Movimento dei Focolari
Genfest: osservatorio sulla fraternità

Genfest: osservatorio sulla fraternità

Il logo del progetto (spiegazione sotto)

Quale futuro ci attende? È la domanda aperta di milioni di giovani che dall’Asia al Medio Oriente non vogliono stare a guardare. Il Genfest può segnare un’opportunità, per molti di loro: allargare l’orizzonte oltre le guerre civili e rivoluzioni fallite, crisi globalizzata e cultura della paura, e tentare anche proposte ardite. Come quella di costituire un gruppo di ricerca per studiare se e come il “principio dimenticato” della storia moderna, la fraternità, sia in grado di incidere nelle scelte individuali e collettive.

United World Project (UWP) è il nome del progetto, ideato dai Giovani per un Mondo Unito dei Focolari (www.y4uw.org) e aperto alla collaborazione di tutti gruppi giovanili e reti internazionali, appartenenti ad altre culture e fedi religiose, con cui si è cooperato su temi diversi negli anni passati. Una riflessione ispiratrice: «La fraternità può realizzare nella città libertà e uguaglianza, che consiste nel creare le condizioni perché ciascuno, cittadino, famiglia, associazione, azienda, scuola, possa esprimere la propria personalità e dare il meglio di sé», come affermava Chiara Lubich nel 2001. Ai giovani il compito di tradurre in scelte concrete questo pensiero. Con un supporto di esperti e di giovani professionisti, il progetto ha preso forma, e si articolerà in tre fasi: Network (la rete), Watch (l’osservatorio), Workshop (il laboratorio).

  • United World NETWORK: il comporsi di una rete di giovani in tutto il mondo ai quali si chiede di prendere un impegno personale con la propria firma. Ha come finalità approfondire le esigenze di una cultura di fraternità universale e l’impegno a vivere la “regola d’oro”: fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Questa prima fase del progetto inizierà durante il Genfest, con la prima raccolta di firme, e si svolgerà fino all’avvio della prossima Settimana Mondo Unito, il 1° maggio 2013, quando si costituirà ufficialmente l’Osservatorio permanente.
  • United World WATCH: la costituzione di un Osservatorio internazionale permanente per prendere in esame azioni e iniziative che di fatto sono state in grado di generare un “incremento di fraternità” nel tessuto sociale, economico, culturale e politico del pianeta. Valuterà indicatori di coesione sociale, di pace, di accoglienza e dialogo tra persone di diverse fedi e culture, di interdipendenza, di riconoscimento di diritti, di perdono e riconciliazione, di inclusione e integrazione, di riduzione di disuguaglianze, di rispetto e attenzione dell’ambiente… L’Osservatorio dovrà inoltre promuovere iniziative culturali specifiche.
  • United World WORKSHOP: la richiesta all’ONU di riconoscere l’interesse internazionale della Settimana Mondo Unito, confermando e allargando ancora di più l’appuntamento annuale che da più di quindici anni vede i giovani dei Focolari – assieme a tanti altri – impegnati a dare voce alla fraternità universale. Il processo di riconoscimento presso l’ONU è già avviato.

United World Project è indirizzato a tutti i Paesi, a tutti i popoli, con un posto privilegiato per l’Africa, che da tempo (a partire dagli anni ’60) accoglie i cantieri di fraternità dei Giovani per un Mondo Unito. In questo percorso comune si è imparato, nella condivisione delle sofferenze, anche il forte senso di comunità, i nuovi modelli di partecipazione e il possibile cambiamento. Ark Tabin, delle Filippine fa parte del gruppo di lavoro UWP, e si è occupato in particolare della mappatura che servirà come base  per l’osservatorio, sulle iniziative già in atto nei vari Paesi. Nella sua città, ad esempio, un programma alimentare per i bambini più poveri, e una raccolta di vestiario per i pazienti di un ospedale, provenienti dai villaggi lontani. Per lui la firma significa “non solo sposare un’idea, ma impegnarsi a vivere bene, a guardarsi attorno, a intervenire. Quando hai firmato, vuol dire che vuoi impegnarti a cambiare il mondo a partire da dove sei”. Appuntamento al 1° settembre, quindi, dove la raccolta delle firma sarà parte del Let’s bridge, la costruzione di ponti, metafora sostanziale del Genfest. www.genfest.org Altre info su: https://www.focolare.org/area-press-focus/it/ Logo: Il logo, realizzato da un giovane grafico italiano, si compone da due cerchi. Quello interno – tratteggiato a matita, a dire la sua vulnerabilità – rappresenta il mondo. Quello esterno – di colore blu, a significare l’universalità del cielo – rappresenta un manto che protegge. Sono esclusi altri significati religiosi o politici.


The Genfest 2012 project has been funded with support from the European Commission.
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Genfest: osservatorio sulla fraternità

[:de]Geschwisterlichkeit in der Politik[:]

[:de]Mai 2001. Eine Gruppe slowakischer Abgeordneter trifft sich in Bratislava, der Hauptstadt der slowakischen Republik, mit Chiara Lubich, um über das Prinzip der Geschwisterlichkeit in der Politik nachzudenken: „…Wer religiös gebunden war, erkannte in der Erfahrung, dass wir alle Kinder Gottes und daher Geschwister untereinander waren, die Möglichkeit, das in der Politik umzusetzen. Wer keiner Religion angehörte, orientierte sich zwischen Licht und Schatten der französischen Revolution an ihren Maximen: Freiheit – Gleichheit – Brüderlichkeit, auch wenn diese Brüderlichkeit wenig Anklang gefunden hat. (…) Die Geschwisterlichkeit bietet in der Tat überraschende Möglichkeiten. Zum Beispiel schafft sie die Bedingung dafür, dass man auch die Denkweise der anderen verstehen und sich zu eigen machen kann. Die gelebte Geschwisterlichkeit  ermöglicht es, menschliche Erfahrungen positiv zu bewerten und anzunehmen, die andernfalls Grund zu schweren Auseinandersetzungen werden… Sie festigt das Bewusstsein um die  Bedeutung internationaler Gremien und all jener Prozesse, durch die Ländergrenzen überwunden und Schritte auf die Einheit der Menschheitsfamilie zu gemacht werden. Sie führt neue Prinzipien in die tägliche politische Arbeit ein, die es verhindern, dass man „gegen“ jemanden regiert oder nur Ausdruck eines Teils der Bevölkerung ist. Eine Partei  regiert, andere sind  in der Opposition: aber nur durch ihren gemeinsamen Dienst können die Rechte der Bürger gewährleistet werden. Die Geschwisterlichkeit ermöglicht darüber hinaus die Beziehung zwischen Wählern und Gewählten in den einzelnen Wahlbezirken: sie sind privilegierte Orte für einen echten Dialog zwischen Regierung und Bevölkerung, für die Zusammenarbeit der zivilen und politischen Gesellschaft. Die Geschwisterlichkeit schafft Frieden und Gelassenheit. Die Parteien würden sich durch sie permanent erneuern und die Größe ihrer Aufgabe erkennen. Keine Partei ist zufällig entstanden. Alle haben ihre Wurzeln in geschichtlicher Notwendigkeit, sie haben einen Wert zu vertreten. In der Atmosphäre gelebter Geschwisterlichkeit würden sie immer wieder zu ihren Gründungsmotiven zurückfinden, zu ihren ursprünglichen Werten. Gleichzeitig würde jede Partei die Werte und Aufgaben der anderen Parteien erkennen und schätzen lernen. Sicher, im kritischen Umgang miteinander, der aber in Liebe und gegenseitiger Achtung verläuft und die „Gegenpartei“ stimuliert, ihre eigentliche Aufgabe im Dienst des Allgemeinwohls wahrzunehmen. (…) Die Geschwisterlichkeit wäre also kein Zusatz, sondern die Substanz der Politik, sie müsste Methoden und Ziele kennzeichnen. Allein auf diese Weise würde die Politik ihre wahre Bedeutung erfüllen: Dienst an der Gemeinschaft, in der die Bürger nicht Objekte sondern Subjekte sind“.   Bratislava, Parlament, 10. Mai 2001 Chiara Lubich vor einer Gruppe slowakischer Abgeordneter[:es]

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Evangelizzare noi stessi e gli altri

«Nel ’78 sono partita per la missione in Congo. È stato per me un momento duro. L’Africa, la foresta equatoriale, un mondo tutto nuovo da scoprire e da amare». Così inizia il racconto di suor Valeria dell’ordine di San Giuseppe di Cuneo. L’occasione è stata il Convegno “Carismi per la nuova Evangelizzazione” tenutosi lo scorso 17 marzo a Torino. Il racconto di suor Valeria s’intreccia con quello di suor Nicoletta, anche lei dello stesso ordine. Arrivata a Lolo – piccola diocesi ai margini della foresta equatoriale della R.D.C. –, anche suor Nicoletta “scopre un posto abitato da gente semplice”, soprattutto pescatori ed agricoltori. Dall’altra parte del fiume, suor Valeria da qualche tempo ha avviato una serie di incontri con il gruppo delle Famiglie Nuove dei Focolari. Quel loro essere “sereni, impegnati e uniti” affascina anche suor Nicoletta che decide di invitare a Lolo suor Valeria e le famiglie perché raccontino la loro esperienza. «Sentii allora un forte invito a vivere io pure l’Ideale dell’unità», racconta suor Nicoletta. Anche le famiglie di Lolo cominciano a riunirsi, la Parola di Vita inizia ad essere tradotta, la sua potenza è più forte di ogni tradizione ancestrale che separa la vita dell’uomo da quella della donna. Nonostante le difficoltà, le due suore riescono a trovare momenti di condivisione: si raccontano i frutti della vita del Vangelo. Il vescovo e la superiora generale le incoraggiano ad andare avanti. Nel 1988 a Lolo si svolge la prima Mariapoli con un centinaio di persone. Ad oggi, nonostante sia terminata la missione, il Vescovo ha fatto sapere che molte di queste famiglie sono tutt’ora molto impegnate in diocesi. Da pochi mesi le due suore sono nella stessa comunità, in Italia: «Ci aiutiamo a vivere l’Ideale dell’unità che dà una luce nuova al Carisma del nostro Fondatore Jean Pierre Médaille, il quale già nel 1650 invitava a vivere la comunione con Dio, tra noi e con ogni prossimo; una comunione fondata sulla Parola di Gesù: “Che tutti siano uno” (Giov. 17,21).» “Questa è nuova evangelizzazione: amare, e con la nostra vita dire: Dio ti ama!” – aggiunge suor Valeria; e racconta di un “gruppo di ragazze della scuola media con le quali ci troviamo una volta al mese per portare avanti un cammino di vita cristiana basato sulla Parola di Dio”. Lo portano avanti insieme, lei, una suora di S. Giuseppe, una Figlia di Maria Ausiliatrice e una suora del Cottolengo. “C’è molta comunione tra di noi – conclude – e viene in evidenza la bellezza di ogni carisma”. (altro…)

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Dove sta la bellezza di Chiara

«Dove sta la bellezza di Chiara? È nella semplicità con cui lei si è messa a vivere il vangelo. Ha preso il vangelo e lo ha preso alla lettera e lo vive, tutto lì. Perché il cristianesimo, come diceva San Paolo ai Greci, non sta nella cultura ma sta nella vita, in alcune leggi della vita che sono molto semplici. Mi colpì sempre in Chiara la sua unione con Dio. Ecco, io non ho mai visto un fenomeno simile. Lei vive con Dio in ogni momento qualunque cosa dica, qualunque cosa faccia, dovunque sia. È riuscita a realizzare quello per cui siamo chiamati tutti, cioè di recuperare la nostra unità con Dio, l’unità che è stata spezzata dal peccato originale. È una creatura la quale qualunque cosa dica, qualunque cosa faccia è in armonia con la volontà di Dio. Perciò mi ricordo, quando si andava nei boschi dove si facevano le prime Mariapoli, coglieva un fiore e ne faceva l’interpretazione più bella, più sublime che si possa immaginare, perché ci vedeva l’opera di Dio: perché Dio ha fatto quella corolla, perché Dio ha fatto quelle foglie, perché Dio ha creato la natura così, perché Dio l’uomo ha fatto così. Dappertutto lei cerca la presenza dell’amore, di Dio». Igino Giordani, Loppiano 3 luglio 1974 (altro…)

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Chiara Lubich. Salute, riposo, sport.

