Movimento dei Focolari

In ricordo di Chiara che scelse di amare tutti

Il mio primo incontro con la morte è stato bello, grazie a Chiara Lubich. Avevo vent’anni e stavo partendo per le vacanze di Pasqua con la mia amica Maria Rita, che da Ferrara si era trasferita a Perugia, quando mi avvertirono che Maria Rita aveva avuto un incidente in motorino con sua sorella Annamaria, e che Annamaria era morta. Mi precipitai a Perugia in autostop, che in quegli anni era il mio principale mezzo di trasporto, e trovai Maria Rita ammaccata e confusa, ma sorridente. I suoi genitori, Paola e Piero, mi accolsero pieni di grazia: Annamaria aveva ventun anni, era la maggiore dei loro quattro figli e loro dovevano essere straziati, ma irradiavano una luce che non avevo mai visto prima, consolando e accogliendo la processione di amici e parenti che arrivavano a casa. Passai da loro una settimana incredibile, in uno stato di sovreccitazione spirituale ma anche di gioia. Con Maria Rita la sera salivamo all’ultimo piano a trovare i vicini di casa che avevano tre figli che ci piacevano: la loro madre ci rimpinzava di confetti di Sulmona mentre noi suonavamo la chitarra. La mattina invece mangiavamo torta pasqualina con uova e salame, poi andavamo in centro a guardare libri, palazzi, cantando Joan Armatrading. In quella casa si respirava qualcosa che non ho mai più riconosciuto in maniera così tangibile: la forza indistruttibile di una famiglia creata da due persone che avevano scelto di amare tutti. Paola e Piero, i genitori di Maria Rita, erano due Focolarini di Grosseto che si erano sposati e trasferiti a Ferrara perché Piero era ingegnere alla Montedison: non mi parlarono di Chiara Lubich, fondatrice del loro movimento, fino a vent’anni dopo, regalandomi un suo libro per il mio matrimonio, un libro che parlava di Dio con parole che capivo anch’io che mi ero allontanata dalla Chiesa da tanto tempo. Del resto tutti capiscono il linguaggio dell’amore, anche i non credenti, e infatti scoprii che nel movimento dei Focolari ci sono anche trentamila musulmani e centomila non credenti. Chiara Lubich e Madre Teresa di Calcutta sono state le due più grandi creatrici di fede dell’ultimo Novecento, anche se la Lubich, maestra trentina, non ha mai fatto proselitismo. Eppure il suo movimento, nato nel 1943 da un gruppo di amiche che si erano riunite per aiutare gli sfollati, oggi coinvolge due milioni di persone in tutto il mondo. Da quel che ne ho capito io, che sono una bestia, li unisce l’idea che chi si immedesima nella Madre ai piedi della Croce non può che provare sentimenti di cura, affetto e fratellanza per chi incontra sul suo cammino. Chiara Lubich, morta la settimana scorsa a 88 anni, qualche anno fa aveva chiesto e ottenuto da Giovanni Paolo II che sia sempre una donna a guidare i Focolarini, perché il «genio femminile» della sua opera non vada mai perduto.

L’ideale dell’unita’: una genuina forza missionaria

Nell’Ideale dell’Unità che Chiara Lubich visse e seppe proporre alla Chiesa e al mondo brilla la missione evangelizzatrice in tutta la sua meravigliosa bellezza e ricchezza. E’ la profonda convinzione che ho potuto farmi seguendo per oltre mezzo secolo, sia nella mia missione di Hong Kong che in vari altri servizi richiestimi, gli sviluppi della multiforme Opera che Dio ha suscitato per mezzo di questa donna straordinaria. (…) Sono passati quasi 60 anni da quando io ebbi la grazia di incontrare a Roma questa eccezionale esperienza. Da giovane sacerdote missionario (stavo allora studiando missionologia all’Università Urbaniana) fui subito colpito dal contagioso entusiasmo di quanti, nell’Ideale di Chiara, avevano trovato la piena realizzazione del loro impegno cristiano. Ricordo che sentii il bisogno di verificare con il rettore della comunità (P. Mario Parodi) la mia “scoperta”, comunicandola poco dopo con entusiasmo a vari giovani confratelli in occasione della Beatificazione del nostro Martire Alberico Crescitelli. (…) Passarono pochissimi anni e il Movimento giunse anche in Asia. Era iniziato nelle Filippine con un missionario Verbita tedesco, che aveva modellato la sua attività sull’impegno a vivere con la comunità la “Parola di Vita” secondo il modello dei Focolarini. E questi giunsero presto anche ad Hong Kong, con la benedizione del vescovo mons. Lorenzo Bianchi. Nei decenni seguenti, Chiara stessa accompagnò la crescita di quei germogli di nuova vita cristiana in Asia con diverse visite, sia nelle nel Centro Mariapoli di Tagaytay (Filippine), sia in Thailandia dove fu invitata a parlare in vari monasteri e in una università buddhista, sia in Giappone, dove il potente movimento  buddhista Risso Kosei-kai chiese di potersi affiancare ai Focolarini per far crescere nel mondo la consapevolezza della fraternità universale, sia in India, dove importanti istituzioni induiste hanno avviato un proficuo “dialogo di vita” con il cristianesimo grazie alla testimonianza di Chiara. Ed è ancora più significativo che Chiara sia stata  invitata a condividere il suo ideale cristiano in qualificati consessi mondo islamico, come anche fra gli ebrei perfino con persone di convinzioni non religiose, con un orizzonte a 360 gradi. Quel che è certo è che per Chiara non si trattava di “dialogo” semplicemente intellettuale che lascia ognuno nelle proprie convinzioni: per lei era sempre un’opportunità di testimoniare la potenza dell’amore di Gesù nella propria vita. Nella trasmissione televisiva del funerale di Chiara Lubich, si vide un monaco buddista che rendeva omaggio alla sua bara: egli voleva esprimeva la gratitudine di chi da Chiara aveva compreso (come disse) il mistero della Croce di Gesù come segno supremo di amore. E sono circa 30 mila i membri di religioni non cristiane che oggi non esitano a identificarsi con gli ideali umani ed etici proposti dall’Opera di Maria. La mia vocazione missionaria è stata rafforzata dall’esperienza dei Focolarini. E non sono pochi i miei confratelli , che oggi lavorano in Asia e in altri continenti, la cui vocazione è nata o è stata rafforzata dal loro contatto ed esempio. (…) Gli sviluppi dell’Opera di Maria (questo il nome ufficiale della sua opera) sono stati una delle espressioni più significative del soffio di rinnovamento portato nella Chiesa attraverso il Concilio Vaticano II. Penso sia di buon auspicio l’amore che Chiara ha sempre espresso per la Cina, a cui si riferiva come la “Terra Promessa”. Essa mi ha ripetuto più volte la sua convinzione che Dio ha dei grandi disegni sul popolo cinese. Possa ora la sua intercessione affrettare la realizzazione di questi disegni. Da MONDO E MISSIONE – maggio  2008

Il rapporto spirituale tra Chiara e Alcide De Gasperi

  La comune origine trentina era una buona base. Ma solo la fede cristiana e l’amore per il bene comune spiegano l’amicizia spirituale tra la fondatrice del Movimento dei Focolari Chiara Lubich e Alcide De Gasperi. L’incontro tra la giovane maestra trentina e il vecchio politico fu propiziato da Igino Giordani, giornalista, scrittore e parlamentare democristiano. De Gasperi è colpito dalla ragazza che, a soli 23 anni, nella Trento umiliata dalla guerra mondiale ha consacrato la vita alla causa dell’unità. In una lettera del 1953 Chiara Lubich scrive a De Gasperi: «So con quale cristiana simpatia segue il movimento spirituale che Gesù va suscitando e che è partito dalla sua e nostra Trento». Il loro rapporto è fatto di rari incontri, ma di sintonia e intimità spirituale. De Gasperi si confida nei momenti difficili. Nel bel mezzo di un passaggio rischioso del suo VI Governo, quando tre ministri del Psdi abbandonano l’esecutivo pur non togliendo la fiducia, le scrive: «Se non fossi tenuto a partecipare alla responsabilità di quella parte di storia che Provvidenza deferisce al libero arbitrio dell’uomo, me ne starei appartato e rassegnato, comunque, ai voleri di Dio. Ma per il cristiano che intende la politica come estrinsecazione della sua fede e soprattutto come opera di fraternità sociale e quindi di suprema responsabilità in confronto dei fratelli e del Padre comune, quest’angoscioso travaglio diventa un dovere inesorabile». Ma subito l’affetto per la giovane amica prende il sopravvento e l’anziano politico quasi si scusa per aver caricato le proprie difficoltà sulle sue spalle: «Non voglio turbare con questo travaglio mio l’ardore della vostra vita spirituale, che si eleva al di sopra di così tristi temporalità, ma spiegarvi il mio stato d’animo, e nel ringraziarvi del vostro augurio, dirvi quanto mi siano preziose e utili le preghiere di tanti fratelli e sorelle». Per Chiara Lubich l’incontro con lo statista è un segno importante: «Gesù ci ha fatti incontrare», scrive nel 1953, «e non fu certo a caso. Da quel giorno dividemmo spiritualmente con Lei le ansie, i dolori, gli affanni e, pur vedendola di rado, sentimmo in fondo al nostro animo la certezza che Gesù fra noi, uniti nel Suo Nome, Le era accanto e portava con Lei la grave responsabilità». Nell’estate del 1953, dopo la vicenda della “legge truffa”, il Parlamento nega la fiducia a De Gasperi, che va a trovare Chiara. Dopo la visita, la Lubich gli scrive: «Siamo ancor ripieni della gioia che ci ha dato la Sua visita e, com’è suo desiderio, Le mandiamo la canzoncina Ave Chiaropoli cantata nel giorno del mio onomastico. Che gioia averLa fra noi! Per noi, Patria e De Gasperi furono e sono pressoché sinonimi». Per l’unità dell’Italia e dell’Europa – Poi, esprimendo la speranza di un ritorno del leader alla guida del Governo, Chiara declinava il suo ideale religioso in chiave politica: «Ci senta vicini ogni attimo; faccia ogni calcolo di noi: chissà che il Signore non abbia stabilito che dall’unità di noi tutti in Cristo si possa sperare l’unità degli Italiani disgregati in tante idee e l’unità d’Europa». Lungi da nostalgie centriste, Chiara Lubich ha sempre creduto che i politici cattolici non possono fare della fede solo lo strumento di costruzione di consenso. Nel giugno 2000, a Castelgandolfo, in occasione del primo convegno mondiale del Movimento dell’unità per una politica di comunione, ricordando De Gasperi la Lubich disse: «A contatto con lui ci siamo resi conto di quanto può costruire un politico che ama la patria e quanto questo gli possa costare».  

Giovanni Paolo II e Chiara Lubich

L’amore e l’unità nella Chiesa e nel mondo è ciò che più univa Giovanni Paolo II e Chiara Lubich”. Così l’allora segretario personale di Papa Wojtyla Card. S. Dziwisz: Sono venuto al funerale di Chiara – così la chiamavamo tutti noi – per essere con tutto il Movimento dei Focolari, che è presente anche in Polonia. Il 18 marzo abbiamo ringraziato insieme per questa Opera nata dall’ispirazione dello Spirito Santo per costruire con amore l’unità nella Chiesa e nel mondo. Così è stato il carisma di Chiara e così è stato il carisma di Giovanni Paolo II. E’ questo che li  univa. In questo spirito si sono incontrati, con lo sguardo fisso in Cristo: il Cristo del Cenacolo e il Cristo della croce, Cristo Abbandonato. Entrambi hanno affidato la Chiesa e il Movimento alla Madre Santissima – “Totus Tuus”. Che la generazione di GP II, nata nel periodo del suo pontificato e anche che la „generazione nuova” di Chiara vivano questo loro patrimonio comune, arricchendo tutta la Chiesa, e non solo la Chiesa, con la testimonianza dell’unità e dell’amore. Con questa anima sono venuto a funerali per partecipare a questa grande preghiera e ringraziamento. D. Adesso diversi media dicono che Chiara Lubich era la donna  di maggiore influenza nella Chiesa. Come la vedeva Giovani Paolo II ? R. Il Santo Padre apprezzava il genio di questa donna. Lei lavorava nella Chiesa e infuocava  il cuore con la carità. Il Santo Padre lo comprendeva bene, intuiva tutto questo ed era vicino a Chiara. Posso dire che la chiamava personalmente per ogni suo onomastico o s’incontrava con lei. Tante volte l’ha accolta in Vaticano e hanno parlato su diversi argomenti, prima di tutto sull’ecumenismo, sul dialogo con le religioni non cristiane. In tutti questi campi Chiara aiutava il Santo Padre con cuore attento e con la sensibilità del genio femminile a lei proprio. D’altra parte lui appoggiava il Movimento,  è stato sempre vicino, in tutte le circostanze era con lei. D. Si ricorda una nota particolare di Chiara Lubich? D. Lei aveva a cuore l’unità  anche tra i vescovi. La stessa cosa stava tanto a cuore al Santo Padre, che apprezzava tanto l’unità nell’amore a Cristo. Li univa prima di tutto la fede e l’amore a Cristo e alla Sua Madre. Chiara teneva tanto a questo rapporto con il Papa, e il Santo Padre è stato anche fedele a questa – si può dire – amicizia di due persone di Dio. Anche io cercavo di sostenere questo contatto, ci tenevo molto. Anche Chiara era contenta di questo dialogo fedele.

Sorelle nell’amore a Gesù in croce

Sorelle nell’amore a Gesù in croce

di Giovanni Coppa, Cardinale  – su L’Osservatore Romano del 4 aprile 2008 Hans Urs von Balthasar pubblicava nel 1950 uno studio su santa Teresa di Lisieux e, nel 1953, uno su Elisabetta della Trinità, riuniti in un volume nel 1970 col titolo Schwestern im Geist, tradotto quattro anni dopo in italiano dalla Jaca Book. Il grande teologo svizzero voleva raffrontare le due straordinarie personalità mistiche del Carmelo della fine del secolo XIX:  “Ambedue – scriveva – cercano di obbedire perfettamente alla propria missione, ma ciascuna delle due deve lasciarsi completare dal messaggio dell’altra. Esse si additano a vicenda, formano le due emisfere, che, messe insieme, costituiscono il mondo spirituale del Carmelo nella sua globalità” (H.U. von Balthasar, Sorelle nello Spirito, Milano 1975 2, p.10). Quasi coetanee, Teresa era morta nel 1897 a ventiquattro anni, Elisabetta nel 1906, a ventisei.

Una profonda affinità spirituale

Un’affinità spirituale profonda unisce, ai tempi nostri, anche le figure di altre due grandi personalità della storia religiosa del secolo scorso, Madre Teresa di Calcutta e Chiara Lubich, anch’esse quasi coetanee:  Gonxha Bojaxhiu, in religione Teresa per la devozione che aveva a santa Teresa di Gesù Bambino, nata nel 1910, morta a ottantasette anni nel 1997; Chiara Lubich, nata nel 1920, e, da poco meno di un mese, chiamata all’eternità, a ottantotto anni. Non si vuole certamente anticipare in alcun modo per quest’ultima il giudizio della Chiesa, ma credo che un loro raffronto spirituale possa essere di grande interesse. Anch’esse hanno corrisposto a fondo alla missione loro affidata dalla Volontà di Dio, come iniziatrici di un solco fondamentale di spiritualità e di azione nelle istituzioni, pur tanto diverse, da esse iniziate; e sono anch’esse complementari per il messaggio che trasmettono con tanta efficacia alla Chiesa del Terzo Millennio. Ed è l’amore a Gesù, assetato sulla Croce, abbandonato nella solitudine assoluta del Calvario per ricondurre gli uomini al Padre in un dono d’amore, incomprensibile fuori della logica di Dio. Nella Veglia pasquale scorsa, Papa Benedetto XVI ha dato un’interpretazione di singolare acutezza e profondità  del passo di Ebrei, 13, 20:  “Il Dio della pace ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore in virtù del sangue di un’alleanza eterna”. (… continua )

Natalia Dallapiccola, la prima che ha seguito Chiara Lubich, ha concluso il suo viaggio terreno

Poche ore prime della “partenza” aveva meditato su una pagina di Chiara, che aveva modellato la sua vita: “Ho una sola madre sulla terra, Maria Desolata… nel suo stabat, il mio stare, nel suo stabat, il mio andare…”. A chi gliel’ha letta, la sua piena adesione e  gratitudine: “Sì, era proprio quello che volevo”. Natalia Dallapiccola era nata in un paesino sui monti trentini, Fornace, il 27 giugno 1924.  Incontra Chiara a Trento, dove vive con la famiglia, nel giugno 1943.  Sta attraversando una crisi profonda in seguito alla morte del padre e all’infuriare della guerra.  Deve interrompere gli studi e lavorare per aiutare la famiglia. “Pian piano la musica, la natura, le amicizie perdevano il loro valore. Mi sono trovata in un buio profondo, sino a credere che l’amore in terra non esistesse”. Chiara la colpisce per l’armonia esteriore e interiore e per le sue parole con cui comunica la sua grande scoperta, “Dio è amore”: “…Ma se l’amore è la cosa più che bella che esiste sulla terra, che cosa sarà Dio che l’ha creato?”.  Dirà lei stessa:  “Mi sentivo portare su, su, in Dio. Vedevo tutta la vita passata con le sue circostanze gioiose e dolorose, come legate dal filo d’oro del suo amore; e nell’anima la certezza che Dio mi amava immensamente. Questo immenso e personale amore di Dio aveva capovolto la mia vita”. Natalia è con Chiara nel primo focolare di Trento, in piazza Cappuccini. Poi la segue a Roma. Nell’Est europeo – Avrà un ruolo determinante, nel 1959, nella fondazione del focolare di Berlino Ovest. Sarà parte del primo gruppo che varca il muro, nel 1962, insieme a focolarine e focolarini medici chiamati dal vescovo di Lipsia a prestare la loro opera nell’ospedale cattolico della città, carente di personale sanitario per le fughe in occidente. Il suo segreto era la fedeltà alla scelta di rivivere Maria Desolata, nel suo  “stabat” ai piedi della croce nel momento in cui Gesù lancia al Padre il grido di abbandono. Riconosceva ed amava il suo volto che si presentava ad ogni passo. Natalia era di sostegno a chi condivideva con lei l’impegno a costruire l’unità in ogni ambiente. Un fatto che  sconcertava e  si  rivelava “contagioso”. Ha sorpreso trovarlo documentato nei rapporti della Stasi, la polizia segreta tedesca: si parla  del  “programma del Movimento ‘Fucolar’ di creare “una forte unità religiosa nonostante le opinioni nazionali diverse”. Era una corrente d’amore che passava da persona a persona. Dialogo interreligioso – Dal 1976 è al Centro del Movimento. Ha la salute seriamente compromessa. Nel 1977 non può seguire Chiara a Londra, dove è invitata a ricevere il premio Templeton per il progresso della religione. Per il sorprendente interesse mostrato al racconto dell’esperienza spirituale della fondatrice dei Focolari da parte dei rappresentanti delle varie religioni presenti nella Guildhall, quell’evento segnerà il momento fondante del dialogo interreligioso che si aprirà nel Movimento. Da Londra Chiara le telefona, affidando a lei questa nuova pagina con una consegna: “Amali!”. E’ ciò che ha fatto in tutte le occasioni, come alle assemblee generali della Conferenza mondiale delle Religioni per la Pace (WCRP), in cui rappresentava Chiara. Sono rapporti profondi che costruisce con vari leader del mondo ebraico, musulmano, induista, buddista ecc. Natalia prepara così gli sviluppi che nasceranno dal loro incontro con Chiara. Formazione spirituale – Sin dall’inizio per la particolare profondità con cui vive la spiritualità dell’unità, svolge un compito importante per la formazione spirituale dei membri del Movimento. Chiara aveva soprannominato Natalia, “Anzolon” (in dialetto trentino significa “angelo”), per l’amore sempre vivo in lei verso tutti, vissuto con la radicalità degli inizi.

