Vivere la gioia per donarla
Vivere la gioia per donarla
Vivere la gioia per donarla
Sapersi stupire
Molto già si è detto e si dirà ancora sull’importanza ecumenica dell’anno 2025. Il 1700º anniversario del Concilio di Nicea è solo uno – anche se fondamentale – dei vari anniversari importanti per tutta la cristianità che ricorrono quest’anno. Perché è fondamentale ricordare Nicea ancora oggi? Qual è la sua attualità? Per capirlo bene dobbiamo fare un salto indietro nel quarto secolo.
Nel 313 l’imperatore Costantino concordò di dare libertà di culto ai cristiani ponendo fine alle persecuzioni religiose in tutto l’impero. Più tardi, nel 324, Costantino diventò autorità massima di tutto l’impero, di occidente e oriente, ma capì che una controversia dottrinale rischiava di scombussolare la pace nel territorio. Decise dunque di convocare un Concilio di tutta la Chiesa per dirimere la questione; lui era, infatti, cosciente che si trattasse di una questione religiosa, ma era anche convinto che l’unità religiosa fosse un fattore importante per la stabilità politica. A Nicea arrivarono dai 250 a 318 vescovi da tutte le parti dell’Impero. Lo scopo principale era quello di difendere e confermare la fede e la dottrina tramandata dagli apostoli sulla Persona divina e umana di Gesù Cristo, contro un’altra dottrina che serpeggiava tra i cristiani, ossia il pensiero del presbitero Ario di Alessandria d’Egitto e dei suoi sostenitori, che affermavano che Gesù Cristo non era Dio da sempre ma la prima più sublime creatura di Dio.



È comprensibile che un tale mistero, cioè della persona di Gesù Cristo, rappresentasse una sfida per l’intelligenza umana. Ma allo stesso tempo era più forte la testimonianza degli apostoli e di tanti cristiani capaci di morire –pur di difendere questa fede. Perfino tra i vescovi accorsi al Concilio molti portavano ancora i segni delle torture e delle sofferenze subite per tale ragione.
Così quel Concilio definì la fede su cui si basa il cristianesimo e che tutte le Chiese cristiane professano, il Dio rivelato da Gesù Cristo è un Dio unico ma non solitario: Padre, Figlio e Spirito Santo sono un unico Dio in tre Persone distinte che esistono da sempre.
Ricordare Nicea oggi è dunque di grande importanza e attualità: un Concilio che ha messo le basi per la struttura sinodale della Chiesa, di cui oggi ricerchiamo maggiore concretizzazione; un Concilio che ha unificato per tutta la Chiesa il giorno della celebrazione della Pasqua (secoli più tardi – fino ad oggi – con il cambiamento di calendari, la data è poi diventata diversa per le Chiese d’occidente e d’oriente) e che ha fissato i punti cardini della fede cristiana. In particolare, questo ultimo punto ci interpella oggi in maniera forte. Forse la tendenza di non credere alla divinità di Gesù Cristo non è mai sparita del tutto. Oggi per molti è più facile e comodo parlare di Gesù privilegiando le sue prerogative umane di uomo saggio, esemplare, profeta piuttosto che crederlo Figlio unigenito di Dio, della stessa sostanza del Padre.

Dinanzi a queste sfide possiamo pensare che Gesù Cristo rivolga anche a noi, oggi, la stessa domanda che ha rivolto un giorno agli apostoli: “E voi chi dite che io sia?” (Mt 16, 13-17).
Accettare il Credo di Nicea e professarlo insieme dunque, è ecumenicamente importante anche perché la riconciliazione dei cristiani significa riconciliazione non solo con e tra le Chiese nel presente, ma anche con la tradizione della Chiesa primitiva e apostolica.
Considerando il mondo di oggi, con tutte le sue ansie, i suoi problemi e le sue aspettative, ci rendiamo ancora più conto di come l’unità dei cristiani non sia solo un’esigenza evangelica, ma anche un’urgenza storica.
Se vogliamo confessare insieme che Gesù è Dio, allora le Sue Parole, soprattutto quello che Lui ha definito il suo comandamento nuovo, criterio messo da Lui perché il mondo ci riconosca come Suoi discepoli, acquisteranno un grande valore per noi. Vivere questo comandamento “sarà l’unico modo o sicuramente il più efficace per parlare di Dio oggi a chi non crede, per rendere traducibile la Risurrezione di Cristo in categorie comprensibili per l’uomo di oggi”[1].
Centro “Uno”
Per approfondire di più è disponibile il video: Da Nicea camminando insieme verso l’unità
[1] BENEDETTO XVI, Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi. Una conversazione con Peter Seewald, Libreria editrice Vaticana, Città del Vaticano 2010, p. 98.
Pregare per la pace
Aperti a chiedere e dare perdono
Oltre 150 delegazioni di tutto il mondo, leaders politici, capi di varie Chiese cristiane, rappresentanti di diverse religioni ed oltre 200.000 fedeli di ogni parte del pianeta hanno partecipato in Vaticano, oggi, 18 maggio 2025, alla celebrazione per l’inizio del ministero di Papa Leone XIV. E proprio dall’incontro con i pellegrini, il Pontefice ha voluto iniziare, percorrendo in auto Piazza San Pietro fino alla fine di via della Conciliazione, in un saluto lungo, gioioso, commosso. Poi la sosta sulla tomba di Pietro del quale è chiamato ad essere il successore e l’inizio della celebrazione eucaristica.
Era presente anche un gruppo del centro internazionale dei Focolari in rappresentanza della Presidente del Movimento, Margaret Karram, e del Copresidente Jesús Morán che in questi giorni sono in viaggio negli Stati Uniti.
“Un’esperienza di universalità della Chiesa – definisce il momento vissuto a Piazza San Pietro Silvia Escandell (Argentina), delegata centrale dei Focolari -. Ho sentito come Papa Leone XIV, sicuramente anche per il suo carisma, raccoglie questa profonda diversità nell’unità. Mi ha impressionato come lui abbia fatto leva subito su due parole ‘amore e unità’ e tutto il suo discorso lo abbia tracciato su questa scia”. “Mi ha colpito anche quando – continua Silvia – ha fatto riferimento a Pietro al quale Gesù diceva di gettare le reti e ci ha chiamato a farlo un’altra volta. Ma sapendo che queste sono le reti del Vangelo, che va incontro ad ogni uomo. Mi sembra un segno di tanta speranza, per la Chiesa e per l’umanità”.



Nelle foto: piazza San Pietro gremita di fedeli, un momento della celebrazione ed il gruppo del Centro Internazionale dei Focolari
“Per me oggi è stata una forte esperienza in cammino verso il mondo unito – dice Ray Asprer (Filippine) delegato centrale del Movimento dei Focolari – . Vedere tutta la piazza piena e, soprattutto, ascoltare l’appello del Papa che esprimeva la sua visione di una Chiesa strumento di unità, mi sembrava che fosse proprio quello che si è vissuto qui, in tutta la solennità, ma anche proprio come esperienza. Si stava insieme da tutto il mondo, intorno al Papa che proclamava che la missione della Chiesa è amore e unità. Ho sentito un richiamo verso l’unità come un segno dei tempi”.
E di speranza parla Chiara Cuneo (Italia), consigliera al centro internazionale dei Focolari e co-responsabile del dialogo tra Movimenti e nuove Comunità nell’ambito della Chiesa cattolica. “In questo mondo, in questo tempo così buio – dice – la speranza è una luce che ci guida. Durante la Messa ho pensato che, a volte, ci vuole proprio il deserto, perché si vedano germogli di speranza. E oggi è uno di questi germogli: c’è qualcosa che cresce”.
“Anche le parole del Papa di camminare insieme – osserva – sono molto inclusive, veramente ha citato tutti, eravamo tutti dentro, tutti, tutti, tutti”.
“Ho potuto salutare – conclude – insieme a tanti, alcuni fondatori e presidenti di vari Movimenti della Chiesa. E’ stato un momento di festa, di gioia e di speranza rinnovata per ciascuno. Con il desiderio di continuare questo cammino insieme, augurandoci veramente di volerci sempre più bene, come ha detto il Papa”.
Enno Dijkema (Olanda) è consigliere del centro Internazionale dei Focolari e co-direttore del Centro Uno per l’unità dei cristiani. “C’erano anche tantissimi capi di altre Chiese cristiane – osserva – e il Papa ha proprio detto che vuole essere in dialogo con tutti e vuole essere un servitore dell’unità della Chiesa di Cristo”. “Sono stato molto toccato – continua – anche quando lui ha parlato del suo ministero e lo ha descritto non come sopra tutti, ma sotto, come amore, come servizio che è gioia e fede per tutti i cristiani e per tutto il mondo. Davanti a tanti capi di Stato mi è sembrata una bella testimonianza, una bella indicazione del ‘potere’ inteso come amore, come servizio”.
Anna Lisa Innocenti
Foto: Vatican Media Live e © A.L.I.-CSC Audiovisivi
Rimanere in intimità con Dio
Prontezza nell’accogliere tutti
Venerdì 9 maggio presso il Focolare meeting point, nel cuore di Roma (Italia) e attraverso una diretta online, si è tenuta la premiazione del concorso per le scuole dal titolo “Una città non basta. Chiara Lubich cittadina del mondo”. Il concorso è dedicato alla figura della fondatrice del Movimento dei Focolari, una donna che ha saputo unire educazione, politica e dialogo per la pace.
Il tema proposto per la quinta edizione è stato: “Esplorare il concetto di pace, in relazione al pensiero di Chiara Lubich”. Sono pervenuti 118 elaborati (individuali e di gruppo) presentati da 35 Istituzioni scolastiche di 15 Regioni italiane.
Il concorso è promosso da New Humanity, Centro Chiara Lubich e Fondazione Museo storico del Trentino ed è realizzato in collaborazione con il Ministero italiano dell’Istruzione e del Merito. Si conferma come occasione per docenti ed alunni nel riflettere sui valori della fraternità, dell’accoglienza e del dialogo tra culture, temi centrali nel pensiero e nell’azione di Chiara Lubich.



