Ascoltare profondamente
Ascoltare profondamente
Ascoltare profondamente
Favorire la comunione
Provenienti da ben 40 Paesi diversi, tra i partecipanti circa una novantina di Vescovi e alcuni Cardinali per un’esperienza di vera comunione fraterna impreziosita dall’ udienza con Papa Leone XIV il 9 settembre. Presenti in alcuni momenti dell’incontro anche Margaret Karram e Roberto Almada, Presidente e Copresidente dei Focolari. Questi appuntamenti hanno avuto inizio nel 1977 per iniziativa di mons. Klaus Hemmerle (1929-1994), vescovo di Aquisgrana, insieme a Chiara Lubich. Da allora si svolgono regolarmente a livello internazionale, nazionale e regionale, incoraggiati nel tempo dai Pontefici.
Saper chiedere aiuto
Vivere la fratellanza
Puntare all’essenziale
Persone differenti, che vivono e lavorano insieme. Come il corpo umano che si compone da diverse membra. E Chiara Lubich, in Collegamento del 2000, 26 anni fa, aveva parlato proprio di questo, di una “nuova unità”. Introducendo la riflessione che adesso pubblichiamo, Chiara racconta di aver incontrato qualche giorno prima molti politici del Movimento Politico per l’Unità. Nel suo intervento aveva approfondito le parole del Magnificat, e la figura di Maria era emersa come modello del politico per eccellenza. Chiara infatti vedeva nel Magnificat la prima e più potente pagina della dottrina sociale cristiana. Non solo un testo di lode, ma un programma per la realizzazione di una società nuova, basata sulla giustizia e sulla fraternità. Un programma che, se vissuto, porta noi ad attuare la rivoluzione d’amore che attinge dal Vangelo. Cantare il Magnificat è dunque, anche per noi oggi, impegnarsi ad attuarlo. E come Opera di Maria siamo chiamati a farlo insieme. In una unità più cosciente, più matura, in una “nuova unità”
[…] Si tratta di un’unità nuova, che presenta al mondo l’Opera Una, un’Opera una non solo nel senso che normalmente diamo a queste parole, ma – ricordate il paragone che fa san Paolo? – un’Opera una come è uno il corpo umano, anche se fatto di diverse membra, anche se possiede, al suo interno, vari organi. Perché l’Opera, pur essendo costituita di tante zone (come il corpo umano di tante parti: le braccia, le gambe, la testa, il tronco, ecc.) e, pur essendovi al suo interno tante realtà (diramazioni, Centri, segreterie per i vari dialoghi, Cittadelle, Scuole, ecc.), non è se stessa, secondo il disegno di Dio, se non è una, fatta tale dall’amore diffuso dallo Spirito Santo dovunque, come è presente il sangue in tutto il corpo umano. Fatta una da Gesù posto in mezzo a noi dovunque.
Questa nuova unità chiesta all’Opera è possibile se si vive in maniera conforme al modello trinitario in tutti i nostri rapporti dal Centro alla periferia. Vita conforme a quella della Santissima Trinità nella quale, se esiste un principio, il Padre, e se il Figlio è tutto rivolto a Lui, le Tre divine Persone sono comunque tutte uguali.
In questa nuova unità nessuno si troverà ad essere “oggetto” – per così dire – dell’attenzione degli altri, quasi stesse in piedi unicamente perché sostenuto, ma “soggetto” cosciente, atto a sostenere quanti gli verranno affidati. In questa nuova unità perciò ognuno non potrà farsi trascinare nella vita ideale come – direbbero i gen 4 – un “vagone” di un treno, ma dovrà trascinare gli altri come una “locomotiva”.
In quest’unità, ancora, non ci si porrà tanto di fronte ai responsabili in attesa di qualcosa, ma ci si dovrà mettere alle loro spalle per comporre con essi, nell’Opera, Maria e scatenare insieme, come vera “acies schierata”, la nostra rivoluzione d’amore nel mondo.
E, affinché questa nuova unità diventi realtà, cosa dobbiamo fare sin d’ora?
Una sola cosa: generare costantemente fra noi dovunque nell’Opera la presenza di Gesù.
Ma non però come fine a se stessa, ma come pedana di lancio per poter amare tutti e incendiare il mondo d’amore, per seminarvi i veri valori e far sfumare i falsi; per costruirvi il Regno; per permettere a Maria di cantare nuovamente, attraverso l’Opera, il suo Magnificat.
Coraggio, allora, non aspettiamo un attimo a dar vita a Gesù fra noi, come Maria lo ha fatto in sé. Vedremo miracoli! […]
Chiara Lubich
(da Convesazioni, Città Nuova, Roma 2019, pp 593/5)
Foto: © Pexels-Joaojesusdesign
Farsi prossimi
Essere strumenti di pace
Farsi piccoli
Aiutarsi tra generazioni
Essere straniero non è soltanto una condizione giuridica o geografica. È anche un’esperienza umana che quasi tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo vissuto almeno una volta.
Ci sentiamo estranei ogni volta che entriamo in un contesto di cui non conosciamo i codici: un nuovo Paese, un posto di lavoro inedito, una scuola, una casa di riposo, un gruppo sociale o persino una famiglia che non è la nostra. Ci si può sentire stranieri anche quando le nuove generazioni usano linguaggi e riferimenti per noi incomprensibili, o quando scopriamo che la società a cui pensavamo di appartenere è cambiata in una direzione che non riconosciamo più. Ognuno di noi sa cosa significhi sentirsi fuori posto: un’esperienza comune che può aiutarci a metterci nei panni dell’altro.
