Movimento dei Focolari
What’s UP?

What’s UP?

  • What’s UP? Il viaggio continua

    What’s UP? Il viaggio continua

    In questo secondo episodio, continuiamo il nostro viaggio al Centro Internazionale di Rocca di Papa (Roma) per farvi partecipi di alcune curiosità, condividere ancora le impressioni dei Consiglieri che, con l’Assemblea Generale di marzo, hanno concluso il loro mandato e per bussare alla porta di alcuni dei nuovi eletti, sapere qualcosa in più di loro…

  • What’s UP? Si parte!

    What’s UP? Si parte!

    Benvenuti in What’s UP?, un format del Movimento dei Focolari che accorcia le distanze e ci fa sempre più famiglia.

Un premio conferito a un “ingegnere delle relazioni”

Un premio conferito a un “ingegnere delle relazioni”

Tonadico, piccolo borgo delle Dolomiti, nel nord Italia, divenne nel 1949 un luogo di immensa importanza per il Movimento dei Focolari. L’esperienza mistica vissuta tra quelle montagne  dalla fondatrice del Movimento, Chiara Lubich, insieme ai suoi primi compagni e al noto parlamentare e giornalista italiano Igino Giordani, continua a plasmare la spiritualità del Movimento in tutto il mondo. Ora, 77 anni dopo, il Comune di Primiero (Italia) e il Movimento dei Focolari hanno conferito per la prima volta il premio internazionale “Tonadico – Città del Patto”. Il premio è stato assegnato a Gerhard Pross della YMCA di Esslingen, in Germania. Evangelico luterano, è cofondatore ed ex moderatore del movimento ecumenico “Insieme per l’Europa”.

Un patto che rimane attuale

Il 16 luglio 1949, Chiara Lubich e Igino Giordani si scambiarono un patto di unità durante una celebrazione eucaristica in chiesa che diede vita ad una esperienza mistica ricordata come Paradiso ’49. A questo patto si unirono in seguito anche i compagni di Chiara Lubich. Questo “momento storico” rimane ben più di un semplice ricordo, ha sottolineato il sindaco di Primiero, Daniele Depaoli, durante la cerimonia di premiazione. Grazie a una spiritualità che “penetra nel mondo secolare, nella vita civile e politica”, questo patto rimane attuale, ha affermato Depaoli, parole riportate anche da Vatican News.

La decisione di assegnare il premio, di nuova istituzione, per prima al tedesco Gerhard Pross è stata spiegata dal sociologo Bruno Turra durante l’evento: Pross è un “ingegnere delle relazioni”, un “maestro tessitore di comunità”. 

Un ecumenismo di cuori

Pross durante la cerimonia ha ripercorso gli inizi del movimento ecumenico “Insieme per l’Europa”, descrivendo un incontro presso il centro ecumenico del Movimento dei Focolari a Ottmaring (Germania), subito dopo la firma della dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione da parte dei rappresentanti della Chiesa cattolica romana e della Federazione luterana mondiale ad Augusta. Lì, circa 50 leader di diverse chiese e movimenti cristiani, alla presenza di Chiara Lubich, avevano pregato insieme e si erano chiesti reciprocamente perdono per le sofferenze passate. “Dopo, è stato come se i cieli si fossero aperti e un mare di grazia si fosse riversato su di noi”, ha ricordato Pross a Tonadico. Non aveva mai vissuto un momento così profondo. Lì era nato un “vero ecumenismo del cuore”.

Non esistono confini tra cielo e terra.

Per lui, fu un momento altrettanto mistico quanto il patto tra Chiara Lubich e Igino Giordani: “Qui a Tonadico, cielo e terra si sono uniti, perché l’esperienza mistica di Chiara Lubich ha abolito i confini tra cielo e terra”.

di Tina Rudert da una pagina del sito Startseite | Movimento dei Focolari – Svizzera

La registrazione dell’evento di Tonadico è disponibile in italiano sul canale YouTube focolaritalia.

Foto © L. Taite – D. Goller – R. Di Pietro

Ad un passo dalla resa

Ad un passo dalla resa

Mi è successo qualcosa che mi ha fatto ricordare perché anni fa scegliemmo di essere “uomini nuovi” per un Mondo Unito.

Sono in un ospedale. Intravedo un ragazzo, giovane, piangeva da solo, lontano dal suo gruppo. Studia per diventare infermiere strumentista. Ultimo anno. A tre mesi dalla laurea.

Mi avvicino. Mi racconta che suo padre aveva perso il lavoro. Che andava all’università con una vecchia bicicletta di suo fratello, che alla fine si era rotta. Per quello doveva prendere quattro autobus al giorno e non aveva più i soldi per i biglietti. “Ho intenzione di mollare. Non ce la faccio più”, mi dice.

Volevo dargli dei soldi perché ricaricasse la sua tessera del pullman e tornasse a casa. Non voleva accettarli. Lo ha fatto a una condizione: che gli dessi il mio numero per ridarmeli. E ha mantenuto la promessa. Tre giorni dopo mi ha ridato quei soldi, ma allo stesso tempo mi ha confermato il peggio: avrebbe interrotto gli studi finché non ci fossero nuove condizioni per riprenderli.

Quella notte non sono riuscito a dormire. Avevo in testa il suo volto. Pensavo a quanti ragazzi come lui fossero a un passo dalla resa, pronti a mollare.

Due giorni dopo mi arriva un lavoro extra che non mi aspettavo. La somma giusta. E mi è venuto in mente un pensiero chiaro, di quelli su cui non si discute: “E se Dio me l’avesse mandata proprio per lui?”.

Non ho esitato. Gli ho versato quanto gli serviva per tre mesi di biglietti del pullman e per finire gli studi. Quel giorno non ho avuto alcun eco.

Mi ha chiamato dopo 48 ore. Non riusciva a parlare. Piangeva. Piangeva come si piange quando ti viene restituita la speranza.

Poi passano due anni senza più sue notizie. Finché un giorno mi arriva un messaggio da un numero sconosciuto. Era una foto: la sua laurea da infermiere strumentista.

Accompagnata da una frase: “Questo diploma lo devo in parte a uno sconosciuto che mi ha dato una mano senza conoscermi”.

Mi sono commosso. Ho pianto di gioia. Ho pianto perché ho capito una cosa:

Il mondo unito non si fa con discorsi. Si fa con un biglietto del pullman. Con una bicicletta riparata. Con una mano tesa senza chiedere il cognome.