In questo libro-intervista edito da Città Nuova, Eli Folonari, accanto a Chiara per oltre 50 anni, racconta alcuni particolari della sua vita, forse sconosciuti ai più. Eccone un assaggio. Che valore dava Chiara alla salute, al riposo, allo sport? Ha sempre avuto una vita molto impegnata e non scevra di difficoltà, perché il suo Ideale era una novità anche per la Chiesa. Un’intensa vita spirituale non può non avere dei riflessi anche sul fisico. A sue spese, quindi, ha fatto l’esperienza che la salute, questo bene datoci da Dio, va difesa, e che anche il corpo ha le sue necessità di riposo e di svago. Voleva che tutti curassero l’alimentazione, le ore di sonno, le terapie… Ogni tanto interrompeva il lavoro in cui era occupata e invitava: «Andiamo a fare una passeggiata in giardino», per un quarto d’ora, o per mezz’ora. Poi riprendeva a lavorare. Amava la montagna, più che il mare… Sì, anche se a volte, quando stavamo a Roma, andavamo a Torvaianica, Ostia, Fregene. Il mare per lei non era particolarmente distensivo. Però un giorno – mi sembra a Rimini – ha osservato: «Il mare dà un senso d’infinito, mentre le montagne limitano. Però – ha aggiunto – portano in alto». Preferiva insomma la montagna. Chiara ricordava quando era salita a piedi sulla Paganella col papà, o quando, appena fuori Trento, si fermava sotto un pino e faceva colloqui ora con l’una ora con l’altra delle prime compagne. Amava passeggiare? Camminava più di tutte noi, all’inizio anche passeggiate lunghe. L’ernia al disco di cui ha sofferto nel 1973 le è venuta perché, facendo una scorciatoia, è scesa per un sentiero troppo ripido e accidentato. E remare? No, non era per l’acqua, da brava trentina. Anche se, durante le vacanze in Svizzera, le lunghe e belle gite in battello sul lago di Ginevra o di Brienz erano occasione per dire ai suoi primi compagni “cose belle” ! La macchina era fonte di riposo per lei? Sì, abbastanza distensiva. Ma spesso in auto lavorava, scriveva o leggeva. Come si riposava nel ritmo quotidiano? Raramente ascoltava musica o faceva qualche lettura distensiva. Piuttosto vedeva alla tv qualche film, non solamente su tematiche religiose, anche di genere poliziesco: L’Ispettore Derrick, il Tenente Colombo… Oppure, sempre in tv, assisteva a qualche evento sportivo. Non tifava per una squadra in particolare: sapeva però distinguere chi giocava bene e chi no. Organizzava anche momenti ricreativi. Sì, avendo una vita molto intensa, con i primi compagni e le prime compagne le piaceva ogni tanto trascorrere assieme qualche momento distensivo: ciò non toglie che per lei fosse sempre… impegnativo. Magari diceva: «Vengono alcune persone a pranzo, si tratta di sostenere due ore: preparate voi qualcosa». E allora mentre Doni cercava delle barzellette, io m’incaricavo di rintracciare sulle relazioni qualche fatterello non impegnativo. Un piatto preferito? Le piacevano il prosciutto e la pastasciutta. Non mangiava volentieri la carne o il pesce, né cibi troppo elaborati. Preferiva cose semplici come le patate. Sua madre raccontava di quando, piccolina, non sapeva quasi ancora parlare, ma diceva “pa-ta-ta”. Anche i gelati le erano graditi. Chiara, fin da giovanissima, come si rileva anche dai suoi diari, ha avuto presente l’idea della morte. E questo la spingeva a vivere più intensamente il momento che le era dato come preparazione all’altra vita. Sì, a vivere con più intensità. Nelle lettere dei primi tempi il leit motiv era sempre lo stesso: tutto passa, la vita è breve e abbiamo poco tempo. Chiara scriveva alla mamma: «Se io dovessi morire, continua tu il mio Ideale». Tratto da Lo spartito scritto in cielo. Cinquant’anni con Chiara Lubich, Giulia Eli Folonari, Città Nuova Editrice 2012 Foto: © Archivio fotografico Centro Chiara Lubich (altro…)

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Alzheimer Café

«Qualche tempo fa ho accettato una proposta che era una sfida: diventare caregiver di mia zia affetta dal morbo di Alzheimer. Caregiver è un termine inglese che indica coloro che offrono cure ed assistenza ad una persona malata o in difficoltà. Ho iniziato ad occuparmi quotidianamente di lei aiutandola in vari modi, oltre che facendole compagnia. Standole accanto ho vissuto con dolore il suo lento e progressivo deterioramento cogliendo anche, giorno dopo giorno, il suo affidarsi alla mia persona. Nell’attraversare personalmente la sofferenza ho avvertito solitudine e paura sperimentando anche “il vuoto” delle Istituzioni. In questa situazione mi ha dato forza pensare a Gesù Crocifisso ed Abbandonato che, pur nel dolore, non ha smesso di amare. Un giorno ho chiesto al medico specialista in Alzheimer che curava mia zia di affrontare insieme, in maniera diversa, la malattia. È nata così l’idea di dar vita ad un’Associazione per tenere viva l’attenzione sul problema del morbo di Alzheimer e della sua gestione, ma anche per vivere l’Alzheimer creando sinergie tra malati, famiglie, società e Istituzioni. Con una decina di amici abbiamo così costituito l’Associazione: “Umanità Nuova – La casa dei sogni”. In effetti c’è bisogno di sognare: se si sogna da soli è facile che il sogno rimanga tale, se si è in tanti, imparando a condividere i dolori e i bisogni, allora il sogno può diventare realtà. La prima attività è stata un corso di informazione per volontari e familiari dal titolo “La malattia di Alzheimer e le altre demenze”. Agli incontri hanno dato un contributo gratuito medici, psicologi e volontari ospedalieri. Vi hanno partecipato una trentina di persone, in maggioranza parenti di malati. Al termine del corso è nata l’idea dell'”Alzheimer Ca” per vivere con i malati momenti di famiglia in un caffè, luogo simbolo della vita sociale. Li abbiamo accompagnati in un bar per consumare insieme una cioccolata calda o un succo di frutta. Un’esperienza che da allora è continuata: attualmente ne accompagniamo 35. Uno di loro non usciva di casa da tre anni ed un altro non voleva partecipare, perché non possedeva scarpe, ha accettato quando gli abbiamo detto che poteva venire in pantofole! L’Assessorato ai Servizi Sociali si è interessato a questa attività mandandoci per vari mesi una macchina con autista per il trasporto dei nostri amici all’ Alzheimer Café. La presenza nella vicina città di Foggia dell‘istituto di incremento ippico ci ha fatto venire un’altra idea: abbiamo organizzato una visita con i malati e le famiglie per vedere scuderie e carrozze d’epoca. Abbiamo chiesto a tutti di portare gli album di fotografie del loro matrimonio, qualche decennio fa infatti le carrozze erano usate anche per andare a sposarsi. L’iniziativa è stata un successo e l’anno successivo l’abbiamo ripetuta con una novità: abbiamo adottato alcuni asinelli destinati alla soppressione per stimolare le capacità relazionali dei malati. L’Associazione organizza anche corsi annuali per la formazione degli operatori sanitari e di sostegno ai familiari dei malati.  Nella nostra città molti ormai conoscono la nostra Associazione, tanti ci vogliono bene e si mettono a disposizione se abbiamo bisogno di aiuto. Per condividere la festa in occasione del primo anniversario dell’Associazione è intervenuto anche il Vescovo della città, Mons. Lucio Angelo Renna. Dal mese di gennaio 2012 l’esperienza è approdata anche nella vicina città di Torremaggiore (Foggia). Stesso clichè: appuntamento il giovedì nel bar Plaza per una cioccolata calda o un gelato, a seconda della stagione, con una diecina di amici del luogo. Fra di loro un bel clima di solidarietà. Da San Severo Antonella ci arriva con la zia Cornelia, e con due o tre assistenti-volontari». Per saperne di più: Associazione “La casa dei sogni” – San Severo (Foggia) – Italia – www.lacasadeisogni.biz Antonella De Litteris (altro…)

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A settembre LoppianoLab 2012

Italia Europa. Un unico cantiere tra giovani, lavoro e innovazione. È ambizioso il titolo della terza edizione di LoppianoLab, appuntamento promosso dai Focolari in Italia con l’obiettivo di mettere sempre più in rete le forze migliori del Paese, dal mondo del volontariato e del no profit, a quello delle imprese, con le centinaia di visitatori, che giungono nella cittadella di Loppiano spinti da un interesse culturale/lavorativo e di ricerca di spiritualità e pensiero… Quest’anno in particolare si approfondiranno attraverso alcuni laboratori tematici gli argomenti di politica, intercultura, famiglia, emergenza educativa, legalità, informazione, arte. L’Europa rimane come tema trasversale a tutti i workshop e gli appuntamenti. Intanto una delle proposte emerse dal LoppianoLab2011 hagià preso forma: il Good News Day, giornata nazionale delle buone notizie, lo scorso 13 maggio, in cui si è data voce alle storie di altruismo, generosità, solidarietà costruite quotidianamente da tanti. I principali eventi della manifestazione (scarica programma ) 

  • “Italia Europa. Un unico cantiere tra giovani, lavoro e innovazione” – laboratorio principale a cura dei soggetti promotori con la partecipazione di esperti a livello nazionale per indicare piste operative comuni.
  • EXPO 2012 – Aziende in rete. Per promuovere idee e sinergie negli ambiti dello sviluppo sostenibile e delle energie rinnovabili, dei servizi alla persona, dell’attenzione all’uomo, all’ambiente, al cibo e al territorio, presso il Polo Lionello Bonfanti.
  • Convegno nazionale del Gruppo Editoriale Città Nuova “Città Nuova e il Progetto Italia” e laboratori tematici.
  • In dialogo con Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari –  22 settembre
  • Convention italiana di Economia di Comunione – “EdC come impegno personale e collettivo: una possibilità per tutti”.
  • Serata culturale a cura dell’Istituto universitario Sophia e del Gruppo editoriale Città Nuova – “Mito e fraternità. Ospite d’onore la poesia”.
  • Open City – Percorsi di cultura, musica, gastronomia e fraternità nella cittadella di Loppiano.
  • Seminario “Giovani e lavoro: work in progress. E se regalassimo al lavoro la fraternità?” Promosso dalle Scuole di Formazione Politica del Movimento Politico per l’Unità, l’appuntamento si avvale di un’esperienza ormai consolidata che ha coinvolto ad oggi oltre 500 giovani sul territorio nazionale in un percorso di partecipazione attiva e responsabile in politica, intesa come servizio, a partire dalle proprie città. Si affronteranno i temi del diritto al lavoro oggi in un mercato “liquido”; ricerca, incontro tra domanda e offerta, posto fisso, mobilità e precariato, sicurezza, equa retribuzione.

Nella terza edizione di LoppianoLab i giovani, infatti, offrono e cercano un nuovo coinvolgimento per progettare il proprio futuro. Diversi i progetti in campo che li vedono impegnati in due direzioni chiave: partecipazione-impegno civico e lavoro-innovazione. Per info: http://www.loppianolab.it/ (altro…)

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Il principio costituzionale di fraternità

Il principio di fraternità è presente nell’ordinamento costituzionale? È la domanda sulla quale si traccia un itinerario di ricerca. L’esperienza di altri ordinamenti (quello francese in primis) e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’ONU lo conferma. In questi anni l’attenzione a tale principio è cresciuta anche tra i giuristi, stimolati a rivisitarne l’applicazione dalla crisi che attraversano i sistemi di welfare state. Lo studio intende mostrare come la Costituzione italiana rappresenti una traduzione fedele e paradigmatica di un modo di pensare l’organizzazione politica attorno a un’interpretazione del rapporto uomo-società centrata sul principio di fraternità. L’Autore Filippo Pizzolato: Professore associato di Istituzioni di diritto pubblico presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Insegna anche Dottrina dello Stato presso l’Università Cattolica di Milano. È autore di numerose pubblicazioni sulla Costituzione italiana e, in particolare, sui principi personalistico e di sussidiarietà.

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Non basta prescrivere medicine

Photo by Martina Bacigalupo/VU«Sono medico e lavoro in un ospedale pubblico. Un giorno la polizia ci porta un uomo con due proiettili nella gamba. È il tipo di paziente che nessuna clinica vuole: un ladro, colto in flagrante. È stato gravemente ferito nello scontro con la polizia che l’ha portato da noi. È quasi immobile nel suo letto, senza nessuno ad assisterlo, neanche i genitori si sono fatti vivi – come sarebbe l’usanza – avendo saputo che ha rubato. Nella maggioranza delle cliniche dell’Africa è compito dei parenti di portare il cibo ai pazienti, lavare i vestiti, aiutarli in qualsiasi bisogno materiale: nell’assenza dei famigliari il paziente è perciò completamente abbandonato. Il personale dell’ospedale è incaricato solo di somministrare le cure mediche. In più, gli altri malati e il personale sanitario, non sono contenti di questo malfattore. Per questo ha molte difficoltà per trovare da mangiare e, costretto a stare immobile a letto, pian piano l’odore diventa insopportabile. Mi lamento con il commissario di polizia che ci ha scaricato una persona senza assistenza. “Questo è il lavoro del personale medico!”, replica con durezza. Mi viene in mente che in altri paesi anche le cure del paziente spettano al personale sanitario. Cerco di spiegare ai miei colleghi che dobbiamo interessarci di questo paziente, ma non riesco a convincerli. Cerco di sensibilizzare i malati che occorre accettare questo paziente. In verità, con poco successo. A un dato punto  mi chiedo: “Esorto gli altri, ed io? Che cosa faccio per lui? Sì, gli prescrivo le medicine. Gli do un posto nel reparto. Ma, questo è soltanto il mio dovere.  Ora, occorre che faccia io stesso ciò che chiedo agli altri: andare oltre il minimo.” Faccio uscire il paziente dal letto e  lo lavo. “Oh! È da quasi due mesi che non mi sono lavato!”, esclama con gioia. “Com’è piacevole sentire ancora i raggi del sole sulla pelle!” Chiedo poi a uno dei lavoratori di lavare i panni del paziente e gli offro una piccola ricompensa. Poi, con un altro collega sostituiamo il suo materasso che era in cattive condizioni. Infine, lascio una piccola somma al paziente stesso, in caso abbia bisogno di qualcosa. Questo gesto porta frutti. I lavoratori, ad esempio, cominciano a gettare regolarmente i suoi rifiuti. Suscita compassione negli altri pazienti, che ora condividono il loro cibo con lui. Dopo qualche tempo egli può andare via dall’ospedale. È allegro. Mi dice che non ruberà più. Persino segue il mio consiglio di non andar via prima di presentarsi alla polizia per sottoporsi alle azione giudiziarie del caso. Sente che deve assumere la responsabilità delle sue azioni.» Dott. H.L. (Burundi) (altro…)

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Filippine, tra i villaggi di montagna

«Sono una maestra elementare e spesso vengo mandata a insegnare nei villaggi di montagna. Qui, nascosti in territori remoti e impervi, vivono anche gruppi di terroristi che si proclamano liberatori del popolo. Mi era già capitato di imbattermi in quei drappelli, ma ero scappata, trovando un nascondiglio fra le rocce. Una volta, purtroppo, non sono riuscita a nascondermi in tempo. Mi hanno rapita e trascinata al loro campo. Durante quegli interminabili giorni in cui sono rimasta segregata, sono stata sottoposta più volte a lunghi interrogatori. Nonostante la paura, ho cercato di rispondere con molto rispetto, dicendo sempre la verità. Uno di loro, in particolare, ha cercato per ore di indottrinarmi sulla loro ideologia, voleva convincermi a sposare la loro causa. Quando mi ha chiesto cosa ne pensassi, non ho voluto commentare. Il giorno seguente, al ripetersi del suo discorso, ho obiettato che occorre prima cambiare se stessi se vogliamo trasformare le strutture di potere che ci sembrano ingiuste. A cambiarci è l’amore che ognuno ha per l’altro”, ho cercato di spiegargli. Forse le mie parole lo hanno toccato, forse gli hanno ricordato principi in cui aveva creduto. Fatto sta che dopo questo interrogatorio mi ha lasciato andare. Da quel giorno ho sempre continuato a pregare per quell’uomo e i suoi compagni. Recentemente, con mia sorpresa, l’ho riconosciuto in televisione, mentre davano la notizia di un terrorista che aveva consegnato le armi ai militari, lasciando il suo gruppo». Nelda, Filippine. Tratto da “Una buona notizia”, Ed. Città Nuova, Roma, pp. 56/57 Il volume si presenta come un contributo propositivo alla Nuova Evangelizzazione, in vista del Sinodo di ottobre. Contiene 94 brevi storie provenienti da tutto il mondo. (altro…)

