Movimento dei Focolari
«”Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo soffiò su di loro e disse: ”Ricevete lo Spirito Santo”» (Gv 20,21-22).

«”Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo soffiò su di loro e disse: ”Ricevete lo Spirito Santo”» (Gv 20,21-22).

Dopo essere apparso a Maria di Magdala il mattino di Pasqua, la sera di quello stesso giorno il Risorto si rende presente per la prima volta fra i suoi discepoli. La loro reazione immediata è la gioia, arricchita dalla pace, quella vera che solo lui può dare[1]: «Pace a voi» (v. 21). Gioia e pace sono frutti dello Spirito[2]. Difatti Gesù dice subito loro: «Ricevete lo Spirito Santo» (v. 22). 

«”Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo soffiò su di loro e disse: ”Ricevete lo Spirito Santo”».

Lo Spirito Santo non solo abilita i discepoli alla stessa missione di Gesù data dal Padre, ma li “ricrea” quale umanità nuova. Il gesto del Risorto che soffiò su di loro è lo stesso che il Creatore fece nelle narici dell’uomo plasmato con polvere del suolo[3]. Come la creazione è opera continua dell’amore del Padre che sostiene l’intero universo, così la nuova creazione operata dal Risorto nello Spirito Santo continuamente sostiene l’umanità in cammino verso il Regno.

La Parola di Vita di questo mese ci ricorda che nella nostra esistenza abbiamo una grande possibilità: diventare “altri Gesù”. E questo è vero per ciascuno singolarmente, ma ancora di più comunitariamente. Gesù parla al plurale ai suoi discepoli: solo insieme, infatti, tutte le membra, con le loro specificità, possono “ripetere” il corpo mistico di Gesù. 

«”Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo soffiò su di loro e disse: ”Ricevete lo Spirito Santo”».

In quanto figli nel Figlio, abbiamo dunque la stessa vocazione di Gesù: usciti dal seno del Padre, siamo chiamati a ritornare a Lui, ripetendo nel mondo i suoi gesti e le sue parole, accompagnati dalla grazia dello Spirito Santo. Se ci apriamo a questo dono, anche noi possiamo affermare con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me»[4]

Questa Parola, dunque, ci invita ad approfondire il nostro rapporto con lo Spirito Santo, sia nella preghiera che nella vita di ogni giorno, “ascoltando quella voce”, e ricordandoci che: «Senza lo Spirito Santo Dio è lontano, Cristo rimane nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa è una semplice organizzazione, la missione una propaganda.

Ma nello Spirito Santo il cosmo è sollevato e geme nella gestazione del Regno, Cristo risorto è presente, il Vangelo è potenza di vita, la Chiesa significa comunione trinitaria, la missione è una Pentecoste»[5].

«”Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo soffiò su di loro e disse: ”Ricevete lo Spirito Santo”».

Andrea è un adolescente in piena crisi esistenziale: i dubbi sul senso della vita, la paura del futuro, le fragilità che sperimenta gli sembrano montagne insormontabili e si ritrova spesso scoraggiato e infelice. Qualcuno gli suggerisce di parlarne con Chiara Lubich. Poco prima di incontrarla, Andrea sente pronunciare da Chiara sottovoce la parola: «Spirito Santo» – e capisce che Chiara sta pregando. 

Durante il colloquio si sente profondamente compreso, ascoltato e accolto così come è. E ritrova la pace: non perché i suoi problemi siano di colpo scomparsi, ma perché ora c’è qualcuno con cui condividerli. 

«Da Chiara non solo ho ricevuto un aiuto concreto – confiderà anni dopo – ma ho anche imparato uno stile: farsi accanto a chi soffre, con delicatezza e comprensione, senza giudicare, proprio come farebbe Gesù». 

Questo può realizzarlo solo lo Spirito Santo, se lo accogliamo e lasciamo operare in noi. 

Claudio Cianfaglioni e il team della Parola di Vita


Foto: © CSC – Audiovisivi

[1] Cf. Gv 14,27.

[2] «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza…» (Gal 5,22). 

[3] Cf. Gen 2,7. 

[4] Gal 2,20.

[5] Ignazio, metropolita di Laodicea, Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, 5 luglio 1968, citato da papa Francesco nell’Omelia della solennità di Pentecoste, 31 maggio 2020. 

Settimana Mondo Unito 2026: #ChooseTo Dialogue

Settimana Mondo Unito 2026: #ChooseTo Dialogue

“Bisogna avere il coraggio di avvicinarsi uno all’altro, avere il coraggio dell’incontro.

Questo non è semplicemente un motto per la Settimana Mondo Unito, ma una scelta che facciamo tutti noi ogni giorno. E se facciamo così questa diventa una via per la pace”.

Margaret Karram e Roberto Almada, Presidente e Copresidente del Movimento dei Focolari, attraverso una breve chiacchierata, ci invitano a guardare al dialogo con tenacia e sceglierlo concretamente nel quotidiano.

Attivare i sottotitoli e scegliere la lingua desiderata.

Settimana Mondo Unito 2026: dar voce al Dialogo

Settimana Mondo Unito 2026: dar voce al Dialogo

Azioni, iniziative, attività ed eventi mondiali per generare una rete capace di vivere e testimoniare che la fratellanza universale è davvero possibile. È questo lo slancio che anima la Settimana Mondo Unito (SMU). Supportata da United World Project insieme al Movimento dei Focolari e a Youth for a United World (Y4UW), questa azione globale che ogni anno si svolge dal 1° al 7 maggio, attraversa i continenti, gli oceani e diventa un’occasione concreta per trasformare valori come unità e pace in esperienze condivise.

Persone di culture, età e contesti diversi, ciascuno nella propria città e comunità, abbracciano questo invito con l’obiettivo di creare spazi di incontro autentico, mettere in rete energie, idee e testimonianze capaci di generare un cambiamento reale.

L’ edizione di quest’ anno propone un tema forte e attuale: #ChooseToDialogue. In un mondo segnato da conflitti e crescenti divisioni, diventa ancora più urgente e significativo riscoprire il valore dell’incontro, dell’ascolto e della comprensione reciproca. Scegliere il “Dialogo” con coraggio oggi significa opporsi alla logica dello scontro e aprire strade di pace; superare le distanze e trasformare le differenze in opportunità di unità. La proposta per questa SMU? Un percorso quotidiano che invita a vivere questa scelta in vari ambiti:

• 1 maggio – Intercultura & Dialogo

• 2 maggio – Arte & Impegno sociale

• 3 maggio – Salute, Sport ed Ecologia

• 4 maggio – Economia e Lavoro + Educazione e Ricerca

• 5 maggio – Comunicazione e Media

• 6 maggio – Cittadinanza Attiva e Politica

• 7 maggio – Pace & Diritti Umani

Vari gli strumenti e le proposte messe a disposizione per realizzare tutto questo, dal Time-out, l’invito ad un momento di silenzio e preghiera condivisa che unisce tutti nel chiedere il dono della pace, all’Inspiration Box, documento ricco di idee e suggerimenti da realizzare durante la settimana.