Infatti, quel ragazzo, il mio, non lo ha mai saputo.

Ciò che conta è che, per 90 giorni, abbia potuto proseguire i suoi studi. E che oggi ci sia un infermiere strumentista in più negli ospedali, a salvare vite umane, perché qualcuno ha creduto in lui quando lui stesso non ci riusciva più.

A volte pensiamo che per cambiare il mondo occorra fare chissà cosa.

Mentre il mondo cambia perché qualcuno può prendere quattro pullman.

Condivido questo non per me stesso, ma perché abbiamo bisogno di ricordarci che ciò che facciamo, forse non lo vediamo e magari fiorisce solo due anni dopo sotto forma di titolo di studio, di vita, di speranza.

Continuiamo a essere quegli “sconosciuti” che danno una mano.

Tito Ruiz Diaz (Paraguay)

Foto © Alialcantara-Pexels

Ave Cerquetti: fare della bellezza una via verso Dio

Ave Cerquetti: fare della bellezza una via verso Dio

Si è spenta il 3 luglio 2026 a Padova (Italia), all’età di 95 anni, Silvana “Ave” Cerquetti, artista, scultrice e figura di rilievo del Movimento dei Focolari. Nata a Roma il 9 agosto 1930, ha dedicato la sua intera esistenza alla ricerca del bello come via verso Dio, lasciando un’impronta profonda.

Fin dall’infanzia, trascorsa tra Roma e Montefalco (Umbria- Italia) durante gli anni difficili della guerra, Ave mostrò una sensibilità straordinaria verso il creato. Proprio nel borgo umbro avvenne il primo incontro con l’arte: per ore osservava il lavoro di un vasaio, fino a intuire che quella stessa creta poteva diventare strumento per dare forma al mondo che portava dentro di sé. Con il sostegno della madre realizzò un grande presepe che attirò l’attenzione dell’intero paese, anticipando una vocazione destinata a svilupparsi negli anni successivi.

Dopo gli studi al Liceo Artistico e all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove si diplomò in scultura nel 1953, si impose ben presto come una delle giovani promesse dell’arte italiana. Già nel 1952 una sua opera era stata selezionata per rappresentare gli studenti dell’Accademia alla Biennale di Venezia. Ma il successo professionale non bastava a colmare la sua ricerca interiore.

L’episodio che avrebbe segnato definitivamente il suo cammino avvenne durante una visita a una mostra di Georges Rouault a Palazzo Venezia. Davanti a un volto di Cristo dipinto dall’artista francese, Ave visse un’esperienza che lei stessa descrisse come folgorante: comprese che l’arte poteva diventare uno strumento per comunicare Dio agli uomini. Da quel momento nacque la convinzione che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita: “Farò arte sacra”.

Negli anni successivi si dedicò soprattutto alla ritrattistica, ottenendo riconoscimenti e apprezzamenti nell’ambiente artistico romano e una posizione di riguardo nelle esposizioni in via Margutta, la strada degli artisti romani. Chi osservava le sue opere ne sottolineava la capacità di cogliere l’interiorità delle persone. Per Ave, infatti, ogni volto meritava un rispetto quasi sacrale, perché riflesso dell’opera creatrice di Dio.

Una tappa decisiva arrivò nel 1955, durante un soggiorno a Sassari (Sardegna- Italia) in un momento di grande ricerca interiore. Qui conobbe il Movimento dei Focolari tramite una visita al focolare della città che descrisse come il ritrovamento di quell’armonia e di quella bellezza che aveva sempre cercato. Ad accoglierla festosamente Marisa Cerini e Caterina Ruggiu. Ave racconta: “Eravamo ancora nel piccolo ingresso ed ebbi subito la sensazione straordinaria di entrare in quell’unità, armonia e bellezza della creazione che più volte avevo contemplato, e mi dissi tra me: Qui è Dio, qui è la Chiesa!” È l’episodio culminante della sua ricerca di un ritorno nella chiesa cattolica, dato che tutta la sua famiglia aveva ad un certo punto aderito alla chiesa Valdese. È per questo che Ave porterà per sempre un amore speciale per l’ecumenismo, non dimenticando mai un giorno di pregare per l’unità delle Chiese.

Tra il 1958 e il 1960 visse un’intensa esperienza in America Latina. Invitata a San Salvador per uno scambio culturale, si affermò rapidamente. Ave insegnò scultura all’Accademia di Belle Arti, ricevendo vari riconoscimenti, partecipò alla nascita della prima galleria permanente di arte contemporanea del Paese e realizzò opere di grande rilievo, tra cui una monumentale statua di Sant’Ignazio. Il successo professionale fu notevole, ma ancora più significativa fu la maturazione della sua vocazione. L’impegno cristiano continuò a guidare ogni sua scelta e durante il viaggio di ritorno in Italia, sostando presso i santuari di Guadalupe, Lourdes e Montserrat, maturò la decisione di consacrare totalmente la propria vita a Dio nel focolare, avventura che ebbe inizio nel maggio del 1961.

Accogliendo l’invito di Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, a non abbandonare l’arte e la scultura ma a metterla pienamente al servizio di Dio, sentì dentro sé il desiderio di non creare più da sola ma di lavorare in comunione con altre artiste che condividevano lo stesso cammino spirituale.  E fu così che insieme a Tecla Rantucci, scultrice, e Marika Tassi, pittrice, diede vita al Centro Ave, il primo atelier, così battezzato dalla Lubich perché ogni opera potesse essere vissuta come un dono a Maria. Fu in quel momento che Silvana prese il nome di Ave, nella vita e nell’arte. L’atelier nacque dapprima in un semplice garage romano, successivamente si trasferì a Grottaferrata, cittadina poco distante dalla capitale, e poi a Loppiano (Firenze).

Sotto la sua guida il Centro Ave divenne negli anni un importante laboratorio internazionale di arte sacra. Nacquero opere entrate nell’immaginario di molti ambienti ecclesiali, come la Bella Accoglienza, la Madonna del Buon Cammino, la Madonna della Neve e numerose rappresentazioni di Cristo e della Vergine diffuse in tutto il mondo. Parallelamente si svilupparono studi di progettazione architettonica e liturgica che portarono alla realizzazione di chiese, complessi parrocchiali e importanti interventi di riqualificazione ecclesiale.