Zavoli ricorda la Lubich: «Mistica in tempi di ideologia»

«Una mistica dell’unità “tra cielo e terra”». Così Sergio Zavoli, mostro sacro del giornalismo italiano, parla al Riformista di Chiara Lubich, scomparsa ieri dopo una vita interamente dedicata al movimento dei Focolari da lei fondato prima del Concilio Vaticano II. Un movimento ecclesiale riconosciuto per la prima volta da Giovanni XXIII nel 1962: presente oggi in 87 nazioni, 780 comunità sparse in tutto il mondo, 140 mila membri attivi e oltre 4 milioni di aderenti. Un movimento segnato da tre concetti chiave: unità, pace e dialogo tra popoli e culture. Un movimento che, come ha ricordato ieri il Papa, ha avuto origine da una donna «la cui vita è stata segnata instancabilmente dal suo amore per Gesù abbandonato». Zavoli era amico personale della Lubich: «Per me – spiega – è stata la mistica dell’unità “tra cielo e terra”, cioè di quella trascendenza anche verso il basso, verso la “santa materia” di cui aveva parlato Teilhard de Chardin, il gesuita scienziato e teologo che, in quell’incontro, vedeva il “punto omega” della reciprocità tra Dio e l’uomo». Fu durante la seconda guerra mondiale che Silvia Lubich scelse – come spiegò lei stessa – “Dio amore”. Decise di cambiare il suo nome in Chiara, in onore della santa di Assisi. Allo sconquasso e alla divisione della guerra in atto si trovò a contrapporre, senza averlo preordinato con calcoli o progetti studiati a tavolino, la “spiritualità dell’unità”: Dio è amore e il suo amore deve innervare ogni ambito della società scardinando le divisioni. Tra questi ambiti, quello privilegiato del dialogo tra Chiese cristiane e tra religioni diverse. Una “spiritualità dell’unità” proposta anche al mondo dell’economia, con un’adesione internazionale di migliaia di aziende. Spiega Zavoli: «Non a caso Chiara, tra i mistici moderni, sarà ricordata come la punta più alta dell’ecumenismo, in sintonia con l’“ut unum sint” scelto da papa Wojtyla a simbolo del famoso “spirito di Assisi”, in base al quale può dirsi che da nessuna cattedra e pulpito, da nessuna panca e stuoino, una preghiera – se autentica – può pretendere di salire più in alto di tutte le altre». Spirito di unità, dunque, al centro del carisma della Lubich. Un carisma che Chiara si è misteriosamente “trovato addosso”. Era il 7 dicembre 1943 quando, sola in una cappella, fece a Dio la promessa di donarsi per sempre. Fu il giorno in cui cambiò nome. Fu la data che poi segnò l’inizio del suo movimento ecclesiale. I focolari, secondo Zavoli, «la metafora del vivere (non solo dell’esistere) insieme – cioè spirito e scopo esemplarmente rappresentati dalla famiglia – sono annuncio e ascolto, parola e traduzione, segno e senso dell’opera di Chiara, nella quale non a caso Madre Teresa di Calcutta vide una singolare reciprocità, seppure diversamente manifestata, rispetto alla sua stessa opera». Per Chiara, infatti, «si è trattato di rimettere insieme i frammenti dell’indivisibile, cioè l’uomo, e ricomporre le fratture del condivisibile, cioè la comunità». Chiara fu una donna profetica per il suo tempo. Visse in pieno Novecento. Fece sue le istanze più significative di quegli anni, cambiandole, innervandole di uno spirito diverso, cristiano. «Quando il pensiero di Chiara cominciò a precisarsi – conclude Zavoli – correvano tempi intrisi di ideologia. Si diceva, tra l’altro, che “il comunismo era la parte di dovere non compiuto dei cristiani”; qualcuno spinse l’azzardo fino ad assimilare la predicazione di Chiara, religiosa e laica, a un sentimento sommariamente e ingenuamente comunistico, su cui il bigottismo si esercitò a lungo.  In realtà, il suo “teologo e amico” Piero Coda, presidente dei teologi italiani, cita spesso la frase di Chiara: “Dovete essere, tutti, l’uno la madre dell’altro”. Non era un’astrazione, un abbandono misticheggiante: era la sua religione “tra cielo e terra”. O viceversa».

Rassegna Stampa locale italiana

Oltre 500 gli articoli apparsi sulla stampa regionale in questo mese. La rassegna stampa che segue è quindi del tutto parziale… Chiara profeta, messaggera ed apostola: soprattutto con queste parole è stata disegnata la figura di Chiara per la Chiesa e la società attuale. «Chiara, astro del secolo » (L’Eco di Bergamo, 19.3), «Profeta del dialogo tra le religioni» (La Provincia di Cremona, 15.3; Il Verbano, 22.3), «a lei il Signore consegnò il dono della profezia, lo stesso che riconosciamo nell’esempio di tanti personaggi di cui è ricca la storia di questi duemila anni» (Provincia Granda, 21.3);  «messaggera di pace e dialogo» (L’informazione di Reggio Emilia, 15.3; Gazzetta d’Asti, 21.3), «missionaria dell’unità e dell’ecumenismo» (Bresciaoggi, 15.3). «Un astro lucente dell’amore divino, per una spiritualità che ha precorso i tempi» (La Sicilia, 19.3); «Tra le braccia di Dio l’apostola dell’unità» (L’Ora del Salento, 22.3). «Chiara Lubich non c’è più ma la sua opera resta e si proietta nel futuro come una forza d’amore irresistibile, quella di una creatura che ha fatto della propria esistenza una testionianza evangelica» (Latina oggi, 17.3), «profeta dolce, eroe della carità» (Trentino, 19.3). Di Chiara si dice «una vita all’insegna dell’unità […] i focolari stanno dentro la storia con lo sguardo in avanti. Una spiritualità proiettata su un orizzonte infinito, però con i piedi per terra» (La Voce del Popolo, 28.3), «Un apostolo dell’amore […] missionaria dell’unità e dell’ecumenismo» (L’Arena, 15.3), «messaggera di Unità» (Il Giornale della Toscana, 15.3); «il sogno: l’umanità unita» (La Nazione, il Resto del Carlino, 15.3); «profeta di un mondo migliore […] una grande stella è salita in cielo a indicare la via dell’unità, della fraternità, della pace» (Il Tirreno, 15.3) «testimone di fede ecumenica […] sorella del mondo» (Il Giorno, 15.3; Il Resto del Carlino, 17.3); «vita che testimonia Cristo risorto» (Corriere di Romagna, 25.3); «una vera testimone del nostro tempo che si è prodigata per la pace e la solidarietà» (Il Corriere di Firenze, 18.3). Chiara «portatrice di un rovente messaggio d’amore, infuocata dall’amore di Gesù» (Il Sannio, 15.3). La vita di Chiara è inestricabilmente connessa con quella del Movimento dei Focolari, da lei fondato: «fondatrice dell’Opus Mariae […] che ha vissuto per la comunione nella Chiesa, maestra del dialogo» (Il Centro, 15.3; Il Gazzettino, Calabria ora, 15.3); «fondatrice di un movimento laico che ha come fine la realizzazione dell’unità tra le persone, come richiesto da Gesù secondo il racconto del Vangelo di Giovanni, da cui consegue una precisa vocazione ecumenica oltre che al dialogo in altri settori della cultura» (L’Unione Sarda, 14.3); «la sua forza fu proprio cercare ciò che unisce, costruire ponti e legami […] è un simbolo della costruzione della pace nel mondo e dell’unità dei popoli» (La Voce dei Berici, 23.3); e ancora «la trentina più famosa nel mondo, fondatrice di un movimento antesignano nel dialogo interreligioso e macroecumenico, pure noto per l’economia di comunione» (Trentino, 23.3); «fondatrice del Movimento dei Focolari è stata sicuramente una delle grandi personalità di questi tempi, che ha attraversato e illuminato con la luce del suo carisma. Non c’è stato conflitto, divisione, difficoltà che Chiara Lubich  non sia riuscita ad affrontare costruendo ponti e rapporti di fraternità» (La Repubblica ed. Napoli, 16.3). Chiara ha condotto «una pacifica rivoluzione evangelica […] che l’ha portata al dialogo con chiunque» (Braidese, 22.3); «voce della spiritualità che nutre la fratellanza» (Giornale di Brescia, 15.3). Il profilo femminile di Chiara è stato ripercorso con enfasi. Chiara, «una donna che porta la Chiesa e il Vangelo nel mondo moderno» (Il Giornale dell’Umbria, 15.3, Corriere Adriatico, 15.3; La Provincia di Como, 19.3), «la semplicità di una donna eccezionale, per un amore che valica ogni confine» (Toscana oggi, 23.3); «una grande donna, perché ha saputo fare della sensibilità tipicamente femminile, della disponibilità di ascolto dell’altro e di comunicazione profonda dei sentimenti, un carisma capace di agire nella società e nella Chiesa, e di trasformarle radicalmente dall’interno. Non una rivoluzione armata, non uno scontro di poteri, non la rivendicazione di verità assolute o di ideologie indiscutibili, ma la capacità di aprirsi all’altro, chiunque esso sia, a qualunque religione, credo politico, estrazione sociale appartenga, e condividerne la strada insieme» (L’Adige 15.3); «l’eredità di Chiara è il suo amore» (Verona fedele, 23.3); «luce per il mondo, un impegno per la fratellanza fra tutti i popoli» (Il Popolo di Concordia-Pordenone), «”madre” dei focolarini, una donna al servizio della pace» (Giornale di Sicilia, 15.3), «una madre che non lascia i figli tristi; anzi, c’è la consapevolezza che niente si fermerà» (La Sicilia, 19.3). «Personalità straordinaria, una donna che ha fatto del dialogo e della solidarietà una vera e propria scelta di vita» (La Nazione di La Spezia, 15.3); «Donna di Dio impegnata tra gli uomini» (Corriere delle Alpi, 15.3); «una vita tutta spesa per l’unità» (Il Cittadino di Genova, 23.3). Da più parti si fa riferimento alla santità di Chiara: «Una grande santa del Novecento»; «Santa subito»; «Santa Donna» (Corriere del Trentino, Il Resto del Carlino, Gazzetta del Sud, Il Sannio); «Chiara Lubich, il dono che Dio ha fatto alla Chiesa e al mondo» (L’Eco di Bergamo, 15.3). Questa «figura molto amata, è stata un esempio luminoso» (Gazzetta di Parma, 15.3; Libertà di Piacenza, 17.3; Nuovo Molise, Ciociaria oggi, Il Centro, Il Mattino di Padova, 14-23.3). a cura di Alberto Lopresti

aprile 2008

Infine in noi sarà effuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva“. Così inizia il testo da cui è tratta la Parola di vita di questo mese. Il profeta Isaia, nella seconda metà dell’VIII secolo avanti Cristo, annuncia un futuro di speranza per l’umanità, quasi una nuova creazione, un nuovo “giardino”, abitato da diritto e giustizia, capaci di generare pace e sicurezza.
Questa nuova èra di pace (shalom) sarà opera dello Spirito divino, forza di vita capace di rinnovare la creazione, e insieme sarà frutto del rispetto del patto tra Dio e il suo popolo e tra i componenti del popolo stesso, essendo inseparabili comunione con Dio e comunità degli uomini.

“Effetto della giustizia sarà la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza”

Le parole di Isaia richiamano la necessità di un impegno serio e responsabile nel seguire le norme comuni della convivenza civile che impediscono l’individualismo egoistico e il cieco arbitrio, favoriscono la coesistenza armoniosa e l’operosità finalizzata al bene comune.
Sarà possibile vivere secondo giustizia e praticare il diritto? Sì, a condizione di riconoscere in tutte le altre persone dei fratelli e delle sorelle e se vedremo l’umanità come una famiglia, nello spirito della fraternità universale.

E come vederla tale senza la presenza di un Padre per tutti? Egli ha già iscritto la fraternità universale, per così dire, nel DNA di ogni persona. La prima volontà di un padre è infatti che i figli si trattino da fratelli e sorelle, si vogliano bene, si amino.
Per questo il “Figlio” per eccellenza del Padre, il Fratello di ogni uomo, è venuto e ci ha lasciato come norma del vivere sociale l’amore vicendevole. È espressione dell’amore rispettare le regole della convivenza, compiere il proprio dovere.

L’amore è la norma ultima di ogni agire, quella che anima la vera giustizia e porta la pace. Le nazioni hanno bisogno di leggi sempre più adeguate alle necessità della vita sociale e internazionale, ma soprattutto hanno bisogno di uomini e donne che ordinino nel proprio intimo la carità. Quest’ordine è giustizia, e solo in quest’ordine le leggi hanno valore.

“Effetto della giustizia sarà la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza”

Come vivremo dunque la Parola di vita durante questo mese?
Impegnandosi di più ancora nei doveri professionali, nell’etica, nell’onestà, nella legalità.
Riconoscendo negli altri persone della stessa famiglia che attendono da noi attenzione, rispetto, vicinanza solidale.
Se a base della tua vita, nei tuoi rapporti con il prossimo, metterai la mutua e continua carità (che precede tutte le cose), quale più piena espressione del tuo amore verso Dio, allora la tua giustizia sarà proprio grata a Dio.

“Effetto della giustizia sarà la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza”

Un vigile urbano del Sud dell’Italia, per una scelta di condivisione con le persone più disagiate della città, ha deciso di risiedere con la famiglia in uno dei quartieri di nuova formazione: le strade sono sterrate, non c’è l’illuminazione pubblica, non esiste la rete idrica né quella fognaria, di servizi sociali e trasporto pubblico neanche a parlarne.

«Abbiamo cercato di creare con ciascuna famiglia e abitante del quartiere – racconta – un rapporto di conoscenza e di dialogo, tentando di ricucire lo strappo tra i cittadini e l’amministrazione pubblica. Pian piano i circa tremila abitanti del quartiere sono diventati soggetti attivi nel rapporto con le istituzioni pubbliche attraverso un comitato creato appositamente.
Si è giunti ad ottenere dall’amministrazione regionale lo stanziamento pubblico di una forte somma per il risanamento del quartiere, diventato ora un quartiere-pilota, che ha dato vita ad attività formative per i rappresentanti di tutti i comitati di quartiere della città».

Chiara Lubich

“E la Parola divenne carne”: per una catechesi-vita

  Un decisivo salto di qualità del rinnovamento della catechesi è auspicato da tempo nella Chiesa. Diffusa è l’urgenza di passare da una catechesi “su Gesù”, dove sono prevalenti i contenuti dottrinali ad una catechesi  che conduca all’incontro vivo con lui, attraverso un itinerario di maturazione nella fede, lungo tutti gli stadi della vita. E’ questo l’obiettivo del Convegno internazionale per catechisti, promosso dal Movimento parrocchiale dei Focolari. E’ ben espresso dal titolo: “E la Parola divenne carne” – per una catechesi-vita. Vi partecipano oltre 800 catechisti aderenti al Movimento dei Focolari, laici e sacerdoti, dai 5 continenti.  Il convegno, infatti,  è incentrato sulla Parola vissuta che ha caratterizzato sin dagli inizi la vita del Movimento dei Focolari, in sintonia con il prossimo Sinodo dei Vescovi. Questa esperienza ha influito anche sul modo di fare catechesi in cui sono impegnati numerosi membri e aderenti dei Focolari nelle Chiese locali dei diversi Paesi. Da questa esperienza si prospetta la novità e l’apporto che il carisma dell’unità può offrire alla catechesi per renderla sorgente di vita evangelica. Dopo aver tracciato una  panoramica sulla catechesi nel mondo, con interventi dall’Africa, Corea, Argentina, Germania e Italia, grande spazio è dedicato alle esperienze realizzate in parrocchie di vari paesi.  Come quella raccontata da don Innocent Thibaut, del Burundi: vivendo la Parola i catechisti sono diventati veri animatori delle comunità, aiutandole ad essere “famiglia di Dio”, con un influsso anche sulla società civile. Dagli interventi si sta delineando una catechesi che conduce al passaggio da una catechesi come preparazione ai sacramenti e quindi rivolta soprattutto a fanciulli e ragazzi, ad un itinerario permanente di maturazione nella fede che abbraccia tutta la vita; dalla trasmissione prevalente di contenuti dottrinali alla comunicazione di esperienze di fede vissuta; da una catechesi individuale ad una catechesi comunitaria; da una catechesi di “conservazione” ad una catechesi aperta alla dimensione evangelizzatrice e missionaria.

