Movimento dei Focolari
Chiara Lubich: «Sai dove siamo?»

Chiara Lubich: «Sai dove siamo?»

“Ecco, in sintesi, il reso­conto dell’evento [del 16 luglio] che ci è offerto, restituendone l’incantevole afflato evangelico. Alla proposta che Igino Giordani (Foco) le rivolge [a Chiara Lubich] di «le­garsi stretto» a lei per seguire più da presso Gesù – come accadeva con santa Caterina per i suoi seguaci –, Chiara si sente spinta a rispondere invitandolo a formulare un «patto», in fedeltà alla logica evangelica cui ha imparato a conformare la sua vita[1]:

«Tu conosci la mia vita: io sono niente. Voglio vivere, infatti, come Gesù Abbandonato che si è completamente annullato. Anche tu sei niente perché vivi nella stessa maniera. Ebbene, domani andremo in chiesa ed a Gesù Eucaristia che verrà nel mio cuore, come in un calice vuoto, io dirò: “Sul nulla di me patteggia tu unità con Gesù Eucaristia nel cuore di Foco. E fa’ in modo, Gesù, che venga fuori quel legame fra noi che tu sai” […] “E tu, Foco, fa’ altrettanto”» (cpv. 24 e 25 del testo di Chiara Lubich pubblicato su “Paradiso 49”, Città Nuova, Roma 2026).

Il racconto è sobrio ed estremamente semplice. L’evento che per dono ne scaturisce, una volta che il patto è realizzato, e di cui si dà testimonianza, eccede ogni umana aspettativa. E in questa forma è anche inedito nella storia dell’esperienza cristiana.

Si può cercare di sceverarne il tenore a partire da quanto Chiara ne racconta innanzi tutto a Foco, per «spiegargli» – scrive – quanto accaduto. «Sai dove siamo?»: è con questa domanda che esordisce, invitandolo ad aprire con lei gli occhi dell’anima sullo scenario che con il patto s’è dischiuso. S’intuisce da qui che il patto ha predisposto le condizioni per l’accadere di una grazia di Dio: la percezione mistica della presenza di Gesù nell’esser fatti «una cosa sola» – in Lui e da Lui realizzata, per la Parola vissuta e per l’Eucaristia – di Chiara e Foco (e subito dopo di coloro a cui il patto viene esteso). E così in cia­scuno di essi. Certo, l’immedesimazione vissuta e percepita con Gesù che Chiara sperimenta esprime la grazia straordinaria che accomuna tutte le autentiche esperienze mistiche attestate lungo la storia della Chiesa. Ma ciò che viene in evidenza, nell’esperienza qui descritta, è che questo avviene per Chiara nell’unità in e grazie a Gesù da lei vissuta con Foco, e via via con le altre persone a cui l’esperienza è comunicata. Tanto che ne vengono rese partecipi.

Piero Coda
(Tratto da Paradiso ’49, Opere di Chiara Lubich,
a cura di Piero Coda – Alba Sgariglia, Città Nuova, Roma 2026)
Foto:Baita Paradiso. Abitazione a Tonadico, Italia, dove Chiara Lubich insieme ad alqune delle sue prime compagne
hanno alloggiato durante il periodo conosciuto come “Paradiso ’49”. © Jesús María Zamora


[1] Ci troviamo di fronte a una qualifica specifica dell’esperienza cristiana propiziata dal carisma dell’unità: il “patto”. Quale che ne sia l’origine nel pensiero e nella prassi di Chiara, è evidente che la dinamica del “patteggia­re” implica il condividere con coloro che sono coinvolti nel patto il riferimen­to fondante della propria esistenza a Dio e la decisione di compiere insieme la sua volontà: così che il patto, tra coloro che lo vivono, si fa espressione del patto con cui Dio stesso ha stretto alleanza con il suo Popolo nell’Antico Te­stamento, e come “una volta per sempre” l’ha rinnovato escatologicamente in Gesù. Abbiamo dunque a che fare con un “fondamentale” dell’esperienza della Rivelazione. «In precedenza – ricorda Chiara in nota – avevamo vissu­to altri patti, come quello dell’amore reciproco. Esso aveva operato un salto di qualità nella nostra vita, facendoci sperimentare la presenza di Gesù in mezzo con i doni dello Spirito che Egli porta con sé: la pace, la gioia, la luce, la forza. Il patto di misericordia, poi – così chiamavamo quel patto con cui noi focolarine ci impegnavamo a vederci nuove ogni giorno, senza ricordare i difetti dell’altra, come ci incontrassimo per la prima volta –, ci aveva aiu­tate a perfezionare l’amore vicendevole» (nota 30). Il patto d’unità, suscitato dalla richiesta di Foco e vissuto secondo la modalità descritta da Chiara, propizia un ulteriore e decisivo – nella logica, si direbbe, del dispiegarsi del carisma dell’unità come dono di Dio – “salto di qualità”: quello dell’imme­desimazione donata e percepita con Gesù e del ritrovarsi nel Seno del Padre.

60° anniversario del Movimento dei Focolari in Asia e Oceania

60° anniversario del Movimento dei Focolari in Asia e Oceania

Nel 2026 ricorre il 60° anniversario dell’arrivo dell’Ideale dell’unità del Movimento dei Focolari in Asia e Oceania. Era il 22 febbraio 1966 quando cinque, tra focolarine e focolarini arrivarono a Manila,inviati da Chiara Lubich – la Fondatrice del Movimento dei Focolari – in risposta alla richiesta dell’allora Arcivescovo di Manila, il cardinale Rufino Santos. Giovanna Vernuccio, Silvio Daneo, Guido Mirti, Ednara Tabosa e Magdalena Brandao sono stati i primi protagonisti dell’avventura dei Focolari in Asia, e non solo. Da Manila si susseguono i viaggi verso il Giappone, la Corea, Hong Kong, Taiwan, India, Pakistan, Tailandia, Cambogia, Vietnam, fino all’Australia.