La storia dell’umanità è, da sempre, una storia di incontri tra culture. Se da un lato le migrazioni hanno generato conflitti e difficoltà, dall’altro hanno favorito scambi, arricchimento reciproco e la trasformazione profonda delle società. Per questo possiamo guardare al fenomeno migratorio non solo come a un’emergenza, ma come a un’opportunità per rinnovare l’intera famiglia umana. Ci invitano, insomma, a uscire dalle nostre sicurezze per andare incontro all’altro.
La vera sfida sta nel vivere questo cambiamento d’epoca con uno sguardo capace di cogliere i semi di speranza che le migrazioni portano con sé, trasformando l’accoglienza in uno spazio in cui costruire fraternità.
Possiamo cominciare con piccoli gesti. Azioni che possono sembrare insignificanti, ma che, unendosi a quelle di molti altri, formano una catena silenziosa e concreta, capace di diventare un «argine contro la barbarie».
Così si esprimeva Chiara Lubich in uno dei suoi ultimi interventi pubblici, a Londra, nel giugno 2004: «[…] la nostra esperienza ci dice che, per chi si accinge oggi a spostare le montagne dell’odio e della violenza, il compito è immane. Ma ciò che è impossibile a milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che ha fatto dell’amore scambievole, della comprensione reciproca, dell’unità, il movente essenziale della propria vita».
Quando viviamo così, il dialogo può diventare una vera cultura dell’incontro, nella quale la diversità di ciascuno cessa di essere una barriera e diventa un dono per il bene comune.
A testimonianza di ciò, un parroco svizzero racconta le “lezioni” imparate vivendo in un Centro di accoglienza per persone migranti. Da una parte la presa di coscienza di quanto il razzismo sia latente in ognuno di noi; dall’altra, la straordinaria potenza trasformativa che nasce dall’incontro: «Solo un esempio: qui, a Lucerna, ha vissuto con noi per tre anni un giovane del Ruanda. Non aveva documenti e, quando è arrivato, era molto provato psicologicamente. Il primo periodo non è stato facile. Ma col tempo la sua personalità originaria ha ricominciato a risplendere e anche la nostra comunità pluriforme è fiorita in una vita ancora più bella. Quanto abbiamo riso, festeggiato, pregato e superato insieme anche incertezze e grandi sfide! Siamo diventati fratelli. Ciò si è visto in particolare nel giorno della partenza controvoglia di questo nostro fratello ruandese. Quattro poliziotti sono venuti a prenderlo a casa nostra per riportarlo forzatamente nel suo Paese. Erano assai sorpresi di imbattersi in dieci persone di diverse nazioni, che erano lì per salutarlo, e di trovare un’atmosfera serena in questa situazione così difficile. (…). Sono passati cinque anni ed è sempre vivo, da un continente all’altro, il profondo legame familiare che si è creato fra noi»[1]
[1] “Migrazioni: sfide e opportunità” in: Ekklesia – n.26 (2025/1)
Foto © William Fortunato – Pexels
L’IDEA DEL MESE è attualmente prodotta dal “Centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose” del Movimento dei Focolari. Si tratta di un’iniziativa nata nel 2014 in Uruguay per condividere con gli amici non credenti i valori della Parola di Vita, cioè la frase della Scrittura che i membri del Movimento si impegnano a mettere in atto nella vita quotidiana. Attualmente L’IDEA DEL MESE viene tradotta in 12 lingue e distribuita in più di 25 paesi, con adattamenti del testo alle diverse sensibilità culturali. www.dialogue4unity.focolare.org
La Parola di vita di questo mese è tratta dal libro dell’Esodo che racconta le condizioni sempre più disperate degli Israeliti in Egitto. Oppressi e resi schiavi, gridano al cielo chiedendo aiuto. Questo clamore raggiunge il cuore di Dio che decide di intervenire scegliendo Mosè come suo inviato. Dopo la liberazione c’è la cerimonia che suggella l’Alleanza tra Dio e Israele. Il documento che riflette questo rapporto è il cosiddetto “Codice dell’Alleanza”[1] accettato da tutto il popolo[2], la cui parte più nota sono i Dieci Comandamenti. Ad essi sono aggiunte altre prescrizioni e leggi di vario tipo, tutte da collegare all’evento straordinario della liberazione. La frase di questo mese proviene da questo patrimonio di norme di vita e di comportamento.
«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto».
Lo straniero, fa parte delle categorie preferite e protette da Dio perché è tra i più vulnerabili, insieme al povero, all’orfano e alla vedova. La motivazione di questa norma fa appello, innanzitutto, alla memoria di quanto vissuto nella schiavitù in Egitto. L’intervento possente di Dio nell’Esodo viene ripreso costantemente nell’Antico Testamento. Si tratta di un evento che il popolo deve tenere sempre presente come qualcosa che continua a ripetersi, in modi diversi, in ogni generazione. Significativa la frase di Origene, nel suo commento al libro dell’Esodo: «Chi opprime lo straniero mostra di non aver ancora lasciato l’Egitto»[3].
Questo comandamento richiama pure all’empatia: mettersi al posto degli altri aiuta a comprenderli e a capire di cosa hanno bisogno. Chi è passato per un’esperienza difficile dovrebbe trovare più facile immedesimarsi col dolore altrui. Ma nell’Antico Testamento non si tratta solo di un’esperienza umana. Il primo a dare l’esempio di cosa significa entrare nella situazione degli altri è Dio stesso.