I lavori premiati
Scuola secondaria di II grado
1° posto: Costruire l’infinito, dalla classe 5^ A Linguistico, Liceo A. Maffei – Riva del Garda (Trento). Con immagini pertinenti, le alunne e gli alunni hanno saputo presentare con creatività la loro riflessione sul tema della pace coniugandolo con elementi caratteristici del pensiero di Chiara Lubich che tanto rilievo ha dato alle relazioni di prossimità̀: dove c’è amore c’è unità e dove c’è unità c’è pace.
2° posto ex aequo: Vivere la pace, della classe 2^ H, Liceo classico Quinto Orazio Flacco – Bari. Nell’elaborato scritto, si apprezza il particolare accento che la riflessione pone sulla pace, come un’opera da vivere quotidianamente. Significativi i riferimenti scelti dal pensiero di Chiara Lubich che lascia un’eredità di fraternità e impegno concreto per un mondo più̀ unito.
2° posto ex aequo: Sguardo, di Elena Scandarelli 3^ AU, Liceo Maria Ausiliatrice – Riviera San Benedetto (Padova). In modo semplice ed efficace l’immagine comunica esplicitamente l’importanza che Chiara Lubich dà nel saper guardare al Mondo oltre le umane sfide del mondo, vivendole con uno sguardo di speranza.
Scuola secondaria di I grado
1° posto: 1920-2011, di Alessia Tombacco 3^ C, IC Elisabetta “Betty” Pierazzo – Noale (Venezia). Il testo presentato offre un’originale riflessione in cui emerge l’attualità del pensiero di Chiara Lubich e la possibilità di un incontro vitale con lei, anche in un tempo diverso da quello vissuto da Chiara. Ricca di fiducia nel presente e speranza per il futuro, è l’immagine dell’uomo cellula: portatore di nuove relazioni per un mondo senza frontiere.
2° posto: Voci di fraternità, della classe 3^ D, IC Giovanni XXIII – Villa San Giovanni (Reggio Calabria). Nell’elaborato multimediale si apprezza in modo particolare il coinvolgimento attivo degli allievi, primi testimoni di un frammento di mondo più unito e fraterno. Particolarmente significativo il riferimento alla possibilità di essere “operatori di pace” a partire dalle relazioni più prossime.
Scuola primaria
1° posto: Un seme di unità, Aurora Pellegrino 5^ A, IC Radice-Alighieri – Catona (Reggio Calabria). La composizione poetica esprime un’originale riflessione sul tema della pace alla luce del contributo specifico di Chiara Lubich, donna del dialogo.
2° posto: Una città non basta, classe 4^ A, IC Antonio Gramsci – Tissi (Sassari). L’elaborato multimediale presenta, in modo originale ed efficace, spazi e valori di un mondo ideale in cui, con l’amore, si può superare ogni forma di discriminazione.
Per le menzioni al merito e maggiori approfondimenti sui contenuti degli elaborati, clicca qui
Lorenzo Russo
Dimostrare amicizia
Accogliere e condividere
Il 18 marzo 2025 ci ha lasciati Luciana Scalacci, una donna straordinaria, testimonianza viva di impegno concreto e fattivo nel dialogo a 360°. Luciana, sposata con Nicola, entrambi di convinzioni non religiose, hanno sempre sentito che il dialogo è un aspetto fondamentale nella società contemporanea caratterizzata da tante forme di divisioni e conflitto. “Io e mio marito siamo non credenti – ha raccontato qualche anno fa Luciana durante un incontro dei Focolari -, o meglio, non credenti in Dio, perché noi crediamo nell’uomo e nelle sue potenzialità”.
Luciana era nata ad Abbadia San Salvatore, un paese italiano in provincia di Siena. Si è sempre spesa, fin da bambina, per gli ultimi, i più deboli, trasmettendo a chiunque valori di onestà, integrazione, uguaglianza. Con il marito si sono impegnati in campo politico e sindacale in una militanza di sinistra incentrata sempre sui valori della giustizia, del dialogo, della libertà. L’incontro con il Movimento dei Focolari è avvenuto grazie alla figlia Mascia.
“Un giorno – racconta Luciana – nostra figlia ci scrive una lettera, dove ci dice in sintesi: ‘cari genitori ho trovato un posto dove mettere in pratica i valori che voi mi avete sempre trasmesso’. Aveva conosciuto il Movimento dei Focolari”. Così, per capire meglio la decisione della figlia, Luciana e Nicola decidono di partecipare ad una giornata organizzata dai Focolari. “Era un incontro tra persone di convinzioni diverse, ma noi non lo sapevamo. Pertanto per non creare equivoci, tenemmo subito a precisare la nostra posizione politica e religiosa. La risposta fu: ‘e chi vi ha chiesto nulla!’. Avemmo così subito l’impressione di trovarci in un ambiente dove c’era rispetto per le idee degli altri, trovammo un’apertura che non avevamo mai incontrato in altre associazioni o movimenti religiosi”.
Da quel momento e negli anni a venire, il contributo di Luciana Scalacci per il Movimento dei Focolari è stato essenziale. Era il 1995 quando incontrò per la prima volta Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari. Accanto a lei si è sempre spesa per far nascere e approfondire il dialogo con persone di convinzioni non religiose, che ha preso forza proprio grazie anche all’intelligenza illuminata di Luciana.
Dal 2000 ha fatto parte della Commissione internazionale del dialogo con persone di convinzioni non religiose contribuendo così all’organizzazione di convegni come In dialogo per la pace, Coscienza e povertà, Donne e uomini verso una società solidale e tanti altri. Luciana aveva trovato una sintonia piena con l’Ideale dell’unità, nell’incontro personale con Chiara e con la comunità dei Focolari. Raccontava ad un’amica: “Questo dialogo (tra persone di diverse convinzioni) è nato non per convertire i non credenti, ma perché con Chiara avevamo capito che il mondo unito si fa con tutti. Che tutti siano uno. Se ne escludiamo anche solo uno, non siamo più tutti”.



Il 26 settembre 2014 durante una udienza concessa ai Focolari, saluta Papa Francesco. “In quella giornata straordinaria, ho avuto il privilegio di scambiare con Lei alcune parole che non dimenticherò mai” ha raccontato quest’anno in una lettera che ha indirizzato al Papa mentre lui era ricoverato al Policlinico Gemelli. “Ora, caro papa Francesco, Lei è in un letto di ospedale, e anche io sono nella stessa condizione. Entrambi davanti alla fragilità della nostra umanità. Volevo assicurarle che non smetto di pensarla e pregare laicamente per Lei. Lei preghi cristianamente per me”.
Tante le lacrime di gratitudine e profondissime le parole di ringraziamento nel giorno del suo funerale. Una fra tutte, Vita Zanolini, focolarina e amica di Luciana e Nicola. “Luciana: amica, sorella, compagna nelle frontiere del nuovo, ma nel rispetto della storia e delle radici, maestra di vita e molto altro. – ha detto Vita ricordandola -. Pensando a lei, alla sua libertà, vengono in mente cieli luminosi e tersi, di colore intenso; una sorgente limpida che nel dolce e silenzioso scorrere, si fa anche cascata tumultuosa. Un camino acceso in una casa accogliente che dice un cuore sempre aperto. Ma anche un menù raffinato e ricco con ricette buonissime e sempre creative. Resilienza, rispetto, ascolto, tenacia in tutte le sfumature”.
“Anni fa – continua Vita – in uno dei convegni sul dialogo qualcuno ha posto una domanda, un po’ originale: ‘Qual è la differenza tra un credente e un non credente?’ E la risposta di Luciana, forse inaspettata per molti: ‘I credenti credono in Dio, i non credenti… Dio crede in loro’. E penso possiamo dire che Luciana non ha deluso o disatteso questa fede di Dio in lei!”
Gli ultimi giorni di vita terrena Luciana li ha trascorsi in un hospice dov’era ricoverata. Era sempre vigilissima e attiva nel comunicare quanto aveva in cuore, con una forza straordinaria che contrastava con il poco fiato, ha fatto le sue raccomandazioni (anche minacciando scherzosamente) intercalate al racconto e ricordo di tante esperienze vissute insieme. “Era come se ci passasse il testimone – racconta ancora Vita -. Prima di salutarci l’abbraccio è stato struggente e nello stesso tempo molto sereno, con il sapore dell’eternità”.
Il 13 giugno 2025 si è svolto al centro internazionale un incontro dedicato a Luciana. Attraverso numerose testimonianze da vari Paesi si è messa in luce, come diceva il titolo, “L’eredità di Luciana” cioè il prezioso e determinante contributo che lei ha saputo imprimere al percorso di dialogo portato avanti dal Movimento dei Focolari, in particolare con e tra persone di convinzioni non religiose. Di seguito il video dell’evento.
Lorenzo Russo
Essere fiduciosi
In America Latina ci sono 826 popoli indigeni, con una popolazione di circa 50 milioni, l’8% della popolazione totale, e si stima che altri 200 vivano in isolamento volontario. In questo contesto, fin dall’arrivo del Movimento dei Focolari in queste terre, è stata data importanza alla ricerca del dialogo tra persone e gruppi appartenenti alle tre grandi matrici culturali che compongono la regione: le culture originarie del continente americano, le culture ispano-portoghesi-francesi e le culture africane delle popolazioni che furono portate nelle Americhe. I numerosi membri del Movimento che appartengono a questi gruppi etnici ne sono la prova.
Un centinaio di persone, in rappresentanza di quasi tutti i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, si sono riunite ad Atuntaqui, nel nord dell’Ecuador, dal 1° al 4 maggio 2025, per partecipare al “Rimarishun”, un’esperienza di interculturalità basata su un esercizio di dialogo tra la cosmovisione andina e caraibica dei popoli nativi e il carisma dell’Unità. Questo spazio è nato qualche anno fa in Ecuador e si sta gradualmente diffondendo in tutti i Paesi dell’America Latina.
“Siamo consapevoli del dolore che, nel corso della storia, ha segnato le nostre relazioni come latinoamericani – spiegano – a causa del razzismo e della separazione che hanno ostacolato la relazione simmetrica tra le culture e hanno portato alla rottura delle relazioni tra persone di diversi gruppi culturali, dando origine a rapporti sociali ingiusti. Per questo, in Ecuador, nel 2017, abbiamo dato vita a un percorso di fraternità, che in lingua quichwa chiamiamo “Rimarishun” (Dialoghiamo), facendo dell’interculturalità un’opzione di vita e utilizzando il dialogo fraterno come metodo”.



Il Congresso, concepito come un viaggio, un “pellegrinaggio” vitale, è iniziato con il trasferimento dei partecipanti nella comunità quichua di Gualapuro. È stato subito chiaro che l’obiettivo era quello di creare spazi interculturali che costruiscano ponti tra gruppi di popoli, nazionalità o culture diverse, dove fondamentale è incontrare l’altro, accogliersi e prendersi cura l’uno dell’altro come fratelli e sorelle. Manuel Lema, della comunità quichua, ha dato il benvenuto ai partecipanti sotto una grande tenda allestita per l’occasione: “Possiamo generare un modo di pensare diverso, di vedere il mondo in modi diversi, ma, allo stesso tempo, essere uno”. E Jesús Morán, Copresidente dei Focolari, arrivato dall’Italia per partecipare al Congresso con un piccolo gruppo del Consiglio generale dei Focolari, portando a tutti il saluto della presidente Margaret Karram, ha aggiunto: “Stiamo costruendo qualcosa di nuovo. Di fronte a una società ipersviluppata, scopriamo qui che esiste una saggezza più profonda che proviene dai popoli nativi”. Così tutti saliti sulla collina per partecipare al “Guatchacaram”, il rito di ringraziamento alla Madre Terra. Più tardi, dopo aver condiviso il pranzo, tutto diventa momento di festa che esprime fraternità: musica, danze, balli. Alla fine della giornata, sono stati piantati alcuni alberi in memoria di coloro che hanno dato impulso a questo dialogo e che non sono più tra noi, tra cui uno dedicato a Papa Francesco.
Un’altra tappa di questo viaggio è stata la visita alla casa del vescovo Leonidas Proaño (1910-1988), “l’apostolo degli indios”. La sua dedizione alle popolazioni indigene più povere e sfruttate è un forte esempio di interculturalità. In questo ambiente cominciarono a svilupparsi le “mingas”, gruppi per sentire e pensare insieme, intendendo la reciprocità come principio centrale della relazione, su vari temi: economia, ecologia, educazione, spiritualità, cultura, razzismo.



Vengono condivisi, con grande rispetto e tenendo conto delle diversità, i riti degli afro-discendenti dei Caraibi e del Centro America e il rito maya, che si collegano al profondo rispetto per la natura, la “Madre Terra” e il trascendente. E in questo contesto, la condivisione di testimonianze come quella dei focolari nei territori dei popoli indigeni, delle scuole per il recupero delle conoscenze e della cultura ancestrale, o del sistema matematico amerindiano, permettono l’arricchimento reciproco.
La “peregrinazione” prosegue presso l’Università Cattolica dell’Ecuador a Ibarra per un momento aperto alla comunità accademica e al pubblico. Alla tavola rotonda partecipano Custodio Ferreira (Brasile), laureato in pedagogia e didattica, specializzato in storia dell’Africa, che parla delle “ferite della realtà”: “il razzismo che esiste oggi in tutta l’America Latina e nei Caraibi è una ferita aperta che sanguina. La sua guarigione e il suo risanamento richiedono un dialogo fraterno e, in questo senso, l’interculturalità, come sperimentato da Rimarishum, è una risposta concreta per avviare questo processo di guarigione”.
Osvaldo Barreneche (Argentina), dottore in storia, responsabile del Centro dei Focolari per il dialogo con la cultura contemporanea, ha parlato di “fraternità e cura della terra attraverso alcuni scritti di Papa Francesco”.
Jesus Moran (Spagna), Copresidente del Movimento dei Focolari, che ha vissuto in America Latina per 27 anni, afferma: “Questo lavoro di interculturalità è molto importante e viene portato avanti con ammirevole fedeltà in varie parti dell’America Latina. Per noi che siamo cristiani, significa che nelle culture native possiamo scoprire aspetti della rivelazione di Cristo che finora non sono stati sufficientemente messi in luce”.



