Movimento dei Focolari
Una fanciulla di nome Maria

Trento. Chiara Lubich, 70 anni da quel sì

Il 7 dicembre del 1943 è ricordato come la data ufficiale della nascita, a Trento, del Movimento dei Focolari, realtà che nel tempo avrebbe assunto rilevanza e sviluppi allora del tutto impensabili. In quel giorno Chiara Lubich si consacrò a Dio nella chiesetta del Colleggetto dei Padri Cappuccini, momento estremamente significativo, ma personale: di fatto, quel passo avrebbe dato vita ad una comunità di persone, le più varie, ispirata dal Vangelo, aperta alla città di Trento, prima, e, molto presto, al mondo, una comunità planetaria di oltre 2 milioni di persone. Chiara, più tardi, spiegava così il senso del loro agire, di quell’impegno che allora, in tempo di guerra, da personale divenne subito comunitario: «Il tutto era partito con un programma ben preciso: volevamo concorrere a risolvere il problema sociale della nostra città». 58 anni dopo Chiara Lubich tornando a Trento, nel 2001, segna una tappa storica nel suo rapporto con la sua città natale che lei invita ad essere «ardente d’amore», ricordando uno sguardo che agli albori del Movimento lei e le sue compagne avevano gettato sulla città: «Mi trovavo in un punto alto della città e, contemplando il suo panorama, ho avvertito in cuore un forte desiderio: vedere Trento tutta accesa d’amore, dell’amore vero, di quello che lega fratello a fratello, quello che il carisma dell’unità avrebbe potuto realizzare. E quest’idea dava – ricordo – pienezza al mio cuore… » In occasione del 70° anniversario, il Movimento intende offrire alla città di Trento un evento che nel ricordare quel passo compiuto, in totale solitudine, dalla allora maestra Silvia Lubich, possa presentare ai nostri concittadini alcuni dei frutti maturati in 70 anni da quel seme sparso in tutto il mondo grazie alla spiritualità dell’unità. In modo particolare, si intende, con l’evento del 7 dicembre, dare voce e spazio a tanti che, ciascuno con il proprio specifico apporto e con il proprio specifico stile, concorrono, come diceva Chiara, a costruire la fraternità. Per questo, porteranno il loro saluto e la loro testimonianza, cittadini comuni e rappresentanti delle istituzioni trentine: Comune, Provincia Autonoma di Trento, Regione, e con essi la Cooperazione e l’Arcidiocesi, tutti impegnati nel proprio ambito a rendere Trento più solidale, più ospitale, più modello di convivenza. Programma e info su http://www.comune.trento.it/Citta/Vivi-la-citta/Eventi-in-citta/Chiara-Lubich-70-anni-da-quel-si (altro…)

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Vangelo vissuto/1

Provvidenza Mio marito ha un’impresa edile e, poiché le banche hanno bloccato i finanziamenti, per due anni è rimasto senza lavoro. Tra ristrettezze economiche sempre più grandi e momenti di scoraggiamento, speravamo nella provvidenza di Dio. All’inizio dell’anno scolastico le bambine avevano bisogno dei libri e non sapevamo come fare. Una mattina arriva una nostra amica a dirci che, avendo ricevuto dei soldi inattesi, ha pensato che forse potevano esserci d’aiuto, sapendo il momento che stavamo attraversando: «Ce li ridarete quando potrete». Un mese fa sono stati sbloccati i mutui, ma la grave situazione economica ci impediva di pagare regolarmente i dipendenti. Un amico ha parlato con loro, a nostra insaputa, ed ha esposto il problema chiedendo se erano pronti a lavorare senza percepire la paga. Tutti hanno accettato. Si avvicinava Natale e ci è arrivato un pagamento arretrato del tutto inaspettato. Con grande gioia lo abbiamo diviso tra i dipendenti. Attraverso un parente, poi, la provvidenza non ci ha abbandonati. (E.M. – Italia) La lampada Avevo sempre cercato un buon rapporto con mia suocera, persona molto difficile. Mio marito me lo aveva sempre detto, e se il rapporto con la madre era difficile per lui, figurarsi per me. Volevo ignorarla. Non ero in pace però: il Vangelo dice di “amare tutti”, e in quel “tutti” è compresa anche la suocera. E allora, una telefonata per sentire come stava, portarla in giro in macchina, invitarla a pranzo una volta la settimana… Un po’ alla volta sono cadute le barriere e sono diventata la sua confidente e accompagnatrice alle visite mediche, dove mi presentava come il suo angelo custode. A quasi ottant’anni ha cominciato ad interessarsi a una vicina sola che aveva bisogno di compagnia, e a preparare regolarmente dolci per la parrocchia. Mi diceva: «Da te ho capito quanto fa bene sentirsi ricordati». Un giorno mi ha confidato: «Questa lampada mi è molto cara perché me l’ha lasciata mio nonno. È uno dei pochi ricordi di famiglia: quando sarò morta sono contenta che resti a te…». Ora questa lampada è in casa nostra e ci ricorda che solo l’amore resta. (I.B. – Svizzera) Fonte: Il Vangelo del giorno, dicembre 2013, Città Nuova Editrice. (altro…)

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Riportare Gesù al centro del Natale

“S’avvicina Natale e le vie della città s’ammantano di luci…”. Inizia così lo scritto di Chiara LubichHanno sloggiato Gesù” che un giorno, in prossimità delle festività natalizie, attraversando in macchina le strade di una metropoli, fu colpita dall’esteriorità che si coglieva ad ogni angolo: “Una fila interminabile di negozi, una ricchezza senza fine, ma esorbitante”. Notando la graziosità ed il garbo estetico dell’atmosfera che circonda il Natale, Chiara era stupefatta dalla mancanza del suo significato vero e profondo: “Nel mio cuore l’incredulità e poi quasi la ribellione – scriveva – : questo mondo ricco si è “accalappiato” il Natale e tutto il suo contorno, e ha sloggiato Gesù! Ama del Natale la poesia, l’ambiente, l’amicizia che suscita, i regali che suggerisce, le luci, le stelle, i canti. Punta sul Natale per il guadagno migliore dell’anno. Ma a Gesù non pensa. ‘Venne fra i suoi e non lo ricevettero…’. ‘Non c’era posto per lui nell’albergo’… nemmeno a Natale. Stanotte non ho dormito . Questo pensiero mi ha tenuta sveglia”. Chiara confidava che avrebbe voluto far di tutto pur di dare rilievo e trasmettere a chiunque il “mistero d’amore” del Natale. “Che almeno in tutte le nostre case – si augurava – si gridi Chi è nato, facendoGli festa come non mai”. Da diversi anni ormai, i bambini che aderiscono all’ideale dell’unità hanno fatto proprio il sogno di Chiara: riportare Gesù bambino al centro del Natale; per questo si adoperano con canzoni, statuette e piccole rappresentazioni, raccogliendo anche offerte per alleviare disagi e sofferenze in altri bambini. Quest’anno daranno priorità a coetanei di Filippine e Siria. Chi vuole partecipare all’azione può scaricare dal sito: gen4.focolare.org un poster che illustra l’attività. (altro…)

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L’avventura dell’unità: Gli inizi/2

Prosegue da L’avventura dell’unita: Gli inizi/1 Nei mesi successivi Chiara si trova ad avvicinare delle giovani, alcune delle quali vogliono seguire la sua stessa strada: Natalia Dallapiccola dapprima, poi Doriana Zamboni e Giosi Guella; quindi Graziella De Luca e le due sorelle Gisella e Ginetta Calliari; un’altra coppia di sorelle, le Ronchetti, Valeria e Angelella; Bruna Tomasi, Marilen Holzhauser e Aletta Salizzoni…  E tutto ciò accade nonostante la strada del focolare sia tutt’altro che definita, fatto salvo il radicalismo evangelico assoluto di Chiara. In quei mesi la guerra infuria anche a Trento. Rovine, macerie, morti. Chiara e le sue nuove compagne si ritrovano nei rifugi antiaerei a ogni allarme aereo. È forte il desiderio di stare insieme, di mettere in pratica il Vangelo, dopo quella folgorante intuizione che le aveva portate a mettere Dio amore al centro della loro giovane vita. «Ogni avvenimento ci toccava profondamente – dirà più tardi Chiara –. La lezione che Dio ci offriva attraverso le circostanze era chiara: tutto è vanità delle vanità, tutto passa. Ma, contemporaneamente, Dio metteva nel mio cuore, per tutte, una domanda, e con essa la risposta: “Ma ci sarà un ideale che non muore, che nessuna bomba può far crollare e a cui dare tutte noi stesse?”. Sì, Dio. Decidemmo di far di Lui l’ideale della nostra vita». Nella cantina della casa di Natalia Dallapiccola, al lume di candela, leggono il Vangelo, come ormai è loro abitudine. Lo aprono a caso, e capitano sulla preghiera di Gesù prima di morire: «Padre, che tutti siano una cosa sola» (Gv 17, 21). È un testo evangelico straordinario e complesso, il testamento di Gesù, studiato dagli esegeti e dai teologi di tutta la cristianità; ma in quell’epoca un po’ dimenticato, perché misterioso ai più. E poi la parola “unità” è entrata nel vocabolario dei comunisti, che in certo senso ne reclamano il monopolio. «Ma quelle parole sembrarono illuminarsi ad una ad una – scriverà Chiara –, e ci misero in cuore la convinzione che per “quella” pagina del Vangelo eravamo nate». Pochi mesi prima, il 24 gennaio, un sacerdote chiede: «Sapete qual è stato il più grande dolore di Gesù?». Secondo la mentalità comune dei cristiani di allora, le ragazze rispondono: «Quello patito nell’orto degli ulivi». Ma il sacerdote replica: «No, Gesù ha sofferto di più quando in croce ha gridato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”» (Mt 27,46). Impressionata da quelle parole, appena rimaste sole, Chiara dice alla sua compagna: «Abbiamo una vita sola, spendiamola meglio che possiamo! Se il più grande dolore di Gesù è stato l’abbandono da parte del Padre suo, noi seguiremo Gesù abbandonato». Da quel momento per Chiara lui sarà lo sposo, unico, della vita. Il conflitto nel frattempo non lascia tregua. Le famiglie delle ragazze sono in gran parte sfollate nelle valli di montagna. Ma esse hanno deciso di rimanere a Trento: chi obbligata dal lavoro o dallo studio, chi, come Chiara, per non abbandonare le tante persone che cominciano ad aggregarsi. Trova un tetto al numero 2 di piazza Cappuccini, periferia di Trento, dove lei e alcune delle sue nuove amiche – dapprima Natalia Dallapiccola, poi via via le altre – si trasferiscono. È il primo focolare: un modesto appartamento di due locali nello slargo alberato ai piedi della chiesa dei cappuccini: lo chiamano  semplicemente, “la casetta”. (altro…)

Dicembre 2013

«Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti» Essendo l’amore il centro della vita cristiana, se non progredisce, tutta la vita del cristiano ne risente, si illanguidisce e poi può spegnersi. Non basta aver capito nella luce il comandamento dell’amore del prossimo e nemmeno aver sperimentato nell’entusiasmo i suoi impulsi e i suoi slanci agli inizi della propria conversione al Vangelo. Occorre farlo crescere mantenendolo sempre vivo, attivo, operante. E questo avverrà se si sapranno cogliere, con sempre maggiore prontezza e generosità, le varie occasioni che la vita ci offre ogni giorno. «Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti» Per san Paolo le comunità cristiane dovrebbero avere la freschezza ed il calore di una vera famiglia. Si comprende quindi l’intenzione dell’apostolo di metterle in guardia contro i pericoli da cui più frequentemente sono minacciate: l’individualismo, la superficialità, la mediocrità. Ma san Paolo vuole prevenire anche un altro grave pericolo, strettamente legato al precedente: quello di adagiarsi in una vita ordinata e tranquilla, ma chiusa in se stessa. Egli vuole delle comunità aperte, giacché è proprio della carità amare i fratelli di fede e, nello stesso tempo, andare verso tutti, essere sensibili ai problemi ed alle necessità di tutti. E’ proprio della carità saper accogliere qualsiasi persona, costruire dei ponti, cogliendo il positivo ed unendo i propri desideri e gli sforzi di bene con quanti mostrano buona volontà.

«Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti»

Come vivremo allora la Parola di vita di questo mese? Cercando di crescere anche noi nell’amore scambievole all’interno delle nostre famiglie, del nostro ambiente di lavoro, delle nostre comunità o associazioni ecclesiali, parrocchie, ecc. Questa Parola ci chiede una carità sovrabbondante, cioè una carità che sappia superare le misure mediocri e le varie barriere provenienti dal nostro sottile egoismo. Sarà sufficiente pensare a certi aspetti della carità (tolleranza, comprensione, accoglienza reciproca, pazienza, disponibilità al servizio, misericordia verso le vere o presunte mancanze del nostro prossimo, condivisione dei beni materiali, ecc.) per scoprire tante occasioni per viverla. E’ evidente poi che, se nella nostra comunità ci sarà questo clima di amore scambievole, il suo calore si irradierà immancabilmente verso tutti. Anche quelli che ancora non conoscono la vita cristiana ne avvertiranno l’attrattiva e molto facilmente, quasi senza accorgersene, vi saranno coinvolti fino a sentirsi parte di una stessa famiglia.

Chiara Lubich


[1] Parola di vita pubblicata in Città Nuova, 1994/20, pp.32-33.

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Emergenza Filippine

EMERGENZA FILIPPINE Associazione Azione per un Mondo Unito – Onlus presso Banca Popolare Etica, filiale di Roma Codice IBAN: IT16G0501803200000000120434 Codice SWIFT/BIC CCRTIT2184D Causale: emergenza tifone Haiyan Filippine AZIONE per FAMIGLIE NUOVE Onlus c/c bancario n° 1000/1060 BANCA PROSSIMA Cod. IBAN: IT 55 K 03359 01600 100000001060 Cod. Bic – Swift: BCITITMX

MOVIMENTO DEI FOCOLARI A CEBU Payable to : Emergency Typhoon Haiyan Philippines METROPOLITAN BANK & TRUST COMPANY Cebu – Guadalupe Branch 6000 Cebu City – Cebu, Philippines Tel: 0063-32-25337280063-32-2533728 Bank Account name: WORK OF MARY/FOCOLARE MOVEMENT FOR WOMEN Euro Bank Account no.: 398-2-39860031-7 SWIFT Code: MBTCPHMM Causale: emergenza tifone Haiyan Filippine Email: focolaremovementcebf@gmail.com Tel. 0063 (032) 345 1563 – 2537883 – 2536407
Leggi anche: Filippine dopo il tifone (Città Nuova online)
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Venezuela: la mensa popolare di Dominga

Da diversi anni Dominga, una volontaria del Movimento dei Focolari di Valencia (Venezuela), gestisce una mensa popolare per gli anziani del suo quartiere. L’iniziativa è nata per permettere alle persone della terza età in stato di povertà di avere un’alimentazione bilanciata in un ambiente accogliente. Gli anziani arrivano già la mattina e possono stare con gente della loro età, giocare a domino o vedere la televisione, ma, soprattutto, possono stare in un ambiente dove vengono accuditi con cura. Dominga è sempre attenta agli anziani che frequentano la mensa e, quando qualcuno di loro smette di andare, si reca lei personalmente a visitarlo, spesso trovandolo in situazione di degrado e senza la possibilità di muoversi. Ultimamente i generi alimentari per preparare i pasti non arrivavano più con regolarità; tanto che gli anziani volevano organizzarsi per andare a protestare al governo regionale, per far presente che loro qui non ricevano solo cibo, ma vengono ascoltati ed amati personalmente. Nel frattempo è stata nominata da poco, una nuova coordinatrice per le mense. Appena arrivata ha cancellato alcuni anziani dalla lista degli utenti della mensa, affermando che quando ha svolto la sua ispezione questi non erano presenti e quindi si pagava per persone che non ricevevano il servizio. Dominga, spinta dall’amore per queste persone, ha spiegato con fermezza che gli anziani a cui si voleva togliere il servizio erano proprio i più deboli ed i più bisognosi, in quanto avevano gravi problemi di salute e i pasti lei glieli faceva portare a domicilio dai familiari. La lista della coordinatrice sarebbe servita anche per includere gli anziani in una nuova pensione del governo nazionale, quindi cancellarli avrebbe significato una grave ingiustizia. In un’occasione è arrivato alla mensa un indigente desideroso di ricevere del cibo. Naturalmente i pasti vengono dati solo a chi è registrato, ma Dominga non se la sentiva di chiudergli la porta in faccia. Infatti aveva imparato, ascoltando la storia di Chiara Lubich e delle sue prime compagne, che in ogni povero c’è Gesù. Allora l’ha ricevuto a casa sua, dove si è potuto lavare, gli ha offerto dei vestiti puliti ed infine gli ha dato da mangiare. Racconta Dominga: “Un giorno due signori stavano litigando tra loro, cercavo di tranquillizzarli ma non ci riuscivo. Mi è venuta in mente una frase ascoltata in chiesa: “Dove c’è pace e amore, lì c’è Dio”. Gliel’ho detta e subito hanno fatto silenzio e si sono calmati”. In queste ultime settimane ci sono state delle difficoltà con i documenti della Dichiarazione dei Redditi che la mensa, come associazione senza fine di lucro, deve fare. La procedura è piuttosto complicata. Di recente una persona sensibile, venuta a conoscenza di come vengono trattati bene gli anziani nella mensa, si è offerta di aiutarla per sbrigare i complessi documenti, ogni volta che ne avesse avuto bisogno. (altro…)

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Aletta, testimone dei “primi tempi”, racconta

I racconti hanno il sapore delle storie di famiglia, ed una presenza di divino che nelle sua limpidezza e semplicità incanta ed edifica; riguardano i “primi tempi” del Movimento dei Focolari dalla viva voce di Vittoria Salizzoni, una delle prime compagne di Chiara Lubich. Testimoniano sul nascere l’avventura di chi crede all’Amore e tutto lascia per Lui, nel pieno della distruzione della guerra. Più conosciuta come Aletta, nel libro edito da Città Nuova, lei – terza di otto fratelli – racconta: «Mia sorella Agnese per recarsi a lavorare in città passava tutti i giorni dalla “busa dei frati”, un rifugio antiaereo ricavato nella Piazza Cappuccini dove, in caso di allarmi, vi trovava a volte Chiara Lubich con altre ragazze, che leggevano il Vangelo e su di esso dialogavano. Agnese fu affascinata da quel nuovo modo di parlare, della loro gioia contagiosa e mi riferì le sue sensazioni, ma non ricordo che mi avesse parlato dei loro ideali; così, non sapendo quasi nulla, l’idea di incontrare quelle ragazze non mi attirava. La tenacia di un’amica me indusse ad andare a trovare quelle giovani “ma solo per farle un piacere”. Così il 7 gennaio 1945 giunsi a Trento, in Piazza Cappuccini n°2. La prima cosa che vidi entrando in quella “casetta” era una ragazza, vicino all’acquaio della cucina, che impastava il pane. Mi parve un angelo in quella stanza. Me la presentarono: “È Natalia, fa il pane bianco con la farina vera, per una di noi che soffre di mal di stomaco”. Quella scena mi colpì. Mi piacque tanto. Sentii l’amore. Fu un momento decisivo nella mia vita. Non sono una persona che decide di colpo e la mia natura è schietta, ma quel giorno cambiai totalmente. Rimasi completamente senza parole per l’atmosfera che trovai. Ero incantata da come si presentavano, da come si muovevano. Nella stanza accanto, una modestissima stanza da letto con dei materassi ma che mi parve bella, trovo Chiara intenta a pettinare Graziella. Le stava facendo una grossa treccia, che poi le avvolgeva attorno alla testa, come una corona. Osservavo quelle mie coetanee. Intuii che avevano “capito” Dio, d’impeto. La loro scelta non aveva nulla di pesante, di solenne o austero. La loro vita era animata da un grande slancio e, essendo giovani, tutto era vissuto come un gioco. Era, se si può dire, Dio alla giovane. Tutto mi sembrò grande, nuovo, divino. Lì c’era l’Amore. C’era Dio e io lo sentii. Un giorno Chiara mi spiegò quanto radicale fosse la loro scelta di vita: “Vedi? La vita è breve, come un lampo. Da un momento all’altro viene una bomba e possiamo morire. Allora noi abbiamo fatto il patto di dare tutto a Dio, perché abbiamo una vita sola e quando ci presenteremo davanti a Lui vogliamo essere tutte sue. Per questo abbiamo sposato Dio”. Questa frase mi penetrò nell’intimo del cuore. Fui certa che Dio chiamava me a sposare Lui. Ciò mi diede le ali, mi cambiò la vita: anch’io ero chiamata ad un’avventura bellissima per portarla a tutti». (altro…)

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Agostino, Le Confessioni

Agostino, LE CONFESSIONI LEGGE ALESSANDRO PREZIOSI LIBRO + COMPACT DISC Il libro più letto e amato della letteratura cristiana antica dalla voce di Alessandro Preziosi. IL LIBRO+CD «Le Confessioni: un testo che mi ha letteralmente folgorato. È una presa di coscienza sempre nuova e attuale di valori universali; una grande riflessione sul mistero della nostra vita». Nelle parole di Alessandro Preziosi, attore di cinema, teatro e televisione, tra i protagonisti dello spettacolo italiano, risuona il fascino del capolavoro di Agostino. Le Confessioni contano solo in Italia più di quaranta edizioni. Un numero impressionante che conferma il successo dell’opera. Testo immortale, diario di un’anima, storia di una conversione, il testo più amato e letto dopo la Bibbia, che ha affascinato e continua ad affascinare giovani e adulti, intellettuali, uomini e donne di tutte le latitudini, di diverse culture e convinzioni religiose. Alessandro Preziosi legge e re-interpreta il libro in una traduzione attuale che, pur mantenendosi fedele all’originale, avvicina al lettore di oggi questa figura tra le più affascinanti della storia e della cultura occidentali. LA VOCE – Alessandro Preziosi (1973), diplomato all’Accademia dei Filodrammatici di Milano, ha all’attivo una carriera artistica di successo: dai classici di Eschilo e Shakespeare al musical “Datemi tre caravelle!” di Pennisi e Durante, a teatro; alle interpretazioni nelle soap televisive Vivere, Elisa di Rivombrosa, Il Capitano e il tv movie “S. Agostino” della Lux Vide; alle produzioni cinematografiche de I Viceré di Roberto Faenza, La masseria delle allodole diretto dai Taviani, Mine vaganti di di Ferzan Ozpetek. È direttore artistico della Link Academy, dipartimento di Performing art della Link Campus University. Prodotto da: Khoral.teatro è una compagnia di produzione teatrale riconosciuta dal Ministero per i Beni Culturali, Dipartimento per lo spettacolo dal Vivo, in contatto con i principali distributori circuiti di distribuzione teatrale sul territorio nazionale e con diverse Istituzioni culturali. L’intento è di perseguire una linea editoriale molto forte e coerente nel campo dello spettacolo dal vivo e nelle sue applicazioni multimediali facendo della collaborazione tra le diverse specificità artistiche il suo punto di forza. DATI TECNICI – ISBN 978-88-311-7510-4 – LIBRO+COMPACT DISC f.to 14×19 – pp. 400 – prezzo: € 14.00 (altro…)

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Chiara Lubich, donna del dialogo