Il Movimento dei Focolari si è così diffuso nel continente asiatico portando a quanti incontrava lo spirito dell’unità che lo caratterizza, nonostante l’enorme diversità di culture, religioni e lingue. Questo percorso ha aperto la strada al dialogo ecumenico e interreligioso fino ad oggi.

Per ricordare questo anniversario in varie zone dell’Asia si sono tenuti eventi commemorativi. Fra tutti, quello organizzato dalla comunità di Manila e dalla Cittadella Pace di Tagaytay dal 12 al 14 giugno 2026. Il programma si è concentrato sulle origini del Movimento in Asia, sulla sua diffusione in tutto il continente attraverso il racconto di testimonianze, si è svolto un workshop sull’immersione della realtà del Movimento nel mondo e c’è stata una solenne preghiera per la Pace. L’ultimo giorno durante la celebrazione della Santa Messa alla Cittadella Pace, erano presenti circa 700 partecipanti, alcuni arrivati ​anche da Paesi limitrofi. Un’atmosfera gioiosa e familiare ha pervaso l’intero evento, accompagnata da una profonda gratitudine verso i pionieri. L’attuale Arcivescovo Metropolita di Manila Cardinale Jose Fuerte Advincula, il Nunzio Apostolico l’Arcivescovo Charles John Brown, i Vescovi Roberto Mallari, Mel Rey Uy, Reynaldo Evangelista, Guillermo Afable, Gerardo Alminaza, l’Ambasciatore d’Italia nelle Filippine Davide Giglio e il Vescovo Joel Polares della Iglesia Filipina Independiente (Chiesa cristiana nazionale indipendente) e circa 30 sacerdoti hanno partecipato all’evento, insieme a vari amici di altre Chiese, di varie religioni e una forte presenza di giovani. L’Ambasciatore d’Italia ha affermato di essersi sentito completamente rigenerato dalla celebrazione, suggerendo di ripeterla ogni anno.

Tra le impressioni più significative: “Il 60° anniversario è stato per me una celebrazione di ogni persona che ha fatto una scelta chiara di Dio – afferma Suzette -, seguendo Chiara Lubich con la propria vita. Il ‘sì’ di ognuno ha generato innumerevoli ‘sì’ che mi hanno portato dove sono oggi”. E Kreng afferma: “Con profonda gratitudine a Dio e a tutti loro, vado avanti più convinto, con la passione per far sì che “che tutti siano uno” diventi realtà per tutti”!

“La celebrazione è stata come una goccia di divino in un mondo così pieno di sé, una boccata d’aria fresca in un momento in cui le vite sono soffocate dall’isolamento e dalla divisione, è stata la tenera vicinanza di Dio” ribadisce Floradel, mentre Merlie aggiunge: “La celebrazione del 60° anniversario è stata davvero memorabile, commovente e significativa. Ha anche segnato un nuovo impegno e una nuova speranza”.

Lorenzo Russo

Vangelo Vissuto: dal seme al frutto

Vangelo Vissuto: dal seme al frutto

La chiamata

Avevo 16 anni quando iniziai a vivere le parole di Gesù: “Ama il prossimo tuo come te stesso… Qualunque cosa avrete fatto al più piccolo l’avete fatta a me”. Cominciai da chi avevo vicino: lasciando il mio posto a sedere a chi non lo aveva, rifacendo il letto alle ragazze con cui condividevo la stanza, ascoltando qualcuno… e questo anche in famiglia, dove poteva risultare più difficile. La gioia cresceva in me e tante domande trovavano risposta. Quando alcune amiche vollero sapere il perché del mio cambiamento, proposi anche a loro di vivere l’avventura dell’amare tutti, senza distinzione. Cominciammo così a mettere in comune i nostri pochi beni, il nostro tempo, i talenti; cercando di aiutare i poveri, in particolare eravamo impegnate a raccogliere fondi per la costruzione di un ospedale e di una scuola in Camerun. Ci sembrava giusto, pensando al grande debito che l’Occidente aveva con l’Africa. Questa vita piena, bella, dedicata a Dio e ai fratelli è stata di preparazione per sentire più tardi rivolte anche a me altre parole di Gesù: “Vieni e seguimi”.

(Aurea – Italia)

Dio è geloso?

Sapevo che la Bibbia parla di un Dio geloso quando nell’Esodo si racconta che il suo popolo si rivolgeva agli idoli. Ma anche a me è capitato una volta di fare in piccolo questa medesima esperienza. Stavo vivendo un periodo in cui Dio non era proprio al centro della mia vita, ero preso da tante cose, dalle attività più varie, e confesso di averlo trascurato. Poi un giorno mi sono trovato bloccato a letto da fortissimi dolori alla schiena. Non potevo muovermi minimamente senza provare dolori lancinanti e la cosa è continuata per parecchi giorni, causa una sciatica che partendo dalla schiena mi prendeva tutta la gamba. In quei momenti difficili mi sono ricordato di Gesù crocifisso e abbandonato che aveva sofferto certamente più di me, l’ho riconosciuto e ho capito che anche questo era un suo espediente per attrarmi. Era geloso, mi voleva con sé, lui era sempre stato con me, come è sempre con tutti noi. Io piuttosto non ero più stato con lui. L’esperienza mi è servita a rimettermi in piedi non solo fisicamente, ma a rimettere in piedi la mia anima.

