Gesù è in cammino con i suoi discepoli verso Gerusalemme. All’annuncio che là dovrà soffrire, morire e resuscitare, Pietro si ribella, facendosi eco dello sgomento e dell’incomprensione generale. Il maestro allora lo prende con sé, insieme a Giacomo e Giovanni, sale su “un alto monte”, e lì appare ai tre in una luce nuova e straordinaria: il suo volto “brilla come il sole” e con lui conversano Mosè ed il profeta Elia. Il Padre stesso fa sentire la sua voce da una nube luminosa e li invita ad ascoltare Gesù, il suo Figlio prediletto. Di fronte a questa sorprendente esperienza, Pietro non vorrebbe più andare via, ed esclama:
«Signore, è bello per noi stare qui».
Gesù ha invitato i suoi amici più stretti a vivere un’esperienza indimenticabile, affinché la custodiscano sempre dentro di loro.
Anche noi abbiamo forse sperimentato con stupore ed emozione la presenza e l’azione di Dio nella nostra vita, in momenti di gioia, pace e luce che avremmo desiderato non finissero mai. Sono momenti che sperimentiamo spesso con o grazie ad altri. L’amore reciproco, infatti, attira la presenza di Dio, perché, come ha promesso Gesù: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»(Mt 18, 20). Talvolta, in questi momenti di intimità, Lui ci fa vedere noi stessi e leggere gli avvenimenti attraverso il suo sguardo.
Queste esperienze ci sono date per avere la forza di affrontare le difficoltà, le prove e le fatiche che incontriamo nel cammino avendo nel cuore la certezza di essere stati guardati da Dio, che ci ha chiamati a far parte della storia della salvezza.
Una volta discesi dal monte, infatti, i discepoli andranno insieme a Gerusalemme, dove li aspetta una folla piena di speranza ma anche insidie, contrasti, avversione e sofferenze. Là «saranno dispersi e inviati ai confini della terra per essere testimoni della nostra dimora definitiva, il Regno» di Dio (1).
Potranno cominciare a costruire già quaggiù la Sua casa tra gli uomini perché sono stati “a casa” con Gesù sulla montagna.
«Signore, è bello per noi stare qui».
«Alzatevi e non temete» (Mt 17,7), è l’invito di Gesù al termine di questa straordinaria esperienza. Lo rivolge anche a noi. Come i suoi discepoli e amici, possiamo affrontare con coraggio ciò che ci aspetta.
Fu così anche per Chiara Lubich. Dopo un periodo di vacanze talmente ricco di luce da essere definito “il paradiso del 1949” per la percezione della presenza di Dio nella piccola comunità con la quale stava trascorrendo un tempo di riposo e per una straordinaria contemplazione dei misteri della fede, anche lei non avrebbe desiderato tornare alla vita di tutti i giorni. Lo fece con nuovo slancio perché comprese che proprio per quell’esperienza di illuminazione doveva “scendere dal monte” e mettersi all’opera come strumento di Gesù nella realizzazione del suo Regno, immettendo il suo amore e la sua luce proprio dove mancavano, anche affrontando fatiche e sofferenze.
«Signore, è bello per noi stare qui».
Quando invece la luce ci viene a mancare, riportiamo al cuore e alla mente i momenti in cui il Signore ci ha illuminato. E se non abbiamo fatto l’esperienza della sua vicinanza, cerchiamola. Occorrerà fare lo sforzo di “salire sul monte” per andarGli incontro nei prossimi, per adorarlo nelle nostre chiese, e anche per contemplarlo nella bellezza della natura.
Perché per noi, Lui c’è sempre: basta che camminiamo con Lui e, facendo silenzio, ci mettiamo umilmente in ascolto, come Pietro, Giovanni e Giacomo (2).
A cura di Silvano Malini e del team della Parola di vita
L’IDEA DEL MESEè attualmente prodotta dal “Centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose” del Movimento dei Focolari. Si tratta di un’iniziativa nata nel 2014 in Uruguay per condividere con gli amici non credenti i valori della Parola di Vita, cioè la frase della Scrittura che i membri del Movimento si impegnano a mettere in atto nella vita quotidiana. Attualmente L’IDEA DEL MESE viene tradotta in 12 lingue e distribuita in più di 25 paesi, con adattamenti del testo alle diverse sensibilità culturali.
“Il carisma dell’unità di Chiara Lubich è una di queste grazie per il nostro tempo, che sperimenta un cambiamento di portata epocale e invoca una riforma spirituale”.[1]
Sulla pagina web della “Mariapoli Ginetta”, la più sviluppata delle tre cittadelle dei Focolari in Brasile, il racconto della sua storia inizia con questa frase di Papa Francesco che evidenzia molto bene ciò che ha caratterizzato gli ultimi anni di questo luogo: un cammino verso un cambiamento organizzativo per testimoniare meglio la fraternità vissuta nel quotidiano e per rispondere alle necessità e alle domande delle persone che visitano la cittadella e dell’ambiente in cui è inserita.
Tutto ciò si è concretizzato con l’avvio di un processo di attualizzazione e di una gestione più partecipata e meno centralizzata delle diverse realtà che la compongono. Oggi ognuna ha un suo consiglio o comitato di gestione, composto da persone della Mariapoli e da professionisti del settore e che lavorano in sinergia anche con il consiglio della cittadella. “Corresponsabilità” è una parola chiave della Mariapoli Ginetta, assieme a uno sguardo verso il futuro e alla ricerca continua per attualizzare la mission della cittadella: “accogliere, formare, testimoniare e irradiare”.
Nel 2022 la cittadella ha festeggiato 50 anni di vita e da quel primo gruppo di focolarine in una casupola senza luce, ne gas, oggi conta un totale di 454 abitanti che vivono sul suo terreno e nei dintorni.
Negli anni sono passate decine di migliaia di persone: moltissimi giovani che hanno trascorso un periodo o alcuni anni per imparare a vivere la fraternità nel quotidiano, o per intraprendere la strada di consacrazione a Dio nel Movimento dei Focolari, poi famiglie, sacerdoti, religiosi e visitatori occasionali.
La Mariapoli Ginetta è parte della municipalità di Vargem Grande Paulista che dista appena un’ora dalla trafficatissima megalopoli di San Paolo e il cambio di scena quando si arriva è totale: molto verde, case, nessun grattacielo, parchi e aree gioco per i bambini; la vivibilità di un piccolo centro, rispetto ad una metropoli è il valore aggiunto di questo luogo. “Ci siamo trasferiti 6 anni fa da San Paolo” – racconta una giovanissima coppia con tre bambini. Sono una delle quattordici famiglie che negli ultimi anni si sono spostate da diverse città per crescere i propri figli “in un luogo in cui imparano a trattare gli altri con amore, dove c’è spazio per vivere una vita a misura d’uomo”. Questo, insieme alla scuola dei giovani che sta per iniziare la sua ottava edizione, sono segni di una rinnovata vitalità sociale della cittadella.
Corresponsabilità e gestione partecipata
“Oggi nella cittadella ci sono molti degli elementi che compongono una convivenza urbana” – spiegano Iris Perguer e Ronaldo Marques corresponsabili della Mariapoli Ginetta. “Ci sono abitazioni, un centro città rappresentato dalla struttura del Centro Mariapoli e dalla chiesa di Gesù Eucaristia, l’Editrice Cidade Nova, un centro audiovisivi, ambulatori medici, atelier vari, la rinomata panetteria e caffetteria “Espiga Dourada”, i progetti sociali al servizio della popolazione più svantaggiata, il “Polo Spartaco”, un’area commerciale e produttiva dove le aziende operano secondo i principi di Economia di Comunione, la sezione brasiliana dell’Istituto Universitario “Sophia ALC” (America Latina e Caraibi)”.
“Questa nuova modalità di gestione partecipata che state attuando – ha commentato Margaret Karram – è un’opportunità straordinaria di apertura della cittadella ad altri che vogliono contribuire a costruirla, a formarsi e fare un’esperienza di unità. Devo dirvi che dopo aver partecipato al Genfest mi è nata in cuore una grande speranza; ho avuto la forte impressione che in questi giorni Dio abbia bussato nuovamente alla porta del Brasile e chiede di rispondere e sostenere quanto è nato nei giovani. Anche questa cittadella, insieme alla Mariapoli Gloria e alla Mariapoli Santa Maria, ha ora una nuova possibilità e responsabilità di capire come rispondere; di offrire una testimonianza di vita evangelica vissuta in una comunità sociale”.
La seconda generazione del Polo Spartaco
Mariza Preto racconta che anche il Polo imprenditoriale ha intrapreso un coraggioso cammino di sviluppo e apertura.
“Nel 2016 un debito accumulato negli anni a causa di mancati pagamenti indicava chiaramente che la sostenibilità economica del Polo era a rischio. Gli imprenditori erano demotivati, preoccupati perché all’orizzonte non si vedeva nessuno interessato ad iniziare una nuova attività al Polo. Sono stati anni difficili, in cui si sono tentate molte strade, compresa quella di costruire relazioni con gli imprenditori della regione che ha portato alla nascita di eventi comuni e momenti di confronto e incontro. Ma la svolta è avvenuta nel 2019 quando durante una fiera espositiva che abbiamo organizzato al Polo, la maggior parte degli espositori erano esterni alla nostra realtà. In quel periodo “Espri”, la società di gestione del polo aveva molti capannoni vacanti e una crescente fragilità finanziaria. È stato allora che il consiglio del Polo ha deliberato di ammettere imprese e imprenditori che non conoscevano l’Economia di Comunione ma che volevano agire secondo i suoi principi. Così che è avvenuta la “rinascita” del Polo: ogni azienda che desidera oggi entrare al Polo si sottopone ad un processo di conoscenza della vita aziendale che qui viviamo e aderisce alle linee di gestione di un’impresa di Economia di Comunione”.
A 30 anni dalla sua fondazione, oggi il Polo Spartaco si compone di 9 edifici, vi hanno sede 10 aziende per un totale di 90 dipendenti.
“Qui l’economia di comunione è viva – ha detto Jésus Morán. Oltre all’aspetto carismatico, qui si vede quello produttivo che funziona ed è in atto il ricambio generazionale degli imprenditori. Tutto questo ci dice che siamo entrati in una nuova fase in cui la profezia di Chiara Lubich è viva. Ringraziamo tutti i pionieri, quelli che hanno iniziato e ci hanno creduto e hanno permesso che arrivassimo fino qui”.
SMFocolari
È attraverso la SMF, “Sociedade Movimento dos Focolari” che la cittadella si impegna in diverse opere sociali sul territorio. La SMF promuove il rafforzamento della comunità e l’accesso ai diritti e alle garanzie di protezione, soprattutto per i bambini, i giovani e le donne in situazioni di vulnerabilità sociale. Le tre Opere Sociali in cui lavorano gli abitanti della Mariapoli Ginetta operano nel campo della prevenzione per giovani in condizione di vulnerabilità, realizzano percorsi di accompagnamento per le loro famiglie e accolgono persone senza fissa dimora. Questa è una goccia nel mare della necessità di dignità, lavoro e giustizia di tanta gente e come ha spiegato Sérgio Previdi, vicepresidente di SMF “E’ solo un tassello del progetto culturale basato sulla fraternità che vogliamo sviluppare sul territorio e nella nostra città”.