Il dialogo come via privilegiata per costruire la pace: è la strada seguita dal Movimento dei Focolari nei suoi 70 anni di vita, come risposta alle numerose e costanti minacce di guerra esistenti in varie parti del mondo e ai grandi mali presenti nella nostra società. Un dialogo capace di raggiungere il cuore di ognuno, che si trasformi in stile di vita, in cultura. Lo ha detto la presidente dei Focolari, Maria Voce di ritorno dalla IX Assemblea mondiale delle religioni per la pace di Vienna, a margine del convegno “Chiara Lubich, donna del dialogo”, che si è svolto il 23 novembre a Santa Maria Capua Vetere, nei pressi di Napoli. Un incontro cui hanno partecipato, tra gli altri, l’Imam del comune di San Marcellino Nasser Hidouri, Alberta Levi Temin, tra i promotori dell’associazione Amicizia ebraico-cristiana, il filosofo Aldo Masullo, Maria Voce, Antonio Casale, direttore del Centro Fernandes di Castel Volturno e l’imprenditore Antonio Diana. Mons. Salvatore Visco, vescovo di Capua, richiamando le dichiarazioni di Chiara Lubich, ha ricordato che la pace non è semplicemente assenza di guerra. È, invece, la costruzione quotidiana della fraternità. Una fraternità a tutti i livelli, vissuta e promossa dalla fondatrice dei Focolari, che proprio per questo motivo nel 2003 venne insignita del premio “Santa Maria Capua Vetere città di pace”. Per Maria Voce – accompagnata dal copresidente dei Focolari Giancarlo Faletti – è quel dialogo che fa incontrare le persone, che fa trovare punti in comune. L’Imam Hidouri, ha sottolineato l’importanza di andare avanti insieme, “per un futuro più sereno”. “Alla base del dialogo, però, deve esserci la veracità”, lo ha affermato il filosofo napoletano Aldo Masullo. “Quando la fiducia vacilla c’è la guerra, perché la pace si basa sulla fiducia”. E Alberta Levi Temin: “Le nostre culture, devono essere conosciute e non l’una contro l’altra armate”. Il dialogo, dunque, come via privilegiata per una pace da costruire quotidianamente, nei luoghi in cui si vive, si studia, si lavora. Come fanno in tanti nelle zone interessate dall’emergenza rifiuti. A Castel Volturno, dove i diecimila immigrati provenienti dai Paesi più poveri dell’Africa sono più numerosi dei residenti, opera con pochi mezzi e tanta buona volontà il Centro Fernandes diretto da Antonio Casale. “Ognuna di queste persone – assicura Casale – è vista e considerata con la sua dignità”. A Gricignano d’Aversa, “Comune noto per l’inquinamento ambientale”, l’imprenditore Antonio Diana opera nel settore dei rifiuti, in cui la malavita organizzata ha lucrato a spese della popolazione. Diana, “senza scendere a compromessi”, segue la strada tracciata da suo padre, ammazzato tanti anni fa proprio perché lavorava onestamente in un settore caratterizzato da interessi economici troppo elevati. Presenti all’incontro tanti giovani, che hanno parlato del Cantiere legalità, svoltosi la scorsa estate, e dell’impegno profuso da tanti nelle scuole di partecipazione politica. Proprio in questa terra dove, nel 1996, Chiara Lubich fondò il Movimento politico per l’Unità, per promuovere la fraternità anche in questo settore così importante per l’intero Paese. «Bisogna andare avanti con coraggio – ha detto Maria Voce ai giovani -. Bisogna cancellare le parole “disperazione”, perché insieme non si è soli, e “scoraggiamento”, perché scoraggiarsi non è degno del popolo napoletano, che anche se è stato soggiogato da altri popoli, è sempre stato capace di mettersi alla pari con loro grazie al suo coraggio». Domenica 24 novembre, Napoli ha poi accolto oltre 2000 persone delle comunità dei Focolari, provenienti da Campania, Puglia, Basilicata, con una rappresentanza dell’Albania. All’inizio il saluto e il ringraziamento del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. Poi un dialogo a tutto campo con Maria Voce e il copresidente Giancarlo Faletti. Sul tappeto: impegno e responsabilità civile e politica, scelte da fare in momenti cruciali quando si è giovani, come affrontare dolori e difficoltà della vita, formazione delle nuove generazioni, slancio e prospettive del Movimento al servizio dell’umanità e per contribuire al realizzarsi del “Che tutti siano uno” di Gesù. 25 novembre a Capua, Maria Voce ha tenuto la Lectio Magistralis su “Gesù Abbandonato, luce per la teologia” per l’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Roberto Bellarmino”, alla presenza di Vescovi di diverse diocesi della Campania. Sara Fornaro e Redazione web (altro…)

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Noi crediamo nell’amore

Il testo è nato dal dialogo che l’autore ha avuto con centinaia di giovani in vari paesi d’Europa ed oltre in occasione di vari weekend sull’essenziale della fede cristiana. «Un viaggio nella vita di Gesù» – lo ha definito Maria Voce nella prefazione al volume – «Questa l’impressione durante la lettura di queste pagine. Un viaggio affascinante con una dimensione di mistero e anche di confidenza». Pure chi non crede in Gesù o in Dio troverà in questo libro la possibilità di conoscere cosa pensano veramente i cristiani e come danno ragione della loro fede. Ancora dalla prefazione di Maria Voce: «Mentre mi addentravo nella lettura, pensavo a chi lo avrebbe letto. Soprattutto ai giovani a cui in primis è diretto e li ho ritenuti fortunati. Fortunati per il fatto che qualcuno, senza porsi a maestro ma offrendo competenza e esperienza, abbia provato ad aprire un dialogo con loro, cercando di dipanare una questione, la fede, così decisiva nella vita e per la vita. Ho apprezzato che qualcuno si sia messo loro vicino per provare a sciogliere nodi e interrogativi che accompagnano l’intimo desiderio di conoscere la verità. Meglio, di avvicinare la Verità». (…) «Ho incontrato molti giovani in questi ultimi anni. In contesti geografici e culturali molto differenti. A questi sto pensando. Da loro ho raccolto preziose domande e altrettante preziose testimonianze. Anche nei confronti di questi grandi temi, su cui spesso confessano di non sentirsi preparati. “Perché io credo? Solo perché qualcuno mi ha introdotto?”, “Dove ho le prove della verità della mia fede?”». «Il mio augurio è che le pagine di questo libro diano ai giovani che vi si accosteranno la spinta ad entrare in colloquio con Gesù. Per conoscerlo meglio, quindi per amarlo di più e per lasciarsi liberamente amare da Lui. Un’avventura che auguro a molti». L’Autore: Michel Vandeleene (Bruxelles, 1957), laureato in psicologia clinica e in teologia dogmatica all’Università Cattolica di Lovanio (Belgio). Ha conseguito il dottorato in teologia spirituale all’Istituto di Spiritualità Teresianum (Roma). Ha insegnato per venti anni la teologia dogmatica e la teologia spirituale nella cittadella di testimonianza a Loppiano (Incisa in Val d’Arno – Firenze), ove ha vissuto la fraternità con giovani provenienti da tutto il mondo. Scheda editoriale (altro…)

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Una Mariapoli ad alta quota

Bolívar, 3200 metri sul livello del mare. In questo paesino andino del Perù, lontano circa 25 ore di autobus da Lima, si é svolta per la prima volta la Mariapoli, nello scorso agosto 2013. “Un sogno che si è fatto realtà e che ci ha fatto sperimentare un amore speciale di Dio”, il commento di alcuni dei partecipanti. Per l’occasione, l’intero paese è stato coinvolto dalla novità dell’evento e coloro che provenivano da altre comunità sono stati ospiti degli abitanti. Impressionava vedere la dignità di queste persone, indossando vestiti tipici, i migliori che avevano, come nei giorni di festa. Alcuni dei 190 partecipanti, per poter partecipare con una quota, hanno messo in atto una pratica diffusa in quei luoghi, il “trueque” (interscambio di merci), contribuendo chi con due fascine di legna, chi con un sacco di patate o cipolle o altre verdure. La notevole presenza di giovani ed adolescenti – circa il 60% dei presenti – ha colorato le giornate in modo caratteristico. Scrivono Olga Maria e Walter, focolarini, che hanno partecipato all’organizzazione: “Quando abbiamo cominciato a cantare la prima canzone, pian piano si sono aggiunte alcune ragazze e alla fine tutta la sala partecipava e il palcoscenico era pieno di giovani e bambini felici”. Il programma era incentrato sull’arte di amare, con esempi ed esperienze di vita quotidiana. Un momento vissuto intensamente si è sviluppato attorno al tema del perdono, con una cerimonia penitenziale preceduta dalla lettura di uno scritto di Chiara Lubich. L’ultimo giorno tutti, grandi e piccoli, hanno voluto comunicare per iscritto l’esperienza vissuta durante quei giorni. Laurita, quindicenne, scrive: “La Mariapoli per me è stata molto importante, perché abbiamo imparato ad amare, condividere, vedere nell’altro Gesù. Chiara ci insegna a vivere in famiglia”. Jhayro Jhulián, 7 anni: “D’ora in poi mi comporterò bene e ubbidirò ai miei genitori. Credo di più in Dio e andrò a Messa tutte le domeniche”. Deicy, 38 anni: “Questi giorni mi hanno aiutato a dare un nuovo corso alla mia vita, senza pensare solo ai miei problemi, ma puntando a servire gli altri e a seguire l’esempio di Gesù concretamente”. Edgar, 42 anni: “Ho imparato ad amare il prossimo e a perdonare. Mi sento più sereno e unito a Dio”. “Arrivando a Bolívar – concludono Olga Maria e Walter – ci era nata l’idea di disegnare sul muro della sala una grande città, nella quale, dopo ogni gesto d’amore compiuto dai partecipanti, si poteva dipingere un nuovo spazio. Al termine della Mariapoli la città era molto colorata e bella, frutto dell’amore reciproco che aveva contagiato tutti”. (altro…)

Una fanciulla di nome Maria

L’avventura dell’unità: Gli inizi/1

Silvia, questo il nome di battesimo di Chiara Lubich, nasce a Trento il 22 gennaio 1920, seconda di quattro figli, Gino, Liliana e Carla. Il padre Luigi, commerciante di vini, ex tipografo antifascista e socialista, irriducibile avversario politico di Benito Mussolini. La madre, Luigia, è animata da una forte fede tradizionale. Il fratello maggiore, Gino, dopo gli studi di medicina partecipa alla Resistenza nelle celebri Brigate Garibaldi, per poi dedicarsi al giornalismo, a scrivere sull’allora quotidiano del Partito Comunista, L’Unità. A 18 anni, Silvia ottiene a pieni voti il diploma di maestra elementare. Avrebbe desiderato studiare, e per questo tenta di essere ammessa all’Università Cattolica. Invano: finisce trentaquattresima su trentatré posti di ammissione gratuita disponibili. Sì, perché a casa Lubich non ci sono soldi sufficienti per permetterle di continuare gli studi in un’altra città. Silvia così è costretta a lavorare. Dall’anno scolastico 1940-1941 insegna all’Opera serafica di Trento. Il punto di partenza decisivo della sua esperienza umano-divina si rivelerà, nel 1939, un viaggio: «Sono invitata ad un convegno di studentesse cattoliche a Loreto – scrive Chiara –, dove è custodita secondo la tradizione, in una grande chiesa-fortezza, la casetta della Sacra famiglia di Nazareth… Seguo in un college un corso con tutte le altre; ma, appena posso, corro lì. Mi inginocchio accanto al muro annerito dalle lampade. Qualcosa di nuovo e di divino m’avvolge, quasi mi schiaccia. Contemplo col pensiero la vita verginale dei tre (…). Ogni pensiero mi pesa addosso, mi stringe il cuore, le lacrime cadono senza controllo. Ad ogni intervallo del corso, corro sempre lì. È l’ultimo giorno. La chiesa è gremita di giovani. Mi passa un pensiero chiaro, che mai si cancellerà: sarai seguita da una schiera di vergini». Tornata a Trento, Chiara ritrova la sua scolaresca e il parroco che tanto l’aveva seguita in quei mesi. Questi, appena la vede raggiante, una ragazza veramente felice, le chiede se ha trovato la sua strada. La risposta di Chiara è apparentemente (per lui) deludente, perché la giovane donna sa dire solo quali sono le vocazioni che non avverte come “sue”, cioè quelle tradizionali: né convento, né matrimonio, né consacrazione nel mondo. Nulla di più. Negli anni dalla visita a Loreto del 1939, e fino al 1943, continua a studiare, lavorare e impegnarsi al servizio della Chiesa locale. All’atto di farsi terziaria francescana, aveva assunto il nome di Chiara. Nel 1943, ormai ventitreenne, mentre si reca a prendere il latte a un paio di chilometri da casa, in località Madonna Bianca, al posto delle sorelline che avevano declinato l’invito della mamma per il troppo freddo, avverte, proprio sotto un ponte della ferrovia, che Dio la chiama: «Datti tutta a me». Chiara non perde tempo, e con una lettera chiede il permesso di compiere un atto di totale donazione a Dio, a un cappuccino sacerdote, padre Casimiro Bonetti. L’ottiene, dopo un colloquio approfondito. E il 7 dicembre 1943, alle 6 di mattina, si consacra. Quel giorno, Chiara non aveva in cuore nessuna intenzione di fondare qualcosa: semplicemente «sposava Dio». E questo era tutto per lei. Solo più tardi si attribuì a quella data l’inizio simbolico del Movimento dei Focolari. Continua: L’avventura dell’unità: Gli inizi/2 (altro…)