(F. – Belgio)

Un’azienda di EdC

Sono così sicuro dell’amore di Dio che vorrei condividere questa certezza con più persone possibile. Sono nati così nel mio paese e nelle valli vicine gruppi dove ci si aiuta a vivere la Parola del Vangelo. Non solo: con il sacrificio mio e di altri amici ho dato vita ad una azienda agricola che aderisce all’Economia di Comunione (EdC), un modello imprenditoriale e sociale a livello mondiale, che destina una parte degli utili ad aiutare persone bisognose e a creare per loro nuovi posti di lavoro; un’altra quota per potenziare la struttura aziendale, migliorare la qualità dei prodotti e garantire la sostenibilità dell’impresa nel mercato; e una terza parte alla formazione di uomini con una nuova mentalità economica basata sulla fraternità e sulla solidarietà. Quante volte in questi anni ho sperimentato la provvidenza di Dio! Come quando il raccolto di zucchine inaspettatamente aumentava oppure acquirenti offrivano più di quanto io avessi intenzione di chiedere… Ma soprattutto, lavorando così, io sento Dio più vicino e ciò è incentivo a proseguire per questa strada.

(L.F. – Italia)

A cura di Maria Grazia Berretta

tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno XII – n.4 – luglio-agosto 2026)

Foto © Elisemertens89 – Kevin120415 – Hans – Pixabay

Movimento Gen: 60 anni di vita

Movimento Gen: 60 anni di vita

“Giovani di tutto il mondo unitevi”: è l’invito che 60 anni fa Chiara Lubich ha rivolto alle nuove generazioni affinché ciascuno potesse rispondere alla chiamata di Dio di vivere per l’unità in maniera concreta. Oggi questa missione è ancora attuale e in un tempo estremamente lacerato continua ad essere un cammino, spesso controcorrente, che non vuole lasciare all’odio e alle divisioni l’ultima parola; un cammino di famiglia fatto di speranza e azioni che porta in sé sempre vivo il desiderio del mondo unito.

What’s UP? Si parte!

What’s UP? Si parte!

Uno spazio nuovo, per conoscere e far conoscere in modo diretto e informale. Un appuntamento dedicato alla condivisione di notizie, storie, iniziative per scoprire cosa succede al Centro Internazionale e nelle diverse aree del mondo e rafforzare il senso di comunità.

In questo primo Episodio partiremo dal Centro Internazionale (Rocca di Papa, Roma), cuore del governo del Movimento dei Focolari, e dopo qualche curiosità conosceremo meglio alcuni dei Consiglieri che, con l’Assemblea Generale di marzo 2026, hanno concluso il loro mandato.

Si parte!

Attivare i sottotitoli e scegliere la lingua desiderata

Accogliere la sapienza

Accogliere la sapienza

Se prestiamo attenzione al mondo che ci circonda, ci rendiamo conto che spesso a prevalere è il rumore delle opinioni. Tutti desiderano dire la propria e si moltiplicano gli spazi di dibattito nei quali sembra che tutti sappiano tutto. Non sempre però, vi troviamo autentica sapienza; talvolta al contrario, si rischia di favorire la superficialità, l’ignoranza e un progressivo impoverimento culturale.

Di fronte a questo scenario, che cosa merita davvero di essere ascoltato? Esistono parole e Parole. Che cosa le distingue? Possiamo chiamare Parole, con la P maiuscola, quelle — scritte o pronunciate — che, una volta accolte, hanno la capacità di trasformarci. Sono parole che esprimono sapienza, perché offrono una chiave di lettura dell’esistenza umana, del desiderio di trascendenza e delle relazioni che legano gli esseri umani tra loro e con la natura. Come scrive Rabindranath Tagore, poeta, filosofo e scrittore indiano: «Le parole arrivano al cuore quando sono uscite dal cuore».

La Parola non appartiene a un’epoca, a un luogo particolare o a una religione. Xavier Melloni, antropologo, teologo e fenomenologo della religione, osserva che per alcuni la Parola è ispirata dallo Spirito Santo, mentre per altri è frutto dell’illuminazione della coscienza. Ma come riconoscere quando ci troviamo di fronte alla Parola?

«Possiamo dire che la Parola è ciò che ci rende capaci di aprirci agli altri, di donarci e di sostare nel silenzio, andando oltre noi stessi verso una profondità sempre maggiore. La parola autentica è vitale e genera vita»[2]. È così che la Parola, intesa in senso ampio, libera dai vincoli ai quali siamo sottoposti; non dipende da interessi nascosti, non è coercitiva, ma diventa idolatria quando cessa di essere sapiente.

Eppure, la Parola non risuona sempre nello stesso modo dentro di noi, anche quando è espressa con le stesse parole. La sua accoglienza è strettamente legata al momento della vita che stiamo attraversando. La superficialità, le preoccupazioni affrontate con autosufficienza o l’indifferenza sono ostacoli che impediscono alla Parola di portare frutto in noi e, attraverso di noi, negli altri.

La Parola sapiente diventa un solido punto di riferimento nel cammino dell’essere umano. Talvolta ci offre risposte; talvolta provoca nuove domande; ci permette di guardare le cose da una prospettiva diversa e di aprirci a dimensioni della realtà che prima non riuscivamo a percepire; ci rende liberi e ci conduce a fare esperienza di ciò che è veramente essenziale per la nostra esistenza. Solo la Parola autentica, la Parola sapiente, può trasformare il nostro modo di pensare e di agire. Accolta e vissuta, ci aiuta a dare maggiore significato alla nostra esistenza, a vivere relazioni più profonde e a costruire insieme una società più umana e fraterna.