Tra gli appuntamenti da non perdere:

  • il Peace Got Talent – Living Peace, la trasmissione di Living Peace International che sarà possibile seguire dalle ore 14:00 (GMT+1, ora di Roma) di sabato 2 maggio su YouTube (@unitedworldproject e @livingpeaceinternational), per lasciarsi ispirare dai talenti di tanti e dai messaggi di unità e pace condivisi dai giovani di tutto il mondo.
  • Run4Unity: la staffetta globale per la pace. A mezzogiorno in ogni fuso orario, i giovani “passano il testimone” al paese successivo, creando un’onda mondiale di unità che fa il giro del pianeta. Molti Paesi stanno già organizzando le loro tappe per essere parte di questa corsa globale, come Brasile, Venezuela, Paraguay, Argentina, Uganda, Burundi, Nuova Caledonia, Italia e Croazia, tra gli altri.
  • Primo Maggio Loppiano (Italia). Dal 1 al 3 maggio la Cittadella Internazionale dei Focolari vicino Firenze ospita una nuova edizione del Primo Maggio di Loppiano, il Festival della Fraternità dedicato ai giovani. ROOTS (radici), alla scoperta di ciò che ci unisce è il titolo della manifestazione: tre giorni di incontro, storie, riflessioni, workshop, mostre, attività educative e sportive dedicati al tema delle radici e delle diversità culturali. Un invito a scendere in profondità, a riscoprire le proprie origini culturali e spirituali come punto di partenza per l’incontro con l’altro.
  • Anche in Portogallo, presso la Cittadella dei Focolari Arco-íris di Abrigada (Alenquer), Il 1° maggio sarà un’occasione di festa e di impegno per la costruzione di un mondo migliore. Promosso da Youth for a United World, l’evento, con momenti di condivisione e workshop, riunirà persone provenienti da tutto il Paese e ospiti da diversi continenti che credono che la fratellanza non sia solo un sogno ma una realtà che si costruisce giorno dopo giorno, con gesti concreti di solidarietà, dialogo e speranza. Il titolo dell’evento: “Conecta-te. Tens coragem de construir pontes?” (Connettiti. Hai il coraggio di costruire ponti?”).

A cura di Maria Grazia Berretta

Forza profetica nell’oggi

Forza profetica nell’oggi

Dal 16 al 18 aprile 2026, il Comitato di Orientamento della rete “Insieme per l’Europa” (IpE) si è riunito per il suo ritiro annuale, questa volta presso il Centro Schoenstatt di Vienna, Austria, sul Kahlenberg. 26 partecipanti, in rappresentanza di otto tra i Movimenti cristiani che compongono la rete, hanno tracciato un bilancio dell’anno trascorso e definito gli obiettivi per i progetti futuri.

Un aspetto centrale dell’incontro di quest’anno è stato l’avvicendamento di alcune persone in seno al Comitato di Orientamento. Questo passaggio è stato preparato negli ultimi due anni in un clima di ascolto dello Spirito, per garantire al contempo continuità e nuovi impulsi.

Margaret Karram, Presidente del Movimento dei Focolari, ha espresso in una lettera il suo profondo ringraziamento ai membri uscenti per il grande impegno profuso negli ultimi decenni nel plasmare IpE. Hanno salutato il gruppo: Gerhard Pross (CVJM Esslingen), co-fondatore di IpE e suo moderatore di lunga data, insieme a Thomas Römer e Walter Kriechbaum (entrambi del CVJM Monaco, impegnati in IpE fin dagli inizi).

Diego Goller (IT) e Ilona Toth (HU), rappresentanti della Presidente del Movimento dei Focolari nel Comitato di Orientamento, hanno dato il benvenuto ai loro successori: Liz Taite (GB), con una lunga esperienza nell’ecumenismo, e Alberto Lo Presti (IT). I compiti di Segretaria Generale saranno assunti da Maria Wienken (DE), affiancata da Elisabeth Danner (A), entrambe del Movimento dei Focolari. Il passaggio di consegne è stato celebrato solennemente durante una preghiera serale e suggellato dal “Patto dell’amore reciproco”. Gerhard Pross ha sottolineato la grandezza della missione di IpE e i suoi ricchi frutti, che hanno segnato tappe importanti nella storia della Chiesa, come descritto nel libro “Sternstunden der Einheit” (Momenti salienti di unità).

Il ruolo di moderatore di IpE sarà ora ricoperto da un gruppo composto da tre membri dell’attuale Comitato: Suor Nicole Grochowina (Communität Christusbruderschaft Selbitz), P. Raffael Rieger (Movimento di Schönstatt) e Matthias Bühlmann (Vineyard). “Questo cambiamento non segna solo la fine di un’era, ma anche l’inizio di una nuova fase di collaborazione a livello europeo“, ha commentato uno dei partecipanti.

Un altro membro ha aggiunto: “Le giornate sul Kahlenberg hanno dimostrato che la nostra diversità è la nostra forza. Con il nuovo team diamo un segnale chiaro di continuità e di nuovi orizzonti”. Un altro partecipante ha sottolineato: “IpE scrive una storia di speranza in questi nostri tempi apparentemente senza speranza. Per questo oggi è più importante che mai camminare insieme”.

Un altro punto focale dei colloqui è stato il lavoro dei Comitati Nazionali, che stanno assumendo una responsabilità crescente nel radicare IpE nei rispettivi Paesi.

Sono stati inoltre discussi i prossimi appuntamenti di rilievo:

  • 9-13 maggio 2026: In occasione della Festa dell’Europa, 120 giovani europei visiteranno il Parlamento Europeo. Colpiti dall’unità cristiana vissuta in IpE, i giovani hanno elaborato un “Patto tra le generazioni” che presenteranno ai parlamentari.
  • 29-31 ottobre 2026: Prossimo “Incontro degli Amici” presso il Centro Vineyard di Würzburg, Germania.
  • 4-6 maggio 2028 (data prevista): Grande evento a Castel Gandolfo e Roma, Italia.

L’incontro del 2026 del Comitato di Orientamento ha segnato così una pietra miliare importante per l’orientamento futuro della rete, che continua a impegnarsi per l’unità e la fraternità in tutto il continente.

Beatriz Lauenroth
Foto: gentilezza Insieme per l’Europa

“Siate la buona novella per il vostro Paese”

“Siate la buona novella per il vostro Paese”

Primo Pontefice della storia moderna ad avere una conoscenza diretta dell’Africa, papa Prevost, già dai tempi in cui era a capo dell’Ordine degli Agostiniani, aveva visitato di persona tutte le regioni dell’Africa: centrale, meridionale, occidentale, australe!

A bordo dell’aereo papale da Roma ad Algeri Papa Leone XIV ha dichiarato ai giornalisti: “Già lo scorso maggio avevo detto che nel mio primo viaggio avrei voluto visitare l’Africa. Molti mi hanno subito suggerito l’Algeria per via di sant’Agostino”.

11 giorni, 18 voli, oltre 18.000 km. Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale. 25 discorsi e omelie, otto Messe pubbliche celebrate, incontri con presidenti, vescovi, imam. Il Pontefice, nei suoi interventi, ha messo in evidenza le opere di misericordia della Chiesa attraverso incontri a margine con: detenuti, orfani, anziani ed ha incontrato centinaia di migliaia di fedeli. Il talento poliglotta del Papa è stato messo in piena luce, “ci ha parlato in francese, portoghese, spagnolo e inglese per entrare in contatto personale con le diverse popolazioni locali”.