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Natalia Dallapiccola: una biografia

“Mi accingo a scrivere questa biografia in punta di piedi, e non senza un certo timore” così inizia la prefazione Matilde Cocchiaro, autrice della biografia di Natalia Dallapiccola la prima a seguire Chiara Lubich. Determinante il suo ruolo nella diffusione dell’ideale dell’unità nei Paesi del Blocco Comunista, l’allora Oltrecortina e nel campo del “Dialogo Interreligioso” per i quali ha speso talenti ed energia per 30 anni, fino agli ultimi giorni della sua vita terrena. “Natalia non ha lasciato una sua storia scritta, così com’era sempre protesa ad amare e a donarsi ad ogni prossimo – conclude l’autrice –. Ho cercato quindi di ricostruirla… insostituibile il contributo delle prime e dei primi focolarini che, insieme a lei, hanno vissuto con Chiara Lubich gli albori del Movimento. Ho potuto attingere, anche ad alcuni pensieri spirituali di Natalia, molto preziosi, scritti di suo pugno spesso su foglietti volanti o trasmessi a voce a chi lavorava con lei, raccolti poi dai testimoni oculari e ricostruiti con fedeltà” . (Matilde Cocchiaro, “Natalia: la prima compagna  di  Chiara  Lubich”, Città Nuova Editrice, Roma, 2013. Collana Città Nuova Per). Per informazioni: 06.96522200 (Città Nuova Editrice). Email: info@focolare.org (altro…)

Una fanciulla di nome Maria

Carceri in Italia, sviluppare la relazione

«Devo raccontare, tra i tanti, un fatterello. I ragazzi sono in corridoio che passeggiano. Uno dei nostri vede un nuovo arrivato. Ha gli occhi spaventati, immobile. Il nostro si avvicina e gli chiede: “Cosa c’è? “. L’altro è ammutolito. Lui lo capisce benissimo: è stata anche la sua esperienza. Gli dice: “Dai, vieni nella mia cella che ti offro un buon caffè! “.  Mentre lo prepara, continua: “Guarda! qui si sta bene, oggi c’è il sole e poi hai trovato un amico cosa vuoi di più dalla vita?”. Nel giorno dei colloqui sono, casualmente, tutti e due presenti nella stessa stanza. Il figlio e la moglie del nuovo arrivato si alzano e vanno a ringraziarlo per il bene che ha donato al loro familiare». È il racconto di P.B. che opera come volontario nel carcere di Padova, testimonianza di una dignità che varie storie mettono in rilievo e che nasce dai piccoli gesti quotidiani. È stata raccolta nell’ambito di un laboratorio, il primo, per gli operatori delle carceri in Italia organizzato dal Movimento Umanità Nuova (Focolari) insieme alla rete internazionale Comunione e Diritto (CeD). L’incontro si è tenuto il 9 e 10 Novembre scorsi a Castelgandolfo (RM). Cinquanta persone, tra volontari carcerari, insegnanti, un assistente sociale, una ex carcerata, un magistrato di sorveglianza, un ex presidente di tribunale ora in pensione. C’è anche un sacerdote anglicano con la moglie, che, insieme ad altri, vuole approfondire il tema. Sono loro i protagonisti di questo primo seminario: laboratorio quanto mai attuale per la situazione carceraria che vive l’Italia, e che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha recentemente denunciato. Qualche dato: 45.647 posti nelle carceri a fronte di 65.831 carcerati, più di 20.000 persone in esubero che si trovano a scontare la pena in situazioni umanamente invivibili per la mancanza di spazi e delle più elementari norme igieniche: per non parlare delle violenze e dei soprusi che notoriamente si vivono in questi ambienti. Come rispondere a questo stato di cose? «Abbiamo cercato di addentrarci nella sofferenza e, a volte, impotenza umana di fronte a queste situazioni» racconta Francesco Giubilato, assistente sociale – «abbiamo puntato così all’essenziale: la persona e la relazione. La persona con le sue sofferenze, i suoi bisogni e le aspettative del carcerato, della guardia carceraria, dell’operatore carcerario fino alle loro famiglie e alla Comunità. La relazione, quella vera, quella che allieva la solitudine ed il dolore e che a volte risana. Relazione attenta al bisogno e creativa nelle soluzioni pur nel rispetto della norma». Il programma del laboratorio ha messo in rilievo le varie esperienze che ci sono in Italia per rispondere a questa situazione. Come G.D. che ha vissuto un anno di servizio civile con l’Associazione “La fraternità” all’interno del Carcere di Montorso a Verona ed ora continua a dare la propria disponibilità all’interno dell’Associazione nel Centro di Ascolto per le famiglie dei carcerati e per le necessità degli ex carcerati. O come Alfonso Di Nicola, che lavora nelle carceri romane. Queste esperienze hanno evidenziato le criticità, legate anche alla difficoltà di relazione fra tutti i soggetti coinvolti, e al tempo stesso dimostrato come l’interazione, se è vissuta nella dimensione della fraternità, può cambiare radicalmente le persone e l’ambiente. Gianni Caso, Presidente Aggiunto Onorario emerito della Corte di Cassazione ha aperto un altro fronte che è quello dell’informazione. Informazione vera, onesta che fa crescere la coscienza dei cittadini e che la smuove fino a promuovere o modificare la legge e la sua applicazione in una dimensione di giustizia, equità e rispetto della dignità umana. (altro…)

Una fanciulla di nome Maria

Rod Gorton: amarsi a vicenda, culmine della carità

Rod Gorton, focolarino sposato, il 14 novembre ci ha lasciati in seguito ad un incidente, mentre compiva un atto d’amore. Nato a Boston (USA) nel 1933, ha conosciuto l’ideale dell’unità negli anni 60. La sua infanzia è stata segnata dalla separazione dei genitori: “A sei anni mi trovavo senza papà e, a causa dell’ambiente familiare, senza Dio”. In questo periodo lo aiuta la passione per la musica. A 20 anni entra nell’Accademia Navale per diventare Ufficiale della Marina degli Stati Uniti. Il regolamento prevede l’obbligo di seguire le celebrazioni domenicali in una chiesa a scelta ed è così che Rod sente per la prima volta parlare di Dio. Gli nascono le prime domande e si chiede: “Sono tutti matti questi? O sono matto io?”. Dopo una ricerca piena di dubbi, si rende conto che dentro di sé qualcosa è cambiato: “Io credevo!”. Ma scopre presto le contraddizioni della nuova vita perché non trova persone che prendono sul serio il Vangelo. Diventato ufficiale della Marina comincia a viaggiare per il mondo. È attirato dai missionari che incontra nei vari paesi e, dopo 4 anni, entra in seminario per diventare sacerdote e missionario. Ma è ancora in ricerca…

Rod con Chiara Lubich durante la sua visita a
Loppiano nel 1971

Sul giornale Living City, trovato per caso, legge uno scritto di Chiara Lubich: “Se vuoi conquistare una città all’amore di Cristo… Prenditi degli amici che abbiano i tuoi sentimenti, unisciti con loro nel nome di Cristo… promettetevi amore perpetuo e costante…”. Ecco ciò che aveva cercato per tutta la vita. Vi trova anche l’invito ad una Mariapoli (incontro di più giorni del Movimento dei Focolari) e lì è colpito fortemente dalla realtà di famiglia che si sperimenta fra tutti: “Bianchi, neri, gialli, giovani, anziani, ricchi, poveri… il Vangelo era alla base di tutto, per tutti loro”. Nel novembre del 1966 parte per la cittadella di Loppiano, dove per 6 anni fa parte del complesso musicale Gen Rosso. È bravo a suonare la chitarra acustica, la tromba e l’armonica a bocca. Alludendo alle promesse evangeliche, scrive: “Lì ho trovato il centuplo di padri, di fratelli, di case ed in più ho conosciuto il mio Dio: Gesù nel suo abbandono. Egli (che ha trasformato il dolore in amore) ha illuminato ogni perché della mia vita ed in più ho trovato in Lui la ‘chiave’ per formare una famiglia”. Con semplicità e schiettezza Rod è sempre in donazione, attentissimo ai bisogni di ciascuno, caratteristiche che ha mantenuto tutta la vita.

La famiglia Gorton

Un giorno incontra Mazia, dell’Austria. “Con poche parole ci siamo capiti; avevamo tutti e due la stessa fiammella nel cuore: formare per Dio una famiglia”. E scrive a Chiara Lubich: “Perché ho detto di sì prima a Dio, posso dire di sì a Mazia”. Rod e Mazia si sposano nel gennaio del 1972 al Centro del Movimento, a Rocca di Papa, in un incontro di focolarini sposati. Fra i testimoni delle nozze Igino Giordani, Spartaco Lucarini e Chiara, che dà alla nuova famiglia la Parola di Vita: “Amatevi l’un l’altro come Io ho amato voi” (Gv 13,34). Dal loro matrimonio nascono Cielo, Clarence, Sara, Peter, Giovanna e Pina. Sempre disponibili e generosi donano senza misura la loro vita nelle tante iniziative della cittadella di Loppiano, dove risiedono, impegnati soprattutto ad accompagnare centinaia di famiglie che vi passano. Tante persone sono toccate dal loro amore e dalla loro testimonianza. “Ora pensiamo Rod nella gioia senza fine – scrive Maria Voce – … certi che da Lassù continuerà ad accompagnare Mazia ed i figli che tanto ha amato”. Come pensiamo che accompagnerà anche tutti noi che siamo in cammino a lavorare, come ha fatto lui, per la fraternità universale.