Racconta Jordi: «Ogni incontro con la Parola è personale e intimo. Il mio incontro con la Parola è arrivato dopo anni centrati sul lavoro e sulla tecnologia. La lettura di libri di diversi ambiti – biografie, romanzi, filosofia, ecc. – ha risvegliato in me la ricerca della sapienza per dare senso alle grandi domande della vita, sostenere la mia esistenza e comprendere perché la Parola si manifesti in forme così diverse e apparentemente contraddittorie. In questo cammino ho conosciuto la sapienza di Chiara Lubich, espressa in una rilettura nuova e vitale del Vangelo e testimoniata da uno stile di vita stimolante. Nonostante il suo carattere confessionale, essa si è dimostrata capace di entrare in sintonia con persone che, come me, non hanno convinzioni religiose e di coinvolgerle nel cammino della fraternità».

Questo mese nutriamoci di Parole sapienti, facciamole nostre e trasformiamole in vita. E, se ne abbiamo l’opportunità, condividiamo i frutti che esse generano con chi, come noi, è in cammino. In questo modo costruiremo insieme una convivenza più umana e ricca di significato.

Foto © James Oladujoye – Pixabay

[1]Questa riflessione si ispira all’intervento di Jordi Illa al Convegno Internazionale promosso dal centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose del 2013, intitolato «La Parola».

[2]Xavier Melloni, Vers un temps de síntesi, FragmentaEditorial, Barcelona, 2011, p. 55.

L’IDEA DEL MESE è attualmente prodotta dal “Centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose” del Movimento dei Focolari. Si tratta di un’iniziativa nata nel 2014 in Uruguay per condividere con gli amici non credenti i valori della Parola di Vita, cioè la frase della Scrittura che i membri del Movimento si impegnano a mettere in atto nella vita quotidiana. Attualmente L’IDEA DEL MESE viene tradotta in 12 lingue e distribuita in più di 25 paesi, con adattamenti del testo alle diverse sensibilità culturali.
dialogue4unity.focolare.org

«Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto» (Mt 13,23).

«Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto» (Mt 13,23).

Gesù, dopo aver parlato in parabole ad una grande folla in riva al lago di Tiberiade, si rivolge ai discepoli e ad essi spiega il significato profondo delle sue parole.

Il protagonista del nostro racconto è la Parola di Dio, paragonata ad un seme piccolo e fragile. I sassi, le spine, gli uccelli possono impedirgli di germogliare, mettere radici, produrre spighe mature, ma il sapiente seminatore ne conosce la sorprendente vitalità.

Attraverso queste immagini, Gesù rivela il rapporto tra l’uomo e la Parola che Dio offre abbondantemente, ma c’è chi la accoglie e chi, per vari motivi, la lascia cadere senza che porti frutto. Nel cuore umano, infatti, la superficialità e le eccessive preoccupazioni materiali minacciano il miracolo della vita soprannaturale, che Dio stesso desidera accendere nelle sue creature.

Anche noi, come i discepoli, siamo invitati da Gesù ad entrare nel mistero umile dell’amore di Dio e, allo stesso tempo, siamo interpellati personalmente su una decisione: quale “terreno” vogliamo essere?

«Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto».

Ascoltare e comprendere: sembra questo il segreto che fa di noi un terreno accogliente, dove il seme della Parola può esprimere la sua forza e portare buoni frutti.

Quanto è preziosa la disponibilità all’ascolto: è lo spazio spirituale per fare posto alla vita di Dio, che sempre ci precede con la sua misericordia, con la pazienza del lavoratore che conosce e rispetta i tempi della maturazione.

Le parole di Dio, come scrive Chiara Lubich, «illuminano interiormente non solo la mente, ma tutto l’essere, perché sono luce, amore e vita. Danno pace – quella che Gesù chiama sua: “la mia pace” – anche nei momenti di turbamento e di angoscia. Danno gioia piena pur in mezzo al dolore che a volte attanaglia l’anima. Danno forza soprattutto quando sopraggiungono lo sgomento o lo scoraggiamento. Rendono liberi perché aprono la strada della Verità. […] Anche in noi deve nascere un amore appassionato per la parola di Dio: la accogliamo con attenzione quando ci viene proclamata nelle chiese, la leggiamo, la studiamo, la meditiamo… Ma soprattutto siamo chiamati a viverla. […] Vivendo una parola di Gesù viviamo tutto il Vangelo, perché in ogni sua parola egli si dona tutto, viene lui stesso a vivere in noi […] e sostituisce il nostro modo di pensare, di volere, di agire in tutte le circostanze della vita»[1].

«Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto».

Wambil dal Messico ci racconta: «C’è stato un tempo in cui mi sentivo intrappolato in un buco profondo. Ero in una relazione violenta, cercavo di scappare e sistemare tutto con le mie forze. Influenzato dai social media e dal rumore esterno, spesso inseguivo cose non guidate da Dio. Nonostante tutti i miei sforzi, mi sentivo ancora vuoto e senza scopo. Sapevo che l’amore è un linguaggio universale. Quando ho iniziato a fare volontariato, ho trovato una realizzazione che poteva venire solo da Dio. Col tempo, ho scoperto un luogo dove ascoltare la Sua parola e crescere nella relazione con Lui. Sono profondamente grato». 

Anche quando ci sentiamo terra arida e sassosa, è la Parola stessa ad essere efficace, come rivela il profeta Isaia: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, […] così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55, 10-11).

Sostenuti da questa speranza, in un tempo dominato da paure e tensioni, coltiviamo anche la fiducia nelle donne e negli uomini con cui condividiamo la vita. Crediamo nella loro capacità di dare frutti buoni, creando occasioni di ascolto e dialogo, per camminare insieme verso l’orizzonte della fraternità.

A cura di Letizia Magri e del team della Parola di Vita


[1] C. Lubich, Parola di Vita marzo 2003, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi, (Opere di Chiara Lubich 5), Città Nuova, Roma, 2017, pp.684-685.