Stefania Tanesini
[1] Messaggio del Santo Padre Francesco per l’apertura del convegno internazionale “Un carisma al servizio della Chiesa e dell’umanità” in occasione del centenario della nascita della serva di Dio Chiara Lubich
Video in italiano. Attivare i sottotitoli per le altre lingue
Tutta l’esperienza del Genfest – dalla “Fase 1” fino alla “Fase 3” – è la testimonianza tangibile che voi giovani credete e anzi, state già lavorando, per costruire un mondo unito. Questi sono stati per tutti noi giorni di grazie straordinarie, abbiamo messo in pratica la “cura” in vari modi: nella Fase 1, attraverso il servizio ai poveri, agli emarginati, a chi più soffre e lo abbiamo fatto vivendo la reciprocità, quella comunione tipica del carisma del Movimento dei Focolari; nella Fase 2, nella condivisione di vita, esperienze, ricchezze culturali; e poi, nella Fase 3, abbiamo sperimentato la straordinaria generatività delle communities, che sono anche uno spazio intergenerazionale di formazione e progetti.
Qualcuno mi ha raccontato della creatività che ogni “community” ha sviluppato e degli interessanti workshops di cui avete appena raccontato.
“Dal Genfest mi porto a casa la mia community – ha detto uno di voi – è qualcosa di concreto che continua. Una possibilità per vivere l’esperienza del Genfest nel quotidiano”.
Vi siete sentiti protagonisti nella costruzione di queste “community” e volete continuare a “generare” idee e progetti. Mi ha dato gioia sapere che qualcuno di voi ha detto di aver riscoperto il senso della sua professione e che ora vuole viverla all’insegna del mondo unito.
Abbiamo questi giorni camminato insieme, con uno stile che papa Francesco definirebbe “sinodale” e non solo tra voi giovani, ma anche con gli adulti; con persone di altri movimenti e comunità; con persone di diverse Chiese e religioni e persone che non si riconoscono in un credo religioso. Questa rete ha arricchito moltissimo il Genfest!
È stata molto bella anche la presenza fra noi di alcuni vescovi che hanno vissuto il Genfest in mezzo a noi.
Ora il Genfest non finisce! Ma continua proprio nelle “United World Communities” dove resteremo connessi sia globalmente che localmente.
Sono sicura che quando arriverete nei vostri Paesi e nelle vostre città capirete in che, in cosa vorrete impegnarvi, in base ai vostri interessi e ai vostri studi o le vostre professioni: in economia, in dialogo interculturale, nella pace, nella salute, nella politica ecc…
In questi giorni avete fatto l’esperienza di vivere “community” in “unity”, in unità; una realtà che continuerà: sarà questa la vostra palestra in cui imparerete e vi allenerete a vivere la fraternità.
Quando io avevo la vostra età mi ha colpito moltissimo un invito che Chiara ha fatto a tutti noi, e lei diceva così:
“Se saremo uno, molti saranno uno e il mondo potrà un giorno vivere l’unità. E allora? Costituire dappertutto cellule di unità” (1) – forse Chiara se fosse viva oggi avrebbe forse chiamato queste cellule di unità “United world communities” – Lei ci invitava a concentrare in questo tutti i nostri sforzi.
Per questo vorrei chiedervi ora una cosa importante: per favore, per favore non perdete questa occasione, questa occasione unica che abbiamo vissuto qua: Dio ha bussato al cuore di ciascuno di noi e adesso chiama tutti ad essere protagonisti e portatori di unità nei diversi ambiti in cui vi siete impegnati.
Ieri qualcuno mi ha fermato mentre stavo uscendo e mi ha detto: devo dirti una cosa. Una di voi che è qui in sala e mi ha detto: devo dirti una cosa importante, per favore voglio dirti una cosa importante. Ha detto che era la prima volta che partecipava ad un Genfest e che lei non conosceva il Movimento dei Focolari e mi ha detto: io voglio dire a te, dovete fare di più perché questo movimento non è conosciuto tanto, bisogna fare di più ma non come avete fatto finora. Dovete fare di più perché questo Movimento, questa idea della fraternità deve essere conosciuta da molti più giovani. Allora io ho chiesto a lei se lei ci poteva aiutare e lei si è impegnata. Ma adesso spero che tutti noi ci impegniamo a fare questo.
Certo, come avete anche sentito prima, non sarà tutto facile e non possiamo davvero illuderci che le difficoltà non arrivano… ma in questo Genfest voi stessi avete annunciato: “un Dio diverso, abbandonato sulla croce” voi avete detto “abbandonato sulla croce tutto divino e tutto umano, che fa domande senza risposte” è per questo che è un Dio vicino a tutti noi. Sarà abbracciando ogni dolore, nostro o degli altri, che troveremo la forza di continuare in questo cammino.
Allora andiamo avanti insieme con una nuova speranza, convinti più che mai che ormai una strada è stata tracciata.
E come uno scrittore cinese Yutang Lin, dice una cosa molto bella: “La speranza è come una strada nei campi: non c’è stata mai una strada, ma quando molte persone vi camminano, la strada prende forma”. Io penso che questa strada in questo Genfest ha preso forma. Allora camminiamo e ci sarà questa strada difronte a noi.
Allora saluto tutti, auguro buona continuazione a chi farà il post-Genfest e buon viaggio a chi torna a casa!
Ciao a tutti!
Margaret Karram
(1) Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, Città Nuova, 2019, p. 64.
Su 112 ettari di terra, 23 organizzazioni – comunità cattoliche e istituti – hanno scelto di vivere un’esperienza di comunione tra carismi. Da 24 anni, questa esperienza che si svolge a Fortaleza (Brasile) è conosciuta come Condominio Espiritual Uirapuru (CEU), acronimo che significa “cielo” in portoghese.
Margaret Karram e Jesús Morán, Presidente e Copresidente del Movimento di Focolari, in queste settimane in viaggio in Brasile per incontrare le comunità dei Focolari, hanno fato tappa anche Fortaleza. Qui hanno potuto partecipare a vari incontri con diverse realtà carismatiche della Chiesa. Al CEU hanno incontrato leader di altre comunità, tra i quali Nelson Giovanelli e Fra Hans della Fazenda da Esperança, Moysés Azevedo della Comunità Shalom e Daniela Martucci di Nuovi Orizzonti.
Attraverso le organizzazioni che lo compongono, il CEU realizza diverse azioni di supporto e protezione della persona umana, dall’infanzia vulnerabile e ferita da abusi e sfruttamento sessuale fino a giovani e adulti che vivono in strada o soffrono a causa di dipendenze. L’unione dei carismi presenti è espressione dell’amore che rende possibile lo sviluppo di attività di recupero e valorizzazione della dignità umana, particolarmente per coloro che sono più bisognosi.
“Il CEU è la realizzazione del sogno che Chiara Lubich ha promesso a Papa Giovanni Paolo II nel 1998, di lavorare per l’unità dei Movimenti e delle nuove comunità” ricorda Nelson Giovanelli, fondatore della Fazenda da Esperança e neo-eletto presidente del condominio. Il carisma dell’unità, diffuso da Chiara Lubich, ispira il compimento della missione per le diverse comunità presenti. Jesús Morán aggiunge: “Se c’è un luogo in cui si può comprendere l’esperienza della Chiesa è qui al CEU. Questa è la Chiesa, tanti carismi, piccoli o grandi, ma tutti camminano insieme per la realizzazione del Regno di Dio”.
Gli abitanti del CEU sono 230, tra cui bambini e adolescenti, giovani e adulti in fase di recupero e più di 500 volontari. Lo scorso fine settimana, la comunità Obra Lumen ha organizzato l’incontro “Com Deus Tem Jeito” (Con Dio c’è una via), che ha recuperato 250 tossicodipendenti dalla strada e li ha inviati a un trattamento terapeutico in varie comunità partner, come la Fazenda da Esperança. Lo spazio è anche il palcoscenico di attività culturali che consentono la risocializzazione attraverso l’arte, come il Festival Halleluya della Comunità Shalom, che riunisce ogni anno più di 400.000 persone.
In questi giorni, sempre in Brasile, è in corso il Genfest, manifestazione dei Giovani del Movimento dei Focolari. “Insieme per Prendersi Cura” è il motto di questa edzione che avrà un evento internazionale in Brasile ed oltre 40 Genfest locali in vari Paesi del mondo. Ognuno inizierà con una prima fase nella quale i giovani faranno esperienze di volontariato e solidarietà in varie organizzazioni sociali. Tra di esse anche il CEU. Qui tra il 12 e il 18 luglio, un gruppo di 60 giovani, partecipanti al GenFest, hanno potuto conoscere le diverse comunità e svolgere varie attività. “Tutte queste comunità già svolgono lavoro di cura con persone marginalizzate e in situazione di vulnerabilità. La nostra proposta era di unirci a loro, come un legame di unità. Più ci donavamo, ci aprivamo agli altri, più scoprivamo la nostra essenza”, racconta Pedro Ícaro, partecipante del GenFest che ha vissuto al CEU per 4 mesi con giovani di diversi Paesi.
“Quando questa comunione dei carismi infiamma il cuore dei nostri giovani, essi sono capaci di trasformare il mondo. Questo è lo scopo di questi eventi che facciamo al CEU, come il GenFest” racconta Moysés Azevedo, fondatore della Comunità Shalom.
“Start Here and Now”, ovvero “Inizia qui e ora” è l’ultimo singolo della band internazionale Gen Verde. Un inno di unione, forza, coraggio e gioia che vede la partecipazione di due gruppi musicali giovanili: Banda Unità (Brasile) e AsOne (Italia). “Tutti, con le nostre diversità, siamo invitati ad andare oltre le frontiere per costruire un mondo dove la cura, l’amore, la giustizia e l’inclusione siano la risposta al dolore, all’orrore delle guerre e delle divisioni” spiega la band.
Cosa c’è dietro il brano?
“La nuova canzone è di per sé un’esperienza ‘oltre i confini’ per il modo in cui è stata prodotta – continua la band -. Le voci sono state incise in tre diverse parti del mondo e anche il video è stato girato in tre luoghi diversi: Loppiano e Verona (Italia) e Recife (Brasile)”.
Il progetto include la partecipazione di due gruppi musicali giovanili che condividono i valori del Gen Verde. Banda Unità è un complesso musicale brasiliano ed AsOne è una band di Verona, in Italia. Anche questi stessi gruppi vogliono condividere, attraverso la musica, i valori della pace, del dialogo e della fratellanza universale.
“Start Here and Now” ha un mix intergenerazionale e interculturale – continua il Gen Verde -. Questo singolo spicca per il ritmo molto coinvolgente e un testo potente, cantato in diverse lingue, per far emergere il processo creativo ispirato all’interculturalità e all’impegno per la fraternità universale che si sottolinea nell’evento internazionale Genfest”.
Il Gen Verde ha suonato questo brano per la prima volta ad Aparecida in Brasile insieme ai complessi musicali Banda Unità e AsOne il 20 luglio 2024 durante il Genfest, l’evento globale dei giovani del Movimento dei Focolari. Questa edizione ha avuto come titolo: “Juntos para Cuidar – Together to Care – Insieme per prenderci cura”.
La terza fase di Genfest 2024, svoltasi ad Aparecida (Brasile), ha incluso laboratori organizzati dalle cosiddette United World Communities, luoghi di incontro in cui i giovani possono condividere i loro talenti e le loro passioni. Queste communities offrono l’opportunità di scoprire persone di talento, forme concrete di impegno e di avviare azioni e progetti finalizzati alla costruzione di un mondo più unito, che mirano a rispondere alle sfide locali e globali del mondo di oggi; ad attivare processi di cambiamento personale e collettivo; a far crescere la fratellanza e la reciprocità in tutte le dimensioni della vita umana. Una caratteristica importante di queste communities è che sono il frutto del lavoro tra persone di diverse generazioni.