In un discorso storico tenuto alle autorità in Camerun il 15 aprile, giorno del suo arrivo, Leone ha affrontato in modo diretto il tema della crisi umanitaria, politica e sociale che da un decennio affligge il Paese. Ha descritto il costo umano in termini chiari — vite perdute, famiglie sfollate, bambini privati dell’istruzione e una generazione di giovani priva di speranza — lodando al contempo la diversità culturale e linguistica del Paese come un “tesoro” piuttosto che un onere.

Una tappa fondamentale del viaggio in Camerun si è svolta a Bamenda, cuore di una regione dilaniata dalla violenza separatista da 10 anni. Papa Leone XIV ha presieduto un incontro sulla pace nella Cattedrale di San Giuseppe. Intorno al tavolo, un capo tradizionale, un moderatore presbiteriano, un imam e una suora cattolica. “Un immagine suggestiva che continuerà a nutrire il nostro immaginario per tantissimo tempo”, ha detto Elisabeth, una cittadina di Bamenda: “un Papa circondato da rappresentanti di diverse fedi e comunità in una città nel cuore di un conflitto in corso, che invoca il dialogo invece della violenza, la riconciliazione invece della vendetta”.

Il Papa si è rivolto all’intera comunità composta da persone giunte dal Nord-Est e Sud-Est, che avevano fatto tanti chilometri superando paura e ostacoli per essere presenti a questa giornata. Ha ringraziato tutti coloro che scelgono di costruire ponti tutti i giorni e che curano ferite. Ma ha anche lanciato un monito, “a coloro che distorcono le religioni e il nome stesso di Dio per perseguire i propri obiettivi militari, economici e politici”. Una denuncia per tutti quelli che- ha affermato il Papa- “spogliano la vostra terra delle sue risorse investono generalmente gran parte dei profitti nelle armi, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine”.

La seconda giornata del Papa in Camerun è stata interamente dedicata ai giovani. È proprio a questa gioventù, vivace e in movimento, che Leone XIV ha scelto di rivolgersi direttamente nella sua omelia, davanti a 120.000 fedeli allo stadio di Japoma, a Douala e poi di fronte agli studenti dell’Università Cattolica dell’Africa Centrale. Leone XIV ha moltiplicato gli appelli a resistere all’emigrazione, alla corruzione e alle illusioni del mondo digitale. Con, in filigrana, un messaggio ribadito due volte nello stesso giorno: il futuro del continente si costruirà qui, non altrove.

Il Papa non ha eluso la realtà del Paese nello stadio di Japoma parlando della povertà, sia materiale che spirituale e lanciando un invito ai giovani: “per fare del vostro spirito fiero una profezia del mondo nuovo, prendete come esempio ciò che abbiamo ascoltato negli Atti degli Apostoli. I primi cristiani danno infatti testimonianza coraggiosa del Signore Gesù davanti a difficoltà e minacce”, e pensando a come loro hanno perseverato anche tra gli oltraggi ha invitato a “rifiutare ogni forma di abuso e di violenza, che ingannano promettendo guadagni facili e induriscono il cuore”. Ha ricordato loro la vera ricchezza del popolo: “la fede, la famiglia, l’ospitalità, il lavoro”. Per illustrare il suo discorso, Leone XIV ha citato il Beato Floribert Bwana Chui, un martire congolese ucciso nel 2007 per aver rifiutato, in qualità di doganiere, di far passare una spedizione di medicinali contraffatti. È presentato come un santo della resistenza alla corruzione, un modello per la gioventù africana: Il Pontefice ha inoltre continuato dicendo: “Siate la buona novella per il vostro Paese”-

Nel pomeriggio a Yaoundé, il Papa è atteso all’Università Cattolica dell’Africa Centrale, fiore all’occhiello dell’istruzione superiore della regione, che attira ogni anno oltre 5.000 studenti provenienti in particolare dal Gabon, dal Ciad, dalla Guinea Equatoriale e da altri Paesi. Sono in 8000 ad accogliere il Pontefice con un grande entusiasmo, tipico del mondo universitario.

Di fronte a questa platea di giovani africani, papa Leone ha scelto di parlare di argomenti sensibili, attuali: la corruzione, l’intelligenza artificiale e le sue derive, le migrazioni, ecc.

È proprio questa tensione tra la tentazione dell’esilio e il dovere verso il proprio Paese che Leone XIV ha posto al centro del suo discorso. “Di fronte a questa tendenza a voler emigrare, che può far credere che altrove si troverà facilmente un futuro migliore, vi invito innanzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese”, ha detto agli studenti, ricordando loro che l’università è stata fondata trentacinque anni fa proprio per formare “testimoni di saggezza ed equità di cui il continente africano ha bisogno”.

Parlando dell’Intelligenza Artificiale, il Papa ha dichiarato, con insolita gravità: “Quando la simulazione diventa la norma, viviamo come in bolle impermeabili le une alle altre, ci sentiamo minacciati da chiunque sia diverso”. La sua conclusione è diretta, senza giri di parole: “È così che si diffondono la polarizzazione, i conflitti, le paure e la violenza. Non è in gioco un semplice rischio di errore, ma una trasformazione del rapporto stesso con la verità”.

L’Africa paga il costo ambientale e umano dell’estrazione del cobalto, minerale indispensabile per le batterie che alimentano i data center e i dispositivi connessi a Internet. Il Papa non ha usato mezzi termini su questo punto: “Il lato nascosto delle devastazioni ambientali e sociali causate dalla corsa sfrenata alle materie prime e alle terre rare” deve essere denunciato, ha ribadito con forza.

Liliane Mugombozi (Camerun)


Foto: cortesia della Nunziatura Apostolica in Camerun

Con Papa Leone per il dialogo e la pace

Con Papa Leone per il dialogo e la pace

Il più grande Paese africano per superficie nel quale, dei 48 milioni di abitanti, i cristiani sono meno  dell’1%.  L’Algeria è il Paese che papa Leone XIV ha scelto come prima tappa del viaggio in terra africana che lo porterà poi in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Vi è arrivato 13 aprile 2026 e i suoi primi incontri con la comunità algerina hanno messo in evidenza anche la vita e le attività di organizzazioni e iniziative interreligiose, a volte poco conosciute, che operano nel Paese da molti anni.

Una di queste è il Movimento dei Focolari, una rete di unità spirituale arrivata nell’Algeria a maggioranza musulmana nel 1966. Le sue attività in Algeria sono animate da membri musulmani, per lo più donne, che vi partecipano, lavorando in piccoli gruppi in tutto il Paese, sia prestando aiuto presso centri per anziani locali, sia dando ripetizioni agli studenti o studiando insieme a loro.

L’esperienza di una fede «vera» che «non isola ma apre, unisce ma non confonde, avvicina senza uniformare e fa crescere un’autentica fratellanza» è stata condivisa in francese da Monia Zergane, musulmana la cui vita si fa «segno di speranza per il nostro mondo». Nei servizi della Chiesa cattolica in Algeria, cristiani e musulmani lavorano «fianco a fianco», ha riferito la donna, «con le stesse preoccupazioni» di «accogliere, servire, ascoltare, prendersi cura dei più fragili, organizzare, trovare risorse finanziarie e adoperarsi perché i centri di attività siano luoghi sicuri che preservino la dignità delle persone». Un servizio ai più «vulnerabili», che siano donne, bambini, anziani, malati, vissuto «insieme» e in grado di creare una «fraternità reale», ha spiegato, forte della convinzione che «servire l’uomo è anzitutto servire Dio». Un impegno, ha rimarcato, che si nutre di tutte le cose «belle» messe in gioco: competenze, dedizione, pazienza, perdono, compassione e benevolenza.