Maydy Estrada Bayona (Cuba), dottore in Scienze filosofiche e docente presso l’Università dell’Avana, ha portato i presenti nella “Cosmovisione afro-caraibica”. Monica Montes (Colombia), dottore in Filologia ispanica, docente e ricercatore presso l’Università di La Sabana, si riferisce alla “Fraternità e cura dal pensiero latinoamericano”. Jery Chavez Hermosa (Bolivia), fondatore, nella città di Cordoba, in Argentina, dell’organizzazione di migranti andini di cultura aymara, quechua e guaranì, ha concluso con una presentazione dinamica che ha coinvolto tutti i presenti.
L’incontro si chiude con una S. Messa inculturata, con danze, canti tipici e tamburi in una chiesa decorata con fiori e petali di rosa, celebrata da Mons. Adalberto Jiménez, vescovo del Vicariato di Aguarico, che ha partecipato attivamente all’incontro. Il Padre Nostro è stato recitato in 12 lingue in successione, a dimostrazione dell’interculturalità vissuta in questi giorni.
Nella sua omelia, il vescovo Adalberto, partendo dal racconto evangelico della moltiplicazione dei pani, invita tutti a guardare al futuro: “Questo Gesù, questo Dio che ci unisce nei diversi nomi, nei diversi riti, è la storia che dobbiamo raccontare, i riti della vita, dell’unità. Oggi ce ne andiamo con un po’ più di luce, che è fuoco, che illumina. E’ quello che ci hanno lasciato Chiara Lubich e Papa Francesco, che sono presenti e ci chiamano a curare l’interculturalità. Grazie Rimarishun”.
Carlos Mana
Foto: © Carlos Mana – Ivan Izurieta
Ricostruire i rapporti
Il bene vince sempre
Ascoltare la voce del cuore
Sanare le ferite che incontriamo negli altri
A nome del Movimento dei Focolari in tutto il mondo esprimo la mia profonda gioia per l’elezione di Papa Leone XIV come nuovo Pontefice della Chiesa Cattolica. Ringraziamo Dio per aver accolto le preghiere di tanti e guidato con il suo Spirito i lavori dei Cardinali nell’individuare il successore di Pietro in un tempo come quello attuale che presenta gravi sfide per l’umanità.
Assicuriamo sin d’ora al Santo Padre la nostra filiale vicinanza, la nostra preghiera e il nostro impegno ad essere costruttori di pace, come lui ha più volte sottolineato nella sua prima benedizione.
Oggi il mondo ha estremo bisogno di pace, di luce e di speranza. Per questo gli promettiamo di continuare ad impegnarci, insieme alle comunità ecclesiali in cui siamo inseriti, a portare a tutti l’amore di Dio; ad essere aperti al dialogo, per essere “un solo popolo sempre in pace”, testimoniando che l’unità chiesta da Gesù nel suo Testamento è più forte di ogni divisione.
Ci impegniamo inoltre ad incarnare sempre più fedelmente il cammino sinodale, per poterlo applicare anche nei vari ambiti della società; a dare il nostro contributo affinché la Chiesa sia una casa aperta ed accogliente per ogni uomo e donna e per le nuove generazioni, soprattutto per chi è più fragile, più soffre ed è emarginato, per offrire a tutti il messaggio sempre nuovo di Cristo.
Auguri, Papa Leone XIV, con tutto il nostro affetto!
Margaret Karram – Presidente del Movimento dei Focolari
Scaricare qui la dichiarazione della Presidente
Foto © Vatican Media
Eccomi!
Attivare i sottotitoli e scegliere la lingua desiderata
Nell’unità è la forza
Coinvolgersi per fare la differenza
Qualche settimana fa, ho preso parte al progetto MED25, una nave-scuola per la pace. Eravamo 20 giovani provenienti da tutto il Mediterraneo — Nord, Sud, Est e Ovest — a bordo di una barca chiamata “Bel Espoir”. Siamo partiti da Barcellona, e il meteo non era come previsto, quindi ci siamo fermati a Ibiza prima di raggiungere Ceuta, e da lì abbiamo viaggiato via terra fino a Tetouan, per poi tornare a Malaga. Non è stato solo un viaggio — è stato un percorso dentro le vite, le menti e le culture degli altri.
Vivere su una barca con così tante persone diverse è stato bellissimo, ma non sempre facile. Ogni giorno abbiamo dovuto dividerci i compiti: cucinare, servire i pasti, pulire, lavare i piatti. Ci alternavamo in squadre, così ognuno ha sperimentato il ritmo completo della vita a bordo. Abbiamo anche imparato a navigare — cosa che all’inizio è stata un po’ folle. Vorrei poter dire che alla fine è diventato tutto naturale, ma in realtà è stato più difficile del previsto. Si inizia a capire quanto lavoro di squadra serva, realmente, per andare avanti.
Ma non eravamo lì solo per cucinare e navigare. Eravamo lì per parlare — per parlare davvero. Abbiamo affrontato otto grandi temi: cultura, educazione, ruolo delle donne, religione, ambiente, migrazione, tradizioni cristiane e, naturalmente, la pace. Non erano discussioni teoriche. Erano tematiche profondamente personali. Abbiamo condiviso i nostri punti di vista e a volte ci siamo scontrati. A volte le discussioni si accendevano. Ci sono stati momenti di frustrazione. Alcune conversazioni si sono trasformate in veri e propri litigi.
Ma ecco la verità — su una barca non puoi semplicemente andartene. Non puoi tornare a casa e dormirci su. Vivi insieme. Mangi insieme. Navighi insieme. Sei letteralmente sulla stessa barca. Questo cambia tutto. Rende impossibile restare arrabbiati a lungo. Dovevamo parlarne. Dovevamo ascoltarci, e a volte dovevamo ammettere di avere torto.
Questa, per me, è stata la parte più potente di questa esperienza. Ho capito che la maggior parte dei conflitti — tra persone o tra Paesi — non nasce dall’odio. Nasce dalla mancanza di conoscenza, dagli stereotipi, dalla disinformazione. E proprio come noi abbiamo avuto la possibilità di conoscerci su quella barca, anche il mondo può farlo. Se noi siamo riusciti a superare anni di incomprensioni in sole due settimane insieme, immaginate cosa sarebbe possibile se le persone fossero davvero disposte ad ascoltarsi.