Rassegna Stampa Internazionale

L’universalità del messaggio di Chiara emerge anche dalla vasta eco della sua scomparsa avuta nei media di tutto il mondo. Il prestigioso The Times inglese scrive: «I Focolari sono una rete internazionale formata da piccole comunità, i cui membri, sia sposati che single, sono votati all’ideale dell’unità tra le nazioni, le religioni e le razze. La organizzazione ha avuto un impatto rivoluzionario sulla stagnante situazione della Chiesa del suo tempo. Molte delle sue innovazioni: l’importanza del laicato, il ritorno alle Scritture, una liturgia gioiosa con melodie moderne, l’importanza di amore e unità, hanno anticipato di vent’anni la direzione indicata dal Concilio Vaticano II». Sempre a Londra, The Guardian paragona Chiara Lubich a Madre Teresa di Calcutta. Sono le uniche due donne che hanno avuto influenza sul mondo vaticano fatto di soli uomini. Parte del fascino di Chiara Lubich deriva dal fatto che non fu una tipica leader cattolica. È sempre fuggita da qualsiasi culto della personalità e le persone che si sono unite ai Focolari sono diventate parte di qualcosa che è cresciuto naturalmente». Dalla California, il Los Angeles Times, evidenzia come, sull’esempio di Chiara, «non sia necessario essere preti o suore per vivere una vita pienamente cristiana». Dalla costa atlantica, «invece che scegliere un convento – scrive il The New York Times –, Chiara ha messo in evidenzia l’idea della pari dignità del laicato cristiano. E in una Chiesa dove gli uomini hanno un ruolo predominante, Chiara Lubich, in un’intervista rilasciata nel 2003… ha raccontato che una volta ha chiesto a Giovanni Paolo II se si sentisse a disagio se negli statuti del Movimento dei focolari fosse previsto che il presidente fosse sempre una donna. “Magari!”, rispose il papa». Anche Le Monde da Parigi evidenzia la laicità dei Focolari e la sua apertura al dialogo: «Il carisma e la sua volontà di condividere la sua esperienza con più gente possibile hanno portato i Focolari ad aprirsi al dialogo ecumenico e agli scambi interreligiosi». Un altro quotidiano francese, La Croix, aggiunge: «Chiara Lubich è immersa nel nostro secolo e non ne uscirà più, con una spiritualità di comunione originale e profondamente mariana. Scrisse una volta: “Fare dell’unità un trampolino di lancio per costruirla dove non c’è, e proprio lì realizzarla”». In Brasile Canção Nova Noticias afferma che Chiara è una delle personalità con-temporanee più rispettate: «Ella afferma l’importanza dell’unità come “segno dei tempi”: unità tra le persone, tra le razze, tra cristiani di varie confessioni e tra le re-ligioni. Unità è la parola chiave dei focolarini, il cui obiettivo è dare il proprio contributo a far sì che l’umanità sia una grande famiglia». Commozione anche in Argentina. Nel giornale Los Andes leggiamo che «il governo argentino ha espresso il suo dolore per la morte di Chiara Lubich, considerata una bandiera del dialogo interreligioso in tutto il mondo. Il ministro del culto Guillermo Oliveri, in una nota ufficiale, ha evidenziato come la dimensione spirituale di questa grande donna continua nella testimonianza quotidiana di migliaia di focolarini che continuano la sua opera, per rendere visibile il carisma dell’unità di tutti gli uomini proposta da Dio». Nella Gaceta Tucumán argentina i Focolari sono considerati uno dei più importanti movimenti del cristianesimo sorti nel XX secolo. «È nato – leggiamo – nell’alveo della Chiesa cattolica, però lavora con tutte le Chiese cristiane. La meta dei Focolari è portare lo spirito dell’unità e la fratellanza in tutti gli ambiti della vita umana. La parola focolare viene dalla lingua italiana e significa fuoco. Ci ricorda la sicurezza che offre una famiglia». Sul Philippine Star, nelle Filippine, William Esposo sottolinea l’impatto sociale che ha avuto il Movimento dei focolari con le molte opere realizzate a favore dei poveri, frutto non di un’organizzazione ma di uno stile di vita evangelico: «Chiara se ne è andata, ma ci ha lasciato una preziosa eredità, una vita basata sull’amore che, se vissuto da tutti quelli che l’hanno seguita, crea un cambiamento nelle nostre vite e nella società». Nello spagnolo El País si riconosce il carisma personale della fondatrice dei Focolari: «Tutti avvertono la sua assenza, perché Chiara Lubich, è una delle più grandi figure del cattolicesimo con-temporaneo, capace di mobilitare le masse e con aderenti in centinaia di Paesi». a cura di Aurelio Molé (da “Chiara Lubich” Ed. Città Nuova, Aprile 2008)

Felice Pasqua di Resurrezione

Riportiamo un pensiero di Chiara del 14 novembre 2002, in cui condivide con le persone del Movimento un’esperienza di quei giorni: “un’intuizione, forse una luce che ho ricevuto qualche tempo fa. E’ forse une delle più belle; senz’altro una di quelle che personalmente mi ha toccato di più. Si può intitolare: ‘Conferma della fede’”. La risurrezione di Gesù è ciò che maggiormente caratterizza il cristianesimo, ciò che distingue il suo Fondatore, Gesù. Il fatto che è risorto. Risorto da morte! Ma non nella maniera di altri risorti, come Lazzaro ad esempio, che poi, a suo tempo, è morto. Gesù è risorto per non morire mai più, per continuare a vivere, anche come uomo, in Paradiso, nel cuore della Trinità. E l’hanno visto in 500 persone! E non era certo un fantasma. Era lui, proprio lui: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato” (Gv 20,27), ha detto a Tommaso.   Ed ha mangiato con i suoi ed ha parlato ai suoi ed è rimasto con loro ben 40 giorni… Aveva rinunciato alla sua infinita grandezza per amore nostro e s’era fatto piccolo, uomo fra gli uomini, come uno di noi, così piccoli che da un aereo non ci possono neppure vedere. Ma, poiché è risorto, ha rotto, ha superato ogni legge della natura, del cosmo intero, e s’è mostrato, con questo, più grande di tutto ciò che è, di tutto ciò che ha creato, di tutto ciò che si può pensare. Sicché anche noi, al solo intuire questa verità, non possiamo non vederlo Dio, non possiamo non fare come Tommaso e, inginocchiati di fronte a Lui, adoranti, confessare e dirgli col cuore in mano: “Mio Signore e mio Dio”. Anche se non la saprò mai descrivere bene, è questo l’effetto che ha fatto in me la luce del Risorto. Certamente, lo sapevo; sicuramente lo credevo, e come! Ma qui l’ho come visto. Qui la mia fede è diventata chiarezza, certezza, ragionevole, vorrei dire. E ho visto con altri occhi quello che ha fatto in quei nuovi favolosi giorni terreni. Dopo la discesa dal Cielo di un angelo che ha ribaltato la pietra del suo sepolcro e lo ha annunciato, ecco il Risorto apparire per primo alla Maddalena, già peccatrice, perché egli aveva preso carne per i peccatori. Eccolo sulla via di Emmaus, grande e immenso com’era, farsi il primo esegeta a spiegare ai due discepoli la Scrittura. Eccolo come fondatore della sua Chiesa, imporre le mani ai suoi discepoli, per dar loro lo Spirito Santo; eccolo dire straordinarie parole a Pietro, che ha posto a capo della sua Chiesa. Eccolo mandare i discepoli nel mondo ad annunziare il Vangelo, il nuovo Regno da lui fondato, in nome della Santissima Trinità da cui era disceso quaggiù e che nell’ascensione seguente avrebbe raggiunto in anima e corpo. Tutte cose conosciute da me, ma ora nuove perché vere in assoluto per la fede e per la ragione. E perché Risorto, ecco anche le sue parole detteci in precedenza, prima della sua morte, acquistare una luminosità unica, esprimere verità incontrastabili. E prime fra tutte quelle in cui annuncia anche la nostra risurrezione. Risorgerò, risorgeremo. Lo sapevo e lo credevo perché sono cristiana. Ma ora ne sono doppiamente certa.  Potrò dire allora ai miei molti, ai nostri molti amici partiti per l’Aldilà e, forse, pensati da noi inconsciamente perduti, non tanto: addio, ma ARRIVEDERCI, ARRIVEDERCI per non lasciarci mai più. Perché fin qui arriva l’amore di Dio per noi. Non so se ho espresso, almeno un po’, la grazia, la luce che ho ricevuto: una conferma della fede. Che il Signore faccia in modo che l’abbia potuta comunicare a tutti voi che mi avete ascoltato, come conferma della vostra fede. (da un pensiero del 14 novembre 2002)

“L’eroica lezione su che cosa è l’Amore “

  Venerdì santo: la morte di Gesù in croce è l’altissima, divina, eroica lezione di Gesù su cosa sia l’amore. Aveva dato tutto: una vita accanto a Maria nei disagi e nell’obbedienza. Tre anni di predicazione rivelando la Verità, testimoniando il Padre, promettendo lo Spirito Santo, facendo ogni sorte di miracoli d’amore. Tre ore di croce, dalla quale dà il perdono ai carnefici, apre il Paradiso al ladrone, dona a noi la Madre e, finalmente, il suo Corpo e il suo Sangue, dopo averci dati misticamente nell’Eucaristia, gli rimaneva la divinità. La sua unione col Padre, la dolcissima e ineffabile unione con Lui che l’aveva fatto tanto potente in terra, quale figlio di Dio, e tanto regale in croce, questo sentimento della presenza di Dio doveva scendere nel fondo della sua anima, non farsi più sentire, disunirlo in qualche modo da Colui che Egli aveva detto di essere uno con Lui: “Io e il Padre siamo uno” (Gv. 10,30). In Lui l’amore era annientato, la luce spenta la sapienza taceva. Si faceva dunque nulla per far noi partecipi al tutto; verme (Salmo, 22,7) della terra, per far noi figli di Dio. Eravamo staccati dal Padre. Era necessario che il Figlio, nel quale noi tutti ci ritrovavano, provasse il distacco dal Padre. Doveva sperimentare l’abbandono di Dio, perché noi non fossimo mai più abbandonati. Egli aveva insegnato che nessuno ha maggior carità di colui che pone la vita per gli amici suoi. Egli, la Vita, poneva tutto di sé. Era il punto culmine, la più bella espressione dell’amore. Il suo volto è nascosto in tutti gli aspetti dolorosi della vita: non sono che Lui. Sì, perché Gesù che grida l’abbandono è la figura del muto: non sa più parlare. E’ la figura del cieco: non vede, del sordo: non sente. E’ lo stanco che si lamenta. Rasenta la disperazione. E’ l’affamato d’unione con Dio. E figura dell’illuso, del tradito, appare fallito. E pauroso, timido, disorientato. Gesù abbandonato è la tenebra, la malinconia, il contrasto, la figura di tutto ciò che è strano, indefinibile, che sa di mostruoso, perché un Dio che chiede aiuto!… E’ il solo, il derelitto… Appare inutile, scartato, scioccato… Lo si può scorgere perciò in ogni fratello sofferente. Avvicinando coloro che a Lui somigliano, possiamo parlare di Gesù abbandonato. A quanti si vedono simili a lui e accettano di condividere con Lui la sorte, ecco che egli risulta: per il muto la parola, a chi non sa, la risposta, al cieco la luce, al sordo la voce, allo stanco il riposo, al disperato la speranza, al separato l’unità, per l’inquieto, la pace. Con Lui l’uomo si trasforma e il non senso del dolore acquista senso. Egli aveva gridato il perché al quale nessuno aveva risposto, perché noi avessimo la risposta ad ogni perché. Il problema della vita umana è il dolore. Qualsiasi forma abbia, per terribile che sia, sappiamo che Gesù l’ha preso su di sé e muta, per un’alchimia divina, il dolore in amore. Per esperienza posso dire che appena si gode di un qualsiasi dolore, per essere come Lui e poi si continua ad amare facendo la volontà di Dio, il dolore, se spirituale, sparisce; se fisico, diviene giogo leggero. Il nostro amore puro al contatto coi dolore, lo tramuta in amore; quasi prosegue in noi – se lo possiamo dire  – la divinizzazione che Gesù fece del dolore. E, dopo ogni incontro con Gesù abbandonato, amato, trovo Dio in modo nuovo, più faccia a faccia, più aperto, in un’unità più piena. Tornano la luce e la gioia e, con la gioia, la pace che è frutto dello spirito. Quella luce, quella gioia, quella pace fiorite dal dolore amato colpiscono e sciolgono anche le persone più difficili. Inchiodati in croce si è madri e padri di anime. Effetto è la massima fecondità. Si annulla ogni disunità e trauma, fioriscono miracoli di risurrezione, nasce una nuova primavera nella Chiesa e nell’umanità. Come scrive Olivier Clément, “l’abisso, aperto per un istante da quel grido, si riempie del grande soffio della resurrezione.”

“E’ tutto Amore”

Ogni anno, la settimana santa, ci sentiamo avvolti in un’atmosfera speciale. Sono questi infatti i giorni in cui si manifesta più che mai il suo amore per noi, perché  tutto amore  è ciò di cui si fa memoria. Giovedì Santo: Amore il sacerdozio  che possiede un carattere ministeriale, e cioè di servizio e quindi d’amore concreto. Amore l’Eucarestia nella quale Gesù ci ha dato tutto se stesso. Amore l’unità, effetto dell’amore, che  ha invocato dal Padre:  “Che tutti siano uno come io e te“. Amore quel comando che Gesù serbò in cuore tutta la vita, per rivelarlo il giorno prima di morire: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi. Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete a vicenda“. Non possiamo passare  questo giorno senza un attimo di raccoglimento nel quale diciamo a Gesù tutta l’adesione della nostra anima a quel comando che chiamò “suo” e “nuovo”. Un comando che è eco della stessa vita della Trinità. L’avevamo scoperto ancora a Trento, mentre infuriava il secondo conflitto mondiale. Il Verbo di Dio ci è parso come divino emigrante che facendosi uomo senz’altro s’adattò al modo di vivere di questo mondo. E fu bambino e figlio esemplare, e uomo e lavoratore. Ma vi portò il modo di vivere della sua patria celeste e volle che uomini e cose si ricomponessero in un ordine nuovo, secondo la legge del cielo: l’amore. (altro…)

Dopo l’ultimo saluto

Il funerale di Chiara Lubich, celebrato alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, è un evento che per l’imponenza della manifestazione e la partecipazione di tanti volti noti e meno noti ha generato stupore e meraviglia sulla maggior parte delle testate giornalistiche nazionali. Sembra esservi un generale accordo per i 40.000 partecipanti, ma c’è chi si spinge fino a 50.000 (Liberal), per una celebrazione che ha visto «sedici cardinali e quaranta vescovi, cento sacerdoti, esponenti del consiglio ecumenico delle Chiese, ortodossi, anglicani, luterani e appartenenti ad altre religioni» (Osservatore Romano). Fra i partecipanti, i «focolarini di quattro generazioni […] pochi cartelli a denunciare la provenienza, come se tutti abbiano voluto confondersi in un solo gruppo» (Avvenire). C’era «anche tanta gente comune» (il Resto del Carlino, La Nazione), per il saluto a questa «donna di intrepida fede mite messaggera di speranza e di pace», come sottolinea l’Osservatore Romano che riporta in prima pagina la lettera che il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato al Segretario di Stato Cardinale Tarcisio Bertone. «Sulla bara di legno chiaro un Vangelo aperto e tre garofani vermigli. Uno spruzzo di colore ben visibile anche da lontano» (Il Messaggero) ««lo stesso tipo di fiori che la Lubich acquistò il 7 dicembre 1943» (Il Tempo) «il giorno in cui iniziò la sua avventura spirituale, arrivata in tutto il mondo» (Avvenire), e che la collocano come figura di un Novecento «costellato di astri lucenti dell’amore divino», come riportano molte testate recuperando le parole del Card. Bertone. «Se in vita questa “mite messaggera di pace”, secondo la definizione di Papa Ratzinger, ha costruito ponti per unire i diversi, radunando ebrei e indù, musulmani e ortodossi, dialogando con tutti, senza preclusioni, lasciando fuori dalla porta le diffidenze, anche da morta la Lubich riesce nell’intento» (Il Messaggero). «Sull’onda di un lunghissimo, interminabile applauso […] hanno preso la parola per una serie di testimonianze, in stile tipicamente focolarino, rappresentanti di religioni orientali, dell’islam, dell’ebraismo, di confessioni cristiane» (Avvenire). È «il “miracolo” di Chiara: religioni unite per l’addio» (Il Messaggero). «Politici e religiosi insieme […] impressionante partecipazione a Roma» (Liberal). Il colpo d’occhio dei politici presenti e raccolti attorno al feretro di Chiara fa da sfondo ai titoli dei giornali che seguono le vicende elettorali italiane. «Funerale di larghe intese. Destra e sinistra fianco a fianco per omaggiare Chiara Lubich» (Il Tempo) e via via si snocciolano i nomi dei parlamentari e degli amministratori presenti: «una platea politica rigorosamente bipartisan» (Il Tempo) perché «l’amore è contagioso. Quando lo capirà anche la politica, cambierà la storia del mondo» (Liberal). Chiara, «una madre» così è stata definita da «un monaco buddista» (Il Messaggero), la cui vita è stata «un canto all’amore di Dio» (Avvenire). «Chiara ha trascorso la sua vita a piantare semi di amicizia in ogni angolo del pianeta […] tra la folla si intravedono copricapi colorati, donne in saari, marocchini col fez e un gruppo di camerunensi con un cappello alquanto eccentrico […] sono arrivati da ogni dove per dirle ancora una volta “grazie”» (Il Messaggero). Testimone di un’«utopia spericolata» (Avvenire) ma al tempo stesso in costante sintonia con il magistero della Chiesa e con i Papi, come rimbalza su quasi tutti i giornali che riportano l’autorevole giudizio contenuto nella lettera del Santo Padre. «Il focolare del Novecento» (Il Foglio) non cessa con la scomparsa di Chiara, e viva presenza sono ancora le prime sue compagne che, dietro al feretro, «camminano tenendosi per mano. A vederle, tutte coi capelli candidi, col cappotto scuro, sembrano sorelle. Sono seguite da Marco Tecilla, il primo focolarino e don Oreste Basso […] l’unico del gruppo che non riesce a trattenere le lacrime» (Il Messaggero). «La sua eredità passa ora alla sua famiglia spirituale» (Liberal), composta da «14 milioni di cuori» tenuti assieme dalla «Parola di vita […] le meditazioni bibliche della Lubich: un tesoro offerto a tutti dal 1944» (Avvenire).  A cura di Alberto Lopresti