«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto».
Come mettere in pratica questa parola di vita? Potrebbe essere utile farci qualche domanda: Ho fatto qualche volta l’esperienza di essere straniero? Mi sono sentito non accettato, non accolto, non capito, fuori posto? Cosa ho imparato da questi episodi? Chi è lo straniero per me? Chi è lo straniero per Dio? Come posso accoglierlo senza riserve, proprio come fa il Signore con noi? Cosa posso fare di concreto?
Scrive Chiara Lubich: «Con un Dio che non fa distinzione di persone come non mettersi in cuore la fratellanza universale? Figli dello stesso Padre possiamo scoprirci fratelli e sorelle di ogni uomo e donna che avviciniamo. Se dunque siamo tutti fratelli e sorelle, dobbiamo amare tutti, cominciando da chi ci è accanto, senza fermarsi. Il nostro non sarà allora un amore platonico, astratto, ma concreto, fatto di servizio. Un amore capace di andare incontro all’altro. Di avviare un dialogo, di immedesimarsi nelle sue situazioni di disagio, di assumerne i pesi, le preoccupazioni. Al punto che l’altro si senta capito e accolto nella sua diversità e libero di esprimere tutta la ricchezza che porta in sé»[4].
È l’esperienza di Maryam, una giovane pakistana.
«In un locale ho visto il proprietario negare un tè a una signora anziana. Avevo solo poche rupie (la valuta locale) in tasca, ma sentivo che dovevo aiutarla, così mi sono avvicinata al titolare proponendogli di pagare io. All’inizio mi ha guardato esitante. Poi, dopo una pausa, ha sorriso e ha detto: “No, non è giusto. Se tu, una cliente, sei disposta a usare il tuo poco per prenderti cura di lei, quanto più dovrei essere generoso io, il proprietario? È più facile per me darle una tazza di tè gratis che farti pagare”. È stata un’esperienza forte. Cercando di mostrare amore, prima alla signora e poi al proprietario, ho visto come un semplice gesto di gentilezza possa aprire il cuore di un’altra persona».
A cura di Augusto Parody Reyes e del team della Parola di Vita
[1]Es 20-23
[2]Cf. Es 24.
[3]Origene, Homiliae in Exodum V,5.
[4]C. Lubich, Parola di Vita di maggio 2006, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi, (Opere di Chiara Lubich 5), Città Nuova, Roma 2017, p. 780.
Foto © Anil Kumar – Pexels
Prendersi cura degli anziani
Dal 18 al 20 settembre, il Centro Mariapoli di Castel Gandolfo ha ospitato l’incontro internazionale di EcoOne sul tema “Identità, rete, futuro”. Scienziati, ricercatori e professionisti provenienti da oltre venti Paesi dei cinque continenti si sono confrontati su una domanda cruciale: come prenderci cura del pianeta senza separare le questioni ambientali dalla vita delle persone?
La risposta emersa dal convegno è stata chiara: la crisi attuale non è soltanto ecologica, ma anche sociale, culturale e umana. Per questo non può essere affrontata esclusivamente con soluzioni tecnologiche o interventi di conservazione isolati. Occorre invece ricostruire relazioni autentiche tra persone, comunità e ambiente.
I fondamenti della sostenibilità relazionale
Il professor Sergio Rondinara, docente di Epistemologia, ha richiamato le origini di EcoOne a un’intuizione di Chiara Lubich del 27 maggio 1999, radicata nella sua esperienza mistica del 1949. In quella contemplazione del mistero di Dio emergeva anche una nuova comprensione dell’ordine del creato, percepito come una realtà profondamente unita.
La sociologa brasiliana Vera Araújo, intervenuta online, ha approfondito la vocazione umana alla cura rispettosa del creato. Sul piano scientifico, Stefania Papa, ecologa dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e coordinatrice internazionale di EcoOne, ha evidenziato come la biologia contemporanea superi la visione di una natura frammentata: la vita si sostiene grazie all’interdipendenza e alla cooperazione, principi fondamentali degli ecosistemi.
Da questa consapevolezza nasce la proposta di EcoOne: concepire il mondo come una rete di relazioni da custodire e rigenerare. Una prospettiva che pone al centro la qualità dei rapporti umani, delle scelte quotidiane e dello sguardo verso l’altro.



Il contributo latinoamericano
Particolarmente significativo è stato l’apporto di studiosi e professionisti latinoamericani, che hanno arricchito il dibattito con una prospettiva critica e costruttiva, capace di collegare la riflessione etico-teologica alle sfide della giustizia sociale e ambientale.
Lucas Cerviño e Gabriel Ferrero hanno sostenuto che l’attuale crisi ecologica riflette una più profonda frattura antropologica, generata da un modello di dominio sulla natura. In alternativa, hanno proposto una visione “cosmoteandrica” e centrata sulla vita, nella quale Dio, l’umanità e il cosmo sono intrecciati in una trama di reciprocità. In questa prospettiva, l’essere umano non è proprietario del mondo, ma custode responsabile del creato. Da qui deriva il concetto di “sostenibilità relazionale”, intesa come pratica concreta di costruzione di legami comunitari ed ecologici.
Giustizia climatica e inclusione sociale
La tavola rotonda “Abitare la Terra entro i suoi limiti” ha favorito un dialogo tra Nord e Sud del mondo, evidenziando come crisi ambientale e crisi sociale siano aspetti di un’unica emergenza.