Fratelli e sorelle che sono stati «d’immenso aiuto e conforto» per Monia nella prova della malattia, quando, ha confidato con gratitudine, «ho potuto contare sulla loro vicinanza, sulla loro incrollabile solidarietà, sulla loro delicatezza e le loro preghiere». In particolare, la vicinanza di una comunità del Movimento dei Focolari, e l’impegno quotidiano per mettere in pratica l’amore per il prossimo, «m’interpella spesso e mi fa capire che la vita non è fatta soprattutto di grandi opere visibili, ma di una comunione vissuta giorno dopo giorno», ha riconosciuto. Consapevole che la fratellanza si costruisce anche «nei gesti semplici: un sorriso, un saluto che viene dal cuore, una parola benevola, un servizio reso senza aspettarsi nulla in cambio, e nelle piccole cose della vita quotidiana: farsi gli auguri per una festa, condividere un pasto dopo un tempo di digiuno, ascoltare il significato spirituale di una celebrazione».

A cura della redazione

Foto: © Joaquín Masera – CSC Audiovisivi

Libano: la resistenza della solidarietà

Libano: la resistenza della solidarietà

Nel vortice delle notizie rapide sulla guerra in Libano, le storie individuali si perdono e i volti umani sbiadiscono dietro i numeri degli sfollati e i rapporti sui bombardamenti. Eppure la realtà, come rivelano le testimonianze sul campo, è molto più profonda e dolorosa di quanto mostrino i titoli. In questo “tempo di guerra”, centinaia di migliaia di libanesi vivono una condizione di sfollamento ripetuto, come se fosse un destino che si rinnova a ogni nuova ondata di violenza. Ma in mezzo a questo buio emergono anche volti umani che cercano di restituire alla vita il suo significato.

Dall’inizio dell’escalation e con l’espansione dei raid aerei e degli ordini di evacuazione, lo sfollamento non è più un evento eccezionale, ma è diventato uno stile di vita. Non vengono più evacuate singole aree, ma intere regioni, dal sud alla Beqaa fino al cuore della capitale Beirut. In questo scenario, il numero degli sfollati ha superato il milione, in una delle più grandi ondate di sfollamento interno nella storia recente del Paese. Tante le vittime civili.

Dietro questo numero si nascondono però storie umane che riassumono la tragedia. Zeina Chahine ha condotto alcune interviste per raccontare il dolore delle persone e, allo stesso tempo, la grandezza dell’azione umanitaria che diventa incontro, consolazione e forza collettiva contro l’ingiustizia.

Marwan, uno degli sfollati del sud, riassume l’esperienza con una frase dolorosa: “Stiamo appassendo lentamente”. Non è solo una metafora, ma la descrizione di una vita che viene consumata gradualmente, in cui l’essere umano perde casa, lavoro e stabilità senza però perdere del tutto la speranza… che tuttavia si logora. Marwan aggiunge che anche l’idea del ritorno è cambiata: non sogna più la casa, ma semplicemente il ritorno, in qualsiasi forma possibile.

Nawal racconta invece il momento della fuga forzata: una telefonata nel cuore della notte, pochi minuti per raccogliere ciò che si può portare, poi la fuga sotto i bombardamenti. “Cosa dobbiamo portare con noi?” è una domanda che riassume l’impotenza di fronte alla rapidità del crollo. Una piccola valigia in cambio di una vita intera lasciata indietro. Anche lei, come molti altri, non ha vissuto lo sfollamento una sola volta, ma più e più volte, fino a quando il ritorno alla “tabula rasa” è diventato parte dell’esperienza stessa.

Anche i bambini e i giovani pagano il prezzo. Suleiman, sedicenne, si ritrova fuori dalla scuola, in un rifugio temporaneo, e riassume la guerra dicendo: “È la mia croce in questa vita”. Parole che mostrano come la guerra non rubi solo il presente, ma anche l’innocenza dell’età.

Ma accanto a questo dolore vive anche un’altra immagine, non meno presente: quella della solidarietà umana. Tra scuole trasformate in centri di accoglienza e angoli sovraffollati delle città, emergono volontari e iniziative individuali che cercano di colmare il vuoto dell’assenza. Persone che dormono per terra, con una grave mancanza dei beni più essenziali, e tentativi graduali di fornire materassi e coperte. Il bisogno non riguarda solo cibo e acqua, ma anche tutto ciò che preserva la dignità umana, come i prodotti per l’igiene personale… perché anche nello sfollamento l’essere umano ha bisogno di sentirsi dignitoso.

Abir, madre e volontaria, vede l’aiuto come un dovere umano prima di tutto. Dice che ciò che colpisce di più è “la paura negli occhi delle persone”, quell’ansia costante di un futuro incerto. Ma allo stesso tempo osserva anche la forte spinta alla solidarietà: “Le persone corrono ad aiutare, senza chiedere nulla”. In un contesto in cui le istituzioni a volte sono limitate, le iniziative individuali diventano la prima linea di difesa dell’umanità.

Questo incontro tra dolore e solidarietà rivela una forte contraddizione: la guerra divide le persone, ma allo stesso tempo crea spazi inaspettati di solidarietà. È come se la società, nei momenti di collasso, riscoprisse se stessa attraverso i suoi individui.

E nonostante le differenze nelle opinioni e nelle appartenenze, il punto comune rimane il sentimento di sradicamento e il rifiuto della guerra e delle sue tragedie. Con il passare del tempo, anche la forma della speranza cambia: da “se Dio vuole torneremo a trovare le nostre case” a semplicemente “se Dio vuole torneremo”. Una speranza che si riduce, ma non si spegne.

Resta sospesa sulle labbra di tutti la domanda: “Domani dove andremo?”. Non è una domanda su una destinazione precisa, ma sul destino stesso.

Eppure, nonostante tutto il dolore, queste testimonianze rivelano una verità duplice: la guerra ferisce profondamente l’essere umano, sì, ma non riesce a cancellarne l’umanità. Tra una tenda e un rifugio, tra perdita e nostalgia, nasce un’altra forma di resistenza: la resistenza della solidarietà.

Così, mentre alcuni appassiscono lentamente, altri li annaffiano con quanto possono di solidarietà, mantenendo la vita possibile. Perché la fede nella fratellanza umana è una realtà che abbiamo interiorizzato vivendo e praticando, tramandata dai nostri padri e dai nostri nonni, fino a diventare sangue nelle nostre vene e parte della nostra civiltà.

Elaborato da Rima Saikali
Al Madina Al Jadida

E’ attiva l’emergenza Medio Oriente. Ogni contributo permette di portare sollievo alle tante famiglie colpite dal flagello della guerra: molte hanno perso la casa, altre cercano rifugio in strutture che aprono le porte nonostante risorse sempre più limitate.