Ho anche scoperto tante cose inaspettate. Come il fatto che la Quaresima venga celebrata in modo diverso in Europa rispetto al Medio Oriente. O come la religione giochi un ruolo completamente diverso nella politica e nella vita pubblica, a seconda di dove ci si trova. In Europa, spesso è una questione privata, mentre in molti Paesi mediorientali, la religione plasma le leggi, le politiche e la vita quotidiana. Non erano solo nozioni — ho sentito la differenza attraverso le persone con cui ho vissuto.
Ciò che mi ha colpito di più è stato che, nonostante tutte le nostre differenze, avevamo così tanto in comune. Abbiamo riso tanto. Abbiamo ballato. Abbiamo avuto il mal di mare insieme. Abbiamo anche avuto l’occasione di digiunare insieme, visto che eravamo nel periodo della Quaresima e del Ramadan. Abbiamo fatto arte, letto libri, scherzato, pregato in tante lingue diverse allo stesso tempo, scoperto religioni come il Cristianesimo, l’Islam, l’Induismo, l’Ebraismo, dormito sotto il cielo aperto, e condiviso momenti silenziosi e sacri. E attraverso tutto questo, ho capito che la pace non è qualcosa di lontano o irraggiungibile. È qualcosa di molto umano. È caotica, e richiede impegno. Ma è possibile.
Sono tornata cambiata. Non perché credo che ora abbiamo risolto tutti i nostri problemi, ma perché ora credo che la pace non sia un sogno — è una scelta. Una scelta che inizia davvero con il vedere e ascoltare l’altro.
E se 20 sconosciuti sono riusciti a farlo su una barca in mezzo al mare, allora c’è speranza anche per il resto del mondo.
Bertha El Hajj, giovane ambasciatrice di pace.
Per ascoltare questa ed altre esperienze clicca su:
A cura di Maria Grazia Berretta
Ascoltare attentamente, parlare consapevolmente
Agustín e Patricia e i loro due figli sono una famiglia argentina. In seguito ad un corso di Sophia ALC, la sede latino-americana dell’Istituto universitario con sede nella cittadella internazionale di Loppiano (Italia), sono andati alla ricerca delle loro radici tra i popoli originari ed è nato un forte impegno per il dialogo interculturale.
Imparare e crescere per superare i limiti
Promuovere la pace attraverso lo sport
Piccoli gesti, grandi effetti
Accogliere le differenze, cercare ciò che ci unisce
Spesso la vita ci porta in situazioni in cui, a poco a poco e senza volerlo, ci chiudiamo in noi stessi: una discussione, le nostre certezze, il nostro ego o le nostre paure.
Ma a volte basta fermarsi davanti a una domanda semplice fatta di parole semplici, per osservare impreviste possibilità di cambiamento: “Chi sei tu per me?” o, in altre parole, “Chi sono io per te?” Domande che, come dice Margaret Karram, aprono la strada a gesti concreti: “fare il primo passo, ascoltare, non risparmiare tempo, lasciarsi toccare dal dolore”[1]. È ovvio: se pensiamo agli altri, non pensiamo a noi stessi, né alle nostre debolezze, ai fallimenti o alle ferite. Pensare all’altro ci porta a metterci nei suoi panni, in un atteggiamento di reciprocità: “come mi sentirei se l’altro mi dicesse quello che io sto dicendo a lui?” oppure “cosa posso fare per lui?”
Se le nostre azioni nascono dal desiderio di mettere al primo posto il benessere di chi ci sta accanto, tutto può acquisire una dimensione più grande, fino a poter dire all’altra persona che la amiamo in modo gratuito e senza aspettarci nulla in cambio.
Ma a volte possiamo essere invasi dallo scoraggiamento, dalla frustrazione, dalla stanchezza. Il medico statunitense Ira Robert Byock afferma che i momenti di maggiore disperazione nascono quando ci si sente prigionieri di “una gabbia di rabbia, paura, sfiducia”[2]. In quei momenti, arrendiamoci alla forza dell’amore che tutto può, che ci libera da ogni legame e ci incoraggia a ricominciare senza paura. Lo esprime così il gruppo musicale Gen Rosso in una delle sue canzoni: “Ricominciare è come dire ancora sì alla vita, per poi liberarsi e volare verso orizzonti senza confini, dove il pensiero non ha paura. E vedere la tua casa diventare grande come il mondo. Ricominciare è credere all’amore e sentire che anche nel dolore l’anima può cantare e non fermarsi mai”.
Un atteggiamento di questo genere può portare a un cambiamento personale, ma anche comunitario, quando condividiamo, in un dialogo sincero e costruttivo, i nostri disagi. In quel clima di vera amicizia, potremo ricostruire un tessuto sociale che sostituisca la rabbia con la riflessione, la paura con la ricerca di nuovi cammini, e la sfiducia con la speranza. Diventeremo così un segno di un nuovo modo di costruire la società.
A volte basta davvero una parola semplice:
“Tu per me sei importante… perché tu sei tu!”
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[1] M. Karram: “Prossimità” – 2024
[2] in: The Economist – The 2015 Quality of Death Index. Ranking palliative care acrosstheworld
L’IDEA DEL MESE è attualmente prodotta dal “Centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose” del Movimento dei Focolari. Si tratta di un’iniziativa nata nel 2014 in Uruguay per condividere con gli amici non credenti i valori della Parola di Vita, cioè la frase della Scrittura che i membri del Movimento si impegnano a mettere in atto nella vita quotidiana. Attualmente L’IDEA DEL MESE viene tradotta in 12 lingue e distribuita in più di 25 paesi, con adattamenti del testo alle diverse sensibilità culturali. dialogue4unity.focolare.org
La pace inizia con me
L’ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni ci porta in Galilea, sul lago di Tiberiade. Pietro, Giovanni ed altri discepoli, dopo la morte di Gesù, sono tornati al loro lavoro di pescatori, ma purtroppo la notte è stata infruttuosa.
Il Risorto si manifesta lì, per la terza volta, li esorta a gettare nuovamente le reti e questa volta raccolgono tanti pesci. Poi li invita a condividere il cibo sulla riva. Pietro e gli altri lo hanno riconosciuto, ma non osano rivolgergli la parola.
Gesù prende l’iniziativa e si rivolge a Pietro, con una domanda molto impegnativa: “Simone di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Il momento è solenne: per tre volte Gesù rinnova la chiamata di Pietro[1] a prendersi cura delle sue pecore, di cui Egli stesso è il Pastore[2].
«Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene».
Ma Pietro sa di aver tradito e questa tragica esperienza non gli permette di rispondere positivamente alla domanda di Gesù. Risponde con umiltà: “Tu sai che ti voglio bene”.
Durante tutto il dialogo, Gesù non rinfaccia a Pietro il tradimento, non si dilunga a sottolineare l’errore. Lo raggiunge sul piano delle sue possibilità, lo porta dentro la sua dolorosa ferita, per sanarla con la sua amicizia. L’unica cosa che chiede è di ricostruire il rapporto nella fiducia reciproca.
E da Pietro sgorga una risposta che è un atto di consapevolezza della propria debolezza e, allo stesso tempo, di fiducia illimitata nell’amore accogliente del suo Maestro e Signore:
«Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene».
Anche a ciascuno di noi Gesù fa la stessa domanda: mi ami? Vuoi essere mio amico?
Egli sa tutto: conosce i doni che abbiamo ricevuto da Lui stesso, come pure le nostre debolezze e ferite, a volte sanguinanti. Eppure rinnova la sua fiducia, non nelle nostre forze, ma nell’amicizia con Lui.
In questa amicizia, Pietro troverà anche il coraggio di testimoniare l’amore per Gesù fino al dono della vita.
«Momenti di debolezza, di frustrazione, di scoraggiamento li passiamo tutti: […] avversità, situazioni dolorose, malattie, morti, prove interiori, incomprensioni, tentazioni, fallimenti […] Proprio chi si sente incapace di superare certe prove che si abbattono sul fisico e sull’anima, e perciò non può far calcolo sulle sue forze, è messo in condizione di fidarsi di Dio. E Lui interviene, attirato da questa confidenza. Dove Lui agisce, opera cose grandi, che appaiono più grandi, proprio perché scaturiscono dalla nostra piccolezza»[3].
Nella quotidianità possiamo presentarci a Dio così come siamo e chiedere la sua amicizia che risana. In questo abbandono fiducioso alla sua misericordia potremo tornare nell’intimità con il Signore e riprendere il cammino con Lui.
«Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene».
Questa Parola di vita può diventare anche preghiera personale, la nostra risposta per affidarci a Dio con le nostre poche forze e ringraziarlo per i segni del suo amore:
«[…] Ti voglio bene perché sei entrato nella mia vita più dell’aria nei miei polmoni, più del sangue nelle mie vene. Sei entrato dove nessuno poteva entrare, quando nessuno poteva aiutarmi, ogni qualvolta nessuno poteva consolarmi. […] Dammi d’esserti grata – almeno un po’ – nel tempo che mi rimane, di questo amore che hai versato su di me, e m’ha costretta a dirti: Ti voglio bene.»[4].
Anche nei nostri rapporti in famiglia, nella società e nella chiesa, possiamo imparare lo stile di Gesù: amare tutti, amare per primi, “lavare i piedi”[5] ai nostri fratelli, soprattutto i più piccoli e fragili. Impareremo ad accogliere ognuno con umiltà e pazienza, senza giudicare, aperti a chiedere e accogliere il perdono, per comprendere insieme come camminare fianco a fianco nella vita.
A cura di Letizia Magri e del team della Parola di Vita
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[1] Cf. Mt 16,18-19.
[2] Gv 10,14.
[3] C. Lubich, Parola di Vita di luglio 2000, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi, (Opere di Chiara Lubich 5), Città Nuova, Roma, 2017, p. 629.
[4] Gratitudine, in C. Lubich, La dottrina spirituale, Mondadori 2001, p. 176
[5] Cf. Gv 13,14.
L’edizione 2025 del tradizionale festival dei giovani nella cittadella dei Focolari mette in scena le fragilità e i conflitti vissuti dai giovani di oggi e li trasforma in un’esperienza artistica immersiva e di speranza. Tanti workshop e uno spettacolo finale dal vivo per dire a tutti: «You are born to bloom», “Sei nato per fiorire”.
«Ricordati che sei nato per fiorire, per essere felice». È questo il messaggio che, nell’anno del Giubileo della speranza, i giovani organizzatori del Primo Maggio di Loppiano (Figline e Incisa Valdarno – Firenze, Italia) vogliono dare ai loro coetanei che parteciperanno all’edizione 2025 del tradizionale festival che si svolge, dal 1973, nella cittadella internazionale del Movimento dei Focolari, in occasione della Festa dei Lavoratori.
Il tema
Al cuore di “You are born to bloom, il coraggio di fiorire”, questo il titolo della manifestazione, ci sono le fragilità, le ferite e i conflitti vissuti dai ragazzi e dai giovani di oggi, sublimati in un’esperienza artistica, immersiva e di crescita.
«Crediamo che quel conflitto che spesso ci attraversa nelle fasi più difficili della vita possa diventare un’opportunità per rinascere più forti e consapevoli di chi siamo – spiegano Emily Zeidan, siriana e Marco D’Ercole, italiano, della squadra internazionale dei giovani organizzatori del festival –. Come ci diceva Papa Francesco, “il conflitto è come un labirinto”, non dobbiamo avere paura di attraversarlo, perché i “conflitti ci fanno crescere”. Ma “dal labirinto non si può uscire da soli, si esce in compagnia di un altro che ci aiuti”. Così, al Primo Maggio di Loppiano, vogliamo ricordare a tutti la bellezza gli uni e degli altri, anche nei momenti di vulnerabilità».
Un tema di stringente attualità quello del 1° maggio a Loppiano, se si considera che in Italia, 1 minore su 5 soffre di un disturbo mentale (depressione, ritiro sociale, rifiuto scolastico, autolesionismo, ansia, disturbi del comportamento alimentare, tendenze suicide), secondo i dati della Società italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Gli under 35, invece, vivono la precarietà lavorativa, sono sotto retribuiti, subiscono disuguaglianza territoriale e di genere (“Giovani 2024: il bilancio di una generazione”, EURES), non si sentono compresi dagli adulti nelle loro esigenze e nel vissuto, in particolare, quando si parla di paure e fragilità, aspirazioni e sogni.
«Papa Francesco aveva una grande fiducia in noi giovani. Non perdeva occasione per ricordarci che il mondo ha bisogno di noi, dei nostri sogni, di grandi orizzonti verso cui guardare insieme, per “porre le basi della solidarietà sociale e della cultura dell’incontro”», sottolineano Emily e Marco. Per questo “You are Born to Bloom” sarà uno spettacolo costruito insieme, dove il pubblico non sarà solo spettatore ma parte integrante della narrazione: chiunque vi partecipi sarà chiamato a diventare protagonista dello spettacolo, dando il meglio di sé con gli altri.
Il programma
Al mattino, i partecipanti al festival del Primo Maggio di Loppiano avranno l’opportunità di esplorare le proprie fragilità e bellezze attraverso workshop d’arte, motivazionali ed esperienziali guidati da psicologi, formatori, counselor, artisti e performer.
Tra questi, anche il Gen Verde International Performing Arts Group preparerà le giovani e i giovani a salire sul palco e a far parte del cast delle coreografie, dei cori, della compagnia teatrale e della band nello spettacolo finale. I workshop del Gen Verde sono svolti nell’ambito del progetto “M.E.D.I.T.erraNEW: Mediation, Emotions, Dialogue, Interculturality, Talents to foster youth social inclusion in the Mare Nostrum”, Erasmus Plus – Gioventù – partenariato di cooperazione.
Il festival culminerà al pomeriggio con la costruzione collettiva del live show: tutti i partecipanti saranno parte attiva della storia, non ci sarà distanza tra palco e pubblico.
Tra gli artisti che hanno confermato la loro partecipazione Martinico e la band AsOne.
“You are born to bloom, il coraggio di fiorire” è realizzato grazie al contributo di Fondazione CR Firenze.
Il Primo Maggio di Loppiano è un evento della Settimana Mondo Unito 2025 (1-7 maggio 2025), laboratorio ed expo globale di sensibilizzazione alla fraternità e alla pace.
Per informazioni e prenotazioni contattare: primomaggio@loppiano.it +39 055 9051102 www.primomaggioloppiano.it
Tamara Pastorelli

