dato” (5) e i magazzini della carità sono sempre pieni, essendo regolarmente svuotati. Ma ciò che colpisce di più è come le parole di Gesù sono vere sempre e dovunque. E l’aiuto di Dio arriva puntuale anche in circostanze impossibili, e nei punti più isolati della terra, come è accaduto poco tempo fa ad una madre che vive in grande povertà. Un giorno si è sentita spinta a dare i suoi ultimi soldi ad una persona più povera di lei. Credeva a quel “date e vi sarà dato” del Vangelo. E aveva una grande pace nell’animo. Poco dopo è arrivata la sua bambina più piccola e le ha mostrato un dono appena ricevuto da un anziano parente che, per caso, era passato di lì: nella sua manina c’erano i soldi moltiplicati. Una “piccola” esperienza come questa ci spinge a credere nel Vangelo; e ciascuno di noi può provare quella gioia, quella beatitudine che viene dal vedere realizzate le promesse di Gesù. Quando, nella vita di tutti i giorni, nella lettura delle Sacre Scritture ci incontreremo con la Parola di Dio, apriamo il nostro cuore all’ascolto, con la fede che ciò che Gesù ci chiede e promette si avvererà. Non tarderemo a scoprire, come Maria e come quella madre, che Egli mantiene le sue promesse. Chiara Lubich 1) G.Rossé, Il Vangelo di Luca, Roma, 1992, p.67. 2) Lc 8,21. 3) Gal 2,20. 4) Mt 7,7. 5) Lc 6,38. (altro…)
30 Giu 1999 | Parola di Vita
In questa brevissima parabola, Gesù colpisce fortemente l’immaginazione dei suoi ascoltatori. Tutti sapevano il valore delle perle che, assieme all’oro, erano allora quanto di più prezioso si conoscesse. In più, le Scritture parlavano della sapienza e cioè della conoscenza di Dio come di qualcosa da non paragonare “neppure a una gemma inestimabile”. Ma viene in rilievo nella parabola l’avvenimento eccezionale, sorprendente e inatteso che rappresenta per quel commerciante l’aver adocchiato, forse in un bazar, una perla che solo ai suoi occhi esperti aveva un valore enorme e dalla quale perciò poteva ricavare un ottimo profitto. Ecco perché, avendo fatto i suoi calcoli, decide che valeva la pena di vendere tutto per comprare la perla. E chi non avrebbe fatto lo stesso al suo posto? Ecco dunque il significato profondo della parabola: l’incontro con Gesù, e cioè con il Regno di Dio fra noi – ecco la perla! -, è quell’occasione unica che bisogna prendere al volo, impegnando fino in fondo tutte le proprie energie e ciò che si possiede.
«Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va’, vende tutti i suoi averi e la compra».
Non è la prima volta che i discepoli si sentono messi di fronte ad un’esigenza radicale e cioè a quel tutto che bisogna lasciare per seguire Gesù: i beni più preziosi quali gli affetti familiari, la sicurezza economica, le garanzie per il futuro. Ma la sua non è una richiesta immotivata e assurda. Per un “tutto” che si perde c’è un “tutto” che si trova, inestimabilmente più prezioso. Ogni volta che Gesù domanda qualcosa, promette anche di dare molto, molto di più, in misura sovrabbondante. Così con questa parabola ci assicura che avremo tra le mani un tesoro che ci farà ricchi per sempre. E, se può sembrare un errore lasciare il certo per l’incerto, un bene sicuro per un bene solo promesso, pensiamo a quel mercante: egli sa che quella perla è molto preziosa ed attende fiducioso ciò che gli procurerà trafficandola. Così chi vuol seguire Gesù sa, vede, con gli occhi della fede, quale immenso guadagno sarà condividere con lui l’eredità del Regno per aver tutto lasciato almeno spiritualmente. A tutti gli uomini Dio offre nella vita un’occasione del genere perché la sappiano afferrare.
«Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va’, vende tutti i suoi averi e la compra».
E’ un invito concreto a mettere da parte tutti quegli idoli che nel cuore possono prendere il posto di Dio: carriera, matrimonio, studi, una bella casa, la professione, lo sport, il divertimento. E’ un invito a mettere Dio al primo posto, al vertice di ogni nostro pensiero, di ogni nostro affetto perché tutto nella vita deve convergere a lui e tutto da lui deve discendere. Facendo così, cercando il Regno, secondo la promessa evangelica, il resto ci sarà dato in sovrappiù. Accantonando tutto per il Regno di Dio riceviamo il centuplo in case, fratelli, sorelle, padri e madri, perché il Vangelo ha una chiara dimensione umana: Gesù è uomo-Dio e insieme al cibo spirituale ci assicura il pane, la casa, il vestito, la famiglia. Forse dovremmo imparare dai “piccoli” a fidarci di più della Provvidenza del Padre, che non fa mancare nulla a chi dà, per amore, tutto quel poco che ha. In Congo un gruppo di ragazzi fabbricano da alcuni mesi cartoline artistiche con la scorza di banana, vendute poi in Germania. In un primo momento trattengono tutto il ricavato (qualcuno mantiene con ciò l’intera famiglia). Ora hanno deciso di mettere il 50% in comune e 35 giovani disoccupati hanno ricevuto un aiuto. E Dio non si lascia vincere in generosità: due di questi ragazzi hanno dato una tale testimonianza nel negozio ove sono impiegati, che diversi commercianti, in cerca di personale, si sono rivolti a quel negozio. Ben in undici hanno così trovato un lavoro fisso. Chiara Lubich (altro…)
10 Giu 1999 | Chiesa
… Il Convegno di Speyer – hanno sottolineato i promotori – è frutto della comunione che sta nascendo tra i movimenti. “Troviamo – ha osservato Chiara Lubich, presidente del Movimento dei Focolari – un’attesa incredibile per questa comunione, grande entusiasmo”. Chiara ha ricordato gli effetti suscitati dall’incontro di Pentecoste a Roma: “Ogni indifferenza reciproca era sparita, ogni prevenzione svanita, ogni resistenza sciolta”. Simili iniziative si sono ripetute quest’anno nelle varie chiese locali, alla presenza del vescovo. “Il nostro cuore – ha detto Chiara – si è allargato maggiormente su tutta la Chiesa, alla quale è stato donato ogni carisma. Con gioia si è vista nelle giornate l’occasione di svelare ciò che la Chiesa particolare ha nel suo seno: queste nuove forze, non sempre conosciute, perché ne goda e prenda nuovo coraggio”. da SIR 44 – 9.VI.1999 – pag.16 (altro…)
9 Giu 1999 | Chiesa
Osservatore Romano – 9 giugno 1999
I Movimenti e le nuove Comunità ecclesiali si impegnino “per una testimonianza comune “
«I doni del Signore si tramutino in impegno per tetimomonianza comune». E’ l’esortazione rivolta da Giovanni Paolo II nel Messaggio inviato ai partecipanti al Convegno internazionale dei Movimenti e delle nuove Comunità ecclesiali promosso a Speyer (Germania), ad un anno dallo storico incontro svoltosi in Vaticano alla Vigilia di Pentecoste 1998. Ecco il testo del Messaggio del Papa: «Carissimi Fratelli e Sorelle! I. L’amore di Dio Padre, la grazia del Signore nostro Gesù Cristo e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi! Con queste parole saluto tutti voi, che partecipate al Convegno internazionale dei movimenti e delle nuove comunità ecclesiali, che si sta svolgendo a Speyer. Un saluto particolare rivolgo a S.E. Mons. Anton Schlembach, che vi ha generosamente accolti nella sua diocesi, a Sua Eminenza il Cardinale Miloslav Vlk, ed agli altri Vescovi e sacerdoti, amici dei movimenti, che vi accompagnano in questi giorni. Un caro pensiero va ai promotori del Convegno: Chiara Lubich, Andrea Riccardi e Salvatore Martìnez. Avete voluto ritrovarvi insieme, rappresentanti di vari movimenti e nuove comunità, un anno dopo l’incontro organizzato dal Pontificio Consiglio per i Laici in Piazza San Pietro, alla vigilia di Pentecoste del 1998. Quell’evento è stato un dono grande per tutta la Chiesa. In un clima di fervente preghiera, abbiamo potuto sperimenta- re la presenza dello Spirito Santo. Una presenza resa tangibile dalla “testimonianza comune”, che i movimenti hanno saputo dare di intesa profonda e di unità nel rispetto della diversità di ciascuno. E stata una significativa epifania della Chiesa, ricca dei carismi e dei doni che lo Spirito non cessa di elargirle. 