30 Nov 2015 | Chiesa, Ecumenismo, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Spiritualità

Il Santuario Cattolico di Munyonyo dove i primi martiri cristiani del Paese sono stati uccisi
«Tre giorni in Uganda per celebrare la ricorrenza dei Martiri Ugandesi: il Papa è arrivato il 27 novembre, ricevuto dal Presidente dell’Uganda Museveni e dalle autorità religiose guidate dall’Arcivescovo di Kampala Mons. Lwanga e dall’Arcivescovo anglicano Ntagali. Tappa al Santuario Cattolico di Munyonyo dove i primi martiri cristiani del Paese sono stati uccisi nel 1886», riporta Simon, che lavora nel settore vendite di New Vision, gruppo editoriale ugandese, e che – finiti i turni di lavoro – corre in strada o nei luoghi dove si attende il passaggio di Papa Francesco. E poi Namugongo. Lì il papa ha visitato prima il Santuario protestante e incontrato il Reverendo Stanley Ntagali, e mezzo chilometro più avanti, il Santuario cattolico. «Una folla di gente, piena di gioia, aspettava lungo la strada, col cuore colmo d’amore, intonando canti per il Santo Padre», racconta ancora Simon. «C’erano ululati, bandiere, suono di trombe. Alcune donne nella folla piangevano di gioia». «Nel suo appello il Papa ha riconosciuto i martiri anglicani e i martiri cattolici, che hanno dato la loro vita all’opera di Dio, e la cui morte per Cristo testimonia l’ecumenismo del sangue. Sono testimonianze della propria fede in Gesù, anche a costo della vita, molti giovanissimi», commenta Simon. «I martiri dell’Uganda sono i primi martiri dell’Africa moderna e sono dei testimoni, tutti laici, di una fede semplice, ma molto forte», spiega padre Lombardi. Al loro esempio si ispira Francesco parlando ai giovani, e invitandoli a «trasformare nella vita tutte le cose negative in cose positive», «l’odio in amore», «la guerra in pace». Tra le impressioni raccolte da Simon tra i suoi coetanei c’è quella di Alinda: «Con Gesù possiamo superare ogni ostacolo, e trasformare il negativo della nostra vita, come l’oppressione, o le malattie come l’Aids. Non dobbiamo avere paura di chiedere aiuto, anche attraverso la preghiera».
«Estendere l’aiuto ai bisognosi, cooperare con tutti per il bene comune, e difendere il dono di Dio che è la vita per costruire una società più giusta sono tra i messaggi lanciati dal Papa. Ha inoltre sottolineato l’importanza dello Spirito Santo e dei Martiri Ugandesi nella storia della Chiesa di Cristo. Il Pontefice ha ribadito il bisogno di essere umili, miti e buoni per portare gioia e pace e per non lasciarsi prendere dai desideri mondani», scrive Simon. «Non siamo perfetti, ma possiamo perdonarci e ricominciare sempre», confida Tony, particolarmente colpito dalle parole del Papa sulla famiglia. Dopo la messa celebrata a Namugongo, il Papa ha incontrato i giovani a Kololo. Il suo discorso a braccio è stato preceduto da due toccanti testimonianze di giovani: una ragazza malata di Aids fin dalla nascita e un giovane che è stato arruolato come bambino soldato. La sofferenza trasformata in speranza dalla fede in Gesù è il cuore del messaggio di Francesco. «Nello stesso giorno il Papa ha visitato la casa per persone svantaggiate a Nalukolongo, dove ci si prende cura dei bisognosi, bambini, giovani e anziani. Ci sono persone che soffrono per handicap o complicazioni di vario tipo, e non hanno chi possa curarli. Erano felici di ricevere il Papa, che ha sottolineato l’importanza del prendersi cura di chi è in necessità, perché hanno bisogno del nostro amore. Non c’è nessun altro che possa amarli al nostro posto, ha detto il Papa». Ai sacerdoti e ai religiosi lancia una sfida: continuare a far dell’Uganda la “perla dell’Africa”, seguendo l’esempio dei martiri. Infine, conclude Simon, «il Papa è ripartito domenica 29, per andare nella Repubblica Centrafricana, lasciando un messaggio di amore, unità e soprattutto perdono, da vivere nelle nostre famiglie, comunità, posti di lavoro, con i vicini, dappertutto». (altro…)