Proseguendo le esperienze delle precedenti fasi del Genfest, in questa terza fase i giovani hanno potuto partecipare a laboratori in diversi ambiti, la cui metodologia era basata sulla fraternità e sul dialogo, come una prova per progetti e azioni che ora possono essere sviluppati nella sfera “glocale” (progetti locali con una prospettiva globale). Le attività si sono svolte nei settori dell’economia e del lavoro, dell’interculturalità e del dialogo, della spiritualità e dei diritti umani, della salute e dell’ecologia, dell’arte e dell’impegno sociale, dell’istruzione e della ricerca, della comunicazione e dei media, della cittadinanza attiva e della politica. Le équipe responsabili della gestione dei laboratori erano composte da giovani e professionisti che hanno lavorato intensamente per mesi per organizzare queste attività.
D’ora in poi, le Comunità avranno un metodo di lavoro che consiste in tre fasi: Imparare, Agire e Condividere. La prima (Imparare) è un’esplorazione e un’analisi approfondita dei temi e delle questioni più attuali in ogni community, con l’obiettivo di identificare problemi e presentare soluzioni. La fase successiva (Agire) consiste nella realizzazione di azioni con un impatto principalmente locale, ma con una prospettiva globale. Infine, nella terza fase (Condividere), si propone alla comunità di promuovere spazi di scambio e dialogo continuo tra le iniziative, con l’obiettivo di rafforzare la rete di collaborazione globale. È stata creata un’applicazione – la WebApp United World Communities, – che è uno strumento per la condivisione di idee, esperienze e notizie, oltre che per la promozione di progetti di collaborazione.
“Dio ha visitato il cuore di tutti”
Al termine della terza fase del Genfest, le Communities hanno presentato in modo creativo le loro impressioni e alcuni dei risultati delle attività svolte nei giorni precedenti. Da questo lavoro è nato il documento “The United World Community: One Family, One Common Home”, che sarà il contributo dei partecipanti del Genfest 2024 al “Summit of the Future” delle Nazioni Unite del prossimo settembre. Secondo i giovani che hanno presentato il testo, esso non è un documento conclusivo, ma vuole essere un “programma di vita e di lavoro” per le varie United World Communities, oltre che una testimonianza da presentare al “Summit of the Future”.
“Con le nostre communities non vogliamo fare richieste, formulare slogan o lamentarci con i leader politici”, hanno detto i giovani. “Cerchiamo invece di dare un nome ai nostri sogni comuni, sogni di un mondo unito. Sogni personali e comunitari, che ci guideranno nelle attività che svolgeremo nei prossimi anni”. E hanno concluso: “Speriamo che vivendoli, ‘insieme’ e passo dopo passo, diventino segni di speranza per altri”.
Alla conclusione del Genfest 2024 sono intervenuti anche Margaret Karram e Jesús Morán, Presidente e Copresidente del Movimento dei Focolari. Jesús Morán ha affermato che, sebbene l’esperienza della cura sia stata la più vissuta nella storia dell’umanità, non quella sulla quale più si è riflettuto.
Questa situazione ha iniziato a cambiare, come ha dimostrato il Genfest, nel quale è emersa la cura come una risposta al bisogno di dignità umana. In questo senso, ha concluso, è importante che i giovani rimangano connessi a questa rete globale di comunità generative. Margaret Karram, da parte sua, ha detto di aver visto nel corso dell’esperienza del Genfest che i giovani hanno dato una testimonianza tangibile della loro fede e che sono già in azione per costruire un mondo unito. Per quanto riguarda in particolare la Fase 3, ha sottolineato la ricchezza di questa esperienza per la sua creatività, l’impronta intergenerazionale e interculturale e il fatto che, attraverso le communities, c’è la possibilità concreta di vivere la stessa esperienza del Genfest nella propria vita quotidiana. La Karram ha invitato i giovani a sentirsi protagonisti di queste comunità, il cui fondamento è l’unità. “Vi prego di non perdere questa opportunità unica che stiamo vivendo qui: Dio ha visitato il cuore di ognuno di noi e ora chiama tutti a essere protagonisti e portatori di unità nei vari ambiti in cui sono coinvolti”, ha concluso.
Luís Henrique Marques
GUARDA IL VIDEO – Attivare i sottotitoli in italiano
Abbiamo appena ascoltato storie di pace espresse nelle sfumature più varie: canzoni, preghiere, esperienze, progetti concreti.
Tutto questo rafforza in noila fiducia e la speranza che è possibile essere costruttori di pace. Papa Francesco dice che bisogna essere ogni giorno “artigiani di pace”. E per fare questo occorre costanza e pazienza per poter guardare con amore tutti i fratelli e le sorelle che incontriamo sul nostro cammino.
Da questo Genfest abbiamo imparato che la pace inizia da me con piccoli gesti di cura per le persone, per i nostri popoli e per il creato.
Da dove possiamo incominciare allora?
L’abbiamo detto varie volte in questi giorni: abbattendo tutte le barriere che ci dividono, per vivere per la fraternità. E questo possiamo farlo:
scoprendo che la nostra comune umanità è più importante di tutte le nostre differenze;
poi essendo pronti a perdonare e a fare gesti di riconciliazione. Perché perdonare significa dire all’altro: “Tu vali molto di più delle tue azioni”.
E come abbiamo fatto nella prima fase del Genfest, continuiamo, anche quando torneremo a casa, ad essere artigiani di pace nelle nostre relazioni, facendo il primo passo verso gli altri. Sarà l’amore ad ispirarci cosa fare, da chi andare.
Perdoniamo senza aspettare che sia l’altro a chiedere perdono.
Che questo Genfest sia il momento del nostro SI’ ALLA PACE.
Non dobbiamo sentirci mai più soli: in questi giorni abbiamo visto e certamente abbiamo sperimentato la forza dell’“insieme”, Juntos.
Uniamoci a tutti quelli che vivono e lavorano per la pace. Le communities che andremo a costruire nella Fase tre sono già una via possibile.
Aprite gli occhi a visioni di pace! Parlate un linguaggio di pace! Fate gesti di pace! Perché la pratica della pace porta alla pace. La pace si rivela e si offre a coloro che realizzano, giorno dopo giorno, tutte quelle forme di pace di cui sono capaci.(*)
Aprire, parlare e agire.
Allora: non diamoci pace finché non realizzeremo la pace!
Acabamos de escuchar historias de paz expresadas en los más variados matices: canciones, oraciones, experiencias, proyectos concretos.
Todo esto refuerza en nosotros la confianza y la esperanza de que es posible ser constructores de paz. El Papa Francisco dice que tenemos que ser cada día “artesanos de la paz”. Y para esto necesitamos perseverancia y paciencia para poder mirar con amor a todos los hermanos y hermanas que encontramos en nuestro camino.
En este Genfest hemos aprendido que la paz empieza en mí con pequeños gestos de atención a las personas, a nuestros pueblos y a la creación.
¿Entonces por dónde podemos empezar?
Lo hemos dicho varias veces en estos días: derrumbando todas las barreras que nos dividen, para vivir la fraternidad. Y esto podemos hacerlo:
descubriendo que nuestra humanidad común es más importante que todas nuestras diferencias;
– después estando dispuestos a perdonar y a hacer gestos de reconciliación. Porque perdonar significa decirle al otro: “Tú vales mucho más que tus actos”.
Y como hicimos en la primera fase del Genfest, continuemos, también cuando regresemos a casa, siendo artesanos de paz en nuestras relaciones, dando el primer paso hacia los demás. Será el amor el que nos inspire qué hacer, hacia quién dirigirnos.
Perdonemos sin esperar a que sea la otra persona la que nos pida perdón.
Que este Genfest sea el momento de nuestro SÍ A LA PAZ.
No debemos sentirnos nunca más solos: en estos días hemos visto y ciertamente experimentado la fuerza de la “unión”, Juntos.
Unámonos a todos los que viven y trabajan por la paz. Las communities que construiremos en la Fase Tres ya son un posible camino a seguir.
¡Abran los ojos a visiones de paz! ¡Hablen un lenguaje de paz! ¡Hagan gestos de paz! Porque la práctica de la paz lleva a la paz. La paz se revela y se ofrece a los que la realizan, día tras día, todas esas formas de paz de las que son capaces. (*)
Abrir, hablar y actuar.
Entonces: ¡no nos demos paz hasta que no hayamos logrado la paz!
Iniziata il 19 luglio 2024 la seconda fase del Genfest 2024, l’evento ei giovani del Movimento dei Focolari, ha concluso il suo programma il 21 luglio 2024 con la celebrazione della Santa Messa nella Basilica del Santuario Nazionale di Aparecida, ad Aparecida (San Paolo), in Brasile. L’evento centrale del Genfest, che per la prima volta ha avuto la sua versione internazionale nel continente latinoamericano, ha riunito circa 4.000 partecipanti provenienti da oltre 50 Paesi e, fin dall’inizio, è stato caratterizzato da una gioia contagiosa. Inoltre, migliaia di persone in tutto il mondo hanno seguito parte del programma in streaming.
Con il tema “Insieme per prendersi cura”, i giovani riuniti al “Centro eventi Padre Vítor Coelho de Almeida” hanno promosso un intenso programma che ha unito festa, arte, creatività e testimonianza, espressione della convinzione che la costruzione della fraternità universale richieda iniziative concrete per prendersi cura della vita sul pianeta, soprattutto in termini di attenzione alle persone in diverse condizioni di vulnerabilità e alla natura, come richiesto insistentemente da Papa Francesco.
Cerimonia di apertura
All’inaugurazione i giovani sono stati accolti dall’arcivescovo di Aparecida, Mons. Orlando Brandes; dal nunzio apostolico in Brasile, Mons. Giambattista Diquattro; dal rettore del Santuario di Aparecida, padre Eduardo Catalfo e dalla presidente del Movimento dei Focolari, Margaret Karram, tra le personalità presenti. Mons. Orlando Brandes ha letto un messaggio inviato dal cardinal Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, a nome di Papa Francesco. “Sappiamo reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole” si legge nel telegramma. Nelle sue parole di saluto ai giovani, Margaret Karram ha sottolineato che “insieme, i nostri sogni si realizzeranno”. In seguito, i giovani sono stati accolti da una “festa latinoamericana” con esibizioni artistiche tipiche di diversi Paesi. È stata un’esplosione di gioia che ha coinvolto tutti.
Secondo giorno
Un momento per trovare strade o, meglio, percorsi, per un mondo unito. Così è iniziata la seconda giornata della seconda fase del Genfest 2024. Da un lato, i giovani di tutto il mondo hanno raccontato come hanno cercato di costruire relazioni di fraternità nei loro ambienti. È il caso, ad esempio, di Adelina, di Rio Grande do Sul (Brasile), che ha dovuto affrontare la tragedia causata dalle piogge che hanno colpito il suo Stato nel mese di maggio 2024, e di Joseph, della Sierra Leone, che è stato separato dalla sua famiglia da bambino e reclutato dai miliziani che combattevano le truppe governative del Paese africano con atti di violenza. I momenti artistici hanno richiamato l’attenzione su alcuni grandi temi del mondo di oggi, come l’ecologia e la cittadinanza, mentre i cosiddetti spark changer, specialisti in diverse aree, hanno offerto al pubblico alcune brevi riflessioni che potrebbero portare cambiamenti nel mondo.