L’oceanografo brasiliano Edison Barbieri, ricercatore dell’Istituto di Pesca, ha sottolineato che la questione decisiva non riguarda soltanto l’aumento delle temperature, ma soprattutto chi subisce maggiormente le conseguenze del degrado ambientale. Per questo ha affermato che non può esistere una vera sostenibilità senza equità, né una transizione ecologica efficace senza inclusione sociale.
Per superare la logica dell’accumulazione e del consumismo, il gruppo di lavoro ha proposto il concetto di “sufficienza energetica” e stili di vita fondati sulla sobrietà e sull’interdipendenza. Sono stati presentati modelli come il Buen Vivir, ispirato alle culture ancestrali latinoamericane, e l’Economia di Comunione, entrambi orientati alla rigenerazione delle relazioni, alla reciprocità e alla cura della casa comune.
Esperienze provenienti da Nigeria e Filippine hanno inoltre mostrato come tutela dell’ambiente e sviluppo economico locale possano procedere insieme, contribuendo a una maggiore giustizia climatica e sociale.



Una cultura dell’incontro
Tra i temi emersi con maggiore forza vi è stato anche il ruolo della cultura in un’epoca segnata da polarizzazione e frammentazione. La neurobiologa Catherine Belzung, docente all’Università di Tours, ha sottolineato la necessità di partire dalle situazioni concrete e dall’incontro con le persone, per comprenderle, rispettarle e valorizzarne il contributo.
Un ulteriore motivo di speranza è stato offerto da Luca Fiorani, ricercatore dell’ENEA e docente presso l’Istituto Universitario Sophia. Le sue riflessioni hanno evidenziato come la sostenibilità possa essere compresa anzitutto come relazione. La scienza stessa mostra, infatti, che la relazione non è solo un valore etico, ma una delle condizioni fondamentali dell’organizzazione della vita.
La relazione è stata il filo conduttore dell’intero incontro: una realtà filosofica, teologica, sociale ed ecologica, ma soprattutto concreta e vissuta. Dal confronto sono nate nuove collaborazioni e una rinnovata passione per un’ecologia integrale capace di coinvolgere giovani, istituzioni, imprese e società civile. È emersa la consapevolezza che nessuno possa affrontare da solo una crisi globale: occorrono reti sempre più solide e il contributo di tutti.
Questa è forse la sfida che EcoOne lancia al futuro: trasformare il paradigma della relazione in un nuovo modo di abitare la Terra.
Edison Barbieri e Maria Florencia Decarlini
Foto: © EcoOne
Agire con coraggio
Essere messaggeri del Bene
Dopo anni di lavoro come collaboratrice domestica presso diverse famiglie, Maria ha partecipato al Programma di Rafforzamento di Nuove Imprese Inclusive di Comunione, il PROFOR.
È stato allora che è riuscita a trasformare la sua vita e a dedicarsi alla sua vera passione: la pasticceria.
Oggi, con un’impresa regolarmente registrata e il 100% del suo reddito proveniente dalla propria attività, insegna ad altre donne della sua comunità a preparare torte, affinché anche loro scoprano di essere capaci di costruire una vita più dignitosa.
Audio in lingua originale. Clickando nel angolo destro inferiore dove dice “Guardare su Youtube”, attivare i sottotitoli e scegliere la lingua desiderata.
Foto: © frentescuphotography by Pexels
Accogliere gli ultimi
Non con le parole, ma con i fatti
Andare incontro all’altro disarmati
Accogliere il mistero della vita
Alla stazione
Un giorno sono andata alla stazione ferroviaria a prendere una persona. La stazione si trova in una piccola città che non ha una sala d’attesa aperta di notte, né un luogo dove aspettare. Una volta salita a bordo dell’auto, abbiamo visto una giovane donna sola con una borsa che sembrava disorientata, come se stesse cercando qualcosa. Era rimasta sola ed era mezzanotte. Il treno era ripartito. Così sono scesa dall’auto e le sono andata incontro per chiederle cosa stesse cercando. Mi ha detto che non capiva se quella fosse Junín o meno. Junín è la città alla fermata successiva; era scesa alla stazione sbagliata. Era giovane. Sua zia la stava aspettando a Junín, ma non poteva venire a prenderla perché non ne aveva i mezzi. Il mattino seguente avevo un appuntamento dal medico proprio in quella città e mi venne in mente una soluzione. Le chiesi: “Ti va di passare la notte a casa mia? Ti accompagno da tua zia domani”. Lei accettò. Così andammo, cenammo insieme, le preparai un letto in cucina perché ho una sola camera e il giorno dopo partimmo per Junín. Durante il viaggio, mi raccontò che non vedeva sua zia da quattro anni, che era la prima volta che viaggiava da sola e che aveva preso qualche giorno di ferie perché la zia era malata e voleva starle vicino per aiutarla. Dopo averla lasciata con la zia, ripensai alla parabola del Buon Samaritano. Mi sembrò di averla vissuta insieme a lei.
(Analia Maezo – Argentina)
In difficoltà ma con il cuore grande
Mio marito e io siamo medici e, avendo sperimentato personalmente la povertà, abbiamo aperto nel nostro quartiere un ambulatorio per i più poveri. Un giorno ci erano rimasti soltanto 25 pesos e mancava una settimana per ricevere lo stipendio. Cercavo di non preoccuparmi, ma non vedevo come poter arrivare a fine mese con quella somma. Per recarmi da alcune famiglie amiche avevo prelevato con apprensione 5 pesos per l’autobus, quando bussa alla porta una signora già in cura da mio marito. Era disperata, da tre giorni lei e i figli non mangiavano. Le ho dato subito quello che mi restava, 20 pesos, e sono uscita. Più tardi, la gioia di rivedere tanti amici mi ha fatto dimenticare ogni preoccupazione. C’era anche mio marito, giunto lì direttamente dall’ospedale. Mentre gli raccontavo di quella donna, si è avvicinato un amico con una busta: conteneva 500 pesos, un regalo tardivo per il mio compleanno, raccolto tra gli amici coinvolti nella nostra iniziativa di solidarietà. Con sollievo, ci siamo sentiti parte di una grande famiglia, povera ma col cuore grande.