2. Ogni dono del Signore, voi lo sapete bene, interpella la nostra responsabilità e non può non tramutarsi in impegno per un compito da osservare fedelmente. E proprio questa, del resto, la motivazione fondamentale del Convegno di Speyer. Ascoltando ciò che lo Spirito dice alle Chiese (cfr Ap 2.7) alla vigilia del Grande Giubileo della Redenzione, voi volete assumervi direttamente ed insieme con gli altri movimenti la responsabilità del dono ricevuto quel 30 maggio 1998. Il seme, sparso in abbondanza, non può andare perduto, ma deve produrre frutto all’interno delle vostre comunità, nelle parrocchie e nelle diocesi. E bello e dà gioia vedere come i movimenti e le nuove comunità sentano l’esigenza di convergere nella comunione ecclesiale, e si sforzino con gesti concreti di comunicarsi i doni ricevuti, di sostenersi nelle difficoltà e di cooperare per affrontare insieme le sfide della nuova evangelizzazione. Sono, questi, segni eloquenti di quella maturità ecclesiale che auspico caratterizzi sempre più ogni componente ed articolazione della comunità ecclesiale. 3. Lungo questi anni ho avuto modo di constatare quanto importanti siano i frutti di conversione, di rinascita spirituale e di santità che i movimenti recano alla vita delle Chiese locali. Grazie al dinamismo di queste nuove aggregazioni ecclesiali, tanti cristiani hanno riscoperto la vocazione radicata nel Battesimo e si sono dedicati con straordinaria generosità alla missione evangelizzatrice della Chiesa. Per non pochi è stata l’occasione di riscoprire il valore della preghiera, mentre la Parola di Dio è diventata il loro pane quotidiano e l’Eucaristia il centro della loro esistenza. Nell’Enciclica Redemptoris missio ricordavo, come novità emersa in non poche Chiese nei tempi recenti, il grande sviluppo dei “movimenti ecclesiali”, dotati di dinamismo missionario: “Quando si inseriscono con umiltà nella vita delle Chiese locali e sono accolti cordialmente da Vescovi e sacerdoti nelle strutture diocesane e parrocchiali – scrivevo – i movimenti rappresentano un vero dono di Dio per la nuova evangelizzazione e per l’attività missionaria propria- mente detta. Raccomando, quindi, di diffonderli e di avvalersene per ridare vigore, soprattutto tra ì giovani, alla vita cristiana e all’evangelizzazione, in una visione pluralistica dei modi di associarsi e di esprimersi” (n. 72). Auguro di cuore che il Convegno di Speyer sia per ciascun di voi e per tutti i vostri movimenti un’occasione di crescita nell’amore di Cristo e della sua Chiesa, secondo l’insegnamento dell’apostolo Paolo, che esorta ad aspirare “ai carismi più grandi” (1 Cor 12, 31). Affido i lavori del vostro incontro a Maria, Madre della Chiesa, e vi accompagno con le mie preghiere, mentre a ciascuno di voi ed alle vostre famiglie imparto una speciale Benedizione». Giovanni Paolo II Dal Vaticano, 3 Giugno 1999. (altro…)
7 Giu 1999 | Chiesa
Il 7 e 8 giugno 1999 si sono incontrati a Speyer in Germania fondatori e responsabili di oltre 40 Movimenti e nuove comunità da 16 Paesi d’Europa dell’Est e dell’Ovest tra cui Comunione e Liberazione, Cursillos, Comunità dell’Arche, Schoenstatt, Movimento dei Focolari, Comunità di Sant’ Egidio, Rinnovamento nello Spirito. “E’ stata un’esperienza straordinaria di comunione ecclesiale. Veramente dopo il 30 maggio dell’anno scorso è stata una ulteriore spinta da parte dello Spirito Santo per intensificare il nostro cammino insieme e soprattutto il nostro sforzo di essere veramente al servizio dell’evangelizzazione del mondo, alle soglie del Terzo Millennio”. S.E. Mons. Stanislao Rylko, segretario del Pontificio Consiglio per i Laici Questa è una delle iniziative a cui ha fatto riferimento il Papa a Pentecoste ’99, ricordando il grande incontro in piazza S. Pietro alla vigilia di Pentecoste ’98. “E’ stato un incontro che ha prodotto frutti preziosi. Si sono moltiplicate, infatti, le iniziative miranti ad alimentare nei movimenti e nelle comunità il senso di comunione, allo scopo di far crescere la collaborazione fra loro e anche in seno alle Chiese locali e alle parrocchie”. E ancora ringraziava “il Signore per questa promettente primavera della Chiesa, ricca di speranza“. Dalla grande manifestazione dello scorso anno in piazza S. Pietro, infatti, si è intessuta una rete di rapporti tra i fondatori e responsabili di alcuni dei più grandi Movimenti ecclesiali. In apertura è stato letto il messaggio del Papa da S.E. mons. Stanislao Rylko, Segretario del Pontificio Consiglio per i Laici. Durante il convegno si è intensificata la conoscenza reciproca e sono stati trattati alcuni temi, come: i movimenti nella storia della Chiesa e la nuova Pentecoste nella Chiesa. E’ stata approfondita la nuova pagina aperta dal Papa sulla coessenzialità di carismi e istituzione. Si è parlato delle iniziative di comunione e collaborazione e dei frutti che ne sono scaturiti. Presente anche il Card. Miloslav Vlk, presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali Europee. Co-promotori sono stati il Movimento dei Focolari, la Comunità di Sant’ Egidio, il Rinnovamento nello Spirito.
RASSEGNA STAMPA
OSSERVATORE ROMANO: Messaggio del S.Padre
SIR: Incontro internazionale di 41 Movimenti a Speyer
SIR: Diversi ma uniti
RADIO VATICANA: Comunione e nuovo impegno – Interviste al Vescovo Stanislao Rylko e Chiara Lubich
INTERVENTI
Perché ci siamo radunati qui: la comunione tra i Movimenti – dagli interventi di Chiara Lubich
I Movimenti nella storia della Chiesa – Andrea Riccardi
Lo Spirito Santo e la nuova Pentecoste nella Chiesa – Oreste Pesare
I carismi e la coessenzialità – prof. Piero Coda
I Movimenti e le nuove frontiere – Mons. Vincenzo Paglia
I Movimenti nella Chiesa – P. J. Castellano Cervera
Il post-Pentecoste ’98: le Giornate comuni – d. Silvano Cola
Per la moratoria della pena di morte – Mathias Leinweber
Movimenti ecclesiali insieme: in Portogallo vince la vita – Antonio Borges (altro…)
31 Mag 1999 | Parola di Vita
Leggendo questa Parola di Gesù vengono in rilievo due tipi di vita: la vita terrena che si costruisce in questo mondo, e la vita soprannaturale data da Dio, attraverso Gesù, vita che non finisce con la morte e che nessuno può togliere. Di fronte all’esistenza, allora, si possono avere due atteggiamenti: o attaccarsi alla vita terrena, considerandola come l’unico bene, e saremo portati a pensare a noi stessi, alle nostre cose, alle nostre creature; ci chiuderemo nel nostro guscio, affermando solo il proprio io, e troveremo come conclusione alla fine, inevitabilmente, solo la morte. Oppure, diversamente, credendo che abbiamo ricevuto da Dio un’esistenza ben più profonda e autentica, avremo il coraggio di vivere in modo da meritare questo dono fino al punto di saper sacrificare la nostra vita terrena per l’altra.
«Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà».
Quando Gesù ha detto queste parole pensava al martirio. Noi, come ogni cristiano, dobbiamo essere pronti, per seguire il Maestro e rimanere fedeli al Vangelo, a perdere la nostra vita, morendo – se necessario – anche di morte violenta, e con la grazia di Dio ci sarà data con ciò la vera vita. Gesù per primo ha “perso la sua vita” e l’ha ottenuta glorificata. Egli ci ha preavvertito di non temere “quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”. Oggi ci dice:
«Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà».