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Perù: una scuola sulle Ande

«Partenza da Lima, con in mano un foglietto dove un amico mi aveva segnato le tappe principali del percorso: Trujillo, Cajamarca, Celendin e infine Bolívar. In tutto 31 ore di viaggio, le ultime 12 su strade sterrate. Il pulmino, pieno di persone stipate fra sacchi di riso e altro, arriva a destinazione alle 10 e mezzo di sera. Mentre scendiamo, un gruppo di persone intona dei canti; sembra un comitato di accoglienza e con grande stupore mi rendo conto che è lì per me! Le ultime ore di viaggio le avevo fatte al buio, senza rendermi conto di dove mi trovavo. La mattina dopo, quando mi sveglio, mi trovo davanti un panorama meraviglioso. Dico a me stesso: sono arrivato in paradiso!». A raccontare è Walter Cerchiaro, italiano, in Perù da 6 anni. Dopo quel suo primo viaggio, si è recato altre volte a Bolívar per incontrare la comunità del Movimento dei Focolari. Ora hanno sistemato qualche strada e il viaggio dura solo 25 ore! In questa cittadina a 3.200 metri di altitudine sta prendendo avvio un nuovo progetto dell’AMU (Azione Mondo Unito Onlus). Gli abitanti di Bolívar sono 2.500 circa, e altrettanti sparsi in 30 comunità su un territorio vastissimo. Il parroco di Bolívar, Don Emeterio, prete “di frontiera” e ideatore del progetto, va a visitarle 1-2 volte l’anno. A volte impiega anche 2 giorni di mula, qui è l’equivalente dell’auto (a Bolívar le auto si contano sulle dita di una mano). «Alcune persone vivono di agricoltura – racconta Walter–. Coltivano patate, fieno per gli animali; c’è anche qualche mucca da latte. C’è qualcuno che trova impiego nei posti pubblici (scuola, municipio) ma la maggior parte degli adulti va a cercare lavoro sulla costa: gli uomini come contadini, le donne a servizio in qualche famiglia. La conseguenza di questa situazione ti salta agli occhi: a Bolívar ci sono solo i bambini e gli anziani». «Don Emeterio conosce tutti e si è reso conto che molti bambini non frequentavano la scuola pubblica. La ragione è evidente: i genitori vivono in chacras (piccoli appezzamenti di terreno) e serve forza lavoro, anche le braccia dei bambini. Due anni fa il parroco ha dato inizio ad una scuola nei locali della parrocchia. Ha svolto un lavoro capillare, famiglia per famiglia, assicurando che avrebbe dato ai bambini anche un pasto. In seguito ha affittato una casa perché lo spazio non era sufficiente; in breve tempo i bambini sono diventati 80! Alcuni fanno ogni giorno ore e ore di strada a piedi per arrivare. In Perù il governo assicura il pagamento degli stipendi degli insegnanti anche nelle scuole private, se si danno garanzie adeguate; la scuola già riceve questi sussidi. C’è però la necessità di rendere stabile, sicuro lo svolgimento delle attività scolastiche, e il fatto di avere dei locali in affitto non facilita le cose. Già dopo i primi 3 mesi di attività, ad esempio, si è dovuto cambiar casa, perché il proprietario ne aveva bisogno. Il progetto ha l’obiettivo di garantire la continuità delle attività scolastiche; per questo sarà costruita una nuova scuola, composta da 11 aule più la segreteria. Sarà frequentata da circa 250 fra bambini e ragazzi e comprenderà sia la scuola primaria che quella secondaria. Il terreno per la costruzione c’è già, è quello della parrocchia. È piuttosto vasto e si presta molto bene». «Non c’è competizione con la scuola pubblica perché si è consapevoli di non riuscire ad arrivare a tutti. Non c’è un personale disponibile che possa andare di famiglia in famiglia a fare il lavoro di sensibilizzazione che ha fatto don Emeterio». «Poi – conclude Walter – si intravvede già un altro obiettivo. C’è una fascia di territorio più ampia e lontana, da cui i bambini non possono arrivare a scuola neppure con lunghe ore di cammino. Per loro sarebbe necessario un ambiente protetto, una casa-famiglia che li ospiti, con personale qualificato. Un sogno? Forse, o, più semplicemente, una seconda fase del progetto. Vedremo!». Fonte: AMU Notizie n. 4/2013 Info: www.amu-it.eu (altro…)

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Emergenza Filippine/2

Si contano ancora le vittime, gli sfollati e i feriti che la tempesta Hayan ha lasciato dietro di sé in molte località delle Filippine. «Qua a Manila abbiamo avuto vento molto forte che ha spazzato via il tetto delle abitazioni. Molte persone hanno le case distrutte, ma questo è niente in confronto a quello che è successo a Tacloban City e Cebu City. Stiamo cercando di fare qualcosa di concreto per loro». A scrivere è Tita, referente del Progetto Bukas Palad di AFN Onlus, che sorge nei quartieri di Tramo e Tambo della capitale. Nato nel 1987 grazie ad un gruppo di medici, dentisti e infermieri dei Focolari, coadiuvati da persone del posto, svolge attualmente 12 diversi programmi di sviluppo per l’infanzia (istruzione materna ed elementare, alimentazione, interventi sanitari, attività ricreative). Inoltre si offre sostegno alle famiglie, accompagnamento psicologico, microcredito per un miglioramento abitativo e gestisce un centro sociale con ambulatori e laboratori di diverso tipo. «Andremo a distribuire nelle città di Sigma e Aklan: cibo, vestiti, beni di primo soccorso – scrive Ding, focolarina di Cebu –. Abbiamo ritenuto importante far partire al più presto la ricostruzione delle case, che sono state completamente distrutte in queste due città». Un’azione che sarà portata avanti grazie alla collaborazione di Azione per Famiglie Nuove e AMU (Azione per un Mondo Unito). «Vogliamo informare i sostenitori dei bambini del Sostegno a Distanza di Tambo, Tramo, Sulyap e La Union – continua Tita – che fortunatamente Metro Manila e Luzon sono state risparmiate dal tifone. Le nostre comunità locali stanno aiutando le vittime attraverso varie iniziative: un segno concreto di amore e solidarietà fra tutti». «Stavamo appena riprendendoci dal terremoto, che è arrivato questo terribile tifone!» – scrive Gina, del progetto di solidarietà di Mabolo, sempre a Cebù –. Il tifone ha colpito in particolare l’isola di Leyte e Samar producendo una vera devastazione. I morti non si contano… e manca tutto, tutto!! Stiamo pregando che gli aiuti arrivino e si possano distribuire, perché le strade sono impraticabili. A Tacloban, il capoluogo dell’isola di Leyte, ci sono tanti membri dei Focolari. Ringraziando Dio, stiamo scoprendo via via che sono vivi!». «Di alcune persone ancora non abbiamo notizie – fa sapere Alessandra, anche lei focolarina di Cebu –, ma le ricerche vanno avanti. Non è facile perché non ci sono comunicazioni, mezzi di trasporto e non c’è sicurezza. La gente è disperata e molti hanno preso d’assalto i negozi per prendere cibo e beni necessari. La mia esperienza più forte è quella di condividere da vicino il dolore di tante persone, la sospensione dolorosa di non avere notizie dei propri cari, la perdita di tutto. Sullo sfondo di questo, emerge così forte l’amore che ci lega, l’aiuto concreto che possiamo dare gli uni agli altri». A Tagaytay, Salib è la referente del progetto che offre alimentazione, prevenzione e cure mediche; è attiva anche una scuola materna e un Centro Sociale: «Grazie a tutte le preghiere, cominciando da quella del Santo Padre, siamo sani e salvi. Tante persone hanno perso tutto, e mancano acqua e cibo. «A Davao, sud delle Filippine, stiamo tutti bene – rassicura Mercy, che coordina il progetto del quartiere di San Isidor –. Abbiamo saputo questa mattina che alcuni nostri amici sono salvi, ma non sappiamo ancora di tutti…». Per chi desidera far giungere il proprio aiuto: Associazione Azione per un Mondo Unito – Onlus presso Banca Popolare Etica, filiale di Roma Codice IBAN: IT16G0501803200000000120434 Codice SWIFT/BIC CCRTIT2184D Causale: emergenza tifone Haiyan Filippine AZIONE per FAMIGLIE NUOVE Onlus c/c bancario n° 1000/1060 BANCA PROSSIMA Cod. IBAN: IT 55 K 03359 01600 100000001060 Cod. Bic – Swift: BCITITMX

MOVIMENTO DEI FOCOLARI A CEBU Payable to : Emergency Typhoon Haiyan Philippines METROPOLITAN BANK & TRUST COMPANY Cebu – Guadalupe Branch 6000 Cebu City – Cebu, Philippines Tel: 0063-32-2533728 Bank Account name:  WORK OF MARY/FOCOLARE MOVEMENT FOR WOMEN Euro Bank Account no.:  398-2-39860031-7 SWIFT Code:  MBTCPHMM Causale: emergenza tifone Haiyan Filippine Email: focolaremovementcebf@gmail.com Tel. 0063 (032) 345 1563 – 2537883 – 2536407
Leggi anche: Filippine dopo il tifone (Città Nuova online)

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Viaggio a Cuba

«Cuba è un paese bellissimo. Vi si respira l’aria di un paese che era fiorente negli anni ’50. A parte qualche edificio e qualche quartiere restaurato nel centro dell’Avana e delle altre città, girando per le strade si nota uno stato di abbandono». Agostino e Marisa raccontano qualcosa del loro viaggio a Cuba. Sono una famiglia dei Focolari di Vicenza che, dopo aver vissuto 11 anni nella Repubblica Dominicana, adesso risiede nei pressi di Roma. «Potremmo dire di aver vissuto quei giorni a Cuba in una costante commozione per l’autenticità della vita che abbiamo trovato nelle persone. Vita eroica oseremmo dire, per la situazione in cui si trovano a vivere. Una famiglia ci raccontava che, con fatica, aveva accantonato 20 $ per comprare un paio di scarpe ad uno dei bambini. Un sabato pomeriggio erano usciti per comprarle ma, a quel prezzo, non avevano trovato niente che valesse la pena e avevano deciso di rinunciare per il momento. Di ritorno a casa, hanno trovato una famiglia molto povera, papà mamma e un bambino con le scarpe distrutte. Si sono guardati e, insieme, hanno deciso di dare una parte di quei soldi per le scarpe di quel bambino; non sarebbero state di gran qualità, ma sicuramente migliori di quelle che stava calzando. Qualche giorno dopo è venuta a trovarli la nonna con una busta; le erano arrivati dei soldi da dei parenti e aveva pensato di condividerne una parte per le loro necessità. Era proprio la somma che mancava per poter comperare le scarpe al loro bambino. Abbiamo percorso circa 3.000 km con i mezzi di trasporto più vari. Nelle città ci muovevamo a piedi, in bicicletta, con calesse e cavallo, con bici-taxi. A Cienfuegos, Santiago de Cuba, Camaguey, Florìda, Holguin, Banes ci siamo trovati con gruppi di famiglie, anche di fidanzati, per approfondire la spiritualità dell’unità, con particolare attenzione ai riflessi nella vita di famiglia. Fra i presenti c’era anche chi non aveva una fede religiosa; ma erano proprio questi a sottolineare che questa spiritualità è per tutti. Siamo stati a pranzo e cena da tante famiglie amiche. Che bell’esperienza entrare nelle loro case e condividere la loro vita! Ci hanno raccontato tanti episodi di amore concreto. Come una famiglia che è andata a trovare una coppia che aveva  avuto da poco un bambino: si è accorta che stavano terminando lo zucchero che mensilmente ricevono dallo Stato; comperarne dell’altro sarebbe stato molto costoso. Tornati a casa, hanno preso quanto rimaneva loro e gliel’hanno portato tutto. Questa coppia, sorpresa, ha esclamato: “Ma voi adesso come fate?”. La sera stessa ha bussato a casa la nonna; portava dello zucchero che non poteva consumare per motivi di salute. Nel cercare di condividere le gioie e le fatiche dei nostri nuovi amici, abbiamo capito del perchè questa spiritualità è nata durante i tempi di guerra. Chiara Lubich infatti non ha aspettato “tempi migliori” per cominciare ad amare con i fatti, ma ha cominciato proprio in mezzo alle difficoltà. È stata una conferma che è possibile vivere il Vangelo in tutte le situazioni». (altro…)