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Quando il dialogo vince sulla diversità

«La nostra storia – racconta Lucia – comincia 42 anni fa quando abbiamo deciso di condividere il nostro cammino. Frequentandoci, però, abbiamo scoperto di non pensare allo stesso modo, soprattutto nel campo religioso: io avevo la fede, lui no. All’inizio, non mi sono preoccupata; non credevo che questo avrebbe influenzato la nostra vita futura insieme. Invece, il primo scontro lo abbiamo avuto quando, rimasta incinta, bisognava decidere se portare avanti la gravidanza o no. «Ero troppo giovane – continua Tonino – per pensarmi come padre e marito; ero ancora studente, avevo tanti progetti per il futuro, ed ora mi ritrovavo a dover prendere una decisione che ti cambia la vita! A malincuore ho accettato la determinazione di Lucia di tenere il nascituro e di celebrare il matrimonio in Comune. Durante la gravidanza tutto è andato bene ma, appena è nata la bambina, mi sono sentito di nuovo schiacciato da un’enorme responsabilità tanto da fuggire da tutto e tutti. «All’improvviso mi sono ritrovata sola – anche se i miei genitori non mi hanno mai abbandonata -, con una bambina da crescere. Gli anni successivi furono all’insegna della sofferenza, soprattutto quando lui decise di chiedere la separazione. «Volevo vivere la mia vita – conferma Tonino –. Ottenni la separazione e, successivamente, il divorzio. Ero nuovamente libero. Molto spesso, però, mi ritrovavo a pensare a loro, e fu così che maturai la decisione di ritornare sui miei passi. Ricominciai a corteggiare la mia ex moglie e a vedere mia figlia. Ben presto sentimmo il bisogno di una nostra casa, della nostra intimità, per ricostruire la famiglia. Accettai anche di celebrare il nuovo matrimonio in chiesa. «Quegli anni pieni di sofferenze e tormenti ormai facevano parte del passato – ricorda Lucia. Avevamo una nuova vita e anche una seconda figlia, Valentina. Con la sua nascita è cominciato un periodo di maggiore serenità, dovuto sia ad una conquistata sicurezza lavorativa ed economica sia al fatto che, pian piano, cominciavo ad accettare di vivere la mia vita accanto ad una persona così diversa da me. Dopo qualche anno all’improvviso, nella nostra famiglia, a stravolgere tutto, è arrivato il Movimento dei focolari! Valentina, invitata da un’insegnante, aveva conosciuto le Gen4, le bambine dei Focolari. E’ iniziato per lei, e successivamente per noi, un cammino diverso. «Mi toccava accompagnare Valentina agli incontri delle Gen4 – spiega Tonino. Quando andavo a riprenderla era sempre contenta e, appena entrata in macchina, si scusava del ritardo (mi faceva aspettare sempre almeno mezz’ora) e cominciava a raccontarmi la sua bella serata. Contaminato da questo suo entusiasmo e dalla festosa accoglienza che tutti nel Movimento – pur non avendo io nessun riferimento religioso -, mi riservavano, sono diventato anch’io un componente di questa famiglia. Inizialmente mi sono inserito nel gruppo degli “amici del dialogo”, formato da persone di convinzioni diverse. «Qualche tempo dopo anch’io – incuriosita che un movimento cattolico accettasse mio marito non credente –, cominciai a frequentarlo, e man mano che approfondivo la conoscenza della spiritualità focolarina tante domande trovavano risposta. Di strada insieme ne abbiamo fatta; tante barriere sono state abbattute. Ho imparato ad ascoltare, senza la paura di perdere me stessa, e a dare spazio al silenzio interiore ed esteriore per accogliere e capire l’altro. «La nostra diversità, non solo religiosa – sottolinea Tonino –, non ha affatto ostacolato il nostro percorso di vita insieme. La scelta di Valentina, di diventare focolarina, non mi ha trovato impreparato, avendo condiviso tanto con lei; il rapporto tra noi non si è minimamente scalfito, anzi, si è maggiormente consolidato, a differenza di Lucia che, seppur all’inizio, non l’ha accettata di buon grado. «Per me, non è stato subito facile accettare la scelta di Valentina – confessa Lucia. Avrei voluto che facesse prima altre esperienze, come per es. avere un fidanzato, un lavoro, in modo da poter confrontare le due realtà e decidere serenamente. Lei invece sentiva fortemente che quella era la sua strada. Ormai sono otto anni che è in focolare, sempre più convinta. Ora sono contenta di averla assecondata: pur essendosi consacrata a Dio, non trascura mai il suo rapporto con tutta la famiglia. «Ringrazio Chiara Lubich e tutta la comunità di cui faccio parte – conclude Tonino –, per aver dato a me e a tutti coloro che condividono il mio stesso pensiero, l’opportunità di rafforzare questo desiderio di unità per seguire un cammino basato sui valori fondamentali della fraternità e dell’amore verso il prossimo.» A cura del Centro internazionale per il dialogo tra persone di convinzioni non religiose (altro…)

Genfest: osservatorio sulla fraternità

Una scoperta, mentre la terra trema

«Sono arrivata a casa da mia madre, poche ore dopo la prima grossa scossa di terremoto. Abbiamo cercato di capire cosa fare, come organizzarci per la notte… ogni pochi minuti ci sembra di dover scappare! E come fare con le persone sole che vivono nel mio stesso palazzo? Con un po’ di coraggio, le invito tutte ad uscire insieme, a sistemarci per la notte presso la palestra comunale vicina, dove la Protezione Civile sta allestendo un Centro di accoglienza. Intorno a noi un centinaio di sguardi persi, bambini e neonati in lacrime, anziani in carrozzella… Taccio, perché chi soffre ha una sensibilità particolare che non ha bisogno di tante parole. Le persone sentono l’amore attraverso piccoli atti concreti. È quello che cerco di fare quella notte. Ma dentro il cuore si spacca in due.Arriva un momento in cui ogni parola sembra inutile: come spiegare che la mia terra – mai si sarebbe detto – ha ingoiato la vita di persone che, fino a ieri, avevano un’esistenza tranquilla e senza troppi sussulti, nonostante la crisi? La terra continua a tremare. Il tempo scorre inesorabile e lentissimo, la notte sembra non finire mai. E così i giorni successivi, ogni attimo… Dopo aver sistemato l’appartamento per la caduta di un mobile e la rottura di altri oggetti di poco valore, convinco finalmente mia mamma ad allontanarsi dalla zona “rossa”, a sistemarsi da mia sorella a circa 150 Km di distanza. Poi una seconda scossa, la mia città natale è ora una città fantasma: molte case distrutte, migliaia le persone che dormono fuori casa, nelle tende o lontano. E la terra continua a tremare. A Modena una maestra racconta: “Questa mattina, mi sono trovata sotto la cattedra a stringere sul pavimento il braccio del bambino che si trovava più vicino a me, e che tremava, mentre gli altri mi chiamavano e io non potevo che dire loro: state tranquilli. Venti secondi sono un soffio, ma possono diventare un’eternità. Qualcuno piange, ma escono tutti dietro a me. Ci si aggrappa a poche cose certe, all’altro che si ha a fianco. In mezzo al giardino, tra gli alberi, i genitori arrivano alla spicciolata, le facce terree che cercano l’unica cosa rimasta salda nel terremoto: le facce dei loro figli.” Ho negli occhi la tristezza e gli sguardi sconsolati delle persone che conosco del mio paese, degli anziani soprattutto, e dei bambini … e anche dei sacerdoti che non hanno più una chiesa in piedi: Gesù Eucaristia è stato il primo sfollato, da tutti i paesi colpiti. Le chiese di mattoni non ci sono più, ma il primo mattone da ricostruire siamo noi. La domanda a cui rispondere: c’è qualcosa nella vita che non trema? Cosa vuole dirci il Signore con tutto questo? Alle volte la sua è una scrittura “illeggibile”. Ci vuole fede, e se ne basta un pizzico per “spostare le montagne” chiediamo che possa davvero “fermare le pianure”! C’è qualcosa che non trema? Sì, Dio Amore. Tutto può crollare, ma Dio resta. Intanto arrivano messaggi da tutte le parti del mondo, da amici, parenti: siamo con voi, preghiamo per voi, siamo lo stesso corpo e quando una parte soffre tutto il corpo soffre. Sì, siamo una cosa sola e questo dà forza, dà energia e vita nuova! La gente emiliana è forte, tenace e lavoratrice. Ha un profondo senso della solidarietà e della condivisione. Le maestre del mio paese, alcuni giorni dopo la chiusura delle scuole, sono andate nei campi di raccolta e di accoglienza, vestite da pagliacci per fare giocare i loro alunni che avevano passato la notte nelle tende o nelle auto… Stiamo vivendo un tempo di buio, ma c’è anche la speranza che le macerie non siano la parola “fine”.» Sr. Carla Casadei, sfp (altro…)

Genfest: osservatorio sulla fraternità

Genfest 2012: Are you ready to go?

Máté

Perché partecipi al Genfest? Leandro: “Partecipare al Genfest è stato sempre un sogno,che finalmente può diventare realtà. Voglio entrare nella storia e dire: c’ero anch’io”. Paola: “Ho la convinzione che sarà la punta dell’iceberg di tanta vita! Non uno spot, ma l’espressione di quanto già c’è: un puzzle di vite, potente, che mi ricorderà che non sono sola e che darà coraggio a tutti per continuare a costruire un mondo più unito”. Máté: “Mi sono sposato la scorsa estate con Klari. Il Genfest sarà un’occasione speciale per vivere anche come coppia insieme a tanti altri giovani ed essere dono gli uni per gli altri”. Il titolo Let’s Bridge cosa ha suscitato in te?

Paola

Leandro: “Costruzione di rapporti, canali di comunicazione. Suscita e mette in moto tutti i mezzi che ho per stabilire un rapporto, che mi spinge verso l’altro”. Paola: “Carica, grinta e speranza!” Máté: “Un ponte é molto grande ed è molto difficile da costruire. Questo titolo mi spinge a non aver paura delle difficoltà: se voglio amare e faccio la mia parte, Dio mi aiuterà, come un ingegnere sopranaturalmente professionale!” Mancano 2 mesi al Genfest: come ti stai preparando e con chi andrai?

Leandro

Leandro: “Chiedo a Dio nella Messa che tutto vada bene, anche nella preparazione. Dalla regione di San Paolo saremo circa 185”. Paola: “Sono i mesi più intensi e il mio impegno è non far passare giorno senza parlare a qualcuno del Genfest e senza pregare per esso. Tenendo presente però che il Genfest non è il fine. L’obiettivo non è ‘far numero’. La priorità è sempre fissa nell’amare e amare insieme… la caratteristica insomma della nostra vita gen”. Máté: “Mi sto preparando cercando di amare tutti, a cominciare da chi mi sta più vicino: Klari, i colleghi di lavoro, gli amici della squadra di basketball…”. Quale sarà il tuo kit di sopravvivenza nei giorni del Genfest? Leandro: “Zaino, macchina fotografica, qualcosa da mangiare, il mio cellulare connesso alle reti sociali (voglio dire a tutti che sono ad un incontro come questo!) e tante bottiglie d’acqua!” Paola: “Mah, a questo ancora non ci avevo pensato!! Credo che l’intesa con tutti quelli con cui abbiamo lavorato in questi mesi per preparare il Genfest, varranno più di tante parole! Chiara Lubich diceva che non si costruisce nulla di valido senza il sacrificio; e il ricordarci dei giorni vissuti nella preparazione, ci aiuterà nei possibili tentennamenti che verranno e sarà la garanzia che siamo in cordata”. Stralci dell’intervista pubblicata sull’edizione speciale del Giornale Gen 5-6, maggio-giugno 2012.


The Genfest 2012 project has been funded with support from the European Commission.
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Luglio 2012

«A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha».  Quale è dunque il significato di questa frase di Gesù? Egli ci invita ad aprire il nostro cuore alla Parola che è venuto ad annunciarci, e di cui ci chiederà conto alla fine della vita. Gli scritti evangelici ci mostrano come l’annuncio di questa Parola sia al centro di tutti i desideri e di tutta l’attività di Gesù. Noi lo vediamo recarsi di villaggio in villaggio, per le strade, per le piazze, per le campagne, nelle case, nelle sinagoghe ad annunciare il messaggio della salvezza, rivolgendosi a tutti, ma specialmente ai poveri, agli umili, a quelli che erano stati emarginati. Egli paragona la sua Parola alla luce, al sale, al lievito, ad una rete calata in mare, al seme gettato nel campo; e darà la vita perché il fuoco, che la Parola contiene, divampi.  «A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». Dalla Parola, che egli ha annunciato, Gesù si aspetta la trasformazione del mondo. Di conseguenza, egli non accetta che di fronte a questo annuncio si possa restare neutrali o tiepidi o indifferenti. Non ammette che un dono così grande, una volta ricevuto, possa rimanere inoperoso. E per sottolineare questa sua esigenza, Gesù riafferma qui una sua legge che sta alla base di tutta la vita spirituale: se uno mette in pratica la sua Parola, egli lo introdurrà sempre più nelle ricchezze e nelle gioie incomparabili del suo regno; al contrario, se uno trascura questa Parola, Gesù gliela toglierà e l’affiderà ad altri per farla fruttificare. «A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». Questa Parola di vita ci mette in guardia quindi contro una grave mancanza in cui  potremmo cadere: quella di accogliere il Vangelo, facendolo magari solo oggetto di studio, di ammirazione, di discussione, ma senza metterlo in pratica. Gesù invece si aspetta da noi che accogliamo la Parola e che la incarniamo dentro di noi, facendola diventare quella forza che informa tutte le nostre attività e così, attraverso la testimonianza della nostra vita, sia quella luce, quel sale, quel lievito che a poco a poco trasforma la società. Prendiamo allora in evidenza durante questo mese una fra le tante Parole di vita del Vangelo e mettiamola in pratica. Arricchiremo la nostra gioia con altra gioia. Chiara Lubich

Pubblicata nel 1996,  in Città Nuova, 1996/12, pp.32-33.


[1]     Mt 13,13.