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Foto: ©Pexels-Mohamad-Mekawi

Istituto Universitario Sophia: nuova offerta formativa

Istituto Universitario Sophia: nuova offerta formativa

L’Istituto Universitario Sophia lancia una nuova offerta formativa per l’anno accademico 2026/2027, segnando un passaggio decisivo nella crescita dell’istituzione e nell’ampliamento del suo progetto accademico internazionale. La nuova proposta, infatti, offre un percorso universitario completo (3+2) integrando due cicli di studio pienamente strutturati: il Baccalaureato in Filosofia e Scienze Umane (Laurea Triennale, interclasse L-5/L-24) e la Licenza in Filosofia, Economia di Comunione e Ambiente (Laurea Magistrale, classe LM-78).

La nuova proposta accademica dell’Istituto Universitario Sophia nasce da una convinzione semplice e radicale: il sapere non è un insieme di informazioni ma uno strumento concreto per cambiare il mondo.

“In questo cambiamento d’epoca caratterizzato da incertezza e frammentazione – afferma il Rettore Declan J. O’Byrne –, con la nuova offerta formativa, Sophia conferma la propria missione, assumendo un ruolo strategico nella formazione di persone capaci di unire pensiero critico, competenze interdisciplinari, progettuali e responsabilità verso il bene comune, per porre le basi di un altro futuro, agendo nell’ambito della sostenibilità integrale, dell’economia, della progettazione sociale, territoriale e dell’innovazione”.

Grazie alla collaborazione istituzionale con l’Università degli Studi di Perugia (Italia), entrambi i percorsi permettono il conseguimento di un doppio titolo accademico, ecclesiastico e statale, con piena validità nell’ordinamento universitario italiano e riconoscimento internazionale.

Il Baccalaureato in Filosofia e Scienze Umane – Laurea Triennale (L-5/L-24) – è un corso di laurea che offre una formazione interdisciplinare centrata sulla comprensione della persona nelle sue dimensioni cognitive, emotive, relazionali e sociali. Prepara a proseguire negli studi, ad accedere ai percorsi per l’insegnamento e ad assumere ruoli educativi, sociali, progettuali e culturali.

La Licenza in Filosofia, Economia di Comunione e Ambiente – Laurea Magistrale (LM-78) – sviluppa il metodo interdisciplinare di Sophia nei contesti dell’economia, della sostenibilità integrale e della governance, formando figure professionali capaci di comprendere e accompagnare processi economici, sociali e organizzativi. Il corso di laurea promuove una riflessione critica sui modelli economici contemporanei e orienta alla ricerca di soluzioni etiche e sostenibili, in particolare, nei campi dell’ecologia, dello sviluppo delle città, delle organizzazioni e delle comunità.

Il focus su Economia di Comunione ed Economia Civile rende questo percorso unico nel panorama accademico italiano e internazionale, offrendo agli studenti strumenti per comprendere e trasformare i sistemi economici contemporanei, per contribuire concretamente alla costruzione di economie sostenibili, inclusive e generative. La formazione proposta prepara professionisti capaci di guidare processi di responsabilità sociale d’impresa, di sviluppare progetti di innovazione sostenibile, di lavorare nella rigenerazione dei territori, di assumere ruoli in imprese, enti pubblici e del terzo settore orientati allo sviluppo umano e alla sostenibilità integrale, di contribuire alla costruzione di modelli economici resilienti e adatti a scenari complessi.

Sono inoltre attivi i dottorati di ricerca in Scienze Umane e in Cultura dell’Unità, che completano l’offerta accademica dell’Istituto.

Con il prossimo anno accademico, Sophia inaugura anche una nuova sede didattica a Firenze (presso l’Istituto affiliato alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale), che ospiterà le attività del Baccalaureato. La scelta di Firenze consente l’accesso alle opportunità accademiche, professionali e culturali di una delle città universitarie più prestigiose d’Europa.

La Laurea Magistrale rimane radicata nel campus internazionale di Loppiano, che offre un ambiente internazionale e interculturale in cui studenti provenienti da numerosi Paesi hanno l’opportunità di condividere studio, vita quotidiana ed esperienze formative.

Uno degli elementi distintivi della vita accademica a Sophia è il rapporto studenti‑docenti, pari a circa 1:5. Questo permette un accompagnamento personalizzato, un dialogo continuo e un ambiente di studio che valorizza la relazione come parte integrante del processo formativo. Il modello Sophia supera la logica delle lezioni frontali affollate e favorisce una didattica interattiva, centrata sulla persona, sulla qualità dei contenuti e sulla crescita delle competenze critiche, relazionali e progettuali.

La qualità della vita accademica a Sophia è anche garantita dalla possibilità di vivere un’esperienza di studio personalizzata e aperta al mondo, grazie alla rete selezionata di partner che supporta le attività didattiche e offre opportunità concrete di tirocinio e inserimento professionale in contesti internazionali, tra cui: ASCES-UNITA, Sophia ALC (America Latina), Together for a New Africa, Economia di Comunione Corea, Ethos Capital e Consulus.

Maggiori informazioni sul sito Sophiauniversity.org

A cura della Redazione
Foto: © Istituto Universitario Sophia

Vangelo Vissuto: “Resta con noi, perché si fa sera” (Lc 24,29)

Vangelo Vissuto: “Resta con noi, perché si fa sera” (Lc 24,29)

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Mongomo è una piccola città della Guinea Equatoriale, alla frontiera col Gabon. Scrive suor Maria: “È un grande dono per la nostra comunità la permanenza con la gente di qui, così aperta alla Parola di Dio. Ogni mese l’aspettano con ansia nei villaggi vicini. La domenica, dato che non c’è quasi mai un sacerdote per celebrare la Santa Messa, si ritrovano con qualcuna di noi per sentirsi spiegare la Parola. Si riuniscono in più di cinquecento. Agli incontri in parrocchia a Mongomo, invece, riescono a partecipare soltanto una cinquantina. Bisogna tener conto del fatto che non hanno orologi, né nozione della data, per cui è molto difficile combinare degli appuntamenti, sicché le loro presenze non sono fisse. A volte poi devono percorrere (ovviamente a piedi) dieci, venti chilometri per arrivare. È commovente costatare che mai si stancano di sentir parlare di Dio. Vorrei che li sentiste raccontare come mettono in pratica il Vangelo: sono esperienze semplici, concrete… c’è da convertirsi a sentirle. Più volte ho sentito qualcuno di loro ripetere che la Parola di Dio gli è necessaria come il cibo”.

(Suor Maria – Guinea Equatoriale)

Ero rimasta particolarmente colpita ascoltando la frase del Vangelo “Se presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello…”. Infatti, non ero in buoni rapporti con una certa signora. Facendomi coraggio, sono andata da lei. Purtroppo, non solo non mi ha ascoltata, ma mi ha mandata via urlando. Demoralizzata, non sapevo cosa fare. Intanto mio figlio aveva ricevuto una lettera da un conoscente che si voleva scusare con lui per via di una piccola incomprensione tra loro capitata qualche giorno prima. C’era di che sorprendermi: primo, perché mio figlio è così piccolo che non sa ancora leggere, per cui ho dovuto leggergli la lettera; secondo, perché un adulto si scusava così seriamente con lui. Da tutto ciò ho tratto la spinta per scrivere a quella signora chiedendole perdono. Giorni dopo ricevo la sua telefonata: “Perdonami tu!”. Tornata da lei e chiarito ogni malinteso, piene di gioia, ci siamo riconciliate.