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Quando si vive il Vangelo/2

Insieme è possibile Alcuni dei miei compagni di liceo venivano dalle borgate, da uno stato di emarginazione, avevano fatto le peggiori esperienze. Ho vissuto un primo anno difficile, da isolato. Dopo aver fatto amicizia con ragazzo che, come me, voleva vivere da cristiano, ci siamo messi d’accordo per rivolgerci soprattutto ai compagni più poveri o sommersi da gravi problemi. Davanti alla nostra scuola c’era una comunità di handicappati. Abbiamo sentito la spinta ad andare anche da loro per aiutarli e farli sentire meno soli e disgraziati, e abbiamo coinvolto in questa esperienza alcuni nostri compagni. Gli ultimi due anni di liceo sono stati veramente ricchi di esperienze belle per tutti. (G.Z. – Italia) La foto più bella Sono fotografo di professione ed ho sempre guardato tutto e tutti con l’occhio del mestiere. Ho sempre guardato persone e cose attorno come se mi appartenessero. Cosa c’entrano Dio e l’amore con la fotografia? Eppure qualcosa non mi soddisfa più del mio lavoro. Un giorno a un congresso sto per scattare la foto più bella della mia vita (pensiamo sempre così noi fotografi!), quando qualcuno mi tocca sulla spalla chiamandomi per nome. È quasi un aut-aut: scatto o rispondo a chi può avere bisogno di me in questo momento? Un attimo di sospensione e lascio l’obiettivo. Una gioia profonda mi invade. (M. T.- Argentina) Due borse Per strada abbiamo incontrato una ragazza disperata: la madre era andata via lasciandole i soldi solo per tre giorni, mentre ormai era passata più di una settimana e non era ancora ritornata. Abbiamo deciso di aiutarla, dandole tutto quanto in quel momento avevamo con noi. Lei è rimasta stupita e felice di questo gesto, perché così ha potuto dare da mangiare ai suoi due fratelli. Arrivati a casa, sono venute a trovarci delle suore con due borse piene di alimenti per noi: molto più di quanto avevamo dato. Abbiamo visto realizzata la frase del Vangelo: «Date e vi sarà dato». (O. M. F.-Bolivia) Fonte: Il Vangelo del giorno, novembre 2013, Città Nuova Editrice. (altro…)

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Africa: Presi dal mistero

«Ho amato la pioggia torrenziale e il vento degli uragani che all’equatore piombano improvvisi, nel mese di marzo, investendo con la loro furia tutto quello che incontrano. È una furia che fa giustizia e ristabilisce l’equilibrio in quel pezzetto di creato: i rami di un albero che sono cresciuti troppo si spezzano; le palme che sono diventate troppo alte, si schiantano lasciando un moncone… come un cippo funerario; i nidi non sufficientemente ancorati volano nel fiume così come qualche tetto di casa; i tuoni e i fulmini, che si susseguono sempre più forti, sembrano avercela con qualcuno; l’acqua penetra col vento dalle porte, dalle finestre, dai tetti… È la natura che arriva, che riporta all’origine l’opera delle creature, che ricorda a tutti che siamo nudi e che nulla ci appartiene…. questa forza mi è apparsa sempre come un ritorno benefico alle origini. Non mi faceva paura, anzi mi dava pace. Era come un rinnovato incontro con il Creatore che ti toglie il superfluo per ricordarti che tutto è vanità. Ho amato il fango che, nella stagione delle piogge, è la realtà onnipresente con cui ti devi confrontare, sia che cammini a piedi, sia che corri in macchina. Qualsiasi cosa tocchi ci lasci sopra l’impronta rossastra del fango che ti accompagna – o che ti ossessiona, se non lo ami: i libri, le scarpe, i vestiti… persino il pane e i capelli. Ma, se lo ami, ti fa sorridere, diviene come un amico.

Da sinistra: Lucio Dal Soglio, Georges Mani, Dominic Nyukilim, Teresina Tumuhairwe, Benedict Murac Manjo, Marilen Holzhauser, d. Adolfo Raggio,
Nicolette Manka Ndingsa

Ho amato la polvere. Se uno non lo prova, non può sapere cosa sia la polvere in Africa. La polvere durante la stagione secca è nell’atmosfera. È il deserto che arriva con una minaccia premonitrice: l’harmattan, il vento violentissimo che spazza la zona sub-sahariana tra ottobre e marzo, oscurando il sole, avvolgendo uomini e cose in un pulviscolo radiante calore e bagliore accecante. È la polvere, quella delle strade, dei campi secchi, che viene sollevata dall’harmattan e si confonde con lui, che fa del creato una palla infuocata. La tentazione è quella di ribellarsi, di scappare, di nascondersi da qualche parte, di protestare. Ma protestare presso chi? Nascondersi dove? Come al solito l’unica protesta possibile è quella verso noi stessi: bisogna cambiare gli occhi, amare la polvere. Io la chiamavo la polvere “sterile”, lasciavo che entrasse nelle narici e nei bronchi. Già, non poteva far male, perché era… sterile. Ho lasciato che seccasse le mie labbra fino a farle rompere e che facesse uscire il sangue dal naso. Già, era la mia polvere d’Africa! «Ho amato l’umidità e la muffa. La muffa che rammollisce tutto e fa staccare persino le suole delle scarpe. L’odore di muffa grassa e soffocante che ti viene addosso quando apri un armadio, che porti con te assieme alla tua camicia, che respiri in un’aula scolastica o in una chiesa. La muffa è un “compound” che ingloba tutti gli odori, è la percezione permanente del degrado delle cose. Col tempo ho imparato a capire e ad amare tutte queste cose. Amandole mi sono scoperto parte di esse e non ho mai cercato di distaccarmene». (Lucio Dal Soglio: “Presi dal mistero, agli albori dei Focolari in Africa”, Città Nuova editrice, Roma, 2013). Per informazioni: 06.94798193 (Movimento dei Focolari) 06.96522200 (Città Nuova Editrice). Email: info@focolare.org (altro…)

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Sophia: primo dottorato “congiunto”

L’aula magna dell’Istituto Universitario Sophia (IUS), la mattina del 28 ottobre scorso, era gremita e festosa come nelle grandi occasioni. Infatti si svolgeva il primo dottorato assegnato congiuntamente da due atenei accademici: la Pontificia Università Lateranense e lo IUS. Si è trattato del dottorato in virtù del quale Don Stefano Mazzer, salesiano, ha conseguito contemporaneamente il dottorato in Teologia conferito dal Laterano e quello in Cultura dell’Unità conferito dallo IUS. Egli ha sostenuto con passione la discussione della sua tesi: “Li amò fino alla fine”. Per una fenomenologia teologica del non dell’amore: percorsi storici e prospettive sistematiche”. Attraverso una rigorosa e coinvolgente carrellata storica che ripropone il tracciato del pensiero filosofico occidentale da Parmenide a Schelling e quello della mistica cristiana da Francesco d’Assisi a Chiara Lubich, Mazzer giunge ad illustrare la novità dell’amore vissuto da Gesù nel suo abbandono sulla croce come apertura di uno spazio nuovo di rapporto tra l’io e il suo altro, in Dio e nel mondo. Si tratta – argomenta – di quella “trinitizzazione” (così l’ha definita Chiara Lubich) dei legami che è, al tempo stesso, «dono proveniente dalla Trinità in virtù dell’incarnazione del Figlio e della sua morte e risurrezione» e «reale esperienza della partecipazione alla vita stessa di Dio» nel dispiegarsi dei rapporti interpersonali. Erano presenti, a sottolineare la singolare valenza accademica dell’evento, il Copresidente del Movimento dei Focolari, Don Giancarlo Faletti, il vescovo di Limerick (Irlanda) Brendan Leahy, Professore di Ecclesiologia presso lo IUS, il Prof. Andrea Bozzolo, Preside della Sezione torinese della Facoltà di Teologia dell’UPS, tra gli altri. Come ha sottolineato il Preside dello IUS, Mons. Piero Coda, lo spessore della ricerca e la sua qualità esistenziale e interdisciplinare oltreché teologica fanno della tesi di Mazzer, che presto vedrà la pubblicazione, il più felice e appropriato esordio per i dottorati in teologia in sinergia tra lo IUS e Facoltà di Teologia come quella del Laterano. Simili accordi di dottorato congiunto sono già in vigore, infatti, con la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale (Firenze), la Facoltà Teologica Pugliese (Bari), e la Facoltà di Teologia di San Miguel (Buenos Aires, Argentina). Fonte: Istituto universitario Sophia online (altro…)

Una fanciulla di nome Maria

Filippine colpite dal tifone Haiyan

«C’è bisogno di tutto, perché la città di Tacloban praticamente non esiste più». È la notizia che ci arriva direttamente dalla comunità dei Focolari nelle Filippine in queste ore drammatiche dopo il passaggio del tifone Haiyan e la distruzione che ha portato lo scorso 9 novembre, in particolare nelle isole di Leyte e Samar. È uno dei più violenti tifoni della storia: comunicazioni ed elettricità sono interrotte in molte zone e con il passare delle ore il bilancio si aggrava. Tacloban è la città più colpita. Capoluogo della provincia di Leyte, isola al centro sud ovest, su 200.000 abitanti, sono oltre 10.000 i morti stimati, e il numero sembra destinato a salire. In questa città, come in tante altre isole, è presente una comunità dei Focolari. Tanti centri abitati sono irraggiungibili: «Dalle altre isole stiamo cercando di metterci in contatto e di portare i soccorsi, ma le comunicazioni sono ancora difficili», scrivono Carlo Gentile e Ding Dalisay da Cebu. «Una focolarina medico, Himmel, insieme a Rey e Ladyliz hanno tentato di raggiungere Tacloban attraverso il porto di Ormoc, sempre sull’isola di Leyte, ma anche questa città è completamente distrutta e tutte le strade impraticabili». «La sera del 10 novembre alcuni giovani gen di Tacloban, che si trovavano a Cebu al momento del tifone, sono partiti con una nave della guardia costiera, per andare a verificare come stanno i loro famigliari e rendersi conto della situazione. Ma per le correnti costiere ha dovuto cambiare rotta ed è arrivata dopo 18 ore di navigazione anzichè 5». «Anche altre famiglie di persone con cui siamo in contatto nell’isola di Panay, sempre sulla traiettoria del tifone, hanno avuto la casa o distrutta o fortemente danneggiata». La regione centrale delle Filippine, con l’arcipelago delle Visayas, è tra quelle più a rischio per la frequenza delle tempeste tropicali. Consapevole del rischio, il governo aveva fatto evacuare 600.000 persone e  – come scrivono ancora da Cebu – «aveva fatto il possibile per coscientizzare le persone e cooperare al massimo alla preparazione dei rifugi. L’arcivescovo di Cebu, mons. Palma, aveva invitato tutti a pregare, per chiedere aiuto a Dio. Grazie a tutto questo sembra che i danni alle persone siano minori di altre volte, anche se il numero dei morti è purtroppo destinato a salire». E in tutto il mondo si attiva la solidarietà, sollecitati anche dalla preghiera di Papa Francesco all’Angelus di domenica. «A Cebu ci stanno già arrivando aiuti da tutte le parti delle Filippine, e anche da fuori (Hong Kong, Giordania…)». Si possono far arrivare gli aiuti per l’emergenza Filippine attraverso i seguenti conti correnti: Associazione Azione per un Mondo Unito – Onlus presso Banca Popolare Etica, filiale di Roma Codice IBAN: IT16G0501803200000000120434 Codice SWIFT/BIC CCRTIT2184D Causale: emergenza tifone Haiyan Filippine AZIONE per FAMIGLIE NUOVE Onlus c/c bancario n° 1000/1060 BANCA PROSSIMA Cod. IBAN: IT 55 K 03359 01600 100000001060 Cod. Bic – Swift: BCITITMX