30 Nov 2015 | Chiesa, Ecumenismo, Focolari nel Mondo, Spiritualità

© CSC Audiovisivi – R. Meier
La rotta del 34° convegno di Vescovi di varie chiese promosso dai Focolari vira verso la terra ferma. Una giornata uggiosa e piovosa accompagna lo spostamento da Halki verso la Calcedonia. Nell’isola sul Mar di Marmara non circolano macchine e lo spostamento dall’unico albergo e dal Monastero della SS. Trinità al porto avviene con i fayton, i caratteristici calessi trainati da due cavalli. Sulle strade circolano solo biciclette, passanti, cani e gatti che vagano liberi e indisturbati in ogni ambiente. Dopo un’ora di navigazione, tra conversazioni e un çay, il tè turco, si arriva a Kadikoy, l’antica Bitinia oggi un quartiere di Istanbul, dove si svolse il quarto Concilio ecumenico con 600 vescovi, dall’8 ottobre al primo novembre del 451. Nell’odierna Turchia si erano svolti i tre precedenti Concili: Nicea (325), Costantinopoli (381) ed Efeso (431). Il gruppo dei 35 vescovi di 16 chiese viene accolto nella chiesa di Cristo Re a cui compete un vasto territorio dove vivono 3 mila persone della locale comunità armena. Il parroco spiega a tutti i presenti perché il Concilio di Calcedonia si è tenuto non lontano da questa chiesa dove si ricorda il martirio di santa Eufemia avvenuto il 16 settembre del 303. Era in discussione un’altra questione fondamentale del cristianesimo. Un monaco, Eutiche, e i suoi molti seguaci sparsi nelle comunità anche più lontane, sostenevano un’unica natura del Cristo: quella divina. Gesù era un uomo solo in apparenza perché la natura divina trascendeva e cancellava quella umana. Si contrapponevano due interpretazioni opposte. La visione ortodossa sosteneva la natura umana e divina del Cristo in opposizione a quella monofisita di Eutiche. Dopo accese discussioni i padri conciliari non riuscivano a mettersi d’accordo e affidarono la risoluzione allo Spirito Santo che in Oriente la gente percepisce come femminile. Per questo si affidano a santa Eufemia, perché donna. I padri conciliari scrissero le loro confessioni di fede su rotoli separati e sigillati. Aprirono l’urna della santa e collocarono entrambi i rotoli sul suo petto. Poi, alla presenza dell’imperatore Marciano, i partecipanti al Concilio sigillarono la tomba, apponendo su di essa il sigillo imperiale, mettendo una sentinella di guardia per tre giorni, durante i quali entrambe le parti si imposero un rigoroso digiuno e intense preghiere. Dopo tre giorni aprirono la tomba con le sue reliquie: la pergamena con la confessione ortodossa era tenuta da sant’Eufemia nella mano destra, mentre il rotolo degli eretici giaceva ai suoi piedi. Decise, insomma, lo spirito Santo, non gli studi, i sofismi e la teologia. Questo luogo così significativo e storico è di ispirazione per comprendere che “il cammino verso l’unità nella diversità – ha detto il cardinal Francis Kriengsack – è a volte faticoso e doloroso, ma se siamo fedeli può generare frutti per i secoli”. 