(H.B. – Germania)

A cura di Maria Grazia Berretta
Foto di copertina: © Saulo Leite by Pexels

Pasqua: il fondamento della Grande Speranza

Pasqua: il fondamento della Grande Speranza

La speranza cristiana non è fuga dal reale. Nasce in un luogo senza luce, nella strettoia di una tomba murata, dove Dio ha già rovesciato il giudizio di questo mondo. Proprio per questo osa parlare in un tempo di guerre (Gaza, Kiev, il Darfur, Tehran) e di centinaia di milioni di persone che non sanno come arrivare a domani.

Le nostre giornate sono tessute di attese giuste: salute, un lavoro non precario, un po’ di pace, una giustizia che non sia solo parola. Quando però diventano tutto il nostro orizzonte o le sacralizziamo come idoli o, alla prima frattura seria, ci rifugiamo nel cinismo e nella rassegnazione.

La Pasqua non cancella queste speranze, le decentra. Le radica in un Altro e, proprio così, le preserva. L’amore più forte della morte non ci toglie il peso dell’agire; spezza piuttosto l’ansia di dover salvare il mondo con le nostre sole mani.

L’ultima parola sulla storia non è la nostra, né quella dei vincitori di turno. È la parola pronunciata sul corpo di Gesù. E la parola della Pasqua smentisce in anticipo ogni pretesa della morte di essere definitiva. Per Paolo, la risurrezione di Cristo non è un episodio isolato nella biografia di Gesù. È l’apertura di una scena nuova in cui l’umanità intera viene trascinata: «Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita» (1 Cor 15,22). I Padri hanno seguito questa traccia senza attenuarla: la risurrezione è il compimento della natura umana nella sua interezza, non il privilegio di pochi fortunati. In Cristo, Dio contempla già la pienezza della famiglia umana: i volti dei rifugiati nel Mediterraneo, di chi attraversa il Sahara, dei civili nascosti nelle cantine del Darfur. Per questo ogni ferita alla dignità, ogni corpo scartato, non è solo ingiustizia sociale; è profanazione di un’umanità che è stata pensata e amata dentro la luce del Risorto stesso. 

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Paolo allarga ancora lo sguardo: «tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Non geme soltanto la coscienza umana, ma il suolo, l’aria, i mari. Nel 2026 il linguaggio delle “doglie” non suona come pio simbolismo: lo leggiamo nelle alluvioni, nei raccolti incerti, nei villaggi che devono spostarsi perché l’acqua è finita. Questo gemito ha la forma di una protesta; la creazione rifiuta di essere trattata come materiale usa e getta, e la Pasqua le dà voce. In Cristo risorto, ogni sfruttamento della terra appare già come ciò che è: una scelta contro il futuro di tutti.

Come si vive, allora, tra un compimento già inaugurato e una storia ancora attraversata da troppi fallimenti? Non con la paralisi né con l’ottimismo di facciata. Si vive sapendo che nulla di ciò che è autenticamente buono va perduto: un gesto di accoglienza, una scelta di rinuncia, un lavoro onesto portato avanti in condizioni storte. Benedetto XVI ricorda che «ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto» e include tra questi impegni anche il lavorare per un mondo più umano, sostenuto dalla grande speranza che poggia sulle promesse di Dio (Spe Salvi, 35). Possiamo dire di più: non è aggiunta esterna al Regno, ma ne è già un frammento visibile. Il compimento appartiene a Dio, e tuttavia Dio si ostina a passare anche attraverso di noi. Quando ci impegniamo per i profughi, per il disarmo, per condizioni di lavoro meno disumane, per una pace concreta e non retorica, non stiamo solo “preparando” qualcosa che verrà dopo. Stiamo lasciando che la vita del Risorto prenda forma, umile e fragile, dentro il nostro tempo.

La speranza pasquale non resta idea o sentimento; prende corpo. La risurrezione dice che le logiche di morte non hanno titolo per decidere l’esito finale, e per questo ogni guerra, ogni sistema di sfruttamento, ogni indifferenza lucida è già smascherata e privata di ultimo senso dalla tomba vuota. Nel sepolcro di questo mondo, qualcosa è già cambiato per sempre: la vita ha iniziato a risalire le crepe della storia. Non come consolazione vaga né come “ricompensa” in un altrove indefinito, ma come realtà che, in Cristo, è già stata consegnata all’umanità e alla creazione intera. Nel giudizio di Dio rivelato a Pasqua – un giudizio che libera, non che schiaccia – è deciso una volta per tutte che la morte non potrà vantarsi di avere l’ultima parola su nessuno e su nulla.

Questa è la grande speranza.

Buona Pasqua: una speranza che non si chiude in chiesa, ma mette le mani nella storia.

Declan J. O’Byrne
Instituto Universitario Sophia
Pubblicato originalmente in
Loppiano.it

Foto di copertina: Dettaglio della vetrata del Santuario Maria Theotokos, Loppiano

Occhi di Pasqua

Occhi di Pasqua

Io auguro a noi occhi di Pasqua
capaci di guardare
nella morte fino alla vita,
nella colpa fino al perdono,
nella divisione fino all’unità,
nella piaga fino allo splendore,
nell’uomo fino a Dio,
in Dio fino all’uomo,
nell’io fino al tu.
E insieme a questo, tutta la forza della Pasqua!

(Pasqua 1993) 

Klaus Hemmerle
(La luce dentro le cose, Città Nuova, Roma 1998, pag. 110)

Foto: © Aakash-Sunuwar by Pexels.com

La croce, scrigno di comunione

La croce, scrigno di comunione

La solitudine, nel silenzio, non spaventi: essa è fatta per proteggere, non per spaurire. Comunque, si sfrutti anche un tal soffrire. La grandezza massima del Cristo è la croce. Mai fu tanto vicino al Padre e tanto vicino ai fratelli come quando nudo, ferito, gridò dal patibolo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Con quella sofferenza redense: in quella frattura ricongiunse gli uomini con Dio.

[…] Mettiti ad ascoltare. Mettiti a contemplare, dentro il silenzio nel quale Dio parla. È questa, nella giornata della vita, l’ora serale della contemplazione, quando le creature si raccolgono a fare il bilancio del lavoro compiuto e predispongono l’azione del domani: un domani affondato nell’eternità. […] Distacco dal mondo, dunque, e attacco a Dio: non separazione perciò dagli uomini, in quanto fratelli, componenti della stessa famiglia divina e umana. 

Igino Giordani
(Stralci da “Città Nuova” XXIII/13 10 luglio 1979, pp.32-33)

Foto: © Nikolett Emmert by pexels.com

Ogni giorno un Giovedì Santo

Ogni giorno un Giovedì Santo

Quest’anno la Settimana Santa la sento in modo particolare.

Ieri, mercoledì santo, la lettura della Passione di Gesù mi ha toccato particolarmente. Ho risentito (e quanto importante questo) il valore così nuovo del dolore nella nostra vita cristiana. Riebbi la chiamata – vorrei dire – a questa che fra le vocazioni d’ogni giorno, d’ogni ora della nostra vita è la più sublime. Gesù, l’uomo del dolore: è lì il culmine della sua vocazione.

(…) Oggi un’onda di tenerezza m’invade. È il giorno del Coman­damento nuovo, dell’Eucaristia, del sacerdozio, del servizio fraterno.

Quante infinite ricchezze Gesù ha riservato per l’ultimo giorno della sua vita quaggiù!