(Reilita – Filippine)
A cura di Maria Grazia Berretta
tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno XII – n.5 –settembre-ottobre 2026)
Foto © Soner-Arkan-Pexels
Coltivare la propria interiorità
L’amore opera miracoli
Praticare il bene
Ogni anno, circa 12 milioni di persone visitano la panetteria Sungsimdang, a Daejeon, Corea del Sud.
Cosa attira tutte queste persone?
Oltre ai deliziosi dolci e prodotti da forno, alla Sungsimdang clienti, partner e collaboratori sperimentano anche una cultura di comunione che promuove iniziative sociali e ambientali.
Un vero e proprio ecosistema locale che collega produzione, educazione e cultura.
“Se non avessimo conosciuto l’Economia di Comunione, forse saremmo rimasti semplicemente una ‘buona panetteria di successo’.”
Audio in lingua originale. Attivare i sottotitoli e scegliere la lingua desiderata.
La pace inizia dai nostri cuori
Prendersi cura del creato
La perseveranza porta frutto
Come è arrivata a lavorare al CEC?
Wehrle: Il dottor Lukas Vischer, noto teologo svizzero che per molti anni è stato direttore della Commissione Fede e Ordine del CEC, aveva incontrato Chiara Lubich nel 1962 a Roma. Tornò a Ginevra dicendo di aver trovato una donna cattolica romana piena di passione, disposta a dedicare la propria vita a un movimento per l’unità. Ne parlò con i suoi colleghi del CEC e decisero di invitarla a Ginevra nel 1967 per condividere con loro questa spiritualità dell’unità. In quell’occasione, per facilitare, mantenere e approfondire il rapporto con Chiara Lubich e il Movimento dei Focolari, chiesero se un membro del movimento potesse lavorare presso il CEC. È così che sono arrivata a lavorare al CEC nel 1969.
Ero piena di entusiasmo all’idea di poter contribuire alla missione del CEC. Avevo 23 anni. Pensavo che vivendo questa spiritualità dell’unità, condividendola, il sogno di essere uno, la preghiera di Gesù “affinché tutti siano uno”, sarebbe presto diventata realtà. Scrissi questo a Chiara Lubich. Lei mi rispose immediatamente: “Piano, piano, Luzia, devi solo amare – non hai altre responsabilità – Maria non era preoccupata di essere attiva, ma di dare spazio e visibilità a Gesù attraverso l’amore”. Questa frase mi ha liberata da ogni pressione e mi ha accompagnata durante gli anni in cui lavoravo al CEC. Non ero e non sono tuttora una teologa né un’ecumenista – Chiara non ne ha tenuto conto quando mi ha chiesto di andare a Ginevra. Per lei era sufficiente dirmi “basta amare” – tutto ciò che serve è amare, amare Gesù in ogni persona.
In effetti, questi 40 anni sono stati un dono immenso e hanno lasciato nel mio cuore un segno indelebile – non solo per l’esperienza ecumenica acquisita attraverso le numerose conferenze in tutto il mondo, ma soprattutto per l’immenso dono di vivere per l’unità delle Chiese. È stato un vero privilegio e, in un certo senso, un continuo ringraziamento a Dio che, mi sembra, mi ha permesso di sperimentare il Suo amore personale attraverso questo periodo davvero, davvero ricco della mia vita al CEC di Ginevra. Ciò che mi ha colpito profondamente è stato vedere nei miei colleghi la generosità nel dedicare anni della loro vita al movimento ecumenico, tra l’altro lasciando i loro paesi d’origine insieme alle loro famiglie, la loro vita culturale, le loro comodità e le loro carriere. Che arricchimento vivere insieme a così tante culture diverse!



Quando ebbe luogo la visita successiva di Chiara Lubich?
Wehrle: Chiara Lubich tornò a visitare il CEC nel 1982, invitata dall’allora segretario generale Philip Potter, per parlare della sua spiritualità ai membri dello staff del CEC. Philip Potter coniò la frase: “Lei ha uno stile di vita ecumenico”, che da allora è stato spesso utilizzato per descrivere l’impegno dei Focolari.
Quando, durante la riunione plenaria, un membro dello staff chiese a Chiara come mettere in pratica questa spiritualità nella vita quotidiana, lei propose “La Parola di Vita”, un opuscolo mensile – forse lo conoscete – che contiene una frase del Vangelo con un commento, all’epoca di Chiara Lubich, su come viverla. Circa 120 membri dello staff del CEC avevano chiesto di riceverlo regolarmente.
A volte persone esterne mi chiedevano se non fossi influenzata dalle mentalità protestanti e ortodosse. Rispondevo di sì. In effetti mi hanno influenzata molto e mi hanno aiutata a diventare una cattolica migliore, un membro più fedele della mia Chiesa. Hanno rafforzato la mia fede attraverso la loro testimonianza. Mi ha profondamente commosso anche il grande rispetto che mostravano per la pratica della mia fede cattolica romana. I membri della comunità cattolica dei Focolari partecipano alla Messa quotidiana. Pertanto, il CEC mi permetteva di iniziare a lavorare un po’ più tardi al mattino, in modo che potessi partecipare alla Messa delle 8. Mi facevano lo stesso favore ogni volta che viaggiavamo per partecipare a conferenze.