Genfest: osservatorio sulla fraternità

Studio e vita: la fraternità nel conflitto

«La mia famiglia vive in Giordania da anni, ma siamo di origine palestinese. Sento sulla mia pelle la tragedia che divide il mio popolo da quello israeliano. Come tutti sanno, la situazione è ancora gravissima. A mio padre, per motivi politici, è vietato da 30 anni tornare in Palestina. Per me è difficile anche semplicemente andare a trovare i miei parenti rimasti a Bethlehem. Alcuni della mia famiglia sono stati in prigione in Israele; altri sono morti a causa della guerra. L’ingiustizia di questa vicenda mi fa male, e siccome la cultura in cui sono nata incoraggia le persone a rispondere alla violenza con la violenza, anch’io avvertivo questa violenza dentro di me e la giustificavo ogni volta che la vedevo negli altri. Sono venuta a studiare in Italia, all‘Istituto universitario Sophia; avevo tante domande… Qui sto facendo una esperienza nuova, forte. Ho scelto l’indirizzo politico e ho cominciato ad entrare in un nuovo scenario: ho scoperto, ad esempio, che il principio della fraternità può essere una vera e propria categoria politica accanto alla libertà e all’uguaglianza. Ho capito che la fraternità è una scelta, una risposta che ripara l’ingiustizia. Qui non si studia soltanto, si dà una grande importanza all’esperienza, e più si vive più si comprende ciò che si studia. (leggi tutto) Fonte: sito ufficiale dell’Istituto internazionale Sophia: http://www.iu-sophia.org (altro…)

Genfest: osservatorio sulla fraternità

Focolari e Rio +20

Rio +20, la Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, tenutasi a Rio de Janeiro, Brasile, dal 13 al 22 giugno2012, ha questo nome perché cade a 20 anni di distanza dal “Vertice della Terra” di Rio de Janeiro del 1992. Da allora è stata richiesta la partecipazione di tutti i settori della società, secondo l’idea che lo sviluppo sostenibile non possa essere raggiunto dai soli governi, ma necessiti anche la presenza della società civile. A questi gruppi è chiesto di partecipare in modo attivo e di contribuire concretamente al raggiungimento degli obiettivi della conferenza. La partecipazione del Movimento dei focolari si è svolta con la veste istituzionale dell´Ong New Humanity – che ha lo status consultivo nel Consiglio Economico e Sociale dell´ONU (ECOSOC) –, con il sostegno della casa editrice brasiliana Cidade Nova e del Movimento Umanità Nuova, con i contributi di EdC, Mppu e EcoOne. La delegazione era composta da 28 esperti nel campo dello sviluppo, dell’ecologia, della politica, dell’arte, della comunicazione, dell’economia, dello sport, provenienti da diverse regioni del Brasile, Argentina e Germania. Gli appuntamenti in cui la delegazione è scesa in campo:

  • La forza del business al servizio della società, conferenza tenutasi il 16 giugno nel “Forum sull’imprenditorialità sociale nella New Economy”, durante un evento parallelo. Si è presentata, tra l’altro, l’Economia di Comunione con l’esperienza dell’imprenditore brasiliano Glaison José Citadin.
  • Al Summit dei Popoli (evento promosso dalla società civile in parallelo alla Conferenza Rio +20), il 16 giugno, la scuola di formazione del Movimento Politico per l’Unità (Scuola Civitas), in partnership con altre organizzazioni, ha presentato il Mppu e l’Economia di Comunione.
  • Una celebrazione ecumenica promossa dal Consiglio Nazionale delle Chiese Cristiane (Conic), per mettere in luce l’impegno delle chiese cristiane nella salvaguardia dell’ambiente.
  • Al side event “The human being: the core of a sustainable city” (L’essere umano, centro di una città sostenibile), il 19 giugno, è stata ripercorsa l’esperienza di oltre 20 anni dell’ONG AVSI nel settore urbano dei paesi in via di sviluppo.
  • Infine la partecipazione, dal 20 al 22 giugno, presso il Riocentro Convention Center, alla serie di discussioni e side events in cui la società civile ha affrontato questioni prioritarie nell’agenda internazionale per lo sviluppo sostenibile. Questi eventi si sono verificati in concomitanza con le sessioni plenarie e incontri ufficiali tra i capi di Stato e di governo.

Molti i temi toccati nel quadro dello sviluppo sostenibile: povertà e ambiente, ruolo delle donne, energia alternativa, strategie per combattere il processo di desertificazione, sicurezza alimentare, disoccupazione, accesso alle informazioni, collaborazione scientifica internazionale, popolazioni indigene. E varie sono le considerazioni al termine della Conferenza: perplessità sul documento finale, The Future We Want, per gli obiettivi poco chiari, ma interesse per il coinvolgimento della società civile e del settore imprenditoriale. “La questione della sostenibilità è la più grande opportunità di pensare l’umanità contemporanea nel suo insieme piuttosto che come un mondo frammentato, in conflitto costante e in concorrenza” dichiara Adriana Rocha, brasiliana, artista e pittrice, presidente dell’ONG Afago (São Paulo), membro della delegazione. E Andrés Porta, chimico argentino, professore e ricercatore all’Università de la Plata e membro di EcoOne: “Quello che a mio parere ancora manca è l’ascolto e il dialogo tra le posizioni dei paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, tra le idee ed i valori del pensiero capitalista e delle popolazioni indigene e di altre minoranze”. Proposta per migliorare: continuare a lavorare con le scuole di formazione dei giovani, come contributo per una base di dialogo anche per gli incontri internazionali su più vasta scala. (altro…)

Genfest: osservatorio sulla fraternità

Prende forma il Genfest

Un anno dopo l’inizio dei lavori, in 90 tra giovani e adulti dei Focolari,  si ritrovano a Roma per l’assemblaggio dell’evento. Sono autori, produttori, coreografi, costumisti, tecnici, direzione artistica e regia, impegnati da vari mesi nella preparazione del Genfest 2012. A questo punto il programma è chiaro: si delinea durante i tre giorni secondo un percorso che prevede molteplici attività. Da un concerto allo scambio di esperienze e di iniziative, da momenti di preghiera ad un Flashmob, al lancio del progetto United World Project, tutte orientate – come esprime il titolo scelto “Let’s bridge!” – ad un impegno attivo nel costruire ponti di fraternità tra le persone. I 12.000 posti disponibili sono in pratica esauriti. I giovani del Genfest provengono da tutti i continenti, anche se i più numerosi sono gli europei. Significativi i numeri annunciati da Paesi molto lontani dall’Ungheria: fra gli altri, 180 dall’Argentina, 160 dalla Corea. Dal Medio Oriente verranno in 250 e altri 40 dall’Africa. Si moltiplicano ovunque iniziative per raccogliere fondi per coprire le spese di viaggio e di partecipazione. Una comunione dei beni mondiale in atto, permette che siano presenti anche giovani da Paesi più poveri. (http://giovaniperunmondounito.blogspot.it/) Venerdì 31 agosto – Accoglienza ai 12.000 partecipanti sul piazzale dello Sports Arena con stand, spazi artistici e un’area sportiva. La serata sarà trascorsa all’interno dell’Arena con un concerto:

  • 21 canzoni originali, scelte tra le 70 composte da giovani di tutto il mondo in risposta al concorso promosso dal Genfest 2012;
  • 6 band, da Argentina, Burundi, Costa Rica, Giordania, Italia e Portogallo;
  • 1 band formata per l’occasione, con membri provenienti dall’Austria, Brasile, Corea, Filippine, Italia e Slovacchia;
  • Su un palco in mezzo al pubblico un DeeJay intramezzerà il programma con i remix inediti delle canzoni storiche dei 9 precedenti Genfest.

 Sabato 1° settembre:

  • Durante il giorno, all’Arena, si ripercorrono le fasi di creazione di un ponte: “Perché?”, “Fa’ i tuoi calcoli”, “Scavare nel fango”, “Costruire pilastri saldi”, “Raggiungere l’altra sponda”, “Molte vie”.
  • Si arriva così al lancio di United World Project, progetto di ampio respiro che in tre fasi ha come obiettivo finale promuovere la creazione di un Osservatorio permanente mondiale sulla fraternità e ottenerne il riconoscimento presso l’ONU.
  • La serata vedrà una marcia verso il Danubio che si concluderà con un Flashmob sul Ponte delle Catene, protagonisti i 12.000 partecipanti.

Domenica 2 settembre: Nella piazza della basilica di Santo Stefano, in centro città, Messa cattolica celebrata dal cardinale Péter Erdő, arcivescovo di Budapest. In contemporanea, nelle varie chiese cristiane presenti a Budapest, celebrazioni per i membri delle rispettive chiese. Ai partecipanti di altre religioni e di convinzioni non religiose saranno proposti incontri di scambio, che avranno luogo in uno spazio allestito vicino alla basilica. Saranno 3 i conduttori del Genfest, secondo le 3 lingue ufficiali: un ragazzo ungherese, uno italiano e una giovane keniota per l’inglese. Tutti gli interventi saranno in lingua originale, con traduzione simultanea via radio in 27 lingue. Arrivederci a Budapest e Let’s Bridge! Tu ci sarai? Info: www.genfest.orgArea Stampa


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Un amore che vuole abbracciare il mondo!

Chiara Lubich ha definito le Gen4 come le “gemmoline” del grande albero del Movimento dei focolari. Nel 1988 ha dato il via a questo evento unico: il loro congresso internazionale. Quest’anno erano più di 400, atterrate senza paura, nonostante l’età, (dai 4 ai 9 anni), da Argentina, Panama, Venezuela e vari paesi dell’Europa. Un vero e proprio congresso: due imprenditori della Cooperativa Loppiano Prima spiegano come vivono per una “nuova economia”e  rispondono a varie domande rivolte dalle Gen4. Approfondiscono la vita dei primi cristiani, attraverso giochi e quiz. E poi c’è il grande gioco de “La città invasa dall’Amore”: clown, commesse, quiz, banchieri, sindaco e quant’altro, si ritrovano tutti accomunati da un’unica legge, cercare di “vedere Gesù nel fratello” e capire quali potrebbero essere i bisogni di questa città così particolare. Chi mi passa accanto è Gesù” e “L’avete fatto a me”, sono gli slogan di questi giorni. Scanditi da due canzoni composte appositamente per il congresso. La cantano, inventano delle scenette e si crea un mini musical che presentano venerdì mattina, quando la presidente dei Focolari, Maria Voce, viene ad incontrarle. Le fanno alcune domande,  ansiose di sapere cosa dirà: Ciao Emmaus,  com’è il Paradiso e com’è l’Inferno?”; “Perché Dio ha creato il mondo?”; “Attraverso la vita dei primi cristiani abbiamo conosciuto i martiri. Anche noi, oggi, dobbiamo diventarlo per Gesù?”; “Come  ha capito Chiara che Gesù è fra noi?”; “Potresti spiegarmi cos’è il  Focolare?” E altre ancora. Una di loro, il primo giorno ci dice : “Ho nel mio cuore una grande gioia, perché ho sognato che Gesù, veniva in questo congresso, era qui con noi, in mezzo a noi”. Un sogno che si è fatto realtà nei giorni successivi. Nonostante lingue e culture diverse, si capiscono, parlano, inventano giochi  da fare insieme, si scambiano doni. Durante la Messa dell’ultimo giorno vengono offerti a Gesù i propri atti d’amore: centinaia di fogli colorati riempiono i cesti posti sul palco. Ci sono anche i cesti dove viene raccolta la loro comunione dei beni per i poveri;  il Vangelo che si fa vita. Prima di andare via, scrivono tante lettere, fanno disegni per Gesù, per Emmaus. Ognuna si esprime a modo suo: “Grazie Emmaus, la giornata di venerdì al Centro Mariapoli è stata fantastica. Spero che il prossimo anno se ci sarà il Congresso a Castel Gandolfo verrai. Questi giorni mi sono divertita molto anche se venerdì ero proprio commossa”. “Sono Miriam del Belgio, ho cinque anni e mezzo ed il mio primo congresso gen4, vengo per la prima volta a Roma!Mi è piaciuto quando ti abbiamo salutato! Mi è piaciuta la giornata passata con te, ho sentito la gioia nel cuore! Tantissimi saluti!”. “Grazie per essere venuta da noi e risposto alle nostre domande! Anche io volevo sapere perché Dio ha creato il mondo e la tua risposta mi è piaciuto molto. Ti saluto con affetto! Eva della Polonia”. Una gen di 5 anni: “Non ho visto mai Chiara, ma lei è nel mio cuore”. Un’altra: “Il 27 Maggio per la prima volta ho ricevuto la Comunione. Quando Gesù è venuto nel mio cuore ho sentito una grande gioia. Adesso sempre quando sono in Chiesa cerco di fare la comunione. Sono molto contenta di essere qui e di amare Gesù sempre, un abbraccio”. Caro Gesù, io ti voglio un universo di bene! Tu sei il mio migliore Amico!”; “Caro Gesù,  vorrei che il congresso iniziasse di nuovo, ma non si può fare., Pensavo che poteva essere noioso e difficile di dormire senza mamma, ma non è stato così!”; “Grazie Gesù, ho fatto tanti atti d’amore, ne ho fatti 7 in tutto. Grazie per la Messa”; “Caro Gesù, ti porterò nella mia città e nel mio cuore, e quando qualcuno litigherà li fermerò”; “Ciao Gesù, ti scrivo dalla terra. L’amore è una cosa importantissima perché tu sei importantissimo. Tu sei il Re della pace e ti vogliamo molto bene perché hai dato la tua vita per noi”; “Gesù, è proprio vero, che in chi mi passa accanto ci sei tu? Ciao, ci vediamo in Paradiso!!!”;“Grazie, Gesù, di questo stupendo congresso, scusami se sono stata un po’ brontolona e un po’ difficile”; “Ti voglio bene Gesù, tanto, e ti vorrei essere sempre accanto e non ti vorrei mai lasciare”. A cura del centro Gen4 (altro…)