Quale desiderio di far d’ogni giorno un Giovedì Santo.

Tu Gesù che ci hai scelto per questa via così vicina al tuo cuore, aiutaci a percorrerla bene, ogni giorno, fino in fondo.

Chiara Lubich
(Chiara Lubich, Diario 1964-1980, a cura di Fabio Ciardi, 2023, Città Nuova, Roma, p. 324)

Foto © Vesal by Pixabay

Luci nel buio: non siamo soli

Luci nel buio: non siamo soli

La notte è simbolo delle tenebre, dell’incognito, della mancanza di quella luce che non
riusciamo a trovare se non abbiamo una lampada e un compagno di viaggio nel cammino. La
notte è quella che avvolge il nostro pianeta, ferito e violentato da lotte fratricide, da guerre
che continuano a essere organizzate per la brama di potere e di denaro. La notte è quella che
vivono milioni di persone che non hanno più voce per gridare le ingiustizie e le sopraffazioni.
E noi? Come continuare a credere in quel mondo rinnovato che non si manifesta secondo le
nostre attese? Come riconoscere i segni di quanto di buono c’è nei rapporti di tutti i giorni?
Sono domande alle quali non sempre sappiamo dare una risposta ma che ci sollecitano a
cercare un compagno di viaggio che spesso non vediamo, a riconoscere il bisogno universale
di una spiritualità che è propria dell’essere umano e che può farsi presente se si vive tra noi
l’amore scambievole.
A volte sono brevi lampi di luce, che brillano nei modi più inaspettati, anche attraverso i
social, a illuminare la notte. Come la storia di Chiara Badano e Sara Cornelio, due amiche
attraverso il tempo.
Sara, nata nel 1998, poco più che bambina “conosce” Chiara, morta a 19 anni nel 1990, in uno
dei tanti incontri che raccontano la sua straordinaria storia di vita. La scopre amica,
compagna di sogni, confidente e forte presenza. Sara è una ragazza che vive, canta, balla,
studia, ha amici, cresce, affascina. Sara, al tempo stesso, vive la quotidianità di una malattia
congenita che -non solo figuratamente- “toglie il fiato”. Vive la certezza che “Tutto vince
l’Amore” (la sua tesina di maturità); vive il dono del trapianto di polmone, e diventa ella
stessa dono, che testimonierà con libri, incontri nelle scuole, brani musicali e cortometraggi,
un blog, una rappresentazione teatrale.
Vive la sua stupenda famiglia, l’innamoramento e l’amore. La sua morte nel 2022, a neanche
24 anni, lascia sgomenti e più soli tutti quelli che le hanno voluto bene anche semplicemente
incontrandola su Facebook.
Nel suo trascinante passaggio su questa terra Sara ha in Chiara un’amica sempre vicina che
accompagna, incoraggia, sostiene e che si “svela” nei momenti e nelle occasioni più
impensabili: amica che sa “stare accanto” nella gioia cristallina così come nel dolore e nella
solitudine di un ospedale o di una terapia intensiva.
Negli ultimi momenti, di solitudine e debolezza, la presenza di Chiara si fa misteriosamente
silenziosa, quasi sfuggente ma forse proprio per questo più autentica e destinata a diventare
amicizia “per sempre”.
Chiara e Sara: uniche, come ogni storia è unica.

Foto :  © Kanenori – Pixabay

«Resta con noi, perché si fa sera» (Lc 24,29).

«Resta con noi, perché si fa sera» (Lc 24,29).

La strada che va verso il villaggio di Emmaus ci racconta un cammino percorso da due discepoli di Gesù. Delusi dai sogni, dai progetti, dai momenti forti delle giornate che avevano trascorso con il Maestro, essi tornavano a casa per riprendere la vita che avevano lasciato, quella prima dell’incontro con lui. Erano trascorsi appena tre giorni dalla sua crocifissione, la delusione, la paura e i dubbi regnavano tra i suoi seguaci.  

Si allontanavano da Gerusalemme, dal sogno irrealizzato, prendendo le distanze da Cristo e dal suo messaggio, “tristi” perché avevano in qualche modo già preso la decisione di abbandonare il progetto per il quale lo avevano seguito. 

È la storia di tutti noi quando ci smarriamo davanti a situazioni che ci pongono di scegliere davanti ai tanti bivi e crediamo spesso che la soluzione di tornare indietro, di rinunciare, di rassegnarci sia l’unica risposta al nostro malessere.

«A chi di noi l’albergo di Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su questa strada una sera che tutto pareva perduto? Il Cristo era morto in noi… Non esisteva più nessun Gesù sulla terra»[1]

«Resta con noi, perché si fa sera».

Durante il cammino uno sconosciuto si unisce ai due mostrandosi ignaro delle vicende appena trascorse. Inizia a porre domande precise, che fanno venir fuori tutta l’amarezza e lo sconforto. Dapprima li ascolta e poi egli inizia a spiegare le Scritture: è tutto un dialogo, un incontro che lascia il segno, tanto è vero che, anche se ancora non hanno riconosciuto Gesù, lo pregano di fermarsi con loro perché si fa sera[2]

È questa forse una fra le preghiere più belle che troviamo nei Vangeli. È la prima preghiera che dai discepoli sale al Risorto ed è commovente questo invito che tutti possiamo rivolgergli perché Lui rimanga con noi e fra noi.  

Gli occhi dei due discepoli si apriranno allo spezzar del pane e la gioia di averlo finalmente riconosciuto li spingerà a tornare a Gerusalemme per annunciare ai loro amici questa resurrezione avvenuta.

«Resta con noi, perché si fa sera».

«Forse niente spiega meglio l’esperienza che noi focolarine abbiamo fatto fin dall’inizio, di vivere con Gesù in mezzo a noi, quanto queste parole, — scrive Chiara Lubich.

Gesù è sempre Gesù e anche se è solo spiritualmente presente, quando lo è, spiega le Scritture, e arde nel petto la sua carità: la vita. Fa dire con infinita nostalgia, quando lo si è conosciuto: “Resta con noi, Signore, perché si fa sera”: senza di Te è notte nera (…)»[3].  

La notte è simbolo delle tenebre, dell’incognito, della mancanza di quella luce che non riusciamo a trovare perché non crediamo nella Sua presenza che continua ad accompagnarci, sempre. 

La notte è quella che avvolge il nostro pianeta, ferito e violentato da lotte fratricide, da guerre che continuano a essere organizzate per la brama di potere e di denaro.

La notte è quella che vivono milioni di persone che non hanno più voce per gridare le ingiustizie e le sopraffazioni.

E noi, come possiamo renderci conto della presenza di Gesù, che non sempre si manifesta secondo le nostre attese? Come capire che lui cammina con noi e cerca di farci riconoscere i segni della sua presenza? E soprattutto come creare le condizioni perché egli si manifesti e rimanga con noi? 

Sono domande alle quali forse non sappiamo sempre dare una risposta ma che ci sollecitano a non tralasciare la ricerca di Gesù, a concentrare il nostro sguardo verso un compagno di viaggio che spesso non vediamo, a riconoscere Colui che può farsi presente se si vive tra noi l’amore scambievole. 

La strada di Emmaus è simbolo di tutte le nostre strade, è la strada dell’incontro con il Signore, è la strada che ci ridona la gioia del cuore, ci riporta verso la comunità per testimoniare insieme che Cristo è risorto.