© CSC Audiovisivi – R. Meier
Come da tradizione per il convegno di vescovi di varie chiese cristiane, è seguito un solenne patto di amore reciproco che ha coinvolto tutti i presenti con la promessa di “essere pronti a dare la vita gli uni per gli altri” secondo il comandamento di Gesù “che vi amiate gli uni gli altri come ho amato voi”. Ispirazione accompagnata dalla lettura delle parole del Patriarca Atenagora: “Se ci disarmiamo, se ci spogliamo, se ci apriamo al Dio-uomo che fa nuove tutte le cose, allora è lui a cancellare il passato cattivo e restituirci un tempo nuovo dove tutto è possibile”. La firma di ognuno dei presenti davanti ad un’icona mariana suggella l’impegno. “Il patto di amore reciproco tra vescovi di chiese diverse – spiega Brendan Leahy, vescovo cattolico di Limerck in Irlanda – è un richiamo costante ad aprirmi, a non chiudermi nella mia diocesi. Vuol dire evitare la superficialità per andare alla radice del nostro essere cristiani e vescovi”. Per Michael Grabow, vescovo luterano di Augsburg “è un impegno a vivere la radicalità dell’amore e a ricordarmi che, anche se siamo di chiese diverse siamo fratelli e sorelle”. Geoffrey Rowell, vescovo e teologo inglese e anglicano, ricorda che “siamo uniti dallo stesso patto anche con i vescovi ortodossi rapiti ad Aleppo, in Siria, di cui non sappiamo nulla. Mentre i media dimenticano, noi li vogliamo sempre ricordare perché siamo legati da una comune fratellanza”. “Nel nostro lavoro quotidiano di vescovi – commenta il metropolita indiano Theophilose Kuriakose della chiesa copta ortodossa siriana – ascoltiamo molta gente per risolvere i loro problemi, ma qualche volta ti senti solo perché non c’è nessuno ad ascoltare i nostri. Abbiamo bisogno di sentire l’unità, la fratellanza che ci fa sentire fratelli senza derogare, naturalmente, alla mia comunione con Dio e alla scelta di Gesù crocifisso e abbandonato. Questo patto mi resta sigillato nel cuore, mi dà forza e mi fa sentire responsabile nella comunione con gli altri”. Dall’inviato Aurelio Molè (altro…)
28 Nov 2015 | Chiesa, Ecumenismo, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Il 27 novembre si è conclusa la prima parte del Convegno ecumenico dei vescovi amici dei Focolari, nel Monastero della S.S. Trinità nell’isola di Halki. Il card. Francis Kriengsak ha messo in evidenza come l’unità tra le diverse chiese cristiane è al servizio dell’intera famiglia umana. «La diversità è un dono e un arricchimento reciproco, – sono parole del cardinale – ma ciò è possibile soltanto con un ascolto senza giudizio, con il dialogo della vita, con la condivisione delle esperienze, con una accoglienza che armonizza i vari carismi». Nella conoscenza reciproca sono emerse le sfide e le particolarità di ogni chiesa su problematiche scottanti.

Jesús Morán
In mattinata, Jesús Morán, copresidente dei Focolari, ha identificato alcune grandi sfide dell’umanità di oggi, tra cui: la globalizzazione, la ultra-contemporaneità, l’avvento di una terza guerra mondiale a pezzi; e ha evidenziato le risposte che la cultura dell’unità offre. Citando il vescovo Klaus Hemmerle, pioniere di questi convegni, ha indicato la necessità di un atteggiamento di ascolto del mondo, «Insegnami il tuo pensare – diceva Hemmerle – perché io possa imparare di nuovo il mio annunciare», solo in questo modo, – continua Morán – è possibile compiere una «inescusabile operazione di purificazione dalle “incrostazioni religiose” presenti nelle nostre chiese. Sono queste che ci dividono, il mondo non ci permette più non solo di essere disuniti ma nemmeno di annunciare il messaggio di Cristo come lo abbiamo fatto finora. Del resto i primi cristiani non hanno annunciato una nuova religione ma una vita piena, la vita che avevano trovato in Gesù». Nel dialogo successivo si è evidenziato quanto queste parole siano entrate in profondità, e si è sentito forte il desiderio di appianare la strada verso la piena e visibile comunione. Anche se il panorama mondiale sembra indicare il contrario, il copresidente invita alla speranza: «Questo mondo così come è oggi – conclude Jesús Morán – mi porta ad essere più cristiano, per questa identificazione con Gesù crocifisso che mi permette di vivere con gli altri fratelli la comunione trinitaria più profonda». I vescovi hanno potuto conoscere la storia del Monastero della S.S. Trinità, durante una breve visita. Dal 1844 qui funzionava il seminario per la formazione del clero greco-ortodosso, fino a quando, nel 1971, la Corte costituzionale turca ha deciso che tutti gli istituti privati di alta formazione fossero inglobati nell’offerta universitaria pubblica. Il Consiglio del seminario si era opposto e di conseguenza fu ordinata la chiusura della celebre Scuola teologica dove avevano studiato teologi di tante parti del mondo, anche di altre Chiese. In 127 anni di attività, 950 studenti si sono laureati in questa scuola, 330 sono diventati vescovi, 12 sono stati scelti come Patriarchi Ecumenici, 2 eletti Patriarchi di Alessandria, 3 di Antiochia, 1 Esarca dei Bulgari, 4 arcivescovi di Atene, 1 arcivescovo dell’Albania e 318 sono stati ordinati sacerdoti. L’attuale abate del monastero, il metropolita Elpidophoros Lambriniadis, ha tenuto una relazione dal titolo “L’amore di misericordia e la comunione tra i cristiani”; una interessante lettura storica sul cammino di dialogo fatto tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente, con un particolare accenno al ruolo svolto da Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, nell’avvicinamento delle due chiese.