Al Centro Ave venne riconosciuto un riferimento stilistico chiaro dalla critica e nella chiesa, dove l’architettura abbraccia la scultura e si lascia avvolgere dalla luce colorata delle vetrate, in un perfetto equilibrio tra le arti. E Ave era sempre la prima e instancabile custode di questa esperienza di unità che partiva dall’impegno di ciascuna a lasciar vivere il Maestro, Dio, tra loro a partire proprio da questa dimensione comunitaria.

“Sazia questa sete di bellezza che il mondo sente – affermò Chiara Lubich nel 1961 riferendosi a questa realtà- manda grandi artisti, ma plasma con loro grandi anime che, con il loro splendore, possano guidare gli uomini verso il più bello dei figli degli uomini: Gesù!”.

Questa visione trovò una delle sue espressioni più alte nel Santuario Maria Theotokos di Loppiano dove si ritrova il suo speciale contributo, considerato da lei stessa il coronamento di una vita artistica e spirituale. Anche negli ultimi giorni di vita, raccontano le persone che le sono state accanto, il solo sentirne pronunciare il nome illuminava il suo volto.

Accanto alla creatività, le tante persone che nel corso degli anni hanno lavorato con lei, ricordano soprattutto la sua capacità di valorizzare gli altri. Ave sapeva riconoscere il bene nascosto nelle persone e incoraggiarlo a crescere. Per molte generazioni di artisti fu maestra non solo di tecnica, ma soprattutto di sguardo: uno sguardo capace di vedere la bellezza anche nelle realtà più semplici e quotidiane.

Nel 1999 contribuì inoltre, insieme a Michel Pochet e Liliana Cosi, alla nascita della Commissione Centrale dell’Inondazione dell’Arte, un’espressione bellissima coniata da Chiara Lubich per descrivere l’impatto della spiritualità dell’unità anche sulla cultura artistica contemporanea, iniziativa oggi estesa in una rete mondiale di artisti itinerante e viva.

Ave Cerquetti, con la sua scomparsa,  lascia un’eredità viva fatta di opere, comunità artistiche e relazioni umane. Una vita interamente spesa per tradurre nel linguaggio della materia, della forma e della luce quella Parola del Vangelo divenuta suo programma di vita: “Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio.” (1Gv 4,7).

A cura della redazione

Foto © Centro Ave/Archivio Loppiano

Chiara Lubich: «Sai dove siamo?»

Chiara Lubich: «Sai dove siamo?»

“Ecco, in sintesi, il reso­conto dell’evento [del 16 luglio] che ci è offerto, restituendone l’incantevole afflato evangelico. Alla proposta che Igino Giordani (Foco) le rivolge [a Chiara Lubich] di «le­garsi stretto» a lei per seguire più da presso Gesù – come accadeva con santa Caterina per i suoi seguaci –, Chiara si sente spinta a rispondere invitandolo a formulare un «patto», in fedeltà alla logica evangelica cui ha imparato a conformare la sua vita[1]:

«Tu conosci la mia vita: io sono niente. Voglio vivere, infatti, come Gesù Abbandonato che si è completamente annullato. Anche tu sei niente perché vivi nella stessa maniera. Ebbene, domani andremo in chiesa ed a Gesù Eucaristia che verrà nel mio cuore, come in un calice vuoto, io dirò: “Sul nulla di me patteggia tu unità con Gesù Eucaristia nel cuore di Foco. E fa’ in modo, Gesù, che venga fuori quel legame fra noi che tu sai” […] “E tu, Foco, fa’ altrettanto”» (cpv. 24 e 25 del testo di Chiara Lubich pubblicato su “Paradiso 49”, Città Nuova, Roma 2026).

Il racconto è sobrio ed estremamente semplice. L’evento che per dono ne scaturisce, una volta che il patto è realizzato, e di cui si dà testimonianza, eccede ogni umana aspettativa. E in questa forma è anche inedito nella storia dell’esperienza cristiana.

Si può cercare di sceverarne il tenore a partire da quanto Chiara ne racconta innanzi tutto a Foco, per «spiegargli» – scrive – quanto accaduto. «Sai dove siamo?»: è con questa domanda che esordisce, invitandolo ad aprire con lei gli occhi dell’anima sullo scenario che con il patto s’è dischiuso. S’intuisce da qui che il patto ha predisposto le condizioni per l’accadere di una grazia di Dio: la percezione mistica della presenza di Gesù nell’esser fatti «una cosa sola» – in Lui e da Lui realizzata, per la Parola vissuta e per l’Eucaristia – di Chiara e Foco (e subito dopo di coloro a cui il patto viene esteso). E così in cia­scuno di essi. Certo, l’immedesimazione vissuta e percepita con Gesù che Chiara sperimenta esprime la grazia straordinaria che accomuna tutte le autentiche esperienze mistiche attestate lungo la storia della Chiesa. Ma ciò che viene in evidenza, nell’esperienza qui descritta, è che questo avviene per Chiara nell’unità in e grazie a Gesù da lei vissuta con Foco, e via via con le altre persone a cui l’esperienza è comunicata. Tanto che ne vengono rese partecipi.

Piero Coda
(Tratto da Paradiso ’49, Opere di Chiara Lubich,
a cura di Piero Coda – Alba Sgariglia, Città Nuova, Roma 2026)
Foto:Baita Paradiso. Abitazione a Tonadico, Italia, dove Chiara Lubich insieme ad alqune delle sue prime compagne
hanno alloggiato durante il periodo conosciuto come “Paradiso ’49”. © Jesús María Zamora


[1] Ci troviamo di fronte a una qualifica specifica dell’esperienza cristiana propiziata dal carisma dell’unità: il “patto”. Quale che ne sia l’origine nel pensiero e nella prassi di Chiara, è evidente che la dinamica del “patteggia­re” implica il condividere con coloro che sono coinvolti nel patto il riferimen­to fondante della propria esistenza a Dio e la decisione di compiere insieme la sua volontà: così che il patto, tra coloro che lo vivono, si fa espressione del patto con cui Dio stesso ha stretto alleanza con il suo Popolo nell’Antico Te­stamento, e come “una volta per sempre” l’ha rinnovato escatologicamente in Gesù. Abbiamo dunque a che fare con un “fondamentale” dell’esperienza della Rivelazione. «In precedenza – ricorda Chiara in nota – avevamo vissu­to altri patti, come quello dell’amore reciproco. Esso aveva operato un salto di qualità nella nostra vita, facendoci sperimentare la presenza di Gesù in mezzo con i doni dello Spirito che Egli porta con sé: la pace, la gioia, la luce, la forza. Il patto di misericordia, poi – così chiamavamo quel patto con cui noi focolarine ci impegnavamo a vederci nuove ogni giorno, senza ricordare i difetti dell’altra, come ci incontrassimo per la prima volta –, ci aveva aiu­tate a perfezionare l’amore vicendevole» (nota 30). Il patto d’unità, suscitato dalla richiesta di Foco e vissuto secondo la modalità descritta da Chiara, propizia un ulteriore e decisivo – nella logica, si direbbe, del dispiegarsi del carisma dell’unità come dono di Dio – “salto di qualità”: quello dell’imme­desimazione donata e percepita con Gesù e del ritrovarsi nel Seno del Padre.