Il programma di sabato prevedeva anche una “anteprima” della Fase 3 del Genfest: si sono svolti laboratori su temi diversi, sempre nell’ottica della “cura” della vita nelle sue diverse espressioni. Infine, un viaggio intorno al mondo con storie di resilienza personale o di azione sociale, ma tutte che avevano come motivazione la fraternità per “abbracciare l’umanità e avviare il cambiamento”. Hanno concluso il programma del secondo giorno sul palco del Genfest alcuni giovani provenienti da Turchia, Australia, Zimbabwe, Bolivia, Italia e Colombia che hanno raccontato come hanno affrontato o aiutato altri ad affrontare il dolore, quando esso sembra togliere il senso della vita. Le presentazioni, tuttavia, non si sono limitate alle storie personali. Sul palco è stata presentata anche un’ampia varietà di iniziative sociali, come Rimarishun, un progetto di incontro tra culture diverse in Ecuador. Dal Brasile si sono presentati anche il Progetto Amazzonia, il Quilombo Rio dos Macacos di Salvador (comunità afro discendenti) e la Casa do Menor, la cui coreografia ha ricevuto una standing ovation.
Cerimonia di chiusura
Il programma della giornata conclusiva della seconda fase di Genfest 2024 è iniziata guardando al passato per pensare al futuro. Sono stati ricordati alcuni dei progetti lanciati all’ultimo Genfest del 2018 e che hanno già iniziato a dare i loro frutti, anche in senso vero e proprio, come nel caso della piantumazione di alberi in aree soggette a degrado. Sull’esempio di quanto fato nell’ultimo Genfest di Manila (Filippine), sono stati presentati alcuni progetti da portare avanti dopo questi giorni.
Il primo progetto partirà con la terza fase del Genfest. Si tratta delle “Comunità del Mondo Unito”, che riuniranno i giovani – compresi quelli che non hanno potuto partecipare all’evento ad Aparecida – in gruppi per aree di conoscenza, dall’economia al lavoro, dalla politica alla cittadinanza. I Giovani interessati ai vari ambiti, potranno iscriversi a queste comunità in base alla loro “passione”, come hanno detto gli organizzatori.
Un importante strumento per la realizzazione di queste comunità è ilProgetto Mondo Unito. Lanciato nel 2012 al Genfest di Budapest (Ungheria), è infatti un programma per diffondere la fraternità su larga scala e riunire le azioni in questa direzione, rendendo possibile la condivisione di esperienze con tanti giovani in tutto il mondo.
Un’altra azione che nasce da questo Genfest, più immediata, è il lancio di un questionario per raccogliere le proposte dei giovani per il “Patto per il Futuro”, un manifesto che sarà presentato al Summit del Futuro, un vertice internazionale che sarà organizzato dall’ONU a settembre 2024.
La costruzione di comunità internazionali richiede il dialogo. Gran parte della sessione è stata dedicata a questo tema. La rabina Silvina Chemen e una giovane leader musulmana, Israa Safieddine, hanno raccontato come cercano di costruire il dialogo.
Quattordici giovani latinoamericani di sei Chiese cristiane hanno presentato Ikuméni, un laboratorio di buone pratiche ecumeniche e interreligiose. Queste sono tutte iniziative che hanno come scopo ultimo la costruzione della pace, il tema al quale è stata dedicata tutta l’ultima parte del programma.
L’uruguaiano Carlos Palma ha presentato il progetto Living Peace. Un video di Chiara Lubich ha ricordato come si possa costruire la pace oggi: vivendo l’amore reciproco.
I giovani partecipanti al Genfest con bandiere di tutti i Paesi hanno sfilato infine chiedendo la pace in ogni nazione. Al termine, la Presidente del Movimento dei Focolari, Margaret Karram, ha invitato tutti a essere costruttori di pace, abbattendo le barriere che dividono le persone e prendendo l’iniziativa di perdonare: “Che questo Genfest sia il momento per dire sì alla pace”, ha concluso.
In una assolata giornata di giugno 2024, oltre 400 ospiti provenienti da tutto il mondo si sono recati a Montet (Svizzera) per salutare la multicolore e internazionale comunità dei Focolari. Il centro di formazione del Movimento verrà infatti chiuso e la comunità concentrerà i propri sforzi su altri centri di formazione. Nel corso della seconda metà dell’anno 2024 la maggior parte dei residenti lascerà il piccolo paese della Svizzera francese per unirsi ad altre comunità.
I responsabili della “Mariapoli Foco”, come è chiamata questa cittadella, Maria Regina Piazza e Markus Näf hanno illustrato il percorso che ha portato a questo passo: “Per capire questa decisione, bisogna guardare al cammino che il Movimento dei Focolari ha percorso, considerando il calo delle vocazioni alla vita consacrata e le sfide della società odierna in tutto il mondo”. Si tratta di “ridistribuire le forze e ridurre le strutture per promuovere la vicinanza alle persone dove più serve”.
Markus Näf – Maria Regina PiazzaMargaret Karram – Jesús Morán – Celine RuffieuxIon Sauca
Gli ospiti presenti, provenienti dal mondo della politica, della società e delle Chiese, hanno sottolineato quanto la cittadella abbia plasmato e influenzato positivamente l’area circostante: è stata diffusa pace, senso di comunità, spirito di unità e fraternità ed è stata data una testimonianza di amore reciproco. In totale, quasi 3.800 persone hanno trascorso parte della loro vita qui nel corso di 43 anni, la maggior parte di esse erano adolescenti e giovani adulti.
In un messaggio di saluto, il Segretario Generale del Consiglio Mondiale delle Chiese di Ginevra, Rev. Prof. Dr. Jerry Pillay, ha ringraziato per le ricche esperienze ecumeniche condivise e vissute insieme durante le visite annuali degli studenti a Ginevra e ha sottolineato che “la vera eredità del Centro di Montet non è la sua struttura fisica, bensì la comunione, le relazioni e i valori evangelici promossi”.
Cédric Péclard, sindaco di lunga data di Les Montets, al cui Comune appartiene il villaggio di Montet, si è molto rammaricato per questa chiusura. Tuttavia, si è compiaciuto per il fatto che il “Dado della pace” del parco del Centro dei Focolari sia stato donato al Comune. Questa scultura interattiva incarna e trasmette valori importanti per il Movimento dei Focolari e in realtà ha origine nel villaggio: un gruppo di focolarine l’aveva creato per lavorare con i bambini durante il loro soggiorno a Montet, poi “il dado” si è diffuso in tutto il mondo. Un grande modello mobile di esso, si trova oggi in un parco giochi nel centro di Les Montets.
Dr. Vasile-Octavian Mihoc
Nel suo discorso, la Presidente dei Focolari Margaret Karram, presente a Montet insieme al Copresidente Jesús Morán, non ha nascosto quanto sia stato doloroso per la comunità internazionale chiudere questo sito. “Sentiamo molto chiaramente che dobbiamo guardare all’umanità che attende il dono della pace, dell’unità e che dobbiamo saper cogliere, anche attraverso le circostanze, il desiderio di Dio per noi e per le nostre attività e strutture”. La decisione di chiudere la cittadella dei Focolari a Montet non è stata presa a cuor leggero. “È come assistere alla potatura di un albero che ha dato tanti bei frutti per molti anni”. “Ma sappiamo che nulla accade per caso, ma la Divina Provvidenza è sempre dietro a tutto”. E ha incoraggiato tutti – ospiti e residenti – a portare l’esperienza acquisita a Montet nel mondo: “Molti di voi sarete destinati ad altre città, ad altri Paesi, ad altre comunità o ritornerete nel vostro Paese e porterete ovunque andrete la preziosa esperienza che avete vissuto qui e che, quindi, non solo continuerà, ma vi porterà una dimensione di amore ancora più grande che vi stupirà, perché sarà nuova”.
Il futuro prevede la vendita della tenuta di 5 ettari. Un comitato guidato da Hugo Fasel, ex direttore della Caritas svizzera, supervisionerà la vendita e farà in modo che l’uso futuro della proprietà sia in linea con i valori del Movimento dei Focolari.
Si arriva a Juruti, nello Stato del Parà, da Santarém, dopo sette ore di motonave, il mezzo più veloce. Con fierezza, i suoi abitanti dicono che questa zona è il cuore della bassa Amazzonia brasiliana, dove l’unica “strada” di collegamento è il Rio delle Amazzoni, il “fiume-mare”, come lo chiamano i nativi. È infatti il primo fiume al mondo per portata d’acqua e il secondo per lunghezza. È lui a scandire il tempo, la vita sociale, il commercio e le relazioni tra i circa 23 milioni di abitanti di questa vastissima regione, dove vive il 55,9% della popolazione indigena brasiliana. Oltre ad essere uno degli ecosistemi più preziosi del pianeta, gli interessi politici ed economici sono causa di conflitti e violenze che continuano a moltiplicarsi quotidianamente. Qui la dirompente bellezza della natura è direttamente proporzionale ai problemi di qualità della vita e sopravvivenza.
Cura, la parola-chiave per l’Amazzonia
“Osservare e ascoltare è la prima cosa che possiamo imparare in Amazzonia” spiega Mons. Bernardo Bahlmann O.F.M., Vescovo di Óbidos, a Margaret Karram e Jesús Morán, Presidente e Copresidente dei Focolari, arrivati per conoscere e vivere alcuni giorni con le comunità dei Focolari della regione. Li accompagnano Marvia Vieira e Aurélio Martins de Oliveira Júnior, co-responsabili nazionali del Movimento, insieme a Bernadette Ngabo e Ángel Bartol del Centro Internazionale del Movimento.
Il Vescovo parla della cultura differenziata di questa terra, dove caratteristiche native convivono con aspetti del mondo occidentale. La convivenza sociale presenta molte sfide: povertà, mancanza di rispetto dei diritti umani, sfruttamento della donna, distruzione del patrimonio forestale. “Tutto questo domanda di ripensare cosa significhi prendersi cura delle ricchezze di questa terra, delle sue tradizioni originarie, del creato, dell’unicità di ogni persona, per trovare, insieme, una strada nuova verso una cultura più integrata”.
Santarém, dove la Chiesa è laica
Un compito impossibile senza il coinvolgimento dei laici, spiega Mons. Ireneu Roman, Vescovo dell’Arcidiocesi di Santarém: “sono loro la vera forza della Chiesa amazzonica”. Nelle sue comunità parrocchiali i catechisti sono circa un migliaio e supportano la formazione cristiana, la liturgia della Parola e i progetti sociali. Mons. Roman domanda alla comunità dei Focolari in Amazzonia di portare il suo contributo specifico: “l’unità nelle strutture ecclesiali e nella società, perché ciò che serve di più a questa terra è ri-imparare la comunione”.
La presenza dei Focolari e il Progetto Amazzonia
La prima comunità maschile del Focolare è arrivata stabilmente a Óbidos nel 2020 su richiesta di Mons. Bahlmann e sei mesi fa si è aperta quella femminile a Juruti. Oggi in Amazzonia ci sono sette focolarini, tra cui un medico, due sacerdoti, una psicologa e un economista.
“Siamo in Amazzonia per supportare il grande lavoro missionario che la Chiesa svolge con i popoli indigeni”, spiegano Marvia Vieira e Aurélio Martins de Oliveira Júnior. “Nel 2003, una delle linee guida della Conferenza Episcopale Brasiliana era incrementare la presenza della Chiesa in questa regione amazzonica, perché la vastità del territorio e la mancanza di sacerdoti rendevano difficile un’adeguata assistenza spirituale e umana”.