“Testimone di Cristo che si è spesa senza riserve”

Una generosa testimone di Cristo che si è spesa senza riserve e che “aveva quasi la profetica capacità di intuire e di attuare in anticipo” il pensiero del Papa. E’ un passo del messaggio di Benedetto XVI letto dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone ai funerali di Chiara Lubich, celebrati martedì pomeriggio, 18 marzo,  nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma. Rappresentanti del mondo cattolico ed esponenti di diverse denominazioni cristiane e delle altre grandi religioni, uomini politici di primo piano, hanno dato testimonianza di partecipazione e di amicizia. Oltre 20 mila persone, giunte anche da lontano, si sono raccolte dentro e fuori la Basilica  per dare l’ultimo saluto a Chiara Lubich. Tanta la commozione ma soprattutto una profonda gratitudine per il dono che, attraverso Chiara Lubich, Dio ha fatto alla Chiesa e a tutta l’umanità e gratitudine a lei, per quanto ha dato con la sua vita. All’ingresso del feretro portato a spalla da alcuni focolarini, un applauso interminabile. Sulla bara di legno chiaro deposta davanti all’altare per terra su un tappeto, solo il Vangelo e tre garofani rossi, a ricordo di quei tre garofani che Chiara aveva comprato nel giorno della sua consacrazione a Dio, ancora sola, il 7 dicembre del ’43.  Intense le parole rivolte da Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio prima dell’inizio delle esequie: “Questo momento doloroso è l’occasione di stringersi accanto al Movimento dei Focolari, con tutto il cuore, ma anche di dire, dopo la sua morte, che il suo ideale è per tutti noi, almeno per me, una luce nel tempo che ci aspetta.  Noi tutti diciamo: ‘Grazie, Chiara!’”. Tra le altre, la testimonianza resa dal monaco buddista della Thailandia, Pra Tongrathana:“Io dico sempre, ai membri del Movimento, che mamma Chiara non appartiene più a voi cristiani solamente, ma ora lei ed il suo grande ideale sono eredità dell’umanità intera”. Insieme al segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, concelebrano 16 cardinali, oltre 40 vescovi e centinaia di sacerdoti. “Ora tutto è veramente compiuto”, esclama all’inizio della sua omelia il porporato: “Il sogno degli inizi si è fatto verità, l’anelito appassionato è appagato. Chiara incontra Colui che ha amato senza vedere e, piena di gioia, può esclamare: ‘Sì, il mio redentore è vivo!’”. Il segretario di Stato rinnova poi subito la partecipazione di Benedetto XVI al dolore dei focolarini, leggendo un suo messaggio: “Tanti sono i motivi per rendere grazie al Signore del dono fatto alla Chiesa in questa donna di intrepida fede, mite messaggera di speranza e di pace, fondatrice di una vasta famiglia spirituale che abbraccia campi molteplici di evangelizzazione. Vorrei soprattutto ringraziare Iddio per il servizio che Chiara ha reso alla Chiesa, un servizio silenzioso e incisivo, in sintonia sempre con il magistero della Chiesa”. Benedetto XVI chiede poi alla Vergine Maria di aiutare la famiglia spirituale di Chiara “a proseguire sullo stesso cammino contribuendo a far sì che la Chiesa sia sempre più casa e scuola di comunione“. Il secolo XX è stato il secolo dove sono nati nuovi Movimenti ecclesiali, e Chiara Lubich trova posto in questa costellazione con un carisma che le è del tutto proprio: “Suscita persone che siano esse stesse amore, che vivano il carisma dell’unità e della comunione con Dio e con il prossimo; persone che diffondano ‘l’amore – unità’ facendo di se stessi, delle loro case, del loro lavoro un ‘focolare’ dove ardendo l’amore diventa contagioso e incendia quanto sta accanto. Missione questa possibile a tutti, perché il Vangelo è alla portata di ognuno: vescovi e sacerdoti, ragazzi, giovani e adulti, consacrati e laici, sposi, famiglie e comunità, tutti chiamati a vivere l’ideale dell’unità: ‘Che tutti siano uno!’”. “A noi, specialmente ai suoi figli spirituali tocca il compito di proseguire la missione da lei iniziata. Dal Cielo, dove amiamo pensare che sia accolta da Gesù suo sposo, continuerà a camminare con noi e ad aiutarci”. Al termine della liturgia funebre per Chiara l’ultimo viaggio da Roma a Rocca di Papa per la sepoltura nella cappella del Centro internazionale dei Focolari. (Adriana Masotti, Radio Vaticana, Radiogiornale – 19 marzo 2008)

"Chiara aveva quasi la profetica capacità di intuire e attuare in anticipo il pensiero dei Papi"

Prendo parte spiritualmente alla solenne liturgia con cui la comunità cristiana accompagna Chiara Lubich nel suo commiato da questa terra per entrare nel seno del Padre celeste. Rinnovo con affetto i sentimenti del mio vivo cordoglio ai responsabili e all’intera Opera di Maria – Movimento dei Focolari, come pure a quanti hanno collaborato con questa generosa testimone di Cristo, che si è spesa senza riserve per la diffusione del messaggio evangelico in ogni ambito della società contemporanea, sempre attenta ai “segni dei tempi”. Tanti sono i motivi per rendere grazie al Signore del dono fatto alla Chiesa in questa donna di intrepida fede, mite messaggera di speranza e di pace, fondatrice di una vasta famiglia spirituale che abbraccia campi molteplici di evangelizzazione. Vorrei soprattutto ringraziare Iddio per il servizio che Chiara ha reso alla Chiesa: un servizio silenzioso e incisivo, in sintonia sempre con il magistero della Chiesa: “I Papi – diceva – ci hanno sempre compreso”. Questo perché Chiara e l’Opera di Maria hanno cercato di rispondere sempre con docile fedeltà ad ogni loro appello e desiderio. L’ininterrotto legame con i miei venerati Predecessori, dal Servo di Dio Pio XII al Beato Giovanni XXIII, ai Servi di Dio Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II ne è concreta testimonianza. Guida sicura da cui farsi orientare era per lei il pensiero del Papa. Anzi, guardando le iniziative che ha suscitato, si potrebbe addirittura affermare che aveva quasi la profetica capacità di intuirlo e di attuarlo in anticipo. La sua eredità passa ora alla sua famiglia spirituale: la Vergine Maria, modello costante di riferimento per Chiara, aiuti ogni focolarino e focolarina a proseguire sullo stesso cammino contribuendo a far sì che, come ebbe a scrivere l’amato Giovanni Paolo II all’indomani del Grande Giubileo dell’Anno 2000, la Chiesa sia sempre più casa e scuola di comunione. Il Dio della speranza accolga l’anima di questa nostra sorella, conforti e sostenga l’impegno di quanti ne raccolgono il testamento spirituale. Assicuro per questo un particolare ricordo nella preghiera, mentre invio a tutti i presenti al sacro rito la Benedizione Apostolica. Dal Vaticano, 18 Marzo 2008

Diffusione televisiva nei 5 continenti

  • Austria – K-TV VorarlbergEuropa • Brasile – Cançao Nova –  – Brasile e Europa • Brasile – Rede Vida • Brasile – TV Aparecida • Brasile – TV Nazaré di Belem • Cameroun – Canal 2 di Douala – aud. Francese – ha diffuso la diretta su: Camerun, Guinea Equatoriale, Gabon, Ciad, Nigeria, Centrafrica, Benin, Togo, Costa d’Avorio, Mali, Burkina Faso, Niger, Senegal • Canada – Salt&light – • Cechia  – TVNOE –  – Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca • El Salvador –  Canal 57 • Francia – KTO   – Europa e MedioOriente • Italia – RAIUNO  – Italia, Europa e Medio Oriente • Italia – Rainews 24  –  Europa e Medio Oriente • Italia – Telepace  – Europa, Medio Oriente, Nord America • Italia – Sat2000Europa e Medio Oriente • Italia – SKY • Libano – Telelumière – arabo – tutte le nazioni del  Medio Oriente, delle Americhe e Oceania • Messico – MARIAVISION – audio spagnolo – differita – tutte le Americhe • Messico – EL SEMBRADOR  –  TV via cavo per USA e Messico • Nicaragua – Canal Catolico 45 • Perù – PAX TV • Polonia – TRWAM  – Europa, Medio Oriente e Americhe • Polonia – RADIO  MARYJAEuropa, USA, Canada  Spagna Canal “Popular TV” • USA – BOSTON TV • USA – EWTN per tutti i continenti – audio inglese-francese-spagnolo-tedesco a seconda dei continenti – in diretta e differita, coi seguenti orari: – U.S. & Canada –  Live: 10:00 am Eastern –  Encore: Wednesday 12:00 am Eastern – Europe – Live 15:00 Rome – Encore 23:00 Rome – tedesco, inglese e francese – UK/Ireland – Live 14:00 London – inglese – Africa/South Asia – Live 19:30 IST/14:00 GMT – inglese e francese – Pacific Rim – Live 1:00 am Sydney/10:00 pm Manila – inglese – Encore 7:00 am Sydney/4:00 am Manila – U.S. Spanish – Live: 10:00 am Eastern – Latin America & Spain – Live 15:00 Madrid/10:00 am Eastern – Encore 04:30 Madrid/23:30 pm Eastern • Venezuela – NC TV Canale 11 • Italia – RaiInternational – audio italiano per tutti i continenti extraeuropei, con i seguenti orari: – Amercihe (Nord-Centro-Sud): diretta 14:55 – 16:55  ora di Roma – Australia e Pacifico:  differita 8:15 – 10:15, Sydney time, di domattina 19.3 – Africa e Asia:  leggera differita, 15:30 – 17:30 ora di Roma, 18.3  

L’eredità di Chiara Lubich

L’universalità del messaggio di Chiara rimbalza fra le testate giornalistiche, i network e le varie agenzie: Chiara incarnazione di un «cristianesimo mite» (Osservatore Romano) che ha creato una «famiglia con i confini del mondo» (Il Sole 24 ore), scaturita «dalle macerie della guerra a un’umanità senza confini» (l’Unità). Sorprende la forza umana e spirituale che sgorga da colei che appare come «una piccola grande donna […] una protagonista della storia che propone un cristianesimo mite, aperto e solidale» (il Giornale). «Chiara Lubich, però, era un vulcano […] la sua testimonianza evangelica doveva essere declinata in ogni ambiente, per fare ritrovare tutti attorno al “focolare”. Il fuoco dell’amore per il prossimo la scaldava. Era il suo motore» (Il Messaggero). Un «Fuoco evangelico», un «Carisma fecondo» sottolinea l’Avvenire,  mettendo in rilievo come l’ideale dell’unità rivelato da Chiara abbia tessuto legami di comunione con uomini e donne di diverse culture, confessioni e fedi religiose. «Una vita per gli altri. Una lunga esistenza spesa per intero a praticare il dialogo […] facendo tesoro del Vangelo e del testamento di Cristo. Chiara Lubich, una piccola, grande donna che ha sparso nel mondo il seme della fratellanza» (Corriere della Sera). Lei, una donna che imprime una svolta alla storia della cristianità e della civilizzazione umana con un contributo tipicamente femminile: «donna di un Dio appartato: un carisma femminile e silenzioso. Un’operosità che rifugge dagli scontri e dalle battaglie culturali […] un movimento per il quale vale davvero la massima per cui “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce” […] così è avvenuto che la foresta crescesse e portasse frutti» (Il Foglio). Chiara, «una figura che con il suo genio femminile ha fatto del Magnificat mariano la Magna Charta di una “rivoluzione sociale” cristiana» (Il Mattino), e in tanti paragonano Chiara alle straordinarie figure della storia della spiritualità, al pari di Caterina da Siena – per esempio – Chiara è «donna minuta ma la sua divina avventura è radicata in 182 paesi» (Il Mattino), e ancora «Signora innamorata di Gesù […] che si dedicò instancabilmente al dialogo interreligioso» e che fece di «unità, pace e dialogo tra popoli e culture i tre pilastri del movimento nato dal desiderio di vivere quotidianamente il Vangelo» (Il Tempo). Chiara visse un’amicizia speciale con Giovanni Paolo II, al quale Chiara rappresentava «una delle forme del genio femminile, di cui amava tanto parlare» (La Stampa). La figura di Chiara è ricordata nella saldatura con la storia del Movimento dei focolari: «il suo è tra i movimenti più innovativi del mondo ecclesiastico […] nato quando Chiara scelse “Dio Amore” come proprio motto di vita» (la Padania). Ma Chiara non è solo i focolari ma «un faro nell’arcipelago dei movimenti ecclesiali laici contemporanei e delle nuove comunità che Giovanni Paolo II definì “dono dello Spirito e speranza per gli uomini» (Il Mattino). È impossibile separare la storia personale di Chiara con quella del movimento che da lei ha preso vita: «piovevano le bombe su Trento» e Chiara «cominciò a dire alle persone che impaurite la circondavano che però c’è l’Unico che nessuna bomba avrebbe fatto crollare, e ha continuato a insegnarlo a quanti, poi, l’hanno seguita» (Avvenire). «Chiara aveva scoperto Dio come l’unico ideale che rimane […] e aveva compreso che lo scopo della sua esistenza era quello di contribuire ad attuare le parole del testamento di Gesù “Che tuti siano una cosa sola”» (il Giornale). «In questa unità d’amore si sostanzia il programma e il carisma dei Focolari» (Avvenire). Il Vangelo vissuto da Chiara non è fatto per essere solo contemplato: in esso è vivo un disegno sociale che si pronuncia come rimedio efficace e storico alle lacerazioni del nostro vissuto: «Chiara Lubich, dalla parte dei poveri», è riuscita a «coniugare le ragioni della fede cristiana con quelle della solidarietà umana», «una donna coraggiosa, forte della sua fede, tra i poveri del mondo, la figlia di un tipografo socialista […] capace di costruire un grande movimento laico nella Chiesa cattolica con l’ambizione di realizzare l’unità» (l’Unità). Chiara «dà il via ad un movimento economico con il progetto dell’economia di comunione che ispira la gestione di oltre settecento aziende di produzione e servizi “for profit” nei cinque continenti, con la destinazione di parte degli utili ai meno abbienti. Si abbozzano le linee di una nuova economia capace di incidere sugli enormi squilibri tra ricchi e poveri» (Osservatore Romano).  «La cultura del dare e la nascita di “Economia di comunione”, 800 imprese che nel mondo investono i profitti per aiutare i poveri e creare lavoro. O, in politica, il “Movimento per l’unità”, cui aderiscono tanti parlamentari» (Corriere della sera). «Santa Chiara», titola a grandi lettere Liberal, che ravvisa che Chiara «è stata come le montagne del suo Trentino: tutta protesa verso l’alto […] e questo le ha permesso di entrare in contatto con tutti: credenti non credenti, cristiani e musulmani, ricchi e poveri. Un dialogo che è una risposta attuale a questa nostra società lacerata»: «la Lubich una maestra del dialogo tra religioni» (la Repubblica) «che apre nel Movimento i dialoghi prospettati dal Concilio Vaticano II. Si riveleranno vie privilegiate per contribuire a comporre in unità la famiglia umana. Si sviluppa il dialogo a tutto campo che mira ad approfondire la comunione, a sanare le divisioni e a suscitare la fraternità» (Osservatore Romano). Le biografie di Chiara che si moltiplicano in queste ore sulle pagine dei quotidiani più importanti rivelano tutte come la sua storia sia inestricabilmente connessa con la spiritualità che in lei si è rivelata: «questa corrente di spiritualità di amore si rivela sempre più universale, perché l’amore e l’unità che sono al cuore sono iscritti nel Dna di ogni uomo. È da questa vita nuova vissuta da persone di ogni età, categoria sociale, cultura, razza e credo che dà vita a un movimento di rinnovamento spirituale e sociale a dimensione mondiale, il Movimento dei Focolari di cui Chiara sarà la guida. Continuamente vi imprimerà nuovo sviluppo, con l’unico obiettivo di contribuire a comporre in unità nella fraternità la famiglia umana, secondo quel progetto divino iscritto nel Vangelo» (Osservatore Romano).

