Ascoltare la voce della coscienza
Ascoltare la voce della coscienza
Ascoltare la voce della coscienza
Lo vuoi tu? Lo voglio anch’io!
Carità operosa
Accogliere
Rispettare gli altri
Collaborare con chi incontro
Riempire la giornata di atti di solidarietà
Il più grande Paese africano per superficie nel quale, dei 48 milioni di abitanti, i cristiani sono meno dell’1%. L’Algeria è il Paese che papa Leone XIV ha scelto come prima tappa del viaggio in terra africana che lo porterà poi in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Vi è arrivato 13 aprile 2026 e i suoi primi incontri con la comunità algerina hanno messo in evidenza anche la vita e le attività di organizzazioni e iniziative interreligiose, a volte poco conosciute, che operano nel Paese da molti anni.
Una di queste è il Movimento dei Focolari, una rete di unità spirituale arrivata nell’Algeria a maggioranza musulmana nel 1966. Le sue attività in Algeria sono animate da membri musulmani, per lo più donne, che vi partecipano, lavorando in piccoli gruppi in tutto il Paese, sia prestando aiuto presso centri per anziani locali, sia dando ripetizioni agli studenti o studiando insieme a loro.
L’esperienza di una fede «vera» che «non isola ma apre, unisce ma non confonde, avvicina senza uniformare e fa crescere un’autentica fratellanza» è stata condivisa in francese da Monia Zergane, musulmana la cui vita si fa «segno di speranza per il nostro mondo». Nei servizi della Chiesa cattolica in Algeria, cristiani e musulmani lavorano «fianco a fianco», ha riferito la donna, «con le stesse preoccupazioni» di «accogliere, servire, ascoltare, prendersi cura dei più fragili, organizzare, trovare risorse finanziarie e adoperarsi perché i centri di attività siano luoghi sicuri che preservino la dignità delle persone». Un servizio ai più «vulnerabili», che siano donne, bambini, anziani, malati, vissuto «insieme» e in grado di creare una «fraternità reale», ha spiegato, forte della convinzione che «servire l’uomo è anzitutto servire Dio». Un impegno, ha rimarcato, che si nutre di tutte le cose «belle» messe in gioco: competenze, dedizione, pazienza, perdono, compassione e benevolenza.
Fratelli e sorelle che sono stati «d’immenso aiuto e conforto» per Monia nella prova della malattia, quando, ha confidato con gratitudine, «ho potuto contare sulla loro vicinanza, sulla loro incrollabile solidarietà, sulla loro delicatezza e le loro preghiere». In particolare, la vicinanza di una comunità del Movimento dei Focolari, e l’impegno quotidiano per mettere in pratica l’amore per il prossimo, «m’interpella spesso e mi fa capire che la vita non è fatta soprattutto di grandi opere visibili, ma di una comunione vissuta giorno dopo giorno», ha riconosciuto. Consapevole che la fratellanza si costruisce anche «nei gesti semplici: un sorriso, un saluto che viene dal cuore, una parola benevola, un servizio reso senza aspettarsi nulla in cambio, e nelle piccole cose della vita quotidiana: farsi gli auguri per una festa, condividere un pasto dopo un tempo di digiuno, ascoltare il significato spirituale di una celebrazione».
A cura della redazione
Foto: © Joaquín Masera – CSC Audiovisivi
Nel vortice delle notizie rapide sulla guerra in Libano, le storie individuali si perdono e i volti umani sbiadiscono dietro i numeri degli sfollati e i rapporti sui bombardamenti. Eppure la realtà, come rivelano le testimonianze sul campo, è molto più profonda e dolorosa di quanto mostrino i titoli. In questo “tempo di guerra”, centinaia di migliaia di libanesi vivono una condizione di sfollamento ripetuto, come se fosse un destino che si rinnova a ogni nuova ondata di violenza. Ma in mezzo a questo buio emergono anche volti umani che cercano di restituire alla vita il suo significato.
Dall’inizio dell’escalation e con l’espansione dei raid aerei e degli ordini di evacuazione, lo sfollamento non è più un evento eccezionale, ma è diventato uno stile di vita. Non vengono più evacuate singole aree, ma intere regioni, dal sud alla Beqaa fino al cuore della capitale Beirut. In questo scenario, il numero degli sfollati ha superato il milione, in una delle più grandi ondate di sfollamento interno nella storia recente del Paese. Tante le vittime civili.
Dietro questo numero si nascondono però storie umane che riassumono la tragedia. Zeina Chahine ha condotto alcune interviste per raccontare il dolore delle persone e, allo stesso tempo, la grandezza dell’azione umanitaria che diventa incontro, consolazione e forza collettiva contro l’ingiustizia.
Marwan, uno degli sfollati del sud, riassume l’esperienza con una frase dolorosa: “Stiamo appassendo lentamente”. Non è solo una metafora, ma la descrizione di una vita che viene consumata gradualmente, in cui l’essere umano perde casa, lavoro e stabilità senza però perdere del tutto la speranza… che tuttavia si logora. Marwan aggiunge che anche l’idea del ritorno è cambiata: non sogna più la casa, ma semplicemente il ritorno, in qualsiasi forma possibile.
Nawal racconta invece il momento della fuga forzata: una telefonata nel cuore della notte, pochi minuti per raccogliere ciò che si può portare, poi la fuga sotto i bombardamenti. “Cosa dobbiamo portare con noi?” è una domanda che riassume l’impotenza di fronte alla rapidità del crollo. Una piccola valigia in cambio di una vita intera lasciata indietro. Anche lei, come molti altri, non ha vissuto lo sfollamento una sola volta, ma più e più volte, fino a quando il ritorno alla “tabula rasa” è diventato parte dell’esperienza stessa.
Anche i bambini e i giovani pagano il prezzo. Suleiman, sedicenne, si ritrova fuori dalla scuola, in un rifugio temporaneo, e riassume la guerra dicendo: “È la mia croce in questa vita”. Parole che mostrano come la guerra non rubi solo il presente, ma anche l’innocenza dell’età.
Ma accanto a questo dolore vive anche un’altra immagine, non meno presente: quella della solidarietà umana. Tra scuole trasformate in centri di accoglienza e angoli sovraffollati delle città, emergono volontari e iniziative individuali che cercano di colmare il vuoto dell’assenza. Persone che dormono per terra, con una grave mancanza dei beni più essenziali, e tentativi graduali di fornire materassi e coperte. Il bisogno non riguarda solo cibo e acqua, ma anche tutto ciò che preserva la dignità umana, come i prodotti per l’igiene personale… perché anche nello sfollamento l’essere umano ha bisogno di sentirsi dignitoso.
Abir, madre e volontaria, vede l’aiuto come un dovere umano prima di tutto. Dice che ciò che colpisce di più è “la paura negli occhi delle persone”, quell’ansia costante di un futuro incerto. Ma allo stesso tempo osserva anche la forte spinta alla solidarietà: “Le persone corrono ad aiutare, senza chiedere nulla”. In un contesto in cui le istituzioni a volte sono limitate, le iniziative individuali diventano la prima linea di difesa dell’umanità.