Se leggi attentamente il Vangelo, vedrai che Gesù torna su questo concetto per ben sei volte. Ciò sta a dimostrare che importanza esso abbia e in quale considerazione Gesù lo tenga. Ma l’esortazione a perdere la propria vita non è per Gesù soltanto un invito a sostenere anche il martirio. E’ una legge fondamentale della vita cristiana. Occorre esser pronti a rinunciare a fare di se stessi l’ideale della vita, a rinunciare alla nostra indipendenza egoistica. Se vogliamo essere veri cristiani dobbiamo fare di Cristo il centro della nostra esistenza. E cosa Cristo vuole da noi? L’amore per gli altri. Se faremo nostro questo suo programma, avremo certamente perso noi stessi e trovato la vita. E questo non vivere per sé, non è certamente, come qualcuno può pensare, un atteggiamento rinunciatario e passivo. L’impegno del cristiano è sempre assai grande e il suo senso di responsabilità è totale.
«Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà».
Fin da questa terra si può fare l’esperienza che nel dono di se stessi, nell’amore vissuto, cresce in noi la vita. Quando avremo speso la nostra giornata al servizio degli altri, quando avremo saputo trasformare il lavoro quotidiano, magari monotono e duro, in un gesto d’amore, proveremo la gioia di sentirci più realizzati.
«Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà».
Seguendo i comandi di Gesù, che sono tutti imperniati sull’amore, dopo questa breve esistenza troveremo anche quella eterna. Ricordiamo quale sarà il giudizio di Gesù nell’ultimo giorno. Egli dirà a quelli che stanno alla sua destra: “Venite, benedetti… perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito…”. Per farci partecipi dell’esistenza che non passa, guarderà unicamente se avremo amato il prossimo e riterrà fatto a sé quanto abbiamo fatto ad esso. Come vivremo allora questa Parola? Come perderemo sin da oggi la nostra vita per trovarla? Preparandoci al grande e decisivo esame per il quale siamo nati. Guardiamoci attorno e riempiamo la giornata di atti di amore. Cristo si presenta a noi nei nostri figli, nella moglie, nel marito, nei compagni di lavoro, di partito, di svago, ecc. Facciamo del bene a tutti. E non dimentichiamo quelli di cui veniamo a conoscenza ogni giorno sui giornali o attraverso amici o per mezzo della televisione… Facciamo per tutti qualcosa, secondo le nostre possibilità. E quando quelle ci sembrassero esaurite, potremo ancora pregare per loro. E’ amore che vale. Chiara Lubich (altro…)
30 Apr 1999 | Parola di Vita
Nell’ultimo discorso di Gesù, l’amore è al centro: l’amore del Padre per il Figlio, l’amore per Gesù che è osservanza dei suoi comandamenti. Coloro che ascoltavano Gesù non facevano fatica a riconoscere nelle sue parole un’eco dei Libri sapienziali: “l’amore è osservanza delle sue leggi” e “facilmente è contemplata – la Sapienza – da chi l’ama”. E soprattutto quel manifestarsi a chi lo ama trova il suo parallelo veterotestamentario in Sap 1,2, dove si dice che il Signore si manifesterà a coloro che credono in lui. Ora il senso di questa Parola, che proponiamo, è: chi ama il Figlio è amato dal Padre, ed è riamato dal Figlio che si manifesta a lui.
«Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Tale manifestazione di Gesù chiede però di amare. Non si concepisce un cristiano che non abbia questo dinamismo, questa carica d’amore nel cuore. Un orologio non funziona, non dà l’ora – e si può dire che non è neppure un orologio – se non è carico. Così un cristiano, che non è sempre nella tensione di amare, non merita il nome di cristiano. E questo perché tutti i comandamenti di Gesù si riassumono in uno solo: in quello dell’amore per Dio e il prossimo, nel quale vedere e amare Gesù. L’amore non è mero sentimentalismo ma si traduce in vita concreta, nel servizio ai fratelli, specie quelli che ci stanno accanto, cominciando dalle piccole cose, dai servizi più umili. Dice Charles de Foucauld: “Quando si ama qualcuno, si è molto realmente in lui, si è in lui con l’amore, si vive in lui con l’amore, non si vive più in sé, si è ‘distaccati’ da sé, ‘fuori’ di sé”. Ed è per questo amore che si fa strada in noi la sua luce, la luce di Gesù, secondo la sua promessa: “A chi mi ama … mi manifesterò a lui”. L’amore è fonte di luce: amando si comprende di più Dio che è amore. E questo fa sì che si ami ancora di più e si approfondisca il rapporto con i prossimi. Questa luce, questa conoscenza amorosa di Dio è dunque il suggello, la riprova del vero amore. E la si può sperimentare in vari modi, perché in ciascuno di noi la luce assume un colore, una sua tonalità. Ma ha delle caratteristiche comuni: ci illumina sulla volontà di Dio, ci dà pace, serenità, e una comprensione sempre nuova della Parola di Dio. E’ una luce calda che ci stimola a camminare nella via della vita in modo sempre più sicuro e spedito. Quando le ombre dell’esistenza ci rendono incerto il cammino, quando addirittura fossimo bloccati dall’oscurità, questa Parola del Vangelo ci ricorderà che la luce s’accende con l’amore e che basterà un gesto concreto d’amore anche piccolo (una preghiera, un sorriso, una parola), a darci quel barlume che ci permette di andare avanti. Quando si va in bicicletta di notte, se ci si ferma si piomba nel buio, ma se ci si rimette a pedalare la dinamo darà la corrente necessaria per vedere la strada. Così è nella vita: basta rimettere in moto l’amore, quello vero, quello che dà senza aspettarsi nulla, per riaccendere in noi la fede e la speranza. Chiara Lubich (altro…)
29 Apr 1999 | Cultura
Editoriale FORUM: L’ABBANDONO DI GESÙ, PER UNA CULTURA DELL’UNITÀ – L’articolo presenta la tavola rotonda svoltasi all’Incontro internazionale Seminaristi e Rettori di seminario,presso il Centro Mariapoli di Castel Gandolfo, il 31 dicembre 1998. Vi hanno partecipato Giuseppe Maria Zanghí, Gérard Rossé, Piero Coda, Jesús Castellano Cervera; moderatore Hubertus Blaumeiser. Nella luce dell’ideale dell’unità LAUREA IN PSICOLOGIA A CHIARA LUBICH – MALTA 26 FEBBRAIO 1999 – Presentiamo la lezione svolta dall’A. presso l’università di Malta, in occasione dell’assegnazione della Laurea che le è stata conferita. ALCUNE RIFLESSIONI SUL CONOSCERE TEOLOGICO NELLA PROSPETTIVA DEL CARISMA DELL’UNITA’ – di Piero Coda – In questa conversazione l’Autore tocca essenzialmente tre punti: nel primo, s’impegna a chiarire che cos’è la teologia nella tradizione cristiana, approfondendone i contenuti e il metodo di approccio ad essi suggeriti dal carisma dell’unità; nel secondo e nel terzo si sofferma su quelli che Chiara Lubich è solita definire i due “pilastri” fondamentali della teologia che scaturisce dal carisma: l’unità e Gesù Abbandonato, vedendoli in questo caso non tanto come temi ma come “metodo” del fare teologia. Saggi e Ricerche BABELE/KOINE’: LO SPAZIO POLITICO TRA MONDIALITA’ E COMUNITA’. PARTE II: LA DIMENSIONE “INFRAMONDIALE” – di Pasquale Ferrara – Continuando il viaggio affascinante alla scoperta delle grandi direttrici del mutamento internazionale, l’Autore presenta altre due sezioni dello studio sul “nuovo mondo” emerso dalla dissoluzione dei granitici equilibri dei blocchi. Nella prima, proprio in considerazione della necessità di una “rifondazione” delle relazioni internazionali e degli strumenti analitici dopo la fine della guerra fredda, l’Autore propone, dopo un’esposizione delle riflessioni internazionalistiche sul “sistema” delle relazioni tra gli attori internazionali istituzionali e sulla “sorte”, in questo quadro, dello “stato-nazione”, l’ipotesi di un nuovo schema concettuale che consenta di “interpretare” i cambiamenti in corso, e tentare di ricondurre le trasformazioni in atto ad una plausibile chiave di lettura unificante. Nella parte conclusiva, si individua nella “sfida” del pluralismo culturale l’elemento critico, ma insieme