A cura di Patrizia Mazzola e del team della Parola di Vita

Foto: ©Pexels-Tom Fisk


[1] François Mauriac, Vita di Gesù, Mondadori, Milano, 1950, p. 156.

[2] Cfr. Lc 24, 17-29.

[3] Chiara Lubich, Scritti Spirituali/3, Città Nuova, Roma 1979, p. 67.  

Il cammino della speranza

Il cammino della speranza

25 marzo 2026. Ci troviamo nella Sala della Conciliazione del Palazzo Lateranense dove, dopo decenni di contrapposizione, la Chiesa cattolica e lo Stato italiano firmarono nel 1929 i Trattati Lateranensi. In questo stesso storico ambiente si concluse nel 2013 la fase diocesana della Causa di beatificazione di una delle figure spirituali più rilevanti del nostro tempo: il Cardinale vietnamita François-Xavier Nguyễn Văn Thuận.

Sono presenti 220 persone, Cardinali, Vescovi, famigliari, sacerdoti, suore e laici vietnamiti e di altri Paesi. Migliaia di altri sono collegati via streaming in sette lingue sui canali YouTube di Vatican Media. Motivo di questo incontro è il 50° anniversario da quando Nguyễn Văn Thuận, allora giovane Vescovo, nei primi mesi di prigionia iniziata il 15 agosto 1975, è riuscito a far pervenire ai suoi fedeli 1001 brevi meditazioni vergate su fogli di vecchi calendari. L’evento è organizzato dalla Causa di Beatificazione del Cardinale vietnamita, insieme al Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale (DSSUI), attore della Causa, in collaborazione con il Dicastero per il Clero, la diocesi di Roma e le edizioni Città Nuova.

Papa Leone sottolinea questa ricorrenza con un Messaggio a firma del Card. Parolin, suo Segretario di Stato, auspicando che «il significativo evento favorisca la riscoperta della fervida testimonianza di così intrepido discepolo del Vangelo e generoso Pastore». Il suo esempio – afferma – «è carico di attualità poiché ricorda che la speranza cristiana nasce dall’incontro con Cristo e prende forma in una vita donata a Dio e al prossimo».

Fa gli onori di casa il Card. Baldassare Reina, Vicario generale del Papa per la diocesi di Roma, il quale ricorda l’attualità della figura di Nguyễn Văn Thuận all’indomani del Giubileo della speranza, in un tempo in cui il Vangelo si trasmette soprattutto con la testimonianza.

Ma chi era questo Cardinale vietnamita? Risponde con brevi cenni biografici il dott. Waldery Hilgeman, postulatore della Causa di beatificazione. Discendente di una famiglia che nel XIX secolo ha avuto tra i suoi antenati dei martiri, François-Xavier sin da giovane si sente attratto dall’esempio dei santi e più tardi anche da spiritualità del suo tempo, tra cui i Cursillos e i Focolari. Entra in seminario, diventa sacerdote, consegue il dottorato in diritto canonico. Nel 1967 viene consacrato Vescovo di Nha Trang. Quando nel 1975 Paolo VI lo nomina Arcivescovo coadiutore di Saigon, inizia una lunga prova: arrestato, trascorre tredici anni in prigione, di cui nove in isolamento. Lì ho imparato – racconta – «a scegliere Dio e non le opere di Dio». Comprende che Dio lo vuole in mezzo agli altri prigionieri, quasi tutti non cattolici, presenza di lui e del suo amore, «nella fame, nel freddo, nel lavoro faticoso, nell’umiliazione e nell’ingiustizia». Liberato nel 1988, dal 1991 vive a Roma, dove Giovanni Paolo II lo nomina dapprima Vicepresidente, poi Presidente dell’allora Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace e nel 2001 lo crea cardinale.

Elisabeth Nguyễn, sorella del Cardinale, racconta l’avventurosa storia dei 1001 pensieri. Trafugati dall’arresto domiciliare, «iniziarono un viaggio di evangelizzazione da una famiglia all’altra, da una cellula di prigione all’altra, prima di attraversare con i boat people gli oceani». Anni dopo ne nasce il libro The Road of Hope (Il cammino della speranza).

Esperienze forti e toccanti, amplificate, a metà incontro, da un brano di pianoforte eseguito virtuosamente da don Carlo Seno: “La Campanella” di Franz Liszt.

Nel corso di appena un’ora e mezzo, moderata dal giornalista Alessandro De Carolis di Vatican Media, emergono ulteriori profili di Nguyễn Văn Thuận. Il Card. Lazzaro You Heung-sik, Prefetto del Dicastero per il Clero, parla di lui come «evangelizzatore in ogni circostanza» riferendo il racconto di un monaco buddista: «Era inverno, faceva due gradi sottozero e noi, nel campo di rieducazione, non avevamo abbastanza coperte. Allora il Vescovo usciva ogni giorno più volte per raccogliere rami e pezzi di legno per riscaldare di notte il campo… Era quello che noi buddisti chiamiamo un “Bo tac”: un uomo molto santo».

Il Card. Luis Antonio Tagle, Prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione, ricorda invece come nel 1995 era nata un’amicizia personale con Nguyễn Văn Thuận: «Mi colpì il fatto che, mentre raccontava esperienze dolorose e persino umilianti, la sua voce rimanesse calma e il suo volto sereno. Non c’era traccia di amarezza né di odio in lui. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dal suo volto radioso e sorridente».

Assieme alla statura spirituale, emerge la spiccata sensibilità per le questioni mondiali della giustizia e della pace. Ne parla il Card. Michael Czerny sj, Prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, che per l’occasione ha pubblicato la traduzione italiana di una nuova biografia di Nguyễn Văn Thuận, scritta da sua sorella Elisabeth insieme al sacerdote belga Stefaan Lecleir.

«Il suo contributo principale a livello mondiale – precisa il Card. Czerny – è il ruolo svolto nella genesi del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (2004)» e riferisce questa vibrante domanda posta dall’Arcivescovo vietnamita: «Di fronte all’attuale situazione politica ed economica, c’è chi si chiede: riusciremo ad attraversare con speranza la soglia del nuovo millennio?». In risposta, citava una nota giornalista che previde “tre fasi catastrofiche” per le società impoverite: sfruttamento – esclusione – eliminazione. «Quando penso a tutto questo – commentava Nguyễn Văn Thuận – il mio cuore è lacerato e vorrei gridare: “impossibile”».

A conclusione dell’incontro, l’attore e giornalista Rosario Tronnolone legge alcuni brani del Cammino della speranza che risuonano come il sigillo d’oro: «Tu vuoi operare una rivoluzione: rinnovare il mondo. Potrai compiere questa preziosa missione che Dio ti ha affidato, solo con “la potenza dello Spirito Santo”. Ogni giorno, lì dove vivi, prepara una nuova Pentecoste. Impegnati in una campagna che ha lo scopo di rendere tutti felici. Sacrificati di continuo, con Gesù, per portare la pace alle anime, sviluppo e prosperità ai popoli. Tale sarà la tua spiritualità, discreta e concreta a un tempo».

Hubertus Blaumeiser
Foto: © CM – CSC Audiovisivi

Trasmissione integrale sul Canale YouTube di Vatican Media