Questo incontro tra dolore e solidarietà rivela una forte contraddizione: la guerra divide le persone, ma allo stesso tempo crea spazi inaspettati di solidarietà. È come se la società, nei momenti di collasso, riscoprisse se stessa attraverso i suoi individui.
E nonostante le differenze nelle opinioni e nelle appartenenze, il punto comune rimane il sentimento di sradicamento e il rifiuto della guerra e delle sue tragedie. Con il passare del tempo, anche la forma della speranza cambia: da “se Dio vuole torneremo a trovare le nostre case” a semplicemente “se Dio vuole torneremo”. Una speranza che si riduce, ma non si spegne.
Resta sospesa sulle labbra di tutti la domanda: “Domani dove andremo?”. Non è una domanda su una destinazione precisa, ma sul destino stesso.
Eppure, nonostante tutto il dolore, queste testimonianze rivelano una verità duplice: la guerra ferisce profondamente l’essere umano, sì, ma non riesce a cancellarne l’umanità. Tra una tenda e un rifugio, tra perdita e nostalgia, nasce un’altra forma di resistenza: la resistenza della solidarietà.
Così, mentre alcuni appassiscono lentamente, altri li annaffiano con quanto possono di solidarietà, mantenendo la vita possibile. Perché la fede nella fratellanza umana è una realtà che abbiamo interiorizzato vivendo e praticando, tramandata dai nostri padri e dai nostri nonni, fino a diventare sangue nelle nostre vene e parte della nostra civiltà.
Elaborato da Rima Saikali
Al Madina Al Jadida
E’ attiva l’emergenza Medio Oriente. Ogni contributo permette di portare sollievo alle tante famiglie colpite dal flagello della guerra: molte hanno perso la casa, altre cercano rifugio in strutture che aprono le porte nonostante risorse sempre più limitate.
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Foto: ©Pexels-Mohamad-Mekawi
Condividere il nostro superfluo
L’Istituto Universitario Sophia lancia una nuova offerta formativa per l’anno accademico 2026/2027, segnando un passaggio decisivo nella crescita dell’istituzione e nell’ampliamento del suo progetto accademico internazionale. La nuova proposta, infatti, offre un percorso universitario completo (3+2) integrando due cicli di studio pienamente strutturati: il Baccalaureato in Filosofia e Scienze Umane (Laurea Triennale, interclasse L-5/L-24) e la Licenza in Filosofia, Economia di Comunione e Ambiente (Laurea Magistrale, classe LM-78).
La nuova proposta accademica dell’Istituto Universitario Sophia nasce da una convinzione semplice e radicale: il sapere non è un insieme di informazioni ma uno strumento concreto per cambiare il mondo.
“In questo cambiamento d’epoca caratterizzato da incertezza e frammentazione – afferma il Rettore Declan J. O’Byrne –, con la nuova offerta formativa, Sophia conferma la propria missione, assumendo un ruolo strategico nella formazione di persone capaci di unire pensiero critico, competenze interdisciplinari, progettuali e responsabilità verso il bene comune, per porre le basi di un altro futuro, agendo nell’ambito della sostenibilità integrale, dell’economia, della progettazione sociale, territoriale e dell’innovazione”.
Grazie alla collaborazione istituzionale con l’Università degli Studi di Perugia (Italia), entrambi i percorsi permettono il conseguimento di un doppio titolo accademico, ecclesiastico e statale, con piena validità nell’ordinamento universitario italiano e riconoscimento internazionale.
Il Baccalaureato e la Licenza
Il Baccalaureato in Filosofia e Scienze Umane – Laurea Triennale (L-5/L-24) – è un corso di laurea che offre una formazione interdisciplinare centrata sulla comprensione della persona nelle sue dimensioni cognitive, emotive, relazionali e sociali. Prepara a proseguire negli studi, ad accedere ai percorsi per l’insegnamento e ad assumere ruoli educativi, sociali, progettuali e culturali.
La Licenza in Filosofia, Economia di Comunione e Ambiente – Laurea Magistrale (LM-78) – sviluppa il metodo interdisciplinare di Sophia nei contesti dell’economia, della sostenibilità integrale e della governance, formando figure professionali capaci di comprendere e accompagnare processi economici, sociali e organizzativi. Il corso di laurea promuove una riflessione critica sui modelli economici contemporanei e orienta alla ricerca di soluzioni etiche e sostenibili, in particolare, nei campi dell’ecologia, dello sviluppo delle città, delle organizzazioni e delle comunità.
Il focus su Economia di Comunione ed Economia Civile rende questo percorso unico nel panorama accademico italiano e internazionale, offrendo agli studenti strumenti per comprendere e trasformare i sistemi economici contemporanei, per contribuire concretamente alla costruzione di economie sostenibili, inclusive e generative. La formazione proposta prepara professionisti capaci di guidare processi di responsabilità sociale d’impresa, di sviluppare progetti di innovazione sostenibile, di lavorare nella rigenerazione dei territori, di assumere ruoli in imprese, enti pubblici e del terzo settore orientati allo sviluppo umano e alla sostenibilità integrale, di contribuire alla costruzione di modelli economici resilienti e adatti a scenari complessi.
Sono inoltre attivi i dottorati di ricerca in Scienze Umane e in Cultura dell’Unità, che completano l’offerta accademica dell’Istituto.



Due sedi nel cuore della Toscana
Con il prossimo anno accademico, Sophia inaugura anche una nuova sede didattica a Firenze (presso l’Istituto affiliato alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale), che ospiterà le attività del Baccalaureato. La scelta di Firenze consente l’accesso alle opportunità accademiche, professionali e culturali di una delle città universitarie più prestigiose d’Europa.
La Laurea Magistrale rimane radicata nel campus internazionale di Loppiano, che offre un ambiente internazionale e interculturale in cui studenti provenienti da numerosi Paesi hanno l’opportunità di condividere studio, vita quotidiana ed esperienze formative.
La forza della relazione accademica: un docente ogni cinque studenti
Uno degli elementi distintivi della vita accademica a Sophia è il rapporto studenti‑docenti, pari a circa 1:5. Questo permette un accompagnamento personalizzato, un dialogo continuo e un ambiente di studio che valorizza la relazione come parte integrante del processo formativo. Il modello Sophia supera la logica delle lezioni frontali affollate e favorisce una didattica interattiva, centrata sulla persona, sulla qualità dei contenuti e sulla crescita delle competenze critiche, relazionali e progettuali.
Una rete di partner di valore
La qualità della vita accademica a Sophia è anche garantita dalla possibilità di vivere un’esperienza di studio personalizzata e aperta al mondo, grazie alla rete selezionata di partner che supporta le attività didattiche e offre opportunità concrete di tirocinio e inserimento professionale in contesti internazionali, tra cui: ASCES-UNITA, Sophia ALC (America Latina), Together for a New Africa, Economia di Comunione Corea, Ethos Capital e Consulus.
Maggiori informazioni sul sito Sophiauniversity.org
A cura della Redazione
Foto: © Istituto Universitario Sophia
Imparare da tutti
Essere misericordiosi
Annunciare l’amore di Dio
Si ringrazia Vatican Media per la gentile concessione delle immagini e delle foto dell’Udienza.