Un cammino di dialogo e accoglienza radicato nel Vangelo quello condiviso da Papa Francesco con i Focolari. A raccontarlo Maria Voce Emmaus, che è stata Presidente del Movimento durante i primi 8 anni del suo pontificato.
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Accettare il cambiamento
Come “distributrice di incarichi”, in dieci anni ero riuscita, in collaborazione con il nostro parroco, a formare il Consiglio pastorale parrocchiale e il gruppo dei sagrestani. Con il passare del tempo, mi sono resa conto che il mio ruolo si stava ridimensionando. Molte persone, prima meno attive, si sono proposte per svolgere vari incarichi, e io ho scelto di farmi da parte per lasciare loro spazio. Inizialmente ho accettato con serenità il mio ruolo più defilato. In seguito, però, sentendomi esclusa, ho capito quanto sia facile legarsi ai propri ruoli, ma anche quanto sia importante saper lasciare andare. A volte, il Signore ci invita a fare un passo indietro per prepararci a qualcosa di nuovo. Non è facile, perché implica accettare il cambiamento e fidarsi. Oggi, pur sentendomi un po’ ai margini, rimango disponibile a dare il mio contributo se e quando mi verrà richiesto. Sono convinta che ogni servizio, anche il più piccolo, abbia un valore e che ogni fase della vita sia un’opportunità per crescere nella fede e nell’amore verso gli altri.
(Luciana – Italia)
Dio mi vede
Mi capitava a volte, quando abitavo a Bruxelles, di andare a messa nella chiesa del Collegio di St. Michel. Per arrivarci, si dovevano percorrere lunghi corridoi con ai due lati una serie infinita di classi. Sopra la porta di ciascuna, un cartello con la scritta: Dio ti vede. Era un mettere in guardia i ragazzi che rifletteva un pensiero del tempo passato, espresso al negativo: “Non fare peccati perché, anche se gli uomini non ti vedono, Dio ti vede”. Invece a me, forse perché nato in un’altra epoca o perché credo nel suo amore, risuonava in maniera positiva: “Non devo fare cose buone davanti agli uomini affinché mi vedano, per sentirmi dire bravo o essere ringraziato, ma vivere alla presenza di Dio”. Nel Vangelo di Matteo 23,1-12 Gesù, parlando a degli scribi e a dei farisei che amano mettersi in mostra, li invita a non farsi chiamare “maestri”, ad avere un’unica preoccupazione: agire sotto lo sguardo di Dio che legge nei cuori. Ecco, questo mi piace: Dio mi vede, come dicono i cartelli nel collegio; Dio legge nei cuori e questo mi deve bastare.
(G.F.- Belgio)
Fare il primo passo
Per una questione di eredità tra mia madre e sua sorella era caduto il silenzio. Non si frequentavano più da tempo, e la spaccatura venuta a crearsi non faceva che allargarsi, tanto più che noi abitavamo in città e la zia in un paesino di montagna piuttosto distante. Questo stato di cose si è protratto fino al giorno in cui ho preso il coraggio a due mani, provocata dalla Parola di Gesù: «Se tu stai per presentare la tua offerta all’altare, e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi torna e presenta la tua offerta». Cercando il momento adatto, ho affrontato l’argomento con la mamma e sono riuscita a convincerla ad accompagnarmi dalla zia. Durante il viaggio eravamo piuttosto silenziose; io poi non facevo che pregare perché tutto andasse bene. In effetti le cose si sono svolte nel modo più semplice: colta di sorpresa, la zia ci ha accolte a braccia aperte. Ma era stato necessario fare noi il primo passo.
(A.G. – Italia)
A cura di Maria Grazia Berretta
(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno X– n.1° marzo-aprile 2025)
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Un Papa che ha sognato e ci ha fatto sognare…che cosa? che – lo ha detto una volta lui stesso – “la Chiesa è il Vangelo”. Non nel senso che il Vangelo è proprietà esclusiva della Chiesa. Ma nel senso che Gesù di Nazaret, colui che è stato crocifisso fuori dall’accampamento come fosse un maledetto e che Dio Abbà ha invece risuscitato dai morti come Figlio primogenito tra molti fratelli e sorelle, continua qui ed ora, attraverso coloro che si riconoscono nel suo nome, a portare la buona notizia che il Regno di Dio è venuto e sta venendo… per tutti, a cominciare dagli “ultimi” che dal Vangelo sono raggiunti per ciò che sono agli occhi di Dio: i “primi”. Davvero, e non per modo di dire. Ecco il Vangelo che la Chiesa annuncia e contribuisce a fare storia, quanto più dal Vangelo si fa trasformare. Come accadde, sin dal principio, a Pietro e Giovanni quando, salendo al tempio, incontrarono alla porta detta “Bella” l’uomo che era storpio dalla nascita. Fissarono insieme lo sguardo su di lui, che a sua volta li guardò negli occhi. E Pietro gli disse: “non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo dó: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!”.
Il Vangelo di Gesù e la missione della Chiesa. Spendersi perché ci si alzi in piedi e si cammini. Così il Padre ci pensa, ci vuole e ci accompagna. Jorge Maria Bergoglio – con tutta la forza e la fragilità della sua umanità, che ce l’ha fatto sentire fratello – è per questo che ha speso la sua vita e il suo servizio come Vescovo di Roma. Da quella prima apparizione dalla loggia di San Pietro, quando si è inchinato chiedendo che il Popolo di Dio invocasse per lui la benedizione, all’ultima, il giorno di Pasqua, quando con voce flebile ha impartito la benedizione del Cristo risorto scendendo poi nella piazza per incrociare il suo sguardo con lo sguardo della gente. Il suo sogno è stato quello di una Chiesa “povera e dei poveri”. Nello spirito del Vaticano II che ha richiamato la Chiesa al suo unico modello, Gesù: che “ha spogliato se stesso, facendosi servo”.
Il nome di Francesco che ha scelto dice l’anima di ciò che ha voluto fare, e prima essere: testimone del Vangelo “sine glossa”, e cioè senza commenti e senza accomodamenti. Perché il Vangelo non è né un orpello, né un tappabuchi, né un analgesico: è annuncio di verità e di vita, di gioia, di giustizia, di pace e fraternità. Ecco il programma di riforma della Chiesa nella Evangelii gaudium, ed ecco i manifesti di un nuovo umanesimo planetario nella Laudato sì e nella Fratelli tutti. Ecco il Giubileo della misericordia ed ecco il Giubileo della speranza. Ecco il documento sulla fratellanza universale siglato ad Abu Dhabi col grande Iman di Al Ahzar ed ecco le innumerevoli occasioni d’ incontro vissute con i membri delle diverse fedi e convinzioni. Ecco l’opera instancabile a difesa degli scartati, dei migranti, delle vittime di abusi. Ecco il rifiuto categorico della guerra.
Francesco ha avuto ben chiaro che il Vangelo non basta farlo tornare a parlare, con tutta la sua carica sovversiva, nell’areopago complesso e persino contraddittorio del nostro tempo. Occorre qualcosa di più: perché non ci troviamo solo in un’epoca di cambiamenti, ma siamo in mezzo al guado di un cambiamento d’epoca. Occorre guardare con uno sguardo nuovo. Quello con cui ci ha guardato e ci guarda, dal Padre, Gesù. Lo sguardo che, con accenti teneri e accorati, è descritto nel suo testamento spirituale e teologico, l’enciclica Dilexit nos. È lo sguardo – semplice e radicale – dell’amare il prossimo come sé e dell’amarsi gli uni gli altri in una reciprocità libera, gratuita, ospitale, aperta a tutti, tutti, tutti. Il processo sinodale in cui la Chiesa cattolica – e, per la loro parte, tutte le altre Chiese – è stata convocata indica la strada da percorrere in questo nostro terzo millennio: al di là di una figura di Chiesa clericale, gerarchica, al maschile… Una strada nuova perché antica come il Vangelo. Una strada non facile, costosa e irta di ostacoli. Ma una grande profezia, affidata alla nostra creativa e tenace responsabilità.
Grazie Francesco! Il tuo corpo ora riposerà accanto a Colei che ti ha accompagnato passo passo, come madre, nel tuo santo viaggio. Tu, con lei, accompagna ora tutti noi, dal grembo di Dio, nel cammino che ci attende.
Piero Coda
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È con profonda emozione che scrivo queste righe su Papa Francesco dopo il suo “volo” verso il Padre. Mi tornano alla mente, solleciti e pieni di significato, i tanti momenti in cui ho potuto stringergli la mano e sentire il calore del suo sorriso, la tenerezza del suo sguardo, la forza delle sue parole, il battito del suo cuore pronto a un’accoglienza paterna. E faccio fatica a credere che questi incontri non avranno più un “domani” o un “di nuovo” nella mia storia.
Non intendo fare una sintesi tematica del pontificato di Francesco. A tal fine, basterà passare in rassegna i numerosi articoli che sono stati pubblicati in questi giorni, soprattutto il numero speciale dell’Osservatore Romano – a poche ore dalla sua morte – e le valutazioni più o meno esaurienti che sicuramente saranno pubblicate a breve.
Ciò che mi muove dall’interno è trovare quel filo d’oro che tesse la sua missione alla guida della Chiesa, cercare di sintonizzarmi con il centro del suo cuore e della sua anima. E, da lì, rivivere il rapporto che ha avuto con l’Opera di Maria in questi dodici anni.
Per farlo, ho meditato a fondo sui suoi ultimi interventi, perché sento che è qui che Papa Francesco ha dato il meglio di sé e dove si trova la chiave di tutto il suo pensiero e di tutte le sue azioni.
Nel testo che ha preparato per la Messa di Pasqua, c’è una citazione del grande teologo Henri de Lubac – francese e gesuita pure lui – che non può essere semplicemente retorica: «dovrà esserci sufficiente di comprendere questo: il cristianesimo è Cristo. No, veramente, non c’è nient’altro che questo».
A mio avviso, se vogliamo capire Francesco, dobbiamo riferirci a questo assoluto: Cristo, e solo Cristo, tutto Cristo. Da esso possiamo visualizzare il contenuto profondo delle sue encicliche ed esortazioni apostoliche, la scelta dei suoi viaggi, le sue opzioni preferenziali, il senso delle riforme che ha intrapreso, i suoi gesti, le sue parole, le sue omelie, i suoi incontri, soprattutto il suo amore per gli esclusi, per gli scartati, per le donne, per gli anziani, per i bambini e per il creato.
“No, veramente, non c’è nient’altro”. Ecco perché si può dire – usando un pleonasmo – che il cattolicesimo di Papa Francesco è semplicemente un “cattolicesimo cristiano”. L’impulso di novità che ha voluto dare alla Chiesa poggia su questo orientamento: la trasparenza di Cristo. In virtù di ciò, in molte occasioni si è spinto ben oltre il politicamente corretto, o meglio, l’ecclesialmente corretto, senza paura di essere frainteso, e senza paura di sbagliare, addirittura cosciente delle sue “contradizioni”. Infatti, in un’intervista a un giornale spagnolo ha detto che ciò che augurava al suo successore era di non commettere i suoi stessi errori.
A causa di questa centralità cristologica, possiamo riconoscere di aver davvero vissuto – senza quasi rendercene conto – con un Papa profondamente mistico. Del resto, è così che Papa Francesco ha pensato e vissuto la Chiesa: non come organizzazione religiosa, né come distributrice di sacramenti, tanto meno come centro di potere economico, sociale o politico, ma come popolo di Dio, corpo di Cristo, che dà ospitalità all’umanità nell’umanità Sua. Chiesa, quindi, aperta all’umanità, al servizio, perché Gesù è “il cuore del mondo”.
Ridurre Francesco a un riformatore sociale o a un Papa di rottura mostra una tremenda cecità. Spesso ho fissato il suo volto quando intercalava i commenti nei suoi messaggi, ad esempio all’Angelus domenicale. Lì, con la semplicità di un pastore che ama appassionatamente il suo gregge, appariva la sua sintonia col divino, la sua sapienza, la sua fede cristallina e immediata, la sua profonda umiltà.
Dalla centralità di Cristo derivano, a mio modesto avviso, i due pilastri fondamentali del suo magistero: la misericordia e la speranza. La misericordia è l’espressione del sapersi come credenti radicati nella storia, personale e collettiva, con tutti i suoi drammi; la speranza manifesta la tensione escatologica e salvifica che la determina. Secondo il pensiero del Papa, c’è misericordia perché c’è speranza; ed è la speranza che ci dà un cuore di misericordia. Infatti, nell’omelia preparata per la Veglia pasquale di quest’anno, Francesco afferma che “Cristo risorto è la svolta definitiva della storia umana”. Gli importanti messaggi sociali ed ecologici di Papa Francesco vengono fraintesi se non si tiene conto di questa tensione escatologica incentrata sul Risorto.
Il rapporto di Francesco con il Movimento dei Focolari è stato intenso nei dodici anni del suo pontificato. Ad esso ha rivolto dieci discorsi ufficiali: ai partecipanti alle Assemblee del 2014 e del 2021; a tutti i membri in occasione dell’80° anniversario della nascita del movimento; alla comunità accademica dell’Istituto Universitario Sophia; alle famiglie-focolari; ai partecipanti all’incontro dei vescovi di diverse Chiese; ai partecipanti all’incontro sull’“economia di comunione”; ai partecipanti all’incontro interreligioso “One Human Family”; ai cittadini della cittadella di Loppiano; alla Mariapoli di Roma-Villaggio per la terra. Inoltre, in un’occasione, concesse un’udienza privata a Maria Voce, prima presidente dell’Opera di Maria dopo Chiara, e al sottoscritto.
Ciò che emerge da questi incontri è un grande amore e una toccante sollecitudine pastorale di Papa Francesco verso il movimento. Nella virtuosa circolarità ecclesiale tra doni gerarchici e carismatici, possiamo affermare che, da un lato, il Papa ha saputo cogliere, apprezzare ed evidenziare il dono che il carisma dell’unità, con la sua enfasi sulla spiritualità di comunione e le sue realizzazioni concrete in ambiti ecclesiali e civili molto diversi, rappresenta per il processo sinodale che tutta la Chiesa sta vivendo in vista di una nuova evangelizzazione; dall’altro, ha identificato con estrema lucidità le sfide e i passi che il movimento deve necessariamente compiere se vuole rimanere fedele al carisma originario, sapendo attraversare con umiltà l’inevitabile crisi della post-fondazione, trasformandola in un tempo di grazia e di nuove opportunità.
Papa Francesco è stato per il mondo un messaggio di fraternità a tutto campo radicato in Cristo e aperto a tutti. La fraternità è l’unico futuro possibile. Noi, popolo dell’unità, dobbiamo fare tesoro di questa eredità con umiltà, energia e responsabilità.
Jesús Morán
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Con profondo dolore ho appreso del ritorno alla casa del Padre del nostro amatissimo Papa Francesco. Insieme alla Chiesa tutta Lo ridoniamo a Dio, colmi di gratitudine per lo straordinario esempio e dono d’amore che è stato per ogni persona e popolo.
Sono tanti i momenti, durante l’intero pontificato, in cui il Santo Padre è stato pastore vicino e amorevole anche per il Movimento dei Focolari: ci ha sempre accolti e guidati a testimoniare il Vangelo con coraggio e radicalità.
Dei tanti momenti vissuti con lui, non dimenticheremo le sue parole all’Assemblea Generale dei Focolari, ricevuta in udienza nel 2021:
“rimanete sempre in ascolto del grido d’abbandono di Cristo in croce, che manifesta la misura più alta dell’amore. La grazia che ne deriva è in grado di suscitare in noi, deboli e peccatori, risposte generose e a volte eroiche; è in grado di trasformare le sofferenze e persino le tragedie in fonte di luce e di speranza per l’umanità”.
Infine, non posso non testimoniare anche l’amore e l’attenzione personale del Papa per me, per le sofferenze del mio popolo in Terra Santa e la gratitudine immensa di avermi chiamata a partecipare al Sinodo sulla sinodalità dove Lui stesso ci ha aperto le porte della Chiesa sinodale che ora sta muovendo i suoi passi in tutto il mondo.
Insieme a tutto il Movimento dei Focolari nel mondo mi unisco alla preghiera della Chiesa universale e di tutti gli uomini e le donne di buona volontà, certa che la Madonna “Salus Populi Romani”, a cui era tanto devoto, lo accoglierà in Cielo a braccia aperte.
Margaret Karram
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Foto @ Pixabay
Una Pasqua di speranza ma, soprattutto, da vivere insieme. A 1700 anni dal Concilio di Nicea, in questo 2025, le varie Chiese cristiane celebrano la Pasqua nel medesimo giorno, domenica 20 aprile.
Una coincidenza meravigliosa che funge da richiamo a tutti i cristiani a compiere un passo decisivo verso l’unità; una chiamata a riscoprirsi uniti nella pluralità.
A fronte di un epoca segnata da continue scissioni, su tutti i fronti, e, più che mai in questa occasione che ci avvicina al mistero della Resurrezione, condividiamo alcune parole pronunciate da Chiara Lubich a Palermo nel 1998 su “Una spiritualità per i dialoghi”, nello specifico, una “spiritualità ecumenica”.
Un invito diretto a rispondere alla chiamata dell’amore reciproco non singolarmente ma in maniera collettiva; la possibilità di guardare a quel Gesù Abbandonato in Croce come a una luce che, pur nell’estremo sacrificio, non solo guida ma diventa strada certa dove poter muovere i nostri passi.
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Foto: © Carlos Mana – CSC audiovisivi
Da 30 maggio al 1° giugno secondo il calendario dei grandi eventi del Giubileo della Speranza 2025, è previsto il Giubileo delle famiglie, dei bambini, dei nonni e degli anziani; e dal 28 luglio al 3 agosto il Giubileo dei giovani. Saranno due grandi eventi che porteranno a Roma migliaia di persone da tutto il mondo.
Il Movimento dei Focolari per l’occasione propone alcuni itinerari per approfondire la spiritualità dell’unità e la vita di alcuni testimoni di speranza. In particolare per i giovani è stato realizzato un percorso a tappe in giro per l’Italia dal titolo Giovani e Santità. Per avere maggiori dettagli abbiamo intervistato Paola Torelli e Lais Alexandre Pessoa dei Centri giovanili del Movimento.
Partiamo dal Giubileo dei giovani: come nasce l’idea del percorso “Giovani e Santità”?
Il Giubileo dei giovani è un’opportunità unica per mettersi in cammino, sia fisicamente a Roma che in altri luoghi giubilari nel mondo. Questo percorso non è solo un viaggio attraverso luoghi, ma soprattutto un’esperienza di incontro con Dio e con tanti testimoni di speranza, la cui vita può aiutarci a crescere nella fede e nella speranza. Da qui nasce l’idea di Giovani e Santità, per tutti i giovani che parteciperanno al Giubileo dei giovani a fine luglio, offrendo un cammino accompagnato da testimoni di speranza.
Quali sono le proposte del Movimento dei Focolari?
Si propongono alcune tappe in giro per l’Italia