Ricordo una conferenza in Thailandia. All’arrivo, una delle prime domande che il mio direttore mi poneva era dove e quando avrei potuto partecipare alla Messa. L’orario dell’incontro con il comitato direttivo veniva quindi fissato tenendo conto dei miei impegni. Quando tornavo dalla chiesa, il mio direttore mi chiedeva com’era stata la celebrazione e quali fossero state le letture delle Scritture. Ho dovuto dirgli con franchezza che non riuscivo a ricordare i brani letti. Posso assicurarvi che da quel giorno in poi ho ascoltato la Parola di Dio con molta più attenzione!
Quali altri momenti ti hanno colpito particolarmente?
Wehrle: Un altro piccolo episodio: il mio direttore aveva un appuntamento importante con il segretario generale. Pochi minuti prima, questo direttore è venuto nel mio ufficio e mi ha chiesto di far venire la donna delle pulizie nel suo ufficio perché l’aveva appena incontrata mentre piangeva. Dato che non parlava francese, mi ha chiesto di accompagnarla nel suo ufficio. Voleva vedere se poteva aiutarla. Gli ho ricordato il suo appuntamento, ma mi ha chiesto di chiamare l’assistente del segretario generale per rimandarlo. Gli ho risposto che pensavo sarebbe stato difficile e che avrebbe potuto incontrare la donna delle pulizie dopo l’incontro con il segretario generale. Tuttavia, ha insistito e ha parlato con lei per un’ora, aiutandola a risolvere il suo problema. Molto spesso, questa esperienza mi è stata d’aiuto in varie situazioni della mia vita.
Sicuramente le numerose assemblee del CEC sono state un’esperienza unica, specialmente durante le preghiere. La gioia di celebrare la presenza di Dio che ci unisce tutti è stata e rimane un evento tangibile e indimenticabile che rafforza la mia fede.
Anche se a volte durante una conferenza c’erano opinioni diverse che potevano talvolta provocare tensioni, pregare insieme ha contribuito a mantenere la presenza di Gesù tra noi e ha sanato queste ferite, in modo che si potessero trovare soluzioni. Forse uno dei momenti più tristi è stato quando uno dei nostri colleghi è venuto a mancare in circostanze davvero tragiche, ma, ancora una volta, poter vivere l’esperienza della famiglia ecumenica ci ha aiutato e ci ha permesso di sanare la ferita che molti di noi portavano nel cuore.



Quando ebbe luogo la terza visita di Chiara Lubich?
Wehrle: Rimasi profondamente colpito dai preparativi per la terza visita di Chiara Lubich al Centro ecumenico nel 2002. La visita fu preparata con grande cura ed efficienza. Per un anno, i membri di alto livello dello staff del CEC organizzarono incontri mensili con i membri della Chiesa protestante locale e con i membri del Movimento dei Focolari in Svizzera. Sempre in vista di questo evento, in qualità di interprete, ho accompagnato il dottor Raiser, allora segretario generale, a trovare Chiara Lubich, che era in vacanza nel Vallese (una regione della Svizzera), per discutere il programma. Sono rimasto profondamente colpito dall’attenzione che Chiara riservava a Konrad Raiser, dal suo interesse per il CEC e dalla stima che nutriva per il lavoro di questa organizzazione. Parlò anche di Gesù crocifisso e abbandonato come chiave per raggiungere l’unità. Chiese poi a Konrad Raiser quale dei due argomenti avrebbe voluto che lei affrontasse: “Una spiritualità dell’unità” o “L’unità e Gesù crocifisso e abbandonato, fondamento di una spiritualità di comunione”. Ricordo che Konrad Raiser non esitò un attimo a scegliere il secondo.
Al termine di questa visita, Konrad Raiser e Chiara Lubich redassero e firmarono una riflessione congiunta, intitolata “Spiritualità dell’unità”, che ha sottolineato la rinnovata speranza per il nostro comune cammino ecumenico.
I numerosi incontri e contatti tra il Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) e il Movimento dei Focolari hanno portato a un crescente desiderio di maggiore collaborazione: partecipazione reciproca a convegni (a Roma, a Ginevra o altrove) e in diversi ambiti quali la spiritualità, la teologia, l’economia, le relazioni internazionali, istruzione, la giustizia, la pace, e i giovani. Il CEC è stato inoltre coinvolto in un progetto, “Insieme per l’Europa”. Il gruppo musicale dei Focolari “Gen Rosso” è stato invitato a esibirsi nell’ambito del “Decennio per superare la violenza”, che si è svolto nei Caraibi nel 2009.
Uno dei momenti salienti di questi 40 anni mi è capitato alla fine di gennaio del 2008 – poche settimane prima della scomparsa di Chiara Lubich. Ancora una volta, in qualità di interprete, ho accompagnato il dottor Sam Kobia, all’epoca segretario generale del CEC, che, insieme a Yorgo Lemopoulos[1] e Martin Robra[2], ha fatto visita a Chiara nella sua casa di Roma. Volevano ringraziarla per tutto ciò che aveva fatto per promuovere l’unità, non solo delle Chiese, ma dell’intera umanità, fondata soprattutto su Gesù Crocifisso. Volevano inoltre incoraggiare Chiara a proseguire il suo cammino. Quella visita fu un momento unico di gioia, di profonda comunione.