Portare la pace nei nostri ambienti
Credere all’Amore
Necessaria come il cibo

Mongomo è una piccola città della Guinea Equatoriale, alla frontiera col Gabon. Scrive suor Maria: “È un grande dono per la nostra comunità la permanenza con la gente di qui, così aperta alla Parola di Dio. Ogni mese l’aspettano con ansia nei villaggi vicini. La domenica, dato che non c’è quasi mai un sacerdote per celebrare la Santa Messa, si ritrovano con qualcuna di noi per sentirsi spiegare la Parola. Si riuniscono in più di cinquecento. Agli incontri in parrocchia a Mongomo, invece, riescono a partecipare soltanto una cinquantina. Bisogna tener conto del fatto che non hanno orologi, né nozione della data, per cui è molto difficile combinare degli appuntamenti, sicché le loro presenze non sono fisse. A volte poi devono percorrere (ovviamente a piedi) dieci, venti chilometri per arrivare. È commovente costatare che mai si stancano di sentir parlare di Dio. Vorrei che li sentiste raccontare come mettono in pratica il Vangelo: sono esperienze semplici, concrete… c’è da convertirsi a sentirle. Più volte ho sentito qualcuno di loro ripetere che la Parola di Dio gli è necessaria come il cibo”.
(Suor Maria – Guinea Equatoriale)
Riconciliazione
Ero rimasta particolarmente colpita ascoltando la frase del Vangelo “Se presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello…”. Infatti, non ero in buoni rapporti con una certa signora. Facendomi coraggio, sono andata da lei. Purtroppo, non solo non mi ha ascoltata, ma mi ha mandata via urlando. Demoralizzata, non sapevo cosa fare. Intanto mio figlio aveva ricevuto una lettera da un conoscente che si voleva scusare con lui per via di una piccola incomprensione tra loro capitata qualche giorno prima. C’era di che sorprendermi: primo, perché mio figlio è così piccolo che non sa ancora leggere, per cui ho dovuto leggergli la lettera; secondo, perché un adulto si scusava così seriamente con lui. Da tutto ciò ho tratto la spinta per scrivere a quella signora chiedendole perdono. Giorni dopo ricevo la sua telefonata: “Perdonami tu!”. Tornata da lei e chiarito ogni malinteso, piene di gioia, ci siamo riconciliate.
(H.B. – Germania)
A cura di Maria Grazia Berretta
Foto di copertina: © Saulo Leite by Pexels
Ringraziare per i doni ricevuti
Ricominciare
La speranza cristiana non è fuga dal reale. Nasce in un luogo senza luce, nella strettoia di una tomba murata, dove Dio ha già rovesciato il giudizio di questo mondo. Proprio per questo osa parlare in un tempo di guerre (Gaza, Kiev, il Darfur, Tehran) e di centinaia di milioni di persone che non sanno come arrivare a domani.
Le nostre giornate sono tessute di attese giuste: salute, un lavoro non precario, un po’ di pace, una giustizia che non sia solo parola. Quando però diventano tutto il nostro orizzonte o le sacralizziamo come idoli o, alla prima frattura seria, ci rifugiamo nel cinismo e nella rassegnazione.
La Pasqua non cancella queste speranze, le decentra. Le radica in un Altro e, proprio così, le preserva. L’amore più forte della morte non ci toglie il peso dell’agire; spezza piuttosto l’ansia di dover salvare il mondo con le nostre sole mani.
L’ultima parola sulla storia non è la nostra, né quella dei vincitori di turno. È la parola pronunciata sul corpo di Gesù. E la parola della Pasqua smentisce in anticipo ogni pretesa della morte di essere definitiva. Per Paolo, la risurrezione di Cristo non è un episodio isolato nella biografia di Gesù. È l’apertura di una scena nuova in cui l’umanità intera viene trascinata: «Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita» (1 Cor 15,22). I Padri hanno seguito questa traccia senza attenuarla: la risurrezione è il compimento della natura umana nella sua interezza, non il privilegio di pochi fortunati. In Cristo, Dio contempla già la pienezza della famiglia umana: i volti dei rifugiati nel Mediterraneo, di chi attraversa il Sahara, dei civili nascosti nelle cantine del Darfur. Per questo ogni ferita alla dignità, ogni corpo scartato, non è solo ingiustizia sociale; è profanazione di un’umanità che è stata pensata e amata dentro la luce del Risorto stesso.

© Mourad Saad Aldin by Pexels.com
Paolo allarga ancora lo sguardo: «tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Non geme soltanto la coscienza umana, ma il suolo, l’aria, i mari. Nel 2026 il linguaggio delle “doglie” non suona come pio simbolismo: lo leggiamo nelle alluvioni, nei raccolti incerti, nei villaggi che devono spostarsi perché l’acqua è finita. Questo gemito ha la forma di una protesta; la creazione rifiuta di essere trattata come materiale usa e getta, e la Pasqua le dà voce. In Cristo risorto, ogni sfruttamento della terra appare già come ciò che è: una scelta contro il futuro di tutti.
Come si vive, allora, tra un compimento già inaugurato e una storia ancora attraversata da troppi fallimenti? Non con la paralisi né con l’ottimismo di facciata. Si vive sapendo che nulla di ciò che è autenticamente buono va perduto: un gesto di accoglienza, una scelta di rinuncia, un lavoro onesto portato avanti in condizioni storte. Benedetto XVI ricorda che «ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto» e include tra questi impegni anche il lavorare per un mondo più umano, sostenuto dalla grande speranza che poggia sulle promesse di Dio (Spe Salvi, 35). Possiamo dire di più: non è aggiunta esterna al Regno, ma ne è già un frammento visibile. Il compimento appartiene a Dio, e tuttavia Dio si ostina a passare anche attraverso di noi. Quando ci impegniamo per i profughi, per il disarmo, per condizioni di lavoro meno disumane, per una pace concreta e non retorica, non stiamo solo “preparando” qualcosa che verrà dopo. Stiamo lasciando che la vita del Risorto prenda forma, umile e fragile, dentro il nostro tempo.
La speranza pasquale non resta idea o sentimento; prende corpo. La risurrezione dice che le logiche di morte non hanno titolo per decidere l’esito finale, e per questo ogni guerra, ogni sistema di sfruttamento, ogni indifferenza lucida è già smascherata e privata di ultimo senso dalla tomba vuota. Nel sepolcro di questo mondo, qualcosa è già cambiato per sempre: la vita ha iniziato a risalire le crepe della storia. Non come consolazione vaga né come “ricompensa” in un altrove indefinito, ma come realtà che, in Cristo, è già stata consegnata all’umanità e alla creazione intera. Nel giudizio di Dio rivelato a Pasqua – un giudizio che libera, non che schiaccia – è deciso una volta per tutte che la morte non potrà vantarsi di avere l’ultima parola su nessuno e su nulla.
Questa è la grande speranza.
Buona Pasqua: una speranza che non si chiude in chiesa, ma mette le mani nella storia.
Declan J. O’Byrne
Instituto Universitario Sophia
Pubblicato originalmente in Loppiano.it
Foto di copertina: Dettaglio della vetrata del Santuario Maria Theotokos, Loppiano
Gioia!