qualificante, della riflessione politologica contemporanea, nel segno della continuità, ormai ineludibile, dell’ambito politico “interno” con quello internazionale, transnazionale e sovranazionale. Si tenterà poi di prospettare alcune ipotesi organizzative nella direzione dell’allargamento, ormai urgente, dell’angusta nozione di cittadinanza e della “mappa dei diritti” nelle società contemporanee. Per questo ripensamento dello spazio politico, sarà necessario enucleare alcuni concetti-guida, pochi iniziali (e “indiziali”) riferimenti per una “politica inframondiale” o “uniplurale”, le cui caratterizzazioni e le cui forme realizzative richiedono una mobilitazione di competenze e di saperi. LA PERSONA IN RELAZIONE: “CORNICI” E RAPPORTO FRA CULTURE – di Settimio Luciano – L’A. nell’articolo accenna al ritorno della “categoria” di persona nel linguaggio filosofico. Per esprimere la profondità e complessità dell’apertura costitutiva umana, che fonda la molteplicità di relazioni intrattenute da una persona nel confronto interno con la propria cultura e con altre culture, è arricchente servirsi della metafora della “cornice”: La considerazione sulla cornice diventa rilevante per approfondire la comunicazione se si pensa che il messaggio (il contenuto della comunicazione) viene ricevuto o donato in un determinato quadro e questo è rilevante per il messaggio stesso. Tale riflessione non permette solo di esplicare la complessità delle relazioni presentandole all’interno di una cornice, ma può diventare utile per spiegare la molteplicità delle culture e la possibilità di comunicare fra esse: aiuta, quindi, a illuminare cosa significhi rivolgersi a culture diverse dalla propria per esservi ospitati e abitarvi. Spazio letterario DIZIONARIETTO – PRIMA PARTE – di Giovanni Casoli – “Nuova Umanità” continua nelle sue pagine l’apertura di spazio dedicato alla produzione letteraria. Libri UN IMPORTANTE STUDIO BIBLICO SU GESU’ CRISTO– di Gerard Rossé – Scrivere una Cristologia neotestamentaria non è un fatto banale. Un tale impegno costituisce normalmente il punto d’arrivo di tanti anni di studio, di approfondimento, una tappa importante nella vita di un biblista, segno di maturità raggiunta nel campo. L’A. presenta il saggio di Cristologia di R. Penna, uscita in due volumi (l’ultimo pubblicato nei primi mesi del 1999) che dimostra la maturità dell’esegeta. (altro…)
22 Apr 1999 | Cultura
Carissimi artisti e artiste del nostro Movimento e fuori, un abbraccio a tutti come prima cosa. L’inizio di questo nostro convegno sulla bellezza e l’arte coincide, nel giorno e nell’ora – 23 aprile 1999, ore 11 -, con la promulgazione, ad opera di sua Eminenza il card. Poupard, della lettera di Giovanni Paolo II agli artisti. Una coincidenza meravigliosa. Non è difficile scorgervi il dito di Dio, Signore della storia, e anche della piccola, ma sua, storia del nostro Movimento. Questa lettera è dedicata: “A quanti con appassionata dedizione cercano nuove ‘Epifanie’ della bellezza per farne dono al mondo nella creazione artistica”. Quindi anche a voi. Ed ora il tema. Il febbraio scorso una settantina di Vescovi nostri, amici del Movimento dei Focolari ha visitato Loppiano. Al loro rientro, qui, al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo, desiderando – come sono soliti – pormi delle domande, dissero: “Durante la nostra visita a Loppiano abbiamo sperimentato in maniera travolgente il ‘bello’, che fiorisce con grande trasparenza e purezza nel Movimento dei Focolari. Come spieghi tu questo fiorire di espressioni artistiche sempre più elevate?” La domanda non mi ha sorpreso, ma mi ha confermato che quella nostra cittadella sta a dimostrare, con le sue artiste ed i suoi artisti, che l’arte è di casa nel nostro Movimento. E’ proprio così. E ciò spiega il titolo di questa mia conversazione; titolo che concentra il mio dire unicamente su un preciso programma. Non ho intenzione, infatti, e non sono nemmeno in grado, di parlare dell’arte in generale, delle varie scuole che l’hanno espressa durante i secoli, e così via. Il mio intrattenimento con voi, ora sull’arte si limita al rapporto che essa ha con la nostra realtà ecclesiale e sociale, la quale abbraccia non solo l’aspetto religioso della vita, ma tutti gli aspetti umani, non esclusa l’arte. Non v’è dubbio che anche per noi la Bellezza assoluta è Dio, Dio che è eterno. E l’artista autentico partecipa, in qualche modo, di questa qualità di Dio. Lo fa attraverso le sue opere, che – se veramente opere d’arte – sopravvivono a lui, alla sua vita terrena, giacché portano in sé qualcosa di eterno: segno evidente che esse sono in relazione con la Bellezza suprema ed eterna, con Dio o con l’anima umana creata da lui immortale. Di conseguenza l’opera d’arte, con i suoi pennelli, con gli scalpelli, con le note, con i versi…, non può non essere vista come una sorta d’incarnazione, una rinnovata incarnazione, come scrive Simone Weil nel suo libro L’ombra e la grazia: “Nell’arte vera c’è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno. Il bello è la prova sperimentale che l’incarnazione è possibile” . Ma, se è così, l’arte non può non elevare, non può non portare in alto, in quel cielo da cui è discesa. E di questo effetto ne parla Platone nel Convivio se, in qualche modo, bellezza ed arte hanno lo stesso destino. Egli definisce la bellezza: “un raggio che, dalla faccia di Dio, come da sole bellissimo, si tramanda e si partecipa alla natura creata; e, resa questa bella e graziosa con i suoi colori, fa ritorno al medesimo fonte da cui è uscito.” Di questa sublime capacità di elevare, propria dell’arte, ne ho fatto anch’io, recentemente, una piccola esperienza, che non penso fuori luogo narrarvi qui come atto di amore; esperienza che mi ha pure chiarito la funzione della bellezza, così avvertita oggi. Un giorno, durante un viaggio in macchina ho voluto ascoltare l’Ave Maria di Gounod. Eseguita magistralmente, ricordava un velo finissimo ricamato qua e là delicatissimamente. Quell’ascolto ha elevato il mio spirito, sì da aprirmi all’unione con Dio ed in lui con Maria, da Gounod sublimemente esaltata. Era la festa della maternità divina e io l’ammiravo bellissima oltre ogni dire. Se Dio – pensavo – l’ha immaginata madre sua in Gesù, Verbo incarnato, splendore del Padre, quale grado di bellezza può aver mai raggiunto? Non lo potevo immaginare! E le ho parlato del mio arrivo da lei, forse non lontano. Ed ho avvertito che la sua presenza faceva sparire decisamente, in me e attorno a me, tutto ciò a cui posso essere ancora legata, anche di bello e di buono, su questa terra. E’ bastato, infatti, il pensiero di lei e la sua bellezza per stampare come un sigillo nel mio cuore: “Sei Tu, Signore, l’unico mio bene”. Ed ho capito che quelle virtù, che ogni giorno le chiedo d’insegnarmi, necessarie perché tali parole diventino realtà, lei me le dava, non elencandomele, non spiegandomele, non infervorandomi a viverle, ma mostrandosi. Sì, è la bellezza, di cui Maria è esemplare divino, che salverà il mondo. E tutto ciò ho compreso perché una musica, ascoltata, era opera d’arte. Ma da quando e come la bellezza ha avuto cittadinanza nel nostro Movimento? Sin dall’inizio, da subito. A ciò che si comunicava, illuminati dai primi bagliori del carisma, che cominciava a palesare un certo divino disegno sulla Chiesa e sull’umanità, la reazione di chi ascoltava non era: “Che vero!” “Che buono!” No! Era: “Che bello!” “Bello” certamente perché ciò che si diceva aveva attinenza con Dio bellezza. Era sapienza? E belle, poi, veramente più belle, ci apparivano spesso le persone che parlavano del nostro grande Ideale: era impressione comune. La bellezza ha preso sede nel nostro Movimento anche perché la parola che il nostro carisma iniziava a dire al mondo era una sola: unità, e unità significa