Alla sua morte, Samuel Kobia le rese omaggio dicendo: “Il nostro amore per Chiara e l’immensa gratitudine per il dono di Dio che lei è stata per il movimento ecumenico continueranno a motivarci e ispirarci nel nostro lavoro per l’unità visibile della Chiesa”.
Cosa continua a sperare per il movimento ecumenico?
Wehrle: Sono molto ottimista riguardo al movimento ecumenico anche perché, durante i miei 40 anni di lavoro al CEC – partecipando a numerose conferenze in tutto il mondo – ho compreso cosa significhi l’unità dei cristiani: costruire relazioni personali che non ci separino, ma che promuovano l’interesse per la diversità delle numerose denominazioni cristiane e che ci arricchiscano reciprocamente. Inoltre, quando c’erano tensioni, a volte anche gravi, parlavamo tra noi, ci ascoltavamo a vicenda, rafforzando la fede in un’unità visibile e molto spesso aprendo nuove porte attraverso le quali la luce di Dio era tangibile!
Vorrebbe condividere un altro ricordo?
Wehrle: Ricordo la mia festa di addio. Quando ho guardato le persone presenti, ho sentito profondamente – e l’ho anche detto ad alta voce – che nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, perché se cerco di rimanere nel Suo amore, di viverlo, il nostro rapporto non può che crescere e non sarà mai dimenticato. Per me era ed è tuttora quella famiglia con la presenza di Dio in mezzo a noi. “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Matteo 18,20). Questa realtà di Gesù in mezzo a noi mi ha aiutato in molte situazioni.
Intervista originale pubblicata sul sito del World Council of Churches: https://www.oikoumene.org
Photo: Albin Hillert e Valter Muniz/CEC
[1] Vice-Segretario Generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese
[2] Direttore esecutivo del Consiglio ecumenico delle Chiese
Far circolare i doni ricevuti
Sperimentiamo il perdono
Attivare i sottotitoli e scegliere la lingua desiderata
Amare per primi
Accogliere i dolori dell’altro
EcoOne, espressione dei Focolari che riunisce professionisti, docenti, tecnici, studenti e appassionati del mondo dell’ecologia, ha organizzato un meeting internazionale che si svolgerà dal 18 al 20 settembre 2026 a Castel Gandolfo (Italia), e vedrà la partecipazione di persone provenienti dai cinque continenti. Tre giorni di condivisione, ascolto e confronto sulla cura del creato.
Identità, Rete e Futuro: queste le tre parole chiave che verranno sviluppate durante il seminario, per interpellare i partecipanti per sapere chi siamo, come siamo connessi gli uni gli altri, quali gli obiettivi per camminare insieme.

18 settembre, IDENTITÀ: “Radici culturali e spirituali del nostro impegno”.
19 settembre, RETE: “Come affrontare la sfida dei limiti del pianeta? Essere attori e diffusori di una cultura ecologica integrale”.
20 settembre, FUTURO: “La pace e la sfida ecologica. Trasmettere cultura e percorsi concreti di sostenibilità relazionale”.
Non è un caso che l’evento si svolga in questo periodo: dal 1° settembre al 4 ottobre, infatti, si tiene il Tempo del Creato, il cammino ecumenico di preghiera e di impegno per la cura della Casa Comune. È un tempo nel quale la Chiesa, insieme alle altre comunità cristiane, è invitata a rinnovare il proprio impegno per la Creazione, lasciandosi guidare dalla preghiera, dalla conversione e da gesti concreti di cura.
“EcoOne Meeting nasce dal desiderio di creare un’occasione di incontro e confronto tra persone diverse per esperienze, competenze e provenienze, ma unite dall’attenzione per l’ambiente e per il futuro del pianeta – racconta Stefania Papa, responsabile EcoOne -. L’obiettivo è mettere insieme il contributo della scienza, dell’educazione, dell’impegno sociale e della spiritualità, per costruire un dialogo capace di generare idee, collaborazioni e percorsi concreti. Le sfide ambientali e sociali di oggi sono tutte collegate tra loro e richiedono spazi di ascolto reciproco, relazioni e lavoro comune. Per questo il Meeting vuole essere anche un luogo in cui condividere esperienze e buone pratiche, mettersi in rete e rafforzare collaborazioni già esistenti”.
EcoOne da anni promuove il dialogo tra scienza, etica e sostenibilità, ispirandosi alla spiritualità dell’unità di Chiara Lubich e all’ecologia integrale proposta da Papa Francesco nella Laudato si’.
Il Meeting sarà un ulteriore passo in tale direzione, un laboratorio di dialogo e collaborazione, dove riflessione scientifica, attenzione all’ambiente e relazioni umane possano incontrarsi per generare nuovi percorsi da costruire insieme. Uno spazio dove i giovani, gli educatori, i professionisti o i semplici cittadini possono condividere esperienze ed esplorare progetti in atto, per il bene del Creato.
Lorenzo Russo
Foto:© Enes Erdemli by Pexels.com
Scegliere di fare il bene
Essere misericordiosi
Mabih, della Costa d’Avorio, è stata protagonista di una delle testimonianze più emozionanti dei 35 anni dell’Economia di Comunione.
Proprietaria di Mabs and Smalls Kitchen, ci ha raccontato come abbia smesso di essere una capo tradizionale per diventare una facilitatrice di dignità, dopo aver trovato nell’EdC uno stile di vita.