Alla chiusura di questa prima parte del convegno, i vescovi hanno fatto proprio l’appello del Patriarca Bartolomeo I, di pregare perché il seminario teologico venga riaperto. Hanno inoltre invocato la liberazione dei due vescovi rapiti in Siria nell’aprile del 2013: l’arcivescovo greco-ortodosso di Aleppo, Paul Yazigi, e l’arcivescovo siro ortodosso Gregorios Yohanna Ibrahim, vescovo amico dei Focolari e assiduo partecipante ai loro appuntamenti. Ora è venuta la sera e anche la pioggia cade soavemente sull’isola. Le carrozze scendono dalla collina portando un carico molto più leggero: vescovi fratelli impegnati a vivere l’amore reciproco perché Gesù Risorto possa ridonare nuova luce sul mondo. Dall’inviata Adriana Avellaneda (altro…)
28 Nov 2015 | Chiara Lubich, Chiesa, Dialogo Interreligioso, Ecumenismo, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
“Karibu Kenya Papa” (Benvenuto in Kenya, Papa). Tra canti e danze festanti, nel pomeriggio del 25 novembre il Papa sbarca a Nairobi per la sua prima tappa in terra d’Africa. Dall’aeroporto fino alla città, due ali di folla accompagnano l’auto papale: una semplice vettura grigia. Già al primo saluto Francesco esprime il suo amore per questa “Nazione giovane e vigorosa, una comunità con ricche diversità”. “Il Kenya è stato benedetto non soltanto con una immensa bellezza, nelle sue montagne, nei suoi fiumi e laghi, nelle sue foreste, nelle savane e nei luoghi semi-deserti, ma anche con un’abbondanza di risorse naturali”. E prosegue: “In un mondo che continua a sfruttare piuttosto che proteggere la casa comune”, auspico che i vostri valori ispirino “gli sforzi dei governanti a promuovere modelli responsabili di sviluppo economico”. L’agenda papale è fittissima: l’incontro con il clero, cui ‘regala’ tre parole: piangere, pregare, servire; quello con i rappresentanti dell’ONU di Nairobi, ai quali chiede un ‘cambio di rotta’, affinché economia e politica si mettano al servizio della persona in modo che siano debellate malaria e tubercolosi, che si continui a lottare contro la deforestazione, e si punti ad un equo commercio e ad uno sviluppo che tenga conto dei poveri.
Significativo l’incontro con i leader delle varie chiese e delle comunità musulmana e animista, nel quale afferma che il dialogo ecumenico e interreligioso non è un lusso né un optional. Per poi pronunciare, con forza, quella frase che è echeggiata in tutto il mondo: “Mai il santo nome di Dio sia utilizzato per giustificare odio e violenza.” Il 27, ultimo giorno a Nairobi, si reca a Kangemi, una poverissima baraccopoli dove si concentra quel degrado umano e ambientale che l’ha spinto a farsene paladino dinanzi all’ONU. Ad attenderlo 100 mila persone, anche qui ballando e cantando. E Francesco non le delude: “Mi sento a casa”, dice. “Condivido questo momento con voi fratelli e sorelle che avete un posto speciale nella mia vita e nelle mie scelte. I vostri dolori non mi sono indifferenti. Conosco le sofferenze che incontrate. Come possiamo non denunciare le ingiustizie subite?” Prima di partire per l’Uganda, nello stadio Kasarani incontra i giovani per rispondere alle loro domande fra cui: come vincere il tribalismo, la corruzione, l’arruolamento dei giovani. “Vincere il tribalismo – risponde il papa – è un lavoro di ogni giorno, un lavoro dell’orecchio, ascoltare gli altri, un lavoro del cuore, aprirlo agli altri, e un lavoro della mano, darsi la mano l’un l’altro”. “La corruzione è qualcosa che si insinua dentro di noi, è come lo zucchero, è dolce, ci piace, è facile, ma poi finiamo male”. E come superare la radicalizzazione? “La prima cosa che dobbiamo fare per evitare che un giovane sia reclutato è educazione e lavoro”. Ogni suo incontro trasuda di