altissima armonia. Ed è stata questa vocazione all’armonia che ha caratterizzato, fin nei dettagli concreti, la nuova cultura che stava per fiorire, effetto del carisma. Essa richiedeva, ad esempio, che bello, di buon gusto fosse anche persino il vestire delle persone; bello, armonioso, accogliente l’arredamento delle case, dei centri, delle cittadelle. Il Figlio dell’Uomo sembrava ripeterci: “Guardate i gigli del campo…” . E il bello e la nostra considerazione del bello si sono affacciati poi, di tempo in tempo, quando, ad esempio, estatici di fronte ad uno scritto, ad una pittura, ad una scultura, non si poteva non esprimere incanto e profonda ammirazione. Ecco – per dare un solo saggio – una nota pagina sulla “Madonna di Michelangelo”, che accoglie chiunque entra in San Pietro, dove, fra il resto, si sottolinea un concetto già espresso: “E’ l’anima umana, riflesso del Cielo, che l’artista trasfonde nell’opera, e in questa ‘creazione’, frutto del suo genio, l’artista trova una seconda immortalità: la prima in sé – nella sua anima -, come ogni altro uomo nato quaggiù; la seconda nelle sue opere, attraverso le quali si dona nel corso dei tempi all’umanità. L’artista è forse il più vicino al santo. Perché se il santo è tale portento che sa donare Dio al mondo, l’artista dona, in certo modo, la creatura più bella della terra: l’anima umana.” Perché conscia poi del grande valore dell’arte, concludo: “E giacché a te, Madonnina, ho parlato, a te chiedo un dono: sazia questa sete di bellezza che il mondo sente: manda grandi artisti, ma plasma con essi grandi anime, che col loro splendore avviino gli uomini verso il più bello tra i figli degli uomini: il tuo dolce Gesù”. Voi tutti conoscete più o meno la lunga storia di oltre cinquant’anni del nostro Movimento, le sue finalità, la sua spiritualità, l’universalità delle chiamate, la sua consistenza, la diffusione, i suoi dialoghi a 360 gradi, le sue opere concrete… E, fra queste ultime, ecco quelle artistiche, più o meno pregiate; fiorite qua e là da nostre artiste e artisti che, senza far strepito, in Italia, così come in altre nazioni d’Europa ed anche in Asia, in America del Sud, in Australia hanno mantenuta ben salda – pur esprimendosi in arte – la loro posizione nell’Opera, la loro particolare vocazione in essa. Di qui gli incoraggiamenti brucianti, dati di tempo in tempo: “Grazie, perché col vostro sforzo contribuite a dire al mondo che Dio è bello! Questa è sempre stata la passione, una delle passioni del nostro Movimento sin dall’inizio: gridare con la vita, con le parole, con le arti che Dio è Bellezza e non solo Verità e non solo Bontà. Anche per questo il Movimento è nato come una pacifica contestazione verso modi di pensare di allora”. Ha una lunga e ricca storia il nostro Movimento, e questa storia è segnata da tre tappe.
Dio, infinità Bontà – Si sa, infatti, che Dio non è solo bello; egli è anche buono e vero. E non si dà bellezza, non si dà autentico bello, se esso non è anche verità e bontà. Nel nostro Movimento questa coincidenza è stata sempre sottolineata e ci è stato dato di approfondirla in modo originale. In un primo tempo, durato decenni, lo Spirito Santo ci ha spinto ad imitare Dio nel suo essere buono, amore. In Dio Amore era concentrato, infatti, sin dall’inizio, il nostro Ideale. Dio, infinita bontà, che siamo stati chiamati, in certo modo, a rivivere, divenendo così un minuscolo sole accanto al Sole.
Dio Verità – In un secondo tempo, dopo che tale stile della nostra vita si era precisato e ben stagliato, lo Spirito ci ha chiamato ad un altro compito: cercare di ricavare dal nostro vivere, dalla nostra spiritualità, personale e comunitaria insieme, la dottrina che vi soggiace: la sua verità. Era – parlando francescanamente – “Parigi”, città degli studi, che s’aggiungeva ad “Assisi”, città della vita. Una realtà, Parigi, però che non si è mai temuto distruggesse Assisi, secondo il noto detto. Anzi l’esperienza quasi decennale della nostra Scuola Abbà, che vi si dedica, conferma come la luce della verità aiuti sommamente la vita, la vita d’amore.
Dio Bellezza – In un terzo tempo, quello in cui viviamo, avvertiamo che lo Spirito Santo ci spinge a manifestare non solo la bontà di Dio nella nostra vita, non solo la verità, ma anche la bellezza. E abbiamo chiamato quest’epoca col nome di un’altra città: “Hollywood”. E’ un Hollywood che non annienta Assisi e Parigi, ma che le suppone, che non è se stessa, se non essendo anche le altre due. Gesù in noi, infatti, vuol essere Vita (Assisi), Verità (Parigi), Via (Hollywood). E molti segni annunciano quest’ultimo tempo ed il congresso che celebriamo in questi giorni ne è una delle prove. Esso non poteva svolgersi prima. I nostri artisti, infatti, non sono tali se non hanno già maturato in sé le esperienze della bontà e della verità. Un altro sintomo, fra i molti, che non è fuori luogo menzionare qui, è questo. Ultimamente, ma non è la prima volta, una settantina fra attori, registi, produttori, scrittori, tecnici della città di Hollywood, quella vera, si sono radunati con alcune persone del nostro Movimento in una villa di Los Angeles, in un clima di entusiasmo e di festa, desiderosi di apprendere il nostro spirito e di portarlo ad Hollywood. Uno scrittore cinematografico ebreo presente, così ha concluso l’incontro: “Facciamoci coraggio e viviamo quello che abbiamo sentito oggi qui: diamo il primo posto a Dio ad Hollywood, sul nostro set, nei nostri lavori”. Ora attendono di ritornare fra noi. Lì dunque, artisti che arrivano a Dio; qui persone che amano e conoscono Dio e ambiscono essere veri artisti. Non c’è differenza in fondo: nell’una e nell’altra maniera il nostro terzo tempo cammina. Ma… chi è l’artista? Esagera Salvatore Fiume – pittore contemporaneo – quando, confondendo l’ispirazione artistica con lo Spirito Santo, afferma che l’artista è come uno che scrive sotto dettatura: Dio detta e lui dipinge, scolpisce, fa musiche, poesie, architetture, romanze e concetti filosofici. Quando l’opera è completa – dice -, con ingenua improntitudine la firma . Ma non è nemmeno troppo lontano dalla verità, se lo stesso Concilio Vaticano II invitava gli artisti così: “Non chiudete il vostro spirito al soffio dello Spirito Santo” . Senz’altro non si è artisti se non muniti d’un autentico talento. Non si è artisti se non si conosce l’ispirazione artistica. Ma anche lo Spirito Santo non è lontano da essi. Giovanni Paolo II lo ha affermato: “Quando scorriamo certe stupende pagine di letteratura e di filosofia o gustiamo ammirati qualche capolavoro d’arte o ascoltiamo brani di musica che hanno del sublime, ci è spontaneo riconoscere in queste manifestazioni del genio umano un qualche luminoso riflesso dello Spirito di Dio” . E come sono i nostri artisti? Com’è la nostra arte? Com’è l’arte secondo la cultura del nostro popolo? Sappiamo che il Vaticano II afferma: “Siano riconosciute dalla Chiesa anche le nuove tendenze artistiche adatte ai nostri tempi” . E’ un imperativo valido anche per noi, ed è ciò a cui i nostri artisti cercano di adeguarsi. Ora – si sa – abbiamo un’arte moderna; essa ha le sue esigenze, nuove e interessanti, le sue ragioni che non mancano di fascino. Spero se ne parli in questi giorni. Pur tuttavia, come è avvenuto per tutti i generi d’arte nei secoli, c’è chi non la interpreta sempre bene e con l’arte può fare anche del male. Noi abbiamo detto: è bello Dio, ma è anche buono e vero. Il vero artista non può considerare il bello staccato dal buono e dal vero. Il bello, infatti, che non contiene in sé… (applausi). Il bello infatti che non contiene in sé il vero e il buono, è un nulla, è un vuoto. Afferma Vladimir Soloviev: “La bellezza senza la verità e il bene è solo idolo” . Ma, se il bello contiene il bene, nulla di peccaminoso, di scandaloso, di