Genfest: osservatorio sulla fraternità

Una buona notizia, gente che crede gente che muove

Hanno per protagonisti giovani e ragazzi, famiglie, professionisti, operai, dirigenti, religiose, sacerdoti, che affrontano col Vangelo le situazioni del quotidiano e le sfide della società. Un popolo che crede, vive, muove, coinvolge, nel rispetto delle convinzioni e dell’esperienza altrui, consapevole che ogni persona può dare un contributo alla grande famiglia umana”. Così viene presentato il libro, edito da Città Nuova, a cura di Chiara Favotti. Pubblichiamo, come piccolo ‘assaggio’, una delle storie raccolte in “Una buona notizia, gente che crede, gente che muove”. «Sono africano e sto studiando nel Nord Italia. Qualche tempo fa avevo letto su una rivista un articolo, in cui l’autore diceva che una “notte” sta pervadendo la cultura occidentale in tutti i suoi ambiti, portando a una perdita degli autentici valori cristiani. Sinceramente non avevo capito molto il senso di questo scritto, finché non mi capitò un fatto che mi fece aprire gli occhi. Era sabato pomeriggio. Alcuni ragazzi, miei vicini di casa, mi propongono di uscire con loro e di trascorrere una serata insieme. Vogliono fare qualcosa di diverso. Siamo in sei o sette. Per iniziare, andiamo a ballare in un locale. All’inizio mi diverto, mi dicono che ho la musica nel sangue, che so ballare bene. Ben presto però mi accorgo che intorno a me alcuni ballano senza alcun rispetto né per se stessi né per gli altri. Non ballano per puro divertimento, ma per lanciare messaggi ambigui. Dentro di me avverto una voce sottile, che mi chiede di andare controcorrente e di ballare con dignità e per amore. Dopo qualche ora, i miei compagni propongono di cambiare locale. Mi fido di loro, in fin dei conti sono miei amici, e accetto. Entriamo in un altro locale. Il tempo di rendermi conto dove sono, tra musica ad altissimo volume, luci psichedeliche e un odore acre che entra forte nel naso, e rimango subito sconvolto. Questa non è una normale discoteca, qui delle ragazze si prostituiscono. Sono molto deluso e arrabbiato. Senza dire una parola mi giro ed esco dal locale. Uno dei miei amici mi insegue. Mi insulta, mi dà del ritardato. Non gli rispondo. Passano pochi minuti, ne esce un altro, questa volta non per insultarmi, ma per darmi ragione. Infine un altro amico si sfila dal locale e anche lui mi dà ragione. Rimango sorpreso, avevo creato una catena di controcorrente. Senza aver parlato né degli ideali cristiani in cui credo, né di Dio, gli altri mi avevano visto e avevano capito. Passa qualche mese. Non pensavo più da un pezzo a quell’episodio. Un giorno un ragazzo, che era stato con noi quella sera, viene da me, mi dice di essersi pentito e di non voler più frequentare quel tipo di locali. Questa esperienza mi ha aiutato a capire più radicalmente la necessità di rischiare e di dire “no” a certe proposte». (Yves, Camerun) Hai anche tu una buona notizia da segnalarci? (altro…)

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In 400 con le mani in pasta!

Il giardino del Centro Mariapoli di Castel Gandolfo è un immenso parco giochi disseminato di bandierine, strisce di carta colorata, palloni. Dentro bambini festanti si danno da fare. Si muovono a squadre, tutti insieme, tutti sudati. Ma appena li fermi per chiedere chi sono, da dove vengono, perché sono lì e se sono contenti, ti guardano fissi, fissi negli occhi e ti aprono il cuore senza giri di parole. Con loro ci sono ragazzi un po’ più grandi, i Gen3 e gli assistenti. Ci sono anche mamme e papà. E’ uno squarcio del congresso Gen4 che si è svolto dal 14 al 17 giugno. Erano presenti 400 bambini provenienti da tutta Italia, da diversi Paesi europei ed una ricca e vivace rappresentanza dalla Corea. E’ piaciuto molto lo slogan dell’ incontro: “Un fratello, due fratelli … tanti fratelli”. Perché lo gridano spesso e tutti insieme, ma soprattutto perché lo hanno capito vivendolo in prima persona. Non c’è aria di scuola ma di famiglia. E in effetti l’incontro si svolge a più voci. Anche sul palco, il microfono passa spontaneamente dagli adulti ai bambini, ai ragazzi. Tutti hanno voce in capitolo, dai più piccoli ai più grandi. Tutti danno un contributo: chi nel presentare, chi nel fare i giochi di prestigio, chi nel raccontare, come in una vera famiglia. Anche le focolarine del Centro Mariapoli partecipano a questo grande gioco della vita, raccontando come costruiscono il congresso dietro le quinte. “Una palestra per diventare campioni nell’amare…”. E’ stato l’augurio che Maria Voce ha fatto arrivare ai Gen4 riuniti al congresso. E così è stato. La posta in gioco è alta ma loro ci stanno a percorrere il cammino in quattro tappe: scopriamoci fratelli, diamoci una mano, ricominciamo, incontriamo Gesù in tanti.Avevo fatto un aquilone di carta ed era venuto molto bene – racconta Nicolà -. Ho incontrato un bambino che non ne aveva, gliel’ho regalato e mi sono sentito felice”. E Marco: “Ero da solo davanti al portiere e invece di fare goal ho passato la palla ad un altro Gen4, perchè lo facesse lui“. Nelle prime file, ad assistere alle loro giornate ci sono alcuni dei primi compagni di Chiara Lubich, Bruna Tomasi, Marco Tecilla e Bruno Venturini. Ci sono anche i ragazzi più grandi della “Scuola Gen di Loppiano”. Futuro, presente e passato si intersecano con armonia come le radici e la chioma di un albero: a loro i Gen4 pongono domande acute come per esempio quella di Luca di Trento: “Vorrei tanto che non ci fosse più la guerra e la fame, cosa possiamo fare noi Gen4?” O quella di Francesco di Seoul: “Avete incontrato Dio veramente e direttamente nella vostra vita?”. Sul programma, viene indicata la Messa come “incontro con Gesù”. E nel rispetto della liturgia, il sacerdote trova modo e spazio perchè i Gen4 possano presentare i loro atti d’amore, le canzoni animate e ci siano tanti momenti per parlare con Gesù a tu per tu. “Gesù è un punto di riferimento, un amico sempre accanto”, dice serio un Gen4 strappato ad un gioco di squadra. Grande successo infine hanno avuto i molti workshop pensati e ideati con un nuovo approccio alla formazione integrale della persona. “Il consumismo – spiegano i responsabili del Centro Gen4 nel presentare i gruppi di lavoro – (de)forma i bambini fin dai primi anni di vita. Per questo è necessario puntare ad attività che aiutino la persona a diventare protagonista, ad esprimersi in modo creativo, a saper superare degli ostacoli, ad avere accesso alla sua interiorità e a sviluppare il senso del bene comune”. Ed ecco allora le proposte: costruire uno strumento musicale e imparare a suonare; cantare e danzare; sperimentare accostamenti di colori diversi e comporre insieme dei mandala; modellare un pezzo di legno per far nascere un delfino; incantarsi di fronte alle infinite possibilità di comporre dei mosaici e di usare materiali riciclati per costruire aeri, aquiloni e paracaduti. Tornati a casa, i Gen4 hanno lasciato a Castel Gandolfo un segno concreto di amore e di solidarietà: più di 4.000 giocattoli da consegnare a bambini che vivono nelle zone di guerra. (altro…)

Genfest: osservatorio sulla fraternità

[:de]Die Eucharistie im Neuen Testament[:]