MOVIMENTO DEI FOCOLARI A CEBU Payable to : Emergency Typhoon Haiyan Philippines METROPOLITAN BANK & TRUST COMPANY Cebu – Guadalupe Branch 6000 Cebu City – Cebu, Philippines Tel: 0063-32-2533728 Bank Account name:  WORK OF MARY/FOCOLARE MOVEMENT FOR WOMEN Euro Bank Account no.:  398-2-39860031-7 SWIFT Code:  MBTCPHMM Payable to:  Help Philippines– Typhoon Haiyan Email: focolaremovementcebf@gmail.com Tel. 0063 (032) 345 1563 – 2537883 – 2536407Leggi anche:Filippine dopo il tifone (Città Nuova online) Caritas Asia, la Chiesa attiva negli aiuti (Agenzia Fides)

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Filippine: quando tutto crolla

«Vedendo gli effetti devastanti del terremoto che ha colpito le Filippine  il 15 ottobre scorso – di magnitudo 7.2 in alcune isole delle -, ci siamo dati da fare per aiutare le vittime. In particolare desideravamo far sentire loro l’amore di Dio, anche in questi momenti in cui sembra sia perduta ogni speranza. In un primo momento, avevamo paura per le scosse di assestamento che continuavano a verificarsi ma, ben presto, ci siamo resi conto che era una piccola cosa rispetto alla sofferenza delle famiglie che avevano perso tutto: le case e le persone care. Con il sostegno della comunità locale dei Focolari, siamo andati a Bohol (la zona colpita dal terremoto). Eravamo circa 15 Giovani per un Mondo Unito (GMU) ed alcuni adulti da Manila e Cebu. Abbiamo preparato 200 sacchi contenenti ciò di cui avevano più bisogno (stuoie, coperte e materiali per la fabbricazione di tende) e ci siamo messi in viaggio nel lungo tragitto per arrivare a destinazione: Sandigan Island, dove gli aiuti difficilmente arrivano. Con noi avevamo 200 litri di acqua, i 200 sacchi preparati la sera prima, biscotti e altri generi di prima necessità. Un momento difficile e faticoso è stato quando abbiamo dovuto attraversare un sentiero stretto e ripido di montagna, portando dai camion tutti i pacchi fino alle barche che ci avrebbero portato sull’isola. Ci sono volute diverse ore, fino alla mezzanotte; e dopo, abbiamo dovuto spingere le barche a causa della bassa marea. Ma la decisione di aiutare queste persone, pensando di farlo a Gesù che si è identificato con i più sofferenti, ci ha fatto superare le avversità. Siamo andati 6 km nell’entroterra di Brgy Canigaan. Mancava l’approvvigionamento idrico perché i tubi dell’acqua erano stati distrutti dal terremoto, così come le case. Per cui la maggior parte dei residenti dormivano all’aperto, nelle tende, anche per la paura delle continue scosse di assestamento. Era uno spettacolo straziante. Ci siamo ricordati che eravamo lì per sostenerli ed aiutarli, e così la distribuzione dell’acqua e dei pacchetti è avvenuta in un’atmosfera festosa. Abbiamo anche creato uno spazio per permettere ai bambini di raccontare le proprie esperienze traumatiche vissute durante il terremoto e abbiamo giocato con loro, insieme alle loro mamme, che hanno dimenticato, almeno per un po’, ciò che stanno attraversando. Un anziano ci ha raccontato come aveva vissuto la tragedia. Stava pescando quando il terremoto è avvenuto. Era terrorizzato mentre vedeva la sua città tremare per le violentissime scosse. Era da solo, l’acqua molto agitata, con mulinelli e grandi ondate. Ha anche visto una piccola isola spuntare in mezzo al mare… Ringraziava Dio per il miracolo di essere sopravvissuto, nonostante la sua casa fosse distrutta. Gli abbiamo offerto un cuscino morbido: un piccolo gesto che l’ha commosso fino alle lacrime. Abbiamo rinunciato alle nostre vacanze e dovuto superare anche la barriera linguistica e altre difficoltà, ma sentiamo che ne è proprio valsa la pena! Sarà ancora lunga la strada da percorrere per tornare alla normalità, ma vedere i sorrisi sui volti di queste persone, ci ha dato la conferma che l’amore di Dio rimane anche quando tutto il resto viene distrutto». A cura della Segreteria dei GMU di Manila (altro…)

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Burkina Faso: “Festival des jeunes”

«Al momento di cominciare il “Festival des jeunes”, nel grande teatro all’aperto di Bobo-Dioulasso, moderno e bello, è mancata l’elettricità… ed eravamo in 420!». È il racconto dell’incerto inizio della gioiosa manifestazione del 19 ottobre scorso, organizzata dai Giovani per un mondo unito del Burkina Faso. Infatti, nella città l’energia elettricità viene distribuita per settori, e proprio a quell’ora corrispondeva il black out nel luogo dove si svolgeva lo spettacolo. “Quando ce ne siamo accorti – raccontano i giovani – siamo andati di corsa alla Società di distribuzione d’energia elettrica nel Paese e per fortuna, quando hanno conosciuto il motivo, è stato subito accettato il cambio di turno, evitando che mancasse l’elettricità per la durata di tutto l’evento”. “È stato molto bello – confida Omar, dei giovani per un mondo unito musulmano – il tempo di preparazione del Festival: quattro mesi di lavoro insieme, superando ogni volta le nostre diversità”. Poi, è arrivato finalmente il giorno della manifestazione. “La sorpresa era già iniziata la mattina alla conferenza stampa – spiega Liberata –: ci siamo trovati con circa 150 persone, tra cui il vicario generale e il vice sindaco di uno dei Cantoni di Bobo-Dioulasso, e la copertura della radio e della televisione”. “E anche i 420 partecipanti allo spettacolo – continua – sono stati una sorpresa, perché in genere per i concerti, anche importanti, non si arriva quasi mai a quel numero”. Tra i giovani c’erano musulmani, membri della Comunità di Sant’Egidio, cristiani di diverse Chiese e rappresentanti delle religioni tradizionali. Erano anche presenti il vicario episcopale, il vice sindaco, il rappresentante del governatore, il pastore presidente dell’associazione delle Chiese Protestanti e quello delle Chiese delle Assemblee di Dio. “In breve si è creato un bel dialogo tra gli animatori ed il pubblico; un clima di famiglia, anche attraverso le esperienze raccontate dai giovani per un mondo unito”, racconta Richard. E aggiunge: “Abbiamo letto quanto ci aveva scritto Maria Voce nel suo messaggio con l’invito a diffondere intorno a noi la cultura della pace e dell’unità perché l’amore trionfi sull’odio e perché le guerre spariscano. Sono state parole accolte con molta attenzione dai giovani presenti”. Il programma si è snodato fra canzoni, danze e belle coreografie realizzate, oltre che dai giovani per un mondo unito, dal gruppo artistico “Titiama” e dai ragazzi protestanti. Mme Toussy, una cantante famosa in Burkina Faso, ha intonato la canzone “amiamoci”; quindi, un cantante del Togo ha interpretato una sua canzone sulla pace. Commovente il discorso di un signore musulmano, figlio di un Iman ex presidente delle comunità musulmane del Burkina, il quale ha incoraggiato i presenti a non mollare davanti alle difficoltà che possono sorgere nei rapporti fra cristiani e musulmani. Ed ha concluso dicendo che “il Movimento dei Focolari è una corrente d’amore senza proselitismo, ma che desidera creare un mondo di fraternità”. “Mi trovo davanti a qualcosa che supera il mio pensiero: non immaginavo che sarebbe stato così bello, altrimenti avrei invitato tutti i giovani della mia Chiesa”, ha detto uno dei Pastori presenti. Infatti, i partecipanti sono partiti tutti nella gioia, desiderosi di portare avanti l’ideale della fraternità che conduce alla pace e all’unità. “Lavorando insieme ci siamo accorti che questa fraternità è troppo bella per restare solo fra noi”, ha commentato un giovane della Comunità di Sant’Egidio. La televisione nazionale ha diffuso più volte parte dell’evento, durante il telegiornale; la radio ha continuato per due giorni di seguito a trasmettere brani del concerto. “Ora – spiegano con entusiasmo i giovani per un mondo unito –, vogliamo impegnarci a continuare la collaborazione e il dialogo fra di noi, in questo clima di apertura reciproca. E per la prossima edizione vogliamo riempire lo stadio”. (altro…)

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Abbiamo creduto all’amore

Di prossima pubblicazione il libro “Abbiamo creduto all’amore” di Gaetano Minuta (Città Nuova, 2013): i primi compagni e compagne di Chiara Lubich raccontano i primi giorni del Movimento dei Focolari. Pubblichiamo qui in anteprima una pagina del primo capitolo: Il Movimento dei Focolari ha fissato al 7 dicembre 1943 la data della sua nascita, perché quel giorno è avvenuta la consacrazione di Chiara Lubich a Dio o, come diceva lei, il suo «sposalizio con Dio». Quello che è successo dopo, nel giro di pochi mesi, comprova che quel gesto aprì un sigillo che permise a lei e alle sue prime compagne di comprendere e sperimentare che le parole di Gesù erano attuali e la loro vita divenne l’annuncio coraggioso e gioioso «Egli è vivo!». Emmaus Maria Voce, succeduta a Chiara alla presidenza del Movimento dei Focolari, concludendo nel settembre del 2011, a Londra, durante un incontro ecumenico di vescovi, una conversazione sulla Parola di Dio applicata alla vita, diceva: Di fronte al relativismo che rende sempre più oscuro e insignificante ogni tentativo di spiegare la verità, di dare una dimostrazione teorica o logica della verità, lo Spirito Santo sembra averci suggerito forse l’unico annuncio che non ammette discussione: l’esperienza vissuta. L’esperienza vissuta può essere capita o non capita, può suscitare simpatia o avversione, può attrarre o respingere, ma non può essere messa in dubbio. È un’esperienza, è vita. La “scoperta”, l’Ideale, come si usa dire nel Movimento dei Focolari, non fu solo costatare la verità del Vangelo, ma il fatto che le parole di Gesù, essendo applicabili a tutte le situazioni dell’esistenza, attestavano che lui poteva essere un compagno di viaggio e vivere la vita secondo il progetto di Dio, facendo la volontà del Padre, come Gesù. Paradossalmente, più si abbandonavano a fare la volontà del Padre, più scoprivano come avere in mano le redini della propria vita. In una lettera di quei “primi tempi” Chiara confidava: Vedi, io sono una creatura che passa per questo mondo. Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta da quelle. Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre cose belle e la seguii. Mi accorsi che era la Verità. Questo segnò la vita di Chiara e, ad una ad una, la vita dei seguaci, delineando una nuova vocazione. Un preannuncio era avvenuto a Loreto, proprio in quella “casetta” trasportata nelle Marche da Nazareth dove, secondo la tradizione, avrebbe vissuto Gesù con Maria e Giuseppe. Silvia Lubich (il nome Chiara lo prenderà qualche anno dopo, come terziaria francescana) vi si era recata nel 1939 per un incontro dell’Azione Cattolica di cui faceva parte. Giovanni Paolo II parlò di quella famiglia al Te Deum del 31 dicembre 1978: La nascita di Gesù […] ha dato inizio a questa Famiglia unica ed eccezionale nella storia dell’umanità; in questa Famiglia è venuto al mondo, è cresciuto ed è stato educato il Figlio di Dio, concepito e nato dalla Madre-Vergine, e contemporaneamente affidato, dall’inizio, alle cure autenticamente paterne di Giuseppe, falegname di Nazareth, il quale dinanzi alla legge ebraica fu marito di Maria, e dinanzi allo Spirito Santo fu degno suo sposo e il tutore, veramente a modo paterno, del materno mistero della sua Sposa. La “vocazione” che si definì nel giro di pochi anni fu di vivere alla presenza di Gesù 24 ore su 24. Qualche mese prima di quel 7 dicembre 1943, Chiara rivelò a Dori Zamboni, cui dava lezioni private, un progetto: «Sai, noi vogliamo fare una cosa nuova. Non so se tu hai mai visto un chiostro con tutte le colonne. Ecco, noi vogliamo fare un chiostro, dove le colonne sono persone vive e in mezzo al giardino che loro racchiudono c’è una sorgente d’acqua viva: Gesù». La convinzione e l’entusiasmo della Lubich dovevano essere contagiosi se a Dori «quel “noi” non diceva nulla. Non mi interessava chi fossero quel “noi”, mi interessava che ci fossi anch’io. Volevo anch’io essere in quel monastero di cielo». A Montreux, l’11 agosto 1990, Chiara ricordò che tutto era cominciato dalla scoperta che Dio è innanzitutto Padre. fonte: Città Nuova editrice (altro…)