Nasce così, 20 anni fa, il “Progetto Amazzonia” dove membri del Movimento dei Focolari provenienti da tutto il Brasile si recano per un periodo in luoghi scelti di comune accordo con le Diocesi, per realizzare azioni di evangelizzazione, corsi di formazione per famiglie, giovani, adolescenti e bambini, visite mediche e psicologiche, cure odontoiatriche e altro.
“Forse non riusciremo a risolvere i tanti problemi di questa gente – dice Edson Gallego, focolarino sacerdote del focolare di Óbidos e parroco – ma possiamo essere loro vicini, condividere gioie e dolori. È quello che cerchiamo di fare da quando siamo arrivati, in comunione con le diverse realtà ecclesiali della città.”
Le focolarine spiegano che non è sempre facile perdere le proprie categorie mentali: “Spesso ci illudiamo di dare risposte, ma siamo noi che usciamo arricchite da ogni incontro, dalla forte presenza di Dio che emerge ovunque: nella natura, ma soprattutto nelle persone”.
Costruire la persona e la società
A Juruti le focolarine collaborano con le realtà della Chiesa che svolgono azioni di promozione umana e sociale. Il “casulo” “Bom Pastor” è una delle 24 scuole materne della città, con una specifica linea pedagogica che forma i bambini alla consapevolezza della propria cultura e tradizioni, al senso comunitario, alla coscienza di sé e dell’altro. Una scelta importante per una formazione integrale e integrata. Mentre l’Ospedale “9 de Abril na Providência de Deus” è gestito dalla Fraternità “São Francisco de Assis na Província de Deus”. Serve la popolazione della città (51.000 abitanti circa), le località vicine e le comunità fluviali, con una particolare attenzione a chi non può permettersi di pagare le cure. Le Apostole del Sacro Cuore di Gesù, invece, animano il Centro di convivenza “Madre Clelia” dove accolgono un centinaio di giovani l’anno, creando alternative di formazione professionale e contribuendo allo sviluppo personale, in particolare dei giovani a rischio.
Anche la comunità del Focolare da anni opera in sinergia con le parrocchie e le organizzazioni ecclesiali. Incontrandola, insieme ad altre comunità venute da lontano, Margaret Karram ringrazia per la generosità, concretezza evangelica e accoglienza: “Avete rinforzato in tutti noi il senso di essere un’unica famiglia mondiale e anche se viviamo distanti, siamo uniti dallo stesso dono e missione: portare la fraternità dove viviamo e in tutto il mondo”.
Promuovere la dignità umana
Attraverso un reticolo di canali che si snodano dentro la foresta amazzonica, a un’ora di barca da Óbidos, si arriva al Mocambo Quilombo Pauxi, una comunità indigena di un migliaio di persone afro-discendenti. È seguita dalla parrocchia di Edson, che cerca di andare almeno una volta al mese per celebrare la Messa e, insieme ai focolarini, condividere, ascoltare, giocare con i bambini. La comunità è composta da circa un migliaio di persone che, pur immerse in una natura paradisiaca, vivono in condizioni particolarmente svantaggiate. Isolamento, lotta per la sopravvivenza, violenza, mancanza di pari diritti, di accesso all’istruzione e alle cure mediche di base, sono le sfide quotidiane che queste comunità fluviali affrontano. Anche qui, da due anni, la diocesi di Óbidos ha attivato il progetto “Força para as mulheres e crianças da Amazônia”. È indirizzato alle donne e all’infanzia e promuove una formazione integrale della persona in ambito spirituale, sanitario, educativo, psicologico, di sostentamento economico. Una giovane madre racconta con fierezza i suoi progressi nel corso di economia domestica: “Ho imparato molto e ho scoperto di avere capacità e idee”.
Certamente si tratta di una goccia nel grande mare delle necessità di questi popoli, “ed è vero – riflette Jesús Morán – che, da soli, noi non risolveremo mai i tanti problemi sociali. La nostra missione, anche qui in Amazzonia, è cambiare i cuori e portare l’unità nella Chiesa e nella società. Ha senso quel che facciamo se le persone orientano la loro vita al bene. È questo il cambiamento”.
Accogliere, condividere, imparare: è questa la “dinamica evangelica” che emerge, ascoltando i focolarini in Amazzonia, dove ciascuna e ciascuno si sente chiamato personalmente da Dio ad essere suo strumento per “ascoltare il grido dell’Amazzonia” (47-52) – come scrive Papa Francesco nella straordinaria esortazione post-sinodale Querida Amazonia – e per contribuire a far crescere una “cultura dell’incontro verso una ‘pluriforme armonia’” (61).
Il 16 luglio del 1949 Chiara Lubich e Igino Giordani strinsero un “Patto di unità”. Fu un’esperienza spirituale che dette inizio ad un periodo di luce e di particolare unione con Dio.
E contrassegnò dunque la vita dell’allora prima comunità dei Focolari, ma anche la storia di tutto il Movimento ed il suo impegno per un mondo più fraterno e più unito.
A settantacinque anni da quel giorno, un approfondimento su cosa ha significato allora quel Patto e che cosa può significare oggi continuare ad attuarlo.
“Pace tra i popoli, salvaguardia del pianeta, economie e politiche che mettano al centro la persona, la giustizia e la dignità: su questo lavoreremo, discuteremo e progetteremo a livello mondiale al Genfest”. A spiegarlo sono i giovani del Movimento dei Focolari che dal 12 al 24 luglio prossimi, in Brasile, chiameranno a raccolta migliaia di giovani per un evento mondiale. Lo scopo è, come dice il titolo: “Juntos para cuidar”, cioè prendersi cura insieme, a livello mondiale, delle persone e dei pezzi di umanità più sofferenti e vulnerabili, al di là delle differenze culturali, etniche e religiose.
I grandi cambiamenti in atto ci mostrano la necessità di un nuovo paradigma culturale, basato non sull’individuo, ma sulla relazione sociale che si apre su tutta l’umanità attraverso una cultura che promuova la fraternità universale; che non elimina la complessità, ma la valorizza, permettendo di comprendere più profondamente la storia dell’umanità e dei popoli.
Il Genfest 2024si snoderà in tre fasi: volontariato, un evento centrale e la creazione di community suddivise per ambiti d’interesse, di studio o professionali, per restare connessi e lavorare alla costruzione di un mondo più unito sui propri territori. Vuol essere un’esperienza immersiva dove i protagonisti e gli ideatori sono i giovani; ma il dialogo e la collaborazione intergenerazionale saranno un pilastro imprescindibile del cambiamento che si vuole proporre anche alle istituzioni internazionali. Alcuni momenti verranno trasmessi in streaming mondiale sul canale YouTube del Genfest 2024.
A conclusione, i nuovi step e i progetti nati o in atto, per costruire un mondo in pace e più unito verranno raccolti in un documento che verrà presentato al Summit of the Future (22-23 settembre 2024), promosso dalla Nazioni Unite. Conterrà progetti e proposte concrete per un mondo più giusto e fraterno, per contribuire agli obiettivi internazionali dell’Agenda ONU 2030.
Chi non potrà partecipare all’evento centrale in Brasile, potrà informarsi su quello più vicino a casa propria, perché ci saranno altri 44 Genfest locali che si svolgeranno in Corea, India, Sri Lanka, Filippine, Pakistan, Vietnam, Giordania, Egitto, Burundi, Tanzania, Angola, Zambia, Kenya, Etiopia, Sud Africa, RD Congo, Costa D’Avorio, Camerun, Burkina Faso, Perù, Bolivia, Messico, Guatemala, Argentina, Ungheria, Serbia, Cechia, Slovacchia, Germania e Italia.
Juntos para cuidar: il programma
Sperimentare – la prima settimana del Genfest (12-18 luglio 2024) propone ai partecipanti un’esperienza “immersiva” di volontariato in uno dei 40 progetti e organizzazioni che si sono resi disponibili in diversi Paesi dell’America Latina e in altre parti del mondo. Questa azione sarà realizzata in collaborazione con UNIRedes, organismo che riunisce più di 50 organizzazioni, iniziative e movimenti sociali di 12 Paesi dell’America Latina e dei Caraibi che promuovono azioni di trasformazione in vari campi (arte e cultura, ambiente, governance democratica, istruzione, lavoro, ecc.) attraverso il protagonismo di tutti gli attori coinvolti.
Celebrare – Dal 19 al 21 luglio ad Aparecida, all’arena del santuario nazionale, i giovani si riuniranno per l’evento centrale per conoscere esperienze, condividere strategie di pace e fraternità anche attraverso manifestazioni artistiche e musicali. L’evento sarà trasmesso in streaming in più di 120 Paesi. Un grande festival di idee, pensieri e iniziative che ispirerà migliaia di giovani di diverse culture, etnie e religioni a vivere per un mondo unito.
Imparare e condividere – La terza fase si svolgerà dal 21 al 24 luglio: i giovani si distribuiranno in gruppi chiamati “communities” suddivisi in otto aree d’interesse: economia e lavoro, intercultura e dialogo, spiritualità e diritti umani, salute ed ecologia, arte e impegno sociale, istruzione e ricerca, comunicazione e media, cittadinanza attiva e politica.
In questi spazi i giovani potranno imparare, confrontarsi, ideare nuove forme d’impegno condiviso per diffondere la cultura della fraternità tramite dei progetti locali con una prospettiva globale, in modo che tornando nei propri Paesi, possano impegnarsi localmente negli ambiti che li appassionano per formarsi al paradigma culturale della fraternità e della relazionalità.
Un team internazionale formato da accademici, professionisti, leader e attivisti sociali e politici – giovani e adulti – accompagnerà i partecipanti nei dibattiti e nei lavori di gruppo.
Hanno confermato la loro partecipazione, tra gli altri: Luigino Bruni, economista (Italia), Choie Funk, architetto e attivista sociale (Filippine), Jander Manauara, rapper e attivista (Brasile), Carlos Palma, coordinatore di Living Peace (Uruguay), Myrian Vasques, consigliera indigena (Brasile), Silvina Chemen, direttrice Centro per il Dialogo Interreligioso presso seminario rabbinico (Argentina), John Mundell, direttore Piattaforma di Azione Laudato Si’ del Vaticano (Stati Uniti), Nicolas Maggi Berrueta, violinista, Ambasciatore di Pace (Uruguay), Israa Safieddine, educatrice specializzata in istruzione islamica (Stati Uniti).
Il complesso internazionale Gen Rosso ha fatto tappa in Madagascar. Otto date in sette città diverse. Tanti chilometri percorsi in questa splendida terra per portare un messaggio di pace e fraternità attraverso la musica e la danza.
Ci son voluti due giorni di viaggio per percorrere 950 km, dalla capitale Antananarivo alla città di Tolear, all’estremo sud dell’Isola.
“La comunità del Movimento dei Focolari di Tolear ci ha accolto in festa donandoci tipici copricapo e collane, manifestando la loro gioia con danze tradizionali e canzoni – racconta Valerio Gentile, booking Internazional del Gen Rosso -. E in un noto ristorante della città ci siamo esibiti insieme ad un gruppo locale, il Choeur des Jeunes de Saint Benjamin. Così si è aperta questa tappa nel sud del Madagascar”.
Il giorno dopo è la volta dei workshop alla scuola Don Bosco e a seguire il concerto nell’anfiteatro. “È stata la giornata più bella della mia vita” ha esordito una ragazza con le lacrime di commozione. E un giovane insegnante aggiunge: “Ci avete tirato fuori dei valori veri per cui vivere; sento che devo impostare la mia vita sugli obiettivi che abbiamo sentito nelle vostre canzoni e che abbiamo condiviso con voi dal palco durante i workshop”.