“Che tutti siano uno”: il testamento di Gesù

Chiara Lubich: Il Testamento di Gesù

da «Città Nuova» del 15 dicembre 1959

«Che tutti siano uno»

Se hai l’avventura di portarti in Terra Santa, verso primavera, fra le mille cose che Gerusalemme ti offre alla contemplazione e alla meditazione, una ti colpisce in modo singolare, per quanto ricorda nella sua estrema semplicità. Resistita al tempo e lavata dalle intemperie di duemila anni, una lunga scala di pietra, puntualizzata qua e là di papaveri, rosseggianti come il sangue della Passione, si spiega, quasi un nastro increspato, discendente, limpida e solenne verso la valle del Cedron. E’ rimasta nuda all’aperto, costeggiata da una cornice di prato, quasicché nessuna volta di tempio potesse sostituire il cielo che l’incorona. Di là – la tradizione racconta – Gesù discese quell’ultima sera, dopo la cena, quando, «alzati gli occhi al cielo» gonfio di stelle, ebbe a pregare: «Padre, l’ora è venuta…». Fa impressione metter i propri piedi dove i piedi d’un Dio hanno toccato e tutta l’anima t’esce dagli occhi guardando la volta celeste che occhi d’un Dio hanno guardato. E tale può essere lì l’impressione che la meditazione ti fissa in adorazione. Fu una preghiera unica la Sua prima di morire. E quanto più splende Dio questo «Figlio dell’uomo», che tu adori, tanto più lo senti uomo e t’innamora. Il Suo è un discorso che solo il Padre comprese appieno, eppure lo fece a voce dispiegata, forse perché anche a noi arrivasse un’eco di tanta melodia. 1943. Non si sa perché, ma certo fu così, che quasi ogni sera, radunate le prime focolarine fra loro in cerca dell’amor di Dio, al lume di candela – perché la luce spesso mancava – leggevano quel brano. Era la magna carta del cristiano. Di lì parole ignote a loro brillarono come soli nella notte: notte d’un tempo di guerra. Gesù aveva per tre anni parlato spesso agli uomini: aveva detto parole di Cielo, aveva seminato nelle dure cervici, aveva annunziato un programma di pace, ma aveva offerto il Suo divino patrimonio adattandosi quasi alla mente dei suoi, e le parabole ne sono una testimonianza. Ma ora che non parla alla terra, e la Sua voce è rivolta al Padre, sembra non frenare più la Sua foga. E’ splendido quell’Uomo, che è Dio, e versa – come fontana fluente di Vita Eterna – Acqua che inabissa l’anima del cristiano, perduta in Lui, nei mari sconfinati della Trinità beata. E bello come Lui appariva quell’ultimo discorso: «Io prego per loro, non prego per il mondo… Conserva nel Tuo Nome coloro che mi hai dato affinché siano uno come siamo noi». Esser uno come Gesù è uno col Padre: ma che significava? Non si capiva troppo, ma si comprendeva che doveva essere una grande cosa. Fu per questo che, unite un giorno nel Nome di Gesù, strette attorno ad un altare, chiedemmo a Lui d’insegnarci a vivere questa verità. Egli sapeva che significasse ed Egli solo ci avrebbe potuto aprire il segreto per realizzarla. «… Ma ora io vengo a Te affinché abbiano in sé la pienezza del gaudio». Per quella breve esperienza d’unità che avevamo fatto non s’era forse sperimentata una «nuova» gioia? Era forse quella di cui Gesù parlava? Certo che la gioia è il vestito del cristiano e dentro di noi Qualcuno ci faceva intendere che, per chi segue Cristo, la gioia è un dovere, perché Dio ama l’ilare donatore. «Non domando che Tu li tolga dal mondo, ma che li preservi dal male». Affascinante e nuova – almeno per noi – questa vita: vivere nel mondo, che tutti sanno in antitesi con Dio, e vivervi per Dio in un’avventura celeste… «Santificali nella verità. E prego non solamente per essi, ma anche per quelli che, mediante la loro parola, crederanno in me, affinché siano tutti uno». Ma che cristianesimo avevamo vissuto prima, se eravamo passati accanto l’uno all’altro con indifferenza se non con disprezzo e giudicandoci, quando il nostro destino era fonderci nell’unità invocata da Cristo? Con questi accenti ci sembrava che Gesù gettasse un laccio al Cielo e legasse noi membra sparse, in unità – per Lui – col Padre, e in unità fra noi. E il Corpo mistico si spiegava a noi in tutta la sua realtà, verità e bellezza. «Come Tu, Padre, sei in Me e io in Te, che anch’essi siano uno in noi». Come Gesù è uno col Padre così ognuno di noi avrebbe dovuto essere uno con Gesù e, di conseguenza, uno con gli altri: era un modo di vivere a cui poco o nulla noi prima avevamo pensato: un modo di vivere «alla Trinità»… «Affinché il mondo creda che Tu mi hai mandato». La conversione del mondo che ci circondava sarebbe stata la conseguenza della nostra unità. Era forse per questo che, sin dal primo sorgere del Movimento, molte anime tornavano a Dio, senza che noi ci fossimo curate di convertirle, ma solo di mantenere l’unità fra noi e di amarle in Cristo. «…Io ho dato loro la gloria che Tu hai dato a Me affinché siano perfetti nell’unità e il mondo riconosca che Tu mi hai mandato…». Gli uomini avrebbero creduto a Cristo se noi fossimo stati perfetti nell’unità. Ci si doveva dunque perfezionare in questa vita. Avremmo dovuto posporre ogni cosa all’unità. 1943 era stato anche l’anno della Mystici Corporis: Cristo nel Papa Pio XII riecheggiava il Suo Testamento. Che Gesù, il quale vive nel suo Capo e nel suo Corpo, abbia spinto anche noi a sottolineare l’esigenza dell’unità e a farne un dono a tanti? Unità, unità, tutti uno! In tempi in cui l’idea fondamentale del Cristo stava divenendo, deformata e depauperata del divino, l’idea-forza della rivoluzione atea, Dio aveva voluto forse sottolinearcela nel Vangelo. Non si sa. Si sa solo che il Movimento dei Focolari ebbe quel timbro inconfondibile e che per noi niente ha più valore dell’unità: perché formò il soggetto del Testamento di Colui che vogliamo amare sopra ogni cosa; perché dall’esperienza fin qui avuta essa è ricchissima e fecondissima di frutti per il Regno di Dio, per la Sua Chiesa. «Io ho fatto loro conoscere il Tuo Nome e lo farò conoscere affinché l’amore con cui Mi hai amato sia in essi ed Io in loro». Gesù dopo aver dette queste cose uscì coi suoi discepoli oltre il torrente Cedron… (altro…)

Chiara Lubich ha concluso il suo viaggio terreno

In un clima sereno, di preghiera e di intensa commozione, Chiara Lubich ha concluso a 88 anni il suo viaggio terreno questa notte, 14 marzo 2008, alle ore 2 nella sua abitazione di Rocca di Papa (Roma), dove in nottata di ieri era rientrata per sua espressa volontà dopo il ricovero al Policlinico Gemelli. Per tutta la giornata, ieri, centinaia di persone – parenti, stretti collaboratori e suoi figli spirituali – sono passati nella sua stanza, per rivolgerle l’ultimo saluto, per poi fermarsi in raccoglimento nell’attigua cappella, sostando poi a lungo attorno alla casa in preghiera. Una ininterrotta e spontanea processione. A taluni Chiara ha potuto anche fare cenni d’intesa, nonostante l’estrema debolezza. Continuano a giungere  dal mondo intero messaggi di partecipazione e di condivisione da parte di leader religiosi, politici, accademici e civili, e  da tanta gente del “suo” popolo. (altro…)

Una lunga e feconda vita segnata dall’amore a Gesù Abbandonato

«Ho appreso con profonda emozione la notizia della pia morte della signorina Chiara Lubich, sopraggiunta al termine di una lunga e feconda vita segnata instancabilmente dal suo amore per Gesù abbandonato. In quest’ora di doloroso distacco sono spiritualmente vicino con affetto, ai familiari e all’intera Opera di Maria-Movimento dei Focolari che da lei ha avuto origine, come pure a quanti hanno apprezzato il suo impegno costante per la comunione nella Chiesa, per il dialogo ecumenico e la fratellanza tra tutti i popoli. Ringrazio il Signore per la testimonianza della sua esistenza spesa nell’ascolto dei bisogni dell’uomo contemporaneo in piena fedeltà alla Chiesa e al Papa e mentre ne affido l’anima alla divina bontà affinché la accolga nel seno del Padre auspico che quanti l’hanno conosciuta e incontrata, ammirando le meraviglie che Dio ha compiuto attraverso il suo ardore missionario, ne seguano le orme mantenendone vivo il carisma. Con tali voti invoco la materna intercessione di Maria e volentieri imparto a tutti la benedizione apostolica». Benedictus XVI

L’ultimo saluto a Chiara Lubich in San Paolo fuori le mura a Roma

“Ho appreso con profonda emozione la notizia della morte di Chiara, sopraggiunta al termine di una lunga e feconda vita segnata instancabilmente dal suo amore per Gesù abbandonato”. Così inizia il telegramma a firma di Papa Benedetto XVI giunto questa mattina. “In quest’ora di doloroso distacco”, il Santo Padre assicura la sua spirituale vicinanza “con affetto”,  “ai familiari e all’intera Opera di Maria-Movimento dei Focolari che da lei ha avuto origine, come pure a quanti hanno apprezzato il suo impegno costante per la comunione nella Chiesa, per il dialogo ecumenico e la fratellanza fra tutti i popoli”. Il Papa  ringrazia il Signore “per la testimonianza della sua esistenza spesa nell’ascolto dei bisogni dell’uomo contemporaneo in piena fedeltà alla Chiesa e al Papa”. Benedetto XVI esprime l’auspicio che “quanti l’hanno conosciuta e incontrata, ammirando le meraviglie che Dio ha compiuto attraverso il suo ardore missionario, ne seguano le orme mantenendone vivo il carisma”. Il Papa conclude invocando “la materna intercessione di Maria” e impartendo “a tutti” la sua benedizione apostolica. L’ultimo saluto a Chiara Lubich avrà luogo martedì 18 marzo alle ore 15 nella Basilica romana di San Paolo Fuori le Mura. La cerimonia sarà presieduta dal cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Sarà trasmessa in diretta via internet e via satellite. Per tutta la mattina c’è stato un continuo flusso di visite nella sua abitazione. La camera ardente sarà allestita questo pomeriggio, a partire dalle ore 16 sino a martedì alle ore 11, presso il Centro internazionale del Movimento dei Focolari a Rocca di Papa (via Frascati 306). Sarà sepolta nella Cappella del Centro Internazionale del Movimento a Rocca di Papa. A Trento il sindaco Alberto Pacher ha proclamato il lutto cittadino.

Chiara Lubich è rientrata nella sua abitazione a Rocca di Papa

Da giorni Chiara Lubich aveva espresso il desiderio di “tornare a casa”. Ieri sera è stata presa questa decisione. Dal Policlinico Gemelli dove era ricoverata per una insufficienza respiratoria che poi si è rivelata grave, è rientrata nella sua abitazione a Rocca di Papa. Come ha dichiarato il prof. Salvatore Valente, titolare della cattedra di Pneumologia del Policlinico Universitario: “Per suo espresso desiderio Chiara Lubich è stata portata a casa”. E assicura: “Continua a ricevere tutti i supporti farmacologici e ventilatori necessari. Purtroppo – aggiunge – allo stato attuale non si rileva alcuna risposta al trattamento applicato”. Sino a ieri pomeriggio Chiara è stata informata dalla sua segretaria personale, Eli Folonari, della corrispondenza arrivata. Questa mattina ha voluto salutare i e le focolarine che con lei hanno dato inizio al Movimento. Chiara continua a ispirare grande serenità. Due giorni or sono ha confidato di aver avvertito la presenza spirituale di Maria. Chiara ha vissuto tutta la vita in profonda comunione con lei. L’Opera da lei fondata infatti porta il nome di Opera di Maria, il nome con cui è stato approvato dalla Chiesa il Movimento dei Focolari. Questi momenti sono accompagnati dall’intensa comunione e continua preghiera di tutto il movimento nel mondo. Si associano anche Andrea Riccardi e Salvatore Martinez che assicurano preghiere della Comunità di Sant’Egidio e del Rinnovamento nello Spirito. (altro…)

Sorelle nell’amore a Gesù in croce

Chiara Lubich al Policlinico Gemelli

Tutto il movimento, anche gli amici ebrei, musulmani, buddisti e indù, e senza un riferimento religioso, si stringono intorno a Chiara ricoverata al Policlinico  Gemelli di Roma, intensificando comunione ed iniziative di preghiera. Chiara vi si era recata per un check up programmato nel febbraio scorso. Sono poi sopravvenute difficoltà respiratorie.  Come informa il prof. Salvatore Valente, titolare della cattedra di Pneumologia del Policlinico Universitario: “Persiste la condizione di insufficienza respiratoria grave che richiede ancora l’applicazione di un supporto ventilatorio. Al momento non si riscontra la tendenza al recupero di un’autonomia respiratoria adeguata”. Ciononostante Chiara continua a seguire la vita del Movimento. Con grande gioia, nei giorni scorsi ha ricevuto una lettera personale di Papa Benedetto XVI. Si legge: “Sono a conoscenza della prova che sta vivendo e desidero farle giungere in questo momento difficile l’assicurazione del mio ricordo nella preghiera, affinché il Signore le dia sollievo nel fisico, conforto nello spirito e, mostrandole i segni della sua benevolenza, le faccia sperimentare il valore redentivo della sofferenza vissuta in profonda comunione con lui. Con questo auspicio le imparto una speciale benedizione”. A sorpresa poi, il  Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, a Roma in occasione della suo incontro in Vaticano con il Papa, ha voluto far visita a Chiara. Cordialissimo, si è intrattenuto con lei in un momento ricco di spiritualità e di profonda comunione.  Al termine ha dichiarato: «Ho voluto venire qui per portare il saluto mio personale e del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli alla carissima Chiara Lubich, che tanto ha dato e dà con la sua vita alla Chiesa intera. Le ho pure impartito con riconoscenza la mia benedizione. Sono felice di averla incontrata». I rapporti tra Chiara Lubich e il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli risalgono a oltre 40 anni fa, al tempo del Patriarca Athenagora I. Nei giorni scorsi Chiara ha ricevuto in visita anche il card. Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga  e il prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

Quel “qualcosa di nuovo” che sgorga dal Vangelo per l’umanità di oggi

Questo pensiero di Chiara Lubich è tratto da una lettera del dicembre 1959 in cui lanciava la proposta  di vivere nel quotidiano, ogni mese, una frase del Vangelo: la Parola di vita. Una pratica attuata da Chiara e dai primi focolarini sin dagli inizi, quando, per la luce del carisma, le parole del Vangelo sono apparse loro “uniche, affascinanti, scultoree”, parole che tutti possono tradurre in vita. “Gesù, come dimostra il Vangelo, ha un modo di ragionare, di amare, di volere tutto Suo, unico, e talmente superiore al modo di vivere anche di noi cristiani, che per tutti i tempi Egli saprà far cavare dal Vangelo «qualcosa» che servirà all’umanità di quell’epoca e di secolo in secolo quel «qualcosa» apparirà talmente nuovo e rivoluzionario da sembrare prima quasi ignorato. Ora questo modo di vivere di Gesù vogliamo farlo nostro. E niente appare più opportuno per raggiungere lo scopo di risciacquare, di tempo in tempo, l’anima nostra nel Vangelo. Ne conseguirà che verremo ad assomigliare sempre più a Gesù. Siamo certi che Dio gradirà il nostro sforzo e siamo felici pensando che in tanta notte che oscura il mondo, in tanta confusione nulla potrà risultare più efficace di riportare la luce evangelica viva in noi e attorno a noi. Se Dio  ha parlato in Gesù dobbiamo aver fede che quelle Parole contengono il fuoco da Lui menzionato.

marzo 2008

Ecco una meravigliosa parola di Gesù che ogni cristiano può, in certo modo, ripetere per se stesso e che, se praticata, è in grado di condurlo assai lontano nel Santo Viaggio della vita.

Gesù, seduto presso il pozzo di Giacobbe, in Samaria, sta concludendo il suo colloquio con la Samaritana. I discepoli, tornati dalla vicina città, dove sono andati a fare provviste, si meravigliano che il Maestro stia parlando con una donna, ma nessuno gli chiede perché lo faccia e, partita la Samaritana, lo sollecitano a mangiare. Gesù intuisce i loro pensieri e spiega loro ciò che lo muove, rispondendo: “Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”. I discepoli non capiscono: pensano al cibo materiale e si domandano l’un l’altro se qualcuno, durante la loro assenza, ne abbia portato al Maestro. Gesù allora dice apertamente:

“Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”.

Di cibo si ha bisogno ogni giorno per mantenersi in vita. Gesù non lo nega. E qui parla proprio di cibo, quindi della sua naturale necessità, ma lo fa per affermare l’esistenza e l’esigenza di un altro cibo, di un cibo più importante, di cui Egli non può fare a meno.
Gesù è disceso dal Cielo per fare la volontà di Colui che lo ha mandato e compiere la sua opera. Non ha pensieri e progetti suoi ma quelli del Padre suo, le parole che dice e le opere che compie sono quelle del Padre; non fa la propria volontà ma quella di Colui che lo ha mandato. Questa è la vita di Gesù. Attuare ciò sazia la sua fame. Così facendo, si nutre.
La piena adesione alla volontà del Padre caratterizza tutta la sua vita, fino alla morte di croce, dove porterà veramente a termine l’opera che il Padre gli ha affidato.

“Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”.

Gesù considera suo cibo fare la volontà del Padre, perché, attuandola, “assimilandola”, “mangiandola”, identificandosi con essa, da essa riceve la Vita.
E qual è la volontà del Padre, l’opera sua, che Gesù deve portare a compimento? E’ dare all’uomo la salvezza, dargli la Vita che non muore.
E un germe di questa Vita, Gesù, poco prima, col suo colloquio e col suo amore l’ha comunicato alla Samaritana. Presto, infatti, i discepoli vedranno questa Vita germogliare ed estendersi perché la Samaritana comunicherà la ricchezza scoperta e ricevuta ad altri samaritani: “Venite a vedere un uomo… che sia il Messia?”
E Gesù, parlando alla Samaritana, svela il piano di Dio che è Padre: che tutti gli uomini ricevano il dono della sua vita. E’ questa l’opera che a Gesù urge di compiere, per affidarla poi ai suoi discepoli, alla Chiesa.

“Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”.

Possiamo vivere anche noi questa Parola così tipica di Gesù, sì da riflettere in modo tutto particolare il suo essere, la sua missione, il suo zelo?
Certamente! Occorrerà vivere anche noi il nostro essere figli del Padre per la Vita che Cristo ci ha comunicato, e nutrire così la nostra vita della sua volontà.
Lo possiamo fare adempiendo momento per momento ciò che Lui vuole da noi, compiendolo in modo perfetto, come non avessimo altro da fare. Dio, infatti, non vuole di più.
Cibiamoci allora di ciò che Dio vuole da noi attimo dopo attimo e sperimenteremo che fare in questo modo ci sazia: ci dà pace, gioia, felicità, ci dà un anticipo – non è esagerato dirlo – di beatitudine.
Concorreremo con Gesù così anche noi, giorno per giorno, a compiere l’opera del Padre.
Sarà il modo migliore per vivere la Pasqua.