Si può scegliere solo una tappa o è un unico cammino che comprende tutte le tappe citate?
Le tappe proposte sono indipendenti, ogni gruppo o persona può scegliere quelle a cui partecipare o, se possibile, fare l’intero percorso. Per ogni tappa sono disponibili contatti di riferimento per il programma e per le visite.
Ci sono anche altre proposte per i giovani?
A Roma ogni mese presso il Focolare Meeting Point c’è un appuntamento dal titolo Chiamati ad una sola speranza – Giovani in cammino. Con vari Movimenti e Associazioni che hanno accolto l’invito, offriamo la possibilità di nutrire e irrobustire “la speranza” con scambi di testimonianze, riflessioni, silenzio, preghiera. È un’esperienza di conoscenza reciproca. Preparare questi appuntamenti insieme agli altri Movimenti e Associazioni ci fa crescere ed essere sempre più Chiesa.
Passiamo ora al Giubileo delle famiglie, dei bambini, dei nonni e degli anziani di fine maggio: cosa propongono i Focolari?
Ci saranno due eventi previsti per venerdì 30 maggio. Sono dei percorsi interattivi per approfondire il Giubileo della Speranza per famiglie con bambini e ragazzi fino a 12 anni, con riflessioni e giochi adatti a quella fascia d’età. Il primo si svolgerà al Centro Internazionale dei Focolari in cui si potranno visitare anche diversi posti significativi, tra i quali, come la casa nella quale ha vissuto Chiara Lubich e la cappella dov’è sepolta insieme ai cofondatori del Movimento. Il secondo evento si svolgerà a Roma in diverse chiese e luoghi significativi, partendo dal Focolare Meeting Point.
Per maggiori info cliccate qui o scrivere a: sgmu@focolare.org.
Lorenzo Russo
Foto: Città di Sassello (Italia) ©Davide Papalini
Guerre, stragi e massacri, forti polarizzazioni, dove anche il pacifismo può diventare divisivo: questa l’attualità in cui siamo immersi.
La figura di Igino Giordani (1894-1980), uomo di pace perché uomo giusto e coerente, ci dà oggi qualche spunto per alzare lo sguardo e sperare ancora, tentando un dialogo là dove sembra impossibile, per sgretolare ideologie cristallizzate e assolutismi, per costruire una società inclusiva, per rifondare la pace sull’unità.
Tra i più vivi testimoni della cultura della pace del ventesimo secolo, il suo pacifismo attinge direttamente dal Vangelo: uccidere un altro uomo significa assassinare l’essere fatto a immagine e somiglianza di Dio. Giordani anela dunque alla pace, si spende in tutti i modi, dialoga con chiunque per la pace, non si tira indietro nemmeno quando c’è da sostenere la ratifica del Patto Atlantico e provvedere alla sicurezza e alla difesa dell’Europa e dell’Italia… Possiamo dire che il suo è un pacifismo a 360°, senza esclusione di colpi.
Scorriamo qualche suo scritto.
«… scoppiò la Prima Guerra mondiale. […] Ed esplosero comizi guerrafondai in piazza, ai quali io andavo per protestare contro la guerra; tanto che una volta un personaggio da me stimato, ascoltando le mie grida mi ammonì: – Ma lei vuol farsi ammazzare!…
[…] Nel «maggio radioso» 1915, fui chiamato alle armi. […]
La trincea! In essa, dalla scuola entrai nella vita, tra le braccia della morte con le salve dei cannoni. Fango, freddo, sporcizia, attutirono la scoperta amara: che i soldati erano tutti contrari all’omicidio detto guerra, per il fatto che l’omicidio era uccisione dell’uomo: tutti la detestavano… […] Stavamo a Oslavia, presso dei ruderi chiamati Pri-Fabrisu: il ricordo dell’agonia (da agone) sofferta in quei luoghi lo raccolsi, più tardi, durante la triennale degenza d’ospedale, in un poemetto intitolato I volti dei morti. Rammento l’ultimo verso che diceva: “Questa maledizione della guerra”[2]».
Giordani fu ferito gravemente e, tornato dalla trincea, rimase tre anni nell’ospedale militare di Milano, con danni irreversibili ad una gamba. Il suo dunque è un pacifismo che poggia sulla vita vissuta. Impegnato poi nella vita politica, puntò sempre al dialogo con tutti, anche con chi era di un pensiero opposto al suo, convinto che l’uomo è sempre da accogliere e comprendere. Non si arroccò mai su posizioni assolute. Così racconta il suo intervento in Parlamento a favore del Patto atlantico:
«Alla Camera, ricordo un discorso da me tenuto il 16 marzo 1949, […] sul Patto Atlantico, che da troppi era presentato solo nell’aspetto d’anticomunismo, e cioè di allestimento bellico antirusso. […] Dissi che ogni guerra è un fallimento dei cristiani. “Se il mondo fosse cristiano, non ci dovrebbero essere guerre… […] La guerra – aggiunsi – è un omicidio, un deicidio (uccisione di Dio in effigie: e cioè nell’uomo che è sua immagine) e un suicidio”[3]».
Il discorso di Giordani venne applaudito da destra e da sinistra: paziente tessitore di rapporti, mise in evidenza la valenza positiva di una scelta da parte dell’Italia che poteva essere interpretata a favore della guerra. Giordani era ben convinto che per la pace bisogna tentare qualsiasi strada, al di là degli schieramenti strategici, e si augurava che la politica cristiana fosse in grado di districarsi fra le polarizzazioni in atto per ergersi a forza di pace.
Scrive nel 1953:
«La guerra è un omicidio in grande, rivestito di una specie di culto sacro […]. Essa sta all’umanità, come la malattia alla salute, come il peccato all’anima: è distruzione e scempio e investe anima e corpo, i singoli e la collettività.
[…] Il fine può essere la giustizia, la libertà, l’onore, il pane: ma i mezzi producono tale distruzione di pane, d’onore, di libertà e di giustizia, oltre che di vite umane, tra cui quelle di donne, bambini, vecchi, innocenti d’ogni sorta, che annullano tragicamente il fine stesso propostosi.
In sostanza, la guerra non serve a niente, all’infuori di distruggere vite e ricchezze[4]».
Giordani ci ricorda dunque che la pace è il risultato di un progetto: un progetto di fraternità fra i popoli, di solidarietà con i più deboli, di rispetto reciproco. Così si costruisce un mondo più giusto, anche oggi.
Elena Merli
(Centro Igino Giordani)
Foto © Archivio CSC Audiovisivi
[1] Igino Giordani, L’inutilità della guerra, Città Nuova, Roma, 2003, (terza edizione), p. 57
[2] Igino Giordani, Memorie di un cristiano ingenuo, Città Nuova, Roma 1994, pp.47-51
[3] Idem, p.111
[4] Igino Giordani, L’inutilità della guerra, Città Nuova, Roma, 2003, (terza edizione), p. 3
Pubblichiamo il resoconto dell’anno 2024 sulle attività del Movimento dei Focolari in materia di Tutela della persona ponendo come incipit le parole che Papa Francesco ha indirizzato alla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e con le quali, di fatto, ha attualizzato il mandato con cui l’aveva costituita 10 anni fa. Ci sentiamo fortemente chiamati ad adempiere questa “conversione integrale” a cui fa appello il Santo Padre, che non è mai del tutto compiuta, ma ci domanda di interrogarci continuamente, di avere uno sguardo umile, sempre attento, protettivo e accogliente per ogni persona. Ci chiede di proseguire con perseveranza sulla strada della formazione e della vicinanza autentica, coscienti della necessità di cambiamento, perché ogni persona si senta sicura, amata e rispettata nei nostri ambienti e nelle diverse attività.
2024: ascolto, formazione, regolamentazione
Sono tre gli elementi che hanno caratterizzato lo scorso anno dal punto di vista della Tutela, nel Movimento dei Focolari: l’ascolto e il coinvolgimento di vittime e testimoni a vario titolo nei processi di riparazione e di formazione dei responsabili;l’ampliamento dei corsi e degli eventi formativi per tutti i partecipanti e ilproseguimento della costruzione del quadro normativo, con l’attualizzazione del Protocollo per i casi di abuso e la redazione delle Linee guida per i servizi di ascolto ed accoglienza.
D’importanza fondamentale è stato l’incontro, nel novembre scorso, dei dirigenti del Movimento nel mondo con alcune persone, vittime di abusi sessuali o di potere da parte di membri del Movimento dei Focolari. Le vittime hanno raccontato le proprie storie di grande sofferenza e le gravi conseguenze sulla loro vita, sulle comunità di cui facevano o fanno tutt’ora parte. Erano presenti anche alcuni membri della famiglia di una delle vittime che hanno offerto la loro testimonianza sulle gravi ricadute che l’abuso ha su tutti i componenti della famiglia. Le parole di un partecipante esprimono bene l’importanza di quel momento: “L’ascolto di queste persone ha segnato un prima e un dopo. Con delicatezza e chiarezza ci hanno detto quanto il Movimento abbia mancato in quello che è il cuore del suo carisma: l’unità, l’amore al prossimo, perché in molti casi non solo siamo stati in qualche modo co-responsabili degli abusi commessi, ma poi abbiamo anche lasciato sole le persone ad affrontare il loro dolore”.
Inoltre, il contributo delle vittime, insieme al coinvolgimento di professionisti in varie discipline, esterni al Movimento, sono stati fondamentali per il lavoro svolto al Centro Internazionale e nei territori per i documenti prodotti e per la formazione alla Tutela delle comunità dei Focolari nel mondo, come pure la progettazione e l’apertura di alcuni spazi di ascolto ed accoglienza.