“Tra i vari laboratori di danza e canto, c’è stato quello delle percussioni, improntato in maniera del tutto originale – spiega Valerio -. Il materiale usato infatti era composto da bottiglie di plastica riciclata e dai bidoni gialli molto comuni in Africa, utilizzati perlopiù per l’approvvigionamento di acqua, olio e altro. Strumenti musicali improvvisati tenendo in considerazione soprattutto la salvaguardia del pianeta”.
Un’altra tappa significativa presso l’istituto scolastico École Père Barré, dove 300 allievi delle superiori hanno potuto condividere il palco con il Gen Rosso che, nell’input iniziale lancia il motto da vivere: “making space for love”, ovvero “fare spazio all’amore”.
“Non siamo qui per fare uno spettacolo per voi, ma con voi per tutta la città” esordisce Adelson del Gen Rosso.
Le ore volano e si arriva al concerto finale presso il Jardin de la Mer. Ad aprire l’evento le voci del Choeur des Jeunes de Saint Benjamin. Ma arriva un imprevisto: va via la corrente elettrica e si ferma l’evento. Dopo qualche minuto si riprende e arriva il momento del Gen Rosso. C’è un bel clima festoso in piazza, i giovani presenti rispondono con partecipazione viva.
Ma ritorna il blackout elettrico, proprio quando il tramonto ha lasciato spazio alla notte ed è buio totale.
“Che facciamo?” si chiedono. “Decidiamo di improvvisare con l’aiuto di alcune torce per fare un po’ di luce. Uno dopo l’altro si susseguono i vari gruppi di giovani che hanno partecipato ai workshop nei giorni precedenti. La creatività non manca, insieme alla gioia di stare insieme su quel palco. Lo spettacolo sono loro, i giovani di Tolear!”
“Grazie al Gen Rosso che ci ha fatto scoprire quanta resilienza abbiamo in noi” racconta un ragazzo. Gli fanno eco altre testimonianze sulla scoperta dei valori autentici della vita, sui propri talenti nascosti, sulla direzione giusta da percorrere nella vita.
“Parole che ci danno una forte carica per affrontare l’ultima tappa, ad Antananarivo, la Capitale – afferma Valerio -. Ci attendono alla scuola Fanovozantsoa. Poche ore sono sufficienti per arrivare ad un alto livello di preparazione sia in canto che attraverso la danza di hip-hop, latina o le percussioni. Così il concerto del 18 maggio va alla grande tra applausi, abbracci e selfie. Un momento indimenticabile che rimane inciso nel cuore di tutti”.
Si conclude il tour con la Santa Messa nel giorno di Pentecoste a Akamasoa, presso la Città dell’amicizia, un luogo nato e ideato 30 anni fa da Padre Pedro, missionario argentino che decise di aiutare i poveri migliorando le loro condizioni di vita attraverso un lavoro dignitoso, l’istruzione e i servizi sanitari.
“Abbiamo festeggiato insieme tra la ‘colorata’ Messa al mattino nella grande chiesa-palasport e un gioioso spettacolo al pomeriggio nell’anfiteatro all’aperto – racconta ancora Valerio -. Un concerto insieme a famiglie, giovani, anziani e bambini, con un messaggio di speranza per costruire una nuova società basata sull’Amore”.
“Grazie Madagascar – dice ancora Valerio a nome del Gen Rosso – milioni di cuori che battono ogni giorno al ritmo della solidarietà l’uno con l’altro, resilienza di fronte alle difficoltà, semplicità, serenità d’animo nell’affrontare le avversità, leggerezza di vita, umiltà, gioia e pace dell’anima. Da ora tu ‘viaggi’ con noi come regalo da portare al mondo!”
La nostra esperienza quotidiana non è mai esente da problemi e da sfide, di salute, familiari, di lavoro, difficoltà impreviste, ecc. Per non parlare delle immani sofferenze che vivono oggi tantissimi nostri fratelli e sorelle a causa della guerra, delle conseguenze del cambiamento climatico, delle migrazioni, della violenza… Si tratta di situazioni che spesso sono più grandi di noi.
Di fronte ad esse è normale essere preoccupati e sentire il bisogno di sentirci al sicuro. Non sempre il problema si risolve, ma la vicinanza di amici veri ci consola e ci dà forza. Le difficoltà vissute e affrontate insieme sono il richiamo quotidiano a continuare a credere in quei valori di fraternità, reciprocità e solidarietà che rendono possibile il cammino. In questo rapporto fraterno possiamo sentire la stessa sicurezza che i figli sentono affidandosi a genitori che li amano e così vivere l’esistenza in modo diverso, con più slancio.
Per Chiara Lubich e per tanti che hanno seguito e seguono le sue intuizioni, questa sicurezza nasce dalla fede di avere un Padre. Chiara diceva: «…la persona sa di essere amata e crede con tutto il suo essere a questo amore. Ad esso si abbandona fiduciosa ed esso vuol seguire. Le circostanze della vita, tristi o gioiose, risultano illuminate da un perché di amore che tutte le ha volute o permesse». Le sue parole si possono applicare a tutti coloro che hanno vissuto almeno una volta nella vita l’esperienza di un amore vero.
La caratteristica di un buon compagno di viaggio è quella di essere a servizio, in una dimensione personale fatta di conoscenza e condivisione profonda nel rispetto di ognuno. Si tratta di vivere con trasparenza, con coerenza, senza seconde intenzioni, con un amore puro e incondizionato che porta la pace, la giustizia e la fraternità.
Può emergere, così, la nuova leadership di cui c’è bisogno nel nostro tempo. Una leadership che favorisca anche una dinamica comunitaria nella reciprocità in cui ci riconosciamo l’un l’altro senza perdere la nostra identità. Per il contrario, lo sappiamo, nella solitudine si vive disorientamento e perdita di orizzonti.
Potremo noi stessi essere “guida” per chi vive momenti di difficoltà solo se a nostra volta avremo sperimentato questa fiducia nell’altro. Come dice il pedagogo e filosofo brasiliano Paulo Freire, “Nessuno educa nessuno; nessuno educa sé stesso; gli uomini si educano a vicenda attraverso la mediazione del mondo”1. In altre parole: nella comunità educativa nessuno insegna niente a nessuno, ma tutti imparano da tutti in un contesto di dialogo e riflessione critica sulla realtà.
1 Freire, Paulo (2012)”Pedagogía del oprimido” Ed. Siglo XXI
L’IDEA DEL MESE è attualmente prodotta dal “Centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose” del Movimento dei Focolari. Si tratta di un’iniziativa nata nel 2014 in Uruguay per condividere con gli amici non credenti i valori della Parola di Vita, cioè la frase della Scrittura che i membri del Movimento si impegnano a mettere in atto nella vita quotidiana. Attualmente L’IDEA DEL MESE viene tradotta in 12 lingue e distribuita in più di 25 Paesi, con adattamenti del testo alle diverse sensibilità culturali.
Il Salmo 23 è uno dei salmi più conosciuti e amati. Si tratta di un cantico di fiducia e al contempo ha un carattere di gioiosa professione di fede. Colui che prega lo fa come appartenente al popolo d’Israele, al quale il Signore ha promesso per mezzo dei profeti di essere il loro Pastore. L’autore proclama la propria personale felicità di sapersi protetto nel Tempio[1], luogo di asilo e di grazia ma vuole, in egual modo, con la sua esperienza, incoraggiare altri alla fiducia nella presenza del Signore.
«Il Signore è il mio pastore non manco di nulla».
L’immagine del pastore e del gregge è molto cara a tutta la letteratura biblica. Per comprenderla bene dobbiamo andare col pensiero nei deserti aridi e rocciosi del Medio Oriente. Il pastore guida il suo gregge che si lascia condurre docilmente, perché senza di lui si smarrirebbe e morirebbe. Le pecore devono imparare ad affidarsi a lui, ascoltando la sua voce. Egli è soprattutto il loro costante compagno di viaggio.
«Il Signore è il mio pastore non manco di nulla».
Questo salmo ci invita a rinforzare il nostro rapporto intimo con Dio facendo l’esperienza del suo amore. Qualcuno potrà domandarsi come mai l’autore arriva a dire che “non manca di nulla”? La nostra esperienza quotidiana non è mai esente da problemi e da sfide, di salute, familiari, di lavoro, ecc. senza dimenticare le immani sofferenze che vivono oggi tantissimi fratelli e sorelle nostri a causa della guerra, delle conseguenze del cambiamento climatico, delle migrazioni, della violenza…
«Il Signore è il mio pastore non manco di nulla».
Forse la chiave di lettura sta nel versetto in cui si legge “perché tu sei con me” (Sal 23,4). Si tratta della certezza nell’amore di un Dio che ci accompagna sempre e ci fa vivere l’esistenza in modo diverso. Scriveva Chiara Lubich: «Una cosa è sapere che possiamo ricorrere ad un Essere che esiste, che ha pietà di noi, che ha pagato per i nostri peccati, e un’altra è vivere e sentirci al centro delle predilezioni di Dio, col conseguente bando d’ogni paura che frena, d’ogni solitudine, d’ogni senso di orfanezza, d’ogni incertezza. […] La persona sa di essere amata e crede con tutto il suo essere a questo amore. Ad esso si abbandona fiduciosa ed esso vuol seguire. Le circostanze della vita, tristi o gioiose, risultano illuminate da un perché di amore che tutte le ha volute o permesse»[2].
«Il Signore è il mio pastore non manco di nulla».
Ma colui che ha portato a compimento questa bellissima profezia è Gesù che, nel Vangelo di Giovanni, non esita ad autodefinirsi il “buon Pastore”. Il rapporto con questo pastore è caratterizzato da una relazione personale ed intima “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me” (Gv 10,14-15). Egli le conduce ai pascoli della sua Parola che è vita, in particolare la Parola che contiene il messaggio racchiuso nel “Comandamento nuovo”, che, se vissuto, rende “visibile” la presenza del Risorto nella comunità riunita nel suo nome, nel suo amore[3].
A cura di Augusto Parody Reyes e del team della Parola di Vita
L’IDEA DEL MESEè attualmente prodotta dal “Centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose” del Movimento dei Focolari. Si tratta di un’iniziativa nata nel 2014 in Uruguay per condividere con gli amici non credenti i valori della Parola di Vita, cioè la frase della Scrittura che i membri del Movimento si impegnano a mettere in atto nella vita quotidiana. Attualmente L’IDEA DEL MESE viene tradotta in 12 lingue e distribuita in più di 25 paesi, con adattamenti del testo alle diverse sensibilità culturali.