60° anniversario del Movimento dei Focolari in Asia e Oceania

60° anniversario del Movimento dei Focolari in Asia e Oceania

Nel 2026 ricorre il 60° anniversario dell’arrivo dell’Ideale dell’unità del Movimento dei Focolari in Asia e Oceania. Era il 22 febbraio 1966 quando cinque, tra focolarine e focolarini arrivarono a Manila,inviati da Chiara Lubich – la Fondatrice del Movimento dei Focolari – in risposta alla richiesta dell’allora Arcivescovo di Manila, il cardinale Rufino Santos. Giovanna Vernuccio, Silvio Daneo, Guido Mirti, Ednara Tabosa e Magdalena Brandao sono stati i primi protagonisti dell’avventura dei Focolari in Asia, e non solo. Da Manila si susseguono i viaggi verso il Giappone, la Corea, Hong Kong, Taiwan, India, Pakistan, Tailandia, Cambogia, Vietnam, fino all’Australia.

Il Movimento dei Focolari si è così diffuso nel continente asiatico portando a quanti incontrava lo spirito dell’unità che lo caratterizza, nonostante l’enorme diversità di culture, religioni e lingue. Questo percorso ha aperto la strada al dialogo ecumenico e interreligioso fino ad oggi.

Per ricordare questo anniversario in varie zone dell’Asia si sono tenuti eventi commemorativi. Fra tutti, quello organizzato dalla comunità di Manila e dalla Cittadella Pace di Tagaytay dal 12 al 14 giugno 2026. Il programma si è concentrato sulle origini del Movimento in Asia, sulla sua diffusione in tutto il continente attraverso il racconto di testimonianze, si è svolto un workshop sull’immersione della realtà del Movimento nel mondo e c’è stata una solenne preghiera per la Pace. L’ultimo giorno durante la celebrazione della Santa Messa alla Cittadella Pace, erano presenti circa 700 partecipanti, alcuni arrivati ​anche da Paesi limitrofi. Un’atmosfera gioiosa e familiare ha pervaso l’intero evento, accompagnata da una profonda gratitudine verso i pionieri. L’attuale Arcivescovo Metropolita di Manila Cardinale Jose Fuerte Advincula, il Nunzio Apostolico l’Arcivescovo Charles John Brown, i Vescovi Roberto Mallari, Mel Rey Uy, Reynaldo Evangelista, Guillermo Afable, Gerardo Alminaza, l’Ambasciatore d’Italia nelle Filippine Davide Giglio e il Vescovo Joel Polares della Iglesia Filipina Independiente (Chiesa cristiana nazionale indipendente) e circa 30 sacerdoti hanno partecipato all’evento, insieme a vari amici di altre Chiese, di varie religioni e una forte presenza di giovani. L’Ambasciatore d’Italia ha affermato di essersi sentito completamente rigenerato dalla celebrazione, suggerendo di ripeterla ogni anno.

Tra le impressioni più significative: “Il 60° anniversario è stato per me una celebrazione di ogni persona che ha fatto una scelta chiara di Dio – afferma Suzette -, seguendo Chiara Lubich con la propria vita. Il ‘sì’ di ognuno ha generato innumerevoli ‘sì’ che mi hanno portato dove sono oggi”. E Kreng afferma: “Con profonda gratitudine a Dio e a tutti loro, vado avanti più convinto, con la passione per far sì che “che tutti siano uno” diventi realtà per tutti”!

“La celebrazione è stata come una goccia di divino in un mondo così pieno di sé, una boccata d’aria fresca in un momento in cui le vite sono soffocate dall’isolamento e dalla divisione, è stata la tenera vicinanza di Dio” ribadisce Floradel, mentre Merlie aggiunge: “La celebrazione del 60° anniversario è stata davvero memorabile, commovente e significativa. Ha anche segnato un nuovo impegno e una nuova speranza”.

Lorenzo Russo

Vangelo Vissuto: dal seme al frutto

Vangelo Vissuto: dal seme al frutto

La chiamata

Avevo 16 anni quando iniziai a vivere le parole di Gesù: “Ama il prossimo tuo come te stesso… Qualunque cosa avrete fatto al più piccolo l’avete fatta a me”. Cominciai da chi avevo vicino: lasciando il mio posto a sedere a chi non lo aveva, rifacendo il letto alle ragazze con cui condividevo la stanza, ascoltando qualcuno… e questo anche in famiglia, dove poteva risultare più difficile. La gioia cresceva in me e tante domande trovavano risposta. Quando alcune amiche vollero sapere il perché del mio cambiamento, proposi anche a loro di vivere l’avventura dell’amare tutti, senza distinzione. Cominciammo così a mettere in comune i nostri pochi beni, il nostro tempo, i talenti; cercando di aiutare i poveri, in particolare eravamo impegnate a raccogliere fondi per la costruzione di un ospedale e di una scuola in Camerun. Ci sembrava giusto, pensando al grande debito che l’Occidente aveva con l’Africa. Questa vita piena, bella, dedicata a Dio e ai fratelli è stata di preparazione per sentire più tardi rivolte anche a me altre parole di Gesù: “Vieni e seguimi”.

(Aurea – Italia)

Dio è geloso?