(PDF scaricabile)
È stata inoltre istituita una Commissione di studio sugli abusi di potere e spirituali accaduti all’interno del Movimento. Lo scopo è approfondirne le cause, per poter cambiare prassi dannose e mettere in atto un’adeguata prevenzione. Lo studio, tutt’ora in corso, si avvale anche della consulenza esterna di specialisti in vari ambiti: psicologico, pedagogico e giuridico. Tale analisi è supportata e incoraggiata dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e, nonostante sia nelle sue fasi iniziali, se ne riconosce la grande importanza, poiché è evidente che non bastano la creazione e l’applicazione di norme e protocolli, ma occorre approfondire le dinamiche che hanno condotto alle diverse forme di abuso.
Infine, si sono attualizzati, implementati e prodotti documenti normativi e linee guida (come illustrato di seguito), frutto anche di una proficua collaborazione con la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, che ha seguito e promosso i nuovi passi fatti.
Stefania Tanesini
[1] Messaggio del Santo Padre Francesco all’Assemblea plenaria della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, 25 marzo 2025
“Oggi, più che mai, nel mondo in cui viviamo, così pieno di divisioni, di tragedie, di conflitti, dove la gente non dialoga, ritrovarsi insieme ha un significato molto grande”, ha detto Margaret Karram, presidente del Movimento dei Focolari, in una intervista pubblicata su News.va durante i giorni del Convegno ecumenico dal titolo Called to hope – Key players of dialogue (Chiamati alla speranza, protagonisti del dialogo) promosso dal Centro Uno, la segreteria internazionale per l’unità dei cristiani del Movimento dei Focolari. Le sue parole esprimono una certezza rimasta nel cuore e nell’esperienza delle 250 persone di 40 Paesi e 20 Chiese cristiane e degli oltre 4000 collegati in tutto il mondo via streaming che hanno partecipato all’evento.
Il Convegno tenutosi al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo dal 26 al 29 marzo 2025, si è aperto con il contributo di Jesús Morán, copresidente del Movimento dei Focolari e di Callan Slipper, teologo anglicano che ha affermato: “L’ecumenismo, riparando le nostre interazioni personali all’interno della comunità cristiana, permette alla Chiesa di essere sé stessa. Ciò che serve all’umanità serve anche a noi. La nostra salute spirituale diminuisce senza di esso, così come ogni altra dimensione della vita umana non può raggiungere il suo compimento senza la riconciliazione portata da Gesù”. E Morán ha concluso: “Unità piuttosto che unione e cristianesimo come modo di essere piuttosto che come una dottrina, possono essere due percorsi fruttuosi per l’ecumenismo in risposta a ciò che la storia ci richiede oggi”.



Il convegno ha proposto un metodo per camminare nell’unità: il dialogo, quello che emerge dalla spiritualità dei Focolari, il dialogo della vita, il dialogo del popolo, e quello che emerge dal cosiddetto ecumenismo ricettivo, molto vicino ad esso. La prof.ssa Karen Petersen Finch, statunitense e presbiteriana, con la sua esperienza ha messo in evidenzia l’importanza del dialogo sulla dottrina della fede, normalmente riservato solo ai teologi, ai responsabili delle Chiese e ai comitati ufficiali di dialogo, coinvolge oggi sempre di più anche il popolo.
Una giornata è stata dedicata ad un pellegrinaggio a Roma con la visita alla Basilica di San Lorenzo martire e all’Abbazia delle Tre Fontane, dove la tradizione colloca il martirio di San Paolo. In un clima di raccoglimento questa giornata é stata, come ha detto uno dei partecipanti: “un incontro con i primi martiri della Chiesa indivisa che, con la loro autenticità di vita, di fede e con la loro testimonianza ci infondono il coraggio di annunciare Cristo oggi”. Poi, nella Basilica di San Paolo fuori le mura, il pellegrinaggio si è concluso con una preghiera ecumenica. L’ecumenismo ha la sua radice biblica nella preghiera, a cominciare da Gesù. Lui stesso pregando ha chiesto al Padre: “Che tutti siano uno”. Le Sue parole, in vari passi delle Scritture, ci invitano a chiedere qualsiasi cosa al Padre “nel suo nome, insieme e concordemente”. E così, insieme, raccolti in unità, sacerdoti e laici di tutte le confessioni cristiane presenti hanno chiesto insieme al Padre la pace in ogni angolo della terra e la riconciliazione tra tutti i cristiani.



Tra le tematiche affrontate durante il convegno, anche le significative ricorrenze di quest’anno 2025: i 1700 anni del Concilio di Nicea, la Pasqua che sarà celebrata lo stesso giorno da tutte le Chiese cristiane ed i 60 anni dell’abolizione delle scomuniche tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli. Il dott. Martin Illert, rappresentante del Consiglio Ecumenico delle Chiese, in riferimento al Concilio di Nicea ha affermato: “Sono convinto che la preghiera e la riflessione comuni ci facciano avanzare sulla via dell’unità, perché ricordiamo sia le nostre radici comuni che la nostra missione condivisa”. E Mons. Andrea Palmieri del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani ha osservato: “Questi eventi sono sicuramente importanti, ma (…) alle parole devono seguire decisioni concrete, profetiche. Sono convinto che le riflessioni avviate quest’anno contribuiranno alla maturazione di decisioni che potranno segnare il futuro del cammino ecumenico”.



Come può contribuire la sinodalità all’ecumenismo? Se ne è parlato in un panel formato da persone che hanno partecipato al Sinodo della Chiesa cattolica: tre delegati fraterni, membri di varie Chiese, un vescovo cattolico e una invitata speciale hanno condiviso l’esperienza vissuta nella quale la partecipazione attiva di tutti ha contribuito al dialogo affettivo e effettivo con una “forte dimensione ecumenica – come ha detto S. Em. Khajag Barsamian, della Chiesa armena apostolica -, che sottolinea l’unità, le esperienze spirituali condivise e il rispetto reciproco tra i cristiani”. “L’intero Sinodo come esercizio spirituale ha avuto una profonda influenza sulla mia comprensione di me stesso e sul mio ministero, ma anche sulla mia Chiesa”, non esita affermare il Rev. Dirk G. Lange, della Federazione Luterana mondiale. Il metodo di lavoro durante il Sinodo, la “Conversazione nello Spirito”, per Mons. Brendan Leahy, Vescovo cattolico di Limerick (Irlanda), ha contribuito a rendermi “più attento nel mio lavoro e nel mio ministero ad ascoltare di più, riconoscendo il seme della verità in ogni persona”, mentreper la Dott.ssa Elizabeth Newman, della Alianza Mondiale Battista, la sinodalità ha la sua base “sulla consapevolezza, e sulla pratica, che il proprio punto di vista non deve prevalere. Non si deve ‘vincere’”. Margaret Karram, Presidente del Movimento dei Focolari, afferma: “Noi sappiamo che la speranza è una virtù e non possiamo perderla. Dobbiamo nutrirla, coltivarla in noi per poterla dare agli altri” e invita tutti ad accrescere la speranza e la fede con “gesti anche piccoli nei confronti del prossimo: gesti di solidarietà, di comunione e di apertura… solo così possiamo sperare”.



Una chiamata alla speranza dunque che, durante il convegno, si è fatta riflessione e approfondimento, arricchita di segni concreti e testimonianze di vita che illustrano il cammino di azione ecumenica a livello mondiale (Global Christian Forum, JC2033), internazionale (Ikumeni-America Latina, Insieme per l’Europa, John17), locale (da Brasile alle Filippine, dall’Irlanda del nord alla Serbia, dall’Olanda al Venezuela, dalla Germania all’Uganda…) e che sta coinvolgendo Chiese, sacerdoti e laici, teologi e studiosi, adulti e giovani, singoli e gruppi, tutti veri protagonisti del dialogo.



Carlos Mana
E’ possibile rivedere lo streaming del Convegno sul canale Youtube di focolare.org
(Foto: © Javier García, Joaquín Masera, Carlos Mana – CSC Audiovisivi)
Da oltre due anni un gruppo di professionisti della comunicazione, su iniziativa di NetOne, la rete internazionale dei comunicatori del Movimento dei Focolari, si riunisce con incontri mensili online per approfondire alcuni temi legati al Sinodo dei vescovi, in particolare su sinodalità e comunicazione. Ascolto, silenzio, testimonianza, comunicazione fraterna: sono alcuni degli elementi chiave durante gli incontri. In questi due anni si sono svolti anche due webinar: il primo ad aprile 2024 (potete leggere un approfondimento qui) e il secondo nel mese di febbraio 2025 dal titolo “Quale comunicazione per la sinodalità?” (guarda il video). Questo evento è stato seguito in varie parti del mondo ed ha visto la partecipazione di numerosi esperti della comunicazione collegati da vari Paesi.
Alessandro Gisotti, vice direttore dei Media Vaticani ha aperto la serie di interventi citando tre termini essenziali per un buon comunicatore: Comunicazione, Azione e Comunità. “In questo Anno Santo abbiamo bisogno di una comunicazione sinodale che sappia mettersi in cammino con la gente che verrà – ha affermato – per accompagnarla, senza la presunzione di volerla guidare. Ma disponibile ad ascoltarla, accompagnarla, a fare un tratto di strada insieme”.
Dagli Stati Uniti Kim Daniels, docente della Georgetown University di Washington D.C., coordinatrice al Sinodo del Gruppo di studio 3 “La missione nell’ambiente digitale”. “Il nostro obiettivo – ha spiegato Daniels parlando del gruppo di studio – è offrire raccomandazioni attuabili al Santo Padre per il miglioramento della missione della Chiesa in questa cultura digitale, assicurando che essa rimanga saldamente radicata nella nostra chiamata a incontrare le persone ovunque si trovino, conducendole verso una comunione più profonda con Cristo e l’uno con l’altro”.
Pál Tóth, docente dell’Istituto Universitario Sophia di Loppiano è intervenuto dall’Ungheria spiegando che “per sanare le piaghe profonde del mondo globalizzato necessita una collaborazione trasversale anche con quelli che hanno concezioni parzialmente diverse da noi. L’idea del consenso differenziato promuove un nuovo tipo di rapporto sociale: collaboriamo per la realizzazione di alcuni valori mentre rimaniamo su piattaforme diverse per altri”.
Il Sinodo si costruisce partendo dagli ultimi. Questo è emerso dall’esperienza di Muriel Fleury e Beatrice Binaghi, rispettivamente responsabile della Comunicazione e incaricata dei Social media presso il Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale. “Dar voce a chi non ce l’ha” afferma Fleury ricordando che “parlare di chi viene sfruttato o emarginato dai processi dominanti significa far esistere queste persone. Senza queste voci controcorrenti tutto favorirebbe chi domina, perché tacere vuol dire finire per assecondare chi maltratta, chi schiavizza, chi spreme, chi vuole rendere invisibili tanti, troppi uomini e donne”. E Binaghi ha raccontato della rete di collaborazione nata tra i “vescovi di frontiera” responsabili della pastorale migratoria in Colombia, Costa Rica e Panama, soprattutto per affrontare la situazione critica nel Darien da cui ogni giorno passano centinaia di migranti. “Il confronto e la comunicazione hanno creato comunità, e il lavoro che prima era frammentato ora è più sinergico e incisivo”.
All’attrice Stefania Bogo il compito di dare due momenti di riflessione con la lettura artistica di alcuni passaggi della recente enciclica di Papa Francesco, Dilexit nos e de L’attrattiva del mondo moderno, di Chiara Lubich.
Erica Tossani, della presidenza dell’Assemblea Sinodale della Chiesa italiana, ha spiegato come sia importante ascoltare, che “non è semplicemente un’azione passiva, un silenzio che attende di essere riempito dalle parole altrui. È un atteggiamento attivo che implica attenzione, discernimento e disponibilità a lasciarsi interpellare. Senza ascolto la comunicazione si riduce a polarizzazione e contrapposizione sterile”.
Fra le esperienze sinodali c’è quella di Paolo Balduzzi, inviato della trasmissione A sua immagine del canale italiano Rai 1. “Le storie raccontate – spiega – nascono da un dialogo condiviso con l’intera redazione. Per me ogni intervista è un incontro. E la sinodalità parte da questo incontro con il mio interlocutore, cioè vuol dire entrare nella sua storia, nel suo vissuto e cercare di cogliere insieme quegli aspetti che sono più essenziali al racconto”.
La storia di Mariella Matera, blogger di Alumera, uno spazio di evangelizzazione sui social, che racconta il percorso di una comunicatrice affascinata dall’idea di trasmettere il Vangelo attraverso internet. “Come posso essere un piccolo ponte tra il web e Cristo? – si chiede – A Lumera, in dialetto calabrese (sud Italia), è il vecchio lume a olio. Così come la lampada, finché ha olio non si spegne, anche io, finché ho in me l’amore di Cristo, non posso tacere”.
In conclusione, Anita Tano, responsabile della comunicazione per United World Project-NetOne Argentina. Lei ha raccontato l’esperienza del Genfest 2024 in Brasile, l’evento giovanile del Movimento dei Focolari dal tema Together to Care. Tra scambi culturali, arte e workshop, l’obiettivo era quello di riconoscere la comunicazione come uno strumento per prendersi cura della “vita di sé stessi, degli altri e del pianeta”. Un messaggio che ha sottolineato la differenza tra l’essere semplicemente “connessi” e l’essere realmente “uniti”.
La diretta è stata moderata da Enrico Selleri, conduttore e autore delle emittenti della Chiesa italiana Tv2000 e InBlu2000, e Sara Fornaro, caporedattrice web della rivista italiana Città Nuova ed è stata promossa da NetOne insieme alla Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, il Dicastero per la Comunicazione, il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Vatican Media, il Cammino sinodale della Chiesa in Italia, TV2000, InBlu2000 e SIR (della Conferenza Episcopale Italiana), l’Istituto Universitario Sophia, Weca (Associazione dei WebCattolici Italiani), il Gruppo editoriale Città Nuova e la Pontificia Università della Santa Croce.
Per maggiori info e per rimanere in contatto: net4synodcom@gmail.com www.youtube.com/@SynodalCommunicationNetwork
Lorenzo Russo
Foto: ©Pixabay
“Penso che don Pepe, dopo don Silvano Cola, sia stato il sacerdote focolarino più carismatico che io abbia conosciuto”, così un sacerdote dell’Italia alla notizia della morte di don Enrico Pepe avvenuta il 2 marzo 2025 nel focolare sacerdotale a Grottaferrata (Roma). “Era una persona di sguardo puro. Vedeva le persone nella verità e anche nella misericordia”, così un altro dagli USA. E il card. João Braz De Aviz, prefetto emerito del Dicastero per la vita consacrata, nell’omelia del funerale da lui presieduto: “Ringrazio il Signore per la cura che ha avuto di noi sacerdoti, aiutando tanti a non smarrire il dono della vita cristiana e del sacerdozio ministeriale, perché rinforzati dalla ricerca continua dell’unità tra noi, con la Chiesa e con l’Opera di Maria”.