Foto © Horacio30 – Pixabay

Un premio per Run4Unity

Un premio per Run4Unity

Ogni anno, la prima domenica di maggio, alle 12:00 in ogni Paese del mondo parte Run4Unity, la maratona mondiale dei Ragazzi per l’unità. E così accade che, mentre alcune decine di ragazzi corrono sullo sfondo delle piramidi egiziane, in India si consegnino i premi della staffetta appena conclusa e ad Asunción in Paraguay ci si prepari per alcune gare di atletica che partiranno di lì a poco in un grande parco della città. Gare e tornei all’insegna della pace e della solidarietà che, iniziando in Oceania e concludendosi nelle Americhe, coinvolgono, nell’arco di 24 ore, migliaia di ragazzi, pronti allo “start” quando il loro fuso orario segna mezzogiorno. A quell’ora ricevono la staffetta dai Paesi del fuso orario precedente e, un’ora dopo, la passano ai Paesi al fuso orario successivo.

Un’idea geniale e semplice che è nata nell’equipe del Centro internazionale dei Ragazzi per l’unità nel 2005 insieme ad alcuni e alcune gen 3, dopo che Chiara Lubich, appena tornata da un viaggio in India aveva comunicato loro la bellissima esperienza vissuta quando era stata invitata a partecipare ad una grande manifestazione di giovani del Movimento indù Swandhyaya molto legati allo sport: “Forse lo sport potrebbe essere una via per i ragazzi”, aveva detto Chiara.

Ed il format di Run4unity si è diffuso in un batter d’occhio, declinato localmente secondo le varie nazioni e le caratteristiche proprie di ogni cultura: lo sport si unisce ad azioni di dialogo interreligioso, di sviluppo per i più bisognosi, di difesa e cura della natura, di impegno per la pace e la fraternità tra i popoli.

Nel 2025, la DG EAC (Direzione Generale per l’istruzione, la gioventù, lo sport e la cultura) una Direzione della Commissione Europea e insieme con l’EACEA, (Agenzia Esecutiva Europea per l’Istruzione e la Cultura) che gestisce i finanziamenti per l’istruzione, la cultura, l’audiovisivo, lo sport, la cittadinanza e il volontariato hanno lanciato il #BeActive EU Sport Awards.

New Humanity del Movimento dei Focolari ha presentato il progetto pluriannuale e internazionale Run4Unity che è stato selezionato come finalista nella categoria Pace. “Qualche settimana fa abbiamo saputo di essere stati selezionati fra ben 279 azioni di sport presentate e di essere quindi fra i 15 finalisti, 3 per ogni categoria – raccontano -. Nella comunicazione c’era l’invito a recarsi a Bruxelles, il 23 giugno 2026, per 2 rappresentanti di ogni progetto per la cerimonia di premiazione e per noi sono andati Agostino Spolti (già corresponsabile di Ragazzi per l’Unità) e Elisabetta De Bernardi (gen 2 di Torino che ha vissuto da gen 3 e da gen 2 alcune Run4Unity focalizzate proprio sulla pace) e …abbiamo vinto!”. Un riconoscimento ad alto livello di questa proposta in questo 2026 che, a 21 anni dal primo Run4Unity, ha visto svolgersi nel mondo staffette in oltre 100 Paesi, con migliaia di ragazzi, accompagnati da giovani e adulti in un fecondo rapporto intergenerazionale.

Lo sport è una strada per vivere l’inclusione, l’attenzione all’altro, il rispetto, il crescere insieme e – si leggeva nel bando di concorso – è ovviamente è una strada per formare e diffondere una cultura di pace. “Abbiamo vinto – racconta Agostino Spolti – perché in Run4Unity ci sono proprio questi elementi: lo sport, il passaggio del testimone fra Paesi diversi, il sentirsi parte di un’unica famiglia umana, il riflettere e pregare per la pace con il Time Out, e tutto questo ha un grande valore educativo”.

Carlos Mana

Foto © Agostino Spolti

Da Caracas (Venezuela): la solidarietà si fa tangibile 

Da Caracas (Venezuela): la solidarietà si fa tangibile 

Mercoledì 24 giugno 2026, alle 6:04 del pomeriggio, il Venezuela ha cambiato volto in meno di un minuto. Due terremoti, di magnitudo 7.1 e 7.5, separati da appena 39 secondi, hanno scosso il centro-nord del Paese. L’epicentro è stato localizzato vicino a Morón, nello Stato di Carabobo, ma l’impatto è stato devastante soprattutto a La Guaira, Caracas e nelle zone limitrofe, dove numerosi tra case e edifici sono crollati. Il bilancio delle vittime, dei dispersi e dei feriti continua a salire mentre proseguono i soccorsi. Squadre specializzate provenienti da diversi Paesi stanno arrivando per unirsi alla ricerca dei sopravvissuti, insieme ad aiuti umanitari e beni di prima necessità, in una risposta internazionale che cresce di ora in ora.

Le scosse di assestamento non danno tregua; sono già più di 100. Alcune si avvertono appena, altre ci costringono a scappare dalle case di continuo. Viviamo in uno stato di allerta costante. Dormiamo poco. La stanchezza pesa, ma anche la paura. A questo si aggiungono le difficoltà di una città che cerca di continuare a funzionare: il segnale telefonico e la linea internet funzionano a intermittenza, l’elettricità subisce continue fluttuazioni e, in molti edifici, la fornitura di gas è stata sospesa per precauzione. Persino le decisioni più semplici richiedono un grande sforzo: organizzarsi, concretizzare azioni, coordinare squadre o semplicemente comunicare con le persone care per sapere se stanno bene. Tutto diventa più complicato quando la terra continua a ricordarci che non ha ancora finito di tremare.