Io auguro a noi occhi di Pasqua
capaci di guardare
nella morte fino alla vita,
nella colpa fino al perdono,
nella divisione fino all’unità,
nella piaga fino allo splendore,
nell’uomo fino a Dio,
in Dio fino all’uomo,
nell’io fino al tu.
E insieme a questo, tutta la forza della Pasqua!
(Pasqua 1993)
Klaus Hemmerle
(La luce dentro le cose, Città Nuova, Roma 1998, pag. 110)
Foto: © Aakash-Sunuwar by Pexels.com
Accendere la speranza
Non scoraggiarsi
La solitudine, nel silenzio, non spaventi: essa è fatta per proteggere, non per spaurire. Comunque, si sfrutti anche un tal soffrire. La grandezza massima del Cristo è la croce. Mai fu tanto vicino al Padre e tanto vicino ai fratelli come quando nudo, ferito, gridò dal patibolo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Con quella sofferenza redense: in quella frattura ricongiunse gli uomini con Dio.
[…] Mettiti ad ascoltare. Mettiti a contemplare, dentro il silenzio nel quale Dio parla. È questa, nella giornata della vita, l’ora serale della contemplazione, quando le creature si raccolgono a fare il bilancio del lavoro compiuto e predispongono l’azione del domani: un domani affondato nell’eternità. […] Distacco dal mondo, dunque, e attacco a Dio: non separazione perciò dagli uomini, in quanto fratelli, componenti della stessa famiglia divina e umana.
Igino Giordani
(Stralci da “Città Nuova” XXIII/13 10 luglio 1979, pp.32-33)
Foto: © Nikolett Emmert by pexels.com
Eccomi!
Quest’anno la Settimana Santa la sento in modo particolare.
Ieri, mercoledì santo, la lettura della Passione di Gesù mi ha toccato particolarmente. Ho risentito (e quanto importante questo) il valore così nuovo del dolore nella nostra vita cristiana. Riebbi la chiamata – vorrei dire – a questa che fra le vocazioni d’ogni giorno, d’ogni ora della nostra vita è la più sublime. Gesù, l’uomo del dolore: è lì il culmine della sua vocazione.
(…) Oggi un’onda di tenerezza m’invade. È il giorno del Comandamento nuovo, dell’Eucaristia, del sacerdozio, del servizio fraterno.
Quante infinite ricchezze Gesù ha riservato per l’ultimo giorno della sua vita quaggiù!
Quale desiderio di far d’ogni giorno un Giovedì Santo.
Tu Gesù che ci hai scelto per questa via così vicina al tuo cuore, aiutaci a percorrerla bene, ogni giorno, fino in fondo.
Chiara Lubich
(Chiara Lubich, Diario 1964-1980, a cura di Fabio Ciardi, 2023, Città Nuova, Roma, p. 324)
Foto © Vesal by Pixabay
Amore scambievole
La notte è simbolo delle tenebre, dell’incognito, della mancanza di quella luce che non
riusciamo a trovare se non abbiamo una lampada e un compagno di viaggio nel cammino. La
notte è quella che avvolge il nostro pianeta, ferito e violentato da lotte fratricide, da guerre
che continuano a essere organizzate per la brama di potere e di denaro. La notte è quella che
vivono milioni di persone che non hanno più voce per gridare le ingiustizie e le sopraffazioni.
E noi? Come continuare a credere in quel mondo rinnovato che non si manifesta secondo le
nostre attese? Come riconoscere i segni di quanto di buono c’è nei rapporti di tutti i giorni?
Sono domande alle quali non sempre sappiamo dare una risposta ma che ci sollecitano a
cercare un compagno di viaggio che spesso non vediamo, a riconoscere il bisogno universale
di una spiritualità che è propria dell’essere umano e che può farsi presente se si vive tra noi
l’amore scambievole.
A volte sono brevi lampi di luce, che brillano nei modi più inaspettati, anche attraverso i
social, a illuminare la notte. Come la storia di Chiara Badano e Sara Cornelio, due amiche
attraverso il tempo.
Sara, nata nel 1998, poco più che bambina “conosce” Chiara, morta a 19 anni nel 1990, in uno
dei tanti incontri che raccontano la sua straordinaria storia di vita. La scopre amica,
compagna di sogni, confidente e forte presenza. Sara è una ragazza che vive, canta, balla,
studia, ha amici, cresce, affascina. Sara, al tempo stesso, vive la quotidianità di una malattia
congenita che -non solo figuratamente- “toglie il fiato”. Vive la certezza che “Tutto vince
l’Amore” (la sua tesina di maturità); vive il dono del trapianto di polmone, e diventa ella
stessa dono, che testimonierà con libri, incontri nelle scuole, brani musicali e cortometraggi,
un blog, una rappresentazione teatrale.
Vive la sua stupenda famiglia, l’innamoramento e l’amore. La sua morte nel 2022, a neanche
24 anni, lascia sgomenti e più soli tutti quelli che le hanno voluto bene anche semplicemente
incontrandola su Facebook.
Nel suo trascinante passaggio su questa terra Sara ha in Chiara un’amica sempre vicina che
accompagna, incoraggia, sostiene e che si “svela” nei momenti e nelle occasioni più
impensabili: amica che sa “stare accanto” nella gioia cristallina così come nel dolore e nella
solitudine di un ospedale o di una terapia intensiva.
Negli ultimi momenti, di solitudine e debolezza, la presenza di Chiara si fa misteriosamente
silenziosa, quasi sfuggente ma forse proprio per questo più autentica e destinata a diventare
amicizia “per sempre”.
Chiara e Sara: uniche, come ogni storia è unica.
Foto : © Kanenori – Pixabay
La strada che va verso il villaggio di Emmaus ci racconta un cammino percorso da due discepoli di Gesù. Delusi dai sogni, dai progetti, dai momenti forti delle giornate che avevano trascorso con il Maestro, essi tornavano a casa per riprendere la vita che avevano lasciato, quella prima dell’incontro con lui. Erano trascorsi appena tre giorni dalla sua crocifissione, la delusione, la paura e i dubbi regnavano tra i suoi seguaci.
Si allontanavano da Gerusalemme, dal sogno irrealizzato, prendendo le distanze da Cristo e dal suo messaggio, “tristi” perché avevano in qualche modo già preso la decisione di abbandonare il progetto per il quale lo avevano seguito.
È la storia di tutti noi quando ci smarriamo davanti a situazioni che ci pongono di scegliere davanti ai tanti bivi e crediamo spesso che la soluzione di tornare indietro, di rinunciare, di rassegnarci sia l’unica risposta al nostro malessere.
«A chi di noi l’albergo di Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su questa strada una sera che tutto pareva perduto? Il Cristo era morto in noi… Non esisteva più nessun Gesù sulla terra»[1].
«Resta con noi, perché si fa sera».
Durante il cammino uno sconosciuto si unisce ai due mostrandosi ignaro delle vicende appena trascorse. Inizia a porre domande precise, che fanno venir fuori tutta l’amarezza e lo sconforto. Dapprima li ascolta e poi egli inizia a spiegare le Scritture: è tutto un dialogo, un incontro che lascia il segno, tanto è vero che, anche se ancora non hanno riconosciuto Gesù, lo pregano di fermarsi con loro perché si fa sera[2].