Sapevo che la Bibbia parla di un Dio geloso quando nell’Esodo si racconta che il suo popolo si rivolgeva agli idoli. Ma anche a me è capitato una volta di fare in piccolo questa medesima esperienza. Stavo vivendo un periodo in cui Dio non era proprio al centro della mia vita, ero preso da tante cose, dalle attività più varie, e confesso di averlo trascurato. Poi un giorno mi sono trovato bloccato a letto da fortissimi dolori alla schiena. Non potevo muovermi minimamente senza provare dolori lancinanti e la cosa è continuata per parecchi giorni, causa una sciatica che partendo dalla schiena mi prendeva tutta la gamba. In quei momenti difficili mi sono ricordato di Gesù crocifisso e abbandonato che aveva sofferto certamente più di me, l’ho riconosciuto e ho capito che anche questo era un suo espediente per attrarmi. Era geloso, mi voleva con sé, lui era sempre stato con me, come è sempre con tutti noi. Io piuttosto non ero più stato con lui. L’esperienza mi è servita a rimettermi in piedi non solo fisicamente, ma a rimettere in piedi la mia anima.

(F. – Belgio)

Un’azienda di EdC

Sono così sicuro dell’amore di Dio che vorrei condividere questa certezza con più persone possibile. Sono nati così nel mio paese e nelle valli vicine gruppi dove ci si aiuta a vivere la Parola del Vangelo. Non solo: con il sacrificio mio e di altri amici ho dato vita ad una azienda agricola che aderisce all’Economia di Comunione (EdC), un modello imprenditoriale e sociale a livello mondiale, che destina una parte degli utili ad aiutare persone bisognose e a creare per loro nuovi posti di lavoro; un’altra quota per potenziare la struttura aziendale, migliorare la qualità dei prodotti e garantire la sostenibilità dell’impresa nel mercato; e una terza parte alla formazione di uomini con una nuova mentalità economica basata sulla fraternità e sulla solidarietà. Quante volte in questi anni ho sperimentato la provvidenza di Dio! Come quando il raccolto di zucchine inaspettatamente aumentava oppure acquirenti offrivano più di quanto io avessi intenzione di chiedere… Ma soprattutto, lavorando così, io sento Dio più vicino e ciò è incentivo a proseguire per questa strada.

(L.F. – Italia)

A cura di Maria Grazia Berretta

tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno XII – n.4 – luglio-agosto 2026)

Foto © Elisemertens89 – Kevin120415 – Hans – Pixabay

Movimento Gen: 60 anni di vita

Movimento Gen: 60 anni di vita

“Giovani di tutto il mondo unitevi”: è l’invito che 60 anni fa Chiara Lubich ha rivolto alle nuove generazioni affinché ciascuno potesse rispondere alla chiamata di Dio di vivere per l’unità in maniera concreta. Oggi questa missione è ancora attuale e in un tempo estremamente lacerato continua ad essere un cammino, spesso controcorrente, che non vuole lasciare all’odio e alle divisioni l’ultima parola; un cammino di famiglia fatto di speranza e azioni che porta in sé sempre vivo il desiderio del mondo unito.

What’s UP? Si parte!

What’s UP? Si parte!

Uno spazio nuovo, per conoscere e far conoscere in modo diretto e informale. Un appuntamento dedicato alla condivisione di notizie, storie, iniziative per scoprire cosa succede al Centro Internazionale e nelle diverse aree del mondo e rafforzare il senso di comunità.

In questo primo Episodio partiremo dal Centro Internazionale (Rocca di Papa, Roma), cuore del governo del Movimento dei Focolari, e dopo qualche curiosità conosceremo meglio alcuni dei Consiglieri che, con l’Assemblea Generale di marzo 2026, hanno concluso il loro mandato.

Si parte!

Attivare i sottotitoli e scegliere la lingua desiderata

Accogliere la sapienza

Accogliere la sapienza

Se prestiamo attenzione al mondo che ci circonda, ci rendiamo conto che spesso a prevalere è il rumore delle opinioni. Tutti desiderano dire la propria e si moltiplicano gli spazi di dibattito nei quali sembra che tutti sappiano tutto. Non sempre però, vi troviamo autentica sapienza; talvolta al contrario, si rischia di favorire la superficialità, l’ignoranza e un progressivo impoverimento culturale.

Di fronte a questo scenario, che cosa merita davvero di essere ascoltato? Esistono parole e Parole. Che cosa le distingue? Possiamo chiamare Parole, con la P maiuscola, quelle — scritte o pronunciate — che, una volta accolte, hanno la capacità di trasformarci. Sono parole che esprimono sapienza, perché offrono una chiave di lettura dell’esistenza umana, del desiderio di trascendenza e delle relazioni che legano gli esseri umani tra loro e con la natura. Come scrive Rabindranath Tagore, poeta, filosofo e scrittore indiano: «Le parole arrivano al cuore quando sono uscite dal cuore».

La Parola non appartiene a un’epoca, a un luogo particolare o a una religione. Xavier Melloni, antropologo, teologo e fenomenologo della religione, osserva che per alcuni la Parola è ispirata dallo Spirito Santo, mentre per altri è frutto dell’illuminazione della coscienza. Ma come riconoscere quando ci troviamo di fronte alla Parola?

«Possiamo dire che la Parola è ciò che ci rende capaci di aprirci agli altri, di donarci e di sostare nel silenzio, andando oltre noi stessi verso una profondità sempre maggiore. La parola autentica è vitale e genera vita»[2]. È così che la Parola, intesa in senso ampio, libera dai vincoli ai quali siamo sottoposti; non dipende da interessi nascosti, non è coercitiva, ma diventa idolatria quando cessa di essere sapiente.

Eppure, la Parola non risuona sempre nello stesso modo dentro di noi, anche quando è espressa con le stesse parole. La sua accoglienza è strettamente legata al momento della vita che stiamo attraversando. La superficialità, le preoccupazioni affrontate con autosufficienza o l’indifferenza sono ostacoli che impediscono alla Parola di portare frutto in noi e, attraverso di noi, negli altri.

La Parola sapiente diventa un solido punto di riferimento nel cammino dell’essere umano. Talvolta ci offre risposte; talvolta provoca nuove domande; ci permette di guardare le cose da una prospettiva diversa e di aprirci a dimensioni della realtà che prima non riuscivamo a percepire; ci rende liberi e ci conduce a fare esperienza di ciò che è veramente essenziale per la nostra esistenza. Solo la Parola autentica, la Parola sapiente, può trasformare il nostro modo di pensare e di agire. Accolta e vissuta, ci aiuta a dare maggiore significato alla nostra esistenza, a vivere relazioni più profonde e a costruire insieme una società più umana e fraterna.