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Jesus in der Eucharistie, welche Vermessenheit, welche Kühnheit, von dir zu sprechen, der du in allen Kirchen der Welt die innersten Anliegen kennst, die dir anvertraut werden, die verborgenen Probleme, die Klagen von Millionen von Menschen, die Tränen freudiger Umkehr, um die nur du weißt, Herz der Menschheit, Herz der Kirche. Wir würden lieber nicht von dir sprechen – aus Ehrfurcht vor dieser so großen, unbegreiflichen Liebe – aber gerade unsere Liebe, die jede Furcht besiegen möchte, drängt uns dazu, den Schleier des weißen Brotes, des Weins im vergoldeten Kelch ein wenig zu durchdringen. Verzeih uns diese Kühnheit! Aber die Liebe will erkennen, um noch mehr zu lieben. Wir möchten unseren Weg auf Erden nicht beenden, ohne zumindest ein wenig entdeckt zu haben, wer du bist.” Und wir müssen auch über die Eucharistie sprechen. Denn wir sind Christen und in der Kirche, unserer Mutter, leben und bringen wir das Ideal der Einheit. Kein Geheimnis unseres Glaubens hat aber mit der Einheit so viel zu tun wie die Eucharistie. Die Eucharistie öffnet die Einheit und entfaltet ihren ganzen Gehalt; durch sie vollendet sich die Einheit der Menschen mit Gott und der Menschen untereinander, die Einheit des ganzen Kosmos mit seinem Schöpfer. Gott ist Mensch geworden. Jesus kam auf die Erde. Alles war ihm möglich. Aber es lag in der Logik der Liebe, daß er, der einen solchen Schritt vollzogen hatte, aus der Dreifaltigkeit in das irdische Leben hinein, nicht nur für 33 Jahre auf Erden blieb, auch wenn dieses Leben in göttlicher Weise außerordentlich war. Er fand eine Art und Weise zu bleiben, ja an allen Punkten der Erde durch alle Jahrhunderte hindurch gegenwärtig zu sein in dem Moment, der höchster Ausdruck seiner Liebe ist: Opfer und Herrlichkeit, Tod und Auferstehung. Er ist bei uns geblieben. Seine göttliche Fantasie erfand die Eucharistie. Hier geht seine Liebe bis zum Äußersten. Therese von Lisieux ruft aus: „Jesus, laß mich im Übermaß meiner Dankbarkeit dir sagen, daß deine Liebe bis zum Wahnsinn reicht … “(1) Aber wie kam es dazu? Darüber schreiben Matthäus, Markus, Lukas und Paulus. Lukas schreibt: “Als die Stunde gekommen war, begab er sich mit den Aposteln zu Tisch. Und er sagte zu ihnen: Wie sehr habe ich mir gewünscht, dieses Paschamahl mit euch zu essen vor meinem Leiden! Denn ich sage euch: ich werde es nicht mehr essen, bis das Mahl seine Erfüllung finden wird im Reiche Gottes … Dann nahm er Brot, sprach das Dankgebet, brach das Brot und reichte es ihnen mit den Worten: Das ist mein Leib, der für euch hingegeben wird; tut dies zu meinem Gedächtnis. Ebenso nahm er nach dem Mahle den Kelch und sagte: Dieser Kelch ist der neue Bund in meinem Blut, das für euch vergossen wird“ (Lk 22,14-20). Wäre er nicht Gott gewesen, wie hätte Jesus in so wenigen bedeutungsvollen Worten so neue, unvorstellbare, ja abgrundtiefe Wirklichkeiten ausdrücken können? Sie versetzen uns in Ekstase, weil ihnen gegenüber das menschliche Sein nicht standhält. Jesus, du bist dort, im Tabernakel, du, der einzige, der alles weiß. Du weißt, deine Handlung beim Abendmahl schließt Jahrhunderte der Erwartung ab. Du schaust die unendliche Tragweite deines Wirkens, mit dem du den göttlichen Plan ausführst, den die Dreifaltigkeit vorgesehen hat, jenen Plan, der auf der Erde seinen Anfang nimmt und in die zukünftige Unendlichkeit deines Reiches hineinreicht. Wenn du – so sage ich noch einmal – nicht Gott gewesen wärest, wie hättest du dann so sprechen und handeln können? Doch etwas schimmert durch von dem, was Dein Herz empfand: „Wie sehr habe ich mir gewünscht,” darin liegt unaussprechliche Freude, „vor meinem Leiden” und da umarmen sich Freude und Kreuz, verbinden sich miteinander. Denn was du jetzt tun wolltest, war dein Testament, und ein Testament gilt erst nach dem Tod. Du hast uns ein unermessliches Erbe hinterlassen: dich selbst. Pierre-Julien Eymard sagt: „Auch Jesus Christus will sein Andenken haben, sein Vermächtnis, sein Meisterwerk, das ihn unsterblich macht in den Herzen der Seinen, das fortwährend an seine Liebe zum Menschen erinnert. Er wird es sich ausdenken, es schaffen, es als sein Testament weihen, und sein Tod wird ihm Leben und Herrlichkeit verleihen … Es ist die göttliche Eucharistie.“(2) Dann „sprach Jesus das Dankgebet”. Eucharistie bedeutet: „große Danksagung“’, Die eigentliche Danksagung richtet sich an den Vater, da er die Menschheit geführt und gerettet hat durch sein außerordentliches Eingreifen. Dann nahm er das Brot und den Kelch mit den Worten: „Das ist mein Leib, der für euch hingegeben wird; tut dies zu meinem Gedächtnis. Dieser Kelch ist der Neue Bund in meinem Blute, das für euch vergossen wird.” Das ist die Eucharistie, das Wunder. Die Eucharistie ist nach den Worten von Thomas von Aquin das größte der Wunder Jesu Christi. (3) (Pierre-Julien Eymard sagt) „Alle andern übersteigt es durch seinen Gegenstand, alle überragt es durch seine Dauer. Es ist die fortdauernde Inkarnation, das ständige Opfer Jesu, der brennende Dornbusch, der immer auf dem Altar brennt. Es ist das Manna, das wahre Brot des Lebens, das jeden Tag vom Himmel herabkommt.“(4) Es sind – um mit Ignatius von Antiochien zu sprechen –„aufsehenerregende Geheimnisse, die Gott im Verborgenen gewirkt hat.”(5) Und das II. Vatikanische Konzil erklärt: „Die hl. Eucharistie enthält ja das Heilsgut der Kirche in seiner ganzen Fülle: Christus selbst, unser Osterlamm und das lebendige Brot. Durch sein Fleisch, das durch den Heiligen Geist lebt und Leben schafft, spendet er ja den Menschen das Leben.“(6) Jesus feiert sein Paschamahl als Festmahl. In jedem Haus ist die Stunde des Mahles die Stunde der größten Vertrautheit, der Brüderlichkeit, oft der Freundschaft und des Festes. Das Mahl, bei dem Jesus den Vorsitz führt, wird gefeiert als jüdisches Pascha, das in einer Synthese die ganze Geschichte des Volkes Israel enthält. Das letzte Abendmahl Jesu ist die Erfüllung aller Verheißungen Gottes. Die Elemente, die bei diesem Mahl genannt werden, sind voller Symbolgehalt aus dem Alten Testament. Das Brot als Gabe Gottes und lebensnotwendige Speise galt als Symbol der Gemeinschaft, Erinnerung an das Manna. Der Wein, in der Genesis als „Blut des Weinstocks” bezeichnet (Gen 49,11), wurde in den Opferfeiern dargeboten (Ex 29,40). Er war Symbol der Freude der künftigen messianischen Zeiten (Jer 31,12); der Kelch war Zeichen der Teilnahme an der Freude und der Bereitschaft zum Leiden (Ps 80,6). Er erinnerte an den Bund mit Mose (Ex 24,6). Brot und Wein hatte die Weisheit ihren Jüngern versprochen (Spr 9,1-6). Wie ein jüdisches Familienoberhaupt wiederholt Jesus in seinen Gesten und im „Danksagungsgebet“ den Ritus der Israeliten. Aber dieses Mahl ist unbeschreiblich neu und verschieden im Vergleich zum jüdischen Ostermahl. Das Mahl Jesu wird im Zusammenhang mit seinem Leiden und Tod gefeiert und in der Eucharistie nimmt er zeichenhaft und real sein Erlösungsopfer vorweg: er ist dabei Priester und Opfer. Paul VI. drückte dies am Gründonnerstag 1966 so aus: “…Wir dürfen nicht vergessen, daß das Mahl… ein Gedächtnisritus war. Es war das Ostermahl, das sich alljährlich wiederholen mußte, um den künftigen Generationen die Erinnerung an die Befreiung des jüdischen Volkes aus der Knechtschaft Ägyptens unauslöschlich einzuprägen… Das Alte Testament entfaltet sich in der Treue zum Gedächtnis an jenes erste Osterfest der Befreiung. Jesus ersetzt an jenem Abend das Alte Testament durch das Neue. ‘Das ist mein Blut’, sagt er, ‘das Blut des neuen Bundes’ (Mt 26,28); an das alte geschichtliche und vorausdeutende Ostern knüpft er sein Ostern an… “(7) Athanasius schreibt in bezug auf dieses Osterfest des Neuen Testaments: ” … Nachdem der Feind, der Tyrann der ganzen Welt, besiegt wurde, haben wir Anteil, meine Geliebten, nicht an einem zeitlichen Fest, sondern an dem ewigen und himmlischen. Wir zeigen dies nicht in Bildern, sondern vollziehen es wirklich.“(8) Er sagt weiter, daß wir es nicht mehr feiern, indem wir das Fleisch eines Lammes essen, sondern „wir essen das Wort des Vaters…“(9) Für Athanasius bedeutet das Essen von Brot und Wein, die Leib und Blut Christi geworden sind, Ostern feiern, d.h. aufs neue Ostern leben. Die Eucharistie ist ja das Sakrament der Gemeinschaft mit dem österlichen Christus, mit dem Christus, der tot war und auferstanden ist, der hinübergegangen ist (Pascha heißt Vorübergang), der eingetreten ist in eine neue Phase seiner Existenz, in die Herrlichkeit zur Rechten des Vaters. Jesus in der Eucharistie empfangen bedeutet also, bereits von diesem irdischen Leben an teilzuhaben an seiner Gemeinschaft mit dem Vater. (10) Und die Worte Jesu: “Von jetzt an werde ich nicht mehr von der Frucht des Weinstocks trinken bis zu dem Tag, an dem ich von neuem mit euch davon trinken werde im Reiche meines Vaters” (Mt 26,29), diese Worte, die der bekannte Exeget Benoit als eine “Verabredung im Himmel” auffaßt, geben der Eucharistie den Charakter eines Mahles, das seine volle Verwirklichung nach unserer Auferstehung erhalten wird. Johannes hat seine eigene Weise, von Christus als dem Brot des Lebens zu sprechen. Er berichtet im 6. Kapitel seines Evangeliums, daß Jesus nach der Brotvermehrung und nachdem er auf dem Wasser gegangen war, in der großen Rede in Kapharnaum unter anderem sagt: “Müht euch nicht um die Speise, die verdirbt, sondern um die Speise, die bleibt für das ewige Leben, und die euch der Menschensohn geben wird. Denn ihn hat Gott, der Vater, mit seinem Siegel beglaubigt” (Joh 6,27). Wenig später stellt Jesus sich selbst als das wahre Brot dar, das vom Himmel herabgekommen ist und im Glauben angenommen werden muß: “Ich bin das Brot des Lebens. Wer zu mir kommt, wird nie mehr hungern, und wer an mich glaubt, wird nie mehr durstig sein” (Joh 6,35). Er erklärt dann, wie er Brot des Lebens sein kann: “ Das Brot, das ich geben werde, ist mein Fleisch für das Leben der Welt …” (Joh 6,51 b). Jesus versteht sich bereits als Brot. Das also ist der letzte Grund seines Lebens hier auf der Erde: Brot zu sein, um gegessen zu werden, um uns sein Leben mitzuteilen. “So aber ist es mit dem Brot, das vom Himmel herabkommt: Wenn jemand davon ißt, wird er nicht sterben. Ich bin das lebendige Brot, das vom Himmel herabgekommen ist. Wer von diesem Brot ißt, wird in Ewigkeit leben” (Joh 6, 50-51). Wie kurzsichtig ist unser Blick gegenüber der Sicht Jesu! Er, der Unendliche, der aus der Ewigkeit kommt, hat ein Volk mit Wundern und Gnaden umgeben, er hat seine Kirche aufgebaut und wendet sich nun der Ewigkeit zu, wo das Leben nicht aufhören wird. Wir hingegen beschränken unseren Blick meist auf das Heute, vielleicht noch auf das Morgen dieser unserer kurzen Probezeit, und ängstigen uns um Kleinigkeiten. Wir sind blind im Höchstmaß, ja blind, auch wir Christen. Vielleicht leben wir unseren Glauben, aber ohne volles Bewußtsein. Wir verstehen Jesus, wenn er Worte des Trostes spricht oder eine Weisung gibt, aber wir sehen nicht den ganzen Jesus! “Im Anfang war das Wort”, dann die Schöpfung, dann die Menschwerdung; dann gleichsam eine zweite Inkarnation durch den Heiligen Geist in der Eucharistie, die uns im Leben als Nahrung dient auf dem Weg, dann das Reich mit ihm: wir, vergöttlicht durch seine Person, durch sein Fleisch und Blut, die Eucharistie geworden sind. Wenn man die Wirklichkeit so sieht, bekommt alles seinen richtigen Wert. Alles ist auf die Zukunft ausgerichtet, die wir erreichen, wenn wir, – so gut wir können – versuchen, schon hier die Realität des Himmels zu leben, wenn wir für die Brüder und für die Menschheit da sind mit einer Liebe, die der Liebe Jesu ähnlich ist, der in die Welt kam und Gutes tat. Welch ein Abenteuer wird das Leben in dieser Perspektive! Die Pharisäer diskutieren und Jesus antwortet, erklärt; bestätigt nochmals: “Wer mein Fleisch ißt und mein Blut trinkt, der bleibt in mir und ich bleibe in ihm. Wie mich der lebendige Vater gesandt hat und wie ich durch den Vater lebe, so wird jeder, der mich ißt, durch mich leben” (Joh 6,56). “Der bleibt in mir und ich bleibe in ihm. Hier vollendet sich die Einheit zwischen Jesus und dem Menschen, der sich von ihm, dem Brot, nährt. So vermittelt er dem Menschen die Fülle des Lebens, das in Jesus ist, und das er vom Vater bekommt. Damit verwirklicht sich das Innewohnen des Menschen in Jesus. Albertus Magnus schreibt: “Christus hat uns umarmt in einer Überfülle der Liebe, denn er hat uns so sehr mit sich vereint, daß er selbst in uns ist, daß er in unser Innerstes eindringt… Die Liebe Gottes bewirkt eine Ekstase: mit Recht sagt man dies von der Liebe Gottes, denn sie bringt Gott in uns und uns in Gott. Der griechische Ausdruck ‚ekstasis‘ entspricht dem lateinischen ‚translatio‘, das ist ‚Herausführung‘. Jesus sagt ja: ‘Wer mein Fleisch ißt und mein Blut trinkt, bleibt in mir und ich in ihm’ (Joh 6,57). Er sagt: ‘der bleibt in mir’, d.h. er wird aus sich herausgeführt. Und ‘ich bleibe in ihm’, d.h. ich werde aus mir herausgeführt…. Dies vermag seine Liebe zu wirken, die in uns eindringt und uns an sich zieht, und uns nicht nur anzieht, sondern uns mitreißt, und er dringt in uns ein bis ins Mark.“(12) In diesem wunderbaren Kapitel des Johannesevangeliums bekräftigt Jesus: “Das Brot, das ich geben werde, ist mein Fleisch für das Leben der Welt” (Joh 6,51). Und weiter: “Wer mein Fleisch ißt und mein Blut trinkt, hat ewiges Leben und ich werde ihn auferwecken am letzten Tag” (Joh 6,54). „… für das Leben der Welt.” Die Eucharistie dient also schon in dieser Welt dazu, das Leben zu schenken. Aber was ist das Leben? Jesus hat es gesagt: „Ich bin das Leben” (Joh 11,25; 14,6). Durch dieses Brot nährt er uns mit sich selbst – schon jetzt. „Und ich werde ihn auferwecken am letzten Tag.” Die Eucharistie gibt Leben auch für die zukünftige Welt. Aber was ist die Auferstehung? Jesus hat es gesagt: “Ich bin die Auferstehung” (Joh 11,25). Er ist es, der in uns sein unsterbliches Leben beginnt, das mit dem Tod nicht endet. Auch wenn der Leib vergänglich ist, das Leben, Christus, bleibt in der Seele wie im Leib als Prinzip der Unsterblichkeit. Ein großes Geheimnis ist die Auferstehung/ für alle, die mit menschlichen Maßstäben rechnen. Aber es gibt eine Lebensweise, durch die das Geheimnis weniger unverständlich wird. Wenn wir das Evangelium aus der Perspektive der Einheit leben, erfahren wir z.B., daß die Verwirklichung des Neuen Gebotes Jesu, der gegenseitigen Liebe, zu einer brüderlichen Einheit unter den Menschen führt, die selbst die menschlichen, natürlichen Bindungen übersteigt. Dieses Ergebnis, diese Eroberung, wird dadurch bewirkt, daß man den Willen Gottes tut. Jesus wußte, daß wir, wenn wir seinen unermeßlichen Gaben entsprechen, nicht mehr seine “Knechte” oder “Freunde” sind, sondern seine “Brüder” und Brüder untereinander, weil wir mit seinem eigenen Leben genährt werden. Um diese besondere Art von Familie anzudeuten, gebraucht der Evangelist Johannes ein eindrucksvolles Bild: Weinstock und Reben (Joh 15). Dieselbe Lymphe, wir können sagen: dasselbe Blut, dasselbe Leben, d.h. dieselbe Liebe (die Liebe, mit der der Vater den Sohn liebt), wird uns mitgeteilt (vgl Joh 17,23) und kreist zwischen Jesus und uns. Wir werden blutsverwandt, ein Leib  mit Christus. Im wahrsten und übernatürlich tiefsten Sinn nennt Jesus also seine Jünger nach seiner Auferstehung “Brüder” (Joh 20,17). Und der Verfasser des Hebräerbriefes bestätigt, daß der auferstandene Jesus “sich nicht scheut, sie Brüder zu nennen” (Hebr 2,11). Ist nun diese Familie des Gottesreiches einmal aufgebaut, wie kann man da noch an einen Tod denken, der das Werk eines Gottes zerstört, mit allen schmerzlichen Konsequenzen, die sich daraus ergeben? Nein! Gott konnte uns keiner Sinnlosigkeit gegenüberstellen! Er mußte uns eine Antwort geben. Und er hat sie uns gegeben, als er uns die Wahrheit von der Auferstehung des Fleisches offenbarte. Sie ist für den Gläubigen fast kein dunkles Glaubens­geheimnis mehr, sondern eine logische Folge des christlichen Lebens. Sie weckt in uns die unendliche Freude, zu wissen, daß wir uns alle wieder zusammenfinden werden mit jenem Jesus, der uns in solcher Weise vereint hat. Die Offenbarung spricht weiter über die Eucharistie in der Apostelgeschichte. Die Urkirche ist Jesus äußerst treu in der Verwirklichung seines Wortes: “Tut dies zu meinem Gedächtnis.” Von der ersten Gemeinschaft in Jerusalem heißt es ja: „Sie hielten an der Lehre der Apostel fest und an der Gemeinschaft, am Brechen des Brotes und an den Gebeten” (Apg 2,42). Und über das missionarische Wirken von Paulus wird berichtet: „Als wir am ersten Wochentag versammelt waren, um das Brot zu brechen, redete Paulus zu ihnen, denn er wollte am folgenden Tag abreisen; und er dehnte seine Rede bis Mitternacht aus. Dann… brach er das Brot und aß und redete mit ihnen bis zum Morgengrauen. So verließ er sie“ (Apg 20,7‑11). Auch in seinem ersten Brief an die Korinther zeigt Paulus seinen glühenden und sicheren Glauben an Leib und Blut Christi, wenn er schreibt: “Ist der Kelch des Segens, über den wir den Segen sprechen, nicht Teilhabe am Blut Christi? Ist das Brot, das wir brechen, nicht Teilhabe am Leib Christi?“ (1Kor 10,16) Und er beschreibt weiter die Wirkung dieses geheimnisvollen Brotes in denen, die es empfangen: „Ein Brot ist es. Darum sind wir viele ein Leib; denn wir alle haben teil an dem einen Brot” (1Kor 10,17). Ein einziger Leib! Johannes Chrysostomos kommentiert: „…Wir sind dieser selbe Leib. Was ist denn das Brot? Leib Christi. Und was werden jene, die davon essen? Leib Christi. Nicht viele Leiber, sondern ein einziger Leib. Wie nämlich das Brot solchermaßen eins ist, daß man die Körner nicht mehr unterscheidet,… so sind wir eng verbunden: untereinander und mit Christus” (13). Jesus, du hast Großes vor mit uns und du verwirklichst es durch die Jahr­hunderte: uns einszumachen mit dir, damit wir dort sind, wo du bist. Für dich, der du aus der Dreifaltigkeit auf die Erde gekommen bist, war es der Wille des Vaters, dorthin zurückzukehren. Aber du wolltest nicht allein dorthin zurück­kehren, sondern zusammen mit uns. Und so der lange Weg: von der Dreifaltig­keit zurück zur Dreifaltigkeit, durch Geheimnisse von Leben und Tod, Schmerz und Herrlichkeit. Wie gut, daß die Eucharistie auch “Danksagung” ist! Nur durch sie können wir dir in angemessener Weise danken. Chiara Lubich[:es]

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Genfest: osservatorio sulla fraternità