È questa forse una fra le preghiere più belle che troviamo nei Vangeli. È la prima preghiera che dai discepoli sale al Risorto ed è commovente questo invito che tutti possiamo rivolgergli perché Lui rimanga con noi e fra noi.
Gli occhi dei due discepoli si apriranno allo spezzar del pane e la gioia di averlo finalmente riconosciuto li spingerà a tornare a Gerusalemme per annunciare ai loro amici questa resurrezione avvenuta.
«Resta con noi, perché si fa sera».
«Forse niente spiega meglio l’esperienza che noi focolarine abbiamo fatto fin dall’inizio, di vivere con Gesù in mezzo a noi, quanto queste parole, — scrive Chiara Lubich.
Gesù è sempre Gesù e anche se è solo spiritualmente presente, quando lo è, spiega le Scritture, e arde nel petto la sua carità: la vita. Fa dire con infinita nostalgia, quando lo si è conosciuto: “Resta con noi, Signore, perché si fa sera”: senza di Te è notte nera (…)»[3].
La notte è simbolo delle tenebre, dell’incognito, della mancanza di quella luce che non riusciamo a trovare perché non crediamo nella Sua presenza che continua ad accompagnarci, sempre.
La notte è quella che avvolge il nostro pianeta, ferito e violentato da lotte fratricide, da guerre che continuano a essere organizzate per la brama di potere e di denaro.
La notte è quella che vivono milioni di persone che non hanno più voce per gridare le ingiustizie e le sopraffazioni.
E noi, come possiamo renderci conto della presenza di Gesù, che non sempre si manifesta secondo le nostre attese? Come capire che lui cammina con noi e cerca di farci riconoscere i segni della sua presenza? E soprattutto come creare le condizioni perché egli si manifesti e rimanga con noi?
Sono domande alle quali forse non sappiamo sempre dare una risposta ma che ci sollecitano a non tralasciare la ricerca di Gesù, a concentrare il nostro sguardo verso un compagno di viaggio che spesso non vediamo, a riconoscere Colui che può farsi presente se si vive tra noi l’amore scambievole.
La strada di Emmaus è simbolo di tutte le nostre strade, è la strada dell’incontro con il Signore, è la strada che ci ridona la gioia del cuore, ci riporta verso la comunità per testimoniare insieme che Cristo è risorto.
A cura di Patrizia Mazzola e del team della Parola di Vita
Foto: ©Pexels-Tom Fisk
[1] François Mauriac, Vita di Gesù, Mondadori, Milano, 1950, p. 156.
[2] Cfr. Lc 24, 17-29.
[3] Chiara Lubich, Scritti Spirituali/3, Città Nuova, Roma 1979, p. 67.
Dio cammina con noi
25 marzo 2026. Ci troviamo nella Sala della Conciliazione del Palazzo Lateranense dove, dopo decenni di contrapposizione, la Chiesa cattolica e lo Stato italiano firmarono nel 1929 i Trattati Lateranensi. In questo stesso storico ambiente si concluse nel 2013 la fase diocesana della Causa di beatificazione di una delle figure spirituali più rilevanti del nostro tempo: il Cardinale vietnamita François-Xavier Nguyễn Văn Thuận.
Sono presenti 220 persone, Cardinali, Vescovi, famigliari, sacerdoti, suore e laici vietnamiti e di altri Paesi. Migliaia di altri sono collegati via streaming in sette lingue sui canali YouTube di Vatican Media. Motivo di questo incontro è il 50° anniversario da quando Nguyễn Văn Thuận, allora giovane Vescovo, nei primi mesi di prigionia iniziata il 15 agosto 1975, è riuscito a far pervenire ai suoi fedeli 1001 brevi meditazioni vergate su fogli di vecchi calendari. L’evento è organizzato dalla Causa di Beatificazione del Cardinale vietnamita, insieme al Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale (DSSUI), attore della Causa, in collaborazione con il Dicastero per il Clero, la diocesi di Roma e le edizioni Città Nuova.

Papa Leone sottolinea questa ricorrenza con un Messaggio a firma del Card. Parolin, suo Segretario di Stato, auspicando che «il significativo evento favorisca la riscoperta della fervida testimonianza di così intrepido discepolo del Vangelo e generoso Pastore». Il suo esempio – afferma – «è carico di attualità poiché ricorda che la speranza cristiana nasce dall’incontro con Cristo e prende forma in una vita donata a Dio e al prossimo».
Fa gli onori di casa il Card. Baldassare Reina, Vicario generale del Papa per la diocesi di Roma, il quale ricorda l’attualità della figura di Nguyễn Văn Thuận all’indomani del Giubileo della speranza, in un tempo in cui il Vangelo si trasmette soprattutto con la testimonianza.



Ma chi era questo Cardinale vietnamita? Risponde con brevi cenni biografici il dott. Waldery Hilgeman, postulatore della Causa di beatificazione. Discendente di una famiglia che nel XIX secolo ha avuto tra i suoi antenati dei martiri, François-Xavier sin da giovane si sente attratto dall’esempio dei santi e più tardi anche da spiritualità del suo tempo, tra cui i Cursillos e i Focolari. Entra in seminario, diventa sacerdote, consegue il dottorato in diritto canonico. Nel 1967 viene consacrato Vescovo di Nha Trang. Quando nel 1975 Paolo VI lo nomina Arcivescovo coadiutore di Saigon, inizia una lunga prova: arrestato, trascorre tredici anni in prigione, di cui nove in isolamento. Lì ho imparato – racconta – «a scegliere Dio e non le opere di Dio». Comprende che Dio lo vuole in mezzo agli altri prigionieri, quasi tutti non cattolici, presenza di lui e del suo amore, «nella fame, nel freddo, nel lavoro faticoso, nell’umiliazione e nell’ingiustizia». Liberato nel 1988, dal 1991 vive a Roma, dove Giovanni Paolo II lo nomina dapprima Vicepresidente, poi Presidente dell’allora Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace e nel 2001 lo crea cardinale.
Elisabeth Nguyễn, sorella del Cardinale, racconta l’avventurosa storia dei 1001 pensieri. Trafugati dall’arresto domiciliare, «iniziarono un viaggio di evangelizzazione da una famiglia all’altra, da una cellula di prigione all’altra, prima di attraversare con i boat people gli oceani». Anni dopo ne nasce il libro The Road of Hope (Il cammino della speranza).
Esperienze forti e toccanti, amplificate, a metà incontro, da un brano di pianoforte eseguito virtuosamente da don Carlo Seno: “La Campanella” di Franz Liszt.
Nel corso di appena un’ora e mezzo, moderata dal giornalista Alessandro De Carolis di Vatican Media, emergono ulteriori profili di Nguyễn Văn Thuận. Il Card. Lazzaro You Heung-sik, Prefetto del Dicastero per il Clero, parla di lui come «evangelizzatore in ogni circostanza» riferendo il racconto di un monaco buddista: «Era inverno, faceva due gradi sottozero e noi, nel campo di rieducazione, non avevamo abbastanza coperte. Allora il Vescovo usciva ogni giorno più volte per raccogliere rami e pezzi di legno per riscaldare di notte il campo… Era quello che noi buddisti chiamiamo un “Bo tac”: un uomo molto santo».