Racconta Jordi: «Ogni incontro con la Parola è personale e intimo. Il mio incontro con la Parola è arrivato dopo anni centrati sul lavoro e sulla tecnologia. La lettura di libri di diversi ambiti – biografie, romanzi, filosofia, ecc. – ha risvegliato in me la ricerca della sapienza per dare senso alle grandi domande della vita, sostenere la mia esistenza e comprendere perché la Parola si manifesti in forme così diverse e apparentemente contraddittorie. In questo cammino ho conosciuto la sapienza di Chiara Lubich, espressa in una rilettura nuova e vitale del Vangelo e testimoniata da uno stile di vita stimolante. Nonostante il suo carattere confessionale, essa si è dimostrata capace di entrare in sintonia con persone che, come me, non hanno convinzioni religiose e di coinvolgerle nel cammino della fraternità».

Questo mese nutriamoci di Parole sapienti, facciamole nostre e trasformiamole in vita. E, se ne abbiamo l’opportunità, condividiamo i frutti che esse generano con chi, come noi, è in cammino. In questo modo costruiremo insieme una convivenza più umana e ricca di significato.

Foto © James Oladujoye – Pixabay

[1]Questa riflessione si ispira all’intervento di Jordi Illa al Convegno Internazionale promosso dal centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose del 2013, intitolato «La Parola».

[2]Xavier Melloni, Vers un temps de síntesi, FragmentaEditorial, Barcelona, 2011, p. 55.

L’IDEA DEL MESE è attualmente prodotta dal “Centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose” del Movimento dei Focolari. Si tratta di un’iniziativa nata nel 2014 in Uruguay per condividere con gli amici non credenti i valori della Parola di Vita, cioè la frase della Scrittura che i membri del Movimento si impegnano a mettere in atto nella vita quotidiana. Attualmente L’IDEA DEL MESE viene tradotta in 12 lingue e distribuita in più di 25 paesi, con adattamenti del testo alle diverse sensibilità culturali.
dialogue4unity.focolare.org

«Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto» (Mt 13,23).

«Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto» (Mt 13,23).

Gesù, dopo aver parlato in parabole ad una grande folla in riva al lago di Tiberiade, si rivolge ai discepoli e ad essi spiega il significato profondo delle sue parole.

Il protagonista del nostro racconto è la Parola di Dio, paragonata ad un seme piccolo e fragile. I sassi, le spine, gli uccelli possono impedirgli di germogliare, mettere radici, produrre spighe mature, ma il sapiente seminatore ne conosce la sorprendente vitalità.

Attraverso queste immagini, Gesù rivela il rapporto tra l’uomo e la Parola che Dio offre abbondantemente, ma c’è chi la accoglie e chi, per vari motivi, la lascia cadere senza che porti frutto. Nel cuore umano, infatti, la superficialità e le eccessive preoccupazioni materiali minacciano il miracolo della vita soprannaturale, che Dio stesso desidera accendere nelle sue creature.

Anche noi, come i discepoli, siamo invitati da Gesù ad entrare nel mistero umile dell’amore di Dio e, allo stesso tempo, siamo interpellati personalmente su una decisione: quale “terreno” vogliamo essere?

«Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto».

Ascoltare e comprendere: sembra questo il segreto che fa di noi un terreno accogliente, dove il seme della Parola può esprimere la sua forza e portare buoni frutti.

Quanto è preziosa la disponibilità all’ascolto: è lo spazio spirituale per fare posto alla vita di Dio, che sempre ci precede con la sua misericordia, con la pazienza del lavoratore che conosce e rispetta i tempi della maturazione.

Le parole di Dio, come scrive Chiara Lubich, «illuminano interiormente non solo la mente, ma tutto l’essere, perché sono luce, amore e vita. Danno pace – quella che Gesù chiama sua: “la mia pace” – anche nei momenti di turbamento e di angoscia. Danno gioia piena pur in mezzo al dolore che a volte attanaglia l’anima. Danno forza soprattutto quando sopraggiungono lo sgomento o lo scoraggiamento. Rendono liberi perché aprono la strada della Verità. […] Anche in noi deve nascere un amore appassionato per la parola di Dio: la accogliamo con attenzione quando ci viene proclamata nelle chiese, la leggiamo, la studiamo, la meditiamo… Ma soprattutto siamo chiamati a viverla. […] Vivendo una parola di Gesù viviamo tutto il Vangelo, perché in ogni sua parola egli si dona tutto, viene lui stesso a vivere in noi […] e sostituisce il nostro modo di pensare, di volere, di agire in tutte le circostanze della vita»[1].

«Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto».

Wambil dal Messico ci racconta: «C’è stato un tempo in cui mi sentivo intrappolato in un buco profondo. Ero in una relazione violenta, cercavo di scappare e sistemare tutto con le mie forze. Influenzato dai social media e dal rumore esterno, spesso inseguivo cose non guidate da Dio. Nonostante tutti i miei sforzi, mi sentivo ancora vuoto e senza scopo. Sapevo che l’amore è un linguaggio universale. Quando ho iniziato a fare volontariato, ho trovato una realizzazione che poteva venire solo da Dio. Col tempo, ho scoperto un luogo dove ascoltare la Sua parola e crescere nella relazione con Lui. Sono profondamente grato». 

Anche quando ci sentiamo terra arida e sassosa, è la Parola stessa ad essere efficace, come rivela il profeta Isaia: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, […] così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55, 10-11).

Sostenuti da questa speranza, in un tempo dominato da paure e tensioni, coltiviamo anche la fiducia nelle donne e negli uomini con cui condividiamo la vita. Crediamo nella loro capacità di dare frutti buoni, creando occasioni di ascolto e dialogo, per camminare insieme verso l’orizzonte della fraternità.

A cura di Letizia Magri e del team della Parola di Vita


[1] C. Lubich, Parola di Vita marzo 2003, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi, (Opere di Chiara Lubich 5), Città Nuova, Roma, 2017, pp.684-685.

Foto © Horacio30 – Pixabay

Un premio per Run4Unity

Un premio per Run4Unity

Ogni anno, la prima domenica di maggio, alle 12:00 in ogni Paese del mondo parte Run4Unity, la maratona mondiale dei Ragazzi per l’unità. E così accade che, mentre alcune decine di ragazzi corrono sullo sfondo delle piramidi egiziane, in India si consegnino i premi della staffetta appena conclusa e ad Asunción in Paraguay ci si prepari per alcune gare di atletica che partiranno di lì a poco in un grande parco della città. Gare e tornei all’insegna della pace e della solidarietà che, iniziando in Oceania e concludendosi nelle Americhe, coinvolgono, nell’arco di 24 ore, migliaia di ragazzi, pronti allo “start” quando il loro fuso orario segna mezzogiorno. A quell’ora ricevono la staffetta dai Paesi del fuso orario precedente e, un’ora dopo, la passano ai Paesi al fuso orario successivo.