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Brasile: La fraternità in azione

“Periferie esistenziali”, le due parole che più sono risuonate in questi giorni al seminario che dal 21 al 24 ottobre ha visto riuniti dal Brasile e da altri 12 Paesi dell’America Latina, rappresentanti di oltre 40 organizzazioni sociali nate dal carisma dell’unità dei Focolari. Dallo scambio di esperienze, l’incontro con le periferie continuamente sollecitato da Papa Francesco, appariva già in atto da anni là dove il narcotraffico semina morte specie tra i giovani; dove i bambini in tenerissima età vivono in strada; dove i contadini, per mancanza di sussistenza emigrano nelle città, moltiplicando le favelas. E potremmo proseguire. Toccanti le storie di chi sta operando nelle più diverse organizzazioni di riscatto sociale, non senza enormi difficoltà a causa della scarsità di risorse materiali ed umane. Di qui l’esigenza di mettersi in rete, per uno scambio permanente di esperienze, problematiche, risorse. Le organizzazioni sociali dei paesi di lingua spagnola hanno lanciato il sito www.sumafraternidad.org per tessere una rete che tende ad estendersi; anche nelle altre espressioni dei Focolari nate nell’economia, nella politica, nel campo dell’educazione, del diritto, della famiglia e tra i giovani. “Sumafraternidad.org è molto più di una semplice piattaforma crowdfunding – dicono i creatori del supporto digitale –; ciò a cui veramente puntiamo è a generare, attraverso questo strumento, vincoli che ci trasformino”. Con l’obiettivo di avere una maggiore incidenza nella trasformazione sociale. Il seminario “La fraternità in azione: fondamento per la coesione sociale nel XXI secolo, si è confrontato con il panorama socio-politico del continente a tutt’oggi piagato dal deficit di coesione sociale che provoca esclusione, e profonde disuguaglianze, come ha sostenuto il politologo argentino Juan Esteban Belderrain. Con l’uruguaiana Susana Nuin, della Commissione delle comunicazione del Celam, sono stati approfonditi gli aspetti della dottrina sociale della Chiesa connessi con la problematica latinoamericana. Il confronto con le potenzialità di trasformazione del carisma dell’unità radicato nel pensiero di Chiara Lubich, ha rimesso a fuoco il “farsi l’altro”, definito dalla sociologa brasiliana Vera Araujo quale metodo evangelico indispensabile per costruire relazioni; l’orizzonte della fraternità che impone l’abbattimento delle disuguaglianze; Gesù crocefisso e abbandonato, “che si è identificato con tutti i crocefissi della terra” e “apre sempre nuovi spazi di resurrezione”. “É questo grido – aveva detto Padre Vilson Groh, da anni impegnato nel riscatto dei giovani delle periferie – che ci fa entrare nell’abbandono degli esclusi, ci fa capaci di entrare in comunione con loro e non permette che ci abituiamo alle ingiustizie sociali”. Dal coro di voci sono emersi interrogativi inquietanti: “Non riteniamo forse normale che nel continente continuino a sussistere forti squilibri sociali? Non abbiamo messo a tacere la nostra coscienza, perché c’è già chi è impegnato in prima persona a portare soluzione a questi drammi? E’ stato un forte richiamo ad una nuova assunzione di responsabilità collettiva. (altro…)

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Custodi del dono di Dio

IL PROGETTO: Caritas Italiana propone un itinerario per vivere il tempo di dell’Avvento e del Natale 2013 imparando a sperimentare la carità con gesti di condivisione e solidarietà che aiutino a testimoniare concretamente l’amore di Gesù. Il Kit comprende: OPUSCOLO PER LE FAMIGLIE: CUSTODI DEL DONO DI DIO (papa Francesco). Un itinerario di formazione che sull’invito di papa Francesco esorta a non avere paura della solidarietà e a mettere a disposizione di Dio quello che abbiamo, le nostre umili capacità, perchè «solo nella condivisione, nel dono, la nostra vita sarà feconda e porterà frutto!». L’opuscolo si arricchisce di esperienze, riflessioni, preghiere e riferimenti al Catechismo della Chiesa cattolica. ALBUM PER BAMBINI: LE MIE MANI NELLE TUE per i bambini che aspettano il Natale. Attraverso l’immagine di Maria e Giuseppe che attendono la nascita di Gesù e ne curano l’attesa, illustrazioni e spazi per colorare, disegnare e “creativamente” riflettere sull’importanza di una carità concreta da donare ai poveri e a chi è bisognoso di affetto. Un percorso di scoperta dell’amore di Dio attraverso l’amore al fratello. POSTER con una immagine di papa Francesco e l’invito ad essere Custodi del dono di Dio, come il titolo del progetto 2013. SALVADANAIO in cartoncino componibile coordinato al progetto. Un valido strumento per catechisti e genitori per imparare a sperimentare una solidarietà concreta e quotidiana. La raccolta di fondi sarà destinata all’assistenza dei profughi a Lampedusa. COEDIZIONE CARITAS ITALIANA / CITTÀ NUOVA (altro…)

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L’umanità una sola famiglia

Dopo aver ringraziato per l’attribuzione del prestigioso premio al Movimento dei Focolari “uno strumento per portare in questa nostra epoca – assieme a molte altre benemerite e preziose organizzazioni, iniziative, opere – l’unità e la pace nel nostro pianeta”, Chiara Lubich delinea la Spiritualità dell’unità: “Esso sta in una nuova linea di vita, in uno stile nuovo assunto da milioni di persone che, ispirandosi fondamentalmente a principi cristiani – senza trascurare, anzi evidenziando, valori paralleli presenti in altre fedi e culture diverse – ha portato in questo mondo, bisognoso di ritrovare o di consolidare la pace, pace appunto e unità. Si tratta di una nuova spiritualità, attuale e moderna: la spiritualità dell’unità. Affonda le sue radici in alcune parole del Vangelo, che si inanellano l’una nell’altra. Ne cito qui soltanto alcune. Suppone anzitutto per coloro che la condividono, una profonda considerazione di Dio per quello che è: Amore, Padre. Come si potrebbe, infatti, pensare la pace e l’unità nel mondo senza la visione di tutta l’umanità come una sola famiglia? E come vederla tale senza la presenza di un Padre per tutti? Domanda, quindi, di aprire il cuore a Dio Padre, che non abbandona certo i figli al loro destino, ma li vuole accompagnare, custodire, aiutare; che, perché conosce l’uomo nel più intimo, segue ognuno in ogni particolare, conta persino i capelli del suo capo…; che non carica pesi troppo gravosi sulle sue spalle, ma è il primo a portarli. Egli non lascia alla sola iniziativa degli uomini il rinnovamento della società, ma se ne prende cura. Credere al Suo amore è l’imperativo di questa nuova spiritualità, credere che siamo amati da Lui personalmente e immensamente. Credere. E, fra le mille possibilità, che l’esistenza offre, scegliere Lui come Ideale della vita. Porsi cioè intelligentemente in quell’atteggiamento che ogni uomo assumerà in futuro, quando raggiungerà il destino a cui è stato chiamato: l’Eternità. Ma, è ovvio, non basta credere all’amore di Dio, non basta aver fatto la grande scelta di Lui come Ideale. La presenza e la premura di un Padre per tutti, chiama ognuno ad essere figlio, ad amare a sua volta il Padre, ad attuare giorno dopo giorno quel particolare disegno d’amore che il Padre pensa per ciascuno, a fare cioè la Sua volontà. E, si sa che la prima volontà di un padre è che i figli si trattino da fratelli, si vogliano bene, si amino. Conoscano e pratichino quella che può definirsi l‘arte di amare. Essa vuole che si ami ognuno come sé, perché “Tu ed io – diceva Gandhi – non siamo che una cosa sola. Non posso farti del male senza ferirmi”. Vuole che si ami per primi, senza aspettare che l’altro ci ami. Significa saper “farsi uno” con gli altri, cioè far propri i loro pesi, i loro pensieri, le loro sofferenze, le loro gioie. Ma, se questo amore dell’altro è vissuto da più, diventa reciproco. E Cristo, il “Figlio” per eccellenza del Padre, il Fratello di ogni uomo, ha lasciato come norma per l’umanità l’amore vicendevole. Egli sapeva che era necessaria perché ci sia pace e unità nel mondo, perché vi si formi una sola famiglia. Certo, per chiunque si accinga oggi a spostare le montagne dell’odio e della violenza, il compito è immane e pesante. Ma ciò che è impossibile a milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che ha fatto dell’amore scambievole, della comprensione reciproca, dell’unità il movente essenziale della propria vita”.


Leggi tutto:  Centro Chiara Lubich Guarda video: http://vimeo.com/77226264 (altro…)

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Quando si vive il Vangelo

Credo nell’amore Addolorati e delusi per aver scoperto che nostro figlio Bob, con due amici, aveva rubato degli alcolici, abbiamo cercato di fargli sentire il nostro amore al di là di tutto. In tribunale, mentre aspettavamo la sentenza, vedendo che uno degli altri ragazzi responsabili del furto era stato abbandonato dai genitori, siamo andati a fargli coraggio. Visto il nostro comportamento, il giudice ha accettato il pentimento espresso da nostro figlio, riconoscendo il sostegno che aveva in casa, e non ha emesso condanne né per lui né per gli altri due. Giorni dopo, avendo chiesto a Bob in che cosa credeva se non credeva in Dio, mi son sentito dire: «Credo nell’amore, perché l’ho visto in te e nella mamma» (A.K. – Australia). Quel gesto di solidarietà Una telefonata mi informa che un parente della signora che lavora da noi come domestica sta malissimo. Mi chiedono di andare a trovarlo. Sono stanco e fa freddo. Cerco lo sguardo di mia moglie e capisco che anche questa è un’occasione per essere fedele a quello stile di vita per gli altri che cerchiamo di portare avanti insieme. Esco, vado dall’ammalato, lo portiamo in ospedale dove i medici prendono subito in mano la situazione. Tornato a casa molto tardi, trovo mia moglie che mi aspetta ancora per la cena. Non ci diciamo molte parole, ma fra noi è cambiato qualcosa, il nostro rapporto si è arricchito per quel gesto di solidarietà (D. R. – Colombia). Nel campo profughi Mi era stato affidato il servizio sociale del campo rifugiati, ma non c’erano mezzi, non c’era niente da dare loro. In un gruppo di orfani c’era un bambino di sette anni che era rimasto separato dalla sua famiglia. Sua madre, dopo giorni di marcia, è arrivata al campo e lo ha ritrovato, ma era debolissima, perché da tanti giorni non mangiava. A me rimanevano 300 franchi, circa un dollaro: una fortuna. Io ne avevo bisogno, ma lei più di me. Glieli ho dati e così ha potuto comprare cibo, acqua e una piccola capanna per ripararsi. Sono tornato a casa convinto che Dio avrebbe pensato a me. Poco dopo è arrivata la mia sorella maggiore, che da tre giorni girava per il campo cercandoci. Mi ha portato 1000 franchi (C. E. – Ruanda). Fonte: Il Vangelo del giorno, novembre 2013, Città Nuova Editrice. (altro…)