Il Card. Luis Antonio Tagle, Prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione, ricorda invece come nel 1995 era nata un’amicizia personale con Nguyễn Văn Thuận: «Mi colpì il fatto che, mentre raccontava esperienze dolorose e persino umilianti, la sua voce rimanesse calma e il suo volto sereno. Non c’era traccia di amarezza né di odio in lui. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dal suo volto radioso e sorridente».
Assieme alla statura spirituale, emerge la spiccata sensibilità per le questioni mondiali della giustizia e della pace. Ne parla il Card. Michael Czerny sj, Prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, che per l’occasione ha pubblicato la traduzione italiana di una nuova biografia di Nguyễn Văn Thuận, scritta da sua sorella Elisabeth insieme al sacerdote belga Stefaan Lecleir.



«Il suo contributo principale a livello mondiale – precisa il Card. Czerny – è il ruolo svolto nella genesi del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (2004)» e riferisce questa vibrante domanda posta dall’Arcivescovo vietnamita: «Di fronte all’attuale situazione politica ed economica, c’è chi si chiede: riusciremo ad attraversare con speranza la soglia del nuovo millennio?». In risposta, citava una nota giornalista che previde “tre fasi catastrofiche” per le società impoverite: sfruttamento – esclusione – eliminazione. «Quando penso a tutto questo – commentava Nguyễn Văn Thuận – il mio cuore è lacerato e vorrei gridare: “impossibile”».
A conclusione dell’incontro, l’attore e giornalista Rosario Tronnolone legge alcuni brani del Cammino della speranza che risuonano come il sigillo d’oro: «Tu vuoi operare una rivoluzione: rinnovare il mondo. Potrai compiere questa preziosa missione che Dio ti ha affidato, solo con “la potenza dello Spirito Santo”. Ogni giorno, lì dove vivi, prepara una nuova Pentecoste. Impegnati in una campagna che ha lo scopo di rendere tutti felici. Sacrificati di continuo, con Gesù, per portare la pace alle anime, sviluppo e prosperità ai popoli. Tale sarà la tua spiritualità, discreta e concreta a un tempo».
Hubertus Blaumeiser
Foto: © CM – CSC Audiovisivi
Trasmissione integrale sul Canale YouTube di Vatican Media
L’amore dà origine alla comunità
Un vero incoraggiamento pastorale, frutto di una lettura profonda del tempo che stiamo vivendo: questo sono state per noi le parole pronunciate da Leone XIV nell’incontro del 21 marzo scorso, un momento di grazia particolare e gioia profonda che ha lasciato un segno indelebile nei cuori dei 300 partecipanti all’udienza in Vaticano. Avevamo appena terminato l’assemblea generale, che viene convocata ogni cinque anni per eleggere la presidente, il copresidente e il governo dell’Opera di Maria – Movimento dei Focolari, e abbiamo accolto quanto il Papa ci ha detto come un orientamento pieno di sapienza per il futuro e per il servizio che siamo chiamati a rendere oggi alla Chiesa e al mondo.
Il Pontefice ha anzitutto riconosciuto il dono che il carisma di Chiara Lubich rappresenta per la Chiesa: un dono che ha plasmato la vita di tante persone, famiglie, consacrati e sacerdoti, e che continua a generare frutti di comunione, di dialogo e di pace nei contesti più diversi. Allo stesso tempo, ha collocato questo dono dentro il dinamismo vivo della storia, ricordandoci che ogni carisma è affidato alla responsabilità di chi lo riceve ed è chiamato a incarnarlo in modo sempre nuovo.
Leone XIV ci ha riconfermati nell’essenza del nostro carisma: l’unità. Un’unità che non nasce da equilibri organizzativi o da strategie umane, ma che è «frutto e riflesso dell’unità di Cristo con il Padre». Per questo — ci ha ricordato — essa non può essere confusa con l’uniformità di pensiero, di sensibilità o di stile di vita. Al contrario, l’unità autenticamente evangelica valorizza le differenze, rispetta la libertà e la coscienza di ciascuno, e si costruisce nell’ascolto reciproco e nella ricerca condivisa della volontà di Dio.
In un tempo segnato da profonde polarizzazioni, tensioni sociali e conflitti armati, il Papa ha indicato l’unità come una vera forza profetica. Un seme semplice, ma potente, capace di contrastare «il veleno della divisione» che inquina i cuori e le relazioni, attraverso la testimonianza evangelica del dialogo, del perdono e della pace. Questa è una chiamata che sentiamo profondamente nostra e che interpella ogni membro del nostro movimento a essere fermento di riconciliazione nei contesti quotidiani.

Con particolare chiarezza, il Santo Padre ha poi indicato una responsabilità specifica per questa fase post fondazionale, che segue cioè la morte della nostra fondatrice, Chiara Lubich. Non si tratta di una stagione ormai conclusa, ma di un tempo che continua e che chiede un discernimento costante, maturo e soprattutto condiviso. Ci ha richiamati a distinguere ciò che è essenziale al nostro carisma da ciò che, pur avendo accompagnato la nostra storia, non lo è più, o ha mostrato nel tempo limiti, ambiguità e criticità. Questo discernimento — ha sottolineato — non può essere affidato a pochi, ma coinvolge l’intero corpo del movimento. Il carisma, infatti, è un dono dello Spirito Santo, e tutti hanno il diritto e il dovere di sentirsi corresponsabili dell’opera alla quale hanno aderito con dedizione.
Vorrei riportare anche le parole che il nuovo copresidente, don Roberto Almada, ha pronunciato, commentando questa parte del discorso del Santo Padre, cogliendone la grande portata: ha riconosciuto come egli ci abbia parlato “come un padre”. Ha poi aggiunto che ci ha incoraggiato nel cammino che abbiamo di fatto intrapreso già da alcuni anni, di ascolto delle persone che hanno sofferto e di revisione delle prassi, ma allo stesso tempo ci ha chiamato a una conversione più profonda.
La conversione a cui il Papa ci chiama parte da un cambiamento personale di mentalità e dunque non si tratta solo di riformare strutture o istituzioni. Al centro di tutto c’è il modo di vivere le relazioni, il rispetto della dignità della persona e l’esercizio corretto dei ruoli di responsabilità, vissuti come servizio. In questo senso, il Papa ci ha ricordato che solo uno stile evangelico può far «brillare la bellezza» del Vangelo nelle relazioni e nelle strutture.
Mi ha poi colpito in modo particolare l’insistenza di Leone XIV sulla carità, come nutrimento indispensabile dell’unità. Richiamando la prima lettera ai Corinzi, ha ricordato che la carità è paziente, magnanima, rispettosa, e che senza di essa l’unità rischia di svuotarsi. In queste parole ho ritrovato il cuore dell’intuizione di Chiara Lubich, che vedeva nell’unità non solo un ideale spirituale, ma la “roccia” su cui poggia tutta la vita del movimento.