Un’idea geniale e semplice che è nata nell’equipe del Centro internazionale dei Ragazzi per l’unità nel 2005 insieme ad alcuni e alcune gen 3, dopo che Chiara Lubich, appena tornata da un viaggio in India aveva comunicato loro la bellissima esperienza vissuta quando era stata invitata a partecipare ad una grande manifestazione di giovani del Movimento indù Swandhyaya molto legati allo sport: “Forse lo sport potrebbe essere una via per i ragazzi”, aveva detto Chiara.

Ed il format di Run4unity si è diffuso in un batter d’occhio, declinato localmente secondo le varie nazioni e le caratteristiche proprie di ogni cultura: lo sport si unisce ad azioni di dialogo interreligioso, di sviluppo per i più bisognosi, di difesa e cura della natura, di impegno per la pace e la fraternità tra i popoli.

Nel 2025, la DG EAC (Direzione Generale per l’istruzione, la gioventù, lo sport e la cultura) una Direzione della Commissione Europea e insieme con l’EACEA, (Agenzia Esecutiva Europea per l’Istruzione e la Cultura) che gestisce i finanziamenti per l’istruzione, la cultura, l’audiovisivo, lo sport, la cittadinanza e il volontariato hanno lanciato il #BeActive EU Sport Awards.

New Humanity del Movimento dei Focolari ha presentato il progetto pluriannuale e internazionale Run4Unity che è stato selezionato come finalista nella categoria Pace. “Qualche settimana fa abbiamo saputo di essere stati selezionati fra ben 279 azioni di sport presentate e di essere quindi fra i 15 finalisti, 3 per ogni categoria – raccontano -. Nella comunicazione c’era l’invito a recarsi a Bruxelles, il 23 giugno 2026, per 2 rappresentanti di ogni progetto per la cerimonia di premiazione e per noi sono andati Agostino Spolti (già corresponsabile di Ragazzi per l’Unità) e Elisabetta De Bernardi (gen 2 di Torino che ha vissuto da gen 3 e da gen 2 alcune Run4Unity focalizzate proprio sulla pace) e …abbiamo vinto!”. Un riconoscimento ad alto livello di questa proposta in questo 2026 che, a 21 anni dal primo Run4Unity, ha visto svolgersi nel mondo staffette in oltre 100 Paesi, con migliaia di ragazzi, accompagnati da giovani e adulti in un fecondo rapporto intergenerazionale.

Lo sport è una strada per vivere l’inclusione, l’attenzione all’altro, il rispetto, il crescere insieme e – si leggeva nel bando di concorso – è ovviamente è una strada per formare e diffondere una cultura di pace. “Abbiamo vinto – racconta Agostino Spolti – perché in Run4Unity ci sono proprio questi elementi: lo sport, il passaggio del testimone fra Paesi diversi, il sentirsi parte di un’unica famiglia umana, il riflettere e pregare per la pace con il Time Out, e tutto questo ha un grande valore educativo”.

Carlos Mana

Foto © Agostino Spolti

Da Caracas (Venezuela): la solidarietà si fa tangibile 

Da Caracas (Venezuela): la solidarietà si fa tangibile 

Mercoledì 24 giugno 2026, alle 6:04 del pomeriggio, il Venezuela ha cambiato volto in meno di un minuto. Due terremoti, di magnitudo 7.1 e 7.5, separati da appena 39 secondi, hanno scosso il centro-nord del Paese. L’epicentro è stato localizzato vicino a Morón, nello Stato di Carabobo, ma l’impatto è stato devastante soprattutto a La Guaira, Caracas e nelle zone limitrofe, dove numerosi tra case e edifici sono crollati. Il bilancio delle vittime, dei dispersi e dei feriti continua a salire mentre proseguono i soccorsi. Squadre specializzate provenienti da diversi Paesi stanno arrivando per unirsi alla ricerca dei sopravvissuti, insieme ad aiuti umanitari e beni di prima necessità, in una risposta internazionale che cresce di ora in ora.

Le scosse di assestamento non danno tregua; sono già più di 100. Alcune si avvertono appena, altre ci costringono a scappare dalle case di continuo. Viviamo in uno stato di allerta costante. Dormiamo poco. La stanchezza pesa, ma anche la paura. A questo si aggiungono le difficoltà di una città che cerca di continuare a funzionare: il segnale telefonico e la linea internet funzionano a intermittenza, l’elettricità subisce continue fluttuazioni e, in molti edifici, la fornitura di gas è stata sospesa per precauzione. Persino le decisioni più semplici richiedono un grande sforzo: organizzarsi, concretizzare azioni, coordinare squadre o semplicemente comunicare con le persone care per sapere se stanno bene. Tutto diventa più complicato quando la terra continua a ricordarci che non ha ancora finito di tremare.

Il Venezuela affronta questo terremoto partendo da una condizione di vulnerabilità. Molti edifici sono stati costruiti senza criteri antisismici, che oggi sono la norma in altre regioni, e alcuni si portano dietro anni di usura e manutenzione insufficiente. Questa emergenza si sovrappone a una realtà socioeconomica già impegnativa, il che rende ancora più complesso il processo di risposta.

Tuttavia, in mezzo a questa realtà così fragile, stiamo anche scoprendo una forza immensa che nasce dalla comunione.

Come Movimento dei Focolari abbiamo aperto le nostre case —i focolari che, per fortuna, non hanno subito danni strutturali— per accogliere chi ha dovuto abbandonare la propria abitazione. Alcune famiglie non possono più tornare a casa, perché i loro edifici sono a rischio crollo; altre hanno perso tutto. Abbiamo offerto alloggio, cibo, vestiti e tutto ciò che può alleviare i bisogni più urgenti e immediati.

Il dolore, purtroppo, ha toccato molto da vicino anche la nostra famiglia. Una volontaria del Movimento ha perso alcuni familiari a causa del crollo degli edifici in cui vivevano. Solo una nipote è stata salvata ed è già stata curata in ospedale. Come loro, molte famiglie aspettano notizie tra le macerie; altre piangono i propri cari e molte continuano a aggrapparsi alla speranza di trovare in vita chi è ancora disperso.