Irlanda, il Paese degli arcobaleni

Curryhills (Prosperous, Kildare) – Un dialogo a 360° sui temi che più stanno a cuore al popolo irlandese. Il futuro e le nuove generazioni, la crisi della leadership, la realizzazione della persona umana e l’esperienza del fallimento, il dialogo. E poi sempre più a fondo fino a toccare il rapporto con la Chiesa e con le sue istituzioni gerarchiche, che si è inasprito in tutto il Paese a seguito dello scandalo per l’abuso sui minori. Siamo alla Mariapoli Lieta, a 35 km da Dublino. È qui che Maria Voce, dopo essere intervenuta al Congresso Eucaristico, insieme a Giancarlo Faletti, incontra alcuni gruppi di persone vicine ai Focolari in Irlanda: i responsabili dei vari aspetti del Movimento, un centinaio di persone della comunità, le e i focolarini. Tre occasioni per sperimentare quel clima di famiglia che qui in Irlanda emerge così evidente. All’inevitabile domanda sul rapporto con la Chiesa, che in Irlanda a causa degli scandali ha subito un contraccolpo doloroso e pervasivo, Maria Voce risponde allargando l’orizzonte, e ricorda l’esperienza di Chiara Lubich. In un periodo in cui il Movimento dei Focolari era sotto studio da parte delle autorità ecclesiastiche, e il carisma donato dallo Spirito Santo non veniva riconosciuto, Chiara ha continuato a considerare la Chiesa come una madre, anche negli anni della più grande sofferenza personale. “In lei c’era questo amore di figlia, che le permetteva di accogliere anche i momenti di sofferenza e di viverli con fiducia, e di aiutare tutti quelli che la seguivano a vivere così, e di conseguenza anche tutti noi”. E continua, riportando l’attenzione all’oggi, e all’impegno personale di ciascuno: “Noi sentiamo questo dolore perché ci sentiamo figli. E a tutti fa soffrire sentire dire di tua madre che è brutta, non capisce niente, non sa stare al passo con i tempi. Ci sentiamo feriti nella nostra stessa carne, non in quella di qualcun altro. È quindi una famiglia che soffre per questi difetti, ma che cerca di curarli. Questa ‘cosa brutta’ devo farla diventare bella io con la mia vita. Stando dentro e non scappando fuori. Soffrendo insieme e vivendo perché diventi più bella”. L’invito di Maria Voce è quindi a credere, con Chiara Lubich, che Dio è all’Opera nella sua Chiesa, al di là del nostro essere incapaci di corrispondere. E ribadisce il copresidente, Giancarlo Faletti: “Venendo qui ci siamo resi ancora più conto della grande sofferenza di questo momento, che è anche la vostra. È sacra. Sentiamo dentro di noi il grido di Gesù abbandonato. In questi sbagli, in questi errori c’è proprio Lui”.  Suggerisce anche, con decisione, di non prendere per buono solo tutto quello che dicono i mezzi di comunicazione, ma di andare a fondo nel documentarsi, e poi lavorare per la verità. “Forse l’ideale dell’unità è arrivato in Irlanda proprio per questo”, azzarda in finale. Ma “solo stando sulla Croce saremo capaci di dire la verità”, “raggiungendo il cuore delle persone… e portando un filo di vita in questo specialissimo momento”. “Anche se tremano le strutture tradizionali, questo non ci deve spaventare – conclude Faletti – casomai deve mettere in evidenza il primato della vita, la necessità della comunione”. “In questi giorni stiamo faimg_1771cendo insieme un viaggio per capire come essere più chiesa – afferma David Hickey responsabile con Juanita Majury dei Focolari in Irlanda – Oggi abbiamo cominciato un approfondimento che vogliamo portare avanti”. E aggiunge Juanita: “La partecipazione dei Focolari al Congresso Eucaristico si colloca in questa realtà di fede. Credere che abbiamo qualcosa da dire e da dare. Lo facciamo perché amiamo la Chiesa”. Proprio in questi giorni il cardinale Marc Ouellet, legato pontificio per il 50° Congresso Eucaristico internazionale, ha fatto un pellegrinaggio a un santuario storico irlandese, sull’isola di Lough Derg, chiamato “Purgatorio di San Patrizio”. Per i pellegrini, da più di 1000 anni, rappresenta un luogo di riconciliazione. Su quell’isola, il cardinale Marc Ouellet ha incontrato un gruppo di vittime di abusi sessuali. Ha parlato con loro e ha pregato con loro: “Sono venuto qui con la specifica intenzione di chiedere perdono, a Dio e alle vittime, per il grave peccato degli abusi sessuali sui minori. A nome della Chiesa chiedo ancora una volta perdono – ha detto durante la sua Omelia. Ripeto quanto il Papa ha scritto nella lettera ai cattolici irlandesi: “E’ comprensibile che troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa… Allo stesso tempo vi chiedo di non perdere la speranza”. Prosegue in questa direzione l’ultima domanda della serata: ‘Fallire può essere costruttivo così come riuscire. Che importanza ha l’esperienza dei limiti personali?’ Risponde Maria Voce, “Guai a noi se pensassimo di non sbagliare. Anche l’esperienza dello sbaglio ci fa bene, e ci fa capire meglio gli sbagli degli altri, ci dà la capacità di amare. Ovviamente li dobbiamo evitare, ma senza presumere che ci riusciremo. Senza lasciarci scoraggiare, altrimenti vuol dire che non ci fidiamo dell’amore di Dio. Perché pensiamo che Lui ci misuri come noi misuriamo gli altri, mentre il Suo amore (a differenza del nostro) è infinito”. Ricorda le fabbriche di tappeti di Istanbul, dove ha imparato una cosa: “Le donne che li fanno lasciano sempre un errore, per mostrare che solo Dio è perfetto. Un tappeto perfetto con un piccolo errore”. È la metafora della condizione umana, creature meravigliose, ma fragili e imperfette. Questo ci permette di fare esperienza dell’amore di Dio che va oltre i nostri limiti. Dall’inviata Maria Chiara De Lorenzo (altro…)

Genfest: osservatorio sulla fraternità

Famiglia e società: i tempi del lavoro e della festa

“Mi chiamo Jay, sono di origine giamaicana e faccio il contabile. Lei è mia moglie Anna ed è insegnante di sostegno. E questi sono i nostri sei figli, che hanno dai 2 ai 12 anni.” Con queste parole la famiglia Rerrie si è presentata al Papa Benedetto XVI, durante la “Festa delle testimonianze” sabato 2 giugno in diretta TV da Milano, durante il incontro mondiale delle famiglie. Per Jay e Anna Rerrie la spiritualità dell’unità li ha aiutati a mantenere saldi i rapporti fra di loro e unita la loro famiglia anche nei momenti di difficoltà. All’inizio del 2006, infatti, quando il mercato del lavoro è entrato in forte crisi, Jay ha dovuto trovarsi un’altra occupazione. Decisi a mantenere vivo tra loro, nonostante gli ostacoli, l’amore reciproco, affrontano questo momento con coraggio, anche se Anna, in attesa del quarto bambino, si chiede con una certa preoccupazione, come si sarebbero sostenuti quando Jay fosse stato licenziato. Decidono insieme che, nonostante la gravidanza, lei potesse tornare ad insegnare, e si trasferiscono in un’altra città dove una scuola aveva accettato la sua domanda. Qui anche Jay trova lavoro in un ufficio dove passa lunghe ore cercando di smaltire le moltissime pratiche inevase, dato che per quattro mesi nessuno se ne era occupato, riscuotendo per questo grande apprezzamento dal suo nuovo capo. A casa però non avviene la stessa cosa. “I bambini piccoli e la moglie a scuola: una ricetta per il disastro!” spiega Jay “Il tempo per stare insieme senza fretta manca sempre di più“. Anna trova difficile accettare questa situazione, essendo cresciuta in una casa dove la famiglia si è sempre riunita per la cena, mentre Jay spesso torna quando tutti sono addormentati. Nel frattempo, sempre in seguito alla crisi, anche questa ditta comincia ad avere delle difficoltà che si traducono, anche questa volta, nel suo licenziamento. La reazione comprensiva di Anna a questa dolorosa notizia è, per Jay, di conforto. Come conseguenza sperimentano una più profonda unità tra di loro.I due mesi successivi – ricorda Anna – sono stati divertenti e snervanti insieme. Ma è stato fantastico avere Jay a casa!”. Col passare dei mesi, i loro risparmi si riducono, ma non per questo smettono di credere e di sperare e alla fine, arriva una telefonata. L’offerta di un lavoro migliore, molto più vicino a casa, dagli orari abbastanza compatibili con la vita della famiglia. “Ciò che è importante è cercare di mantenere l’armonia e il rapporto di unità fra di noi con l’amore reciproco. Anche se la vita non è facile. Perenni corse contro il tempo, affanni e incastri molto complicati…– dicono al Papa   Anche da noi, negli Stati Uniti, una delle priorità assolute è mantenere il posto di lavoro, e, per farlo, non bisogna badare agli orari e spesso a rimetterci sono proprio le relazioni famigliari.”  «Penso di capire questo dilemma risponde loro il Santo PadreQuindi, vorrei qui invitare i datori di lavoro a pensare alla famiglia, … affinché le due priorità possano essere conciliate. … Mi sembra che si debba naturalmente cercare una certa creatività…ma, almeno ogni giorno, portare qualche elemento di gioia nella famiglia, di attenzione, qualche rinuncia alla propria volontà per essere insieme famiglia…. E finalmente, c’è la domenica, la festa…giorno del Signore… anche “giorno dell’uomo”, perché siamo liberi. Questa era, nel racconto della Creazione, l’intenzione originale del Creatore: che un giorno tutti siano liberi. In questa libertà dell’uno per l’altro, per se stessi, si è liberi per Dio. E così penso che difendiamo la libertà dell’uomo, difendendo la domenica e le feste come giorni di Dio e così giorni per l’uomo. Auguri a voi! Grazie ». (altro…)

[:ot]Kelma tal-Ħajja – Ġunju 2012[:]

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[:ot]Wara li tema lill-kotra bil-miraklu tal-ħobż qrib il-baħar ta’ Tiberija, Ġesù qasam bil-moħbi għax-xatt l-ieħor qrib Kafarnahum biex iwarrab min-nies li ridu jagħmluh sultan. Ħafna minnhom xorta waħda bdew ifittxuh u sa fl-aħħar sabu fejn kien qiegħed. Iżda ’l Ġesù ma għoġbitux il-ħeġġa li kienet imqanqla minn interess persunali. Huma kienu għadhom kemm kielu mill-ħobż tal-miraklu, u kienu qed jaraw biss li kisbu l-ikel materjali mingħajr ma fehmu t-tifsira kbira ta’ dak il-ħobż. Dak il-ħobż juri li Ġesù hu l-mibgħut mill-Missier biex jagħti l-ħajja vera lid-dinja. F’Ġesù raw biss wieħed li jagħmel il-mirakli, Messija ta’ din id-dinja, li jaf jipprovdilhom ħafna ikel mingħajr tbatija ta’ xejn. Ġesù ħeġġeġ lil dawn in-nies billi qalilhom:   “Tħabtu mhux għall-ikel li jintemm iżda għall-ikel li jibqa’ għall-ħajja ta’ dejjem, dak li Bin il-bniedem jagħtikom”.   “L-ikel li ma jintemmx” hu l-persuna nnifisha ta’ Ġesù u hu wkoll it-tagħlim tiegħu, għax it-tagħlim ta’ Ġesù u l-persuna tiegħu huma ħaġa waħda. Jekk inkomplu naqraw ftit aktar ’il quddiem, nindunaw li dan il-“ħobż li ma jintemmx” hu l-istess ġisem ewkaristiku ta’ Ġesù. Għalhekk nistgħu ngħidu li “l-ħobż li ma jintemmx” hu Ġesù nnifsu li jagħtina lilu nnifsu fil-Kelma tiegħu u fl-Ewkaristija.   “Tħabtu mhux għall-ikel li jintemm iżda għall-ikel li jibqa’ għall-ħajja ta’ dejjem, dak li Bin il-bniedem jagħtikom”.   Ix-xbieha tal-ħobż, kif ukoll dik tal-ilma, ta’ sikwit jintużaw fil-Bibbja. Il-ħobż u l-ilma huma meqjusa bħala l-ikel ewlieni li mingħajru l-bniedem ma jistax jgħix. Meta Ġesù xebbah lilu nnifsu mal-ħobż, hu ried ifisser li l-ħajja spiritwali tal-bniedem ma tistax tgħaddi mingħajr il-persuna u t-tagħlim tiegħu, daqskemm il-ħajja tal-ġisem ma tistax tgħaddi mingħajr il-ħobż. M’għandniex xi ngħidu, il-ħobż li nieklu hu meħtieġ. Ġesù stess kattru b’miraklu għall-folol. Imma mhux biżżejjed il-ħobż waħdu. Il-bniedem, anki forsi mingħajr ma jintebaħ, ġo fih iħoss ġuħ u għatx kbir għall-verità, għall-ġustizzja, għat-tjieba, għall-imħabba, għas-safa, għall-għerf, għall-paċi, għall-ferħ, għall-ħajja li ma tintemmx: ġuħ li l-ebda ħaġa fid-dinja ma tista’ taqta’. Ġesù qed juri li hu biss jista’ jtaffi dan il-ġuħ li hemm f’qalb il-bniedem.   “Tħabtu mhux għall-ikel li jintemm iżda għall-ikel li jibqa’ għall-ħajja ta’ dejjem, dak li Bin il-bniedem jagħtikom”.   Meta Ġesù wera lilu nnifsu bħala “ħobż tal-ħajja”, hu ma riedx biss jisħaq kemm hu meħtieġ li nitrejqu bih, li jeħtiġilna nemmnu fi kliemu biex niksbu l-ħajja ta’ dejjem, imma Ġesù jrid jimbuttana ngħaddu mill-istess esperjenza tiegħu. Fil-fatt, bil-kliem: “Tħabtu għall-ikel li ma jintemmx” qed jagħmlilna stedina ħerqana. Qed jgħidilna li jeħtieġ immiddu jdejna, jiġifieri nagħmlu minn kollox biex niksbu dan l-ikel. Ġesù mhuwiex iġegħelna nagħmlu xi ħaġa ta’ bilfors, imma jridna niskopruh u nduqu l-preżenza tiegħu. Bla ebda dubju li l-bniedem, bil-ħila tiegħu biss, ma jistax jasal għand Ġesù. Jista’ jasal bi grazzja minn Alla. Madankollu Ġesù l-ħin kollu qed jistieden il-bnedmin biex ikunu lesti jilqgħu r-rigal li jrid jagħtihom: lilu nnifsu. U huwa sewwa sew meta jipprova jgħix kliem Ġesù li l-bniedem jikseb fidi sħiħa fih, u jduq u jara kemm hi tajba l-Kelma tiegħu bħalma jieħu gost b’xi biċċa ħobż friska u bnina.   “Tħabtu mhux għall-ikel li jintemm iżda għall-ikel li jibqa’ għall-ħajja ta’ dejjem, dak li Bin il-bniedem jagħtikom”.   Il-Kelma tal-ħajja ta’ dan ix-xahar ma titkellimx fuq xi punt partikulari mit-tagħlim ta’ Ġesù (per eżempju l-maħfra, jew li ninqatgħu mill-ġid). Din id-darba qed tressaqna lejn il-qalba tal-ħajja nisranija, jiġifieri lejn ir-rabta persunali tagħna ma’ Ġesù. Jiena nemmen li min beda jgħix Kliemu bis-serjetà jista’ jintebaħ xi ftit li Ġesù hu l-“ħobż” tal-ħajja li għandu l-ħila jissodisfa x-xewqat ta’ qalbu, li hu l-għajn ta’ kull ferħ u dawl tiegħu. Dan speċjalment meta jgħix il-kmandament tal-imħabba tal-proxxmu, li fih jiġbor il-kliem kollu t’Alla u l-kmandamenti kollha tiegħu. Meta tgħix din il-Kelma tista’ tara xi ftit li l-Kelma t’Alla hi t-tweġiba vera għall-problemi tal-bniedem u tad-dinja. Billi Ġesù, “il-ħobż tal-ħajja” jagħti lilu nnifsu għal kollox fl-Ewkaristija, min jgħix Kelmtu, waħdu jħoss il-bżonn li jirċievi l-Ewkaristija bi mħabba u li jagħtiha post importanti f’ħajtu. Issa jmiss li, min għadda minn din l-esperjenza sabiħa, ikollu l-istess ħeġġa li biha Ġesù jqanqalna biex nakkwistaw il-“ħobż tal-ħajja”. Għalhekk jeħtieġ li ma jżommx dak li sab f’ħajtu għalih, imma jgħaddih lill-oħrajn ħalli ħafna nies oħra jsibu f’Ġesù dak li qalbhom fittxet sa minn dejjem. Dan ikun att kbir ta’ mħabba lejn l-oħrajn biex huma wkoll isiru jafu sa minn din id-dinja xinhi l-vera ħajja u jkollhom il-ħajja li ma tintemmx. U x’tista’ tixtieq aktar minn hekk? Chiara Lubich[:]