Bullismo A scuola, durante un intervallo, mi stavo lavando le mani nel bagno quando cinque o sei ragazze e due ragazzi mi hanno assalita, tirandomi i capelli e dandomi pugni e calci. Mi hanno rotto anche gli occhiali. Sono scappati in fretta quando, alle mie grida, è accorsa la bidella. Perché? Eppure mi sembrava di avere un buon rapporto con tutti. Dall’inchiesta che s’è fatta poi, si è venuto a sapere che quel giorno il “gioco” del gruppo consisteva nell’aggredire la prima ragazza bionda che avrebbero incontrato. E io sono bionda. Per giorni sono rimasta traumatizzata all’idea di tornare a scuola. Nel movimento cattolico di cui faccio parte un giorno ci raccontavamo come avevamo vissuto l’invito di Gesù a perdonare settanta volte sette. Per la prima volta mi sono resa conto di quanto sia difficile perdonare. Ci ho pensato e ripensato per giorni. Poi ho capito che la forza per perdonare è un dono del Risorto. Io non ne sarei stata capace. E quando sono tornata a scuola, libera e serena, sentivo di aver fatto un passo importante nella mia vita di fede. (M. H. – Ungheria)
Una “cassa di quartiere” Mi aveva colpito questa definizione ascoltata durante uno dei nostri incontri comunitari: “Una città è l’uomo in rapporto con l’altro…”. “Quindi lo è anche un quartiere”, conclusi pensando a quello in cui abito. Da allora ogni nuovo giorno mi sembra più interessante se lo vivo come possibilità di stabilire rapporti autentici con vicini di casa, conoscenti, ecc… Si entra così nelle storie più diverse, si condividono gioie e dolori, si scoprono modi sempre nuovi di andare incontro a certe esigenze. Come nel caso della “cassa di quartiere”, nata dall’idea di mettere in comune qualcosa dei nostri soldi per certe necessità di cui veniamo a conoscenza: l’abbiamo collocata nel garage messo a disposizione da uno di noi, la cui porta non è chiusa a chiave, così ognuno può attingere ad essa quando occorre. Sulla cassetta ci sono due scritte: “Date e vi sarà dato” e “Chi ama dona con gioia”. La somma raccolta è servita a volte per l’acquisto di scarpe particolari, di vestiti, per deposito a causa di un ricovero, per prestiti senza interessi e anche prestiti senza ritorno. (A. – Italia)
A cura di Maria Grazia Berretta
(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno X– n.1° maggio-giugno 2024)
“Noi eravamo felici perché finalmente capivamo, e Chiara Lubich ce lo confermava, che non eravamo fatti per rimanere chiusi in noi stessi, ma eravamo chiamati a uscire per il mondo e ad andare incontro a tutti i ragazzi della terra”.
Un vero mandato, quello di cui parla Maria Chiara Biagioni, oggi giornalista, ricevuto direttamente dalla fondatrice dei Focolari 40 anni fa; la nascita di una realtà, quella dei Ragazzi per l’unità, che ha cambiato la sua vita e quella di tantissimi ragazzi.
Correva l’anno 1984 e, a ridosso della Pasqua, nei pressi di Roma, ai Castelli Romani, erano in corso per la prima volta le scuole di formazione per i ragazzi e le ragazze del Movimento, i gen 3 e le gen 3. Erano un’ottantina circa provenienti da varie zone d’Italia con qualche rappresentanza di altri Paesi (Germania, Spagna, Portogallo, Olanda, Belgio e Filippine). Nessuno di loro si sarebbe mai immaginato di assistere all’inizio di un’ “era nuova”.
Chiara Lubich proprio il giorno di Pasqua, alle 5 del pomeriggio, li invitò al Centro dei Focolari a Rocca di Papa (Roma). Ma cosa li aspettava lì?
A dar loro il benvenuto un gigantesco uovo di Pasqua da parte di Chiara per loro che conteneva come una matriosca, varie buste e, alla fine, la sorpresa delle sorprese: un suo messaggio con l’annuncio della fondazione del Movimento Ragazzi per l’Unità.
“Nel 1984 è stato importantissimo per me vivere quel momento (…) – racconta Federica Vivian- Chiara Lubich ci mandò questo suo dono, una lunga lettera e io sentii che quello corrispondeva perfettamente a ciò che stavamo vivendo con i nostri amici e con tanti altri. Noi facevamo tante cose per dire che credevamo nella fraternità (…) e quel seme ha fruttato in me il desiderio di non mettere mai limiti, di costruire ponti con tutti”.
Nel suo messaggio Chiara Lubich, esortava i ragazzi a vivere concretamente il Vangelo e a portare a tanti altri quell’ideale che avevano in cuore, con un unico grande scopo: tenere unito il mondo. Le risposte non tardarono ad arrivare. I “Sì” a questa missione risuonarono nella sala e, di lì a poco, sarebbero arrivate tante altre risposte anche dalle varie città del mondo.
“Avevo 12 anni – dice Fiammetta Megli, insegnante – e quando si aprì quel grande uovo di Pasqua, sentii una gioia immensa, ma non mi rendevo neanche conto di quello che davvero stava succedendo. Sentivo di appartenere ad una grande famiglia, una famiglia più grande della reale. Tutto ciò che è entrato dentro di me in quegli anni, da giovane, non solo è rimasto, ma è la base da cui partire per tutto quello che faccio oggi, anche per il lavoro che svolgo coi ragazzi, a scuola”.
Oggi, a distanza di 40 anni i Ragazzi per l’unità, i teenagers del Movimento dei Focolari, sono presenti in 182 Paesi del Mondo, parlano lingue differenti, appartengono a religioni diverse ed alcuni non si riconoscono in un credo religioso, ma ciò che li unisce è ancora quell’ obiettivo comune: lavorare per realizzare la fraternità universale. Sono impegnati nelle azioni più diverse e a tutte le latitudini per far crollare barriere e divisioni, affinché un mondo unito e di pace sia presto realtà tra tutti i popoli della terra.
Da quel giorno, continua Maria Chiara Biagioni “non c’è più stato spazio nel mio cuore all’indifferenza. Tutto ciò che vedevo attorno a me, tutto ciò che succedeva nel mondo, mi apparteneva, in qualche modo mi coinvolgeva e mi impegnavo per andare incontro ai bisogni, ai problemi, alle sfide che man mano si affacciavano anche nella mia vita. La seconda cosa è stata credere (…) che il bene più forte del male. Credere nonostante tutto, nonostante le lacrime delle persone, le bombe che continuano a cadere in tanti Paesi del mondo, nonostante le tante malvagità che troviamo intorno a noi (…) che la luce è più forte delle tenebre, sempre”.
Al semaforo Una volta alla settimana faccio un viaggio dalla mia città a una città più grande per trovarmi con degli amici con i quali condivido gli stessi ideali. Cerco di portare con me del denaro extra per aiutare le persone che chiedono l’elemosina ai semafori. La settimana scorsa, sulla via del ritorno, mi sono fermato a un semaforo rosso e mi si avvicina un giovane uomo pronto a pulire il parabrezza. Ho abbassato il finestrino e mentre cercavo i soldi da dargli gli ho detto di non pulirlo perché non ce l’avrebbe fatta prima che il semaforo diventasse verde.
Lui mi ha guardato e ha detto: “Mi può dare un po’ di più? Devo comprare del pollo per i miei figli”. Ho risposto di sì. In effetti quello che gli stavo dando non gli sarebbe servito a molto. Lui ha preso i soldi e ha detto: “Me li lasci guadagnare? Le prometto che lo farò in fretta”.
Quasi senza aspettare la mia risposta, ha iniziato a pulire il vetro terminando poco prima che il semaforo diventasse verde. Subito dopo si è avvicinato al finestrino dell’auto e, con una faccia felice, stringendomi la mano, mi ha ringraziato augurandomi ogni bene. Mentre tornavo a casa, ho pensato a quello che era successo e ho capito che i piccoli gesti a volte ci edificano e insegnano qualcosa più a noi stessi che alle persone per cui li facciamo. So che Dio è ovunque, ma non mi è mai venuto in mente che mi aspettasse a un semaforo. (S. Z. – Argentina)
In carcere Per spaccio di droga ero finito nel carcere minorile, dove però continuavo a ricevere le visite di Valerio, il mio insegnante di quando andavo a scuola. E questo non poteva lasciarmi indifferente. Se nella vita avevo avuto a che fare con gente cattiva che credevo essermi amica, con Valerio no: mi voleva bene senza nessun interesse. Inoltre mi raccontava storie di altri ragazzi, che avevano fatto una scelta diversa dalla mia, fatti di Vangelo. Un giorno nella mia cella arrivò un nuovo “ospite”: un ragazzo così sporco da puzzare. I compagni cominciarono a insultarlo, a sputargli addosso, intimandogli di andare a lavarsi. Poiché non aveva né sapone, né asciugamano, né vestiti di ricambio, sono intervenuto in sua difesa e gli ho dato i miei vestiti, sapone e asciugamano. Lui è andato a farsi una doccia e la calma è tornata. Questa esperienza è stata l’inizio di una svolta. Pensavo che per tutto quello che avevo combinato l’amore fosse scomparso dentro di me. Invece era come un seme che, più vivo che mai, cominciava a sbocciare. (T. – Italia)
A cura di Maria Grazia Berretta
(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno X– n.1° maggio-giugno 2024)
Si è svolto nel mese di aprile ad Accra, capitale del Ghana, il quarto incontro sessennale internazionale del Global Christian Forum che ha riunito circa 250 persone provenienti da oltre 50 Paesi, rappresentanti di varie Chiese e delle reti e organizzazioni ecclesiali globali.
L’evento si tiene ogni volta in una città e in un continente diverso. Presenti in Ghana, anche quattro membri del Movimenti dei Focolari.
Accanto al Consiglio Mondiale delle Chiese (CEC), il Global Christian Forum è forse l’unica altra piattaforma attraverso la quale si vuole promuovere l’unità tra le Chiese su scala globale. Fondato nel 1998, ha l’obiettivo di promuovere il dialogo con il vasto mondo delle Chiese pentecostali e ‘Chiese libere’, di cui la maggior parte non è affiliata al CEC. L’unica forma possibile è stata ed è quella di puntare a un dialogo non teologico ma “del cuore”. Come spiegava in Ghana l’attuale segretario generale, Casely Essamuah, di origine ghanese: “È uno spazio per un incontro profondo di fede. Impariamo così a scoprire la ricchezza di Cristo”, ha affermato.
Centrale in questi incontri è lo scambio di ‘storie di fede’ personali in piccoli gruppi e quello che si è svolto ad Accra ha avuto esattamente questa forma. La Vescova Rosemarie Wenner, rappresentante della Chiesa metodista presso il CEC spiega: “Vedere Cristo negli altri è l’obiettivo di questo esercizio. Lasciare che lo Spirito Santo guidi le nostre parole e ascoltare con attenzione le storie degli altri.” Questo fa nascere veramente un’amicizia spirituale e un’unità fraterna che genera una grande gioia tra tutti”.
Il tema scelto per l’incontro è stato “Perché tutti siano una cosa sola, affinché il mondo creda” (Gv 17,20). Billy Wilson, presidente della Pentecostal World Fellowship, ha sottolineato tre aspetti di questa unità che è soprattutto relazionale. Poi si realizza nella missione: “perché il mondo conosca e creda”. Infine, è spirituale, come le relazioni tra le persone della Trinità.
Un’esperienza di grande ricchezza, immagine della Chiesa del futuro che si rende già attuale attraverso tali esperienze.