ciò che è male può essere appannaggio dell’arte, nemmeno di passaggio, nemmeno con l’intenzione di farvi trionfare il bello. Il fine, anche qui, non giustifica i mezzi. Senz’altro l’arte potrà presentare il brutto, il dolore, l’angoscia, il dramma, la tragedia. Tutto ciò può essere espresso in un’opera d’arte e lo ha sempre potuto. Anzi, afferma un gruppo di artisti espressionisti: “Le gioie, i dolori degli uomini, dei popoli stanno dietro alle iscrizioni, ai quadri, ai templi, dietro alle cattedrali e alle maschere, dietro alle opere musicali, agli spettacoli e alle danze. Dove questi non formano il fondamento, dove forme vengono fatte vuote, senza ragione, lì non c’è nemmeno l’arte” . Gesù in croce abbandonato non era certamente bello. Egli, infatti, Verbo di Dio, artista sommo, incarnandosi, ha assunto tutto della nostra natura umana, sino a farsi peccato, ma mai peccatore. Per cui “non ha apparenza né bellezza – dice Isaia – per attirare i nostri sguardi, né splendore per provare in lui diletto” . Eppure in Lui – ce lo dice la fede – era già presente la gloria della risurrezione. E’ Gesù crocifisso e abbandonato il modello degli artisti e soprattutto dei nostri artisti, che, come lui, sapranno sempre offrire, anche nelle situazioni più tristi, un raggio di speranza. Il Santo Padre agli artisti ha detto: “Tutti i grandi artisti si sono imbattuti, talvolta per tutta la vita, nel problema della sofferenza e della disperazione. Ciononostante molti hanno lasciato trasparire dalla loro arte qualcosa della speranza che è più grande della sofferenza e della decadenza. Esprimendosi nella letteratura o nella musica, plasmando la materia, dipingendo, essi hanno evocato il mistero di una nuova salvezza, di un mondo rinnovato. Anche nella nostra epoca questo deve essere il messaggio di artisti autentici, che vivono sinceramente tutto ciò che è umano e persino il tragico dell’uomo, ma che sanno con precisione svelare nel tragico stesso la speranza che ci è data” . I nostri artisti poi dovranno ricordare che l’arte, perché novella incarnazione, è misteriosa; non può non essere tale. Per questo è pudica, non svela tutto. Vedendo certe deviazioni in arte vien da ritornare con nostalgia ai grandi artisti di ieri, scomparsi magari da anni, ma le cui opere sopravvivono ancora adesso. E’ il caso del dramma della monaca di Monza ne I Promessi Sposi per la quale Manzoni ha speso due sole parole: “La sventurata rispose” . Il Movimento – come si è detto – porta una nuova cultura. Essa è caratterizzata nei suoi più vari ambiti da nuovi paradigmi che derivano dalla visione trinitaria dell’uomo e del mondo. Lo si sta costatando, in questi ultimi anni, nel campo della teologia, della filosofia, della sociologia, dell’economia, della politica; ultimamente della psicologia. Non può quindi mancare nel regno dell’arte. Questa nuova concezione del vivere umano nelle sue diverse espressioni è possibile perché gli uomini e le donne del Movimento si sforzano di assumere sempre uno stile di vita personale e comunitario insieme, come esige la nostra spiritualità collettiva. Vale perciò anche per chi si dedica all’arte: “Prima di tutto il mutuo amore fra voi”. E, come per ogni cultura apparsa sulla terra, anche per la nostra, l’arte svelerà sue peculiari caratteristiche. Noi dobbiamo attenderci un’arte nuova. E quali saranno queste sue qualità? Esse non potranno non essere espressione del suo aspetto personale e di quello collettivo. E’ vero perciò, e lo ribadisco ora, quanto ho affermato l’estate scorsa: non è sempre necessario, per fare una nuova opera d’arte, che essa sia frutto d’un collettivo con la presenza di Gesù in mezzo agli artisti. E’ necessario che egli sia posto fra i singoli una volta, per divenire così un’anima sola, perché poi, distinti, il tutto sia in ciascuno. Ma è possibile anche quanto affermo ora. Dice Camus: “Chi ha scelto il destino di essere artista perché si sente diverso, ben presto impara che non fruirà della propria arte e della diversità stessa se non cerca la similitudine con gli altri. L’artista si forgia in questo perpetuo andirivieni fra se stesso e gli altri, a mezza strada tra la bellezza – dalla quale non può astrarsi – e la società – dalla quale non può strapparsi -” . E allora, giacché la vicinanza con gli uomini non toglie nulla all’artista, anzi lo arricchisce, si può pensare anche ad un’arte frutto d’un gruppo di artisti dediti alla medesima espressione artistica, uniti nel nome di Gesù, espressa poi nelle opere dall’uno o dall’altro. Perché occorre chiedersi: se questo modo di agire è possibile in altri campi, perché non si può usare in quello dell’arte? E non potrà, questo modo di agire, essere foriero di impensate e nuove opere d’arte? Noi lo vediamo nella Scuola Abbà: quale vantaggio per ogni scienza una tale maniera di porsi al suo servizio! Come il soffio dello Spirito Santo già presente nel singolo può ingigantire! Nella Scuola Abbà, infatti, c’è un “di più”: un “di più” di umano e di divino. L’atmosfera lì è sacra. Senza esagerare, sembra spesso di essere in Paradiso. Ma chiede un prezzo: la morte totale di ogni io perché un altro Io, e questo maiuscolo, trionfi in tutti ed in ciascuno. E’ ciò che abbiamo imparato nel ’49 quando una luce sfolgorante ci ha abbagliato. C’è, a queste intuizioni o ispirazioni, un commento a più voci di persone presenti alla Scuola Abbà. Una dice: “A chi ama Gesù abbandonato è richiesto il distacco dal modo di pensare, dal pensare stesso: è questo il non-essere della mente. Ma ciò vale anche per la volontà, la memoria e la fantasia – sinonimo ora di ispirazione artistica -. Noi raggiungiamo queste morti ‘perdendo’ – sapendo spostare anche quella che si pensa la propria ispirazione -“. Un’altra voce della Scuola Abbà si esprime così: “Parliamo anche della fantasia perché, forse, a differenza di altre spiritualità, noi sottolineiamo ‘il bello’. La fantasia però va perduta nell’unità, ma per avere poi una sorta di nuova ‘ispirazione’, e poter vedere, con essa, in certo modo, il Cielo, e anche – in maniera nuova – tutte le cose della terra”. Una terza voce assicura: “Uno degli effetti della nostra spiritualità sarà un’arte nuova. A proposito di questa arte nuova, noi tante volte abbiamo lasciato che le persone dedite all’arte, presenti nel Movimento, fossero libere di lavorare ciascuna per conto suo, dato che, in genere, è molto difficile che gli artisti possano intendersi fra loro. Invece, se ci fosse fra loro l’unità, vedremmo apparire opere d’arte mai viste”. E un’ultima voce aggiunge: “E’ classico, proprio della vita spirituale, questo perdere tutto e ritrovare tutto…, ma non si trova facilmente negli autori spirituali che bisogna perdere persino la fantasia per avere una fantasia nuova; si dice in genere solo che bisogna perdere la fantasia. Qui, invece, si trova poi una fantasia nuova. Questo si può capire meglio oggi, dopo il Vaticano II, quando si afferma che tutto l’umano è reso cristiano. La fantasia non è più una cosa che allontanerebbe dalla vita ascetica richiesta per la santità. Noi abbiamo precorso queste posizioni del Vaticano II”. E si aggiunge: “C’è qui anche la radice di una rinnovata e grande arte cristiana”. Sta nascendo quindi fra noi un’arte nuova. O forse è già nata. Lo potrete costatare voi dalle esperienze che gli artisti narreranno. E qui viene da ricordare la “Risurrezione di Roma”: “Bisogna far rinascere Dio in noi, tenerlo vivo e traboccarlo sugli altri con fiotti di Vita e risuscitare i morti. E – poi – tenerlo vivo fra noi, amandoci (…). Allora tutto si rivoluziona: politica ed arte, scuola e religione, vita privata e divertimento. Tutto” . Il Movimento dei Focolari ha a che fare con la bellezza anche perché deve rispecchiare, in certo qual modo, nei singoli e nel suo insieme, Maria. Maria è la