affetto, vicinanza, amore. E il popolo risponde esprimendo gratitudine, gioia, speranza. Il tema dell’inculturazione del Vangelo è una delle sfide più significative in queste terre, nelle quali si deve tener conto di aspetti, percepiti come valori, preesistenti al cristianesimo: la visione familiare, il ruolo del clan, la poligamia tribale e quella musulmana, ecc. È una sfida che anche i Focolari hanno raccolto fin dal loro ingresso in Africa, negli anni ‘60, e che continua ad impegnarli in una sincera ricerca con le persone del posto, nello spirito della reciprocità. Un cammino che ha portato Chiara Lubich nel 1992 a fondare, proprio qui a Nairobi, una cittadella di testimonianza dove si tengono appositi corsi di inculturazione. Il prossimo si terrà a maggio 2016 cui parteciperanno anche Maria Voce e Jesús Morán, rispettivamente presidente e co-presidente dei Focolari. Guarda video sulla fondazione della Cittadella Piero (altro…)
27 Nov 2015 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo

Foto: REUTERS/Murad Sezer
«Mentre i colpi di mortaio stanno cadendo vicino a noi, la paura e la preoccupazione ci assalgono sia per la nostra vita che per quella di tutti quelli che conosciamo cristiani o musulmani, siriani o stranieri: ci accomuna l’appartenenza all’umanità e l’essere tutti fratelli e sorelle. In queste vie di Damasco si vive e si muore insieme, senza distinzione alcuna. Il bilancio del bombardamento è tragico: 9 morti e 52 feriti. Nessuno ne parla. Parigi ha per ora la ribalta. Ma questi sono i numeri della guerra dall’altra parte del Mediterraneo, sono i numeri di questa giornata. Non voglio fare somme che rendano ancora più raccapricciante quanto qui è per tutti una normale quotidianità. Appena il frastuono termina, perché il rumore delle bombe è assordante, prendo il cellulare e chiamo parenti e amici: “Stai bene? Dove sei? Non muoverti! Aspetta…”. Queste sono le domande ricorrenti dopo ogni lancio di bombe o dopo i colpi sul quartiere. Ci raccomandiamo a vicenda di restare fermi nel posto che per ora ci ha dato rifugio e scampo e lì si resta perché non si capisce dove andare. L’ufficio, la cucina, l’androne diventano rifugi o tombe a seconda se le bombe ti hanno risparmiata o ti hanno centrata. Dentro di me le domande persistono, continue come un mantra: “Ma è normale vivere con questa agitazione? È normale che la gente debba vivere sempre nella paura? Perché l’altra parte del mondo tace? Fino quando dovrà durare questa assurdità? È possibile che il potere, i soldi, gli interessi possono vincere sulla volontà di pace dei popoli e della gente semplice? Aleppo all’inizio di novembre è rimasta per 15 giorni senza viveri e le strade di accesso erano chiuse. Le mine sono un altro dei lasciti di questa guerra. Prima di riaprire ogni via di transito, bisogna sempre sminarla. Un villaggio vicino Homs è stato preso di mira dall’Isis e ci sono circa tremila sfollati. La gente desidera che la guerra finisca e si fa tante domande: “Chi procura le armi a queste milizie crudeli? Perché non arriva il cibo ma arrivano munizioni e ordigni bellici?”. Questi interrogativi ci lacerano, mentre la preghiera diventa il balsamo, la nostra roccia. La comunità cristiana cerca di vivere nella normalità, si incontra alle celebrazioni, lavora a tanti progetti di solidarietà, ma siamo in pochi. Si parte inesorabilmente, si lascia una terra amata perché non si vedono prospettive e tutto è costosissimo, dai farmaci ai cibi. Ma anche chi parte, desidera tornare: la vita è salva, ma non è la vita in Siria, non gli stessi rapporti, non gli stessi gusti, non la stessa complicità. Eppure non si è divisi. Si è sparsi, ma si continua a vivere tutti insieme per la stessa pace». Fonte: Città Nuova (altro…)