       Chiara Lubich

La forza trasformante della Parola di Dio

La forza trasformante della Parola di Dio

Il messaggio evangelico può diventare “forza trasformante e umanizzante in aree di crisi”. A testimoniarlo sono stati alcuni dei Vescovi provenienti da tutto il mondo e riuniti da domenica scorsa, 24 febbraio, fino a venerdì 29, presso il Centro Mariapoli di Castelgandolfo. Circa 90 tra Vescovi e Cardinali di 42 nazioni hanno partecipato infatti al 32° Convegno internazionale dei Vescovi amici del Movimento dei Focolari che quest’anno ha come tema: “La Parola è viva: persone, ambienti e strutture che si trasformano”. Mercoledì scorso, dopo aver partecipato all’Udienza generale del Papa, alcuni Vescovi, in rappresentanza delle diverse aree geografiche, sono intervenuti ad una conferenza stampa presso la sede della Federazione della Stampa italiana. Nel prendere la parola, il Cardinale Ennio Antonelli, Arcivescovo di Firenze, ha detto che “dalle molte testimonianze abbiamo potuto costatare come la Parola rinnova la vita delle famiglie, dei giovani, delle parrocchie, un rinnovamento profondo nella comunione”. “Ci siamo rafforzati nella convinzione che la testimonianza alla Parola di Dio, ascoltata, vissuta, incarnata nella vita, lo scambio di esperienze suscitate dalla Parola è una via importantissima per l‘evangelizzazione oggi”. “La gente non vuol sentire solo parlare di Gesù, ma vuole vederlo – come ha scritto Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte -. E i Movimenti in qualche modo fanno ‘vedere’, fanno toccare con mano la presenza del Signore, la potenza della sua parola che è creatrice di vita nuova”. Dal canto suo, l’Arcivescovo di Palmas (Brasile), monsignor Alberto Taveira Corrêa, ha posto l’accento sull’importanza del dialogo e sulle sette, sottolineando che su questo fronte “l’impegno è duplice: formare i singoli cristiani alla vita del Vangelo e costruire rapporti anche con le persone che seguono questi gruppi, cercando di stabilire un dialogo”. L’Arcivescovo emerito di Bamenda (Camerun), monsignor Paul Verzekov, ha invece testimoniato l’impegno della Chiesa nella difficile opera di riconciliazione, tanto che “in ben 4 Paesi (Togo, Benin, Congo e Repubblica Democratica del Congo) – ha raccontato –, su richiesta del popolo, e con l’autorizzazione della Santa Sede, le commissioni nazionali per la mediazione e riconciliazione, sono presieduti da Vescovi cattolici, senza nessuna intenzione di sostituirsi ai governi”. Monsignor Verzekov ha poi fatto cenno all’azione pacificatrice di movimenti e comunità, come la comunità di Sant’Egidio in Mozambico e a quella che porta avanti il movimento dei Focolari, diffuso in tutto il continente, grazie “all’impegno a vivere nel quotidiano il Vangelo”. A questo punto ha citato la vasta azione di evangelizzazione portata avanti dagli stessi capi-tribù a Fontem e in altri villaggi, col coinvolgimento del popolo e i frutti di riconciliazione e di pacifica convivenza che si riscontrano in queste aree del suo Paese. A parlare della grave situazione politica e religiosa attraversata dal Libano, è stato il Vescovo maronita di Baalbek, monsignor Simon Atallah, il quale ha detto che “mentre, proprio i giovani avevano creduto che fossero le armi ad aprire vie di speranza al Paese, ora giovani, sia musulmani che cristiani, stanno scoprendo che la vera forza è soprattutto nella religione. Hanno visto che non c’speranza, né nelle armi, né nella politica”. “Importante – ha detto – è accompagnare la gente a leggere alla luce della Parola gli avvenimenti, a saper trovare nella religione non l’odio dell’altro, ma l’amore dell’altro”. Successivamente ha parlato di riscoperta del Vangelo e del Corano, di incontri tra giovani delle due religioni ed ha citato il movimento “Attese della gioventù” che raggruppa cristiani e musulmani con incontri anche di più di 1000 giovani: “insieme leggono le parole del Vangelo e del Corano sulla solidarietà, sulla fratellanza, l’amore del prossimo”. Sulle crescenti persecuzioni nei confronti dei cristiani in India e in special modo nello Stato dell’Orissa, l’Arcivescovo di Delhi, monsignor Vincent Michael Concessao, ha detto che “non possiamo colpevolizzare gli indù, ma solo certe forze violente, che del resto sono presenti in tutte le religioni. Purtroppo i partiti politici stanno usando le religioni e questi gruppi per i loro scopi”. “Si stanno ostacolando le conversioni, perché si crede avvengano attraverso la forza o ad incentivi disonesti – ha continuato –. Abbiamo discusso questo problema nelle conferenze episcopali e stiamo cercando di capire come rispondere”. “In questo contesto, partecipare a questo incontro di Vescovi, mi rafforza nella convinzione che la risposta a tutti i problemi è l’amore, è la forza più potente, perché è partecipazione alla vita stessa di Dio che è amore”. E “queste atrocità contro i cristiani – ha aggiunto – sono una nuova opportunità di testimoniare l’amore cristiano, l’amore ai nemici”. Di speranza ha parlato anche il Cardinale Miloslav Vlk, Arcivescovo di Praga e moderatore del Convegno: “Per me questi incontri sono un rafforzamento nella speranza, soprattutto spalancano un orizzonte mondiale e già si intravede attuato quanto è scritto nell’Apocalisse: ‘Ecco io faccio nuove tutte le cose. Già appaiono i germogli, non lo vedete?’”. Il Cardinale ha poi dato testimonianza di questa speranza, raccontando degli anni a partire dal 1952, da quando cioè, una volta terminati gli esami di maturità, si vide preclusa ogni possibilità perché non faceva parte della gioventù comunista, e di come venne illuminato dalla Parola: “Sottomettetevi alla potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno”. Da allora molte porte si sono aperte: “La Parola di Dio si realizza sempre. Questa è la mia grande speranza, anzi è una sicurezza che mi ha accompagnato tutta la vita”, ha concluso. Dall’Agenzia ZENIT del 28 febbraio 2008 (altro…)

La forza del Vangelo nel cuore della cultura e delle culture

“La Chiesa è continuamente generata dalla Parola di Dio”, ha sottolineato in apertura il promotore dell’incontro, card. Miloslav Vlk. E ha invitato i vescovi a farne esperienza durante la loro convivenza. Si tratta infatti – ha sottolineato citando il documento preparatorio del Sinodo – di “cogliere nuove vie, perché la Parola di Dio sia approfondita e vissuta nella Chiesa” in modo da diventare “Parola di verità e di amore per tutti gli uomini”. Occorre far fronte – ha detto ancora il Cardinale di Praga – “all’attuale inflazione di parole, dando spazio al Vangelo come Parola che trasforma le persone e le strutture”. “La vita della Parola di Dio è stata la roccia sulla quale si è costruito tutto, la chiave per affrontare tutte le situazioni” – così d. Oreste Basso, Copresidente del Movimento dei Focolari, nel suo saluto ai vescovi, ha sintetizzato l’esperienza dei Focolari. E ha citato tra gli effetti: “l’unione con Dio, un completo cambiamento di mentalità, l’unità: si diventa uomini nuovi, un popolo nuovo”. Nei loro interventi i 90 vescovi, che provengono da 42 nazioni di quattro continenti, hanno sottolineato l’importanza di non fermarsi alla contemplazione della Parola di Dio, ma di passare poi all’attuazione nella vita e alla condivisione delle esperienze. Spiccava l’appassionata testimonianza di alcuni vescovi provenienti da Paesi a maggioranza mussulmana. “Quando il Vangelo è vissuto – hanno assicurato – suscita simpatia ben oltre i confini visibili della Chiesa”. “Un pensiero di apprezzamento per questo spirito di comunione, per la fraternità che fate crescere tra di voi”, è stato formulato dal Card. Giovanni Battista Re venuto a Castel Gandolfo per presiedere la concelebrazione di apertura. “Nel mondo di oggi – ha detto il Prefetto della Congregazione per i vescovi – dobbiamo affrontare tanti problemi, e allora abbiamo bisogno del sostegno reciproco, dell’affetto fraterno di altri vescovi”. Facendo riferimento al tema del prossimo Sinodo, ha incoraggiato i vescovi a “non rassegnarci a un mondo senza Dio”. E ha ribadito: “Il nostro mondo, nonostante tutte le apparenze, ha sete di spiritualità, ha sete di Dio”. Una comunità vivace e multiforme, suscitata dal Vangelo con l’apporto degli odierni carismi: la realtà che i Vescovi hanno potuto conoscere quando domenica pomeriggio si sono recati in visita alla parrocchia di s. Giovanni della Croce in cui collaborano armoniosamente sacerdoti e laici di diversi Movimenti e Comunità (Cammino neocatecumenale, Focolari, S. Egidio, Comunità Casa di Maria, Associazione SACRE) come lievito di unità in un nuovo quartiere della periferia di Roma. “Un nuovo stile di leadership che andrebbe promosso non solo nella Chiesa, ma anche nel mondo”, ha commentato un vescovo. “Trasmetterò questa esperienza nella mia diocesi”. Il tema di Chiara Lubich: “La Parola genera Cristo”, videoregistrato, ha aperto la seconda giornata del Convegno evidenziando con grande forza l’esigenza di vivere la Parola: “La Parola di Dio non opera nulla in noi se non la viviamo. Ma se la viviamo sostituisce il nostro modo di pensare, di volere e di agire in tutte le circostanze della vita, per cui vivendo la Parola, non siamo più noi a vivere, ma Cristo in noi”. Ne elenca poi gli effetti: “La Parola rende liberi. Frutta la santità, porta gioia, produce opere. Chi vive la Parola ottiene tutto, “genera Cristo” “depositando nel cuore dei fratelli”, la Parola stessa. L’incidenza del Vangelo fra i giovani, nella vita delle famiglie e nei mezzi di comunicazione saranno tra le tematiche che i vescovi affronteranno nei prossimi giorni.

Anteprima italiana di “To Die in Jerusalem”

NetOne, rete internazionale di professionisti, studenti ed operatori dei mezzi di comunicazione, impegnata a promuovere una comunicazione orientata alla fraternità, organizza un’intera settimana dal 26 febbraio al 2 marzo 2008 di incontri, dibattiti proiezioni e seminari ai quali parteciperanno studenti di cinema e professionisti del settore, americani e italiani. L’iniziativa è nata in collaborazione con l’americana Angelus Student Film Festival di Hollywood, che sostiene un cinema di contenuti e di valori;  negli anni ha lanciato molti giovani registi, alcuni risultati poi vincitori del Sundance, il più importante festival al mondo del cinema indipendente. Momento centrale della settimana, la proiezione del film “To die in Jeruslem” in anteprima italiana. L’evento è organizzato in collaborazione con la Priddy Brothers, società di produzione cinematografica statunitense, co-prodottrice del film con la HBO productions. La Priddy Brothers produce e distribuisce film di registi indipendenti, in grado di approfondire ed esplorare con rispetto e capacità artistica la profondità dell’esperienza umana. “To die in Jerusalem”:  due madri, due lutti, una sola tragedia. Il documentario racconta la drammatica quotidianità e le speranze di pace del conflitto israeliano-palestinese, attraverso i racconti di una madre palestinese ed una israeliana, che vivono a quattro miglia di distanza l’una dall’altra. Tutte e due, il 29 marzo 2002 hanno perso una figlia: Ayat al-Akhras, suicida, palestinese, 18 anni, e Rachel Levy, 17 anni, israeliana. Due ragazze. Coetanee. Con sogni diversi, ma entrambi vittime della violenza. La 35enne regista  Hilla Medalia, e varie personalità del settore cinematografico e giornalistico, tra cui il fondatore dell’Agenzia MISNA Giulio Albanese, animeranno alla fine del film un dibattito: “Riuscirà il cinema dove l’informazione rischia di fallire?” Col Patrocinio di: Comune di Roma – Assessorato alle Politiche Culturali Regione Lazio Ore 20.00 presso la Casa del cinema di Villa Borghese (Largo Mastroianni 1, Roma) Mercoledì 27 febbraio 2008 alle ore 20.00, sempre alla Casa del Cinema, verranno presentati i cortometraggi vincitori dell’edizione 2007 dell’ “Angelus Student Film Festival”, per il “Moviemaker magazine”, il miglior festival cinematografico per studenti che ogni anno si tiene nel “Director’s guild of America” di Hollywood. Si ringrazia la Banca di Roma per il sostegno all’iniziativa. Si prega confermare la propria presenza. Per informazioni:  NetOne segreteria internazionale – Tel. +39- 06. 945407-212 – Fax +39- 06. 9412080 – e-mail: netone@net-one.org Siti internet: www.net-one.org; www.angelus.org; www.todieinjerusalem.com

“La forza trasformante della Parola di Dio”

Ispirandosi al tema del prossimo Sinodo dei Vescovi “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, 90 vescovi di 42 nazioni – tra loro alcuni Cardinali e un Patriarca di rito orientale – vogliono interrogarsi sull’incidenza della Parola di Dio nel mondo d’oggi. “La Parola è viva: persone, ambienti e strutture si trasformano” è il titolo e l’assioma che guiderà questo 32° Convegno internazionale dei vescovi amici del Movimento dei Focolari, impegnati a vivere la Parola prima di insegnarla, a mettersi al suo ascolto prima di annunciarla. Prima  caratteristica dell’incontro sarà, infatti, la fraterna comunione delle esperienze del Vangelo vissuto, nello stile dei primi cristiani che “mettevano ogni cosa in comune”, in modo da sperimentare l’unità implorata da Gesù, portatrice della pienezza della gioia e degli altri doni dello Spirito. Alla luce del carisma dell’unità che ha portato ad una riscoperta del Vangelo, come testimonierà l’intervento videoregistrato di Chiara Lubich, i vescovi si sono prefissi di esplorare nuove vie per una pastorale della Parola che conduca ad una costante rievangelizzazione e ad un rinnovamento dei singoli fedeli, delle comunità e della società. Intendono così offrire un contributo vitale per rispondere ad alcune sfide che la Chiesa sta affrontando in quest’ora della storia: lo svanire della fede nell’indifferenza della società dei consumi; la perdita di contatto con vasta parte delle giovani generazioni; lo sgretolamento dei legami famigliari in un contesto sociale sempre più difficile; le vecchie e nuove disuguaglianze tra benestanti e emarginati; l’influsso dei nuovi mezzi di comunicazione. Tali sfide saranno oggetto di riflessioni teologiche e meditazioni bibliche atte a trovare nella Parola di Dio nuove risorse e un approccio vitale alle questioni che oggi richiedono un nuovo pensare e agire. Tavole rotonde su inedite forme di pastorale parrocchiale e diocesana, testimonianze dal mondo dei giovani e dei teenager, esperienze sull’evangelizzazione della città, nuove aperture sul fronte dell’ecumenismo, mostreranno la forza trasformatrice della Parola di Dio. Conferenza stampa – Il Card. Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga e moderatore del Convegno, interverrà alla conferenza stampa di mercoledì 27 febbraio, insieme a vescovi e cardinali  rappresentativi delle varie aree geografiche.

Uno spirito nuovo nella scuola, grazie al dado dell’amore…

Lavoro come professore di inglese in una scuola del Cairo: gli studenti sono quasi nella maggioranza musulmani, di famiglie molto ricche. Ho iniziato ad insegnare quando si avvicinava il mese di Ramadan. Come prima attività nelle mie due nuove classi, ho proposto la realizzazione di una decorazione tipica di questo periodo. Gli altri insegnanti, nella maggioranza musulmani, sono rimasti colpiti, perché sapevano che ero cristiano; in classe si è creato da subito, con questo piccolo gesto, un bellissimo clima di amicizia tra tutti e, decorando insieme l’aula, si iniziava a capire che la regola più importante sarebbe stata l’imparare a volerci bene tra noi. Il miglior esame della classe – C’era in classe un bambino che soffriva di autismo: spesso assente col pensiero, aveva difficoltà di integrazione. Nonostante i suoi 10 anni, non riusciva a scrivere, e bisognava ripetergli molte volte ogni cosa. La madre, angosciata, non sapeva più cosa fare, giacché non trovava una scuola che si prendesse cura del suo caso. Ho cercato così di rimanere con lui durante l’intervallo, per giocare, parlare, incoraggiarlo a studiare di più a casa. Un giorno lui, normalmente molto serio e poco espressivo, entrando in aula mi abbraccia dicendo “vi voglio tanto bene Mister!”. Durante l’esame del primo semestre, l’ho visto prendere la matita con sicurezza e scrivere con sveltezza e correttamente le risposte ad ogni esercizio. E’ stato il miglior esame della classe! Studenti, genitori, colleghi: tutti coinvolti nella ‘gara’ – Ognuno degli allievi, sentendosi particolarmente amato, per corrispondere a questo amore  si sforzava di imparare ogni lezione, facendo il meglio possibile i compiti a casa e portando lavoro supplementare di propria iniziativa. In classe, quando qualcuno finiva per primo gli esercizi, si offriva di aiutare quello più in difficoltà, creando una “gara” di amore tra tutti. Ho ricevuto molte lettere e telefonate dai genitori, che ringraziano di come mi sto prendendo cura dei figli e mi confidano anche i loro problemi personali. Spesso pure i professori vengono a trovarmi durante l’intervallo per chiedermi consigli sul mio metodo pedagogico, e si apre così, con ciascuno, un profondo dialogo. Alla fine dell’anno, una notizia sorprendente – La premiazione della scuola mi designa come il “professore dell’anno” per “lo spirito nuovo che ha dato nuova luce all’insegnamento” e che ora tanti dei professori sono interessati a conoscere e imitare. Un passo ulteriore: come regola delle due classi ho introdotto il “dado dell’amore”: ogni mattina si tira e un allievo per volta spiega (in inglese) come mettere in pratica la regola del giorno. All’esame settimanale poi gli studenti devono scrivere le loro esperienze su come hanno messo in pratica le varie regole del dado. Un giorno entro in classe e trovo 22 lettere sul mio tavolo: sono 22 bellissime esperienze che, di loro iniziativa, hanno voluto comunicarmi: amare per primo, amare tutti, amare il nemico… e questo durante le lezioni, durante l’intervallo, nel pullman per tornare a casa… Le ho portate subito al direttore della scuola. Alla fine di quella mattinata tutti i docenti sono convocati ad un raduno  fuori programma: “Questa scuola ha bisogno di uno spirito nuovo – ci dice il direttore – e questo dado è la risposta adatta. Dal semestre prossimo, introdurremo la pedagogia del dado dell’amore in tutte le classi.” Ogni mattina i professori entrano con il dado sotto il braccio, presentando a tutti gli allievi l’«arte di amare». Il clima della scuola sta cambiando, non solo tra i ragazzi, ma anche tra i professori e nel rapporto tra la direzione e il corpo docente. (B. S. – Egitto) (altro…)

Sorelle nell’amore a Gesù in croce

Questa politica. Che dico ai miei figli?