tota pulchra, la tutta bella. Maria è, infatti, l’espressione compiuta della redenzione operata dal Cristo. E’ la creatura nella quale l’immagine del Creatore risplende in maniera unica. Per questo è oggetto dell’attenzione e dell’ammirazione degli artisti, particolarmente sensibili alla bellezza e al richiamo del soprannaturale; è oggetto quindi di ispirazione per la pittura e la scultura, per la musica e la letteratura… . Dante nel suo Paradiso dirà di lei: “La faccia che a Cristo più s’assomiglia” ; Boccaccio le canta: “Adorni il ciel con tuoi lieti sembianti” . E Petrarca: “Di sol vestita, coronata di stelle, al sommo sole piacesti sì che ‘n te sua luce ascose” . Tasso la vede: “Stella onde nacque la serena luce, luce di non creato e sommo Sole” . Maria, la bellissima, avvolga col suo splendore i nostri artisti! Concludiamo. Ogni Movimento a fondamento religioso, come il nostro, che ha segnato la storia, è fiorito in arti religiose nuove. Speriamo veramente che così sia anche del nostro, se è vero che è opera di Dio. Ma è vero: tempo fa me lo scolpì nel cuore il Papa quando disse: “Opera di Maria? Opera di Dio”. A voi artisti e artiste l’onore e l’onere d’esserne la sua espressione artistica. Chiara Lubich Castel Gandolfo, 23 aprile 1999 (altro…)
31 Mar 1999 | Parola di Vita
Per coloro che ascoltavano Gesù l’immagine della porta era familiare, dal sogno di Giacobbe, alla Gerusalemme dalle porte antiche che Dio ama in modo particolare. Ma sono le parole del Salmo 118,20: “E’ questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti” che Gesù fa sue, dando ad esse una nuova pienezza di significato. Egli è la porta della salvezza, che introduce ai pascoli dove i beni divini sono liberamente offerti. Egli è l’unico mediatore e per mezzo suo gli uomini hanno accesso al Padre. “Egli è la porta del Padre – dice Ignazio d’Antiochia – attraverso la quale entrano Abramo e Isacco e Giacobbe e i profeti e gli apostoli e la Chiesa”.
«Io sono la porta…».
Sì, l’immagine della porta doveva far breccia nel cuore degli ebrei che, varcando quella della Città Santa e quella del Tempio, avevano la sensazione dell’unità e della pace, mentre i profeti facevano sognare una Gerusalemme nuova dalle porte aperte a tutte le nazioni. E Gesù si presenta come colui che realizza le promesse divine, e le aspettative di un popolo la cui storia è tutta segnata dall’alleanza, mai revocata, con il suo Dio. L’idea della porta assomiglia e si spiega bene con l’altra immagine usata da Gesù: “Io sono la via, nessuno va al Padre se non attraverso di me”. Dunque lui è veramente una strada e una porta aperta sul Padre, su Dio stesso.
«Io sono la porta…».
Cosa significa concretamente nella nostra vita questa Parola? Sono tante le implicazioni che si deducono da altri passi del Vangelo che hanno attinenza con il brano di Giovanni, ma fra tutte scegliamo quella della “porta stretta” attraverso la quale sforzarsi di entrare per entrare nella vita. Perché questa scelta? Perché ci sembra quella che forse più ci avvicina alla verità che Gesù dice su se stesso e più ci illumina sul come viverla. Quando diventa, egli, la porta spalancata, pienamente aperta sulla Trinità? Là dove la porta del Cielo sembra chiudersi per lui, egli diviene la porta del Cielo per tutti noi. Gesù abbandonato è la porta attraverso la quale avviene lo scambio perfetto tra Dio e l’umanità: fattosi nulla, unisce i figli al Padre. E’ quel vuoto (il vano della porta) per cui l’uomo viene in contatto con Dio e Dio con l’uomo. Dunque lui è la porta stretta e la porta spalancata nello stesso tempo, e di questo possiamo farne esperienza.
«Io sono la porta…».
Gesù nell’abbandono si è fatto per noi accesso al Padre. La parte sua è fatta. Ma per usufruire di tanta grazia anche ognuno di noi deve fare la sua piccola parte, che consiste nell’accostarsi a quella porta e nel passare al di là. Come? Quando ci sorprende la delusione o siamo feriti da un trauma o da una disgrazia imprevista o da una malattia assurda, possiamo sempre ricordare il dolore di Gesù che tutte queste prove, e mille altre ancora, ha impersonato. Sì, egli è presente in tutto ciò che ha sapore di dolore. Ogni nostro dolore è un suo nome. Proviamo, dunque, a riconoscere Gesù in tutte le angustie, le strettoie della vita, in tutte le oscurità, le tragedie personali e altrui, le sofferenze dell’umanità che ci circonda. Sono lui, perché egli le ha fatte sue. Basterà dirgli, con fede: “Sei Tu, Signore, l’unico mio bene”, basterà fare qualcosa di concreto per alleviare le “sue” sofferenze nei poveri e negli infelici, per andare al di là della porta, e trovare al di là una gioia mai provata, una nuova pienezza di vita. Chiara Lubich (altro…)
28 Feb 1999 | Parola di Vita
Gesù pronunciò queste parole in occasione della morte di Lazzaro di Betania, che poi Egli al quarto giorno risuscitò. Lazzaro aveva due sorelle: Marta e Maria. Marta, appena seppe che arrivava Gesù, gli corse incontro e gli disse: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Gesù le rispose: “Tuo fratello risusciterà”. Marta replicò: “So che risusciterà nell’ultimo giorno”. E Gesù dichiara: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”.
«Io sono la risurrezione e la vita».
Gesù vuol fare intendere chi egli è per l’uomo. Gesù possiede il bene più prezioso che si possa desiderare: la Vita, quella Vita che non muore. Se hai letto il Vangelo di Giovanni, avrai trovato che Gesù ha pure detto: “Come il Padre ha la Vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la Vita in se stesso” (cf 5,26). E poiché Gesù ha la Vita, la può comunicare.
«Io sono la risurrezione e la vita».
Anche Marta crede alla risurrezione finale: “So che risusciterà nell’ultimo giorno”. Ma Gesù, con la sua affermazione meravigliosa: “Io sono la risurrezione e la vita”, le fa capire che non deve attendere il futuro per sperare nella risurrezione dei morti. Già adesso, nel presente, egli è per tutti i credenti, quella Vita divina, ineffabile, eterna, che non morirà mai. Se Gesù è in loro, se egli è in te, non morirai. Questa Vita nel credente è della stessa natura di Gesù risorto e quindi ben diversa dalla condizione umana in cui si trova. E questa straordinaria Vita, che già esiste anche in te, si manifesterà pienamente nell’ultimo giorno, quando parteciperai, con tutto il tuo essere, alla risurrezione futura.
«Io sono la risurrezione e la vita».
Certamente Gesù con queste parole non nega che ci sia la morte fisica. Ma essa non implicherà la perdita della Vita vera. La morte resterà per te, come per tutti, un’esperienza unica, fortissima e forse temuta. Ma non significherà più il non senso di un’esistenza, non sarà più l’assurdo, il fallimento della vita, la tua fine. La morte, per te, non sarà più realmente una morte.
«Io sono la risurrezione e la vita».
E quando è nata in te questa Vita che non muore? Nel battesimo. Lì, pur nella tua condizione di persona che deve morire, hai avuto da Cristo la Vita immortale. Nel battesimo, infatti, hai ricevuto lo Spirito Santo che è colui che ha risuscitato Gesù. E condizione per ricevere questo sacramento è la tua fede, che hai dichiarato attraverso i tuoi padrini. Gesù, infatti, nell’episodio della risurrezione di Lazzaro, parlando a Marta, ha precisato: “Chi crede in me, anche se muore vivrà” (…) “Credi tu questo?” (Gv 11,26). “Credere”, qui, è un fatto molto serio, molto importante: non implica solo accettare le verità annunciate da Gesù, ma aderirvi con tutto l’essere. Per avere questa vita, devi dunque dire il tuo sì a Cristo. E ciò significa adesione alle sue parole, ai suoi comandi: viverli. Gesù lo ha confermato: “Se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte” (Gv 8,51). E gli insegnamenti di Gesù sono riassunti nell’amore. Non puoi, quindi, non essere felice: in te è la Vita!