Genfest: osservatorio sulla fraternità

Una buona notizia

94 brevi storie, provenienti dai quattro angoli del mondo. Giovani e ragazzi, famiglie, professionisti, operai e dirigenti, religiose e sacerdoti, componenti di un popolo che affronta col Vangelo le situazioni del quotidiano e le sfide della società. Un popolo che crede, vive, muove, coinvolge, nel rispetto delle convinzioni e dell’esperienza altrui, consapevole che ogni persona può dare un contributo alla grande famiglia umana. Una corrente di condivisione che mira a far sperimentare cosa significa avere un solo Padre ed essere tutti fratelli. 229 citazioni, disseminate nel testo, ispirano modi per essere oggi, come duemila anni fa, testimoni credibili della “buona notizia”: il Vangelo.

Editore: CITTA’ NUOVA EDITRICE

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Genfest: osservatorio sulla fraternità

Milano 2012: Maria Voce alle famiglie dei Focolari

Sabato mattina, 2 giugno. Sesto San Giovanni (Milano) accoglie 4.000 persone provenienti dalla Lombardia e zone limitrofe, famiglie aderenti al Movimento dei focolari che partecipano attivamente all’incontro mondiale. Tra gli interventi, quello della presidente Maria Voce, presente anche il copresidente Giancarlo Faletti. «In questi giorni, in cui è messa a fuoco la realtà della famiglia – esordisce Maria Voce – viene da domandarci: Qual è il disegno di Dio su di essa?».  Risponde citando Chiara Lubich al Familyfest ‘81 a Roma: «Dio ha creato, ha plasmato una famiglia. Quando si è incarnato, si è circondato di una famiglia. Quando Gesù ha iniziato la sua missione ed ha manifestato la sua gloria, stava festeggiando una famiglia». In riferimento al tema di Milano 2012: Il lavoro e la festa nella vita della famiglia, sottolinea l’importanza del lavoro per la sua fondazione e sussistenza. «A sua volta – afferma la presidente –, anche la famiglia è importante per il lavoro. Con l’educazione alla laboriosità e ai valori tipici di cui la famiglia è portatrice, con quello spirito di cooperazione e solidarietà, suo proprio, con l’importanza della gratuità, della reciprocità, di essere dono l’uno per l’altro, si garantiscono basi solide alla società – anche se sottolinea con forza – l’uomo non è finalizzato soltanto al lavoro. «Per questo occorre che il lavoro sia organizzato e svolto tenendo conto delle esigenze non solo economiche delle persone, ma del loro effettivo e totale benessere.  Ecco l’importanza che i tempi del lavoro siano armonizzati con quelli della famiglia». A questo punto, la presidente dei Focolari ricorda che anche Gesù ha lavorato (come Giuseppe e Maria), e che «essi, oltre ad essere stati perfetti lavoratori, ci consegnano anche il vero significato della festa». In questo senso ricorda la pellegrinazione a Gerusalemme… e le nozze di Cana «dove (Gesù), con Maria sua madre, sono andati a festeggiare le nozze di due sposi. (…) Nella vita della Sacra Famiglia c’era sì il lavoro, ma anche la festa, che vuol dire un tempo dedicato al riposo, alle relazioni con gli altri». In riferimento ancora a Chiara Lubich, Maria Voce conclude sottolineando che «In certo modo (Chiara) ci aveva già anticipato i termini di questo binomio: lavoro e festa. E cioè, se vivremo bene i valori della famiglia, anche il lavoro e la festa saranno intrisi di quei valori, diventando così testimoni e costruttori autentici di una società secondo il cuore di Dio». Leggi tutto (altro…)

Giugno 2012

Il “cibo che non perisce” è la persona stessa di Gesù ed è anche il suo insegnamento, giacché l’insegnamento di Gesù è tutt’uno con la sua persona. Leggendo poi più avanti altre parole di Gesù si vede che questo “pane che non perisce” si identifica anche con il corpo eucaristico di Gesù. Si può quindi dire che il “pane che non perisce” è Gesù in persona, il quale si dona a noi nella sua Parola e nell’Eucaristia. «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà». L’immagine del pane ricorre spesso nella Bibbia, come del resto quella dell’acqua. Il pane e l’acqua rappresentano gli alimenti primari, indispensabili per la vita dell’uomo. Ora Gesù applicando a se stesso l’immagine del pane, vuol dire che la sua persona, il suo insegnamento sono indispensabili per la vita spirituale dell’uomo così come lo è il pane per la vita del corpo. Il pane materiale è senz’altro necessario. Gesù stesso lo procura miracolosamente alle turbe. Però da solo non basta. L’uomo porta in se stesso – magari senza rendersene perfettamente conto – una fame di verità, di giustizia, di bontà, di amore, di purezza, di luce, di pace, di gioia, di infinito, di eterno, che nessuna cosa al mondo è in grado di soddisfare. Gesù propone se stesso come colui che solo è capace di saziare la fame interiore dell’uomo. «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà». Presentandosi però come il “pane di vita”, Gesù non si limita ad affermare la necessità di nutrirsi di lui e cioè che occorre credere nelle sue parole per avere la vita eterna; ma vuole spingerci a fare l’esperienza di lui. Egli infatti, con la parola: «Procuratevi il cibo che non perisce» fa un pressante invito. Dice che occorre darsi da fare, mettere in atto tutti gli accorgimenti possibili per procurarsi questo cibo. Gesù non si impone, ma vuole essere scoperto, vuole essere sperimentato. Certamente l’uomo con le sue sole forze non è capace di raggiungere Gesù. Lo può per un dono di Dio. Tuttavia Gesù invita continuamente l’uomo a disporsi per accogliere il dono di se stesso, che Gesù gli vuol fare. Ed è proprio sforzandosi di mettere in pratica la sua Parola, che l’uomo arriva alla fede piena in lui, a gustare la sua Parola come si gusterebbe un pane fragrante e saporoso. «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà». La Parola di questo mese non ha per oggetto un punto particolare dell’insegnamento di Gesù (ad esempio il perdono delle offese, il distacco dalle ricchezze, ecc.), ma ci riconduce alla radice stessa della vita cristiana, che è il nostro rapporto personale con Gesù. Io penso che chi ha cominciato a vivere con impegno la sua Parola e soprattutto il comandamento dell’amore del prossimo, sintesi di tutte le parole di Dio e di tutti i comandamenti, avverte almeno un po’ che Gesù è il “pane” della sua vita, capace di colmare i desideri del suo cuore, la fonte della sua gioia, della sua luce. Mettendola in pratica è arrivato a gustare la Parola almeno un poco come la vera risposta ai problemi dell’uomo e del mondo. E, dato che Gesù “pane di vita” fa il dono supremo di se stesso nell’Eucaristia, va spontaneamente a ricevere con amore l’Eucaristia ed essa occupa un posto importante nella sua vita. Occorre allora che chi di noi ha fatto questa stupenda esperienza con la stessa premura con cui Gesù spinge a procurarsi il “pane della vita” non tenga per sé la sua scoperta ma la comunichi ad altri perché molti trovino in Gesù quanto il loro cuore da sempre cerca. È un enorme atto di amore che farà ai prossimi perché anch’essi possano conoscere cos’è la vera vita già da questa terra ed avranno la vita che non muore. E cosa si può volere di più?

 Chiara Lubich


Pubblicata in Città Nuova, 1985/14, pp.10-11.

Genfest: osservatorio sulla fraternità

Terremoto Italia: un fiume di solidarietà

“La paura è il sentimento più forte che emerge in tanti e che si fa più fatica a colmare. Siamo tutti molto scossi.  La vicinanza e la condivisione sono gli aiuti più desiderati”. A parlare sono Maria Palladini e Franco Monaco, i responsabili delle comunità del movimento dei Focolari della regione italiana (l’Emilia) colpita nel giro di una settimana da una serie di terremoti che ha provocato diciassette morti, più di 350 feriti e 15.000 sfollati. La situazione è in continua evoluzione, per le scosse anche di forte entità che ancora si susseguono. La fascia territoriale più colpita è stata quella tra la provincia di Modena e quella di Ferrara. I terremoti hanno provocato gravi danni agli edifici storici, alle fabbriche; tante chiese sono state distrutte e tante sono inagibili. Si susseguono in questi giorni tante storie. Come quella di chi non è riuscito ad uscire di casa ma è stato provvidenziale perché un cornicione caduto fuori dalla sua porta avrebbe potuto colpirlo. O di chi ha dovuto per lavoro condividere il dolore degli operai morti nei capannoni. E ancora chi è stato evacuato dell’ospedale. Tutti stanno sperimentando “con forza quanto in un attimo possa cambiare tutto” e subito dopo la prima scossa “è partita una rete di telefonate per sapere l’uno dell’ altro”. A fare il punto della situazione sugli aiuti umanitari sono Adriana Magnani e Stefano Masini del Movimento “Umanità Nuova”. “La Protezione Civile – dicono –  si sta prodigando ormai in tutti i paesi e frazioni colpiti ed ha attivato l’accoglienza  in modo diversificato (campi di accoglienza, strutture al coperto, qualche albergo) prevedendo circa 9.000 posti”. Sono arrivati volontari della Protezione civile praticamente da tutta Italia. Adriana e Stefano hanno potuto cogliere le  esigenze più forti: la necessità di un supporto psicologico, perché tutti sono duramente provati; la possibilità di avere camper o roulotte  per rendere meno disagevole il passare le notti fuori casa, per questo ci stiamo attivando in tutta la regione; l’urgenza di verificare l’agibilità delle aziende grandi e piccole per accelerare la ripresa del lavoro, si parla di 15.000 persone che rischiano di rimanere senza lavoro…”. La priorità – aggiungono i due referenti di Umanità Nuova –  è quella di poter avere tecnici per i rilievi. Per le strutture complesse, come, per esempio, condomini e locali pubblici, gli unici che possono fare i rilievi sono ingegneri strutturali  che siano accreditati presso la Protezione Civile. Ma, per quanto riguarda verifiche sugli immobili privati e aziende, bastano ingegneri strutturali iscritti all’albo. Stiamo perciò cercando di diffondere questa notizia  per verificare chi ha questa competenza e può rendersi disponibile”. Dunque psicologi, medici e ingegneri: ma per tutti coloro che volessero recarsi in quelle zone, l’indicazione è quella di mettersi d’accordo con la Protezione Civile locale delle città perché è la Protezione Civile a coordinare tutti i tipi di intervento da mettere in atto. Insieme ad una piccola squadra, sono Adriana e Stefano a fare da punto di riferimento per raccogliere le richieste e le disponibilità di aiuto “in modo che alle necessità corrispondano il più possibile aiuti appropriati e coordinati;  aggiornare periodicamente  degli aiuti arrivati e  delle nuove necessità di intervento e sensibilizzare chi, a livello politico, sociale, può contribuire alla risoluzione di problemi burocratici che potrebbero bloccare la ripresa delle attività e promuovere il ritorno alla normalità”. A fianco però alla devastazione che ha messo a dura prova la popolazione emiliana, scorre in queste terre ferite dal terremoto, un fiume di solidarietà. Lo confermano Maria Palladini e Franco Monaco: “In tanti hanno aperto le loro case per ospitare gli sfollati. Nei paesi c’è una gara di fraternità e solidarietà che si allarga a macchia d’olio. È molto viva l’esperienza di Chiara Lubich e delle prime focolarine nella distruzione della seconda guerra mondiale: tutto crolla, solo Dio resta, solo l’Amore“. Per contribuire: INTESTATARIO: Associazione Solidarietà BANCA: Cariparma Crédit Agricole CODICE IBAN: IT34F0623012717000056512688 CAUSALE: Terremoto in Emilia Romagna Con Carte di Credito: Versamenti tramite PAYPAL ai Link presenti sul sito con la Causale: Terremoto in Emilia Romagna. Sito: www.solidarietaonlus.org (altro…)