Il Venezuela affronta questo terremoto partendo da una condizione di vulnerabilità. Molti edifici sono stati costruiti senza criteri antisismici, che oggi sono la norma in altre regioni, e alcuni si portano dietro anni di usura e manutenzione insufficiente. Questa emergenza si sovrappone a una realtà socioeconomica già impegnativa, il che rende ancora più complesso il processo di risposta.

Tuttavia, in mezzo a questa realtà così fragile, stiamo anche scoprendo una forza immensa che nasce dalla comunione.

Come Movimento dei Focolari abbiamo aperto le nostre case —i focolari che, per fortuna, non hanno subito danni strutturali— per accogliere chi ha dovuto abbandonare la propria abitazione. Alcune famiglie non possono più tornare a casa, perché i loro edifici sono a rischio crollo; altre hanno perso tutto. Abbiamo offerto alloggio, cibo, vestiti e tutto ciò che può alleviare i bisogni più urgenti e immediati.

Il dolore, purtroppo, ha toccato molto da vicino anche la nostra famiglia. Una volontaria del Movimento ha perso alcuni familiari a causa del crollo degli edifici in cui vivevano. Solo una nipote è stata salvata ed è già stata curata in ospedale. Come loro, molte famiglie aspettano notizie tra le macerie; altre piangono i propri cari e molte continuano a aggrapparsi alla speranza di trovare in vita chi è ancora disperso.

La solidarietà fa parte della nostra identità e in questi giorni si fa tangibile. Fin dalle prime ore dopo il sisma ha iniziato a moltiplicarsi i viaggi tra Caracas e La Guaira: auto private, volontari, parrocchie, organizzazioni e vicini che portano acqua, cibo, medicine, vestiti e attrezzi. Intere comunità di altre regioni del Paese che hanno appena avvertito il terremoto si sono organizzate spontaneamente per allestire centri di raccolta, smistare le donazioni e preparare gli aiuti che continuano ad arrivare alle zone più colpite attraverso la Chiesa. Ogni piccola iniziativa, ogni telefonata, ogni pacco preparato con cura, ogni persona che offre il proprio tempo, tesse una rete di fraternità che sostiene chi oggi ne ha più bisogno.

Ci commuove profondamente anche la quantità di persone, dentro e fuori dal Venezuela, che desiderano aiutare. Non siamo ancora riusciti a rispondere a tutti i messaggi arrivati. Familiari, amici, membri del Movimento e persone che vogliono semplicemente sapere come stiamo o chiedere in che modo possono collaborare. Stiamo attivando tutte le sinergie possibili affinché questa enorme generosità trovi canali concreti e arrivi là dove ce n’è più bisogno.

A tutti loro vogliamo esprimere un ringraziamento sincero. Grazie per le preghiere, per i messaggi di vicinanza e per i gesti concreti di solidarietà che si stanno già mettendo in atto. In momenti come questo, sperimentiamo in modo vivo quello che Chiara Lubich ci ha lasciato come orizzonte: “Siate una famiglia”.

Forse la sfida più grande è vivere il momento presente. Non anticipare la paura della prossima scossa né rimanere paralizzati dalla grandezza del dolore. Rimanere nel presente è, oggi più che mai, la via per scoprire cosa ci chiede l’Amore in ogni istante.

Vivere il carisma dell’unità ci porta, in questo contesto, a dare una risposta concreta: essere ponti dove si trova isolamento, offrire fraternità dove la paura divide e seminare speranza là dove l’incertezza sembra imporsi.

C’è ancora molta strada da fare. L’emergenza non è finita e la ricostruzione richiederà tempo. Ma in mezzo a tante perdite siamo anche testimoni di un’umanità che non si rassegna, che si organizza, che condivide il poco o il molto che ha e che torna a ricordarci che, anche quando la terra trema, l’amore può continuare a essere il terreno più solido su cui ricostruire la speranza.

La comunità dei Focolari di Caracas
Fotos: © fotospublicas.com

Per dare il proprio contributo: Emergenza terremoto in Venezuela

Chiara Lubich: Unità

Chiara Lubich: Unità

[…] L’unità. Ma cos’è l’unità? Si può attuare l’unità?

L’unità è ciò che Dio vuole da noi.

L’unità è realizzare la preghiera di Gesù: “Padre che siano uno come io e te. Io in essi e tu in me affinché siano uno” (cf Gv 17, 21).

Ma l’unità non si può attuare con le sole nostre forze. Può realizzarla solo una grazia particolare che scende dal Padre, se trova una particolare disposizione in noi, un requisito preciso e necessario.

Esso è l’amore reciproco, comandato da Gesù, messo in atto.

Il suo amore reciproco, quello che Lui vuole, che non è – lo sappiamo – semplice amicizia spirituale o accordo o buona intesa.

È l’amarsi l’un l’altro come Lui ci ha amato. E cioè fino all’abbandono: fino al distacco completo dalle cose e dalle creature, materiali e spirituali, per poterci far uno l’un l’altro vicendevolmente e perfettamente.

In tale maniera si fa la nostra parte e si è nelle condizioni per ricevere la grazia dell’unità, che non mancherà, che non può mancare.

Quale riconoscenza deve nascere a tale pensiero in noi, chiamati a ciò; quale spinta a vivere in modo da ottenere questo dono che là, dove così non si vive, non c’è!

Occorre ricordarsi che nella nostra spiritualità comunitaria c’è una grazia in più; che il Cielo può aprirsi ogni momento per noi; e noi, se facciamo quanto Esso chiede, invasi da questa grazia, possiamo operare molto, molto per il Regno di Dio.

È questa grazia, certamente, che spiega la grande espansione del nostro Movimento e tante belle conquiste ad esso collegate.

Consce di questo straordinario privilegio, ecco perché così ci esprimevamo i primi tempi:

“Fissatevi in testa una sola idea. Fu sempre una sola idea a far i grandi santi. E la nostra idea è questa: Unità”.