«Io sono la risurrezione e la vita».
In questo periodo in cui ci si prepara alla celebrazione della Pasqua, aiutiamoci a fare quella sterzata, che occorre sempre rinnovare, verso la morte del nostro io perché Cristo, il Risorto, viva sin d’ora in noi. Chiara Lubich (altro…)
27 Feb 1999 | Cultura
Editoriale LA PASSIONE PER LA VERITA’ – di Piero Coda – La sfiducia nella verità è, alla fine, sfiducia nella persona umana, nella sua capacità di ricercare con l’intelligenza e di aderire con la libertà a quella verità che la fa diventare pienamente ciò ch’è chiamata ad essere secondo il disegno di Dio. Dietro l’ultima enciclica di Giovanni Paolo II, Fides et ratio, c’è la stessa passione per l’uomo che, sin dalla Redemptor hominis, ha animato tutto il suo pontificato. Si tratta di una difesa del significato umanistico della filosofia e insieme dell’invito ad aprirsi con fiducia e gratitudine all’orizzonte nuovo, e pieno, di verità donato dalla rivelazione e, di conseguenza, a un rapporto d’amicizia e di cooperazione – pur nella distinzione dei ruoli e nell’autonomia dei metodi – con la teologia. Di fronte alla tentazione della frammentazione e allo smarrimento del senso, il Papa stimola dunque a intraprendere con coraggio la via d’una visione unitaria e organica del sapere che abbia al suo centro la persona umana gratuitamente e liberamente orientata al ritrovamento di sé nel mistero del Verbo incarnato. Nella luce dell’ideale dell’unità Lezione tenuta per la consegna del dottorato honoris causa in “ECONOMIA e commercio” – di Chiara Lubich – Il 29 gennaio 1999 l’Università Cattolica del “Sacro Cuore”, ha consegnato, presso la Sede della Facoltà di Ecomia e Commercio di Piacenza, la Laurea Honoris Causa a Chiara Lubich. ASPETTI DELLA MARIOLOGIA NELLA LUCE DELL’INSEGNAMENTO DI CHIARA LUBICH – di Marisa Cerini – Marisa Cerini, già nota ai lettori della Rivista di cui era membro di Redazione, è recentemente scomparsa. L’articolo propone l’ultimo suo studio-conversazione su alcuni aspetti della mariologia che emergono dal pensiero di Chiara. Già pubblicato nel n. 110 di questa Rivista, tale studio era stato da lei recentemente rielaborato all’interno di una prospettiva teologica che vuole assumere il mistero dell’Uni-Trinità di Dio quale sua fonte e suo modello. Saggi e Ricerche L’EDUCAZIONE ALLA PROSOCIALITA’ – di Roberto Roche – La prosocialità sta emergendo all’interno della psicologia evolutiva e sociale per le positive conseguenze e i benefici che produce a vantaggio di tutti i componenti di un sistema sociale. I benefici per i recettori delle azioni prosociali sono stati abbondantemente investigati, mentre è meno conosciuta la loro incidenza sugli autori, che, in una definizione rigorosa, non possono ricevere ricompense esterne, estrinseche o materiali. In quest’articolo l’A., Professore presso l’Università catalana di Barcellona, desidera analizzare i possibili benefici relazionali e intrapsichici che può supporre l’azione prosociale, sia per i recettori sia, specialmente, per gli autori, nell’ambito della salute mentale e, a livello più generale nell’ambito della convivenza collettiva. BABELE/KOINE’. LO SPAZIO POLITICO TRA MONDIALITA’ E COMUNITA’ – PARTE PRIMA: DOPO IL MURO – di Pasquale Ferrara – A circa un decennio dalla caduta del Muro di Berlino, la ricerca di un introvabile “nuovo ordine mondiale” rimane uno dei temi centrali del dibattito sull’assetto delle relazioni internazionali in questo scorcio di secolo. L’Autore, prendendo le mosse dalle riflessioni condotte da studiosi ed esperti svolte in diversi ambiti disciplinari (storiografia, relazioni internazionali, antropologia culturale, economia internazionale), si propone di disegnare un percorso tra le .”strutture di pensiero” che caratterizzano questa ricerca, giungendo alla formulazione di alcune indicazioni interpretative centrate sul rapporto tra pluralismo culturale e forme politiche. Lo studio si articola in tre sezioni. Nella prima – qui presentata – si tenta una panoramica, necessariamente lacunosa, ma abbastanza indicativa, della riflessione internazionalistica e “culturale” sul cambiamento di civiltà innescatosi dal 1989. Si tratta, in realtà, di una riflessione che talvolta ha assunto la portata di un’ermeneutica del Novecento, tesa a identificare il “senso” del XX secolo e a prospettare le linee evolutive del III millennio. IN CERCA DEL TESTO – di Piero Capelli – Nel suo articolo Il Pentateuco, il Deuteronomista e Spinoza (“Nuova Umanità” XIX [1997/5] 113, pp. 571-589) P. Sacchi ha osservato che il lavoro critico su un testo letterario (biblico, nella fattispecie) deve avere come presupposto appunto l’esistenza di un oggetto che chiamiamo “testo” : il che implica l’esistenza di un autore seppur implicito (secondo la definizione di W.C. Booth). Malgrado le difficoltà di una definizione del “testo” su questi piani (cf gli studi di P. Schäfer sulla letteratura rabbinica), va definito anche nel suo esistere all’interno di un sistema (la letteratura) come inizio di un processo di storia degli effetti, spesso di straordinaria complessità. Spazio letterario GOCCE D’ANIMA – di Claudio Guerrieri “Nuova Umanità” continua nelle sue pagine l’apertura di spazio dedicato alla produzione letteraria. Per il dialogo IL DIALOGO POSSIBILE. INTERVISTA A MONS. ANTONIO PETEIRO FREIRE, ARCIVESCOVO DI TANGERI – a cura di Luce Mauro Pesce – In un paese come il Marocco, l’Islam si incontra dappertutto, a tutti i livelli della vita sociale, politica, morale, economica, familiare e naturalmente religiosa: è un mondo coi suoi valori, con il suo Libro, coi suoi profeti. Nell’articolo, Mons Antonio Peteiro, sollecitato dalle domande dell’intervistatore, ci dona l’esperienza di quindici anni di vita a contatto col mondo islamico nord-africano. Libri VISIONE DI DIO E VISIONE DEL MONDO NELLA SOFIOLOGIA DI S. BULGAKOV. ALCUNE RIFLESSIONI SU “L’ALTRO DI DIO” DI P. CODA – di L’ubomír Zák – La recente pubblicazione de “L’altro di Dio2. Rivelazione e kenosi in Sergej Bulgakov (Città Nuova, Roma 1997) di P. Coda è un importante evento che conferma il sempre crescente interesse della teologia italiana, ma non solo, per il patrimonio teologico e filosofico di S.N. Bulgakov, uno dei pensatori ortodossi più originali di questo secolo. Proseguendo nel suo cammino di ricerca teologica scandita dai volumi Evento pasquale. Trinità e storia (1984) e Il negativo e la Trinità. Ipotesi su Hegel (1987), Coda mostra come nella teologia bulgakoviana, illuminata dal simbolo della Sofia, la kenosi del Cristo e il suo abbandono sulla croce possono diventare centrale chiave ermeneutica per penetrare nel mistero trinitario dell’Amore di Dio e nel destino di divinizzazione dell’uomo creato a sua immagine. Caratterizzato da un’interpretazione attenta e penetrante di Bulgakov e da una profonda sensibilità ecumenica, L’altro di Dio si presenta come uno stimolante contributo alla ricerca dei nuovi percorsi necessari per un ripensamento della teologia in generale e dell’ontologia trinitaria in particolare. (altro…)