Mabih ha compreso che, in un’economia d’impresa basata sulla comunione, l’obiettivo principale non è il profitto, ma la persona.
“Quando metti l’essere umano al centro, l’impresa non ne risente. Anzi, prospera”.
Audio in lingua originale. Attivare i sottotitoli e scegliere la lingua desiderata.
Ascoltare profondamente
Condividere i pesi dell’altro
Doniamo a piene mani

9 settembre 2026 – “Come partecipi dell’eredità spirituale di Chiara Lubich e come ministri della Chiesa di Cristo in un mondo frammentato, siete chiamati a dare testimonianza della tanto desiderata unità della famiglia umana”. Con queste parole Papa Leone XIV si è rivolto questa mattina ai vescovi amici del Movimento dei Focolari, ricevuti in udienza nel Palazzo Apostolico Vaticano.
All’incontro con il Papa hanno partecipato 4 cardinali e 79 vescovi provenienti da 40 Paesi, riuniti in questi giorni per l’incontro internazionale “È l’ora della carità. Testimoniare l’unità per costruire la pace”, in corso dall’8 all’11 settembre presso la Casa Divin Maestro di Ariccia, vicino a Roma.
Il Papa ha confidato che il tema scelto per l’incontro gli sta particolarmente a cuore. Riferendosi a Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, ha aggiunto: “In un’epoca tristemente segnata da una crescente polarizzazione, il Signore le ha dato la possibilità di testimoniare sia il significato sia il servizio dell’unità, divenendo così un segno per la sua generazione e per quelle future”.
Leone XIV ha quindi incoraggiato i partecipanti a essere “gli uni per gli altri e per coloro che servite testimoni di quell’unità che costruisce una pace duratura”. Li ha inoltre invitati a “vivere quella fraternità che richiama e conferma la nostra parentela in Cristo. Questi sono giorni di grazia, vissuti insieme ai propri fratelli nell’episcopato. Sappiamo quanto ciò ci sia di beneficio. Sono lieto, pertanto, che abbiate trovato nell’Opera di Maria questo sostegno spirituale. Possa esso aiutarvi anche a vivere la comunione e la fraternità nelle vostre rispettive Conferenze Episcopali”.



Unità e pace al centro del programma
In un tempo segnato da guerre, polarizzazioni e fratture sociali, i partecipanti vogliono rafforzare la comunione al servizio delle Chiese locali e dei popoli loro affidati. Nel corso delle giornate di Ariccia, contributi, testimonianze ed esperienze provenienti da diverse parti del mondo mettono a fuoco la relazione tra unità e pace nel contesto dell’attuale cambiamento d’epoca.
Oggi, mercoledì 9 settembre, dopo l’udienza con il Papa, il programma prevede un incontro con Margaret Karram e Roberto Almada, rispettivamente Presidente e Copresidente del Movimento dei Focolari.
Giovedì 10 settembre la riflessione sarà dedicata al mistero della sofferenza, anche nell’esperienza del ministero episcopale. Nel pomeriggio i partecipanti visiteranno il Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo.
Venerdì 11 settembre, giornata conclusiva, sarà dedicato ad un approfondimento degli insegnamenti del Concilio Vaticano II, nel quadro del percorso promosso da Papa Leone XIV. Saranno presentate alcune esperienze alla luce dei grandi itinerari conciliari di dialogo e comunione nella vita delle comunità ecclesiali e nelle relazioni con la società.
Un’esperienza di comunione nata quasi cinquant’anni fa
Gli incontri dei vescovi amici del Movimento dei Focolari sono iniziati nel 1977 per iniziativa di mons. Klaus Hemmerle (1929-1994), vescovo di Aquisgrana, insieme a Chiara Lubich. Da allora si svolgono regolarmente a livello internazionale, nazionale e regionale, incoraggiati nel tempo dai Pontefici.
“Questi incontri ci offrono l’opportunità di vivere un’esperienza di comunione spirituale e di unità” – spiega mons. Brendan Leahy, vescovo di Limerick (Irlanda) – “per approfondire, nella carità reciproca, lo spirito di collegialità con il Papa e tra di noi, a servizio della vita di comunione nelle nostre diocesi e nelle relazioni con gli altri vescovi”. “Al cuore di questa esperienza – aggiunge mons. Leahy- c’è il Comandamento Nuovo di Gesù: ‘Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi’. Ed è in questo che dobbiamo diventare specialisti”.
Stefania Tanesini
Foto: © Vatican Media
Essere grati
“Questa iniziativa mi fa vibrare il cuore”. Margaret Karram torna nella Città Santa, dove ha vissuto per 24 anni, per partecipare all’inaugurazione del Forum “Within Your Gates” promosso dal Patriarca Pierbattista Pizzaballa e dall’Università Notre Dame.
Il forum vuole essere uno spazio aperto affinché leader religiosi, studiosi, membri della società civile di diverse comunità, possano incontrarsi e collaborare. L’obiettivo è ambizioso e necessario: recuperare la missione universale di Gerusalemme: città di riconciliazione e di pace per tutta l’umanità.
Attivare i sottotitoli e scegliere la lingua desiderata
Per vedere la registrazione integrale dell’inaugurazione del Forum “Within Your Gates” promosso Card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, e sviluppato in collaborazione con il centro accademico della University of Notre Dame a Gerusalemme fare click qui
Riconoscere l’amore che riceviamo
L’amore ci fa liberi
Volere il bene di chi mi è vicino
Porre la carità alla base di ogni azione