“Tutto cada. L’unità mai! Portate fra voi sempre questo fuoco acceso. E non temete di morire. Già l’avete sperimentato che l’unità esige la morte di tutti per dar vita all’Uno. Fate questo come sacrosanto dovere, anche se vi porterà immensa gioia! L’ha promessa Gesù la pienezza del gaudio a chi vive l’unità”.

Durante il prossimo mese sforziamoci di procurarci sempre questo dono!

E non attendiamolo solo per la nostra felicità, ma per essere abilitati alla nostra tipica evangelizzazione. La conoscete: “Siano uno affinché il mondo creda” (cf Gv 17, 21).

Nel mondo c’è tanto bisogno di fede, di credere! E tutti siamo chiamati a evangelizzare. Un giorno Francesco disse a uno dei fratelli: “Facciamo la predica”. E, infilate le mani nelle maniche e abbassati gli occhi, camminarono per la città, predicando, con il loro essere, la mortificazione e la povertà del tutto.

Lanciamo anche noi nel mondo la nostra predica. Che chiunque osservi due o più di noi uniti – in focolare, nei nuclei, nelle unità, nei nostri incontri, o perché casualmente insieme – sia colpito da un raggio della nostra fede e creda: creda all’amore, perché l’ha visto.

Mettiamoci sotto. Questo vuole il Signore da noi. Lo vuole attraverso il nostro carisma inciso nei nostri statuti: l’unità è la premessa di ogni altra volontà di Dio. Poi possiamo anche parlare per irradiare il Vangelo. Ma dopo.  

Chiara Lubich
(da Convesazioni, Città Nuova, Roma 2019, pp 522/4

Foto: © JGH – CSC Audiovisivi

Emergenza terremoto in Venezuela

Emergenza terremoto in Venezuela

Il Coordinamento Emergenze del Movimento dei Focolari ha avviato una raccolta fondi straordinaria in sostegno della popolazione del Venezuela, attraverso Azione per un Mondo Unito (AMU) e Azione per Famiglie Nuove (AFN). I contributi versati verranno gestiti congiuntamente da AMU e AFN per far arrivare alle popolazioni colpite dal terremoto del 24 giugno 2026 aiuti di prima necessità per l’alimentazione, le cure mediche, la casa e l’accoglienza in diverse città del Paese anche in collaborazione con le Chiese locali.

Ogni contributo permetterà di portare sollievo immediato e immaginare, insieme, percorsi di speranza e ricostruzione.

Si può donare online

Azione per un Mondo Unito ETS (AMU) IBAN: IT 58 S 05018 03200 000011204344 presso Banca Popolare Etica Codice SWIFT/BIC: ETICIT22XXX

Azione per Famiglie Nuove ETS | Banca Etica – filiale 1 di Roma – Agenzia n. 0 | Codice IBAN: IT 92 J 05018 03200 000016978561 | BIC/SWIFT: ETICIT22XXX

Causale: Emergenza Venezuela

Per tali donazioni sono previsti benefici fiscali in molti Paesi dell’Unione Europea e in altri Paesi del mondo, secondo le diverse normative locali. I contribuenti italiani potranno ottenere deduzioni e detrazioni dal reddito, secondo la normativa per gli ETS  

Foto: © fotospublicas.com

L’unità, una priorità per Maria Voce Emmaus

L’unità, una priorità per Maria Voce Emmaus

Nella quotidianità di vita in focolare Maria Voce Emmaus ha vissuto in modo semplice e luminoso quel Vangelo dell’unità che si comunica con intelligenza, libertà e creatività.

Aveva una caratteristica che colpiva subito: metteva in moto cuore, fantasia e tutta la sua intelligenza per amare ciascuna davvero come desiderava essere amata, senza schemi, senza soluzioni preconfezionate. Ognuna era unica, e lei prendeva sul serio questo fatto.

Una di noi ricorda per esempio che, quando è arrivata, non poteva mangiare formaggio. Un dettaglio, si potrebbe dire. E invece no. Per Emmaus non lo era. Senza far pesare nulla, aveva sempre cura che ai pasti trovasse un’alternativa. Non era solo attenzione, era un modo di dire ognuna è importante così come è.  E questo valeva anche per scelte o sensibilità alimentari diverse: le rispettava con una libertà che sapeva accogliere anche ciò che poteva sembrare opinabile.

Con Emmaus davvero tutto diventava possibile. Non per grandi programmi, ma per quella capacità di ascoltare i desideri più profondi e farli fiorire. Così, il sogno di una di noi — andare in un Paese di lingua inglese per migliorare la lingua — è diventato, con sorprendente semplicità, il suo regalo di compleanno.

Nel focolare aveva anche una sensibilità speciale per le culture diverse. Non solo le apprezzava, ma le accoglieva e le valorizzava con rispetto profondo. In occasione di una festa tradizionale coreana, ha incoraggiato una di noi a vivere pienamente quel momento: indossare il costume, compiere il rituale secondo la tradizione, senza semplificazioni. E non si è fermata a osservare: ha voluto partecipare fino in fondo, preparando una bella bustina con una somma di denaro, come prevede il gesto dell’anziano verso il più giovane. Era la sua maniera di dire che ogni cultura è un dono da custodire.

Sapeva anche riconoscere e sostenere i gusti e preferenze di ciascuna. A chi amava gli eventi culturali, non si limitava a dire: “Vai, è bello”. Li cercava lei stessa nei dintorni, li proponeva, incoraggiava, accompagnava. Era come se si facesse carico dei sogni altrui, rendendoli un po’ suoi.

E poi c’erano i regali. Non erano mai “tanto per fare”. Erano pensati, cercati, preparati con cura. Erano segni concreti di un amore personalizzato – come un determinato orologio o una passeggiata al mare per il compleanno -, che raggiungeva non solo noi, o altri focolari, ma anche le nostre famiglie: sorelle, genitori, nipoti.