Violenza, odio, atteggiamenti litigiosi spesso sono presenti anche in quei Paesi che vivono “in pace”. Ogni popolo, ogni persona avverte un profondo anelito alla pace, alla concordia, all’unità. Eppure, nonostante gli sforzi e la buona volontà, dopo millenni di storia ci ritroviamo incapaci di pace stabile e duratura. Gesù è venuto a portarci la pace, una pace – ci dice – che non è come quella che “dà il mondo”, perché non è soltanto assenza di guerra, di liti, di divisioni, di traumi. La “sua” pace è anche questo, ma è molto di più: è pienezza di vita e di gioia, è salvezza integrale della persona, è libertà, è fraternità nell’amore fra tutti i popoli. E cosa ha fatto Gesù per donarci la “sua” pace? Ha pagato di persona. Proprio mentre ci prometteva pace, veniva tradito da uno dei suoi amici, consegnato nelle mani dei nemici, condannato ad una morte crudele e ignominiosa. Si è messo in mezzo ai contendenti, si è fatto carico degli odi e delle separazioni, ha abbattuto i muri che separavano i popoli. Morendo sulla croce, dopo aver sperimentato per amore nostro l’abbandono del Padre, ha riunito gli uomini a Dio e tra di loro, portando sulla terra la fraternità universale. Anche a noi la costruzione della pace richiede un amore forte, capace di amare perfino chi non contraccambia, capace di perdonare, di superare la categoria del nemico, di amare la patria altrui come la propria. (…)
La pace inizia dal rapporto che so instaurare con ogni mio prossimo. “Il male nasce dal cuore dell’uomo”, scriveva Igino Giordani, e “per rimuovere il pericolo della guerra occorre rimuovere lo spirito di aggressione e sfruttamento ed egoismo dal quale la guerra viene: occorre ricostruire una coscienza”. (…) Il mondo cambia se cambiamo noi. Dobbiamo certamente lavorare, secondo le possibilità di ciascuno, per risolvere i conflitti, per elaborare leggi che favoriscano la convivenza delle persone e dei popoli. Ma soprattutto, mettendo in rilievo ciò che ci unisce, potremo contribuire alla creazione di una mentalità di pace e lavorare insieme per il bene dell’umanità. Testimoniando e diffondendo valori autentici quali la tolleranza, il rispetto, la pazienza, il perdono, la comprensione, gli altri atteggiamenti, che contrastano con la pace, si allontaneranno da sé. È stata questa la nostra esperienza durante la Seconda guerra mondiale, quando fra noi, poche ragazze, decidemmo di vivere solo per amare. Eravamo giovani e timorose, ma non appena ci siamo sforzate di vivere l’una per l’altra, di aiutare gli altri cominciando dai più bisognosi, di servirli anche a costo della vita, tutto è cambiato. È nata nei nostri cuori una forza nuova e abbiamo visto la società cominciare a cambiare volto: ha iniziato a rinnovarsi una piccola comunità cristiana, seme di una “civiltà dell’amore”. È l’amore che, alla fine, vince perché è più forte di ogni cosa.
Chiara Lubich
(Chiara Lubich, Parole di Vita, Città Nuova, 2017, p. 709/12)
Si è appena concluso con un pellegrinaggio di fraternità ad Assisi, il convegno internazionale interreligioso “One Human Family”, promosso dal Movimento dei Focolari. Presenti 480 persone di 40 Paesi; 12 le lingue parlate.
Nella città della pace, la preghiera per la fraternità, la giustizia e la riconciliazione per tutti i popoli in conflitto, è risuonata come un patto solenne, accolto e pronunciato dai partecipanti, ciascuno secondo la propria fede.
Tra loro rabbini e rabbine, imam, sacerdoti cattolici, monaci buddisti Theravada e Mahayana, oltre a laici ebrei, musulmani, cristiani, indù, buddisti, sikh, e baha’i e fedeli delle religioni tradizionali africane, di tutte le generazioni.
Il convegno è stato realizzato da un team interreligioso che ha concentrato il programma sul bene supremo della pace, oggi estremamente minacciata.
Incontro, ascolto, passi di riconciliazione, condivisione del dolore dei popoli sono stati la cifra di questo convegno che ha alternato panel condotti da esperti a gruppi di dialogo tra i partecipanti. Politica e azione diplomatica internazionale, economia, Intelligenza artificiale e ambiente sono state le tematiche trattate tutte nell’ottica della pace. Numerosi gli accademici e gli esperti di molte culture, religioni e provenienze, che sono intervenuti; ne citiamo solo alcuni: l’ambasciatore Pasquale Ferrara, Direttore Generale per gli Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, il Gran Rabbino Marc Raphaël Guedj, la teologa musulmana Shahrzad Houshmand Zadeh, la dott.ssa Kezevino Aram, Presidente dell’organizzazione indiana “Shanti Ashram”, la Rev. Kosho Niwano, Presidente designata del movimento buddista giapponese Risho Kossei Kai, l’ing. Fadi Shehadé, fondatore del Progetto RosettaNet, già CEO di ICANN. L’ economista Luigino Bruni, la filosofa indiana, prof.ssa Priya Vaidya, il teologo islamico Adnane Mokrani, il Prof. Dicky Sofjan, indonesiano, dell’International Center for Law and Religious Studies, il prof. Fabio Petito, docente di Religione e Affari Internazionali presso la Sussex University e tanti altri.
“Le religioni hanno una funzione fondamentale oggi”, ha ribadito l’Ambasciatore Ferrara. “Contrariamente a quello che dicono i realisti delle relazioni internazionali, la guerra non è la condizione normale dell’umanità. Le religioni possono svolgere il ruolo di ‘coscienza critica’ dell’umanità e rivolgersi alla politica, segnalando quali sono le priorità. C’è bisogno di immaginazione politica; di immaginare in un modo costruttivo, nuovo, creativo, il futuro di questo pianeta. Dobbiamo coltivare qualcosa che in questo momento manca nelle relazioni internazionali, che è la fiducia”.
Molto nutrite anche le sessioni dedicate a testimonianze personali, progetti, azioni incentrate sulla collaborazione tra persone e comunità appartenenti a fedi religiose diverse per la pace e a sostegno dei bisogni dei rispettivi popoli.
In udienza da Papa Francesco
Il 3 giugno una delegazione di 200 partecipanti è stata ricevuta in udienza da Papa Francesco che nel suo discorso ha definito il cammino iniziato da Chiara Lubich con persone di religioni diverse come: “Un cammino rivoluzionario che fa tanto bene alla Chiesa”. “Il fondamento su cui poggia questa esperienza – ha affermato ancora il Santo Padre – è l’Amore di Dio che si attua nell’amore reciproco, nell’ascolto, nella fiducia, nell’accoglienza e nella conoscenza gli uni degli altri, nel pieno rispetto delle rispettive identità”.
“Se da un lato queste parole ci danno profonda gioia – ha commentato Margaret Karram, Presidente dei Focolari – dall’altro sentiamo la responsabilità di fare molto di più per la pace. Per questo vogliamo lavorare per rafforzare e diffondere la cultura del dialogo e della “cura” delle persone e del creato. Il Papa ce l’ha confermato quando ha detto che il dialogo tra le religioni è una condizione necessaria per la pace nel mondo. In tempi terribilmente bui come questi l’umanità ha bisogno di uno spazio comune per dare concretezza alla speranza”.
“Abbracciare la speranza”. Con questo auspicio circa 200 persone provenienti dalle Americhe, dall’Africa, dal Medio Oriente, dall’Asia e da tutta Europa, si sono incontrate presso il Centro Mariapoli di Castel Gandolfo (Roma), dal 16 al 19 maggio scorso.
Sono i referenti del movimento Umanità Nuova, espressione sociale del Movimento dei Focolari, di New Humanity la ONG con lo status consultivo nelle Nazioni Unite, insieme ai rappresentanti delle discipline che dialogano con la cultura contemporanea, i referenti di Ragazzi per l’unità e di AMU (Azione Mondo Unito), la ONG che si occupa di progetti speciali e di sviluppo.
Presente anche una delegazione di giovanissimi studenti di scuole superiori che aderiscono a Living Peace International, insieme ai giovani ambasciatori di pace, come Joseph,
dalla Sierra Leone, che ha raccontato che all’ età di soli sei anni è stato reclutato come bambino soldato, fino a diventare ora un giovane leader di pace.
Da tempo ormai, queste diverse espressioni sociali – ciascuna con caratteristiche e finalità proprie – lavorano insieme per contribuire a rispondere concretemente alle problematiche scottanti e alle attese del mondo contemporaneo: “Insieme per l’umanità” è il loro nuovo nome. Cogliendo l’invito del Papa rivolto al Movimento dei Focolari in occasione dell’udienza privata del 7 dicembre 2023, ossia quello di “essere artigiani di pace in un mondo dilaniato dai conflitti”, hanno voluto dedicare l’incontro proprio alla pace.
Un’esperienza di ascolto, riflessione comune e progettazione concreta, realizzata nelle otto comunità distinte per ambiti e passioni. Un percorso che continuerà col Genfest in Brasile, nel prosimo luglio, si intreccerà col Summit for Future dell’ONU nel settembre 2024 e con l’appuntamento a Nairobi con i giovani e le città del mondo, in occasione degli 80 anni delle Nazioni Unite. Durante l’incontro, i presenti,con l’aiuto di esperti e testimoni, docenti, diplomatici, attori sociali e culturali, cittadini organizzati, si sono interrogati su cosa sia la pacese sia davvero possibile raggiungerlae con quali mezzi.
Tante le esperienze toccanti dai Paesi in conflitto. Dalla Siria hanno raccontato la crudezza della guerra che vivono dal 2011, aggravata dall’embargo che colpisce una popolazione stremata. Progetti dell’AMU come RESTART, che supporta microimprese con prestiti e accompagnamento personalizzato, hanno contribuito a rallentare processi di migrazione costanti. Christiane, dal Libano, nonostante la situazione del suo Paese, caratterizzato da inflazione elevatissima e da forte tasso di emigrazione aggravato dagli impatti della guerra in Medio Oriente, non si è arresa: ha creato con suo marito un’impresa produttiva per il sostegno familiare e per aiutare anche gli altri artigiani e i produttori rurali a vendere i loro prodotti. L’iniziativa produttiva si è estesa anche all’Egitto. Dal Congo, sono stati presentati i frutti della scuola per la formazione di leader per la pace. Una diplomata di questa scuola, Joëlle, giornalista e candidata alla presidenza della Repubblica del Congo, ha lanciato la sua piattaforma presidenziale con i valori della pace e della giustizia sociale. I ragazzi ucraini hanno salutato i presenti con un video e altrettanto hanno fatto alcuni ragazzi da Betlemme, dal Pakistan, da Cuba e dalle Filippine. E’ stato presentato il progetto “Insieme per una nuova Africa”, destinato ai giovani africani interessati a cambiare il continente: formati centinaia di giovani e coinvolti altri 9000 giovani in un’esperienza che ha raggiunto 14 nazioni africane. Altrettanto si fa in Messico con l’Agenda Nazionale per la Pace, negli Stati Uniti con le conversazioni coraggiose contro il razzismo.
C’è l’esigenza di una vera formazione alla pace e ai diritti umani nonchè quella di dare un nome ai conflitti, approfondendo le loro ragioni, provando a risolverli con una strategia comunitaria, che ascolti le diverse e plurali posizioni e che preceda e accompagni ogni negoziato. Si è detto che la pace non è solo assenza di guerra. Non tutto ciò che viene definito ordine, è pace. Non è un fatto ideologico: non è pacifismo. E’ la condizione in cui ogni persona può pensare e realizzare il proprio futuro. Ma occorre imparare il dialogo come metodologia, col quale essere disponibili a perdere qualcosa per un bene più grande. In fondo, è questa la motivazione per cui forse non vanno avanti i negoziati e anche le organizzazioni internazionali non sembrano in grado di gestire la crisi. Dialogo, fiducia, reti locali e globali, intergenerazionalità, comunità. Si riparte da qui, da queste parole chiave, incoraggiati anche da Margaret Karram e Jesús Morán , Presidente e Copresidente del Movimento dei Focolari, presenti nella giornata conclusiva. È questa la strada per la pace, alla quale si vuole contribuire concretamente, e insieme.