Ma chi era don Enrico Pepe? Molto ha raccontato lui stesso nel volume Un’avventura nell’unità (CNx 2018).
Enrico nasce il 15 novembre 1932 a Cortino (Teramo, Italia), come primo di nove fratelli e sorelle. Pur fra le ombre della guerra, vive un’infanzia felice. Tornerà in seguito volentieri in quei luoghi anche per ritrovare il calore dei suoi cari: la “tribù” Pepe, con 76 tra nipoti e pronipoti.
Alle scuole medie, Enrico sente la vocazione al sacerdozio ed entra in seminario. Vive un momento di dubbio quando una giovane gli manifesta il suo affetto, ma proprio in quella circostanza rinnova con più coscienza la sua scelta.
Viene ordinato sacerdote nel 1956 e nel 1958 il vescovo lo manda a Cerchiara, un paese sotto il Gran Sasso, diviso in due fazioni politiche che toccano anche la parrocchia. Don Enrico, con la sua “furbizia” evangelica, riesce a farsi strada e la situazione si pacifica.
Nel 1963 conosce il Movimento dei Focolari. Con don Annibale Ferrari si reca ogni quindici giorni da Teramo a Roma da don Silvano Cola nel primo focolare sacerdotale. Un anno dopo gli viene proposto di trasferirsi a Palmares nel Nord Est del Brasile, da dove il vescovo Dom Acacio Rodrigues si è rivolto ai Focolari, per via della grave penuria di preti. Nel 1965 don Pepe diventa parroco a Ribeirão, in una zona di monocultura della canna da zucchero con brucianti problemi sociali e morali. Vi risponde con una pastorale illuminata dal Concilio Vaticano II e dal suo buon senso. Nascerà con gli anni un focolare sacerdotale alla cui vita partecipa spesso anche Dom Acacio.



Dopo alcuni mesi in patria, nel 1969 parte nuovamente per il Brasile, questa volta per dedicarsi interamente al Movimento e portare avanti lo spirito dell’unità tra i sacerdoti. Nel 1972 si trasferisce a questo scopo alla Mariapoli Araceli, la cittadella dei Focolari nei pressi di San Paolo. “La Chiesa in Brasile – scriverà don Pepe anni dopo a papa Francesco – attraversava allora una crisi tremenda soprattutto nel clero. Insieme ai focolarini e alle focolarine ho iniziato a offrire ai sacerdoti e ai seminaristi diocesani e religiosi la spiritualità dell’unità. Si è così risvegliata una vita nuova e gioiosa in tante diocesi e congregazioni religiose”. Con un frutto inaspettato: “All’inizio degli anni ’80, la Santa Sede ha cominciato a nominare vescovi alcuni sacerdoti che vivevano questa spiritualità”.
Nel 1984 don Pepe viene chiamato al Centro sacerdotale dei Focolari a Grottaferrata (Roma), per prendersi cura, insieme a don Silvano Cola, delle migliaia di sacerdoti che vivono la spiritualità dell’unità e della vita che fiorisce in parrocchie del mondo intero. Nel tempo libero, raccoglie la vita di Martiri e Santi. Ne nasce un libro dell’editrice Città Nuova talmente apprezzato che gli viene chiesto di ampliarlo a tre volumi.
Nel 2001 scoppia il caso dell’arcivescovo zambiano Milingo. Quando questi si pente, la Santa Sede cerca a chi affidarlo per una ripresa e si rivolge al Movimento dei Focolari. Si assegna a don Pepe questo compito. Anni dopo, il card. Bertone, a suo tempo Segretario del Dicastero per la dottrina della fede, scriverà a don Pepe: “Ci siamo conosciuti in un momento speciale della vita della Chiesa a Roma, senza che ci fossimo mai incontrati, ma abbiamo avvertito una convergenza di ideali, di missione e di trasmissione dell’amore misericordioso di Dio, che hanno sigillato le nostre relazioni”.
Durante gli ultimi anni, arrivano grandi sfide per la salute. “In Brasile – commenta don Pepe – ho calpestato tanti aeroporti ed ora mi vedo spesso sulla pista di lancio, pronto all’ultimo volo, il più bello, perché ci porta in Alto”.
Hubertus Blaumeiser
La nostalgia è un sentimento decisivo per gli interrogativi morali, filosofici e spirituali dell’essere umano. Etimologicamente significa “dolore del ritorno”, in senso a volte indeterminato, perché non è tanto rivolto a un passato fatto di luoghi, persone o eventi concreti, quanto a un’emozione profonda che ci fa anelare a un qualcosa di bello, giusto e universale, come se, in fondo, sapessimo di farne parte o di esserne chiamati.
Il tema dell’esilio attraversa la storia del pensiero umano: il viaggio di Ulisse (cantato nell’Odissea di Omero) è un viaggio che richiama all’infinito perché sempre incompiuto ma che comporta una esperienza di saggezza.
(…)
“Sempre devi avere in mente Itaca – raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni (…). E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”[1]
Ogni racconto di esilio, dalle più antiche civiltà ai giorni nostri, affronta domande esistenziali, fondamentali non solo per quel tempo: esiste un “filo” che dà significato alla storia? Questa domanda può essere rivolta anche a livello personale: C’è un senso di quello che sto vivendo o che ho vissuto? Perché il male, il dolore, la morte? Sono le domande inespresse ma profondamente rappresentate nelle più recenti ricerche sui bisogni autentici dei giovani. Spesso la nostalgia dell’infinito viene raccontata come malinconia, solitudine dell’anima, ricerca di un perché[2].
Eppure questi interrogativi fanno fatica a emergere: siamo distratti da eventi che ci accadono, dalle mille preoccupazioni che ci attanagliano l’anima, da pensieri che ci importunano. Forse non ci fermiamo abbastanza per scoprire attorno a noi piccole risposte che possano essere un faro che ci aiuti a non smarrire il senso del nostro percorso.
Proviamo allora a cercare in ogni modo le occasioni – in tempi e spazi di ascolto, riflessione, condivisione – e insieme a coloro che condividono con noi il cammino della nostra esistenza: la nostra comunità, gli amici, i colleghi di lavoro, proviamo a lavorare, a confrontarci senza perdere la fiducia che le cose possano cambiare in meglio. Anche noi ci sentiremo cambiati.
Nelle comunità cristiane sparse per il mondo, in questo mese ricorre la Pasqua. Il messaggio dei “tre giorni” è forte e continua a interrogare tutte le persone capaci di domande e di dialogo[3]. Il mistero del dolore, la capacità di “stare” nelle ferite dell’umanità, la forza di ricominciare sono i valori presenti in ogni cuore che accompagnano il nostro viaggio attraverso i deserti e guidano la storia e la nostra vita.
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L’IDEA DEL MESE è attualmente prodotta dal “Centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose” del Movimento dei Focolari. Si tratta di un’iniziativa nata nel 2014 in Uruguay per condividere con gli amici non credenti i valori della Parola di Vita, cioè la frase della Scrittura che i membri del Movimento si impegnano a mettere in atto nella vita quotidiana. Attualmente L’IDEA DEL MESE viene tradotta in 12 lingue e distribuita in più di 25 paesi, con adattamenti del testo alle diverse sensibilità culturali.
[1]Konstandinos P. Kavafis. Poesie, Mondadori, Milano 1961
[2]Istituto Giuseppe Toniolo: Cerco, dunque credo? (Vita e Pensiero, 2024) cura di R. Bichi e P. Bignardi
[3]Convegno Internazionale “Il senso nel dolore?” (Castel Gandolfo, 2017) https://www.cittanuova.it/senso-neldolore/?ms=006&se=007
L’esilio in Babilonia e la distruzione del tempio di Gerusalemme avevano creato nel popolo di Israele un trauma collettivo e posto un interrogativo teologico: Dio è ancora con noi o ci ha abbandonati? Lo scopo di questa parte del libro di Isaia è quello di aiutare il popolo a capire quello che Dio sta operando, a fidarsi di Lui e poter così ritornare in patria. Ed è proprio nell’esperienza dell’esilio che il volto di Dio creatore e salvatore si rivela.
“Ecco, io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”.
Isaia ricorda l’amore fedele di Dio per il suo popolo. La Sua fedeltà rimane costante anche durante il periodo drammatico dell’esilio. Anche se le promesse fatte ad Abramo appaiono irraggiungibili e il patto dell’Alleanza sembra in crisi, il popolo di Israele rimane un luogo particolarmente privilegiato della presenza di Dio nella storia.
Il libro profetico affronta domande esistenziali, fondamentali non solo per quel tempo: chi ha in mano lo svolgersi e il significato della storia? Questa domanda può essere rivolta anche a livello personale: chi tiene in mano le sorti della mia vita? Qual è il senso di quello che sto vivendo o che ho vissuto?
“Ecco, io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”.
Dio opera nella vita di ciascuno, costantemente, facendo “cose nuove”. Se non sempre ce ne accorgiamo o riusciamo a capirne il significato e la portata, è perché esse sono ancora germogli o perché non siamo pronti a riconoscere quello che Egli sta operando. Distratti da eventi che ci accadono, dalle mille preoccupazioni che ci attanagliano l’anima, da pensieri che ci importunano, forse non ci fermiamo abbastanza nell’osservare questi germogli che sono la certezza della Sua presenza. Egli non ci ha mai abbandonato e crea e ricrea in continuazione la nostra vita.
«Siamo noi la “cosa nuova”, la “nuova creazione” che Dio ha generato. […] Non guardiamo più al passato per rimpiangere ciò che di bello ci è successo o per piangere i nostri sbagli: crediamo fortemente all’azione di Dio che può continuare ad operare cose nuove»[1].
“Ecco, io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”.
Insieme a coloro che condividono con noi il cammino della nostra esistenza, la nostra comunità, gli amici, i colleghi di lavoro, proviamo a lavorare, a confrontarci e a non perdere la fiducia che le cose possano cambiare in meglio.
Il 2025 è un anno speciale perché la data della Pasqua ortodossa coincide con quella delle altre denominazioni cristiane. Che questo avvenimento, la festa della Pasqua comune, possa essere una testimonianza della volontà delle Chiese nel continuare senza sosta un dialogo nel portare avanti insieme le sfide dell’umanità e promuovere azioni congiunte.
Prepariamoci a vivere quindi questo periodo pasquale con gioia piena, fede e speranza. Così come Cristo è risorto, anche noi, dopo aver attraversato i nostri deserti, lasciamoci accompagnare in questo viaggio da Colui che guida la storia e la nostra vita.
A cura di Patrizia Mazzola e del team della Parola di Vita
©Foto di Adina Voicu da Pixabay
[1] C. Lubich, Parola di Vita di marzo 2004, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5; Città Nuova, Roma 2017) pp. 715-716.