La solidarietà fa parte della nostra identità e in questi giorni si fa tangibile. Fin dalle prime ore dopo il sisma ha iniziato a moltiplicarsi i viaggi tra Caracas e La Guaira: auto private, volontari, parrocchie, organizzazioni e vicini che portano acqua, cibo, medicine, vestiti e attrezzi. Intere comunità di altre regioni del Paese che hanno appena avvertito il terremoto si sono organizzate spontaneamente per allestire centri di raccolta, smistare le donazioni e preparare gli aiuti che continuano ad arrivare alle zone più colpite attraverso la Chiesa. Ogni piccola iniziativa, ogni telefonata, ogni pacco preparato con cura, ogni persona che offre il proprio tempo, tesse una rete di fraternità che sostiene chi oggi ne ha più bisogno.

Ci commuove profondamente anche la quantità di persone, dentro e fuori dal Venezuela, che desiderano aiutare. Non siamo ancora riusciti a rispondere a tutti i messaggi arrivati. Familiari, amici, membri del Movimento e persone che vogliono semplicemente sapere come stiamo o chiedere in che modo possono collaborare. Stiamo attivando tutte le sinergie possibili affinché questa enorme generosità trovi canali concreti e arrivi là dove ce n’è più bisogno.

A tutti loro vogliamo esprimere un ringraziamento sincero. Grazie per le preghiere, per i messaggi di vicinanza e per i gesti concreti di solidarietà che si stanno già mettendo in atto. In momenti come questo, sperimentiamo in modo vivo quello che Chiara Lubich ci ha lasciato come orizzonte: “Siate una famiglia”.

Forse la sfida più grande è vivere il momento presente. Non anticipare la paura della prossima scossa né rimanere paralizzati dalla grandezza del dolore. Rimanere nel presente è, oggi più che mai, la via per scoprire cosa ci chiede l’Amore in ogni istante.

Vivere il carisma dell’unità ci porta, in questo contesto, a dare una risposta concreta: essere ponti dove si trova isolamento, offrire fraternità dove la paura divide e seminare speranza là dove l’incertezza sembra imporsi.

C’è ancora molta strada da fare. L’emergenza non è finita e la ricostruzione richiederà tempo. Ma in mezzo a tante perdite siamo anche testimoni di un’umanità che non si rassegna, che si organizza, che condivide il poco o il molto che ha e che torna a ricordarci che, anche quando la terra trema, l’amore può continuare a essere il terreno più solido su cui ricostruire la speranza.

La comunità dei Focolari di Caracas
Fotos: © fotospublicas.com

Per dare il proprio contributo: Emergenza terremoto in Venezuela

Chiara Lubich: Unità

Chiara Lubich: Unità

[…] L’unità. Ma cos’è l’unità? Si può attuare l’unità?

L’unità è ciò che Dio vuole da noi.

L’unità è realizzare la preghiera di Gesù: “Padre che siano uno come io e te. Io in essi e tu in me affinché siano uno” (cf Gv 17, 21).

Ma l’unità non si può attuare con le sole nostre forze. Può realizzarla solo una grazia particolare che scende dal Padre, se trova una particolare disposizione in noi, un requisito preciso e necessario.

Esso è l’amore reciproco, comandato da Gesù, messo in atto.

Il suo amore reciproco, quello che Lui vuole, che non è – lo sappiamo – semplice amicizia spirituale o accordo o buona intesa.

È l’amarsi l’un l’altro come Lui ci ha amato. E cioè fino all’abbandono: fino al distacco completo dalle cose e dalle creature, materiali e spirituali, per poterci far uno l’un l’altro vicendevolmente e perfettamente.

In tale maniera si fa la nostra parte e si è nelle condizioni per ricevere la grazia dell’unità, che non mancherà, che non può mancare.

Quale riconoscenza deve nascere a tale pensiero in noi, chiamati a ciò; quale spinta a vivere in modo da ottenere questo dono che là, dove così non si vive, non c’è!

Occorre ricordarsi che nella nostra spiritualità comunitaria c’è una grazia in più; che il Cielo può aprirsi ogni momento per noi; e noi, se facciamo quanto Esso chiede, invasi da questa grazia, possiamo operare molto, molto per il Regno di Dio.

È questa grazia, certamente, che spiega la grande espansione del nostro Movimento e tante belle conquiste ad esso collegate.

Consce di questo straordinario privilegio, ecco perché così ci esprimevamo i primi tempi:

“Fissatevi in testa una sola idea. Fu sempre una sola idea a far i grandi santi. E la nostra idea è questa: Unità”.

“Tutto cada. L’unità mai! Portate fra voi sempre questo fuoco acceso. E non temete di morire. Già l’avete sperimentato che l’unità esige la morte di tutti per dar vita all’Uno. Fate questo come sacrosanto dovere, anche se vi porterà immensa gioia! L’ha promessa Gesù la pienezza del gaudio a chi vive l’unità”.

Durante il prossimo mese sforziamoci di procurarci sempre questo dono!

E non attendiamolo solo per la nostra felicità, ma per essere abilitati alla nostra tipica evangelizzazione. La conoscete: “Siano uno affinché il mondo creda” (cf Gv 17, 21).

Nel mondo c’è tanto bisogno di fede, di credere! E tutti siamo chiamati a evangelizzare. Un giorno Francesco disse a uno dei fratelli: “Facciamo la predica”. E, infilate le mani nelle maniche e abbassati gli occhi, camminarono per la città, predicando, con il loro essere, la mortificazione e la povertà del tutto.

Lanciamo anche noi nel mondo la nostra predica. Che chiunque osservi due o più di noi uniti – in focolare, nei nuclei, nelle unità, nei nostri incontri, o perché casualmente insieme – sia colpito da un raggio della nostra fede e creda: creda all’amore, perché l’ha visto.

Mettiamoci sotto. Questo vuole il Signore da noi. Lo vuole attraverso il nostro carisma inciso nei nostri statuti: l’unità è la premessa di ogni altra volontà di Dio. Poi possiamo anche parlare per irradiare il Vangelo. Ma dopo.  

Chiara Lubich
(da Convesazioni, Città Nuova, Roma 2019, pp 522/4

Foto: © JGH – CSC Audiovisivi