Ora inizia per il movimento dei Focolari un nuovo mandato; cinque anni in cui sentiamo che guardare al futuro significa accogliere e operare una vera svolta. Una svolta che chiede conversione personale e comunitaria, un rinnovato ascolto del grido dell’umanità di oggi e un impegno a testimoniare l’unità non tanto con le parole quanto con la vita. La nostra assemblea generale che era composta da persone che rappresentavano tutte le vocazioni, moltissime culture, lingue, popoli, ci ha fatto sperimentare la ricchezza di una corresponsabilità diffusa e un nuovo entusiasmo: segni che lo Spirito continua ad accompagnarci anche in questo passaggio delicato.
Con gratitudine profonda raccogliamo allora l’incoraggiamento del Santo Padre e il suo invito a proseguire nel cammino. Lo facciamo con umiltà e fiducia, certi che, se vivremo l’unità come dono gratuito e come compito quotidiano, essa potrà contribuire alla missione della Chiesa ed essere sempre più fermento di pace per il mondo.
Margaret Karram
Presidente del Movimento dei Focolari
Pubblicato su l’Osservatore romano il 26 marzo 2026
(Traduzioni: Servizi Linguistici del Movimento dei Focolari)
Foto: © Vatican Media
Mettere in rilievo l’altro/a
Trasformare i momenti negativi in qualcosa di positivo
(…) Qual è la parola che lo Spirito ha impresso come sigillo su questa casa, sul nostro Movimento, quando il Cielo l’ha pensato e ha dato inizio qui in terra alla sua realizzazione?
Noi lo sappiamo. La parola è “unità”. Unità è la parola riassuntiva di tutta la nostra spiritualità. Unità con Dio, unità coi fratelli. Anzi: unità coi fratelli per raggiungere l’unità con Dio.
Lo Spirito, infatti, ci ha svelato una via tutta nostra, pienamente evangelica per unirci con Dio,
per trovare lui. (…) Noi lo cerchiamo e troviamo passando per il fratello, amando il fratello. Lo troviamo se ci sforziamo di attuare l’unità col fratello, con ogni fratello: se stabiliamo la presenza di Dio tra noi fratelli. Solo in questo modo abbiamo garantita anche l’unità con lui, lo troviamo vivo e palpitante nel nostro cuore. Ed è poi questa unità con Dio che spinge, a sua volta, verso i fratelli, che ci aiuta a far sì che il nostro amore per loro non sia fittizio, non insufficiente, non superficiale, ma un amore radicale, pieno, completo, sostanziato di sacrificio, pronto sempre a dare la vita, capace di realizzare l’unità.
I nostri Statuti mettono l’unità a base di tutto, come norma di ogni norma, come regola da
attuare prima di ogni altra regola. E la parola unità per noi è la roccia.
Noi non abbiamo significato nella vita se non in questa parola, dove tutto prende senso: ogni nostro atto, ogni preghiera, ogni respiro. E se saremo concentrati su questa parola, se la vivremo il meglio che possiamo, tutto sarà certamente salvo per noi: salvi noi e salva quella porzione di Opera che ci è stata affidata.
Verranno forse per l’Opera in futuro, nel suo insieme o in qualche zona,
momenti diversi dal presente, contrassegnato da tante consolazioni, frutti, luce, fuoco.
Potranno venire momenti di buio, di sgomento. Potranno sopraggiungere persecuzioni,
tentazioni. (…) Potranno succedere disgrazie, catastrofi… Ma, se noi saremo saldi sulla roccia
dell’unità, nulla potrà toccarci, tutto andrà avanti come prima.
Chiara Lubich
in “Conversazioni in collegamento telefonico”, 2019, Città Nuova Editrice, p. 373
Vivere per l’altro/a
Donarci per il bene di tutti
Amare senza interesse
Un ritorno a Loppiano doppo tanti anni, sensazioni e sogni che si risvegliano con l’idea di dar vita a nuovi progetti. È quello che racconta Roberto Brundisini all’apertura del sito web dei co-cittadini di Loppiano.
“Un giorno torno in visita a Loppiano, dove avevo vissuto per qualche tempo anni addietro. E mi accorgo di trovarmi bene, a casa. Mi meraviglio di esserne rimasto lontano così a lungo e penso a tanti che come me hanno perso i contatti con questa realtà. Capisco e comunico che questa è la casa non solo di chi ci abita ma anche di chi la ama. E so che sono tanti.

Si sparge la voce, si riattivano i circuiti spenti e come da un lungo letargo si destano volti antichi e nuovi. Loppiano c’è, è lì, c’è ancora! I sogni che si erano assopiti riprendono vita, con la determinazione dell’umiltà. Perché i sogni che restano nel cassetto fanno la muffa.
Allora, cosa bisogna fare? Ci si domanda. Da dove si comincia?
Ah, ecco- diciamo tra noi- forse possiamo creare una comunità energetica. Giusto! – risponde qualcuno. Forse potremmo impostare un’agricoltura alternativa. Bello! Contribuire al riassetto urbanistico e ambientale della Cittadella secondo i criteri della Laudato si’.
Che sogno! Ci siamo detti: Perché non organizziamo una struttura di accoglienza dove passare un po’ di giorni di relax e riprendere a rieducarci alla natura e ai rapporti umani? Fantastico- continua qualcun’ altro- a me piacerebbe trovare un hub, uno spazio di incontro per scambi culturali tra giovani e magari anche tra artisti. Molto interessante! E se realizzassimo una Webradio dal respiro universale, vista la varietà di competenze, esperienze, conoscenze che molti di noi, sparsi in tutte le latitudini, hanno acquisito in questi anni? Altro sogno! (…)”
In occasione della visita al Centro Internazionale abbiamo intervistato il Presidente dell’Associazione, Alessandro Agostini e uno dei consiglieri, Nicola di Settimo.
Attivare i sottotitoli e scegliere la lingua desiderata
Intervista di Anna Lisa Innocenti e Carlos Mana
Montaggio: Joaquín Masera.
Impegnarsi verso la sofferenza altrui
Decidere di amare
“Se vuoi restare saldo nella fede, scegli la via della speranza destinata alla tua anima di discepolo di Cristo”. È uno dei 1001 pensieri rivolti dall’allora Arcivescovo François Xavier Nguyễn Văn Thuận ai suoi fedeli, nei lunghi anni della detenzione in carcere a motivo della sua fede: una collezione di riflessioni, moniti, incoraggiamenti, poi raccolti nel volume “Il cammino della speranza”, considerato il “testamento spirituale” del cardinale vietnamita, dichiarato Venerabile da Papa Francesco.
In occasione del 50° Anniversario della stesura del volume, la Causa di Beatificazione del Cardinale Văn Thuận e il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale – che è Attore della Causa – insieme con il Dicastero per il Clero, l’Editrice Città Nuova e la Diocesi di Roma, desiderano onorare la memoria del Cardinale vietnamita celebrando un convegno intitolato “François Xavier Nguyễn Văn Thuận. Testimone di speranza”.
L’evento si tiene il prossimo 25 marzo a Roma, presso la Sala dei Trattati Lateranensi, nel Palazzo Apostolico Lateranense, dalle 16.00 alle 17.30 (utc +1).
Sarà presente la Sig.ra Élisabeth Nguyễn Thị Thu Hồng, sorella del Cardinale Văn Thuận.