DAL SOMMARIO

Città Nuova del 10 febbraio 2008

Il Punto

Sulla difficile situazione politica italiana A cura del Movimento politico per l’unità

Primo Piano

Dialogo credenti non credenti. La lezione della Sapienza di Paolo Lòriga La mancata visita del papa all’ateneo romano può essere trasformata nell’occasione per far decollare la riflessione su fede e ragione tra scienziati cattolici e laici Fraternità tra sacerdoti di Michele Zanzucchi Il segretario di Stato, card. Bertone, incontra seicento sacerdoti focolarini al Centro Mariapoli. Fondamentale il “paradigma della comunione”

Editoriali

Colombia e accordo umanitario di Aldo Civico

Uomini e vicende

Emergenze croniche. Dal circolo vizioso a quello virtuoso di Aurora Nicosia La gestione dei rifiuti è un problema in tutte le regioni del Paese, non solo in Campania. Come conciliare decisioni urgenti, salvaguardia della salute e solidarietà?

Anniversari

Gandhi. Dubbi e attualità di Ravindra Chheda 60 anni fa il Mahatma veniva ammazzato. Emergono ora, a distanza di decenni, i conflitti con alcune grandi personalità dell’epoca Un caso letterario e mediatico. Moccia, dal libro al musical di Pasquale Lubrano Nei teatri italiani la riduzione in musical del romanzo “Tre metri sopra il cielo”. Ne parliamo con l’attore Massimiliano Varrese

La cultura della pace, in tempi di guerra

Editoriale

ECONOMIA E BENE COMUNE: L’AURORA DI UN NUOVO INCONTRO – di Luigino Bruni – Il tema del bene comune è l’oggetto di questo testo, sviluppato sulla base dell’intervento dell’Autore nel corso delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani svoltesi nell’Ottobre scorso a Pisa e Pistoia. L’Autore mostra alcune ragioni storico-metodologiche del perché la scienza economica e sociale moderna abbia abbandonato, da Smith in poi, l’analisi del Bene Comune, e, nell’ultima parte, individua alcune piste di riflessione qualora il bene comune tornasse al centro della scienza economica e sociale.

Nella luce dell’ideale dell’unità

LA PAROLA DI DIO E IL NASCENTE MOVIMENTO DEI FOCOLARI – di Chiara Lubich – In questa conversazione tenuta ad un gruppo di vescovi cattolici, amici del Movimento dei Focolari, Chiara Lubich narra l’impatto che ha avuto il Vangelo sul primo gruppo del nascente Movimento, evidenziando la forza rinnovatrice della Parola di Dio. Mostra come sin dall’inizio lo Spirito ha spinto lei e le sue prime compagne non solo a mettere la Parola in pratica, ma anche a comunicarsene a vicenda i frutti. Saggi e ricerche LA GRANDE GUERRA E LA QUESTIONE DELLA PACE: LA LINEARE COERENZA DI IGINO GIORDANI – di Alberto Lo Presti – La cultura della pace deve collocare la figura di Igino Giordani fra i testimoni più vivi del Ventesimo secolo. La sua azione e il suo pensiero hanno avuto modo di svolgersi in tempi difficili, impossibili per il pacifismo, come quelli della prima guerra mondiale. In quel clima, la posizione più pacifista era quella «neutralista», dettata dalla considerazione che si sarebbero ottenuti maggiori vantaggi dalla scelta di non entrare in guerra. Gli stessi partiti e movimenti d’opposizione alla guerra, come i socialisti e alcune parti del mondo cattolico, ragionavano in questo modo. Giordani no: era un pacifista convinto, la sua posizione era maturata ancora prima di raggiungere, quale sottotenente di fanteria, le trincee sul Carso, dove rimarrà gravemente ferito, nonostante il suo radicale rifiuto di sparare contro il nemico. Il suo pacifismo attingeva direttamente dal Vangelo: uccidere un altro uomo avrebbe significato assassinare l’essere fatto a immagine e somiglianza di Dio. Non era possibile, mai e in nessun caso. Il pacifismo di Giordani accompagnerà la sua azione politica e culturale nei decenni successivi, durante il suo impegno intellettuale, parlamentare e di scrittore. E’ uno dei tratti più vivi della sua esperienza spirituale. FRANCE PREŠEREN (1800-1849): UN GRANDE POETA DI UN PICCOLO POPOLO NEL CUORE DELL’EUROPA – di Petra Reisman – L’articolo presenta France Prešeren, il poeta più importante della letteratura slovena, nato e vissuto nella prima metà dell’Ottocento, durante il Romanticismo. La sua opera poetica ha costituito un importante momento per la lingua slovena che d’allora in poi ha simboleggiato l’unità nazionale. Nello stesso tempo ha riempito il vuoto letterario della fine del Settecento quando vi furono i primi tentativi di scrivere poesia non religiosa e commedie. Prešeren quindi si inserisce nel Romanticismo europeo soprattutto con i temi di un amore inesaudito, della vocazione del poeta, del senso nazionale e patriottico e del perché della sofferenza. Temi che vengono espressi anche in quelle forme poetiche che la letteratura slovena prima non conosceva: il sonnetto, la corona di sonnetti, la gazzella, la glossa, il  poema lirico-epico, gli epigrammi. Interessante poi il suo Brindisi (1844) che dal 1991 è l’inno sloveno e nel quale propone la pace, la libertà, la fraternità e la benevolenza fra tutti i popoli. LA PROSPETTIVA ANTROPOLOGICA NELL’AGIRE MEDICO – di Flavia Caretta – La medicina non è solo scienza, ma è necessità di dare risposte anche quando queste non sono chiarite dalla scienza. Fin dal momento della sua nascita infatti, essa è relazione tra persone in un sistema di valori e in un determinato contesto sociale e culturale. Il rapporto medico-paziente è quindi il nucleo storico della prassi medica. L’arte della cura ha una sua tradizione, una sua vocazione, una sua cultura. In seno a questa cultura, la tecnica è il mezzo, ma il fine è l’uomo. Ancora, la medicina non è solo una scienza della natura, ma è una scienza dello spirito legata a quella della natura, poiché la salute e la malattia non sono solo fenomeni biologici, ma sempre contemporaneamente anche fenomeni psichici, spirituali, sociali. Nell’epoca attuale, in cui la medicina sembra aver raggiunto un maximum di capacità analitica, esiste spesso solo un minimum di capacità sintetica: si avverte quindi la necessità di una riscoperta antropologica.

In dialogo

ALLA RISCOPERTA DELLE RADICI: IL RISVEGLIO GANDHIANO IN INDIA. INTERVISTA CON M. MARIAPPAN, S. ANDIAPPAN, V. ARAM – a cura di Antonio Maria Baggio – Mohandas Karamchand Gandhi fu ucciso il 30 gennaio 1948 a Nuova Delhi. Jawaharlal Nehru lo definì “Padre della Nazione”, e a ragione: senza il Mahatma Gandhi, l’India sarebbe oggi molto diversa. Ma che cosa rimane di lui, a sessant’anni di distanza? Il volto dell’India mantiene ancora i tratti che Gandhi cercò di imprimervi? A questa domanda rispondono tre personalità del movimento gandhiano contemporaneo, mettendo in luce diversi aspetti della vitalità e attualità del messaggio gandhiano. PANCHAYAT RAJ: ASSICURARE LA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA – di M. Mariappan – Anche dopo la Partizione che separò il Pakistan e il Bangladesh dall’India, in essa sono rimasti ancora 500.000 villaggi. Gandhi era fermamente convinto che «l’India vive nei villaggi e non in città come Bombay, Calcutta e Madras». E questo continua ad essere vero, in gran parte, anche oggi. L’articolo spiega il ruolo che il panchayat raj, antica forma di autogoverno dei contadini nei villaggi, aveva nel progetto gandhiano di diffondere la democrazia in India: si trattava di collegare fra loro, in cerchi sempre più ampi, comunità autosufficienti e autogestite, conservando il senso di appartenenza e di solidarietà che caratterizza il villaggio. Riferendosi in particolare al 73° emendamento alla Costituzione approvato nel 1991 e ai suoi effetti, l’Autore descrive la situazione attuale del panchayat raj e i progressi ottenuti nell’inclusione di gruppi sociali oppressi e delle donne attraverso questa forma di democrazia partecipativa. SALVAGUARDARE LA TERRA. UOMO, INNOVAZIONE E COLLABORAZIONE – di S. R. Subramanian – Una delle idee centrali di Gandhi relativamente allo sviluppo rurale consiste in un nuovo concetto di integrazione nella storia dello sviluppo rurale in India, il Samagra Grama Seva – Servizio rurale integrato. L’obiettivo principale del Samagra Seva era la realizzazione di Sarvodaya o risveglio di tutti, che consente, all’interno di ciascun villaggio e regione, la massimizzazione della capacità di auto-governo ed auto-sufficienza per quanto concerne i bisogni fondamentali dell’uomo. In questa prospettiva, l’interazione rispettosa con la natura è considerata essenziale per la crescita umana e per la maturazione armonica della personalità. Dopo una breve sintesi della storia dello sviluppo rurale indiano dall’Indipendenza, l’Autore espone tre cardini della prospettiva “ecologica” gandhiana: l’amministrazione fiduciaria, il rispetto per la Natura, i limiti alla crescita. In conclusione, espone alcune significative esperienze dello Shanti Ashram di Coimbatore (Tamilnadu) in merito alla formazione dell’opinione pubblica e alla realizzazione di programmi costruttivi.

Libri

LA QUESTIONE DI SERGIO ZAVOLI – di Piero Coda – Con queste pagine Zavoli prosegue il suo infaticabile «viaggio intorno all’uomo» e al mistero che lo abita. Si tratta di pagine che polarizzano l’attenzione sulla “questione”, smantellando l’uno dietro l’altro i paraventi che precludono alla mente e al cuore il farsi trafiggere dalla posta realmente in gioco: l’eclissi di Dio e/o l’eclissi della storia? Difficile trovare in altro luogo un tale “dossier” – così lo definisce Zavoli – sullo stato di salute dell’umanità e del pianeta. Al di là di ogni fatale fondamentalismo – religioso o laico che sia – e di ogni facile misticismo, Zavoli individua e indica con rigore e nitidezza, se non i termini concreti di una possibile risposta alla “questione”, il luogo ove essa va posta: «La chiave del rapporto con Dio, cioè la scelta di illuminare l’immagine o di oscurarla, è nella condotta dell’uomo, non fuori di lui». NUOVA UMANITÀ XXX –  Gennaio – Febbraio – 2008/1, n.175 SOMMARIO

febbraio 2008

Gesù, attorniato dalla folla, sale sulla montagna e proclama il suo celebre discorso. Le prime parole, “Beati i poveri in spirito, beati i mansueti…”, indicano già la novità del messaggio che egli è venuto a portare.
Sono parole di vita, di luce, di speranza che Gesù consegna ai suoi discepoli perché ne siano illuminati e la loro vita acquisti sapore e significato.
Trasformati da questo grande messaggio, essi sono invitati a trasmettere ad altri gli insegnamenti ricevuti e tradotti in vita.

“Chi osserverà [questi precetti] e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”

La nostra società ha bisogno, oggi come mai, di conoscere le parole del Vangelo e lasciarsi trasformare da esse. Gesù deve poter ancora ripetere: non adiratevi con i vostri fratelli; perdonate e vi sarà perdonato; dite la verità al punto da non aver bisogno del giuramento; amate i vostri nemici; riconoscete che avete un solo Padre e che siete tutti fratelli e sorelle; tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. È questo il senso di alcune delle molte parole del “discorso della montagna”, che, se vissute, basterebbero per cambiare il mondo.
Gesù invita noi ad annunciare il suo Vangelo. Ma prima di “insegnare” le sue parole, ci domanda di “osservarle”. Per essere credibili dovremmo diventare “esperti” del Vangelo, un “Vangelo vivo”. Solo allora potremo esserne testimoni con la vita e insegnarlo con la parola.

“Chi osserverà [questi precetti] e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”

 Quale il modo migliore di vivere questa Parola? Far sì che sia Gesù stesso ad insegnarcelo, attirandolo a noi e tra noi col nostro reciproco amore. Sarà Lui a suggerirci le parole per avvicinare le persone, ad indicarci le strade, ad aprirci i varchi per entrare nel cuore dei fratelli, per testimoniarlo ovunque ci troviamo, anche negli ambienti più difficili e nelle situazioni più intricate. Vedremo il mondo, quella piccola parte di mondo dove viviamo, trasformarsi, convertirsi alla concordia, alla comprensione, alla pace.
 L’importante è tenere viva fra noi la Sua presenza con il nostro amore scambievole, docili ad ascoltare la Sua voce, la voce della coscienza che sempre ci parla se sappiamo far tacere le altre.
Lui ci insegnerà come “osservare” con gioia e creatività anche i precetti “minimi”, così da cesellare con perfezione la nostra vita d’unità. Che si possa ripetere di noi, come un giorno dei primi cristiani: “Guarda come si amano, e l’un per l’altro è pronto a morire” . Che il Vangelo è capace di generare una società nuova lo si potrà vedere da come i nostri rapporti vengono rinnovati dall’amore.

Non possiamo tenere per noi il dono ricevuto: “Guai a me se non annuncio il Vangelo” , siamo chiamati a ripetere con Paolo. Se ci lasciamo guidare dalla voce interiore scopriremo possibilità sempre nuove per comunicare, parlando, scrivendo, dialogando. Che il Vangelo torni a brillare, attraverso le nostre persone, nelle nostre case, nelle nostre città, nei nostri Paesi. Fiorirà una nuova vita anche in noi; la gioia crescerà nei nostri cuori; il Risorto risplenderà meglio… ed Egli ci considererà “grandi nel suo Regno”.

Lo dimostra in modo eccellente la vita di Ginetta Calliari. Arrivata in Brasile nel 1959, col primo gruppo dei Focolari, rimane scioccata dal brusco impatto con le gravi disuguaglianze del Paese. S’impegna nell’amore reciproco, vivendo le Sue Parole. Diceva: “Egli ci aprirà la strada”. Col passare del tempo, insieme a lei si sviluppa e consolida una comunità che oggi accoglie centinaia di migliaia di persone di ogni ceto ed età, abitanti delle favelas ed appartenenti a classi agiate, che si mettono al servizio dei più poveri. Si sono così potute concretizzare opere sociali che hanno cambiato il volto delle favelas in diverse città. Un piccolo “popolo” unito che continua a mostrare che il Vangelo è vero: la dote che Ginetta si è portata con sé quando è partita per il Cielo.

Chiara Lubich

“La ferita dell’altro”

Riportiamo alcuni brani della recensione dell’economista Stefano Zamagni, pubblicata su Avvenire del 10 gennaio 2008 Il volume ‘La ferita dell’altro’ di Luigino Bruni è, ad un tempo, intrigante e rassicurante. Intrigante, perché costringe lo scienziato sociale, e l’economista in primis, a rivedere buona parte delle sue consolidate certezze circa il modo di leggere la realtà sociale e di suggerire linee di azione. Rassicurante, perché l’autore, Luigino Bruni, riesce ad indicare una via impervia per giungere a sciogliere alcuni dei più preoccupanti paradossi delle nostre società odierne: quello dell’opulenza, quello della felicità, quello ecologico-ambientale. L’idea di fondo che percorre il volume può essere resa così: l’altro è limite al mio avere, ma necessario al mio essere. L’altro è, ad un tempo, sofferenza e benedizione; ma mentre la sofferenza ha a che vedere con la dimensione dell’avere, la benedizione tocca quella dell’essere. Meglio dunque soffrire che non aver amato. Che la persona sia costituita nella relazione e che ciò implichi il mutuo riconoscimento è un dato di osservazione che di per sé non costituisce problema. I problemi sorgono non appena si consideri che il rapporto tra due (o più) soggetti può essere di reciproca disponibilità, cioè di reciproco riconoscimento della singolarità personale, oppure di reciproca sfida (o minaccia). L’originalità del contributo di Bruni è quella di trasferire la dualità sofferenza-benedizione all’ambito propriamente economico. Mentre occorre riconoscere i meriti del modello mercantile dello scambio, è del pari necessario ammetterne il limite maggiore che è quello di non riconoscere cittadinanza al principio di fraternità. La sfida che il pensiero cattolico deve oggi raccogliere è quella di mostrare che categorie come quella di gratuità e di dono possono trovare spazio entro la sfera del mercato, dando vita ad opere che, al modo di minoranza profetica, vadano a contaminare la logica del profitto. Ogni sguardo prospettico ha le sue radici. Bisogna pur sempre partire da un luogo per esplorare quanto si offre allo sguardo. Nessuno abita in nessun luogo. Il carisma dell’unità del movimento dei focolari e l’esperienza aurorale dell’economia di comunione sono, per Bruni, questo luogo.