Anche l’arte non è mai mancata nel nostro focolare, come una sua alleata per far crescere l’unità tra noi. Quante volte abbiamo cantato insieme, conosceva molte canzoni e poesie a memoria! … o messo in scena piccole rappresentazioni! Indimenticabile quella preparata per la festa del nome di Maria: una rielaborazione libera e gioiosa, ispirata alla “Divina Commedia” di Dante, grande poeta italiano, vissuta con lei e per lei, che ha saputo trasformare un momento semplice in una esperienza profonda con Maria.

In fondo, il suo vivere era questo: creava famiglia.Un episodio lo esprime bene. Una domenica pomeriggio, senza preannunciarsi, abbiamo fatto visita con tutto il focolare alla focolarina sposata appena trasferita al Centro. Quando, sorpresa, questa ha chiesto al citofono chi fosse, Emmaus ha risposto con semplicità e gioia: “La tua famiglia!”.

Un’altra volta ci ha chiamate nel fine settimana per raggiungerla dove trascorreva le vacanze. La nostra sorpresa era che lei aveva visto in un negozio alcuni capi di abbigliamento che potevano servire ad ognuna di noi. Ed era così, li abbiamo provati e scelti secondo il gusto e lo stile di ognuna, con quella gioia che si sperimenta quando c’è Gesù in mezzo!

Guardando alla nostra vita con Emmaus, possiamo dire che l’unità non è un’idea astratta. È qualcosa che prende forma giorno per giorno, che chiede di mettersi in gioco in prima persona nel rapporto con l’altro, nei dettagli, nelle attenzioni, nella creatività dell’amore. Lei ce lo ha mostrato: l’unità è possibile quando ciascuno ama e si sente amato davvero.

Le focolarine che hanno vissuto nel Focolare con Emmaus
Nelle foto diversi momenti di vita quotidiana – © Archivio CSC Audiovisivi

Il prossimo dietro lo schermo

Il prossimo dietro lo schermo

Qualche tempo fa, grazie alla tecnologia, abbiamo potuto ritrovare i miei ex compagni di liceo dopo tantissimi anni che non ci vedevamo: abbiamo creato un gruppo su WhatsApp. Tra aneddoti e vecchie foto, siamo riusciti a identificare un compagno di cui nessuno aveva più notizie e lo abbiamo aggiunto al gruppo.

Ci ha raccontato che viveva per strada. Una serie di problemi di salute, la lotta con un tumore, la perdita del lavoro e una separazione familiare lo avevano lasciato senza nulla. All’inizio, alcuni compagni hanno contribuito con del denaro, ma di fronte a una seconda richiesta di aiuto, la risposta è stata il silenzio o il rifiuto.

Anche se a scuola non eravamo amici intimi, sentivo che non potevo restare un semplice spettatore. Mi sono detto che, se lui fosse stato riapparso nella mia vita attraverso quel gruppo, avrei dovuto fare qualcosa. Non potevo semplicemente ignorarlo.

Decisi di incontrarlo. Volevo vedere con i miei occhi come stava e ascoltarlo. Aveva trascorso alcuni giorni in una pensione, ma presto era tornato in strada. Non avevo la possibilità di risolvere il suo problema abitativo né di offrirgli una casa, ma sentii il bisogno di chiedere a Dio cosa volesse da me in quella situazione.

Ci siamo incontrati e abbiamo parlato a lungo. Mi ha commosso vedere il suo deterioramento fisico, così gli ho offerto di aiutarlo con una medicina naturale che potevo procurargli affinché, almeno, recuperasse un po’ di tranquillità e benessere. Ma al di là dell’aspetto fisico, mi sono ricordato che un tempo aveva provato una forte vocazione religiosa, e che era persino stato sul punto di entrare in seminario. Gli ho chiesto della sua fede.

Mi ha confessato di essersi allontanato da tutto; erano anni che non metteva piede in chiesa né si avvicinava ai sacramenti. Con totale sincerità, gli ho consigliato che, dato che la sua malattia stava progredendo e si sentiva in pericolo, cercasse rifugio in Dio.

Gli ho suggerito di andare a messa, di parlare con un sacerdote e, nel caso in cui se la sentisse, di confessarsi. Il giorno dopo mi ha chiamato emozionato. Era andato in chiesa, si era confessato e aveva ricevuto la comunione. Mi ha ringraziato profondamente perché si era reso conto che, avendo perso tutto il materiale, il suo rapporto con Dio era l’unica cosa che gli era rimasta davvero.

Oggi siamo ancora in contatto. È riuscito a ottenere una pensione e sta un po’ meglio. Continuo ad aiutarlo con questa medicina naturale complementare alla sua terapia e, ogni tanto, ci vediamo per un caffè o gli porto qualcosa di cui ha bisogno, come un paio di scarpe da ginnastica. Ma col tempo ho capito che la cosa più importante non era né la medicina né le scarpe: era il fatto che qualcuno si fermasse a parlargli.

A volte, il “prossimo” appare in un gruppo di WhatsApp e corriamo il rischio di lasciarlo intrappolato nella virtualità, dove nessuno si assume alcuna responsabilità. Il mio amico mi ha insegnato che essere attenti ai bisogni dell’altro, anche se non abbiamo la soluzione definitiva nelle nostre mani, è già molto. Se tutti potessimo fare anche solo un piccolo gesto, come cambierebbe la situazione delle persone? Non lasciamo che l’altro sia solo un messaggio su uno schermo; rendiamo il nostro aiuto concreto, umano e, soprattutto, presente.

Pablo Furlán (Argentina)
Foto illustrativa: © Pexels-tkirkgoz