Attraverso la testimonianza di chi lo ha conosciuto, e con brani e musiche tratti dai suoi scritti, il Convegno intende sottolineare l’attualità della figura del Cardinale Văn Thuận: un pastore fedele che seppe trasformare l’esperienza della prigionia in uno spazio di preghiera, perdono e offerta, mostrando come la luce del Vangelo possa vincere ogni oscurità. Dalle sue parole giunge fino a noi un messaggio di speranza, patrimonio spirituale universale.
Apre i lavori Sua Em.za Cardinale Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma. Intervengono Sua Em.za Cardinale Michael Czerny, S.J., Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; Dr. Waldery Hilgeman, Postulatore della Causa di Beatificazione del Cardinale Văn Thuận; Sua Em.za Cardinale Lazzaro You Heung-sik, Prefetto del Dicastero per il Clero; Sua Em.za Cardinale Luis Antonio Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione.
Interviene al pianoforte Don Carlo Seno, presbitero della Diocesi di Milano, Responsabile del Centro di Spiritualità “Vinea mea”.
Modera l’incontro il giornalista Alessandro De Carolis, di Radio Vaticana – Vatican News.
Nel contesto del Convegno sarà presentata l’edizione in lingua italiana della nuova biografia del Cardinale Văn Thuận, redatta dalla sorella Élisabeth, pubblicata da Città Nuova Editrice, con Prefazione a firma del Cardinale Michael Czerny.
L’evento è aperto alla stampa, previa richiesta di accredito presso la sala Stampa della Santa Sede, e sarà fruibile via streaming in lingua italiana, con traduzione simultanea in inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, vietnamita.
A cura della Causa di Beatificazione del Cardinale Văn Thuận
Di seguito i link per seguire l’evento:
IT: https://www.youtube.com/live/WQk9grOvTL0
EN: https://www.youtube.com/live/qr-lYRm1IGY
ES: https://www.youtube.com/live/7mQNE_tFE_4
FR: https://www.youtube.com/live/8xnl5NQ4jx8
DE: https://www.youtube.com/live/ULjKpE22E6s
PT: https://www.youtube.com/live/JSPZWH-Zwu0
VT: https://www.youtube.com/live/8Mx3gnY3wuE
La vita, le opere e la spiritualità del Cardinale Văn Thuận sono illustrate anche nel portale a lui dedicato, in più lingue, all’indirizzo https://www.cardinalvanthuan.va/it.html
L’amore non è passivo
Avere uno sguardo attento verso chi incontriamo
L’arrivo di Papa Leone XIV è stato accolto da un applauso caloroso dei 320 partecipanti all’Assemblea Generale dei Focolari ricevuti in Vaticano in udienza. “Con quell’applauso – ha raccontato il Copresidente neoeletto, Roberto Almada – abbiamo voluto esprimere la nostra gioia. Mi ha colpito il suo sguardo riconoscente e incoraggiante nei confronti di tutte le componenti del Movimento: sacerdoti, famiglie, giovani, focolarini”.
Fin dai primi passaggi, Papa Leone XIV ha riportato l’attenzione sulla radice del carisma: “Ognuno di voi è stato attratto dal carisma della Serva di Dio Chiara Lubich”. L’unità, ha sottolineato, resta il cuore del dono che lo Spirito Santo offre oggi alla Chiesa e al mondo.
Un popolo della pace chiamato ad essere argine alle barbarie
Il tema della pace ha attraversato con forza il discorso del Santo Padre. Ha riconosciuto che “anche attraverso di voi, Dio si è preparato, nei decenni passati, un grande popolo della pace”, chiamato oggi “a fare da contrappeso e da argine a tanti seminatori di odio che riportano indietro l’umanità a forme di barbarie e di violenza”. Parole che hanno confermato il lavoro dell’Assemblea, che ha riflettuto su come contribuire più efficacemente a ricucire legami sociali, superare polarizzazioni, promuovere dialogo e fraternità nei territori in cui il Movimento è presente.
Margaret Karram, rieletta Presidente del Movimento, ha così commentato: “Il Papa ha sottolineato ancora quanto oggi, più che mai, ci sia bisogno dell’unità in un mondo diviso e in guerra. Ha rimesso ancor più al centro la necessità di vivere di più e meglio la nostra vocazione alla fraternità. Mi ha poi colpito la riconoscenza del Papa per il lavoro del Movimento in campo ecumenico, interreligioso e in altri ambiti”.
La responsabilità della fase post‑fondazionale
Un passaggio particolarmente significativo ha riguardato il momento storico che il Movimento sta attraversando. Papa Leone XIV ha ricordato che: “a voi è affidata la responsabilità di tenere vivo il carisma del vostro Movimento nella fase post‑fondazionale”, una fase che non termina con la generazione immediatamente successiva alla fondatrice, ma che “si prolunga anche oltre”. Ha invitato il Movimento a distinguere con lucidità e onestà ciò che appartiene al nucleo essenziale del carisma da ciò che nel tempo può cambiare. Ha detto con chiarezza che è necessario discernere “quali aspetti della vostra vita comune e del vostro apostolato sono essenziali, e perciò vanno mantenuti” e “quali strumenti e pratiche, benché in uso da tempo, non sono essenziali al carisma… o hanno presentato aspetti problematici e perciò sono da abbandonare”.
Le parole del Santo Padre sulla trasparenza – “condizione di credibilità” e diritto di tutti perché il carisma è un dono condiviso – hanno dato conferma e forza a un orientamento già maturato nell’Assemblea. Un Movimento più corresponsabile è il passo necessario per vivere oggi l’unità.
Un processo di rinnovamento condiviso: le linee d’indirizzo per i prossimi cinque anni (2026–2031)
La riflessione sulle sfide e le criticità avviata dall’Assemblea generale ha evidenziato che alla base di tanti problemi del movimento oggi, sta la necessità di una comprensione più matura dell’unità, nucleo fondante del Carisma di Chiara Lubich, per questo è stato avviato un processo di ripensamento e approfondimento a tutti i livelli.
In questo orizzonte, si intende: lavorare per superare divisioni e polarizzazioni attraverso l’azione delle comunità dei Focolari che vivono sui territori e nelle “periferie” del mondo, in sinergia con quanti condividono il principio evangelico dell’unità attraverso il dialogo e la collaborazione; sostenere reti impegnate nella promozione della pace e nell’educazione alla non violenza; sviluppare una visione integrale della cura del pianeta e delle persone; rafforzare famiglie e comunità come luoghi di prossimità e sostegno reciproco. Accanto a ciò, diventa essenziale promuovere un uso etico e responsabile delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale, coinvolgendo tutte le generazioni, e valorizzare il contributo dei giovani e la ricchezza che nasce dall’incontro tra diverse esperienze e sensibilità.
Con un approccio fondato sulla qualità delle relazioni, sulla trasparenza, sulla partecipazione e sulla responsabilità condivisa, il Movimento rinnova il suo impegno a lavorare affinché ogni luogo diventi spazio di incontro e collaborazione, a servizio del bene comune e della pace.
Stefania Tanesini
LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO DI PAPA LEONE XIV
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Compassione per i bisognosi
Costruire ponti di amicizia