“Dal microcredito all’economia di comunione: valori per l’economia” all’Unesco

“Dal microcredito all’economia di comunione: valori per l’economia” all’Unesco

Il microcredito e l’economia di comunione:  in seguito al Premio Nobel per la pace conferito a Muhammad Yunus nel 2006, New Humanity del Movimento dei Focolari e l’Ong Fidesco, si associano per approfondire queste due esperienze complementari, portatrici di nuovi valori in campo economico. E’ questo l’obiettivo del convegno internazionale “Dal microcredito all’economia di comunione – Valori per l’economia”, organizzato con il sostegno del programma di Gestione delle Trasformazioni Sociali dell’Unesco che si svolgerà a Parigi, sede di questa sezione dell’ONU per la Cultura, il 2 febbraio prossimo. Queste pratiche innovative saranno illustrate attraverso esperienze vissute con i più poveri del pianeta. Dal Bangladesh l’esperienza di Emmanuel Faber, Direttore generale delegato del Gruppo Danone, e delle imprese sociali lanciate con Muhammad Yunus per la “Graamen Danone Food”; dalle Filippine, Francis e Tereza Ganzon, dirigenti della banca rurale “Banko Kabayan”, che pratica il microcredito ed aderisce al progetto dell’economia di comunione. Da una “cultura dell’avere” ad una “cultura del dare” –  Alcuni imprenditori, che vivono l’economia di comunione donando una parte dei loro utili , testimonieranno, insieme ai beneficiari dell’aiuto, che è possibile passare da una cultura dell’avere ad una cultura del dare. Fidesco-Imprese Solidali offrirà un esempio del ruolo che può giocare una Ong di cooperazione internazionale per aiutare le imprese a costruire legami di solidarietà con i più svantaggiati. Utopia? Molti lo hanno pensato quando Muhammad Yunus, nel 1976, lanciò il microcredito, o quando Chiara Lubich, nel 1991, aveva dato il via all’economia di comunione. Ma se il microcredito ha cambiato la vita di milioni di individui, è perché poggia sui valori della fiducia, della solidarietà e della fraternità. E se l’economia di comunione, fondata su questi stessi valori, aziona un meccanismo di “reciprocità” che coinvolge oggi 754 aziende nel mondo, è perché mette in opera un progetto di società che impegna le imprese, così come le persone meno abbienti, in uno spirito di fraternità universale in cui ciascuno dona e riceve. Nel corso della giornata alcuni esperti in economia e sociologia analizzeranno la solidità di queste esperienze: Luigino Bruni, coordinatore internazionale dell’Economia di Comunione, docente presso l’Università di Milano-Bicocca; Pierre-Yves Gomez, professore di strategia alla EM Lyon business school (Ecole de Management), direttore dell’Istituto francese di Governo delle imprese; Vera Araujo, sociologa brasiliana, docente presso l’Università Sophia, Firenze. Il convegno vedrà la partecipazione di molte associazioni come Fondacio, Istituto Terre du Ciel, Istituto Gandhi, Federazione internazionale delle Università cattoliche, Società cooperativa delle finanze solidali.

“Erano i tempi di guerra…” di Chiara Lubich e Igino Giordani

Città Nuova Editrice insieme al Movimento dei Focolari di Roma presenta il volume “Erano i tempi di guerra…” agli albori dell’ideale dell’unità, una nuova pubblicazione di Chiara Lubich e Igino Giordani Intervengono il Prof. Piero Coda, Presidente dell’Associazione Teologica Italiana; Graziella De Luca, Movimento dei Focolari; il Sen. Alberto Monticone, Docente di Storia Moderna; Michel Vandeleene, Curatore del volume Nel libro, pubblicato dall’editrice Città Nuova, Chiara Lubich comunica con straordinaria limpidezza l’essenza del carisma del Movimento dei Focolari e lo fa con uno scritto del 1950, conosciuto sotto il nome di «trattatello innocuo»: un vero manifesto dell’ideale dell’unità, tipico dei Focolari. Al suo racconto fa seguito la viva narrazione di Igino Giordani, che ripercorre le tappe salienti della storia del nascente Movimento, costellata di ‘fioretti’. La presentazione del volume è firmata dal card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano. Ne riportiamo alcuni stralci: Quando un’esperienza autenticamente evangelica muove i suoi primi passi, è in un certo senso lo Spirito Santo stesso che nuovamente prende la parola. Di questa acuta osservazione, che fece l’allora cardinale Joseph Ratzinger in apertura del Convegno mondiale dei movimenti e delle nuove comunità ecclesiali del 1998, il Movimento dei Focolari è una chiara testimonianza. Le pagine di questo libro ci riportano, come a ritroso, ai suoi albori, per farci gustare le primizie di un nuovo carisma dello Spirito. (…) Chiara Lubich è fra le personalità più stimate e ascoltate del nostro tempo, eppure, lei stessa racconta con disarmante semplicità che né lei né le sue prime compagne avevano in mente di fondare una comunità e meno ancora un movimento. Si sente nelle pagine da lei scritte l’afflato dello Spirito, la freschezza del Vangelo che sgorgava limpido in mezzo a questo gruppo di ragazze decise a viverlo. (…) Alla testimonianza di Chiara Lubich sui primi tempi del suo movimento segue la narrazione di Igino Giordani, che la conobbe nel 1948. Prima ancora di incontrarla, egli era già un laico cattolico molto stimato, impegnato in politica, e uno scrittore rinomato nella Chiesa italiana. Era il tempo in cui l’umanità cercava faticosamente di risollevarsi dalle macerie della Seconda Guerra mondiale e alcuni parlavano addirittura di “inverno” nella Chiesa; situazioni queste che di certo non lasciavano indifferente un laico impegnato come Igino Giordani. (…) Nelle pagine di questo libro, il racconto del suo incontro con il carisma dell’unità di Chiara Lubich è ricco di particolari interessanti e avvincenti.

Il segreto dell’unità

«Molte voci in questa Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, così ricca di iniziative in tutto il mondo, hanno evidenziato quanto l’ecumenismo spirituale sia sempre più l’anima del cammino verso la piena unità visibile dei cristiani e susciti nuova speranza per il futuro. Dalla “vita nuova in Cristo e nello Spirito Santo, proviene la capacità di superare ogni egoismo, di vivere insieme in pace e in unione fraterna e portare ognuno i pesi e le sofferenze degli altri”. Lo ha ripetuto il Papa in questi giorni, definendo “provvidenziale” l’iniziativa dell’Ottavario di preghiera, nata cento anni fa per opera di padre Paul Wattson. Era questo uno dei primi segni del risveglio che lo Spirito Santo suscitava, chiamando i cristiani al rinnovamento, alla riconciliazione e alla comunione dopo secoli di lotte, incomprensioni e pregiudizi. La memoria della conversione di san Paolo che si celebra a conclusione della Settimana di preghiera, ci richiama proprio a questa testimonianza evangelica. Molte sono le vie percorse dallo Spirito per richiamare con forza la cristianità a questa conversione. In tutti i tempi, infatti, sa “far cavare” dal Vangelo quel che serve all’umanità di quell’epoca e che di secolo in secolo appare talmente nuovo e rivoluzionario da sembrare prima quasi ignorato. È per me una meraviglia sempre nuova costatare la varietà dei doni, ancora sconosciuti ai più, che lo Spirito Santo ha riversato nel nostro tempo nelle diverse Chiese cristiane, facendo scoprire le molteplici ricchezze contenute nel Vangelo di Cristo e nella redenzione da Lui operata. Lo sperimentiamo reciprocamente, man mano che si approfondisce il cammino di comunione avviato da quasi un decennio tra movimenti, gruppi e comunità non solo cattolici, ma anche evangelico-luterani, ortodossi, anglicani e anche delle Chiese libere. Comunione che diventa possibile per la comune esperienza dell’incontro con Gesù, per il capovolgimento di vita che provoca. È un’esperienza del dialogo della vita, quella nuova via auspicata da vari ecumenisti in questo momento in cui si parla di una riconfigurazione del movimento ecumenico e che può costituire un humus su cui possono svilupparsi le varie espressioni del dialogo. È stata proprio l’esperienza del Vangelo vissuto narrata ad alcuni pastori e religiose in Germania più di 40 anni or sono, che ci ha aperto il dialogo della vita con il mondo evangelico-luterano e poi con le diverse Chiese cristiane. Ero rimasta colpita dalla sorpresa di quel piccolo gruppo che mi aveva ascoltato:  “Come? Anche i cattolici vivono il Vangelo?”. In verità agli inizi non pensavo affatto all’ecumenismo. Per diversi anni ho creduto che il carisma dell’unità fosse unicamente per contribuire a ravvivare il mondo cattolico. I piani di Dio, infatti, mi erano del tutto sconosciuti. Negli anni ’40, era stata per me folgorante la scoperta di un Dio che mi amava immensamente. Era stata più forte dei bombardamenti che colpivano Trento. E tale che ha cambiato radicalmente la mia vita. Ero alla ricerca della verità:  m’è nata la certezza che Gesù sarebbe stato il mio maestro. Un’unica cosa volevo:  amare Dio come voleva essere amato. Insieme alle mie prime compagne correvo nei rifugi antiaerei anche undici volte al giorno. Portavo solo il Vangelo. Quanto mi sono apparsi annacquati in quel tempo i libri spirituali che avevo letto e meditato! Ogni parola di Gesù, invece, era un fascio di luce incandescente:  tutto divino! Vivendole tutto cambia:  il rapporto con Dio e con i fratelli. Dal Vangelo apprendo la difficile arte d’amare che esige di immedesimarmi con gli altri, sentendomi peccato col fratello peccatore, errore col fratello errante, fame col fratello affamato. “Entrare” nel fratello, suscita la sua rinascita:  rivede la luce perché sente l’amore e nella luce la speranza che allontana la disperazione. Ho l’impressione che si scarceri la redenzione, agendo Gesù – mistica vite – attraverso i suoi tralci uniti a lui. “Che tutti siano uno… come Io e Te”. Queste parole lette a lume di candela in un rifugio, mi sono rimaste impresse a caratteri di fuoco. Avevo una certezza:  per quella pagina eravamo nate! Avevo intuito che vi era racchiuso un disegno che avrebbe illuminato cultura e politica, economia, arte e scienze. Un disegno di unità che abbracciava il mondo, tanto che sullo stipite delle porte del nostro piccolo appartamento a Trento, avevamo scritto i nomi dei cinque continenti. Prima di spalancarmi gli orizzonti dei grandi dialoghi aperti poi dal Concilio, lo Spirito mi sottolineava con forza che prima di tutto eravamo chiamate noi a mantener sempre viva l’unità, a tutti i costi, giorno per giorno. Come scrivevo negli anni ’40:  “Tutti saranno uno, se noi saremo uno”. Diventa nostro motto:  “Far dell’unità tra noi il trampolino per correre dove non c’è l’unità e farla”. L’unità diventa la nostra passione. Tra le molte parole che Gesù aveva detto, scopro che c’è un comando che chiama “mio” e “nuovo”: “Che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati”. Da allora non facciamo un passo se non siamo unite dalla mutua carità:  Ante omnia… (cfr 1 Pietro, 4, 8). Non è sentimentalismo. È costante sacrificio di tutto il proprio io per vivere la vita del fratello. È la perfetta rinuncia di sé, il portar l’uno i pesi dell’altro. È un partecipare di tutto ciò che possiedo, beni materiali e spirituali, al fratello.  La vita ha un balzo di qualità. Sperimentiamo una gioia, una pace nuova, una pienezza di vita, una luce inconfondibile. È Gesù che realizza fra noi quella sua promessa:  “Dove due o più sono riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro”. “Dove due o più”:  quante volte l’ho sperimentato in seguito anche con fratelli ortodossi, luterani e anglicani. È Lui che lega noi, membra sparse, in unità col Padre, e in unità fra noi, quell’unità sinora possibile. Ma questa via dell’unità ha un segreto:  è racchiuso in quel “come” Gesù ha amato noi: dando tutto di sé sulla croce sino a lanciare al cielo quel misterioso grido “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato?”. È il dramma di un Dio abbandonato da Dio. Il sentimento della presenza del Padre non doveva farsi più sentire. L’amore era annientato, la luce spenta, la sapienza taceva. Eravamo staccati dal Padre, bisognava che il Figlio provasse la disunità dal Padre per riunirci tutti a Lui, per far di noi Lui:  figli di Dio, pieni di luce, del suo amore, della sua potenza, ricolmi di dignità altissima. La sua è una nuova chiamata forte e decisiva. Mi affascinava. Lo vedo dovunque. Ogni divisione, trauma, ogni dolore fisico, morale, spirituale è come un’ombra del suo grande dolore da amare, volere per dare con la morte di me, la vita a molti. Sgorga una preghiera:  “T’ho trovato. Ti cerco e spesso ti trovo, ma dove sempre ti trovo è nel dolore. In un qualsiasi dolore sei Tu che mi vieni a visitare. Ed io ti rispondo:  Eccomi”. E in questo incontro, per un’alchimia divina il dolore si tramuta in amore, e tante volte, la divisione in unità, che si ricompone. Se non avessi amato Lui nelle prove della vita questa via dell’unità non ci sarebbe. Gesù abbandonato ha vinto tutte le battaglie. È Lui la risposta alla preghiera che gli avevo rivolto insieme alle mie prime compagne, quando affascinate dal suo testamento, gli avevamo chiesto di insegnarci lui come realizzare l’unità». Chiara Lubich (©L’Osservatore Romano – 25 gennaio 2008)

Laurea h.c. in Teologia a Chiara Lubich dalla Liverpool Hope University

Laurea h.c. in Teologia a Chiara Lubich dalla Liverpool Hope University

Chiara Lubich, fondatrice e presidente del Movimento dei Focolari, è stata insignita della laurea h.c. in Teologia dalla Liverpool Hope University, l’unica Università a fondazione ecumenica d’Europa. Come recita la motivazione del dottorato, nell’opera di Chiara Lubich e nel Movimento da lei fondato viene riconosciuto un importante contributo: alla vita della Chiesa alla pace e all’armonia nella società alla riunificazione dei cristiani delle varie denominazioni alla promozione del dialogo e della comprensione tra le diverse religioni. Per consegnare personalmente l’onorificenza a Chiara Lubich nella sua dimora a Rocca di Papa (Roma), il 5 gennaio scorso è giunta una delegazione della Liverpool Hope University, capeggiata dal rettore e vice cancelliere prof. Gerald John Pillay, precorrendo l’evento accademico ufficiale, che avrà luogo a Liverpool il 23 gennaio prossimo. Durante la cerimonia, sarà data lettura del messaggio inviato dalla neo-laureata. Già si prospettano “futuri passi” in vista di “una collaborazione in un reciproco arricchimento” tra la Liverpool Hope University e il Movimento dei Focolari, in particolare con la nascente università dei Focolari, come ha preannunciato il rettore in un’intervista rilasciata alla rivista Città Nuova.

Sorelle nell’amore a Gesù in croce

Prende il via l’Istituto universitario Sophia del Movimento dei Focolari

L’Istituto Universitario “Sophia”, nato da un’intuizione di Chiara Lubich, fondatrice e presidente del Movimento dei Focolari (Opera di Maria), e promosso da lei e da un gruppo internazionale di docenti, è stato ufficialmente eretto dalla Santa Sede con decreto del 7 dicembre 2007. Sede – L’Istituto avrà  sede a Loppiano – cittadella del Movimento, nei pressi di Incisa in Valdarno (Firenze). A partire dall’anno 2008/2009  offrirà una Laurea magistrale (Master’s) in “Fondamenti e prospettive di una cultura dell’unità”, della durata di due anni. In questa fase iniziale sono previsti 50 studenti circa ogni anno. Verrà avviato in seguito il corrispondente dottorato. Che cosa offre – Nel primo anno del Master’s verranno offerti corsi comuni in quattro aree fondamentali: teologia, filosofia, scienze del vivere sociale e razionalità logico-scientifica. Nel secondo anno lo studente potrà scegliere fra insegnamenti specifici nell’indirizzo filosofico-teologico e in quello politico-economico. Caratteristiche – Si tratta di un laboratorio accademico di formazione, studio e ricerca a forte impianto relazionale alla luce del Vangelo, un’innovativa occasione di crescita umana e culturale, che coniuga studio ed esperienza all’interno di una comunità di vita e pensiero, nella quale la relazione tra le persone è alla base della relazione tra le discipline. Lo studio, la ricerca e le lezioni puntano a instaurare un dialogo costante tra i docenti, e tra gli studenti e i docenti. Ne derivano l’insegnamento a più voci da parte dei docenti e il personale e attivo contributo degli studenti alla comune ricerca. Le lezioni teoriche saranno integrate con esercitazioni, visite guidate, incontri con testimoni privilegiati, periodi di tirocinio o stages in vari ambiti, in particolare nei luoghi di impegno professionale, culturale e sociale che sono espressione di una “cultura dell’unità”, quali, ad esempio, le aziende dell’“Economia di Comunione”. Sono previsti anche incontri con realtà civili ed ecclesiali, con comunità delle diverse tradizioni cristiane, con esponenti delle varie religioni e con rappresentanti delle multiformi espressioni della cultura contemporanea. Obiettivo – Il corso di studi intende conferire una solida competenza culturale, a carattere umanistico e antropologico, valorizzando le conoscenze universitarie precedentemente acquisite nelle diverse discipline e promuovendo la loro integrazione con nuove e specifiche competenze di carattere interdisciplinare, interculturale, relazionale. L’obiettivo dell’Istituto è formare leaders e accademici preparati ad affrontare la complessità del mondo odierno, con un bagaglio di capacità intellettuali e competenze interdisciplinari, interculturali, e relazionali. Corpo docente – Preside dell’Istituto è Piero Coda, attualmente professore ordinario di Teologia sistematica presso la Pontificia Università Lateranense di Roma e presidente dell’Associazione Teologica Italiana; tra i professori residenti che svolgeranno attività di insegnamento e di ricerca nelle discipline fondamentali: Antonio Maria Baggio, Professore associato di Etica sociale presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma; Luigino Bruni, Professore associato di Economia Politica all’Università di Milano-Bicocca; Judith Povilus, già Docente di Matematica nella De Paul University di Chicago e coordinatrice del gruppo internazionale di ricerca Mathzero nel campo della logica formale; Sergio Rondinara, Docente di Filosofia della scienza all’Università Pontificia Salesiana di Roma e di Etica ambientale alla Pontificia Università Gregoriana; Gerard Rossé, Professore di Esegesi del Nuovo Testamento presso l’Istituto Mystici Corporis di Loppiano e all’Ecole de la foi di Friburgo (CH). Decreto pontificio – Il decreto di erezione è firmato dal Card. Zenon Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica che, nella lettera a Chiara Lubich che lo accompagna, sottolinea la novità dell’Istituto “che sgorga dalle radici della spiritualità dell’unità e dalle ricche esperienze del Movimento” ed estende i suoi auguri per “questo importante progetto, ben radicato nella tradizione accademica ma nel contempo coraggioso e prospettico”. Anche il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone si è pronunciato su questo nuovo Istituto accademico, in occasione di un incontro con i sacerdoti diocesani focolarini (Centro Mariapoli di Castelgandolfo, 15.1.2008), definendolo “un dono per la Chiesa e per la società del nostro tempo”. Ne ha evidenziato gli “obiettivi di comunione”, in particolare  il carattere marcatamente interdisciplinare,  il riflesso sulla “formazione dei leaders”, e le prospettive di incidenza nei più diversi campi: “politico economico, scientifico e filosofico”. (altro…)